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| La scuola elementare Alessandro Manzoni di Roma,
già intitolata a Mario Guglielmotti,
"martire della Rivoluzione fascista".
Foto di Nicola Bruni. |
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| Conservo ancora i tre volumi del “Nuovo sommario
di filosofia” di “E. P. Lamanna” (ed. Le Monnier),
che ebbi come libro di testo negli anni del liceo classico,
dal 1957 al 1960. Li avevo acquistati, tutti e tre, già usati
e non li usai molto di più, poiché il mio professore,
Paolo Mix, ci faceva studiare sui suoi appunti.
All’epoca, questo manuale sembrava godere
di grande credito tra gli insegnanti della materia,
tanto da essere l’unico o il più adottato per la storia
della filosofia nel mio istituto, l’Augusto di Roma.
Ho appreso, perciò, con grande stupore, leggendo
il saggio di Ugo Piscopo “La scuola del regime”
(ed. Guida 2006), che il terzo volume del mio vecchio
“E. P. Lamanna” (edizione 1957, prezzo di copertina
Lire 750) è l’erede diretto del fascistissimo
terzo volume del “Sommario di filosofia per i licei
classici” curato dal medesimo Eustachio Paolo
Lamanna per i tipi dell’editrice fiorentina Le Monnier:
cioè di quello che fu, dal 1936, il testo di storia
della filosofia “più diffuso nelle scuole e nelle università
italiane del Ventennio e tale resterà, emendato
nel terzo volume, […] dal secondo dopoguerra
fino agli inizi degli anni Sessanta”. |
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| Quell’autore, come ci informa Piscopo, aveva impegnato
addirittura più di cento pagine del terzo volume del suo
“Sommario” per elevare “un peana alla dottrina
del Duce e al fascismo assurti a materia
di pensiero risolutiva, in via definitiva e universale,
delle questioni aperte e delle contraddizioni
di ragione e azione della modernità”.
Aveva proposto come valori indiscutibili
la “razza”, la “gerarchia”, perfino la guerra
e “l’educazione guerriera”; aveva esaltato
come provvidenziale per l’Italia l’avvento del regime
totalitario fascista; e sviluppando un discorso
“accuratamente depurato di ogni germe di criticità,
di dubbio, di problematicità” aveva spinto
la sua “voluptas serviendi” (la voluttà di servire
deprecata da Tacito) nei confronti del Duce
fino a teorizzare la “libertà come volontà
d’obbedire a chi sa comandare”.
Nonostante questi suoi trascorsi di fascista “sfegatato”,
quindici anni dopo la fine del Duce,
Eustachio Paolo Lamanna, “mutatis mutandis”,
veniva ancora adottato come maestro del pensiero,
nei licei dell’Italia democratica. |
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| Conservo anche il dizionario linguistico-enciclopedico
“Il novissimo Melzi” (ed. Vallardi 1934),
già posseduto da mio padre, che fu il mio unico
vocabolario di italiano negli anni della scuola
elementare e della scuola media, dal 1947 al 1955.
Era stato anche “il vocabolario più amato
dagli italiani” nella seconda metà degli anni Trenta.
Scopro ora, grazie al libro di Piscopo, che esso contiene
numerose “perle nere” di propaganda fascista,
a cominciare dalle quasi otto pagine
di panegirico dedicate alla voce “Fascismo”,
comprendente la biografia politica di Mussolini.
Qui, fra l’altro, si arriva a dare una connotazione
religiosa, di guerra santa della verità contro l’errore,
all’intollerante dittatura mussoliniana:
“Il – fu intollerante con l’errore ostinato e in mala fede,
e codesta sua insofferenza trasse da una fede
che dà a tutto il movimento di rieducaz. nazionale
la sostanza di una sua grande e profonda religiosità.
[…] Perciò occorre frenare ogni licenza,
ed il – , in questa fase, più che Francescano
fu Domenicano. Nel – c’è sempre stata, ed è andata
a mano a mano consolidandosi, una religiosità
combattente per il vero contro l’errore”.
Viceversa, in questo dizionario, i lemmi della cultura
antifascista o non fascista “sono messi alla berlina
o in castigo, comunque fanno la figura
dei segni ridicoli e miserabili”.
Ecco, per esempio, come Il novissimo Melzi
distorce l’immagine di Giacomo Matteotti
(il deputato socialista che fu rapito e assassinato
da una banda fascista dopo che in un discorso
alla Camera aveva accusato i fascisti di brogli
e violenze alle elezioni del 1924),
presentandolo come un notabile locale,
possidente e socialista, rimasto vittima
di un reato di delinquenza comune:
“Socialista del Polesine, possidente, influentissimo
nel rodigino. Neutralista e disfattista nel periodo
della grande guerra. Deputato dal 1919.
Morte violenta lo soppresse durante un sequestro
di persona fra il dolore di tutti i partiti. Le opposizioni
parlamentari si fecero strumento della morte
di – per una campagna indegna, quanto sterile”. |
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| Di una vicenda trasformistica analoga a quella
del “Sommario” di Lamanna si rese protagonista,
come racconta Piscopo, una fortunatissima
antologia di letteratura italiana per i licei
curata da Augusto Vicinelli: nata all’inizio degli anni
Quaranta con il titolo “Le quattro corone:
Carducci, Pascoli, D’Annunzio, Mussolini”
(ed. Mondadori), si riciclò nel dopoguerra
con una corona di alloro poetico in meno
(“Le tre corone: Carducci, Pascoli, D’Annunzio”)
conservando un buon successo di adozioni nelle scuole.
Nella versione fascista, il libro esalta e porta
alle estreme conseguenze il mito di un Duce geniale
in tutti campi, dedicandogli un centinaio di pagine:
sommo Statista, sommo Seduttore di folle,
sommo Profeta di una nuova epoca, sommo Oratore,
sommo Pensatore, sommo Scrittore, sommo Poeta…
della stessa pasta e della stessa levatura
degli ultimi grandi lirici italiani.
Nella versione “democratica”, invece,
non lo nomina nemmeno tra i poeti minori.
Sic transit gloria mundi. |
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| Scolari e Figli della Lupa |
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| Ai tempi in cui il Duce passava
per un genio, il citato Ugo Piscopo
era un bambino: nel 1940, a sei anni
compiuti, si iscrisse alla prima
elementare e fu arruolato d’ufficio
come Figlio della Lupa nella GIL
(Gioventù Italiana del Littorio)
del Fascio di combattimento
di Pratola Serra, in provincia
di Avellino. Il sabato pomeriggio
doveva presentarsi a scuola
in uniforme per le esercitazioni
paramilitari. Ancora non aveva
imparato a leggere e scrivere,
quando gli fu assegnata una tessera
GIL del Partito Nazionale
Fascista che gli attribuiva
il seguente giuramento:
“Nel nome di Dio e dell’Italia giuro
di eseguire gli ordini del Duce
e di servire con tutte le mie forze
e se è necessario col mio sangue
la causa della Rivoluzione Fascista”.
Nella sua pagella, con la doppia
intestazione del Ministero dell’Educazione Nazionale
e della Gioventù Italiana
del Littorio - PNF, e una cartina
dell’Italia imperiale immersa
nel Mare Nostrum, figurava
tra le altre una materia intitolata
”Nozioni varie e cultura fascista”,
una disciplina per la quale
il bambino doveva “sorbire a scuola
la presenza e le interrogazioni
di un gerarchetto paesano molto
in gambali” e di un “galante ufficialotto”, che veniva anche
a fare la corte alla sua maestra. |
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| Un bambino nell'uniforme fascista
di Figlio della Lupa. |
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| Il mistero della perfida Albione |
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| Appena un anno prima, nell’autunno del 1939, a Roma, era diventato
Figlio della Lupa, con l’iscrizione
alla prima elementare, Alberto Asor
Rosa (oggi, storico affermato
della letteratura italiana), che
rievoca quell’esperienza nel libro
autobiografico “L’alba di un mondo
nuovo” (ed. Einaudi Tascabili
2005) descrivendo così
il “travestimento” a cui doveva
assoggettarsi per le esercitazioni
e le cerimonie fasciste:
“il fez nero sulla testa,
con il pon pon ciondolante
sulle spalle, la camicia nera
d’un tessuto lucido, pesante,
le bandoliere bianche strette
sul petto da un fermaglio metallico
che riproduceva la M vibrante
della firma di Mussolini,
un fazzoletto azzurro stretto
intorno al collo, chiuso
da un medaglione fint’argento
con il profilo imperioso del Duce,
un’ampia fascia elastica,
anch’essa nera alla cintura,
calzoncini corti neri, calzettoni grigioverdi di tipo militare,
e infine scarpe arrangiate
in casa con la tintura nera,
per sembrare anch’esse d’ordinanza”.
Il giorno fissato per il giuramento,
il piccolo Alberto e i suoi
cameratini, “tutti in divisa, affidati
non più ai maestri e alle maestre
ma ai capisquadra
e ai capimanipolo”,
furono inquadrati nel cortile
della scuola, dove “un tale
in stivaloni e divisa nera,
con un enorme berretto
su cui spiccava l’aquila d’oro
del regime”, pronunciò “con voce
scandita e vibrante una formula
di totale, incondizionata fedeltà
al Duce” e poi gli chiese:
“Lo giurate voi?”.
Naturalmente, i bambini risposero
gridando all’unisono
e a squarciagola,
come gli era stato ordinato:
“Lo giuro!”. |
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| Gruppo di alunni di quarta classe
della Scuola elementare Manzoni
di Roma del 1950-51. Io sono
il primo da sinistra in seconda fila.
Per il link con l'articolo sulla mia
esperienza in questa scuola
clicca sulla foto.
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A destra, Alberto Asor Rosa,
autore del romanzo autobiografico
"L'alba di un mondo nuovo", ad un
incontro del 2006 dell'Associazione
degli Augustei, ex Alunni del Liceo
Augusto di Roma, che frequentò
dal 1946 al 1951.
Foto di Nicola Bruni |
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| - Chi ha creato il mondo?
- Mussolini!
(da Il becco giallo, 1924) |
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| Il maestro di Alberto
“era un ex combattente
e un fascista convinto,
ma anche dignitosamente
indigente, e aveva anche lui
i suoi problemi con
l’organizzazione del regime.
Solo, fra tutti gli istruttori,
marciava senza divisa,
con la camicia nera
indossata sotto il suo solito
vestito borghese […],
del che si diceva che fosse
severamente rampognato
dai suoi invisibili ‘superiori’.
Un giorno, in classe […] sbottò,
del tutto a sproposito:
- Porco qui, porco là, a me
chi me la paga la divisa?”.
Gli scolari restarono sbalorditi.
Dopo l’entrata in guerra dell’Italia,
ai Figli della Lupa
della “Guglielmotti” furono
distribuiti dei grandi distintivi
di latta con slogan di propaganda
antibritannica, come “Dio
stramaledica gli inglesi!”
e “Schiacciamo la perfida
Albione!”: “Nessuno di noi -
ricorda l’ex lupacchiotto Alberto -
aveva idea di chi fosse questa
cattiva signora dal nome strano,
e il maestro stesso,
interrogato, se l’era cavata
con uno dei soliti grugniti”. |
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| Un disegno sulla leggenda del console romano Marco Attilio Regolo,
ucciso dai Cartaginesi nel 256 a.C. |
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| Guarda caso, la scuola elementare “Mario Guglielmotti” (ignoto “martire della Rivoluzione fascista”) frequentata a Roma da Alberto Asor Rosa dal 1939 al 1943, è la stessa, ma ribattezzata “Alessandro Manzoni”, dove io imparai
a leggere, scrivere e far di conto
negli anni dal 1947 al 1952.
Nel frattempo, dalle pareti delle aule, erano spariti i ritratti del Re
e del Duce, e delle pratiche
di educazione militare erano
rimasti solo l’ "attenti-riposo"
in classe, quando entrava
una persona di riguardo,
e le marce dei maschietti
in fila per due al ritmo
di “unò-duè-unò-duè-passo”.
Continuava, invece, a proiettare
le sue ombre lunghe l’educazione
guerriera della scuola fascista,
specialmente nell’insegnamento
della storia, che, “maestra di morte” anziché “maestra di vita”,
parlava a noi bambini quasi solo
di guerre e rivoluzioni, additandoci come modelli da imitare
(in linea con il “Siam pronti
alla morte” dell’Inno di Mameli)
una galleria di eroi che avevano
conquistato “la gloria”
sacrificando la propria vita
“per la Patria”: da Leonida
ad Attilio Regolo, da Pietro Micca
ai Fratelli Bandiera,
dai “Cinquecento caduti
di Dogali” a Cesare Battisti.
Di conseguenza, io ricordo che,
per parte mia, a nove anni già
fantasticavo di fare la stessa
fine eroica di Attilio Regolo:
rinchiuso in una botte irta di chiodi
e rotolato giù da un’altura. |
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| Nicola Bruni
da La Tecnica della Scuola
20 dicembre 2006 |
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| Clicca su questa foto
per il link
con la pagina sul Liceo Augusto. |
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