_______________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________________
Una misteriosa struttura
metallica nel bacino
sotterraneo del lago
subglaciale Vostok
Gli scienziati lo stanno studiando ormai da diversi anni, tuttavia le sorprese non mancano.Si tratta dei misteri celati dal lago Vostok, un bacino sotterraneo del continente antartico scoperto negli anni Settanta, vecchio di almeno 20 milioni di anni ed esteso più o meno come il lago canadese Ontario: 250 km di lunghezza per circa 50 di larghezza, profondo oltre mille metri e ricoperto da strati di ghiaccio fra i quali i più recenti risalirebbero ad almeno 12mila anni fa, ovvero più di 3.000 metri di spessore glaciale, dove dopo oltre trent'anni di lavoro, le trivelle russe hanno finalmente terminato l'impiego. Ed è solo uno dei 70 laghi sotterranei presenti nel bacino antartico.Un territorio già di per se caratterizzato da un alone di mistero, al quale si aggiungono altrettanto misteriosi accadimenti nel corso degli ultimi anni, come la sparizione - senza lasciare traccia - della squadra di ricercatori che attualmente era assegnata allo studio del territorio in questione, riapparsa d'improvviso, dopo oltre una settimana di assoluto silenzio.Con il termine dei lavori di perforazione ed il raggiungimento della superficie del lago sotterraneo, iniziano ora gli studi scientifici. Gli esperti dicono che il lago potrebbe celare un tesoro biologico la cui scoperta equivarrebbe al raggiungimento della Luna.Certamente - dicono gli scienziati - l'acqua del Vostok può essere considerata di una purezza senza pari al mondo, totalmente incontaminata rispetto all'ambiente terrestre, con le caratteristiche di un ecosistema e forme di vita risalenti ad almeno 20 milioni di anni indietro nel tempo. Si pensi che in alcune zone del lago, la temperatura dell'acqua misura circa 30°.Come si spiega? Secondo gli scienziati, il lago è situato in una zona dove la crosta terrestre è più sottile, da qui l'acqua temperata. Di fatto, le acque del Vostok potrebbero celare forme di vita aliene rispetto all'ambiente odierno.In sostanza: un mondo sconosciuto, una sorta di "endopianeta" in cui il ciclo dell'acqua potrebbe essere completo, e con forme di vita complesse. Sicuramente con forme di vita batteriche.Con tutto ciò, i ricercatori hanno espresso anche l'ipotesi che questo sistema, fermo a 20 milioni di anni fa, potrebbe non essere compatibile con il mondo di oggi. Un qualche elemento proveniente dall'esterno potrebbe anche pregiudicare l'equilibrio esistente e sterminare letteralmente le forme di vita contenute.Per questo, le operazioni di analisi delle acque del Vostok dovranno essere effettuate con la massima cautela. A tale proposito è già stato messo a punto un sistema per cui l'acqua da analizzare verrà prelevata tramite un foro attraverso cui la pressione spingerà il liquido verso l'alto.Uno studio particolare verrà poi dedicato alla singolarissima attività magnetica. Nella zona sud-occidentale del lago, i ricercatori hanno individuato la presenza di una fortissima anomalia magnetica, al momento inspiegabile, estesa per una superficie di 105km per 75. Alcuni rilevamenti hanno evidenziato la presenza di un elemento metallico di grandi dimensioni, di forma circolare o forse cilindrica alla base del lago.Gli appassionati di ufologia si dicono convinti che questa presenza potrebbe rivelare un gigantesco disco volante rimasto intrappolato nei ghiacci. È comunque un fatto che tale elemento sia di natura solida, dal profilo regolare, e che sul luogo sono già intervenuti gli addetti della sicurezza nazionale americana (NSA) che ha secretato l'intera zona e vietato l'accesso a chiunque non sia espressamente autorizzato.
I veleni della marina
dietro le cozze tossiche
di LUCA BOTTI
**************************************
Tutta la verità sull’inquinamento del Mar piccolo di Taranto. Quello che ha fatto esplodere il caso delle cozze al Pcb (policlorobifenile) la scorsa estate. Quello che ha imposto la distruzione di centinaia di tonnellate di mitili. Quello che costringe un’attività millenaria a migrare in cerca di altra acqua. Perché la stessa Ispra ha dichiarato in una lettera al ministero dell’Ambiente che anche ampie zone di Mar grande, il mare aperto, il Mar Ionio, sono interessate a fenomeni di inquinamento. Cozze senza casa, cozze senza pace. Emblema della città inquinata alla deriva se non si interverrà con un ampio e stringente programma di bonifica. Tre sono le fonti che possono aver inquinato Mar piccolo, secondo lo studio del Servizio riciclo rifiuti e bonifica dell’assessorato all’Ambiente della Regione Puglia. Ne ha discusso la giunta regionale, con l’intervento dell’assessore all’Ambiente Lorenzo Nicastro. Non si nasconde la gravità della situazione e l’urgenza di rimedi rapidi che interrompano l’avvelenamento da Pcb nel Mar piccolo. E nelle cozze.Possibile fonte primaria, cioè «sorgente attiva che incrementa il flusso massiccio della sostanza inquinante nel mare» è ritenuta, dal servizio regionale di controllo, cui è stato commissionato il monitoraggio dall’Ispra, l’azienda San Marco Metalmeccanica. Si tratta di una ditta impegnata in attività di rifacimento impiantistico e opera nell’indotto Ilva. Si trova all’interno dell’area industriale fra Taranto e Statte: «È stata accertata - si legge nella relazione - la presenza di una cava colmata, tra l’altro, da materiale contenente Pcb. La diffusione della contaminazione non è stata accertata, ma l’ipotesi di un rischio non nullo appare verosimile, in considerazione del fatto che il moto delle acque della falda carsica profonda avviene verso Mar Piccolo». Il Servizio regionale sui rifiuti e le bonifiche, che ha operato per conto dell’Ispra, nell’ambito dei controlli voluti dall’organismo nazionale per la protezione ambientale, ha poi puntato sulle aree dell’arsenale gestite dalla Marina Militare. In questo caso non si parla di possibile fonte primaria.A giudizio della Regione è «accertata la presenza di Pcb nei terreni e nella falda superficiale; la contaminazione - si spiega - è veicolata dalla falda superficiale». Dalle aree dell’arsenale a Mar piccolo. Esiste, infine, una fonte secondaria. Proprio i sedimenti del Mar piccolo, già inquinati e che propagano la contaminazione restando sospesi in acqua naturalmente o perché favoriti dall’attività umana. La Regione individua un’area in corrispondenza dell’arsenale e un’altra a nord del primo seno di Mar piccolo verso la penisola di Punta penna. «In entrambi i casi - si legge nella relazione - la diffusione dell’inquinante avviene verosimilmente attraverso la ripetuta sospensione di sedimenti contaminati presenti sul fondo». Industrie e attività umane sotto la lente d’ingrandimento. Nella riunione della giunta regionale, l’assessore all’Ambiente, Lorenzo Nicastro, non ha nascosto le difficoltà che una simile emergenza comporta.
Strade al posto degli alvei,
così il cemento uccide
di LUCA BOTTI
**************************************
I centri abitati delle Cinque Terre, Monterosso, Vernazza, Corniglia, Manarola e Riomaggiore, sono state riconosciute dall’Unesco, nel 1997, Patrimonio Mondiale dell’Umanità (582 siti in tutto il mondo). La motivazione che ha riconosciuto le Cinque Terre un monumento dell’uomo e della natura è la seguente: «La regione costiera ligure nella zona delle Cinque Terre costituisce un patrimonio di alto valore paesaggistico e culturale. La disposizione e la conformazione dei piccoli paesi e dei terrazzamenti sulle colline che li circondano, costruiti sormontando le difficoltà di ripidi e scoscesi terreni, racchiude chiaramente in se la storia e la cultura degli insediamenti di questa regione nel corso di un millennio». Le Cinque Terre sono descritte come «un fondersi insieme di cultura, storia e fatiche immense spese nel corso dei secoli dai suoi abitanti per modellare un territorio ostile costruendo migliaia di chilometri di muretti a secco sulle colline impervie. Sono un luogo in cui natura e uomo in completa armonia hanno costruito un paesaggio unico, oggi patrimonio di tutti.Migliaia di chilometri di muretti a secco coltivati a vite e ulivo; paesi di origine medioevale e beni culturali di grande pregio; scarsa espansione edilizia e pochi tracciati viari: sono le peculiarità delle Cinque Terre, che sono riuscite a mantenere nel tempo valori naturali e ambientali incomparabili e di straordinaria bellezza». è stato proprio l’uomo, attraverso mille anni di lavoro, a creare questo paesaggio unico, fatto di terrazzamenti sui fianchi scoscesi dei monti, che a volte arrivano a picco a quasi toccare il mare. Oggi, le Cinque Terre sono un Parco nazionale, nonché Area Marina Protetta. E allora come mai si è verificato il disastro idrogeologico del 25 ottobre scorso che ha interessato rovinosamente un’area di circa 10 per 40 Km dalla costa tirrenica fino allo spartiacque appenninico? Si dice che la sicurezza ambientale delle Cinque Terre sia stata garantita nei decenni passati dall’isolamento, dalla conoscenza naturalistica del territorio e dal duro lavoro basato sul genio ingegneristico contadino.Fino a che non si fecero gli alvei-strada! Escluso l’abitato di Corniglia, ubicato su un promontorio, le altre cittadine costiere si sono sviluppate nella parte terminale di strette valli torrentizie fin sulla spiaggia. Fino al secolo scorso, finché ha prevalso il genio ingegneristico contadino, gli abitati erano separati dagli alvei dei torrenti sviluppandosi in destra e sinistra orografica. Poi…è arrivata la “modernità”, l’epoca delle comodità, dello sviluppo economico, purtroppo non ecocompatibile! Ingegneri non contadini hanno pensato bene di coprire gli alvei torrentizi per ricavare, al di sopra, una comoda strada di penetrazione. Spesso l’unica strada dell’abitato. Grazie a questi interventi pubblici realizzati da ingegneri non contadini e approvati da funzionari, sempre non contadini, sono state create le premesse per il disastro del 25 ottobre scorso. Certamente la pioggia caduta è stata tanta, troppa per poter essere assorbita dal terreno e smaltita dagli alvei coperti.I contadini sanno bene che quando si verificano eventi piovosi eccezionali si innescano fenomeni che, probabilmente, non erano stati valutati dai progettisti e da coloro che a suo tempo hanno approvato il ricoprimento degli alvei. Si innescano fenomeni erosivi diffusi e conseguenti frane che coinvolgono enormi volumi di terreno e di substrato alterato sradicando anche gli alberi d’alto fusto che insieme con detriti vari e massi si trasformano in pochi minuti in colate detritiche e flussi fangoso-detritici velocissimi (da 30 a 60 km/h in relazione alla morfologia della valle e degli alvei strada) che percorrono gli alvei con portate di piena impressionanti che possono raggiungere alcune centinaia di metri cubi al secondo in bacini imbriferi di limitata estensione come quelli che caratterizzano le Cinque Terre.Immancabilmente i flussi veloci colmano la parte coperta dell’alveo, ostruendola in parte con tronchi e detriti, per cui le strade sovrastanti si trasformano improvvisamente in torrenti impetuosi che travolgo autovetture e tutto quello che si trova lungo la loro strada. Fenomeni catastrofici simili si sono verificati recentemente a Casamicciola Terme il 10 novembre 2009, ad Atrani in Penisola Amalfitana il 9 settembre 2010, a mili San Pietro (Messina) l’1 marzo 2011 e, probabilmente, anche a Pollena Trocchia (Na) il 21 ottobre scorso. Già dallo scorso anno lanciammo l’allarme “Alvei Strada” evidenziando che essi sono stati realizzati in tutta la nostra nazione e che non si ha un loro censimento né si conosce quanti cittadini si trovino in situazioni di rischio reale. è noto che la manutenzione dei corsi d’acqua si esegue raramente e quasi sempre dopo le catastrofi.Si ricorda che alcuni eventi alluvionali capaci di innescare delle colate detritiche di potenza non distruttiva e contenute negli alvei possono causare l’accumulo di ingenti volumi di detriti e tronchi di albero e il conseguente progressivo e/o rapido colmamento delle sezioni fluviali. Ovunque vi sia un alveo-strada vi è una spada di Damocle sospesa sull’incolumità dei cittadini! L’evento del 25 ottobre scorso ha evidenziato che i corsi d’acqua (alvei-strada e fiumi) necessitano di sezioni fluviali di gran lunga superiori a quelle che l’ingegnere non contadino gli ha forzatamente imposto per creare i presupposti di una antropizzazione e urbanizzazione rispettosa solo delle leggi fatte dall’uomo, ma non di quelle della natura. Nei prossimi giorni si affronterà il problema di cosa fare, per tutti i cittadini, nelle aree abitate attraversate da alvei-strada. Per ora si può solo migliorare il sistema di controllo degli eventi piovosi con una previsione e conseguente sistemi di allertamento e messa in sicurezza dei cittadini.La diramazione di bollettini è inutile se il potenziale pericolo non viene fatto assimilare dai cittadini che devono essere informati e devono sapere cosa fare perché lo hanno già sperimentato in ripetute esercitazioni, quando le competenti autorità locali lanciano gli avvisi in maniera capillare ed efficace.
Rifiuti tossici nel
mare della Gorgona
di ENRICO CASTELLI
**************************************
Lo chiamano il santuario dei cetacei. Ma rischia di diventare il cimitero dei rifiuti tossici. 35 tonnellate di rifiuti pericolosi che possono esplodere a contatto con l'aria. 224 fusti contenenti ciascuno 200 kg di monossido di cobalto e molibdeno, sono finite in mare al largo dell'isola di Gorgona.A fine dicembre Il cargo “Venezia” della compagnia Grimaldi Lines si è avventurato in mare in presenza di condizioni avverse, con un vento di libeccio che soffiava a 120 kmh ed un mare in tempesta a forza 9. Secondo la ricostruzione dell'Arpat la nave avrebbe perso in mare due semirimorchi trasportati in coperta, contenenti fusti di catalizzatori esausti utilizzati per la desolforazione del petrolio: ben 224 fusti contenenti ciascuno 200 kg di monossido di cobalto e molibdeno, sostanze infiammabili e potenzialmente tossiche. Le ultime note della capitaneria di porto dicono che le sostanze pericolose sono costituite essenzialmente metalli pesanti, prevalentemente sotto forma di solfuri, e rappresentano circa il 10% della massa totale del prodotto (il restante 90% è il substrato poroso inerte sul quale vengono depositati gli ossidi metallici che formano il materiale catalizzatore).Dal 10 gennaio gli esperti dell'Arpat percorrono il mar Ligure da Livorno e Viareggio a bordo di un'imbarcazione speciale, incaricata di raccogliere campioni di acqua in una fascia compresa fra i 500 metri e il chilometro dalla battigia.Ancora ignoti i dati sulle possibili contaminazioni di flora e fauna marina, in un'area in cui la pesca ha un ruolo significativo. Secondo Arpat una valutazione analitica dei rischi di contaminazione sulla catena alimentare appare complessa. Evidentemente la contaminazione dei pesci è un processo che si presuppone non immediato.Le autorità per adesso parlano di ipotesi. Se alcuni fusti si fossero aperti e con essi anche i sacchi che contenevano i catalizzatori ci sarebbe di sicuro una contaminazione della catena alimentare. Se il carico in fondo al mare, che si presume contenga la gran parte dei fusti dispersi, dovesse rimanervi a lungo senza essere recuperato, potrebbe succedere il peggio: infatti, prima o poi, per l'aggressività dell'ambiente marino, la tenuta dei fusti e dei sacchi verrà meno, rendendo così disponibile una quantità rilevante è concentrata di materiale inquinante. L'area, situata a circa 20 km a nord della Gorgona, ad una profondità dei fondali di circa 400-600 metri, è una zona di riproduzione molto importante per i naselli. Il pericolo, in caso di fuoriuscita massiccia della sostanza, sarebbe enorme e potrebbe avere ripercussioni sanitarie importanti.Ma c'è anche un forte pericolo di autocombustione, se i fusti finissero nelle reti dei pescatori o se venissero trascinate a riva dalle onde. Un disastro per l'ambiente, per la salute e per l'economia turistica per tutto il tratto di costa che va da Piombino, con tutto l'Arcipelago Toscano, alla Versilia, e chissà che i fusti non possano finire anche in altre zone più remote. Vigiliamo su questa vicenda per non ritrovarci il fusto quest'estate sullo scoglio, dimenticato da tutti...
Nei lavori verdi
c'è più occupazione
I lavori verdi spingono forte. Nel panorama economico poco edificante dell'Italia la professionalità amica dell'ambiente può risultare l'asso della manica per molti giovani in cerca di lavoro. Il 38% delle assunzioni delle aziende nel 2011 riguarda infatti figure professionali legate alla sostenibilità: sono 227mila sul totale delle circa 600mila previste dalle imprese, secondo quanto annunciato da Unioncamere. I settori legati alla sostenibilità, ma anche una riconversione ecologica dell’economia nazionale sembrano leve importanti non solo per uscire dalla crisi e far ripartire la crescita economica, ma anche per dare occupazione.A confermarlo, il rapporto “GreenItaly”, secondo il quale il 23,9% delle imprese italiane (370mila di cui 150mila industriali e 220mila di servizi) dal 2008 ha investito o investirà in tecnologie e prodotti green.Delle 227mila assunzioni legate alla sostenibilità ambientale previste per il 2011 in Italia, circa la metà (97.600, il 16,4% del totale) sono legate alle “professioni verdi”, ossia quelle dei settori delle energie rinnovabili, della gestione delle acque e rifiuti, della tutela dell’ambiente, mobilità ed edilizia sostenibile ed efficienza energetica. In cima alla classifica per domanda di professioni ci sono le costruzioni (oltre il 70% delle assunzioni programmate), poi l’industria manifatturiera.Consistente la ricerca nelle micro (1-9 addetti) e piccole imprese (10-49), soprattutto al sud e con contratti a tempo indeterminato.Tra le figure più richieste: auditor esperto in emissioni di gas serra in atmosfera, tecnico superiore per industrializzazione, qualità e sostenibilità dell’industria del mobile, statistico ambientale, operatore marketing delle produzioni agroalimentari biologiche, progettista di architetture sostenibili. Le imprese segnalano però difficoltà a reperire il 30,3% dei green job e il 28,1% delle figure legate alla green economy (+6% punti percentuali rispetto alle difficoltà di reperimento lamentate nel caso delle figure non riconducibili alla green economy). Il 15% del fabbisogno di “colletti verdi” rischia perciò di rimanere insoddisfatto per un’inadeguata preparazione dei candidati.L’offerta formativa, comunque, si sta adeguando: nell’anno accademico 2011/2012 sono stati attivati 193 corsi di laurea in 54 atenei sui temi della sostenibilità ambientale (oltre un terzo al sud). Sempre nell’ambito green, nel periodo 2002-2010 sono stati istituiti 91 dottorati di ricerca sul tema e, su 59 istituti tecnici superiori, partiti o in avvio proprio in questi mesi, 17 si occupano di efficienza energetica e mobilità sostenibile.
Più lo mandi giù
più ti salva la pelle
di ERIKA LIENDERMANN
**************************************
Unica controindicazione: qualche notte insonni. Sembra proprio una classica scoperta sensazionale quanto è stato rilevato dai ricercatori del Brigham and Women Hospital e della Harvard Medical School statunitense nel mettere insieme i dati sul consumo di caffè e lo sviluppo delle più comuni forme di tumore alla pelle. Uno studio prospettico presentato dagli autori alla decima Conferenza internazionale sulle frontiere della ricerca nella prevenzione del cancro, in corso a New York, ha evidenziato che maggiore è il consumo di caffeina e minore è il rischio di sviluppare un carcinoma alle cellule basali (Bcc), un tipo comune di cancro della pelle. I ricercatori hanno spiegato che in questa malattia, il tumore si presenta di solito come una «piaga che non guarisce» sotto forma di sanguinamento con successiva formazione di croste. Col tempo sembra migliorare per poi cominciare a sanguinare di nuovo. Più comunemente, le Bcc emergono su collo e viso, vale a dire le parti del corpo più esposte al sole.Tuttavia, una percentuale notevole compare anche sulle gambe, sul cuoio capelluto e sull’addome. Nella maggior parte dei casi esse sono localmente invasive anche se non diventano metastasi. «Dato il milione di nuovi casi di Bcc diagnosticati ogni anno negli Stati Uniti - ha affermato Fengju Song, coautore della ricerca - fattori dietetici quotidiani con effetti protettivi anche piccoli possono avere grande impatto sulla salute pubblica. Il nostro studio indica che il consumo di caffè può rivelarsi un’opzione importante per aiutare a prevenire il carcinoma Bcc». Song e la sua squadra hanno raccolto i dati di due studi di lunga durata e su un campione molto esteso, il Nurses Health (Nhs) e l’Health Professionals Follow-Up Study (Pfs). Il Nhs ha coinvolto 72.921 individui che sono stati monitorati da giugno 1984 a fine giugno 2008. La Pfs ha invece incluso 39.976 persone, monitorate da giugno 1986 a giugno 2008.Sono stati rilevati 25.480 casi di cancro della pelle, di cui 22.786 Bcc, 1.953 carcinomi a cellule squamose e 741 melanomi. I ricercatori hanno calcolato che bevendo almeno tre tazze di caffè al giorno le donne hanno una probabilità inferiore del 20 per cento di sviluppare le Bcc rispetto a coloro che hanno consumato meno di una tazza al mese. Per quanto riguarda gli uomini, a parità di confronto, l’effetto è meno benefico (-9 per cento) ma è comunque rilevante. «Bere caffè si è rivelato inversamente collegato al rischio Bcc», ha concluso Song. Ora sono necessari ulteriori studi per accertare la correlazione.
La Calabria che grida
forte “no al carbone”
(L.B.) - Nessuno vuole la realizzazione della centrale a carbone a Saline di Montebello Jonico.Nel giorno del No Coke Day nazionale, sulla strada antistante il porto, si sono riversati fiumi di persone. Non c’era più spazio per parcheggiare le autovetture. Carabinieri, polizia, polizia provinciale e municipale erano schierati in prima linea. “Non vogliamo il carbone”. La centrale di Saline viene bocciata, così come viene messo sei in condotta a chi intende imporsi al popolo ormai stanco di essere “insultato” da progetti non condivisi. Questo lo sfogo della gente.Questa la pressante voce dei tanti presenti i quali affermano che «è assurdo lottare nel tentativo di estromettere chi si vuole imporre». Al progetto della realizzazione di una centrale a carbone a Saline avevano detto “no” le istituzioni: Regione, Provincia, Comuni, associazioni e i cittadini compatti. Nonostante tutto il progetto è andato avanti e così giorno dopo giorno nascono comitati a difesa del territorio.A Saline e precisamente in località S. Elina di Montebello Jonico, in primo piano c’erano i cittadini, le associazioni locali e quelle ambientaliste. Sullo sfondo la provocante immagine di una gallina dalle uova d’oro e striscioni taglienti.Accanto ai cittadini anche i politici ma solo alcuni. Molti hanno preferito dileguarsi. Ma di loro, a chi ha organizzato e a chi ha partecipato non importa molto: «Noi siamo presenti a manifestare contro il carbone e non ci vergogniamo. Gli assenti dovrebbero trovare risposte per i cittadini». Così si esprimono i manifestanti mentre bacchettano il sindaco di Montebello Jonico Nino Guarna, assente all’iniziativa. Al suo posto altri sindaci: a Pasquale Sapone, primo cittadino di San Lorenzo, è stato chiesto di prendere la parola a nome dei suoi colleghi presenti e tra questi il primo cittadino di Bagaladi, Federico Curatola, di Palizzi, Sandro Autolitano, di Condofuri, il commissario prefettizio Maria Laura Tortorella e di altri presenti.Ognuno di loro ha espresso contrarietà al progetto. Lo stesso Sapone lo ha definito “incompatibile”, Curatola “assurdo”, Autolitano “lontano dalla gente” e la Tortorella “distante dalla compatibilità ambientale”. Molte le sigle intervenute, da ogni luogo del mondo: dalla provincia reggina alla Colombia, dai rappresentanti delle associazioni locali al Wwf e a Legambiente Nazionale. Dai politici locali a quelli nazionali, dai sindacati ai semplici cittadini. Da Saline alla Svizzera con la presenza di Marcus Keller, rappresentante del “no carbone”. Applausi agli interventi e tanta forza del gridare “no al carbone”. Questo il dato prevalente registrato in una terra ricca di tradizioni, storia, cultura e il paesaggio raro come Pentidattilo, Prastarà, le grotte della Lamia, il laghetto con la sua area Sic e Sps e ancora le spiagge incontaminate. Il grande applauso è andato al coordinamento delle associazioni per aver portato a Saline una parte del mondo che urla “no al carbone”.
Da urbani a speciali
I rifiuti senza controlli
di LUCA BOTTI
**************************************
Ventimila tonnellate a Ferrara, altrettante tra Trieste e Padova, circa 6mila a Brescia. Per un totale, approssimato per difetto, di 46mila tonnellate di rifiuti speciali. Sono quelli partiti dagli Stir (Stabilimenti di tritovagliatura ed imballaggio rifiuti, ex impianti Cdr)campani e finiti nelle discariche del nord Italia. Scarti classificati con codice 19.05.01 e 19.12.12, la metà dei quali finiti a Jolanda di Savoia, in provincia di Ferrara. Quantitativi significativi sono finiti in Lombardia a Montichiari, presso la discarica Gedit e in Veneto, negli impianti di Padova e Trieste dell’Acegas. Nonostante la bagarre politica orchestrata dalla Lega sul decreto, che di fatto ha impedito gli accordi regionali per il trasferimento dei rifiuti urbani dalla Campania, questi rifiuti stanno circolando in tutta Italia, dal Sud al Nord.Un ostruzionismo, quello della Lega, che ha portato a una sorta di vacatio legis che consente a questi rifiuti, “derubricati” da urbani a speciali, di essere trasferiti liberamente fuori regione, senza la necessità del ‘nulla osta’ del luogo di destinazione ma con semplici accordi tra aziende. In Puglia e Sicilia vi sono indagini in corso relativamente al trasporto e smaltimento. Una situazione sulla quale sta indagando la Commissione ecomafie, che ha anche allertato prefetture e procure competenti sul potenziale pericolo. Il timore è che dietro alcune aziende si possa nascondere la mano della criminalità organizzata. Un sospetto neanche troppo lontano dalla realtà vista l’operazione che nelle scorse settimane ha portato all’arresto dell’imprenditore Vincenzo D’Angelo, coinvolto nell’operazione Golden Plastic che ha svelato un traffico illecito di rifiuti speciali dall’Italia verso l’Asia.A D’Angelo viene contestato di aver esportato rifiuti in Corea del Sud. Un’operazione di portata nazionale, che ha visto la Guardia di Finanza eseguire in 13 regioni italiane 54 ordinanze di custodia cautelare in carcere «nei confronti di soggetti, anche di etnia cinese, appartenenti ad un pericoloso sodalizio criminale “transnazionale”, dedito all’illecito traffico transfrontaliero di ingenti quantitativi di rifiuti speciali, costituiti da materie plastiche, gomma e pneumatici fuori uso». D’Angelo, 50 anni, è l’imprenditore nel trapanese tra i più quotati nel settore della gestione del ciclo dei rifiuti. Talmente importante il suo giro di affari che D’Angelo riuscì poco tempo fa a trovare anche un accordo con la SapNa, la società pubblica che gestisce il ciclo dei rifiuti a Napoli, per importare da Napoli ad Alcamo tonnellate di rifiuti.Il Mattino di Napoli rivelava il contenuto di una relazione, ancora coperta dal segreto istruttorio, dell’ingegner Luigi Boeri autore di una perizia sulle gare di appalto per portare la frazione umida fuori dal territorio regionale. Secondo il documento, sarebbero almeno 18 i milioni di euro persi dalla Sapna grazie alla scelta di affidare i trasferimenti della spazzatura nelle regioni italiane senza ricorrere al bando di gara. La cosiddetta Fut è stata portata in Emilia, Liguria Toscana, ma soprattutto in Puglia e in Sicilia. Una situazione, quella del trasporto dei rifiuti speciali, riemersa dopo la sentenza del Consiglio di Stato che nel luglio scorso aveva sospeso la decisione del Tar del Lazio, con la quale venivano bloccati i trasferimenti fuori dai confini della Campania dei rifiuti tritovagliati provenienti dagli Stir della Regione.
Troppa acqua sprecata
Un rischio per il pianeta
di PAOLA FERRERO
**************************************
Bere un bicchier d’acqua, innaffiare l’orto, scaricare lo sciacquone o, ancor di più, pompare enormi quantità di acqua in un sistema di raffreddamento industriale. L’eccessivo uso e consumo di materie prime non è solo uno “spreco”: mette a rischio le risorse idriche del pianeta. Lo dice la ricerca “Quant’acqua sfruttiamo, Come il consumo di materie prime minaccia le risorse idriche del pianeta”, condotto dal SERI (Sustainable Europe Research Institute) per conto degli “Amici della Terra/Europa” (Friends of the Earth Europe). La ricerca è stata fatta nell’ambito della campagna REdUSE sull’uso e il consumo delle risorse.L’acqua, che è necessaria in tutte le fasi della produzione di beni di consumo, dall’estrazione di materie prime alla loro trasformazione, può essere utilizzata come indicatore di sostenibilità. Lo studio, evidenzia come gli Europei, attraverso l’importazione di materie prime e prodotti, consumino molta più acqua di quanta ne estraggano dal proprio territorio, e come l’Europa, che è il primo importatore di materie prime a livello globale, possa compromettere l’approvvigionamento idrico in zone del pianeta in cui l’acqua risulta essere invece una risorsa scarsa. In sostanza il rapporto esamina il consumo di materie prime e di acqua e le loro interrelazioni.Nonostante un numero sempre crescente di studi analizzi le relazioni tra l‘estrazione di materie prime, il commercio e il consumo, a oggi, la relazione tra i materiali e le altre risorse, come l‘acqua, tende ad essere poco chiara. Circa la metà di tutta l’acqua accessibile è destinata alla coltura di prodotti per uso alimentare, alla fornitura di acqua potabile e alla produzione di energia e di altri beni. In Europa, quasi la metà di tutta l‘acqua prelevata è utilizzata per i processi di raffreddamento del settore energetico. Il resto è utilizzato per l’agricoltura, l‘approvvigionamento idrico pubblico e per l‘industria. Ma ci sono grandi differenze geografiche nel consumo di acqua e di materie prime: il cittadino medio americano consuma la più alta quantità di acqua (7.700 litri al giorno) e di materiali (100 kg al giorno); il suo omologo africano consuma il livello minimo: 3.400 litri di acqua e 11 kg di materiale al giorno.L‘impronta idrica relativa alle nostre abitudini di consumo è molto maggiore di quella relativa al nostro impiego diretto di acqua. Una significativa quota dei beni consumati in Europa, quali i generi alimentari e altri prodotti agricoli, sono coltivati e prodotti altrove, fuori dal continente. Paradossalmente, molti Paesi con modesti livelli di riserve d’acqua utilizzano la gran parte della loro disponibilità per la produzione di beni da esportare verso i paesi più ricchi di acqua. Poiché le risorse idriche sono sempre più scarse in molte regioni del mondo, è fondamentale che siano utilizzate in maniera più efficiente, anche dal punto di vista economico, ad ogni livello – nell‘industria e nell‘agricoltura, in ambiente domestico e anche nei sistemi di fornitura.In un mondo a risorse limitate – sostiene il dossier - dobbiamo guardare ai legami esistenti tra l’impiego delle risorse, la crescita economica e la prosperità della nostra società. Il nostro modello di crescita è basato su alti livelli di consumo continuativo e questo sistema è causa di crescenti disuguaglianze e da livelli allarmanti di utilizzo delle risorse da parte di una minoranza della popolazione mondiale il che porta alla necessità di fondamentali modifiche dei modelli economici di sviluppo correnti ma anche delle modalità di gestione delle risorse naturali e dei servizi.
Orrore zoomafia.
Tra corse folli
e lotte clandestine
di ANNA SUARDI
**************************************
Si chiamano Otello e Jack, sono due pit bull sequestrati nel corso di un combattimento. La loro storia è raccontata dal rapporto zoomafia 2011 della Lav. Nel 2010 si sono registrati, dopo alcuni anni, segnali di ripresa della cinomachia. Sono molti i casi di ritrovamento di cani feriti abbandonati e cani morti che presentavano ferite da lotta. Un fenomeno, quello della lotta tra cani, che pur avendo perso i connotati dell’emergenza che aveva una decina di anni fa, resta preoccupante. Sono centinaia di migliaia gli animali che ogni anno finiscono la loro vita nelle mani criminali della zoomafia, un fenomeno criminale che muove un giro d’affari illegale di circa tre miliardi di euro e che si presenta sempre più come una realtà parcellizzata tra “storiche” illegalità - truffe nell’ippica e corse clandestine di cavalli, macellazioni clandestine, abigeato, bracconaggio e pesca illegale, lotte tra cani, business canili - e nuove frontiere criminali: in particolare i traffici di animali via internet e il traffico di cuccioli. Il business più redditizio è quello delle corse e delle scommesse clandestine sui cavalli.Solo nell’ultimo anno sono state dodici le gare non autorizzate bloccate dalle forze dell’ordine. In tredici anni (1998 al 2010), sono state denunciate 2997 persone, sequestrati 1032 cavalli e 92 le corse clandestine bloccate. Con il corollario di cavalli massacrati, macellati, fatti a pezzi e gettati nella spazzatura o uccisi sulla strada dopo una gara illegale. Ma cavalli e corse clandestine, viaggiano anche su YouTube: in rete ci sono centinaia di video con le sfide tra cavalli costretti a correre su fondi stradali disagiati. Non solo, molti video hanno addirittura la colonna sonora di canzoni neomelodiche dedicate ai cavalli e alle corse clandestine.Nelle procure italiane si aprono circa dodici fascicoli al giorno per reati a danno di animali, uno ogni dure ore. «E’ opportuno ricordare che il numero dei reati ufficiali rappresenta solo una parte di quelli effettivamente compiuti. Molti di essi, infatti, pur essendo stati commessi restano, per motivi vari, nascosti e non vengono registrati. Naturalmente, la quota di reati nascosti sul totale di quelli reali - il cosiddetto numero oscuro - varia a seconda del tipo di reato, soprattutto in funzione della sua gravità. Il reato di maltrattamento di animali per sua natura ha un numero oscuro altissimo. Un altro aspetto da considerare è che in generale sono di più i reati denunciati a carico di ignoti che quelli registrati a carico di autori noti.
Alluvione, la politica
paghi i danni
(E.C.) - Un esposto alla magistratura per disastro colposo e una forte denuncia pubblica degli ambientalisti. Queste sono alcune delle reazioni del mondo ecologista all’ennesima alluvione che colpisce tragicamente il territorio ligure. Reagisce con rabbia il Wwf. Secondo l’associazione quella che ha colpito la Liguria è «una tragedia annunciata dall’assenza di un presidio sul territorio in grado di prevenire i disastri ambientali del dissesto idrogeologico ed evitare una nuova conta delle vittime. Un prezzo che - sottolinea l’associazione - ancora una volta i cittadini scontano sulla propria pelle perché alla cementificazione selvaggia si aggiunge la colata di interventi edilizi autorizzati in aree a rischio». «La Liguria- ricorda ancora l’organizzazione del panda, - rappresenta un caso esemplare della miopia istituzionale sull’attività di prevenzione e tutela del territorio: proprio qualche mese fa, infatti, la Regione ha approvato un provvedimento (il regolamento regionale nr 3 del 2011) che ha ridotto da 10 a 3 metri le distanze minime di edificazione vicino ai corsi d’acqua in ambito urbano». Non solo.«Sui fiumi in particolare si continua ad intervenire d’urgenza, restringendo le aree di esondazione contribuendo così ad aumentare il rischio di alluvione a valle». E intanto i Verdi liguri passano ai fatti annunciando un esposto alla magistratura per disastro colposo. «Quello che sta accadendo in Liguria - attacca la leader regionale verde Cristina Morelli - è un vero e proprio disastro colposo. Presenteremo a livello nazionale un esposto perché quello che sta accadendo non è legato ad eventi atmosferici straordinari. La politica deve andare sotto processo - aggiunge -. È inaccettabile che si continui con i Piani casa l’assalto all’Italia dove, ogni anno, si consumano 480-500 chilometri quadrati di territorio. La Liguria, poi, è la regione che ha la maggiore percentuale di territorio consumato con il 45%. Eppure - continua l’esponente del Sole che ride - la nostra Giunta regionale continua a cementificare. Cos’altro deve succedere perché si dica basta? Non ci si può nascondere continuamente dietro agli eventi naturali imprevedibili, bisogna che qualcuno si assuma la responsabilità di ciò che non è stato fatto per tutelare un territorio così fragile come il nostro». Anche Legambiente leva la sua voce: «Eventi come questi continuano a ripetersi - è la sconsolata costatazione del presidente regionale Stefano Sarti - perché si è lasciato l’entroterra abbandonato e si continuano a realizzare interventi edilizi anche in aree a rischio dal punto di vista alluvionale e idrogeologico». Intanto si contano i morti e i dispersi. E i danni che, secondo l’assessore regionale alle infrastrutture Raffaella Paita, ammontano a «svariati milioni di euro», solo per la viabilità ordinaria.
    
       
    
HOME | HOME NAZIONALE | HOME HABIATE | HABIATE pagina due | HABIATE speciale elezioni | HABIATE primo piano | HABIATE in evidenza | HABIATE cronaca 1 | HABIATE cronaca 2 | HABIATE cronaca 3 | HABIATE palio san pietro | HABIATE attualita | HABIATE informazione | HABIATE speciale | HABIATE ambiente 1 | HABIATE ambiente 2 | HABIATE provincia e regione | HABIATE il palazzo | HABIATE agenda e storia | HABIATE focus | HABIATE ricordi | HABIATE d'epoca | HABIATE grande milano | HABIATE lombardia | HABIATE belpaese | HABIATE cane nero | HABIATE resto del mondo | HABIATE sos ambiente | HABIATE battito animale | HABIATE dossier 1