I fantasmi del colonialismo italiano
Cartolina ricordo della conquista italiana della Libia, del 1911-12
Faccetta nera
Nell'estate scorsa il professor Nicolini teneva cattedra sotto l’ombrellone sulla spiaggia di Taormina,
percorsa avanti e indietro da bellissimi ragazzi africani alti due metri, ridotti a fare umilmente i “vu cumprà”.
Commentava per un gruppo di amici le notizie del giorno e rievocava lontane vicende della storia.
Tra una “lezioncina” e l’altra, leggeva il libro “Faccetta nera” di Arrigo Petacco,
sulla conquista italiana dell’Impero d’Etiopia negli anni 1935-1936.
“Sentite qua!", disse ad un certo punto riassumendone alcuni brani.
"Anche chi non si lasciava infiammare
dalla mistica dell’impero, era sensibile
alle argomentazioni mussoliniane
di vendicare Adua, di rispondere
alle provocazioni abissine, di portare
la civiltà in uno stato barbaro
e schiavista e soprattutto
di conquistare un territorio ricco - come
sostenevano, mentendo, i giornali -
di oro, di platino e di altre preziose risorse.
Inoltre, il canto di ‘Faccetta nera’ scatenò
le fantasie erotiche degli italiani,
tanto che il richiamo sessuale
della ‘bella abissina’ (esibita
dalla propaganda con immagini
di invoglianti negrette a petto nudo)
spinse molti più giovani ad arruolarsi
volontari di quanti ne attrasse
la ‘missione civilizzatrice’
o la conquista del ‘posto al sole’ ".
Vignetta di propaganda per l'arruolamento nella campagna d'Etiopia (1935)
"Tale era l’entusiasmo che si formarono
lunghe code davanti agli uffici
di arruolamento, e il numero
degli aspiranti volontari raggiunse
la cifra spropositata di un milione 750mila.
Pur di essere arruolati, molti offrivano
addirittura delle bustarelle...
Ci riuscirono in 210mila,
e morirono solo in tremila
per la gloriosa conquista dell’impero".
"Tra gli abissini e... le 'belle abissine',
invece, i morti ammazzati dagli italiani
(anche con i gas) si sarebbero contati
a decine di migliaia, ma nessuno
li contò, perché... non contavano”.

“Così come, oggi, non contano i milioni
di morti africani, ammazzati
nelle guerre etniche che si combattono
nel continente nero, spesso con armi
fornite da Paesi europei tra cui l’Italia,
e talvolta su istigazione dei servizi segreti
di governi europei che hanno sostituito
alla vecchia dominazione coloniale
forme corruttive di sfruttamento
neocoloniale”.

“Non mi pare - intervenne Lucia - che
ci sia stata in sede di Unione Europea
una riflessione autocritica,
con riconoscimenti di colpa, sui crimini
del colonialismo, né sulle responsabilità
delle attuali politiche neocolonialiste
di alcuni Stati membri,
né sulla sostanziale indifferenza
con cui la stessa Ue assiste ai massacri
e ai genocidi che si consumano
sul suolo africano, anche in Paesi
ufficialmente associati”.

“In effetti - continuò Nicolini - c’è
un razzismo di fondo non dichiarato
di cui non riescono, in gran parte,
a liberarsi le classi dirigenti, le fonti
di informazione e le opinioni pubbliche
del cosiddetto Mondo occidentale,
Italia inclusa”.
“Che c’entra l’Italia?”, domandò Pierino.
“C’entra in parte, per una serie di motivi:
innanzi tutto, perché non blocca le lucrose
esportazioni, dirette o indirette, delle armi
‘made in Italy’ ai Paesi africani, come
le imporrebbe l’articolo 11 della
Costituzione sul ripudio della guerra;
secondo, perché non interviene
con aiuti umanitari e di cooperazione
allo sviluppo in misura proporzionata
alle grandi possibilità economiche
che le vengono accreditate
come Paese ricco membro del G7;
terzo, perché non si è ancora data
una legge che attui l’articolo 10
della Costituzione sul diritto d’asilo
spettante allo straniero al quale sia
impedito nel suo Paese l’effettivo
esercizio delle libertà democratiche;
poi, per il fallimento della sua politica
di ‘mala cooperazione’ con dittatorelli
e ‘signori della guerra’ nelle ex colonie
di Somalia, Eritrea ed Etiopia”.

A proposito di mala cooperazione,
Nicolini ricordò gli oscuri retroscena
dell’assassinio, nel 1994 a Mogadiscio,
della giornalista del Tg3 Ilaria Alpi,
che stava indagando su un presunto
traffico italo-somalo di rifiuti tossici,
di armi e di tangenti.
PER FORTUNA...
“Per fortuna - osservò Benedetta - c’è anche
un’altra Italia: l’Italia dei missionari religiosi
e laici che aiutano sul posto le popolazioni
povere o straziate dai conflitti,
anche a rischio della propria vita;
l’Italia della solidarietà popolare
che finanzia generosamente le missioni,
le scuole, gli ospedali, i lebbrosari
e un gran numero di iniziative
di assistenza e sviluppo nel continente
africano; l’Italia del Progetto Dream
per la cura dell’Aids, che la Comunità
di Sant’Egidio ha efficacemente lanciato
in Mozambico; l’Italia delle seicentomila
adozioni a distanza di bambini stranieri
(in gran parte africani) orfani e abbandonati;
l’Italia dell’accoglienza e del soccorso
disinteressato ai profughi della miseria,
della guerra e della disperazione
che approdano sulle nostre coste
in cerca di salvezza”.

Nicola Bruni
Agosto 2004
Bambini kenyoti di una baraccopoli di Nairob che frequentano una scuola delle Suore francescane
Bambini kenyoti della baraccopoli di Karinde
(Nairobi) che frequentano il centro scolastico
e polifunzionale delle Suore francescane
missionarie di Assisi, sostenuto a distanza
dall'associazione di volontariato "La goccia"
(onlus), operante nella mia parrocchia
romana di San Giuda Taddeo. Con loro c'è
Luciana Altamura, animatrice della Goccia.
Link con l'articolo di Nicola Bruni L'AFRICA DELLA SPERANZA
Venditore africano sulla spiaggia di Catania, foto di Nicola Bruni
Il "girone di ritorno"
dei popoli colonizzati
Il professor Giacomino si era creata la fama
di Personaggio pirandelliano.
Del tipo UNO, NESSUNO, CENTOMILA… euro.
Uno di quei PERSONAGGI perennemente
IN CERCA D'AUTORE…
nelle biblioteche, nelle librerie
e sulle bancarelle di testi usati.
Ogni tanto, correva voce che meditasse
di sparire, come IL FU MATTIA PASCAL,
per far credere di esser passato
a miglior vita, ma fosse trattenuto
in scena dal sussurro di un alunno
suggeritore: PENSACI GIACOMINO.

A scuola e nelle conversazioni con amici,
amava recitare a soggetto: ora interpretava
Ulisse, "quell’uom di multiforme ingegno…
che molto errò", sottolineato in rosso;
ora, il Manzoni "vergin di servo encomio",
che si autoincensava glorificando Napoleone.

Nel Teatrino della Politica, Giacomino
indossava spesso il doppiopetto ironico
del cerchiobottista, impegnato a costruire
grandi contenitori di verità…
affogate nel vino (secondo l’antica
massima "In vino veritas") dando
alternativamente una battuta
al cerchio e una alla botte.
Talvolta, dichiarava di avere
idee di destra e gusti di sinistra,
specialmente riguardo al colore rosso
del vinello da bere a tavola;
talaltra, esternava idee di sinistra
e gusti di destra. Di solito, però, preferiva
stare al centro… dell’attenzione,
e menare fendenti a destra e a manca.

Dunque, lasciata in vacanza la cattedra,
dal 20 luglio il professor Giacomino teneva
banco in un capannello di conoscenti
al Lido dei Filibustieri. Finché, un giorno,
vedendo passare per la spiaggia
una processione di poveri venditori
ambulanti africani, assunse la maschera
facciale del colonialista nostalgico
e cominciò a rievocare i bei tempi
dell’imperialismo tricolore.

Allora - disse - l’Italia era temuta
e rispettata, e gli Africani non si
azzardavano a invadere, neppure
pacificamente, il nostro Paese.
Altrimenti, il Regio Esercito li avrebbe
presi, sul serio, a cannonate… anche se
fossero rimasti a casa loro e a moltissime
Leghe di distanza. Così come fece ogni
volta che la Patria lo inviò ad occupare
un posto al sole nel 'continente nero':
Eritrea, Somalia, Etiopia, Libia
e ancora Etiopia”.

A commento musicale della rievocazione
storica, il professore intonò
l’inno della guerra di Libia:
"Tripoli, bel suol d’amore,
sarai italiana al rombo del cannon!".
Subito dopo, tirò fuori un vecchio libro
d’autore e annunciò che avrebbe recitato
alcuni brani di un discorso celebrativo
della conquista di Tripoli, tenuto
da Giovanni Pascoli nel teatro di Barga
il 25 novembre 1911.
Luigi Pirandello e Giovanni Pascoli
A sinistra, il drammaturgo Luigi Pirandello
(1867-1936) a cui si ispira la sceneggiata
di questo raccontino. A destra, il poeta
Giovanni Pascoli (1855-1912), che dopo
aver udito il suono delle "Ciaramelle" celebrò
la conquista italiana della Libia a suon di bombe.
“La Grande Proletaria si è mossa! - declamò
Giacomino facendo il verso in prosa al poeta
della 'Cavallina storna' - Prima ella mandava
altrove i suoi lavoratori che in patria erano
troppi e dovevano lavorare per troppo poco.
Li mandava oltre le Alpi e oltre mare…
a fare tutto ciò che è più difficile
e faticoso, e tutto ciò che è più umile…
Il mondo... più ne aveva bisogno,
meno mostrava di averne,
e li pagava poco e li trattava male…”.

“Ma la Grande Proletaria ha trovato
luogo per loro: una vasta regione
bagnata dal nostro mare…
Là i lavoratori saranno non l’opre,
mal pagate, mal pregiate, mal nomate,
degli stranieri, ma, nel senso più alto
e forte delle parole, agricoltori sul suo,
sul terreno della patria… E non saranno
rifiutati, come merce avariata, al primo
approdo; e non saranno espulsi, come
masnadieri, alla prima loro protesta;
e non saranno, al primo fallo
d’un di loro, braccheggiati, inseguiti,
accoppati tutti, come bestie feroci…”.

Interrotto dagli applausi degli astanti,
il prof fece una breve pausa, durante la quale ricordò, citando ancora il Pascoli,
che in quella guerra umanitaria contro
Berberi, Beduini e Turchi il Regio Esercito
italiano fu il primo al mondo
ad effettuare bombardamenti aerei,
e impiegò immense navi, mostruosi
cannoni, mine, siluri, trincee…

Poi, concluse così il discorso del poeta
delle Ciaramelle sulla conquista della Libia:
“La nostra è dunque… guerra non offensiva
ma difensiva. Noi difendiamo gli uomini
e il loro diritto ad alimentarsi e vestirsi
coi prodotti della terra da loro lavorata,
contro esseri che parte della terra
necessaria al genere umano tutto,
sequestrano per sé… senza coltivarla,
togliendo pane, cibi, vesti, case,
all’intera collettività che ne abbisogna”.

“Bene! Bravo! Bush!”, acclamò la piccola
folla di bagnanti del Lido dei Filibustieri
che si era radunata ad ascoltarlo.
COLPO DI TEATRO
Ma lo spettacolo non era ancora finito.
Ed ecco il colpo di teatro:
il Personaggio pirandelliano, fatta
una giravolta che chiamò sportivamente
"girone di ritorno",
e cambiata maschera facciale,
aggiunse di suo:
“Oggi, viceversa, difendiamo
il diritto alla vita degli Africani
che scappano dalla miseria
e dalla guerra, il loro diritto
di occupare posti al… Sole mio
rifiutati dai nostri concittadini.
Inoltre, riconosciamo ai popoli
delle ex colonie il diritto di pretendere
la restituzione dell’ospitalità
che, in tempi non molto lontani,
dovettero offrire ai colonizzatori”.

A quelle toccanti parole,
l’abbronzatissimo pubblico
dei Filibustieri diventò… nero.

Nicola Bruni
da LA TECNICA DELLA SCUOLA
5 agosto 2003
Giustizia per i milioni di vittime
del "genocidio del caucciù"
di Leopoldo II del Belgio
Gli spettri del Congo
La rivista cattolica francese Missi,
con redazione a Lione, ha ospitato
nel numero di dicembre 2005 questa
mia lettera (ne do la traduzione italiana):

“Nella foto che glorifica la dinastia reale
del Belgio da voi pubblicata nel n. 91,
compare anche il ritratto del famigerato
re Leopoldo II.
Costui sedette sul trono di Bruxelles
dal 1865 al 1909 e si rese responsabile
di un immane genocidio della popolazione
del ‘Congo belga’, che sotto il suo feroce
dominio coloniale si ridusse
da 25 a 15 milioni di abitanti. […]
Poiché le vittime di quel precursore di Hitler
hanno diritto alla giustizia della verità,
vi chiedo di compiere un gesto di cristiana
purificazione della memoria informando
i vostri lettori sui gravissimi crimini
contro l'umanità addebitabili
a quel personaggio”.

Missi ha soddisfatto in parte la mia richiesta
riportando la lettera, ma si è attestata
sulla linea negazionista della corte belga,
replicando così:

“Dal 4 febbraio al 9 ottobre, si è tenuta
al Museo reale dell’Africa centrale,
a Bruxelles, una mostra intitolata
'La memoria del Congo. Il tempo coloniale'.
Un libro con lo stesso titolo […] è uscito
sotto la responsabilità di un grande
africanista contemporaneo,
il prof. Jean-Luc Vellut.
Ecco due estratti […] concernenti
questo argomento:
‘Non esiste alcun fondamento scientifico
all’affermazione che la popolazione
del Congo si sarebbe ridotta del 50
per cento a causa delle brutalità
del regime del caucciù’ e ‘il regime
leopoldiano non è stato all’origine
di un genocidio’.
Ciò non rimette in discussione gli eccessi
e i crimini compiuti in occasioni sempre
troppo numerose, ma toglie loro ogni
carattere generale e sistematico”.

Non sono d’accordo. Il Museo reale
di cui si parla è un’istituzione celebrativa
del colonialismo belga, voluta dallo stesso
Leopoldo II, il quale investì in un’ipocrita
campagna di propaganda contro lo schiavismo
arabo una parte degli immensi profitti
del caucciù congolese, da lui ottenuti
mediante la riduzione in schiavitù
di milioni di indigeni, spremuti
nel lavoro spesso fino alla morte,
e massacrati se si rifiutavano di obbedire.

Che gli “eccessi” non fossero l’eccezione
ma la regola del regime di terrore
instaurato da Leopoldo II nel Congo
per il massimo sfruttamento delle sue
risorse, lo documenta il libro
dello studioso statunitense Adam
Hochschild “Gli spettri del Congo - Re
Leopoldo II del Belgio e l’olocausto
dimenticato” (Rizzoli).
Il re Leopoldo II del Belgio e gli spettri del genocidio del caucciù nel Congo
Nel leggere le atrocità che vi sono
raccontate (eccidi di intere comunità;
teste e mani mozzate; donne e bambini
presi in ostaggio e violentati
per costringere gli uomini a lavorare
come schiavi; colonne di portatori macilenti
incatenati per il collo; frustate a profusione)
mi sono sentito male tre volte.

Penso che il Belgio non la passerebbe
liscia se negasse l’olocausto degli ebrei.
Ma può negare impunemente
il suo “olocausto nero”, perché tutti
gli Stati ex colonialisti ed ex schiavisti
hanno gli armadi della storia
pieni di scheletri africani.

Nicola Bruni
da LA TECNICA DELLA SCUOLA
10 gennaio 2005
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Gli scheletri nell'armadio
del colonialismo europeo
"Sua Maestà il Re dei Belgi...":
così comincia il progetto di Preambolo
del trattato costituzionale
dell’Unione Europea.
Seguono, nell’ordine alfabetico dei nomi
originali dei 25 Paesi membri, i titoli
degli altri capi di Stato [...].
Mi domando che significato abbia,
in quel Preambolo, l’attribuzione
dell’appellativo di Maestà
ai sovrani di cinque Paesi membri:
è forse il riconoscimento
della presunta sacralità
della loro persona e della loro
presunta investitura divina,
che il potere monarchico
è riuscito a imporre nella storia
dei rispettivi popoli?
Se andiamo a vedere, per esempio,
da che cosa derivi la Maestà
dell’attuale Re dei Belgi,
il “democratico” Alberto,
dobbiamo sgradevolmente
constatare che essa discende
per diritto dinastico, fra le altre,
da quella del suo antenato
Leopoldo II, sul trono di Bruxelles
dal 1865 al 1909: “il re con dieci
milioni di assassinii sulla coscienza”
(come lo definì Mark Twain),
responsabile di un immane genocidio
della popolazione del “Congo belga”,
che sotto il suo feroce
dominio coloniale si ridusse
da 25 a 15 milioni di abitanti.

Nicola Bruni
da LA TECNICA DELLA SCUOLA
5 settembre 2004
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Lo sbarco delle truppe italiane a Tripoli (1911) in una tavola della Domenica del Corriere
Lo sbarco delle truppe italiane
a Tripoli (1911) in una tavola
della "Domenica del Corriere".
Nella guerra di Libia l'Italia effettuò
i primi bombardamenti aerei della storia.
Link con l'articolo sulle GUERRE ITALIANE DI LIBIA 1911-2011
Link con la pagina iniziale del Belsito
In alto al centro:
cartolina celebrativa della conquista italiana della Libia (1911-1912);
venditore africano sulla spiaggia La Playa di Catania (foto di Nicola Bruni).
Nella colonna di sinistra:
cartolina di propaganda per l'arruolamento nella campagna d'Etiopia (1935).
Nella colonna di destra:
re Leopoldo II del Belgio e gli spettri del genocidio del Congo.
Sullo sfondo:
paesaggio collinare nei pressi di El Kebir in Tunisia (foto di Fabio Bruni).
VISITATORI: