| Non fu un vero “trattato di pace”, quello che l’Italia
dovette a firmare a Parigi il 10 febbraio del 1947
con le potenze vincitrici della Seconda guerra
mondiale, ma un diktat punitivo imposto
senza possibilità di negoziato ad un Paese nemico
sconfitto e che si era arreso “senza condizioni”
con i due armistizi, “corto” e “lungo”, del settembre
1943: cessione alla Iugoslavia di quasi tutta
la Venezia Giulia (l’alta valle dell’Isonzo
con l’entroterra fino al crinale delle Alpi Giulie,
gran parte del Carso goriziano e triestino,
l’Istria), delle città di Fiume e Zara e dell’isole
della Dalmazia (Cherso, Lussino, Lagosta,
Pelagosa); perdita di Trieste, costituita in Territorio
libero (fino al 1954); cessione alla Francia
di un’area di 770 kmq sul confine occidentale
(i comuni di Briga e Tenda, il passo del Monginevro,
la Valle Stretta del monte Thabor, parte
del Moncenisio con le centrali idroelettriche,
parte del Piccolo San Bernardo); rinuncia
a tutti i possedimenti coloniali (Etiopia, Eritrea,
Somalia, Libia, Albania, isole del Dodecaneso,
concessione cinese di Tientsin o Tianjin);
consegna di gran parte della flotta e di molti beni italiani all’estero; pagamento di ingenti
indennizzi; disarmo; smilitarizzazione delle zone
di confine per una fascia di 20 km.
Invano, il governo dell’antifascista Alcide
De Gasperi, già incarcerato da Mussolini,
cercò di far valere i meriti acquisiti, dopo la resa,
dalla cobelligeranza antitedesca delle nostre residue
forze armate e delle formazioni partigiane
con più di 150mila caduti, dall’insurrezione
vittoriosa che liberò le regioni del nord
il 25 aprile 1945, dalla scelta democratica
e repubblicana dell’Italia sancita
con il voto popolare del 2 giugno 1946:
nessuna delle sue proposte di alleggerimento
dei castighi e degli indennizzi stabiliti
dai “Quattro Grandi” (Usa, Urss,
Gran Bretagna e Francia) fu accolta. |
|
|  |
| Le truppe "alleate"
entrano a Roma
in Via Cavour
il 5 giugno 1944
*
Clicca su questa foto
per il link con l'articolo
sulla LIBERAZIONE |
|
| De Gasperi a Parigi da "nemico" |
|
| Un riflesso dell’ostilità che i vincitori mantenevano
verso il nostro Paese si ritrova nel famoso incipit
del discorso che lo statista democristiano tenne
alla Conferenza di pace di Parigi il 10 agosto 1946,
quando finalmente fu ammesso alla tribuna:
“Prendendo la parola in questo consesso mondiale
sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia,
è contro di me: è soprattutto la mia qualifica
di ex nemico, che mi fa considerare come imputato,
è l’essere arrivato qui dopo che i più influenti
di voi hanno già formulato le loro conclusioni”.
Tre giorni prima, alla partenza da Roma,
De Gasperi aveva dichiarato ad un redattore dell’Ansa: “Non so nemmeno se parto
come imputato. Direi che la mia posizione
è per quattro quinti quella di imputato
come responsabile di una guerra
che non ho fatto e che il popolo non ha voluto,
per un quinto quella di cobelligerante.
La figura di cobelligerante è riconosciuta
nel preambolo del Trattato come principio,
ma nel testo si tiene invece conto dei quattro quinti,
rappresentati dalla guerra perduta e non del quinto
costituito dalla nuova guerra che abbiamo
combattuto a fianco degli Alleati.
Tutto lo sforzo che bisogna fare è ricordare
agli Alleati che li abbiamo chiamati
così perché li abbiamo creduti tali”.
Tra le clausole che la nuova Repubblica Italiana
fu obbligata a sottoscrivere ce n’era una palesemente
offensiva, che la obbligava ad “assicurare a tutte
le persone soggette alla sua giurisdizione,
senza distinzione di razza, sesso, lingua o religione,
il godimento dei diritti dell’uomo e delle libertà |
|
| Sullo sfondo il lago
di Albano-Castel Gandolfo
(foto di Nicola Bruni). |
|
| | | |
|
 |
| Alcide De Gasperi,
che fu presidente del Consiglio
dei ministri dal 1945 al 1953.
*
Clicca sulla foto per il link
con l'articolo su De Gasperi. |
|
| fondamentali, ivi compresa la libertà d’espressione, di stampa
e di diffusione, di culto, di opinione politica e di pubblica riunione”.
Come se l’Assemblea Costituente, democraticamente eletta il 2 giugno 1946, non avesse già deliberato in tal senso di propria iniziativa, e dovesse invece farlo sotto dettatura, fra gli altri,
di quel grande paladino delle libertà
e dei diritti umani che era Stalin. |
|
| Il voltafaccia dei “liberatori” |
|
| Ma ancor di più bruciò il voltafaccia
degli Anglo-americani “liberatori”
che, “venuti a portarci libertà
e democrazia”, amputavano la nostra
patria di 8000 kmq di territorio
sul confine orientale per assoggettarli
al regime dittatoriale comunista
della Iugoslavia di Tito
(già responsabile del genocidio
antitaliano delle foibe in Istria)
contro il principio
di autodeterminazione dei popoli.
Il Diktat di Parigi suscitò profonda
indignazione tra le forze politiche
italiane, e molti proponevano
di non firmarlo. Fra questi: Vittorio Emanuele Orlando, primo ministro
della Vittoria del 1918;
Luigi Sturzo, fondatore nel 1919
del Partito Popolare Italiano;
il filosofo liberale Benedetto Croce.
De Gasperi, però, avvertiva
che la situazione determinata
dalla disfatta era tale per cui,
anche se le condizioni imposte
dai vincitori fossero state peggiori,
l’Italia non avrebbe potuto fare altro
che eseguirle. Tuttavia, distingueva
tra l’atto imposto della firma
e la sua accettazione morale,
ricordando che nel 1919 i tedeschi
avevano firmato ma non accettato
il Trattato di Versailles. La firma -
sosteneva - era necessaria per porre
fine all’occupazione militare,
ripristinare l’indipendenza
della nazione, chiudere un capitolo
doloroso della storia d’Italia e aprirne
uno nuovo, di ricostruzione e di pace. |
|
|  |
| Truppe italiane impegnate
nella guerra d'Etiopia (1935-36).
*
Clicca sulla foto per il link
con la pagina sul colonialismo italiano |
|
| In effetti, il castigo dell’Italia sconfitta
avrebbe potuto essere di gran lunga
più duro: si salvò l’Alto Adige, grazie
anche all’accordo “De Gasperi-Grüber”
con l’Austria del 5 settembre 1946
sulle garanzie alla minoranza di lingua
tedesca; si salvò la Valle d’Aosta,
che la Francia del generale De Gaulle
aveva tentato di annettersi
occupandola militarmente nel marzo
del 1945; e, soprattutto, si scongiurò
una divisione punitiva dello Stato
italiano come quella inflitta
dai vincitori alla Germania fino al 1989
e all’Austria fino al 1955, grazie
all’insurrezione partigiana del 25 aprile
1945, che pose fine alla Repubblica
di Salò impedendo trattative di pace
separate con i fascisti repubblichini.
Inoltre, l’Italia otteneva nel Trattato
la promessa di ammissione all’Onu
(che, però, poi fu bloccata dal veto
sovietico e arrivò solo
il 14 dicembre del 1955).
Intanto, gli Stati Uniti
si predisponevano a condonare
gran parte delle “riparazioni di guerra”
(imitati dalla Gran Bretagna), a lanciare
(nel giugno 1947) il grandioso piano
Marshall che avrebbe fatto decollare
rapidamente la ricostruzione
del Paese, e ad annullare le clausole
di disarmo associando l’Italia
(dal 4 aprile 1949) al nuovo
sistema della Nato.
C’è anche da considerare, “con il senno
di poi”, che la perdita delle colonie,
a distanza di appena un decennio,
più che un danno sarebbe risultata
un vantaggio per l’Italia, facendole
risparmiare i sanguinosi contrasti
del processo di decolonizzazione. |
|
|
 |
| La decisione di firmare il Trattato, sia
pure con riserva di ratifica da parte
dell’Assemblea Costituente, fu presa
il 7 febbraio 1947 dal Consiglio
dei ministri, che ne affidò il triste
compito ad un ambasciatore, Antonio
Meli Lupi (marchese) di Soragna,
il quale avrebbe conferito al gesto
il basso profilo di un adempimento
burocratico. Spedito a Parigi come
plenipotenziario, l’anziano diplomatico
firmò il librone del Trattato alle ore
11,15 del 10 febbraio, nella Sala
dell’Orologio del Quai d’Orsay
e, in mancanza di un sigillo
della Repubblica Italiana da apporre
su un sigillo di ceralacca, vi lasciò
l’impronta del suo anello
con lo stemma gentilizio.
In quel momento, tutta l’Italia era
in lutto, con le bandiere a mezz’asta,
e immobilizzata in segno di protesta
da uno sciopero generale di dieci
minuti. Il giorno precedente, il Nuovo
Corriere della Sera aveva così
descritto la disfatta: “L’Italia
è mutilata nel suo territorio, disarmata per ogni eventualità di difesa,
privata della flotta e delle colonie,
umiliata e rovinata, senza contare
le distruzioni innumerevoli
delle sue città, grandi e piccole”.
L’Assemblea Costituente approvò
la ratifica il 31 luglio 1947, dopo
un acceso dibattito, con 262 voti
favorevoli (democristiani, repubblicani, socialdemocratici), 68 contrari,
80 astensioni (dei comunisti) e l’uscita
dall’aula dei socialisti di Nenni.
Il Trattato entrò in vigore il vigore
il 15 settembre successivo,
e da quella data cominciarono
a decorrere i 90 giorni previsti
per lo sgombero delle truppe
di occupazione, che si concluse
una settimana prima del voto finale
con cui, il 22 dicembre,
l’Assemblea Costituente varò
la Costituzione della Repubblica. |
|
|  |
| Esodo di italiani dall'Istria nel 1947.
*
Clicca su questa foto per il link
con gli articoli: TRIESTE ITALIANA
e C'ERAVAMO TANTO ODIATI |
|
| Poi si iniziò una nuova storia |
|
| Dopodiché, il Diktat della sconfitta fu rapidamente rimosso dalla coscienza degli italiani, e ottenne pochissimo spazio nei testi di storia, perché
la nuova Italia democratica voleva
scrollarsi di dosso le responsabilità
della guerra fascista, combattuta
dalla parte di Hitler, e apparire
piuttosto come vincitrice, nel 1945,
della guerra di liberazione
dal nazifascismo, in modo da porre
a fondamento della Costituzione
della Repubblica un riscatto morale
dell’identità nazionale.
Per l’appunto, in un nuovo libro
pubblicato sulla vicenda, “L’Italia
e il trattato di pace del 1947”
(ed. Il Mulino 2007), l’autrice Sara
Lorenzini osserva che, nella memoria
storica degli italiani, la fine
della Seconda guerra mondiale
è legata a due sole date simboliche:
l’8 settembre 1943, annuncio
dell’armistizio, e il 25 aprile 1945,
giorno della liberazione. Pochi,
invece, ricordano il “triste giorno”
del 10 febbraio 1947, la cui ricorrenza
anniversaria ha cominciato ad essere
commemorata solo nel 2005
come “Giorno del ricordo”,
non della firma del Trattato di Parigi,
ma della tragedia degli italiani vittime
delle foibe in Istria e dell'esodo
dalle loro terre di oltre 300mila
istriani, fiumani e dalmati
tra il 1945 e il 1947.
Secondo Lorenzini, la rimozione
di quell’evento [come - aggiungo io - anche di altri eventi dolorosi
per il nostro popolo:
foibe, stragi naziste, stragi
da bombardamenti “alleati”, stupri
sistematici delle truppe
franco-marocchine] fu usata
dalla classe di governo del dopoguerra
al fine di orientare gli Italiani
verso una politica di riconciliazione
con gli ex nemici, di costruzione
dell’Europa unita, di alleanza
con la democrazia americana
e di buon vicinato con la Iugoslavia
comunista (ribellatasi a Mosca),
in una situazione di incombente
minaccia del blocco sovietico.
E anche al fine di non dare spazio
ad un risveglio di risentimenti
nazionalistici, potenzialmente eversivi
di quelle fondamentali scelte di pace,
che la destra neofascista
cercava di fomentare.
Fu lungimiranza? O fu opportunismo?
Ai posteri, che siamo già noi,
l’ardua sentenza. |
|
| NICOLA BRUNI
da La Tecnica della Scuola
1 maggio 2007 |
|
|
|
| |