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| Il professor Maffei rispose alla domanda
di Lucilla fingendo di non ricordare bene
l’identità di quel famoso personaggio
del secolo scorso: “Suppongo - disse -
che fosse un grande pacifista…
un grande riformatore della scuola…
un leader della contestazione giovanile
contro l’autoritarismo… un grande
fumatore di sigari che combatteva
per la libertà di… fumare.
Lo suppongo, perché ho visto la sua
immagine sbandierata in cortei
contro la guerra, in manifestazioni
studentesche contro le politiche
scolastiche dei vari governi, e persino
nell’ultima 'okkupazione' del nostro
istituto, in cui fra l’altro si è rivendicato
il diritto allo spinello libero.
O forse, più probabilmente, era
un fascinoso attore del cinema latino-
americano che impersonava il mito
romantico dell’eroe ribelle…
un mito di cui possono innamorarsi
anche giovanissimi fans senza idee
politiche; un mito da attaccare
alla parete con un poster
o da indossare sul cuore con una T-shirt”. |
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| “A professo’!” - lo interruppe Gianni –
Ma che ce sta a pijà pe’…?”. |
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| “Per carità! - ribatté il professor Maffei -
Ho grande rispetto per il mito
rivoluzionario di un uomo che ha
sacrificato la vita inseguendo un ideale
di giustizia senza frontiere, e che è
venerato come un eroe, un martire,
un santo laico da molti milioni
di persone in tutto il mondo.
Ho cercato soltanto di richiamare
la vostra attenzione su alcuni
travisamenti di quel mito”.
“Innanzi tutto, bisogna aver chiaro
in mente che Ernesto Guevara,
detto il Che, non era un pacifista:
non predicava la pace, ma la lotta
armata, la guerriglia rivoluzionaria,
da esportare in altri Paesi, contro l’imperialismo, il neocolonialismo
e i governi reazionari. Quindi, non può
essere un simbolo per chi rifiuti in linea
di principio la guerra, l’uso delle armi,
la pena di morte, la violenza. Non può
essere un modello per quei giovani che
in buona fede dichiarano l’obiezione
di coscienza al servizio militare di leva”. |
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| Roma, Piazza Pio XII, 8 aprile 2007
Foto di Nicola Bruni |
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| Il logo di Che Guevara sulla T-shirt
di una bambina e su uno slip da donna |
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| “Bisogna anche sapere che questo
rivoluzionario cubano, nato
in Argentina, si batteva per la
liberazione dei popoli poveri del Terzo
Mondo dalla miseria, dall’ignoranza
e dallo sfruttamento, ma non
per garantire agli stessi popoli anche
le libertà democratiche. Infatti,
il regime dittatoriale di tipo sovietico
che Guevara contribuì a costruire
a Cuba, come sbocco della rivoluzione
castrista, non solo ha represso ogni
forma di dissenso politico gettando
in carcere gli oppositori, ma ha
violentato a lungo anche la coscienza
cattolica della maggioranza
della popolazione privandola
della libertà religiosa e imponendole
l’ateismo di Stato. Quel regime ha
assicurato, sì, la scuola gratuita
ai giovani cubani, ma una scuola
di regime, non una scuola libera
e democratica. Perciò, la bandiera
rossa del Che non può essere quella
di chi chiede più democrazia
e rispetto della libertà di opinione
e di coscienza fra i banchi”. |
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| “Ancora - proseguì - bisogna sapere
che Guevara non può essere preso
coerentemente a modello da chi aspira
ad accumulare molti soldi e ricchezze
nella vita, come mi è capitato di leggere
nei temi di alcuni suoi fans che da grandi
sognano di diventare miliardari.
Infatti, il Che rinunciò a tutto per servire
la causa dei poveri: rinunciò al suo Paese
di origine, agli agi di una vita borghese,
alla professione di medico appena
iniziata, al potere politico conquistato
a Cuba con la carica di ministro.
Lasciò anche due mogli e cinque figli,
per andare a combattere nella
clandestinità sulle montagne
e morire ammazzato a soli 39 anni,
in Bolivia, il 9 ottobre 1967”. |
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| “Ma, insomma, che cosa fece di tanto
importante il Che - intervenne Andrea -
per meritarsi di diventare un mito
universale che resiste al crollo
del comunismo sovietico?”. |
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| "Se si esclude la sua partecipazione
alla rivoluzione di Fidel Castro,
vittoriosa nel 1959 a Cuba,
e alla fondazione dell’attuale regime
comunista cubano, in realtà Guevara
è stato un eroe delle cause perse
e, secondo alcuni, anche
delle cause sbagliate". |
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| "Per esempio, fu lui
a lanciare la parola d’ordine
‘Creare due, tre, molti Vietnam’,
al tempo in cui i guerriglieri vietcong
contrastavano duramente in quel Paese
l’esercito invasore degli Stati Uniti.
Lo slogan ebbe successo anche in Italia,
tanto che un sindacalista di Sassuolo
arrivò a minacciare: ‘Faremo
della nostra fabbrica un altro Vietnam’.
Ma il mito del Vietnam da moltiplicare
si infranse, pochi anni dopo la morte
di Guevara, con la tragedia
degli 800mila profughi del mare
sud-vietnamiti (i boat-people) seguita
alla vittoria dei vietcong nel 1975,
e il genocidio di 2 milioni di cambogiani,
vittime del regime comunista dei khmer
rossi di Pol Pot fra il ’75 e il ’78”.
Intanto, erano già falliti i tentativi,
condotti personalmente dal Che,
di suscitare rivoluzioni popolari
con imprese guerrigliere nel Congo-Zaire
e in Bolivia, perché le popolazioni
da liberare non insorsero.
Nel paese andino, Guevara, abbandonato
anche dal locale partito comunista,
dopo 11 mesi di vana guerriglia
combattuta con pochi compagni,
fu ferito a una gamba, catturato vivo,
poi assassinato a freddo dalle truppe
governative boliviane”. |
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| Il cadavere del "Che" fotografato a Higueras
in Bolivia il 9 ottobre 1967 |
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| “Le fotografie del suo cadavere
a torso nudo, disteso su un lavatoio
nella scuola del villaggio boliviano
di Higueras, provocarono un’enorme
impressione nell’opinione pubblica
mondiale e ne consacrarono il martirio:
il Che vi appariva maestoso come
un Cristo deposto dalla croce,
con gli occhi aperti e spenti, il bel volto
giovanile sofferente incorniciato
dalla folta capigliatura e dalla barba…
rivoluzionaria.
Dissero di lui che era morto povero
per amore dei poveri.
E anche molti avversari riconobbero
che era stato un eroe pulito,
un uomo generoso e disinteressato”. |
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| “Sembra... una storia da film”, osservò Caterina, asciugandosi una lacrima. |
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| Dal libro di Nicola Bruni
AD CATHEDRAM (2004) |
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| Il "Che" sbandierato anche contro la pena di morte |
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| Come si vede nella foto qui sopra a sinistra, la bandiera rossa di Che Guevara sventolava davanti al Papa,
il giorno di Pasqua 2007, nella Piazza Pio XII antistante Piazza San Pietro, a Roma.
Ci era arrivata, infiltrandosi nella folla dei fedeli riuniti per la benedizione Urbi et orbi, al seguito di un corteo di alcune
centinaia di persone (con bandiere dei Radicali, dei Verdi e di Rifondazione comunista) che manifestavano “contro la pena di morte”.
Mi sembrava di ricordare che il mitico Che Guevara avesse personalmente praticato o avallato moltissime volte la pena di morte,
da guerrigliero castrista, da membro del governo cubano di Fidel Castro e infine da guerrigliero d'esportazione.
Ma forse, poiché "le vie del Signore sono infinite", è possibile che il Che si sia pentito negli ultimi istanti della sua vita,
prima di essere assassinato a freddo da militari dell'esercito boliviano il 9 ottobre 1967,
convertendosi a condannare la pena di morte che quella volta stavano comminando a lui.
Se le cose fossero andate realmente così, la presenza della bandiera del "Che"
alla "marcia contro la pena di morte" sarebbe giustificata.
NICOLA BRUNI |
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