Oltreoceano - L'influenza culturale degli Stati Uniti in Italia
Bandiera degli Stati Uniti d'America
Americani
Il professor Tamerici declinò l’abc della nuova identità nazionale, ricostruita sulle ceneri delle Twin Towers,
in rigoroso ordine alfabetico: “Noi, cittadini del Bel Paese, siamo A-mericani, E-uropei, I-taliani”.

“Siamo Americani - spiegò - innanzi tutto perché l’America è cosa nostra: l’abbiamo scoperta noi, con Cristoforo Colombo;
le abbiamo dato un nome con Amerigo Vespucci, la prima bomba atomica con Enrico Fermi,
un grande sindaco di New York con Rudolph Giuliani, un grande Americano a Roma con Alberto Sordi…
E poi un oceano di immigrati, con relativi figli, nipoti e pronipoti, fra i quali molte star del firmamento a stelle e strisce:
da Rodolfo Valentino a Fiorello La Guardia, da Antonio Meucci a Santa Francesca Cabrini, da Al Capone a Tano Badalamenti,
da Frank Sinatra a Martin Scorsese, da Silvester Stallone a Veronica Ciccone…”.
Alberto Sordi nel fim Un americano a Roma
Alberto Sordi nel film
"Un Americano a Roma"
“Se oggi gli Stati Uniti - proseguì - sono
la più grande potenza del globo, lo devono
anche alla linfa vitale fornitagli da questo popolo
di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di pensatori,
di scienziati, di navigatori, di trasmigratori.
Lo devono anche agli attuali 25 milioni di nostri zii
e cugini d’America con cognome italiano”.
D’altra parte, noi siamo Americani anche perché
la nostra attuale cultura, i nostri stili di vita, i nostri consumi sono largamente influenzati da film, telefilm, cartoni animati, fumetti, canzoni, romanzi, miti, mode
e messaggi pubblicitari provenienti dagli Stati Uniti. Siamo Americani, perché fin da piccoli mastichiamo chewing-gum, beviamo Coca-Cola, ingoiamo
pop-corn, indossiamo Levi’s jeans, calziamo Nike, leggiamo Topolino, guardiamo i Simpson,
giochiamo ai cow-boy, spizzichiamo da McDonald’s,
ascoltiamo il rap, cantiamo pop-song,
fumiamo Marlboro, balliamo il rock,
diciamo 'ochei', e ci affacciamo
al mondo dei computer da Windows”.

“Dagli Americani doc abbiamo imparato, fra l’altro,
a mangiare il tacchino, a costruire grattacieli
sulle spiagge, a clonare un discreto numero
di Paperon de’ Paperoni, a divorziare come Liz Taylor, a dotarci di un sistema elettorale capace
di trasformare una minoranza in maggioranza,
a non votare più in massa, a prenderci
come capo del governo un miliardario”.

“Io personalmente - aggiunse l’anziano professore - sono diventato Americano fin da bambino,
dopo aver succhiato un tubetto di caramelle
col buco che un soldato yankee mi regalò
il 4 giugno del 1944, giorno della liberazione di Roma.
Più in là, i miei genitori mi fecero capire che dovevo
essere doppiamente grato ai soldati americani,
perché, oltre a liberarci dai nazisti, ci avevano salvato la vita nel bombardamento aereo del 19 luglio 1943,
che uccise più di 1600 romani nel quartiere
di San Lorenzo, spedendo le loro bombe
meno intelligenti sul cimitero
del Verano anziché sulla nostra casa”.

“Poi, sono cresciuto hollywoodiano ridendo con Stanlio e Ollio, sbellicandomi con Jerry Lewis, cavalcando
alla Gary Cooper, sparando come John Wayne, camminando alla Sterling Hayden, bevendo come James Stewart, tagliandomi i capelli alla Marlon Brando, acclamando l’arrivo dei nostri che ammazzavano tutti gli indiani cattivi nei film del Far West. E poi, ancora, leggendo Hemingway, sognando Marilyn Monroe, fischiettando la marcia dei marines, coltivando appassionatamente il mito kennediano
della Nuova Frontiera. Fino a quando…”.
Fino a quando?”, gli domandò Jessica, che presiedeva l’assemblea studentesca riunita per ascoltare
la sua conferenza sull’Americanismo.

“Fino a quando sono diventato un Americano critico.
Il suicidio di Marilyn, icona cinematografica
della felicità, gli oscuri retroscena degli assassini
di John e Robert Kennedy e di Martin Luther King,
i bombardamenti al napalm sul Viet Nam, il golpe cileno di Pinochet commissionato dalla Cia,
le rivelazioni postume sulle magagne della famiglia Kennedy, hanno incrinato i miei miti americani inducendomi a cambiare il punto di vista:
da fan dello Zio Sam, ad amico disincantato
del popolo statunitense, che ne ammira i pregi
ma non ne giustifica gli errori”.
“Per esempio?”, lo incalzò la ragazza.

Mi limito a citare - rispose Tamerici - quello che ha scritto l’ex presidente Clinton, in un articolo pubblicato il 10 novembre 2001 dal quotidiano 'La Stampa':
- Qui negli Stati Uniti abbiamo creato una nazione
che praticava la schiavitù e molto spesso
gli schiavi venivano uccisi ancorché innocenti.
Questo Paese un tempo si è voltato dall’altra parte
quando un numero altissimo di nativi americani
veniva spogliato dei suoi beni e ucciso
per prendere le sue terre o i suoi diritti sulle miniere
e perché erano considerati meno di un uomo”.

“Ecco, oggi io, come Americano con una coscienza
cristiana, piango e prego per le vittime innocenti
delle Twin Towers. Ma non me la sento di voltarmi
dall’altra parte, quando vengo a sapere che i soldati
del mio Paese, bombardando all’ingrosso le città
dell’Afghanistan o dell’Irak, uccidono o feriscono
migliaia di altri innocenti, musulmani…
per combattere il terrorismo.
Non me la sento di considerare quelle stragi
ineluttabili. Non me la sento di dire,
americanamente, ochei”.

Dal libro AD CATHEDRAM di Nicola Bruni (2004)
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Paperino di Walt Disney - link Home
Martin Luther King:
"Io ho un sogno..."
Martin Luther Kink nel 1963
Martin Luther King a Washington nel 1963.
We shall overcome...
we shall live in peace...
we’ll walk hand in hand...
black and white togheter
some day.
Noi trionferemo...
noi vivremo in pace...
noi cammineremo mano nella mano...
neri e bianchi insieme un dì.

Così aveva cantato
il coro delle "Voci colorate"
durante una recita scolastica,
mentre sei coppie miste di ragazzi
di pelle chiara e di pelle scura
gli giravano intorno tenendosi per mano.

La presentatrice aveva spiegato che quello
era stato l’inno del movimento per i diritti
civili degli afro-americani degli Stati Uniti,
guidato da Martin Luther King,
un leader nero che aveva adottato metodi
di lotta non violenta contro l’ingiustizia
secondo l’esempio del Mahatma Gandhi.

L’argomento fu ripreso alcuni giorni dopo,
in Terza C, dalla professoressa Gizzi,
su richiesta di un alunno.

“King - osservò - avrebbe oggi 74 anni,
se non fosse stato assassinato
il 4 aprile 1968 a Memphis,
nel Tennessee, da un razzista bianco”.

“A quel tempo - aggiunse - io ero
una studentessa liceale, e ricordo
che provai un grande dispiacere
quando un nostro professore ci riferì
in classe la notizia dell’attentato.

L'indomani, con i miei compagni, partecipai
a una manifestazione contro il razzismo.

King era un pastore della Chiesa Battista,
ma i suoi insegnamenti erano condivisi
anche dai cattolici democratici.
Io avevo letto un suo libro,
La forza di amare”.

“Ora - proseguì - ve ne parlo servendomi
di un altro libro che racconta la sua storia:
'Martin Luther King - Autobiografia',
a cura di Clayborne Carson, ripubblicato
in italiano da Mondadori nel 2001.
Il curatore lo ha compilato facendo
un collage di frasi tratte da suoi scritti
e discorsi. Tra questi, il famoso
discorso del sogno, tenuto nel 1963
a Washington davanti ai 250mila
partecipanti alla Marcia per il lavoro
e la libertà, in cui disse:
- Ho un sogno, che un giorno
sulle rosse montagne della Georgia
i figli degli ex schiavi
e i figli degli ex padroni di schiavi
potranno sedersi insieme
alla tavola della fraternità”.
“Si è poi avverato quel sogno?”,
domandò Fabio.

“In parte si è avverato - rispose la prof -
anche se la superbia, l’egoismo
e l’odio viscerale dei razzisti bianchi
non sono stati del tutto estirpati”.

“King - raccontò Gizzi - non si limitava
a sognare, ma lottò duramente
per 13 anni, predicando, denunciando,
marciando, inscenando sit-in,
organizzando boicottaggi, lasciandosi
sbattere continuamente in prigione,
anche dopo il conferimento
del Premio Nobel 1964 per la pace.
Sfidava minacce, aggressioni,
attentati, rifiutando sempre l’uso
della violenza, sia pure come reazione
alla violenza degli avversari,
anche quando i razzisti
facevano saltare con la dinamite
le chiese e le case dei contestatori,
ferivano o uccidevano attivisti
del suo movimento e perfino dei bambini”.

“King riuscì a mobilitare nelle sue campagne di lotta non violenta
un numero crescente di concittadini neri, educandoli a raddrizzare la schiena
di fronte agli oppressori, a scrollarsi
di dosso la paura e il senso di inferiorità
che la secolare tirannia dei bianchi
aveva radicato nelle loro menti,
e a rivendicare con grande dignità
e compostezza i propri diritti”.

“Fu così che rese visibile all’opinione
pubblica mondiale il paradosso
degli Stati Uniti d’America,
costringendo la classe dirigente
federale a vergognarsene
e a porvi qualche rimedio:
il Paese guida del 'Mondo libero',
che in nome del federalismo
tollerava al suo interno
la dittatura dei bianchi sui neri
negli Stati del Sud, con un’odiosa
segregazione razziale nelle scuole,
nelle università, nei posti di lavoro, >>
****************************************
Zio Sam, personificazione degli Usa
Lo Zio Sam,
personificazione degli Stati Uniti d'America,
che ordinano al cittadino americano
di arruolarsi nelle forze armate:
"NOI VOGLIAMO TE"
Poi è arrivato
Obama
Barack Obama
Barack Obama, presidente degli Usa dal 2009.
Avevo tratto una buona impressione
dal discorso di insediamento del nuovo
presidente degli Stati Uniti Barack Obama,
anche se - dopo essere stato "scottato"
negli anni Sessanta dalla rivelazione
delle ipocrisie di John F. Kennedy -
non mi facevo molte illusioni sulla retorica
degli ideali brandita dall'uomo
che pro tempore è a capo della più
grande potenza imperiale del mondo.
Ma presto sono arrivate le prime delusioni:
il neopresidente non ha battuto ciglio
per l'esecuzione di una condanna
a morte avvenuta nel Texas il giorno
successivo al suo insediamento,
e tra i tanti problemi da affrontare
ha dato la priorità alla revoca
del divieto di finanziamenti federali
alle organizzazioni che promuovono
l'aborto, ovvero la strage degli innocenti,
come strumento di controllo
delle nascite nel Terzo Mondo,
e ai programmi di ricerca
sulle staminali embrionali
che prevedono la vivisezione
di embrioni umani, cioè di esseri umani
concepiti e in attesa di nascere.

Non sono un tifoso e, perciò, non avevo
tifato per nessuno dei due candidati
alla Casa Bianca, ciascuno dei quali
aldilà della retorica idealistica
di facciata si era già venduto a potenti
lobby affaristiche gran parte della sua
eventuale futura politica presidenziale,
in cambio di finanziamenti miliardari
per la campagna elettorale.
Però, poi, mi aveva fatto piacere
la vittoria "post-razziale" del "nero"
Obama, che corona il "sogno"
di Martin Luther King ed è una rivincita
della civiltà contro il razzismo,
lo schiavismo e il segregazionismo
di cui "gronda lacrime e sangue"
la storia degli Stati Uniti d'America.

Ma se in passato negli Usa i razzisti
"bianchi" negavano la qualifica
e i diritti di esseri umani ai "neri",
oggi c'è un "nero", assurto al potere
supremo negli Usa, che nega
la qualifica e i diritti di esseri umani
ai bambini concepiti e non ancora nati,
di qualunque colore.
Nicolaus
12 marzo 2009
Ma dalle parole
ai fatti...
A tre anni dalla sua ascesa alla Casa Bianca,
l'unica innovazione di sostanza introdotta
da Obama nella politica degli Stati Uniti
è costituita dalla legge che estende
l'accesso alle polizze assicurative
per l'assistenza sanitaria a gran parte
della popolazione che ne era esclusa.

Obama è riuscito a ritirare dall'Irak le truppe
Usa combattenti ma non a stabilizzare
e pacificare quel martoriato Paese.
Per quanto attiene alla guerra
in Afghanistan, alla questione
palestinese e ai rapporti con l'Iran,
Obama annaspa ancora
negli stessi pantani lasciati da Bush.
E di fronte agli appelli contro le esecuzioni
capitali nel suo Paese ha continuato
a girarsi dall'altra parte.
Nicolaus
31 dicembre 2011
La Statua della Libertà di New York
La statua della Libertà di New York
>> negli ospedali, nei locali pubblici,
nei mezzi di trasporto, negli alloggi,
l’opprimente emarginazione dei neri
in una condizione di inferiorità sociale
ed economica, la loro esclusione
dal diritto di voto e dalla rappresentanza
negli organismi elettivi, l’impunità
per le violenze dei razzisti bianchi,
la persecuzione delle vittime
che osavano protestare
e reclamare i loro diritti.
Il paradosso del più ricco Paese
del mondo che, nel 1965
e non solo al Sud, teneva ai margini
della sua società opulenta
35 milioni di concittadini poveri,
fra i quali 20 milioni di neri,
su circa 200 milioni di abitanti”.

“Di qui, l’invettiva con cui King
ammonì il suo Paese in un sermone
pronunciato a Memphis pochi giorni
prima di essere ucciso:
- Il ricco Epulone della parabola
evangelica non finì all’inferno
perché era ricco, ma perché rifiutò
di usare la sua ricchezza
per sfamare il povero Lazzaro.
Ora io vengo qui a dire che
anche l’America andrà all’inferno
se non userà le sue immense risorse
di ricchezza per mettere fine
alla povertà e rendere possibile
a tutti i figli di Dio di soddisfare
i bisogni elementari della vita”.

Nicola Bruni
da La Tecnica della Scuola
20 marzo 2003
OCHEi! OCHEi!
Noi italiani ci sentiamo AMERICANI ocheggiando come tanti PAPERINI.
Nicolaus
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