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| Cavilletti ricambiò “la sviolinata
dell’amico assessore”, definendolo
“un ottimo portaborse... di studio”.
Quindi passò a delineare il ruolo
dell’avvocato, richiamando
il “fondamentale principio
di civiltà giuridica espresso
da Alessandro Manzoni
nei Promessi Sposi per bocca
del Dottor Azzeccagarbugli:
A SAPER BEN MANEGGIARE LE LEGGI,
NESSUNO E' COLPEVOLE,
E NESSUNO E' INNOCENTE”.
“Vale a dire - chiosò - che compito
dell’avvocato è rigirare le leggi,
le carte e le parole, in maniera tale
da far risultare, secondo la parte recitata
nel processo, innocente un colpevole
da difendere, o colpevole un innocente
da colpire, o viceversa.
Giacché si sa che le leggi
per gli estranei si applicano,
ma per gli amici si interpretano.
In più, è facoltà degli avvocati eletti
in Parlamento prodigarsi per
l’approvazione di normative utili
ad aggiustare o allungare i processi
dei loro clienti. E comunque, fatta
la legge, spetta agli avvocati
trovare l’inganno”. |
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| “La stella polare dell’avvocato -
proseguì - è il fondamentale principio
del diritto mercantile per cui il cliente
(che paga) ha sempre ragione.
E poiché si dà il caso molto frequente
che i clienti più danarosi siano quelli
più disonesti, l’aspirante principe
del foro che voglia fare i soldi
deve orientarsi a stare
preferibilmente dalla loro parte”.
“Del resto, come dicevano gli antichi,
'pecunia non olet', il denaro non puzza
mai, quand’anche provenisse
dalle mani sporche di un rapinatore
assassino, al quale va giustamente
garantito l’inviolabile diritto alla difesa...
tanto più se a pagamento”. |
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| Sullo sfondo, garbuglio
di rami della Via
Appia Antica a Roma.
Foto di Nicola Bruni |
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| “Inoltre, la Costituzione italiana
ci insegna che nessun imputato può
essere considerato colpevole
fino alla condanna definitiva:
neppure se reo confesso
o colto con le mani nel sacco.
E grazie a questa norma garantista,
che fa dell’Italia la patria del diritto e...
del rovescio, i difensori hanno
la possibilità di risolvere a vantaggio
degli imputati anche le cause più
disperate, mandandole per le lunghe
fino ad ottenere prima l’eventuale
scarcerazione per decorrenza
dei termini e poi il proscioglimento
per decadenza dell’azione penale”. |
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| “Qualora, tuttavia, si arrivasse alle soglie
della sentenza definitiva dopo molti anni,
la difesa dell’imputato potrebbe far valere
l’argomentazione che non è umano punire,
a distanza di tanto tempo, un uomo
che ormai non è più lo stesso”.
“C’è poi un’altra scappatoia che l’avvocato
può suggerire all’imputato danaroso:
farsi eleggere membro del Parlamento
comprando sottobanco la candidatura
in un buon collegio elettorale.
Infatti, se il popolo sovrano sceglie come
suo rappresentante un personaggio
inquisito, implicitamente ne ripulisce
la fedina penale, e la magistratura
non può più condannarlo
in nome del popolo italiano
per fatti antecedenti l’elezione.
Almeno così sostengono alcuni
leader politici in conflitto
d’interessi con la giustizia”. |
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| Ma il programma elettorale della coalizione
di governo non garantiva più sicurezza
ai cittadini italiani?
“Certamente: la sicurezza di non andare
incontro a condanne penali definitive,
se ci si affida ad un buon avvocato”.
- E se un cittadino, magari esperto di diritto,
volesse difendersi da solo in un processo
penale, potrebbe farlo?
“Assolutamente no, la legge
lo obbliga a servirsi
di un difensore di professione.
DURA LEX SED LEX!
Anche se devo ammettere che
si tratta di una legge caldeggiata
dalla lobby degli avvocati a cui
mi onoro di appartenere e che,
modestamente, è la più influente
del parlamento italiano”.
- Di quella lobby fanno parte
anche gli avvocati del diavolo?
“Per carità! - ridacchiò l’onorevole
Cavilletti - I cosiddetti avvocati
del diavolo sono degli ecclesiastici
che lavorano per la giustizia divina,
promovendo il contraddittorio
nelle cause di santità della Chiesa
cattolica. Noi avvocati laici, invece,
lavoriamo per la giustizia umana,
che in un’ottica professionale
tendiamo, generalmente, a identificare
con l’interesse del cliente...
anche se questo talvolta è un diavolo
e talaltra un povero diavolo”.
Dal libro AD CATHEDRAM
di Nicola Bruni (2004) |
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| La ricchezza come malattia mentale
in un libro dello psichiatra
di Vittorino Andreoli |
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| La ricchezza è una malattia mentale.
Parola del noto psichiatra Vittorino
Andreoli, che nel libro “Il denaro in testa”
(ed. Rizzoli) descrive le alterazioni
della personalità riscontrabili
nel “malato di denaro”: dipendenza,
cupidigia, avarizia, corruzione,
bulimia degli acquisti, presunzione
di superiorità, delirio di onnipotenza.
Chi è riuscito ad accumulare molto denaro,
generalmente ne desidera sempre di più,
e non accetta di essere messo a riposo,
tanto dolorosa è per lui
l’astinenza dal fare soldi.
Per un bambino ricco, sapere di poter
soddisfare ogni desiderio dipendente
dal denaro è una disgrazia educativa,
perché poi gli sarà impossibile
misurare le proprie forze e i propri limiti.
“Il denaro - annota lo psichiatra - tende
a diventare parte del pensiero
e della vita, come se fosse un organo
che si aggiunge al resto del corpo
e che riesce ad alterare
i meccanismi cerebrali”.
La ricchezza suggerisce una visione
del mondo e della società distorta,
in cui ci sono due diversi tipi umani:
i ricchi e i poveri. I ricchi spesso
si ritengono migliori dei poveri,
come se la povertà fosse il frutto
di una personale incapacità.
Anche perché la ricchezza,
nella considerazione sociale, copre
tutto: la disonestà, la volgarità,
la stupidità, l’ignoranza.
E perché, grazie al denaro, il ricco
può comprarsi perfino una bellezza
fisica artificiale, curarsi meglio
e preservarsi in forma,
diversamente dal povero.
Ciò può indurlo a sentirsi
un superuomo, un intoccabile,
ma difficilmente lo rende felice.
E se la malattia
del singolo “uomo di denari”
può essere curata dalla psichiatria,
questa, purtroppo, è impotente -
lamenta Andreoli - di fronte
alle patologie mentali collettive,
come la corruzione diffusa,
l’egoismo delle classi privilegiate
o la tv asservita agli incassi pubblicitari.
Nicola Bruni
da La Tecnica della Scuola
5 maggio 2011 |
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