Piace ai cattolici, e non solo, la dolce e sapiente figura del Papa Benedetto XVI
.








.
Papa Benedetto XVI
Papa Benedetto XVI

Sullo sfondo, la cupola di San Pietro vista da Castel Sant'Angelo (foto di Nicola Bruni).
Nel discorso pronunciato davanti al Parlamento tedesco Benedetto XVI ha posto il problema di come si possa distinguere il bene dal male
"Senza il diritto, lo Stato diventa una banda di briganti"
Grazie, Santo Padre
Benedetto XVI nell'udienza in Piazza San Pietro del 23.2.2008, foto di Nicola Bruni
Il Papa Benedetto XVI durante l'udienza
concessa in Piazza San Pietro a 50mila fedeli
della diocesi di Roma, il 23 febbraio 2008,
per la consegna simbolica della sua lettera
pastorale sull'educazione.

Foto di Nicola Bruni
Piace ai cattolici e non solo,
la dolce figura di Papa Ratzinger:
da quando è stato eletto
al "mandato petrino", il 19 aprile 2005,
è notevolmente cresciuta l'affluenza
dei fedeli di tutto il mondo alle sue
udienze e benedizioni in Vaticano.
E grandi moltitudini si sono strette
con calore attorno al Papa
durante i suoi viaggi apostolici
in Italia e all'estero.
Così commentai
la sua elezione nel 2005
Il nuovo Papa Benedetto XVI, eletto
il 19 aprile 2005, è apparso subito
una persona molto diversa
dall’immagine dura e severa
del cardinale “teutonico”
Joseph Ratzinger, prefetto
della Dottrina della Fede,
accreditata da certi vaticanisti
dei mass-media: quella
di un “Panzer Kardinal”,
di un “conservatore”,
di un “restauratore”,
di un “fondamentalista”,
di un “cane da guardia”
(ora “mastino”, ora “pastore tedesco”)
della più ferrea ortodossia cattolica.
Lui che per 24 anni era stato,
in Vaticano, uno dei principali
collaboratori e consiglieri
di Giovanni Paolo II.

Lo abbiamo visto e sentito in tv,
nelle vesti del “Santo Padre”,
come una “personcina” timida,
mite, gentile, dolce, sorridente,
ma anche forte e carismatica:
un “umile lavoratore nella vigna
del Signore”, che a 78 anni accetta
serenamente di diventare
il “Successore di Pietro”,
fiducioso nell’aiuto di Dio;
un uomo di grande cultura
e di raffinata intelligenza,
capace di usare parole semplici
e di comunicare il suo pensiero
con efficacia.

Mi ero già accorto di come quella
caricatura giornalistica fosse falsa,
ascoltando in diretta tv l’appassionata
omelia tenuta l’8 aprile 2005
dal cardinale Ratzinger al funerale
di Giovanni Paolo II, e da lui conclusa
con un tenero atto di fede:
“Possiamo essere sicuri che il nostro
amato Papa sta adesso alla finestra
della casa del Padre,
ci vede e ci benedice”.

Quello stesso giorno, un mio amico
“laico” mi confidò che gli sarebbe
piaciuto Ratzinger come Papa.
Io concordai nel gradimento,
ma pronosticai che non sarebbe
stato eletto, proprio perché tedesco...
con la “fedina” macchiata
dall’eredità del nazismo.
Ragionavo, però, secondo criteri umani,
supponendo che perfino la scelta
dello Spirito Santo sarebbe stata
influenzata da un pregiudizio geopolitico.

Mi sono sbagliato. E ora mi piace
immaginare che dietro la nomina
di un Papa tedesco, connazionale
di Hitler ma anche di Lutero,
ci sia per contrappasso un disegno
divino di redenzione, di pacificazione
e di ricomposizione dell’unità dei cristiani.

I primi messaggi di Benedetto XVI,
delineano la figura di un Papa che
promette di guidare la Chiesa
in “comunione collegiale” con i vescovi;
che non vuole “perseguire le sue idee”
ma la volontà del Signore;
che ha come “bussola” per orientarsi
gli insegnamenti del Concilio.

Un Papa che invita alla “gioia”
dell’incontro con Cristo risorto;
deciso a compiere “gesti concreti
che smuovano le coscienze”
per la causa dell’ecumenismo;
aperto al dialogo “con le diverse
civiltà” per la pace e il bene
della “famiglia umana”;
e che si rivolge “con affetto” a tutti,
anche a “coloro che seguono
altre religioni” o che ancora “cercano
una risposta alle domande
fondamentali dell’esistenza”.

Un Papa che non propone condanne,
ma richiama l’esempio del Buon Pastore
che si carica sulle spalle la pecorella
debole o malata e va in cerca
di quella smarrita nel deserto:
nel deserto della povertà
e dell’abbandono come in quello
dell’anima e dell’oscurità di Dio.

Nicola Bruni
da La Tecnica della Scuola
5 maggio 2005
"Sono un mendicante davanti a Dio"
"Tutta la mia vita è sempre stata
attraversata da un filo conduttore, questo:
il cristianesimo dà gioia, allarga gli orizzonti.
In definitiva un'esistenza vissuta sempre
e soltanto 'contro' sarebbe insopportabile. [...]
Per quel che riguarda il Papa, anche lui
è un povero mendicante davanti a Dio,
ancora più degli altri uomini.
Naturalmente prego innanzitutto sempre
il Signore, al quale sono legato,
per così dire, da antica amicizia.
Ma invoco anche i santi.
Sono molto amico di Agostino,
di Bonaventura e di Tommaso d'Aquino.
A loro quindi dico: "Aiutatemi"!
La Madre di Dio, poi, è sempre
e comunque un grande punto di riferimento.
In questo senso, mi inserisco
nella Comunione dei Santi.
Insieme a loro, rafforzato da loro,
parlo poi anche con il Dio buono,
soprattutto mendicando,
ma anche ringraziando;
o contento, semplicemente".

Benedetto XVI
dal libro-intervista “Luce del mondo.
Il Papa, la Chiesa e i segni dei tempi”
(Libreria Editrice Vaticana, 2011)
Link con il discorso di Benedetto XVI ad Auschwitz, 2006
Link con il discorso di Benedetto XVI ai CARI FRATELLI EBREI, 2005
Link con il discorso di Benedetto XVI ai CARI AMICI MUSULMANI
Link con la LEZIONE DI SAPIENZA di Benedetto XVI
.


.
Città del Vaticano, Palazzo del Governatorato, foto di Nicola Bruni - link Vaticano
Nel Primo Libro dei Re si racconta che
al giovane re Salomone, in occasione
della sua intronizzazione, Dio concesse
di avanzare una richiesta.
Che cosa chiederà il giovane sovrano
in questo momento importante?
Successo, ricchezza, una lunga vita,
l’eliminazione dei nemici? Nulla di tutto
questo egli chiede. Domanda invece:
“Concedi al tuo servo un cuore docile,
perché sappia rendere giustizia
al tuo popolo e sappia distinguere
il bene dal male” (1Re 3,9).

Con questo racconto la Bibbia
vuole indicarci che cosa, in definitiva,
deve essere importante per un politico.
Il suo criterio ultimo e la motivazione
per il suo lavoro come politico non deve
essere il successo e tanto meno il profitto
materiale. La politica deve essere
un impegno per la giustizia e creare
così le condizioni di fondo per la pace.
Naturalmente un politico cercherà
il successo che di per sé gli apre
la possibilità dell’azione politica effettiva.
Ma il successo è subordinato al criterio
della giustizia, alla volontà di attuare
il diritto e all’intelligenza del diritto.
Il successo può essere anche una
seduzione e così può aprire la strada
alla contraffazione del diritto,
alla distruzione della giustizia.
Una banda di briganti
“Togli il diritto,
e allora che cosa distingue lo Stato
da una grossa banda di briganti?”
ha sentenziato una volta sant’Agostino.
Noi tedeschi sappiamo per nostra
esperienza che queste parole non sono
un vuoto spauracchio. Noi abbiamo
sperimentato il separarsi del potere
dal diritto, il porsi del potere contro
il diritto, il suo calpestare il diritto,
così che lo Stato era diventato
lo strumento per la distruzione
del diritto, era diventato una banda
di briganti molto ben organizzata,
che poteva minacciare il mondo intero
e spingerlo sull’orlo del precipizio.

Servire il diritto e combattere
il dominio dell’ingiustizia è e rimane
il compito fondamentale del politico.
In un momento storico in cui l’uomo
ha acquistato un potere finora
inimmaginabile, questo compito
diventa particolarmente urgente.
L’uomo è in grado di distruggere il mondo.
Può manipolare se stesso.
Può, per così dire, creare esseri umani
ed escludere altri esseri umani
dall’essere uomini.
Come riconoscere ciò che è giusto?
Come riconosciamo che cosa è giusto?
Come possiamo distinguere
tra il bene e il male, tra il vero diritto
e il diritto solo apparente?
La richiesta salomonica resta la questione
decisiva davanti alla quale l’uomo politico
e la politica si trovano anche oggi.

In gran parte della materia da regolare
giuridicamente, quello della maggioranza
può essere un criterio sufficiente.
Ma è evidente che nelle questioni
fondamentali del diritto, nelle quali
è in gioco la dignità dell’uomo
e dell’umanità, il principio maggioritario
non basta: nel processo di formazione
del diritto, ogni persona che ha
responsabilità deve cercare lei stessa
i criteri del proprio orientamento. [...]
In base a questa convinzione,
i combattenti della resistenza hanno
agito contro il regime nazista e contro
altri regimi totalitari, rendendo così
un servizio al diritto e all’intera umanità.
Per queste persone era evidente in modo
incontestabile che il diritto vigente,
in realtà, era ingiustizia.

Ma nelle decisioni di un politico
democratico, la domanda su che cosa
ora corrisponda alla legge della verità,
che cosa sia veramente giusto e possa
diventare legge non è altrettanto evidente. [...]
Come si riconosce ciò che è giusto?
Nella storia, gli ordinamenti giuridici
sono stati quasi sempre motivati
in modo religioso: sulla base di un
riferimento alla Divinità si decide ciò
che tra gli uomini è giusto.

Contrariamente ad altre grandi religioni,
il cristianesimo non ha mai imposto
allo Stato e alla società un diritto rivelato,
un ordinamento giuridico derivante
da una rivelazione. Ha invece rimandato
alla natura e alla ragione quali vere fonti
del diritto - ha rimandato all’armonia
tra ragione oggettiva e soggettiva,
un’armonia che però presuppone
l’essere ambedue le sfere fondate
nella Ragione creatrice di Dio.
Con ciò i teologi cristiani si sono
associati ad un movimento filosofico
e giuridico che si era formato
sin dal secolo II a. Cr.

Nella prima metà del secondo secolo
precristiano si ebbe un incontro
tra il diritto naturale sociale sviluppato
dai filosofi stoici e autorevoli maestri
del diritto romano. In questo contatto
è nata la cultura giuridica occidentale,
che è stata ed è tuttora di un’importanza
determinante per la cultura giuridica
dell’umanità. Da questo legame
precristiano tra diritto e filosofia
parte la via che porta, attraverso
il Medioevo cristiano, allo sviluppo
giuridico dell’Illuminismo fino alla Dichiarazione dei Diritti umani
e fino alla nostra Legge Fondamentale
tedesca, con cui il nostro popolo,
nel 1949, ha riconosciuto
“gli inviolabili e inalienabili diritti
dell'uomo come fondamento di ogni
comunità umana, della pace
e della giustizia nel mondo”.
Il diritto naturale
Per lo sviluppo del diritto e per lo sviluppo
dell’umanità è stato decisivo che i teologi
cristiani abbiano preso posizione
contro il diritto religioso, richiesto
dalla fede nelle divinità, e si siano
messi dalla parte della filosofia,
riconoscendo come fonte giuridica
valida per tutti la ragione e la natura
nella loro correlazione.
Questa scelta l’aveva già compiuta
san Paolo, quando, nella sua Lettera
ai Romani, afferma: “Quando i pagani,
che non hanno la Legge [la Torà di Israele],
per natura agiscono secondo la Legge,
essi … sono legge a se stessi.
Essi dimostrano che quanto la Legge
esige è scritto nei loro cuori, come
risulta dalla testimonianza
della loro coscienza…” (Rm 2,14s).

Qui compaiono i due concetti
fondamentali di natura e di coscienza,
in cui “coscienza” non è altro che
il “cuore docile” di Salomone, la ragione
aperta al linguaggio dell’essere.

Se con ciò fino all’epoca dell’Illuminismo,
della Dichiarazione dei Diritti umani
dopo la seconda guerra mondiale
e fino alla formazione della nostra
Legge Fondamentale la questione
circa i fondamenti della legislazione
sembrava chiarita, nell’ultimo mezzo
secolo è avvenuto un drammatico
cambiamento della situazione.

L’idea del diritto naturale è considerata
oggi una dottrina cattolica piuttosto
singolare, su cui non varrebbe la pena
discutere al di fuori dell’ambito cattolico,
così che quasi ci si vergogna
di menzionarne anche soltanto il termine.
****************************************
La cena di Emmaus, arazzo dei Musei Vaticani, foto di Nicola Bruni
La cena di Emmaus, particolare
di un arazzo dei Musei Vaticani
(foto di Nicola Bruni).
Il Reichstag di Berlino, foto di Nicola Bruni
Il palazzo del Reichstag di Berlino,
sede del Bundestag, il Parlamento tedesco,
davanti al quale il Papa Benedetto XVI
il 22 settembre 2011 ha tenuto la "lectio
magistralis" sulle fonti del diritto riportata
quasi integralmente in questa pagina.
Foto di Nicola Bruni
Vorrei brevemente indicare come
si sia creata questa situazione.
È fondamentale anzitutto la tesi
secondo cui tra l’essere e il dover essere
ci sarebbe un abisso insormontabile.
Dall’essere non potrebbe derivare
un dovere, perché si tratterebbe
di due ambiti assolutamente diversi.
La base di tale opinione è la concezione
positivista, oggi quasi generalmente
adottata, di natura e ragione.
Se si considera la natura – con le parole
di Hans Kelsen – “un aggregato di dati
oggettivi, congiunti gli uni agli altri
quali cause ed effetti”, allora da essa
realmente non può derivare alcuna
indicazione che sia in qualche modo
di carattere etico.
Una concezione positivista di natura,
che comprende la natura in modo
puramente funzionale, così come
le scienze naturali la spiegano, non può
creare alcun ponte verso l’ethos
e il diritto, ma suscitare nuovamente
solo risposte funzionali.
La ragione che esclude l'etica
La stessa cosa, però, vale anche
per la ragione in una visione positivista,
che da molti è considerata come l’unica
visione scientifica. In essa, ciò che non è
verificabile o falsificabile non rientra
nell’ambito della ragione nel senso stretto.
Per questo l’ethos e la religione devono
essere assegnati all’ambito del soggettivo
e cadono fuori dall’ambito della ragione
nel senso stretto della parola.
Dove vige il dominio esclusivo
della ragione positivista - e ciò è
in gran parte il caso nella nostra
coscienza pubblica - le fonti classiche
di conoscenza dell’ethos e del diritto
sono messe fuori gioco.
Questa è una situazione drammatica
che interessa tutti e su cui è
necessaria una discussione pubblica;
invitare urgentemente ad essa è
un’intenzione essenziale di questo discorso.
Il concetto positivista di natura e ragione,
la visione positivista del mondo è
nel suo insieme una parte grandiosa
della conoscenza umana
e della capacità umana, alla quale
non dobbiamo assolutamente rinunciare.
Ma essa stessa nel suo insieme
non è una cultura che corrisponda
e sia sufficiente all’essere uomini
in tutta la sua ampiezza.
Dove la ragione positivista si ritiene
come la sola cultura sufficiente,
relegando tutte le altre realtà culturali
allo stato di sottoculture, essa riduce
l’uomo, anzi, minaccia la sua umanità.

Lo dico proprio in vista dell’Europa,
in cui vasti ambienti cercano
di riconoscere solo il positivismo come
cultura comune e come fondamento
comune per la formazione del diritto,
mentre tutte le altre convinzioni
e gli altri valori della nostra cultura
vengono ridotti allo stato
di una sottocultura.
Con ciò si pone l’Europa,
di fronte alle altre culture del mondo,
in una condizione di mancanza di cultura
e vengono suscitate, al contempo,
correnti estremiste e radicali.

La ragione positivista, che si presenta
in modo esclusivista e non è in grado
di percepire qualcosa al di là di ciò che
è funzionale, assomiglia agli edifici
di cemento armato senza finestre,
in cui ci diamo il clima e la luce da soli
e non vogliamo più ricevere ambedue
le cose dal mondo vasto di Dio.
E tuttavia non possiamo illuderci che
in tale mondo autocostruito attingiamo
in segreto ugualmente alle “risorse” di Dio,
che trasformiamo in prodotti nostri.
Bisogna tornare a spalancare le finestre,
dobbiamo vedere di nuovo la vastità
del mondo, il cielo e la terra e imparare
ad usare tutto questo in modo giusto.
Il movimento ecologico
[...] Direi che la comparsa del movimento
ecologico nella politica tedesca a partire
dagli anni Settanta, pur non avendo forse
spalancato finestre, tuttavia è stata
e rimane un grido che anela all’aria fresca,
un grido che non si può ignorare
né accantonare, perché vi si intravede
troppa irrazionalità.
Persone giovani si erano rese conto
che nei nostri rapporti con la natura c’è
qualcosa che non va; che la materia non è
soltanto un materiale per il nostro fare,
ma che la terra stessa porta in sé
la propria dignità e noi dobbiamo
seguire le sue indicazioni. [...]
Dobbiamo ascoltare il linguaggio
della natura e rispondervi coerentemente.
L'ecologia dell'uomo
Vorrei però affrontare con forza
ancora un punto che oggi come ieri
viene largamente trascurato:
esiste anche un’ecologia dell’uomo.
Anche l’uomo possiede una natura che
deve rispettare e che non può manipolare
a piacere. L’uomo non è soltanto una libertà
che si crea da sé. L’uomo non crea se stesso.
Egli è spirito e volontà, ma è anche natura,
e la sua volontà è giusta quando egli
ascolta la natura, la rispetta e quando
accetta se stesso per quello che è,
e che non si è creato da sé.
Proprio così e soltanto così
si realizza la vera libertà umana.

Torniamo ai concetti fondamentali
di natura e ragione da cui eravamo partiti.
Il grande teorico del positivismo giuridico,
Kelsen, all’età di 84 anni - nel 1965 -
abbandonò il dualismo di essere
e dover essere. Aveva detto che
le norme possono derivare solo
dalla volontà. Di conseguenza,
la natura potrebbe racchiudere in sé
delle norme solo se una volontà avesse
messo in essa queste norme.
Ciò, d’altra parte, presupporrebbe
un Dio creatore, la cui volontà
si è inserita nella natura.
“Discutere sulla verità di questa fede
è una cosa assolutamente vana”, egli
nota a proposito. Lo è veramente? –
vorrei domandare. È veramente privo
di senso riflettere se la ragione oggettiva
che si manifesta nella natura
non presupponga una Ragione creativa,
un Creator Spiritus?
L'idea di uguaglianza
A questo punto dovrebbe venirci in aiuto
il patrimonio culturale dell’Europa.
Sulla base della convinzione circa l’esistenza
di un Dio creatore sono state
sviluppate l’idea dei diritti umani, l’idea
dell’uguaglianza di tutti gli uomini
davanti alla legge, la conoscenza
dell’inviolabilità della dignità umana
in ogni singola persona
e la consapevolezza della responsabilità
degli uomini per il loro agire.
Queste conoscenze della ragione
costituiscono la nostra memoria culturale.
Ignorarla o considerarla come mero
passato sarebbe un’amputazione
della nostra cultura nel suo insieme
e la priverebbe della sua interezza.

La cultura dell’Europa è nata dall’incontro
tra Gerusalemme, Atene e Roma –
dall’incontro tra la fede in Dio di Israele,
la ragione filosofica dei Greci
e il pensiero giuridico di Roma.
Questo triplice incontro forma
l’intima identità dell’Europa.
Nella consapevolezza della
responsabilità dell’uomo davanti a Dio
e nel riconoscimento della dignità
inviolabile dell’uomo, di ogni uomo,
questo incontro ha fissato dei criteri
del diritto, difendere i quali è nostro
compito in questo momento storico. [...]
Benedetto XVI
Berlino, 22 settembre 2011
Link con la pagina iniziale del Belsito
LA FEDE CI CAMBIA LA VITA DANDOCI GIA' UN ANTICIPO DEL REGNO DI DIO

La fede non è soltanto un personale protendersi verso le cose che devono venire
ma sono ancora totalmente assenti; essa ci dà qualcosa.
Ci dà già ora qualcosa della realtà attesa,
e questa realtà presente costituisce per noi una «prova» delle cose
che ancora non si vedono. Essa attira dentro il presente il futuro,
così che quest'ultimo non è più il puro «non-ancora».
Il fatto che questo futuro esista, cambia il presente;
il presente viene toccato dalla realtà futura,
e così le cose future si riversano in quelle presenti e le presenti in quelle future.

Dall'enciclica SPE SALVI del Papa Benedetto XVI
VISITATORI: