L'orrore di Auschwitz
L'ingresso del campo
di sterminio nazista
di Auschwitz I in Polonia,
con la scritta
"Arbeit macht frei"
(Il lavoro rende liberi).
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Reportage fotografico realizzato da Nicola Bruni l'8 settembre 2009
sul campo di sterminio dove fra il 1940 e il 1945 i nazisti assassinarono circa un milione e mezzo
di uomini, donne e bambini, in grande maggioranza ebrei, provenienti da diversi Paesi d'Europa
Lapide in italiano a ricordo delle vittime del lager di Auschwitz-Birkenau, foto di Nicola Bruni
Lapide in italiano posta nel lager di Auschwitz II - Birkenau.
Auschwitz, la torre di ingresso del lager satellite di Birkenau, foto di Nicola Bruni
La torre di ingresso del campo di sterminio
di Auschwitz II - Birkenau, sotto la quale
passavano i treni che trasportavano i prigionieri.
Auschwitz, recinzione di filo spinato ad alta tensione, foto di Nicola Bruni
Una recinzione di filo spinato percorsa da corrente
ad alta tensione nel lager di Auschwitz I.
Auschwitz, un ingresso a celle sotterranee e un patibolo per impiccagioni, foto di Nicola Bruni
Un ingresso a celle sotterranee e un patibolo
per impiccaggioni nel lager di Auschwitz I.
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Visita al campo di sterminio nazista
di Majdanek in Polonia:
una "fabbrica della morte"
dove dal 1940 al 1944 furono "lavorate"
oltre 360mila persone
Damnatio memoriae
Il 27 gennaio, a scuola, il professor Erminio
celebrò il “Giorno della memoria”
dei campi di sterminio nazisti,
istituito con una leggina dal Parlamento
italiano nell’anniversario della liberazione
del lager di Auschwitz (1945).
Introdusse l’argomento porgendo ai suoi alunni
tre foto che lui stesso aveva scattato
molti anni prima in un altro lager
della Polonia, quello di Majdanek.

La prima foto ritraeva una fila di baracche
di legno e una torretta di sorveglianza,
dietro un recinto di filo spinato.
Il lager nazista di Majdanek, foto di Nicola Bruni 1964
Nella seconda si vedeva la facciata di una
baracca, con una targa accanto alla porta.
Lager nazista di Majdanek, baracca di una camera a gas, foto di Nicola Bruni 1964
La terza aveva in primo piano quella targa,
con una scritta in tedesco: “Bad und Desinfektion I”
(Bagno e disinfezione n. 1).
Lager di Majdanek, targa Bad und Desinfektion, foto di Nicola Bruni 1964
Spiegò, quindi, che quella era una delle camere
a gas dove i prigionieri entravano nudi,
senza opporre resistenza, credendo
di andare a fare la doccia e ne uscivano
cadaveri, destinati ad essere ridotti
in cenere nei forni crematori.

Nella “fabbrica della morte” di Majdanek,
dal 1940 al 1944, furono “lavorate”
oltre 360mila persone, uomini, donne
e bambini, di diversa provenienza
e nazionalità, ebrei e non ebrei.
Gli aguzzini nazisti le privarono innanzi tutto
della loro dignità di esseri umani,
poi dei materiali riciclabili (capelli,
denti d’oro, protesi degli arti, occhiali,
indumenti, scarpe ed altri effetti
personali) che ancora avevano indosso,
e infine della vita e del diritto alla sepoltura.

Il museo del lager esibiva ai visitatori
un lugubre campionario di quei materiali,
fra i quali - ricordò il professore con le lacrime
agli occhi - un mucchio di scarpette da bambino.

Erminio mostrò poi un libro fotografico
sull’olocausto polacco, che aveva
acquistato a Majdanek, con testi in inglese,
francese e tedesco. Si intitolava
“1939-1945 / We have not forgotten -
Nous n’avons pas oublié - Wir haben es nnicht
vergessen” (Noi non abbiamo dimenticato)
e conteneva immagini di distruzioni,
fucilazioni, impiccagioni, di corpi scheletriti
di donne e bambini sottoposti ad esperimenti
“scientifici”, di cataste di cadaveri nudi
estratti dalle camere a gas, di poveri resti
umani che venivano infilati nei forni crematori…
Le reliquie dei martiri
esposte nel museo
del lager di Auschwitz
Bambola di una bimba assassinata ad Auschwitz, foto di Nicola Bruni
Una bambola spezzata.
Capelli e tela di capelli di prigionieri assassinati ad Auschwitz, foto di Nicola Bruni
Capelli e tela fatta di capelli.
Protesi ortopediche di prigionieri assassinati ad Auschwitz, foto di Nicola Bruni
Stampelle e protesi ortopediche.
Scarpe di prigionieri assassinati ad Auschwitz, foto di Nicola Bruni
Scarpe di adulti e di bambini.
Occhiali di prigionieri assassinati ad Auschwitz, foto di Nicola Bruni
Occhiali da vista e da sole.
Valigie di prigionieri assassinati ad Auschwitz, foto di Nicola Bruni
Valigie con i nomi dei proprietari.
Scodelle di prigionieri assassinati ad Auschwitz, foto di Nicola Bruni
Scodelle e gavette.
Quel libro raccontava, inoltre,
la storia dell’invasione
tedesca della Polonia, dell’annientamento pianificato
di tutte le sue istituzioni
e della sua classe dirigente
e intellettuale,
della germanizzazione
del suo territorio perpetrata
anche mediante lo sterminio
o la deportazione in massa
degli abitanti, con precedenza
assoluta per gli ebrei.
E riportava una serie di dati
impressionanti: su 3.500.000
ebrei residenti in Polonia
nel 1939, circa 3.200.000
furono eliminati dai nazisti,
mentre ammontava
a 6.028.000 il numero
complessivo dei cittadini
polacchi periti durante
la guerra, dei quali
5.384.000 morti nei lager
(della Polonia
e della Germania)
e 644.000 nel corso
di operazioni militari.

Peraltro, il bilancio
del genocidio
del popolo polacco
si intrecciava con quello
dei cittadini stranieri
deportati e uccisi dai nazisti
nei lager della Polonia,
dove secondo lo stesso
libro persero la vita
circa 6.440.000 persone,
così distribuite:
4 milioni ad Auschwitz-
Birkenau e campi collegati,
750mila a Treblinka,
600mila a Belzec,
360mila a Chelmno,
360mila a Majdanek,
300mila a Sobibor,
70mila a Stutthof.
Senza contare i milioni
di prigionieri scomparsi
nei lager funzionanti
in Germania e nei territori
degli altri Paesi occupati.
Lager nazista di Majdanek, la porta di una camera a gas, foto di Nicola Bruni 1964
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Forni crematori nel lager nazistadi Dachau - link
L'ex deportato Kazimierz Piechowski al muro delle fucilazioni di Auschwitz, foto di Nicola Bruni
L'ex deportato polacco Kazimierz Piechowski,
di 90 anni, davanti al muro delle fucilazioni
del lager di Auschwitz I,
dove furono uccise circa 20mila persone.
Pellegrinaggio interreligioso a Birkenau 8.9.2009 - cardinale Dziwisz, foto di Nicola Bruni
Pellegrinaggio della memoria, lungo i binari
dei treni della morte del campo di Birkenau,
dei leader religiosi partecipanti all'Incontro
internazionale di dialogo tra religioni e culture
organizzato a Cracovia dalla Comunità di Sant'Egidio,
l'8 settembre 2009.
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Clicca su questa foto
per il link con l'articolo correlato.
Auschwitz, l'ingresso di una camera a gas, foto di Nicola Bruni
L'ingresso di una camera a gas di Auschwitz I.

Sotto: l'interno di quella camera a gas
e l'adiacente forno crematorio in cui venivano
bruciati i cadaveri dei prigionieri gasati.
Auschwitz, l'interno di una camera a gas, foto di Nicola Bruni
Auschwitz, un forno crematorio, foto di Nicola Bruni
A quel punto, il professor Erminio
si accorse di essere andato fuori tema,
anzi… fuori legge, rispetto alle disposizioni
giuridiche sul "Giorno della memoria",
e se ne scusò con i suoi allievi.

In effetti, la leggina istitutiva, n. 211
del 20 luglio 2000, aveva riservato
quella giornata al “ricordo dello sterminio
e delle persecuzioni del popolo ebraico
e dei deportati militari e politici italiani
nei campi nazisti”, escludendo
implicitamente dalla commemorazione
le vittime degli stessi lager appartenenti
ad altra etnia o nazionalità (tra cui
oltre due milioni di polacchi cattolici,
circa un milione di tedeschi antinazisti,
mezzo milione di zingari,
un gran numero di francesi e di slavi,
e più di due milioni di prigionieri di guerra
sovietici lasciati morire di stenti),
o a particolari tipologie come
omosessuali, malati di mente e invalidi.

Gli studenti della Quinta C ne rimasero
sconcertati. Non riuscivano a capire
le ragioni di una tale esclusione.
“Questa è una discriminazione razzista!”,
sbottò Irene. E Vanni domandò: “Che
senso ha chiamare 'Giorno della memoria'
l’anniversario della liberazione
di Auschwitz, quando si propone un vuoto
di memoria per le vittime non ebree
o non italiane dei lager di Hitler?”.

Il professor Erminio farfugliò, cercando
una risposta; poi si schiarì la voce,
si tolse un… pelo dalla lingua e disse:

“A me sembra che la maggioranza
del Parlamento italiano abbia
praticamente sponsorizzato,
con questa scelta, la tesi integralista
dell’unicità dell’Olocausto
(quello dei sei milioni di ebrei sterminati
dai nazisti), che comporta la rimozione
dalla memoria storica di altri genocidi,
il cui ingombro potrebbe fargli ombra.
E’ quella che in latino si chiama
DAMNATIO MEMORIAE (condanna
all’oblio, cancellazione del ricordo).
Ogni Stato nazionale, ogni popolo,
ogni regime vi ricorre in qualche misura
per togliere visibilità ad avvenimenti
o personaggi ingombranti del passato,
che non gli convenga ricordare
per ragioni di immagine,
di opportunità o di faziosità politica.
Purtroppo, lo fa, per diverse vicende,
anche l’Italia di oggi:
basta guardare i nostri libri di storia”.

Nicola Bruni
da LA TECNICA DELLA SCUOLA
20 febbraio 2002
Link con il discorso di Bendetto XVI ad Auschwitz nel 2006
Link con la pagina iniziale del Belsito
La scritta beffarda in ferro battuto ARBEIT MACHT FREI (il lavoro rende liberi),
che era stata posta dai nazisti sul cancello d'ingresso
del campo di sterminio di Auschwitz, fu rubata il 18 dicembre 2009
e ritrovata dopo due giorni dalla polizia polacca.
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