La Costituzione della Repubblica
Approvata a larga maggioranza dall'Assemblea Costituente il 22 dicembre 1947,
promulgata dal capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola il successivo 27 dicembre,
entrò in vigore il 1° gennaio 1948
La "magna charta" dei padri costituenti ha rivoluzionato l'ordinamento dello Stato ponendo a fondamento della Repubblica
la sovranità popolare, la democrazia rappresentativa, l'uguaglianza e la pari dignità sociale dei cittadini (uomini e donne),
i diritti inviolabili della persona umana, la libertà, la solidarietà verso i più bisognosi e la giustizia sociale,
la ricerca della pace e il ripudio della guerra, la tutela della famiglia fondata sul matrimonio
Stemma della Repubblica
In effetti però l’Italia, di Costituzioni, ne ha due: una legale e ideale, che - come è evidente - si applica solo in parte,
e una cosiddetta “materiale”, non scritta ma desunta da una prassi politica e legislativa consolidata,
che surroga le norme inattuate di quella ufficiale invalidandole.
Grandi valori e grossi inganni
De Gasperi all'Assemblea Costituente nel 1946 con Togliatti, Nenni e Saragat
Il presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, leader della Democrazia Cristiana, mentre parla all'Assemblea Costituente nel 1946.
Seduti alla sua destra, il leader socialista Pietro Nenni e il leader comunista Palmiro Togliatti, allora ministri del Governo di unità antifascista.
In alto, alla presidenza dell'Assemblea, il leader socialdemocratico Giuseppe Saragat.

Clicca sulla foto per il link con l'articolo su De Gasperi.
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Costituzioni comparate
L’Italia ha, in effetti, due Costituzioni: una legale e ideale,
che si applica solo in parte, e una cosiddetta “materiale”,
non scritta ma desunta da una prassi politica e legislativa
consolidata, che surroga le norme inattuate di quella ufficiale.

Un esempio del carattere prevalente della seconda ci è fornito
dal referendum del 21 giugno 2009 sulla legge elettorale “Porcata”,
proposto per trasferire il premio di maggioranza dalla coalizione
più votata al partito più votato: la Costituzione legale
prevede la possibilità di indire un referendum per abrogare
una legge o alcune sue parti, non per approvarne un’altra;
ma la materiale, tradendone lo spirito, consente - come
in questo caso - di proporre anche l’introduzione
di una normativa diversa da quella vigente,
purché risultante dalla cancellazione di qualche
articolo o parola della legge contestata.

Fra l’altro, la Costituzione “di fatto” stabilisce che la Repubblica
non è “fondata sul lavoro”; che i cittadini non sono tutti uguali
di fronte alla legge; che l’esercizio della sovranità popolare
è limitato dal potere dei capi partito di nominare i deputati
e i senatori; che per i trucchi del sistema elettorale
maggioritario i voti espressi non hanno tutti lo stesso peso
percentuale nell’assegnazione dei seggi; che il potere
legislativo del Parlamento compete prioritariamente
al Governo. E, ancora, che il diritto alla vita può essere violato;
che il ripudio della guerra può essere aggirato;
che la tutela della famiglia può essere disattesa; che…
In aderenza a questa duplice realtà, ritengo si dovrebbe
cambiare il nome del nuovo insegnamento
di Cittadinanza e Costituzione, previsto dal prossimo anno
scolastico, in Cittadinanza e Costituzioni comparate.
Così, gli studenti potranno scegliere consapevolmente
da che parte stare.

Nicola Bruni
da La Tecnica della Scuola - 25 maggio 2009
Dalla liberal-democrazia
alla liberal-oligarchia
Negli ultimi 17 anni, in Italia, in virtù di due leggi
elettorali maggioritarie che hanno imposto
liste bloccate di candidati per la Camera e il Senato,
e sbarramenti percentuali per escludere dal diritto
di rappresentanza proporzionale le forze politiche minori,
si è passati dalla liberal-democrazia dei "padri costituenti"
ad una liberal-oligarchia controllata dai capi dei partiti più forti,
che selezionano per cooptazione
la classe dirigente del Paese.
Dal referendum costituzionale del giugno 2006
un secco no alla "devolution" e al "premierato forte"
A furor di popolo
Oscar Luigi Scalfaro
Dunque, gli elettori italiani hanno detto no alla “devolution”
federalista dell’ordinamento unitario dello Stato;
no alla trasformazione della democrazia parlamentare
in una semi-dittatura quinquennale del “primo ministro”;
no alla differenziazione su base regionale dei diritti dei cittadini
attinenti alla salute, all’istruzione e alla sicurezza;
no ad una riscrittura “di parte”, pasticciata, farraginosa
e cavillosa di 57 articoli della Costituzione.

Come in una insurrezione popolare in cui si abbatte
“a furor di popolo” un regime oligarchico,
così nel referendum del 25-26 giugno 2006
il nuovo impianto costituzionale votato in Parlamento
dall'ex maggioranza di centro-destra
è stato buttato giù dagli elettori:
con un 61,3 per cento di voti contrari (15 milioni 474mila),
a fronte di un 38,7 per cento di voti favorevoli (9 milioni 618mila),
e un’imprevista affluenza alle urne del 52,3 per cento,
bassa in rapporto all’evento ma di molto superiore
alle desolanti aspettative della vigilia.

Peraltro, io giustifico quei cittadini che non sono andati a votare
“perché non ci hanno capito nulla” e, “onestamente”,
non se la sono sentita di esprimere un giudizio globale
di approvazione o di rigetto di una riforma così complessa,
senza poter distinguere tra i suoi diversi aspetti.

Che quella riforma fosse un’operazione di vertice,
non condivisa o incompresa anche da larghi settori
dell’elettorato di centro-destra, lo dimostra il fatto
che i consensi da essa raccolti hanno superato di poco
la metà dei 19 milioni di voti ottenuti solo 40 giorni prima,
nelle elezioni politiche, dalla coalizione che l’aveva sostenuta.

Così come era stata un’operazione di vertice
la più limitata riforma, “semi-federalista”,
del Titolo V della Costituzione,
varata in Parlamento dal solo centro-sinistra,
e confermata nel referendum del 7 ottobre 2001
con l’astensione di due terzi dell’elettorato,
10 milioni 348mila “sì” (64,2 per cento)
e 5 milioni 819mila “no” (35,8 per cento).
Un pasticcio frettoloso, anche quello, che ora lo stesso
centro-sinistra riconosce di dover correggere.

Era la seconda volta, dal 1948, che gli italiani venivano
chiamati alle urne per un referendum confermativo
di una legge di modifica della Costituzione:
una controprova che può essere chiesta solo
quando una legge costituzionale sia stata approvata
dalle Camere con una maggioranza
inferiore ai due terzi dei componenti.

Ma, dal 1948 al 2003, la Costituzione era stata già ritoccata
o integrata con altre 33 leggi costituzionali
non soggette a referendum, perché approvate
con la prescritta maggioranza qualificata e quindi
con un ampio accordo tra forze di governo e di opposizione.
Ed è, questa, la via che ora bisogna tornare a percorrere,
per aggiornare la Costituzione alle nuove esigenze
del Paese, facendo in modo che essa continui
ad essere una stabile garanzia per tutti gli italiani.
Senza un vastissimo consenso,
la “legge fondamentale della Repubblica” non si tocca.

Nicola Bruni
da La Tecnica della Scuola - 15 luglio 2006
Nel referendum confermativo della riforma semi-federalista
della Costituzione targata "Centro-sinistra", che si svolse nel 2001,
mi "iscrissi" a quella minoranza che andò a votare, votando "no".
E nel referendum confermativo della riforma costituzionale
"federalista" e "premierista" targata "Centro-destra", tenutosi
nel 2006, mi iscrissi a quella diversa maggioranza che votò "no".
E feci bene a votare no, perché a distanza di pochi anni la riforma del 2001 è naufragata, nelle Regioni, in un MAGNA-MAGNA legalizzato oltre che in un RUBA-RUBA criminale.
Link con l'articolo di Nicola Bruni LA MAGNA CHARTA (LAICISTA) DI PIAZZA DEL POPOLO
Quando la Costituzione
dice che "l'Italia è
una Repubblica democratica,
fondata sul lavoro"
non descrive
una situazione
ma ordina
che l'Italia sia
"una Repubblica democratica,
fondata sul lavoro".

Purtroppo, dopo 65 anni
di Costituzione,
l'Italia non è proprio così.
Giuseppe Dossetti nel 1948, foto di Fabrizio Schneider
Giuseppe Dossetti
(1913+1996)
uno dei "padri"
della Costituzione,
in una foto inedita del 1948
di Fabrizio Schneider
"La Repubblica riconosce
a tutti i cittadini
il diritto al lavoro
e promuove le condizioni
che rendano effettivo
questo diritto"
(articolo 4
della Costituzione).

Purtroppo,
questo articolo è
largamente inapplicato.
Giorgio La Pira
Giorgio La Pira
(1904+1977)

Per il link
con l'articolo su La Pira
clicca sulla foto.
"La Repubblica riconosce
i diritti della famiglia
come società naturale
fondata sul matrimonio"
(articolo 29
della Costituzione).

"E' dovere e diritto
dei genitori
mantenere, istruire
ed educare i figli,
anche se nati fuori
del matrimonio"
(articolo 30
della Costituzione).

"La Repubblica agevola
con misure economiche
e altre provvidenze
la formazione
della famiglia
e l'adempimento
dei compiti relativi,
con particolare riguardo
alle famiglie numerose"
(articolo 31
della Costituzione).

In realtà, queste norme
sono poco applicate.
Anzi, "la Repubblica"
tassa i genitori
con figli a carico
come se non li avessero,
salvo qualche piccolo
sconto fiscale,
e così non "agevola"
ma disincentiva
la formazione
della famiglia
e non aiuta i genitori
a "mantenere i figli".
Amintore Fanfani
Amintore Fanfani
(1908+1999)

Per il link
con l'articolo su Fanfani
clicca sulla foto.
Quando i "padri costituenti"
scrissero nell'articolo 11
della Costituzione che
"l'Italia ripudia la guerra
come strumento
di offesa alla libertà
degli altri popoli
e come mezzo
di risoluzione
delle controversie
internazionali",
non intendevano
escludere
dal RIPUDIO
le guerre non dichiarate
e spacciate
per "interventi di pace".
Aldo Moro
Aldo Moro
(1916+1978)

Per il link
con un ricordo di Moro
clicca sulla foto.
Quando i "padri costituenti"
scrissero nell'articolo 2
della Costituzione che
"la Repubblica riconosce
e garantisce i diritti
inviolabili dell'uomo"
(cioè dell'essere umano),
tra i quali primeggia
il diritto alla vita,
non intendevano
certamente escludere
dalla qualifica
di esseri umani
e dal diritto alla vita
i bambini nascituri
indesiderati,
come fa sostanzialmente
la legge 194 sull'aborto.
Giuseppe Lazzati
Giuseppe Lazzati
(1909+1986)
Conferenza satirica sulla
Costituzione all'italiana
Accogliendo l’invito del Capo dello Stato
a leggere e commentare la Costituzione,
il liceo di Via Mazzini organizzò
un apposito ciclo di conferenze.

Al primo incontro, sui “Valori morali
della Costituzione repubblicana”,
gli studenti ascoltarono un appassionato discorso del professor Moro,
anziano testimone del periodo storico
in cui si formò la “carta d’identità
democratica della nazione”.

Al secondo incontro, sulla “Costituzione
all’italiana”, si udì tutt’altra musica:
suonata dall’avvocato Cicerone,
principe del Foro… romano, autore
del manuale di diritto privato
“De re publica / Pro domo sua”.

“Parliamoci chiaro: quello che è scritto
nella Costituzione - esordì l’insigne
giurista - non va preso alla lettera,
ma interpretato alla luce
delle convenienze politiche di chi è
momentaneamente al potere in virtù
del sistema elettorale vigente”.

“Le parole della Magna Charta, nell’era
della flessibilità, non possono più
essere pietre, come quelle
di un celebre romanzo di Carlo Levi:
infatti, particolarmente nell’ultimo
decennio, hanno dovuto affrontare
un liberalizzante processo di revisione
dei significati, per adattarsi
alle mutevoli esigenze del mercato…
pubblicitario”.

“Ciò consente oggi, per tacito accordo
bipartisan (destra-sinistra), di
corroborare la legittimità democratica
di chi è stato mandato al potere
da una sia pur larga minoranza
di consensi elettorali, mediante
un giochino di parole molto simile
al gioco delle tre carte:
un impercettibile scambio
di espressioni tendente a far credere
all’opinione pubblica che la quasi
maggioranza dei voti validi ottenuta
alle elezioni dai vincitori, si identifichi
non solo con la maggioranza
dei votanti, compresa la solita valanga
di schede bianche o nulle, ma anche
con la maggioranza degli elettori,
compresa l’enorme massa di coloro
che hanno disertato le urne”.

“Così, non importa che nelle elezioni
politiche del 2001 la coalizione
vincente abbia conquistato
una schiacciante maggioranza
di seggi con il 49,6 per cento dei voti
validi, corrispondenti al 37,2
per cento di tutto l’elettorato
della Camera dei deputati.
L’importante è che quel 37,2 per cento
di consensi espressi sia ufficialmente
accreditato come maggioranza
del popolo italiano, grazie ad una legge
elettorale che l’evoluzione del lessico
politicamente corretto non permette
più di chiamare truffa”.

“Ed è proprio dal presupposto
della coincidenza tra maggioranza
parlamentare e volontà del popolo
sovrano, che trae legittimità il potere
attribuito a chi abbia vinto le elezioni
di comportarsi da asso pigliatutto
e di cambiare a proprio vantaggio
le regole costituzionali”.

Riguardo alla Magna Charta
della Repubblica, l’oratore precisò
che bisognava distinguere tra una
Costituzione ideale, quella italiana,
generosamente utopistica
e ingenuamente retorica come tutte
le Costituzioni, e una Costituzione
materiale non scritta, quella all’italiana,
che regolava effettivamente la vita
del Paese e il funzionamento delle sue
istituzioni, integrando o rettificando
gli enunciati dei Principi fondamentali
e dei Diritti e doveri dei cittadini,
e accomodandone l’interpretazione.

Il modello a cui si ispirava
l’integrazione correttiva dei principi
costituzionali, secondo l’avvocato
Cicerone, assomigliava molto a quello
adottato nella "Fattoria degli animali"
dello scrittore George Orwell. Dove,
per esempio, al comandamento
“Tutti gli animali sono uguali”,
i porci saliti al potere avevano
aggiunto: “ma alcuni animali sono
più uguali degli altri”. E il divieto
“Nessun animale berrà alcolici”
era stato completato, a beneficio
sclusivo di quei maiali, con la postilla
antiproibizionista “in eccesso”.

“Analogamente - proseguì il relatore -
la Costituzione materiale del nostro
Paese, tenendo conto della realtà,
riconosce che la legge non è uguale
per tutti ma per quasi tutti, e che
gli uomini sono di regola molto più
uguali delle donne nel governo
della politica e delle istituzioni”.

“Sulla questione, tutt’altro che pacifica,
del ripudio della guerra, i più recenti
aggiornamenti della Costituzione
materiale hanno recepito
una belli…cissima integrazione
del testo base: l’Italia ripudia
la guerra… formalmente dichiarata,
ma non disdegna interventi
delle sue forze armate che comportino
bombardamenti, combattimenti,
ammazzamenti e occupazione
di territori altrui a scopo di pace”.

“Viene, tuttavia, mantenuto - concluse
l’avvocato - il giuramento di fedeltà
alla Costituzione scritta che i ministri
devono prestare nelle mani
del Presidente della Repubblica,
ma solo come una cerimonia rituale
in cui si scattano delle foto-ricordo:
chi volete che creda più ai giuramenti?
Poi, un qualunque ministro è libero
di minacciare la rottura dell’unità
nazionale sancita dall’articolo 4,
o di mettere al cesso la bandiera
tricolore dell’articolo 12…”.

“In questo modo - domandò, preoccupato,
lo studente Pierini - che figura ci fa
all’estero il nostro Governo?”.
“Una figura… all’italiana”,
lo rassicurò l’avvocato.

Dal libro AD CATHEDRAM
di Nicola Bruni (2004)
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Torrino del Palazzo del Quirinale, foto di Nicola Bruni - link Repubblica
Sullo sfondo,
i Giardini del Quirinale
aperti alla cittadinanza
per la Festa della Repubblica
il 2 giugno 2007
(foto di Nicola Bruni).
Link con la pagina iniziale del Belsito
Dossetti, La Pira, Fanfani, Moro e Lazzati furono gli intellettuali cattolici,
eletti all'Assemblea Costituente per la Democrazia Cristiana,
che dettero il maggior contributo di idee alla formulazione
del testo della Costituzione repubblicana.
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