L'8 dicembre 1965 si concludeva il Concilio ecumenico Vaticano II,
un grande evento storico che ha dato inizio ad una nuova civiltà dei rapporti umani
Basilica di San Pietro, La Gloria, di G. L. Bernini, foto di Nicola Bruni
Il Concilio dell'amicizia
Il Concilio Vaticano II riunito nella Basilica di San Pietro
L’8 dicembre 1965 si chiudeva
il Concilio ecumenico Vaticano II,
convocato e inaugurato nel 1962
dal papa Giovanni XXIII e portato
a compimento dal suo successore Paolo VI.
Un grande evento storico
che ha segnato una svolta nella vita
e negli orientamenti della Chiesa cattolica,
ha avviato il cammino ecumenico verso
la ricomposizione dell’unità tra i cristiani,
ha dato inizio ad una nuova civiltà
dei rapporti umani nel mondo:
quella del rispetto, dell’incontro,
del dialogo, dell’amicizia
e della cooperazione per il bene comune
e la pace tra persone di fede diversa,
e tra credenti in Dio e non credenti.

In questa linea, si sono collocate
la proclamazione del principio
della libertà religiosa e di coscienza
come diritto naturale di ogni essere
umano, con la ripulsa di qualsiasi
discriminazione o persecuzione;
la revoca delle scomuniche
ai “fratelli separati” (non più “eretici”)
delle altre confessioni cristiane,
accompagnata da gesti di riconciliazione;
la dichiarazione che la Chiesa
“nulla rigetta di quanto è vero e santo”
nelle altre religioni, mentre annuncia
a tutti Cristo “via, verità e vita”.

Ancora, il riconoscimento dello speciale
vincolo che lega cristiani ed ebrei,
attestazioni di stima per i musulmani,
apprezzamenti per l’induismo
e il buddismo, l’impegno
a “promuovere l’unità e l’amore”
tra i popoli nella convinzione
che “tutti gli uomini costituiscono
una sola comunità”,
la condanna del razzismo e della guerra.
Per ricordare lo spirito del Concilio,
mi piace riassumere una riflessione contenuta
nel discorso conclusivo
che Paolo VI rivolse, il 7 dicembre 1965, all’assemblea dei vescovi
di tutto il mondo
riunita nella basilica di San Pietro:
Papa Paolo VI
Giovan Battista Montini
che fu papa Paolo VI
dal 1963 al 1978.
"Il principale valore religioso del nostro Concilio
è stato la carità. Il Concilio ha considerato
l’eterno viso bifronte dell’uomo, la sua miseria
e la sua grandezza, il suo male profondo
ed il suo bene superstite. Ma si è soffermato
ben più a questa faccia felice dell’uomo:
il suo atteggiamento è stato volutamente ottimista.
Una corrente di affetto e di ammirazione si è riversata dal Concilio sul mondo umano moderno.
Riprovati gli errori, sì, perché ciò esige la carità,
non meno che la verità; ma per le persone
solo richiamo, rispetto ed amore.
Invece di deprimenti diagnosi, incoraggianti rimedi,
invece di funesti presagi, messaggi di fiducia sono partiti dal Concilio verso il mondo, con l’amichevole invito, rivolto a tutti gli uomini, a ritrovare Dio attraverso l’amore fraterno, a ravvisare nel volto
di ogni essere umano il volto divino di Cristo".
.
E’ lo spirito dell’insegnamento di Giovanni XXIII,
che esortò a distinguere l’errore dall’errante,
a respingere il peccato ma non il peccatore;
a preferire nel rapporto con gli altri la ricerca
dei valori comuni, di ciò che unisce
rispetto a ciò che divide;
a non dare ascolto ai profeti di sventura,
e operare invece con generosa dedizione
e cristiano ottimismo per rendere
più giusta e solidale la convivenza umana.

Nicola Bruni
La Tecnica della Scuola - 1 dicembre 2005
.
LA RIFORMA LITURGICA
Il 4 dicembre 1964, al termine della seconda
sessione del Concilio Vaticano II,
Paolo VI promulgava la costituzione apostolica
"Sacrosanctum Concilium".
Il documento poneva le premesse
per quella riforma liturgica che avrebbe inciso
visibilmente nella vita e nella prassi
delle comunità cristiane, con la celebrazione
della Messa nelle lingue nazionali dei rispettivi
popoli, anziché in latino, e lo spostamento
dell'altare, che sarebbe stato rivolto
verso l'assemblea dei fedeli.
.
Papa Giovanni
io lo ricordo così
L’ELEZIONE - In quel pomeriggio del 28 ottobre 1958, a 17 anni, mi trovavo
con alcune decine di migliaia di persone
in Piazza San Pietro ad aspettare l’elezione del successore di Pio XII, quando
dal comignolo della Cappella Sistina,
dove si teneva il Conclave dei cardinali, cominciò ad uscire del fumo: inizialmente
di un colore indistinto… poi nero…
poi grigio… poi argenteo… infine tendente al bianco. "E’ bianco! E’ bianco! E’ stato fatto il Papa!", gridava la folla esultando.
Papa Giovanni XXIII
Angelo Giuseppe Roncalli
che fu papa Giovanni XXIII dal 1958 al 1963.
Nessuno, però, sapeva chi fosse l’eletto.
Ci volle circa un’ora prima che il cardinale Canali si affacciasse a rivelarne il nome dalla loggia centrale della basilica, con
il tradizionale annuncio "Habemus Papam": Angelo Giuseppe Roncalli, che aveva scelto di chiamarsi Giovanni XXIII. Sentii dire
da una radiolina che era il patriarca, cioè
il vescovo, di Venezia, e che la scelta
dello Spirito Santo si era posata su un figlio di umili e devoti contadini del Bergamasco.
Quella sera, potei appena scorgere da lontano la sagoma massiccia del nuovo Papa, mentre impartiva la sua prima benedizione apostolica. Ma in seguito, vivendo a Roma, ebbi diverse occasioni
di vederlo bene, anche da vicino,
e di ascoltare la sua voce.

IL CARISMA - Non si può dire che fosse
un bell’uomo: era un vecchietto tarchiato,
obeso, con le orecchie a sventola
e un naso prominente, piuttosto goffo
nell’indossare i paramenti pontifici,
ma… nel sorridere e nel parlare emanava
una straordinaria simpatia. Insomma,
era dotato di uno speciale carisma.

Il carisma può essere definito come
una dote naturale, o sovrannaturale,
che fa di una persona un leader rendendola
capace di esercitare un grande fascino
su una moltitudine di seguaci, sostenitori
o ammiratori. Nel caso di Papa Giovanni,
si disse che aveva il carisma della bontà
e della santità, di cui sembravano accorgersi anche i non credenti. Colpivano, soprattutto, la sua paterna affabilità,
la sua semplicità, e l’apparente ingenuità delle parole con cui esprimeva una serena fiducia nella Divina Provvidenza.

IL FUNERALE - Ero presente al solenne funerale di Giovanni XXIII in Piazza
San Pietro, nel giugno del 1963.
Mentre il feretro scoperto con la salma
del Papa attraversava la folla, riconobbi accanto a me un anziano signore, voltato all’indietro, che sollevava uno specchietto inclinandolo per guardare al di sopra
delle teste: era il celebre scrittore e pittore ebreo Carlo Levi. Del quale, più in là,
lessi un elogio di Giovanni XXIII
come costruttore di storia,
nel senso di costruttore di pace
sulla base di nuovi rapporti umani.

PROFETA DEL DIALOGO - Questo Papa
è stato l’iniziatore di una svolta nella storia
dei rapporti umani, avviata dalla Chiesa cattolica con il Concilio Vaticano II
da lui convocato nel 1962. Una svolta caratterizzata dalla proclamazione
del principio della libertà religiosa
e di coscienza; dalla fine delle reciproche condanne e scomuniche fra le Chiese cristiane; dall’apertura di un dialogo rispettoso e amichevole con i fratelli separati (non più eretici da bruciare sul rogo)
per la ricomposizione dell’unità della Chiesa; dalla cancellazione dell’accusa
di deicidio (uccisione di Dio) rivolta
in passato agli ebrei, successivamente
rivalutati e riabbracciati da Giovanni
Paolo II come fratelli maggiori dei cristiani;
dall’apertura del cattolicesimo al dialogo
con le religioni non cristiane
per la costruzione della pace,
e alla collaborazione in campo politico
e sociale con i non-credenti
per il bene dell’umanità
e delle singole comunità nazionali.

GRANDE SVOLTA EDUCATIVA- Si è trattato
anche di una grande svolta educativa,
ispirata a tre importanti direttive
contenute nell’insegnamento
di Giovanni XXIII: la prima invitava
a distinguere l’errore dall’errante,
cioè a respingere il peccato ma non
il peccatore; la seconda, a preferire
nel rapporto con gli altri la ricerca di ciò
che unisce a quella di ciò che divide;
la terza, a non dare ascolto ai profeti
di sventura, che annunciano eventi
sempre infausti come se incombesse
la fine del mondo, e adoperarsi invece
con generosa dedizione e cristiano
ottimismo per rendere più giusta
e solidale la convivenza umana.

Dunque, Giovanni XXIII non è stato
un papa buono nel senso di bonaccione…
buono a nulla. Al contrario, è stato
un papa molto deciso e coraggioso,
che univa alla bontà una grande
sapienza profetica.

Nicola Bruni
Matrimonio nella chiesa di San Nilo a Grottaferrata, foto di Nicola Bruni 27.1.2007
Matrimonio celebrato secondo
il nuovo rito greco-cattolico
nella chiesa dell'Abbazia di San Nilo
a Grottaferrata il 27 gennaio 2007
(foto di Nicola Bruni).
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Nel nuovo rito del matrimonio cattolico cambia la formula
del consenso espresso dagli sposi
"Io accolgo te"
Le innovazioni introdotte,
dal 28 novembre 2004, nel rito
del matrimonio cattolico celebrato
in Italia meritano di essere portate
a conoscenza dei giovani,
per il loro contenuto educativo,
come riproposta di un modello
ideale di virtù coniugali:
fedeltà nell’amore per tutta la vita, dedizione reciproca
nella buona e nella cattiva sorte, corresponsabilità nella procreazione e nell’educazione cristiana dei figli.

La novità più appariscente
è costituita dal cambiamento
della formula del consenso nuziale:
“Io accolgo te come mia sposa/o"
che sostituisce "Io prendo te...".
Dire "accolgo te" -
è stato spiegato - significa che
per ciascuno sposo l’altro non è qualcosa di cui si prende possesso, ma un dono mandato da Dio che
si accoglie con pari dignità e piena condivisione nella propria vita.

Questa dichiarazione è accompagnata da una reciproca solenne promessa di fedeltà
e di amore, a cui si fa precedere
un atto di fiducia nell’aiuto di Dio:
“Con la grazia di Cristo
prometto di esserti sempre fedele,
nella gioia e nel dolore,
nella salute e nella malattia,
e di amarti e onorarti
tutti i giorni della mia vita”.
La riforma si applica
alle due tipologie di matrimonio
previste per i battezzati,
quella con l’Eucarestia
e quella senza l’Eucarestia
(ovvero fuori della Messa),
mentre resta invariato il rito
delle nozze miste, che si celebra
in chiesa con una ridotta
“liturgia della Parola”.

In tutti e tre i casi,
il matrimonio valido dei battezzati
è un sacramento,
che conferisce ai coniugi
un particolare stato di grazia,
anche se la differenziazione
liturgica tiene conto
delle diverse condizioni
di fede dei contraenti.

Nel nuovo rito, il cerimoniale
si arricchisce di gesti simbolici accentuando il carattere
ecclesiale dell’evento,
la liturgia si “personalizza”
adattandosi al tipo di religiosità
degli sposi, che possono scegliere
tra diverse formule,
e si amplia il “lezionario”
dei brani da cui trarre le letture.

In particolare, è stabilito che
il sacerdote accolga gli sposi,
con i loro genitori e i testimoni,
alla porta della chiesa e li guidi
in processione davanti all’altare.
La celebrazione si apre
con la “memoria del battesimo”,
gli sposi vengono aspersi con l’acqua benedetta e, dopo la proclamazione della Parola di Dio, baciano il Vangelo.
Tra le preghiere sono inserite
le litanie dei santi che vissero
in stato coniugale.

Al termine, può essere consegnata
agli sposi una copia della Bibbia,
“affinché la Parola di Dio
accompagni la vita
della nuova famiglia”.

Nicola Bruni
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Elina e Nicola sposi il 3 luglio 1974 a Catania
Elina e Nicola sposi
il 3 luglio 1974 a Catania.
Giovanni XXIII invitò i cristiani a distinguere l’errore dall’errante,
cioè a respingere il peccato ma non il peccatore,
e a dialogare con tutti.
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"Il principale valore religioso del nostro Concilio è stato la carità.
Il Concilio ha considerato l’eterno viso bifronte dell’uomo,
la sua miseria e la sua grandezza, il suo male profondo
ed il suo bene superstite. Ma si è soffermato ben più
a questa faccia felice dell’uomo:
il suo atteggiamento è stato volutamente ottimista.
Riprovati gli errori, sì, perché ciò esige la carità,
non meno che la verità;
ma per le persone solo richiamo, rispetto ed amore".

Paolo VI
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