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Lo scontro dei governi "piemontesi" con il brigantaggio nell'ex Regno delle Due Sicilie dal 1861 al 1873
Un'atroce guerra civile rimossa
Mascherata nella storia ufficiale dell’Italia unita come un episodio pur rilevante di repressione della delinquenza organizzata,
ebbe motivazioni di rivolta sociale e di rifiuto della colonizzazione imposta al Meridione dai “piemontesi”
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Le stragi di innocenti - uomini, donne e bambini - a Pontelandolfo e Casalduni fecero scuola alle rappresaglie naziste
Ordine di rappresaglia, impartito il 12 agosto 1861 dal generale Enrico Cialdini, luogotenente del re Vittorio Emanuele II:
“Che di Pontelandolfo e Casalduni non rimanga pietra su pietra”. I due paesi del Beneventano dovevano essere puniti in maniera esemplare
per l’eccidio di una quarantina di soldati italiani impiegati nella repressione del “brigantaggio”,
che vi era stato compiuto da una banda di partigiani borbonici.
La missione fu affidata a due battaglioni
di 500 e 400 bersaglieri, comandati
rispettivamente dal colonnello Pier Eleonoro
Negri e dal maggiore Carlo Melegari, che
entrarono in azione all’alba del 14 agosto.
Come raccontano, da diverse angolature,
tre nuovi libri sulle sorti del Meridione
d’Italia nello Stato unitario: “Terroni - Tutto
quello che è stato fatto perché gli italiani
del Sud diventassero meridionali”,
di Pino Aprile (ed. Piemme),
“Il sangue del Sud - Antistoria del
Risorgimento e del brigantaggio”,
di Giordano Bruno Guerri (ed. Mondadori),
e “1861 - La storia del Risorgimento
che non c’è nei libri di storia”,
di Giovanni Fasanella e Antonella Grippo
(ed. Sperling & Kupfer).
"Così abbrustolimmo Pontelandolfo"
Il bersagliere Carlo Margolfo, di Sondrio,
annotò nel suo diario, ritrovato nel 1975:
“Entrammo nel Paese [Pontelandolfo],
subito abbiamo incominciato a fucilare
i Preti ed uomini quanti capitava, indi
il soldato saccheggiava ed infine abbiamo
dato l'incendio al Paese abitato da circa
4500 abitanti. Quale desolazione, non
si poteva stare d'intorno per il gran calore,
e quale rumore facevano quei poveri diavoli
che la sorte era di morire abbrostoliti,
e chi sotto le ruvine delle case. […]
Casalduni fu l'obiettivo del Maggiore
Melegari. I pochi che erano rimasti si
chiusero in casa, ed i bersaglieri corsero
per vie e vicoli, sfondarono le porte.
Chi usciva di casa veniva colpito con
le baionette, chi scappava veniva preso
a fucilate. Furono tre ore di fuoco, dalle case
venivano portate fuori le cose migliori,
i bersaglieri ne riempivano gli zaini,
e il fuoco crepitava”.
Diario del bersagliere Carlo Margolfo sul massacro di Pontelandolfo del 1861
Un brano del diario del bersagliere Carlo Margolfo,
ripreso dal sito www.pontelandolfonews.com
Massacri, stupri, saccheggi, incendi
I due paesi furono quasi completamente
distrutti. Molte donne furono violentate,
e anche uccise. Una ragazza di sedici anni,
legata a un palo in una stalla, fu stuprata
da dieci bersaglieri, davanti agli occhi
del padre, e poi assassinata. I soldati
entrarono in casa di Giuseppe Santopietro,
che stringeva il figlioletto tra le braccia,
e li trucidarono entrambi a colpi di baionetta.
A Raffaele Barbieri fu strappata la lingua
e il poveretto soffocò nel suo stesso sangue.
Le chiese furono profanate, perfino
nei tabernacoli con le ostie consacrate,
e spogliate di tutto. Quadri, statue di santi,
calici, vasi, ex voto, orecchini, anelli,
collanine e altri oggetti di valore rubati,
ricomparvero l’indomani a Frigneto Monforte,
dove i bersaglieri saccheggiatori allestirono
un mercatino per vendere la refurtiva
(e un sacerdote vi riscattò un calice).
Quanti perirono nella feroce rappresaglia,
non è stato possibile calcolarlo.
Un giornale filogovernativo parlò di 164 morti,
ma secondo altre fonti le vittime sarebbero
state più di novecento e forse duemila.
Centinaia di paesani sopravvissuti
al massacro sarebbero stati condotti
prigionieri verso Cerreto Sannita,
Campobasso e Benevento, e poi
fucilati come antiunitari.
Di loro non si trovò alcuna traccia.
Vicenza, lapide in onore del colonello Pier Eleonoro Negri
Così il Comune di Vicenza rende onore
ogni anno al comandante dei massacratori,
stupratori, saccheggiatori e incendiari
di Pontelandolfo, Pier Eleonoro Negri.
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Link con la pagina iniziale del Belsito
La banda del brigante Cosimo Giordano,
che con la strage di soldati aveva provocato
la rappresaglia, assisté al tragico evento
appostata sui monti. Perciò, la vendetta
del Regio esercito italiano si abbatté non
sugli assassini ma su una popolazione
inerme, anticipando - con l’aggiunta di stupri
e saccheggi - i metodi che avrebbero usato
i nazisti occupanti in Italia fra il 1943 e il 1945.
Fucilazioni facili e senza processo
Qualche tempo dopo, in un rapporto
inviato a Torino, il “viceré” Cialdini,
soprannominato “il Macellaio”, fornì
il seguente bilancio della guerra
al brigantaggio nel solo Napoletano:
8968 fucilati, tra i quali 64 preti e 22 frati;
10.604 feriti; 7112 prigionieri; 918 case
e 6 paesi interamente bruciati; 2905
famiglie perquisite; 12 chiese saccheggiate;
13.629 deportati; 1428 comuni messi in stato
d’assedio [a riprova che si erano ribellati].
Si fucilava senza processo per un semplice
sospetto o per una delazione. Si colpivano
anche gli “indifferenti”. Il generale Enrico
Morozzo della Rocca raccomandava che
non si perdesse tempo a fare prigionieri.
Un comportamento non proprio da “fratelli
d’Italia”, ma da esercito occupante
un territorio straniero nemico
da sottomettere e colonizzare.
Gli ordini erano - riferisce Pino Aprile -
di “fucilare immediatamente” chi venisse
trovato con un’arma “di qualunque specie”,
come pure la falce, il coltello, l’accetta
e altri attrezzi dei contadini. I quali,
di conseguenza, avrebbero potuto recarsi
nei campi solo a mani nude, e a digiuno,
poiché era anche “proibito portare pane
e altri viveri fuori delle mura del comune”.
Così come era vietato far arrivare dai paesi
vicini cibo per i contadini, ai quali
si concedeva di poterne detenere solo
il bastevole “a nutrire per una giornata
ogni persona della famiglia”: avevano
inventato la modica quantità per uso
personale. E domani che si mangia?
E le provviste per l’inverno, i legumi secchi,
le friselle, la farina? Chi osava fare queste
domande, poteva passare per brigante.
Libri sul brigantaggio di Pino Aprile, Giordano Bruno Guerri, Giovanni Fasanella e Antonella Grippo
Proibito il pascolo e vietato lamentarsi
Proibita la caccia, proibito andare nei
boschi, proibita la pastorizia, obbligo
di abbattere entro 48 ore gli stazzi
e le capanne nei boschi. Condanna
a morte “con rito sommario” anche
per “gli spargitori di voci allarmanti”;
per chi inducesse “i villici” al lamento,
alla protesta; per chi insultasse il ritratto
del Re, lo stemma dei Savoia e la bandiera
italiana. A morte chi vede un brigante
e non lo denuncia, chi gli presta qualsiasi
forma di aiuto o indicazione. Come dire:
“Se obbedisci al brigante, ti uccidiamo
noi; se non obbedisci, ti uccide lui”.

In Calabria, il maggiore piemontese
Pietro Fumel, noto torturatore, condannava
a morte, poi annotava di aver fatto fucilare
“trecento briganti e non briganti”.
Ordinò ai proprietari di bruciare i pagliai,
di murare e scoperchiare le case isolate,
di abbattere gli animali, di chiudere tutti
i forni di campagna: niente più pane.
Sennò? Faceva incendiare tutto lui,
e chi non aveva obbedito veniva fucilato.

Un pastorello di 17 anni, che non capiva le
domande dell’ufficiale che lo interrogava,
fu “giustiziato” come brigante perché
trovato a calzare “scarpe in dotazione
all’esercito italiano”.
Garibaldi aveva promesso ai contadini del
Sud l’assegnazione delle terre demaniali,
ma il nuovo Stato italiano, oltre a non
mantenere la promessa, li aggredì con
le vessazioni anti-brigantaggio accennate,
con una tassazione esosa e con coscrizioni
militari obbligatorie per almeno cinque anni,
che toglievano braccia al lavoro dei campi
senza deroghe per motivi familiari.
Tre briganti
"Cafoni" contro "galantuomini"
Secondo Pino Aprile, l’Unità d’Italia
realizzata “a spese del Sud” non debellò
il brigantaggio, ma lo generò “quale
fioritura opportunistica di delinquenti
in una stagione di grande illegittimità
e confusione”; come guerra civile,
fra i “cafoni” derubati delle terre
demaniali già liberamente coltivabili
nel regno dei Borbone e i “galantuomini”
voltagabbana che le avevano usurpate
con licenza dei “piemontesi”; e come
guerriglia di resistenza di ex militari
napoletani, patrioti e cittadini che non
accettavano la fine delle pur limitate
libertà, del relativo benessere e dei diritti
goduti sotto il re Francesco II, e l’avvento
di un regime di terrore, di spoliazione
e arbitrio, instaurato nel Mezzogiorno
da occupanti che parlavano francese
o dialetti mai uditi.
Vincenzo Padula, liberale favorevole alla
causa unitaria, scrisse nel libro “Calabria.
Prima e dopo l’unità”: “Finora avevamo
i briganti, ora abbiamo il brigantaggio;
tra l’una e l’altra parola corre grande
divario. Vi hanno briganti quando il popolo
non li ajuta, quando si ruba per vivere
o morire con la pancia piena; e vi ha
il brigantaggio quando la causa
del brigante è la causa del popolo”.
E’ stato stimato che a opporsi in armi
al nuovo regime furono dagli 80.000 ai
135.000 meridionali; che almeno altrettanti
si prestarono a sostenerli, rifornirli, spiare
per loro; e potevano farlo perché avevano
l’appoggio di buona parte della popolazione.
"Briganti" contro altri briganti
“Il Sud - scrive l’autore di ‘Terroni’ - divenne
terra desolata: corpi lasciati a imputridire
in piazza, altri carbonizzati nelle decine
di paesi arsi, colonne vaganti di decine
di migliaia di profughi, formazioni militari
e paramilitari che infierivano, ognuno
combattendo la propria guerra: briganti,
guerriglieri, soldati savoiardi, milizie private
di possidenti filo-piemontesi e di possidenti
filo-borbonici (si trattava di formazioni
con centinaia sino a un migliaio di armati), carabinieri, camorristi promossi
poliziotti e giustizieri, guardie nazionali,
gruppi di cittadini ‘volenterosi’ e contadini
inferociti (come quelli che affiancarono
i 160 uomini del maggiore napoletano
Achille Liguoro e sgominarono i mille
del colonnello garibaldino Francesco Nullo),
ex militari borbonici, delinquenti puri
pronti a ricattare e sostenere, secondo
le convenienze, una qualsiasi di queste
forze. Nei paesi, le famiglie si trovarono
divise e in guerra contro le altre e fra loro”.
Battaglia tra bersaglieri e briganti
Il pane intinto nel sangue del nemico
La violenza della repressione e il desiderio
di vendetta delle popolazioni colpite
inasprirono il conflitto e fecero
aumentare il numero degli insorgenti.

Montò un tale risentimento, contro
“la dittatura feroce” che aveva messo
“a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole,
crocifiggendo, squartando, seppellendo
vivi i contadini poveri” (scrisse Antonio
Gramsci), che la “turba plaudente”
(riferisce lo storico Antonio Lucarelli
nel libro “Il sergente Romano -
Brigantaggio politico in Puglia
dopo il 1860”, ed. Palomar)
acclamò a Gioia del Colle la moglie
di un brigante, Caterina Colacicco,
quando intinse il pane nel sangue
di un compaesano linciato in piazza,
che aveva arrestato suo marito,
e se ne cibò.
Gli storici locali divergono nel calcolare
tra i centomila e un milione (su una
popolazione dell’ex regno borbonico
di nove milioni di abitanti) il numero
delle vittime “meridionali” della carneficina
“anti-brigantaggio” perpetrata dai governi
post-unitari (che distrussero gran parte
dei documenti su quello che fu uno
sterminio di Stato) considerando anche
quanti perirono di stenti e malattie nelle
carceri o nei campi di concentramento
o in condizione di sentatetto, o di crepacuore
per i lutti subìti, o di suicidio
per disperazione o impazzimento.
Gruppi di briganti
60mila borbonici nei lager "piemontesi"
Quasi 60mila furono i militari borbonici
rinchiusi nelle prigioni sabaude,
per essersi rifiutati di rinnegare
il giuramento di fedeltà al proprio re:
molti di loro vi morirono per il freddo,
la denutrizione e le pessime condizioni
igieniche, specialmente nella terribile
fortezza-lager di Fenestrelle (Torino),
a 1200 metri di altezza. Un trattamento
analogo riserveranno i nazisti a circa
700mila militari italiani catturati dopo
l’8 settembre 1943 e deportati in Germania.

Sull’altro fronte, i militari sabaudi uccisi
dai briganti-partigiani borbonici sarebbero
stati almeno ottomila, più di quanti persero
la vita nelle tre guerre di indipendenza.
E i feriti? Solo dall’autunno del 1863
a quello successivo - come riportato
da Giordano Bruno Guerri - furono ricoverati
in ospedale ben 47.510 soldati impiegati
nel Sud. Diagnosi ufficiale, “febbri”:
1178 ne morirono.
E D'Azeglio disse: "Non ci vogliono"
L’ex primo ministro del Regno
di Sardegna Massimo D’Azeglio,
in una lettera al senatore
Carlo Matteucci, scrisse: “Noi siamo
proceduti innanzi dicendo che i governi
non consentiti dai popoli erano illegittimi
e con questa massima […] abbiamo
mandato a farsi benedire parecchi
sovrani italiani. […] A Napoli abbiamo
cacciato ugualmente il sovrano,
per stabilire un governo sul consenso
universale. Ma ci vogliono, e pare
non bastino, sessanta battaglioni
per tenere il Regno, ed è notorio
che, briganti o non briganti, tutti
non ne vogliono sapere. […]
Capisco che gli Italiani hanno
il diritto di far la guerra a coloro che
volessero mantenere i Tedeschi in Italia;
ma agli Italiani che, rimanendo Italiani,
non vogliono unirsi a noi,
non abbiamo diritto di dare archibugiate
perché contrari all’unità”.
Questa guerra tra italiani - cominciata
nel 1861, incrudelita fino al 1865,
e terminata nel 1873 con l’uccisione
in Calabria dell’ultimo “brigante”
oppositore - è stata praticamente rimossa
dalla storia ufficiale d’Italia, e spacciata
per un episodio sia pur rilevante
di repressione della delinquenza
organizzata. E’ ora di invocare
su di essa la giustizia della verità.

Nicola Bruni
da La Tecnica della Scuola
10 febbraio 2011
Torre campanaria del municipio di Tarquinia, fotro di Nicola Bruni
Sullo sfondo, panorama montuoso di Arena, in provincia di Vibo Valentia.
Foto di Nicola Bruni
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