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Tre due uno, il razzo non parte
fallito il primo lancio privato
Ci vorrà ancora un po' per battezzare l'inizio della nuova era spaziale in mano ai privati. E' fallito, infatti, il lancio del razzo Falcon 9 con la capsula Dragon, della SpaceX, il primo di un'agenzia privata 1a dover decollare verso la Iss, Stazione spaziale internazionale, da Cape Canaveral.Tutto sembrava andare bene, verso uno storico successo ed una tappa epocale, quando alla conclusione del conto alla rovescia, con i motori alla massima potenza, un arresto automatico del computer di bordo ha fatto fallire l'intera procedura, ha riferito un portavoce della Nasa. Anche il commentatore della Nasa George Diller è stato preso alla sprovvista: "Tre, due, uno, zero, decollo" stava annunciando, per poi correggersi subito dopo: "no, non è decollato".Uno stop all'ultimo secondo: all'origine del contrattempo ci sarebbe un problema di pressione del motore. Finisce quindi con un rinvio, nella migliore delle ipotesi, quello che era stato annunciato come il primo, storico tentativo di lancio da parte di una delle compagnie private statunitensi che sperano di prendere in consegna dalla Nasa l'invio di rifornimenti e uomini alla Stazione spaziale internazionale.
Stati Uniti, quando la
pena di morte è ‘‘nera’’
Il vento della rivoluzione sta iniziando a soffiare nelle aule di giustizia statunitensi, una brezza destinata a scardinare antichi pregiudizi e storiche sentenze. Molti studi hanno dimostrato, negli ultimi decenni, come vi sia una significativa polarizzazione razziale nell’amministrazione della pena di morte. Gli imputati di pelle nera, secondo gli esperti, hanno, tuttora, maggiori probabilità di essere condannati alla pena capitale rispetto ai bianchi. L’aggravante sta, poi, nell’uccidere persone di pelle bianca. E in quel caso, i casi di condanna aumentano rispettano a equivalenti omicidi compiuti su vittime di pelle nera.Un riferimento bibliografico è dato da un’inchiesta di David Baldus, dal titolo “Discriminazione razziale e pena di morte”, dove sono illustrate connessioni tra il colore della pelle e l’incidenza nelle condanne. Inoltre, uno studio di Jennifer Eberhardt sottolinea l’influenza dei tratti fisionomici degli imputati, tipica delle persone di pelle nera (naso largo, labbra grosse), sulla giuria. Coloro che posseggono tali caratteristiche, sostiene la studiosa, hanno il doppio delle possibilità di essere condannati a morte. La Corte Suprema, in occasione della sentenza ‘McClesky-Kemp’ nel 1987, rifiutò di prendere in seria considerazione tale ipotesi, condannando a morte Warren McCleskey per rapina a mano armata e omicidio. Uno studio, prodotto dal team legale dell’imputato, dimostrò la diseguaglianza razziale nei casi di omicidio di bianchi da parte dei neri, in misura quattro volte superiore alla media. Il tribunale respinse l’appello McClesky con una motivazione che lasciò molto perplessi: “Le disparità, in caso di condanna, sono una parte inevitabile del nostro sistema giudiziario. Se c’è stato razzismo nella sentenza, abbiamo commesso un errore, ma è un dato di fatto”.La sentenza, definita una delle più inique dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, fu equiparata a quella di ‘Dred Scott’ che nel 1857 diede sostanza giuridica alla schiavitù degli afroamericani e a quella di ‘Plessy vs Ferguson’, nel 1896, sulla segregazione razziale. Già Cesare Lombroso, alla fine dell’800, teorizzò la connessione tra comportamento criminale e caratteristiche anatomiche della persona. Tuttavia, nell’ultima parte della sua vita lo studioso affiancò alle connotazioni fisiche anche quelle ambientali, educative e sociali. Dal caso di McClesky in poi, i giudici non hanno più permesso alla difesa di mostrare studi sui pregiudizi razziali, nei casi di condanna a morte. I ‘Racial Justice Act’, approvati negli stati del Kentucky nel 1998 e in North Carolina nel 2009 proibiscono di condannare un imputato alla pena di morte sulla base della razza. Al massimo, la pena può essere commutata in ergastolo senza la condizionale.Nello specifico, la pronuncia del North Carolina consente di identificare, da parte del giudice, i tipi di prova alla base di un’eventuale valutazione per criteri di razza. L’accusa, dal canto suo, potrà costituire prove per smontare le tesi della difesa. Negli ultimi tre anni, quasi tutti i condannati a morte hanno cominciato a impugnare le proprie sentenze. Il primo è stato il 38enne Reymond Marcus Robinson, condannato alla pena capitale per l’omicidio di un ragazzo di 17 anni al quale aveva rubato una macchina e 27 dollari. La giuria, che pronunciò la condanna a morte, era composta da nove bianchi, due neri e un indiano d’America in una contea costituita al 40% da persone di pelle nera. Robinson è ancora in vita, la sua condanna è stata commutata in ergastolo perché i suoi legali sono riusciti a dimostrare che la questione della razza poteva essere un elemento discriminante nella composizione della giuria. Una commissione composta da persone di varia provenienza, infatti, è fondamentale per combattere gli stereotipi e ottenere giustizia.
Cuba autorizza
il commercio di auto
Il governo di Cuba ha autorizzato la compravendita di automobili nuove, proibita per mezzo secolo, una delle misure più attese delle riforme del presidente Raul Casto.Il decreto stabilisce una serie di norme per la cessione di automobili per i cubani residenti e gli stranieri.Le norme consentono l'acquisto di veicoli anche agli stranieri che risiedono temporaneamente sull'isola, ma per un massimo di due.La misura è tra le più importanti tra le 300 adottate ad aprile nel corso del Congresso del partito comunista cubano, che segna l'avvento della nuova linea di Raul Castro. Fino ad oggi per i cittadini cubani non era possibile comprare o vendere automobili ad eccezione di quelle registrate nell'isola prima del 1959: si tratta per la maggior parte di grandi berline di fabbricazione statunitense.
I turisti contaminano
gli indigeni della
foresta amazzonica
di ERIKA LIENDERMANN
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I contatti con gli altri umani mettono a rischio la salute degli abitanti della foresta. Sono indifesi di fronte a batteri e agenti contaminanti. Non vogliono vedere e incontrare nessuno. Lo fanno capire in tutte le maniere. Lasciando chiari segni di “divieto” nella foresta, lanciando qualche freccia senza punta, a titolo dimostrativo, agli aggressori di turno, cercando di mostrarsi il meno possibile.Sono tuttora un numero rilevante le tribù “incontattate” che, in varie porzioni del globo e in primis nella foresta amazzonica, vogliono mantenere integra la loro autonomia e libertà, mistero che li riguarda compreso. In Perù, in particolare, vivrebbero tra i 4 e i 5 mila indigeni, divisi in una quindicina di tribù.Hanno sperimentato sulla propria pelle che nella maggior parte dei casi i contatti con il mondo “normale” portano loro solo danni. Perché tagliatori di legname gli sottraggono giorno dopo giorno una parte rilevante del loro habitat, perché un attacco ancora più potente alla loro civiltà arriva dalle multinazionali a caccia di risorse da sfruttare.Anche se il diritto internazionale riconosce in linea di principio le loro prerogative e i loro diritti, i governi locali quasi sempre cedono alla tentazione di fare profitti cedendo i lotti di terreno (il 70% della foresta amazzonica peruviana è già stata data in concessione) in cui vivono alle compagnie che vogliono sfruttarli. Altro punto cruciale le malattie.Gli incontattati sono indifesi rispetto ai nostri batteri e ai nostri virus, ma anche alle sostanze contaminanti più tipiche e banali delle realtà ricche. Basta una congiuntivite delle nostre per accecarli, un’influenza per ucciderli.In seno alla comunità internazionale, per fortuna, ora si sono sempre di più organizzate istituzioni e forze che s’impegnano nella loro difesa. Che proteggono il loro diritto all’invisibilità e all’isolamento e sollecitano il governo peruviano a proteggere gli indios. Survival International segnala il caso di una tribù recentemente avvistata all’interno del territorio protetto del Parco nazionale del Manu, in un’area identificata con il nome di Yanayacu.Il pericolo arriva dai turisti che, curiosi, per attrarre gli indiani fuori dalla foresta lasciano ogni tipo di esca, vestiti compresi. Ebbene, gli indiani incontattati non hanno difese immunitarie in grado di proteggerli da malattie molto comuni. A seguito del primo contatto, solitamente oltre il 50% della tribù muore. In alcuni casi, muoiono tutti i suoi componenti. Riprova della loro fragilità, ma anche di quanto sono contaminati gli umani “evoluti”.
MEDIO ORIENTE
Appello per la Pace
e i diritti nella
Regione Kurda
(S.H.) - Una primavera dei popoli ai confini dell’Europa: questo è lo scenario a cui assistiamo negli ultimi mesi. La regione mediterranea ed il Medio Oriente sono attraversati da un vento di libertà, e cercano strade democratiche e pacifiche di rinnovamento.La discussione alle Nazioni Unite sul riconoscimento dello stato palestinese costituisce una importante occasione per riflettere sulla ricerca di soluzioni pacifiche ai conflitti in corso in quell’area. Una grande questione però rischia di essere dimenticata dalla opinione pubblica europea e cancellata dall’agenda politica internazionale: quella relativa al riconoscimento dei diritti del popolo kurdo, ovvero di quaranta milioni di persone che vivono tra l’Anatolia e la Mesopotamia, nei confini di quattro stati differenti (Turchia, Iran, Iraq e Siria).Eppure, nonostante il grande successo ottenuto dagli esponenti del movimento curdo alle elezioni del Parlamento turco del giugno scorso, permangono in Turchia - paese in cui vivono circa venti milioni di kurdi - lo stato di detenzione ed i processi nei confronti di centinaia di esponenti politici ed amministratori locali curdi, e la sistematica negazione delle istanze di riconoscimento dei diritti culturali e linguistici del popolo curdo, e nelle ultime settimane nelle regioni al confine tra Turchia ed Iraq si è assistito a massicce operazioni militari messe in atto dall’esercito turco che hanno causato numerose vittime e pesanti perdite per le popolazioni che vivono in quell’area, innescando un ulteriore inasprirsi del conflitto dalle imprevedibili conseguenze.Tali operazioni si sono sviluppate nello stesso periodo in cui l’esercito iraniano attaccava da est la regione irakena del Kurdistan in cui trovano rifugio gli oppositori curdi al regime degli ayatollah. La scelta di ricorrere ancora una volta allo strumento militare contraddice la volontà proclamata dal governo turco guidato da Erdogan di trasformare la Turchia in una democrazia moderna e rispettosa dei diritti umani e rischia di alimentare una spirale di violenza, da tutte le parti, con la conseguenza di ostacolare le possibilità di dialogo, essenziale per una composizione politica del conflitto.I passi in avanti compiuti dalla Turchia in questi anni per consolidare la democrazia, anche in ragione del dialogo per l’adesione all’Unione Europea, rischiano - senza un approdo effettivo a una soluzione politica della questione curda - di giungere ad uno sbocco assolutamente inadeguato, sia sotto il profilo del raggiungimento degli standard democratici della Turchia, sia con riguardo ad una prospettiva di pace duratura nell’area mediorientale.
Ogni anno in Cina
sono 28mila i decessi
causati dall'AIDS
Nel 2011 sono morte in Cina per HIV/AIDS un totale di 28.000 persone, mentre sono stati 48.000 i nuovi infettati dal virus.Lo studio sulla situazione dell’HIV/AIDS in Cina, pubblicato dal Ministero della Sanità cinese insieme a un programma congiunto sull’ HIV/AIDS delle Nazioni Unite e dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), ha rivelato che in due anni dal 2009 il numero di persone affette da HIV/AIDS è aumentato di 40.000 unità. Ha aggiunto che i casi di nuove infezioni sono rimasti a un livello basso.Il documento afferma che con circa 780.000 persone affette da HIV/AIDS in tutto il paese, compresi i 154.000 malati di AIDS, la percentuale complessiva delle infezioni è dello 0,058 %.Si dice anche che l’aumento del numero di pazienti malati di AIDS è dovuto in larga parte al crescente impegno del governo nella prevenzione e nell’intervento, che ha favorito la riduzione del numero di morti tra questi.Lo studio aggiunge che dal settembre 2011 più di 136.000 malati di AIDS hanno ricevuto terapie anti-virus, portando così la copertura delle cure al 73,5 %, ossia un incremento di 11,5 punti percentuali rispetto al 2009.Secondo il documento si stanno manifestando alcune nuove tendenze, come l’importazione del virus e il costante aumento dei casi dovuti a trasmissione sessuale.C’è l’esigenza di un aumento della serie di controlli tra le categorie più a rischio di contrarre il virus, e di un ulteriore potenziamento delle cure tra coloro che ne sono già infetti.Si consiglia anche di incrementare l’educazione sanitaria e di ridurre la discriminazione sociale verso le persone con l’HIV o l’AIDS.
Gli hacker informatici
creano l'Hackerspace
Gli hacker informatici hanno intenzione di portare internet oltre la portata della censura: come fare? Portando i propri satelliti di comunicazione in orbita. Per quanto impegnativo possa sembrare, esiste già un progetto concreto.
IL PROGETTO - Lo schema è stato tracciato al Chaos Communication Congress di Berlino. Gli organizzatori del progetto Hackerspace Global Grid si impegnano a sviluppare una rete di stazioni a terra per rintracciare e comunicare con i satelliti. Sul lungo termine, questi hacker sperano di contribuire a portare un astronauta “amatoriale” sulla Luna.Gli appassionati hanno già messo un paio di piccoli satelliti in orbita – di solito solo per brevi periodi di tempo -, ma il monitoraggio dei dispositivi si è dimostrato difficile per i progetti a budget molto contenuto. L’hacker attivista Nick Farr chiama a sé gli appassionati, perché possano contribuire al progetto a partire dal mese di agosto. A motivare il progetto, secondo Farr, è la minaccia crescente di censura su Internet. “Il primo obiettivo è ottenere un web non censurabile nello spazio. Portiamo internet fuori dal controllo delle entità terrestri”.
I PERICOLI - Ferr ha citato la proposta di legge negli Stati Uniti per bloccare le pirateria online, chiamata (Sopa), come un esempio del tipo di minaccia verso la libertà del web. Se approvato, l’atto permetterebbe di bloccare alcuni siti per motivi di copyright. Mentre le missioni spaziali del passato sono state quasi tutte appannaggio di agenzie nazionali e grandi aziende, gli appassionati dilettanti hanno iniziato a muoversi negli ultimi anni, inviando un paio di carichi in orbita. Questi carichi sono stati per lo più inviati utilizzando appositi palloni e sono difficili da individuare con precisione da terra. Secondo Armin Bauer, un appassionato 26enne di Stoccarda che sta lavorando al progetto Hackerspace Global Grid, ciò avviene in gran parte a causa della mancanza di fondi.
LE DIFFERENZE - “I professionisti in grado di monitorare i satelliti da stazioni terresti, ma di solito non ce n’è bisogno perché, pagando un’enorme cifra [per l'invio del satellite tramite un razzo], vengono messi in un posto preciso”, ha affermato Bauer. Nel lungo periodo, un più ampio progetto aerospaziale degli hacker mira a portare un astronauta amatoriale sulla Luna, almeno entro i prossimi 23 anni. “È un progetto molto ambizioso, così ci siamo detti di provare qualcosa di più piccolo prima”, ha aggiunto Bauer.
LA RETE A TERRA - La conferenza di Berlino è stata l’ultima riunione tenuta dal Chaos Computer Club, un vecchio gruppo di hacker tedeschi che si è dimostrato influente non solo per coloro che sono interessati a migliorare la sicurezza dei computer, ma anche per chi ama armeggiare con hardware e software. Quando il signor Farr ha chiesto contributi al progetto Hackerspace, Bauer e altri hanno deciso di concentrarsi sulle infrastrutture di comunicazione. Lui e i suoi compagni di squadra stanno lavorando su una parte del progetto insieme con Constellation, un’iniziativa tedesca di ricerca aerospaziale che consiste principalmente nell’interconnessione tra progetti degli studenti. Grazie allo spirito open-source di Hackerspace, Bauer e alcuni amici hanno avuto l’idea di una rete distribuita da stazioni a terra di costo contenuto, acquistabili o realizzabili da privati. Utilizzate tutte insieme a costituire una rete globale, queste stazioni sarebbero in grado di individuare i satelliti in un dato momento, ma anche di rendere più facile e più affidabile l’invio di dati a terra da parte di satelliti dal movimento veloce. Una sorta di sistema GPS al contrario. I primi prototipi arriveranno nel 2012.
La lentezza dei governi
mette a rischio il pianeta
di SUHAILA HASSAN
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I governi del mondo alla diciassettesima Conferenza Internazionale sul Clima (COP 17) di Durban (Sudafrica) hanno raggiunto una timida intesa su un futuro accordo globale sul clima, ma mancano ancora l’ispirazione e l’ambizione necessarie per affrontare il cambiamento climatico e dare speranza a centinaia di milioni di persone che in tutto il mondo soffrono e continueranno a soffrire per gli impatti disastrosi del clima.I governi hanno raggiunto un accordo debole, che ha istituito un Fondo Verde per il Clima, il Green Climate Fund (Gcf) con ancora pochi soldi, hanno rimandato le decisioni più importanti sui contenuti del Protocollo di Kyoto e hanno preso un impegno poco chiaro per raggiungere nel 2020 un accordo globale che potrebbe lasciarci legalmente vincolati a un aumento della temperatura globale di 4° C, ben oltre i 2° C raccomandati dalla scienza per evitare un cambiamento climatico catastrofico.Mariagrazia Midulla, responsabile Policy Clima ed Energia del WWF Italia che ha seguito i negoziati a Durban, ha dichiarato: “I Governi hanno fatto il minimo indispensabile per portare avanti i negoziati, ma il loro compito è proteggere la loro gente. E in questo, qui a Durban, hanno fallito. La scienza ci dice che dobbiamo agire subito, perché gli eventi meteorologici estremi, la siccità e le ondate di caldo causate dal cambiamento climatico peggioreranno. Ma oggi è chiaro che i mandati di pochi leader politici hanno avuto un peso maggiore delle preoccupazioni di milioni di persone, mettendo a rischio le persone e il mondo naturale da cui le nostre vite dipendono ‘Catastrofe’ è una parola dura, ma non è abbastanza dura per descrivere un futuro con 4 gradi di aumento della temperatura globale”.“Sfortunatamente i Governi a Durban hanno speso le due cruciali giornate finali dei negoziati a discutere su una manciata di parole specifiche nei testi negoziali, invece di impegnare la loro capacità politica per stabilire azioni concrete maggiori per affrontare il cambiamento climatico. Alcuni paesi, come gli Stati Uniti, hanno mostrato di non essere interessati a favorire un ambizioso esito dei negoziati. Gli USA, preoccupati della politica in patria, si sono battuti su alcune parole, ma hanno del tutto mancato il fine principale: limitare il cambiamento climatico più pericoloso.Complessivamente, la responsabilità di questo fallimento va attribuita a una manciata di governi, come Stati Uniti, Giappone, Russia e Canada, trincerati sulle loro posizioni, che hanno fortemente frenato il livello di ambizione dei negoziati. E questo ci ha portato al punto in cui siamo ora” - sottolinea Midulla.Unico tassello positivo a Durban è stato l’emergere di un ampio gruppo di Paesi dalle ambizioni alte, guidati dalle nazioni più vulnerabili e dagli Stati delle piccole isole tra cui molti Paesi africani.“Non possiamo continuare su questa strada, o verremo soffocati dal nostro stesso carbonio e termineremo le risorse naturali, e questo significa che non avremo cibo, acqua e energia per tutti – ha continuato Mariagrazia Midulla del WWF Italia. Il cambiamento climatico è un problema globale e necessita di una risposta globale. I negoziati di Durban non hanno dato una risposta, ma un percorso. Ma la lotta contro i cambiamenti climatici è tutt’altro che finita, sia all’interno del processo negoziale sia al di fuori di esso. Le emissioni di gas serra quest’anno sono arrivate ai livelli massimi. Abbiamo bisogno di una risposta compatta al problema, con un’azione continuativa contro il cambiamento climatico da parte dei Governi nazionali, del mondo delle imprese e dalla società civile, che devono rispondere con convinzione a questa chiamata alle armi. Mentre negoziatori e ministri sedevano dietro le loro porte chiuse, non sentivano l’appello delle persone, dei leader religiosi, dei giovani, delle donne, che protestavano e manifestavano per stimolare un’azione urgente. Queste persone, compreso il WWF, li riterranno responsabili”.
Giappone/ Sondaggio
80% nipponici chiede
abbandono nucleare
A un anno dal disastro di Fukushima, l'80% dei giapponesi vuole la fine del nucleare. Lo rivela un sondaggio pubblicato dal quotidiano nipponico "Tokyo Shimbun" in cui si precisa che appena il 16% si schiera a favore dell'energia atomica. Dall'incidente dello scorso anno alla centrale di Fukushima, provocato da un sisma e dal conseguente tsunami, la quasi totalità dei reattori è stata fermata per verifiche e per controlli di sicurezza. Attualmente solo due dei 54 impianti del Paese sono in funzione.
SVIZZERA
SOS da Campione:
"Dateci il punto franco"
di ELIANA BACHOFNER
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Punto franco nei fatti e non solo a parole. Far sì che le autorità federali elvetiche riconoscano il diritto di Campione d’Italia a non dover sottostare al pagamento delle imposte indirette su ogni acquisto effettuato dai soggetti commerciali e istituzionali. Una situazione che, norme legislative alla mano, non dovrebbe esistere essendo l’enclave posta al di fuori dal territorio doganale elvetico. Eppure, interpellato direttamente in proposito, il Governo di Berna ha giustificato l’applicazione dell’IVA sulle transazioni in seguito alla mancanza di un accordo effettivo con l’Italia in tale materia e con la paura che le merci in transito dalle dogane comasche invece di finire nell’enclave siano destinate al contrabbando. L’accorato appello è stato lanciato da Massimo D’Amico, presidente degli operatori economici di Campione d’Italia, che da anni sta cercando, insieme ad un’apposita Commissione istituita qualche anno fa dall’Amministrazione Comunale, di giungere ad una soluzione per quello che potrebbe essere «non certo un toccasana per tutti i problemi dell’enclave, ma un’occasione di rilancio economico». Infatti, rispetto agli anni ’60 e ’70, quando le attività commerciali erano numerose, oltre sessanta, e il paese era caratterizzato da una vivacità economica, oggi tutto è quasi scomparso. L’attuale situazione di difficoltà, dopo tutto, trova nelle vicende della casa da gioco il suo esempio più eclatante. «Se Campione fosse punto franco le sigarette costerebbero la metà, la carne almeno il 33% in meno, il gasolio di riscaldamento mezzo franco al litro! Ogni nucleo familiare risparmierebbe dai 1000 ai 1500 franchi al mese. L’unico risultato della situazione attuale è che i soggetti economici del paese, Casinò in testa, sono vittime di un sistema che le autorità elvetiche giustificano in seguito a mancanza di una chiarezza negli accordi tra Italia e Svizzera», ha affermato D’Amico. Nel 2009 la Commissione IVA istituita dal Comune di Campione d’Italia ha presentato un protocollo operativo che disciplina la materia in modo dettagliato così da tranquillizzare le autorità elvetiche per evitare i rischi di contrabbando. Per la sua applicazione alcuni incontri positivi si sono tenuti a Roma presso i diversi ministeri competenti ma la situazione è ora in una fase di stallo per tutta una serie di motivi che possono essere ricondotti ai difficili rapporti tra Italia e Svizzera in ambito fiscale. La speranza è che al più presto la trattativa trovi uno sbocco pratico. «Uno status di punto franco ed un serio progetto di rilancio anche culturale, turistico può salvare Campione d’Italia – ha concluso D’Amico – Se non ci sarà presto un accordo sulle imposte indirette il paese rischia di cadere nel baratro».
Grattacieli, crisi
e recessioni.Il prossimo
sboom sarà in Cina?
Lo chiamano l’Indice del Grattacielo. E’ uno studio di Barclays Capital, braccio di investimenti di una delle maggiori banche britanniche. Sostiene una singolare teoria: nell’ultimo secolo e mezzo ogni corsa a costruire grattacieli sempre più alti ha preannunciato un’imminente recessione. “Fortunatamente”, afferma il rapporto, “al momento non sembrano esserci piani per costruire da qualche parte un grattacielo più alto del Burj Khalifa del Dubai”, che a quota 828 metri è attualmente l’edificio più alto del pianeta. Ma il boom di grattacieli in Cina, dove si trovano più della metà dei palazzi monstre in costruzione in tutto il mondo, invia un campanello d’allarme che la prossima crisi potrebbe coinvolgere anche Pechino. Una previsione condivisa da alcune cassandre della City di Londra, secondo cui il terremoto economico-finanziario iniziato nel 2007 vivrà il suo apice nel 2012 proprio con un collasso cinese.Naturalmente lo studio preparato da Andrew Lawrence, analista di Barclays Capital, può essere minimizzato affermando che ripresa e recessione si alternano ciclicamente e non c’è nulla di anomalo in quello che è accaduto dal punto di vista delle leggi dell’economia negli ultimi 150 anni. Ma la correlazione tra la gara a costruire grattacieli sempre più alti e i successivi crolli economici è come minimo una curiosa coincidenza su cui riflettere. E sebbene il rapporto noti che per l’appunto nessuno, tantomeno in Cina, ha in programma di costruire un nuovo tetto del mondo più alto del grattacielo del Dubai, l’abbondanza di cantieri cinesi che erigono grattacieli induce ad aspettarsi nel prossimo futuro qualche brutta notizia per l’economia cinese e di conseguenza per quella mondiale, specie se si crede al suddetto “Skyscraper Index”.Ma ci sono preoccupazioni anche fra chi non ci crede. Albert Edwards, capo strategista di Société Générale e uno dei più noti pessimisti della City, ha ammonito ieri sera in un discorso a Londra che nel 2012 un “atterraggio turbolento” dell’economia cinese porterà la recessione globale degli ultimi cinque anni al suo apice. Anche se poi, è il suo messaggio di consolazione, le cose miglioreranno: “I prossimi dodici mesi saranno l’anno finale di dolori e delusioni”, afferma il banchiere.E un altro allarme viene dal World Economic Forum, che a poche settimane dal summit annuale di Davos ha pubblicato ieri il suo Global Risk Assesment, il rapporto sui rischi globali per l’economia: il sondaggio fra 500 esperti internazionali indica nella crescente diseguaglianza di reddito, nel sempre più largo gap tra ricchi e poveri, il maggiore pericolo per la stabilità mondiale. “Per la prima volta in generazioni”, avverte il documento, “molta gente, in particolare nei paesi industrializzati che sono stati la storica culla della fiducia e delle nuove idee, non crede più che i propri figli avranno uno standard di vita superiore al proprio”. Ce n’è abbastanza per alzare gli occhi al cielo e pregare che non svetti una nuova torre più alta del mondo.
Sisma Haiti, paese
ancora in ginocchio
Il colera che non dà tregua, le difficoltà della ricostruzione, la povertà di sempre: questa era la situazione ad Haiti quando un anno fa il paese ricordò il primo anniversario del devastante terremoto del 12 gennaio 2010. Sono passati altri dodici mesi e il bilancio non è molto diverso. Anche se fornire i dati precisi è difficile, il terremoto fece più di 200 mila morti, forse 300 mila.L'emblema della devastazione fu il crollo del Palazzo Presidenziale, anche se a finire in macerie fu circa il 60% degli uffici governativi. La scossa, violentissima, arrivò alle 16:53 locali (le 22:53 in Italia), e mise in ginocchio Port-au-Prince, capitale di quella che era - e continua a essere - la nazione più povera delle Americhe.Trentacinque maledetti secondi di orrore sulla città di 2,3 milioni di abitanti, e un destino cambiato per sempre: il mega-terremoto di magnitudo 7 mandò in frantumi non solo gran parte della capitale, ma anche l'intera economia della fragile nazione caraibica, colpendo complessivamente il 15% della popolazione, circa 2 milioni di persone.Il sisma lasciò senza tetto 1,2 milioni di persone in tutto il paese, che occupa la metà occidentale dell'isola di Hispaniola, dove Cristoforo Colombo attraccò al termine del suo primo viaggio, nel 1492. Oggi a due anni dal terremoto, l'orizzonte di Port-au-Prince é un susseguirsi di tendopoli: circa mezzo milione di persone continuano a vivere sotto le tende. Di queste circa la metà sono bambini e l'Unicef lancia un appello: servono 24 milioni di dollari per i bisogni umanitari immediati nel 2012, attraverso cinque progetti chiave nel campo della salute, nutrizione, acqua e servizi igienico sanitari.Ulteriori 30 milioni sono necessari per l'assistenza allo sviluppo nel lungo periodo. Pochi mesi dopo il sisma, inoltre, Haiti venne colpita da un'epidemia di colera, che ha già ucciso circa 7 mila persone e ne ha infettato circa 520 mila. Secondo stime recenti, ad Haiti solo il 2% della popolazione può usufruire di acqua potabile. Tra i mille problemi dell'isola, quello dell'epidemia è sempre in primo piano. Da tempo diverse fonti locali affermano che il colera è stato diffuso dai caschi blu nepalesi, giunti nel paese per prestare aiuto dopo il sisma.Qualche giorno fa, alcune organizzazioni locali per i diritti umani hanno puntato il dito contro l'Onu (come avviene da tempo), sostenendo che le Nazioni Unite e i caschi blu della missione 'Minustah' devono risarcire le vittime e i loro familiari per non aver fatto i dovuti controlli sanitari ai soldati.La missione Onu a Haiti è d'altra parte al centro di polemiche anche a seguito della diffusione di un video shock con presunti abusi sessuali commessi da cinque militari uruguaiani contro un giovane di 18 anni. In coincidenza con il secondo anniversario del terremoto, il premier Garry Conille - vicino all'ex presidente René Preval - ha detto che quello in corso sarà l'anno in cui la ricostruzione del paese riuscirà a decollare, così come la ripresa economica. Un obiettivo certo difficile da raggiungere, anche per l'instabilità del quadro politico.Da maggio il paese ha un nuovo presidente, il popolare cantante Michel 'Sweet Micky' Martelly, 50 anni, nessuna esperienza politica fino al trionfo elettorale. 'Sweet' vinse infatti a mani basse le presidenziali del 20 marzo, ma non è riuscito ad avere il controllo del Parlamento: una difficoltà in più per il paese più sfortunato dell'intera America Latina.
In Messico il traffico
di droga miete ogni
anno 12mila vittime
Sono almeno 12 mila le vittime legate al traffico di droga in Messico nel 2011, secondo quanto riportato dai media messicani. Dal 2006 le vittime sono ben 50 mila, da quando iniziò il programma del presidente Felipe Calderon (supportato dagli Stati Uniti) di lotta al crimine organizzato.Anche se non c’è accordo preciso sul totale delle vittime, le cifre sono comunque alte. Il Reforma, un rispettato quotidiano indipendente, riporta 12.359 vittime del traffico di droga, un 6,3 percento in più rispetto al 2010. Il quotidiano riporta che nel 2007 le vittime furono 2,275. Per il Millenio i morti sarebbero 12.284. Mentre La Jornada ne conta 11.890.Altri dati preoccupanti sono rappresentati dall’aumento delle donne uccise, almeno 900 nel 2011, e, anche se non sono state date delle cifre, il numero crescente dei bambini uccisi dal fuoco incrociato tra gangs e polizia e l’aumento del numero delle bambine reclutate dai narcos, che dimostrano come i trafficanti non si fermino di fronte a nulla.Il Reforma riporta infine anche dati in aumento per il numero di corpi trovati con segni di tortura, più di mille.
SVIZZERA
In partenza il tram
Manno-Lugano
di ERIKA LIENDERMANN
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Da oltre un lustro a questa parte si manifesta tanta voglia di tram nel Luganese. Determinata dall’esplosione di un traffico privato che s’è gonfiato al punto da provocare una... semiparalisi della mobilità. Perfino tra i più patiti dell’auto (spesso e volentieri insensibili alle ragioni del rispetto ambientale) è sorto il dubbio che essa sia venuta meno allo scopo per cui era nata: spostarsi il più liberamente e velocemente possibile. E tanto tuonò che piovve. L’autorità pubblica, a tutti i livelli – cantonale, comunale e federale – l’ha captata al volo questa voglia di un “ritorno al passato”. E integrandola in un contesto di sviluppo territoriale e urbanistico sostenibile per il quale erano stati elaborati diversi progetti (già realizzati o da realizzarsi: PTL, Piano direttore cantonale, PAL 2), non ha perso tempo, confezionando il fondamentale “trampolino di lancio” di quella che potrà essere la rete del tram del Luganese. A Bellinzona ne è stata presentato il progetto di massima della tappa prioritaria. Ossia del collegamento Bioggio-centro città, parte del quale in galleria, e del prolungamento della FLP (Ferrovia Lugano-Ponte Tresa) da Bioggio a Manno, in zona Suglio dove ha sede l’UBS. «Si tratta delle aste, centrale e ovest, dell’ormai noto schema di riferimento ad “H” che intende collegare la Valle del Vedeggio con quella del Cassarate attraverso il centro città. E che si pensa di completare in seguito, ad est, per collegare il quartiere di Cornaredo con il Pian Scairolo», ha detto il direttore del Dipartimento del territorio e presidente della Delegazione delle autorità Marco Borradori, affiancato nell’incontro con i media dai rappresentanti dei Comuni coinvolti nell’operazione. «Questa rete – ha aggiunto – costituisce la spina dorsale del trasporto pubblico del futuro agglomerato».
TRAGITTI L’asta centrale dello schema ad “H” prevede – sintetizzando quanto ha riferito il capoprogetto Stéphane Grounauer della sezione cantonale della mobilità – il collegamento tra la Valle del Vedeggio e la Città su un tracciato che si stacca dalla linea FLP esistente a nord della stazione di Bioggio, si affianca alla strada della Crespera con fermata in corrispondenza del nodo intermodale di Bioggio Molinazzo (con P+R da 800 posti auto), scavalca il fiume Vedeggio e l’autostrada e punta su Lugano entrando in galleria (per una lunghezza di 2,2 km). Qui, in corrispondenza della stazione FFS, sarà realizzata una fermata sotterranea con lift di collegamento mentre il portale in centro città sarà situato in zona Sant’Anna. La linea proseguirà sino alla pensilina Botta, che è anche capolinea della rete urbana dei bus.
Il prolungamento della FLP dal nodo intermodale di Bioggio Molinazzo a Manno Suglio si svilupperà su un tracciato di 1,9 km che attraverserà la strada cantonale e lungo il quale saranno realizzate tre fermate.
PERCORRENZE È stato calcolato che questo sistema potrà garantire collegamenti da Manno al centro città ogni 15 minuti con tempi di percorrenza di 10 minuti mentre Bioggio potrà essere collegata a Lugano ogni 7 minuti per un tempo di percorrenza di 5 minuti. È stato altresì stimato che la rete tramviaria strutturata da questa prima tappa potrà gestire un traffico di viaggiatori vicino alle 11.000 unità giornaliere.
FINANZIAMENTO L’investimento complessivo è stato valutato in circa 270 milioni. La quota parte di Berna sarà decisa in via definitiva nel 2014. La ripartizione rimanente tra Cantone e Comuni sarà negoziata nei prossimi anni.
TEMPISTICA I “partner” auspicano di poter allestire il progetto definitivo entro la fine del prossimo gennaio per sottoporlo all’esame della Confederazione: tra il 2015-16 ci dovrebbe essere l’approvazione dei piani e l’evasione dei ricorsi; i lavori, pertanto, potranno iniziare nel 2016 affinché la rete venga messa in esercizio nel 2023.
SVIZZERA
Al posto dei Tiger,
22 caccia svedesi
di ELIANA BACHOFNER
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l caccia da combattimento Gripen, prodotto in Svezia dalla Saab, dovrebbe sostituire i vecchi Tiger. Il Consiglio federale ha scelto questo tipo di velivolo su proposta del ministro della difesa Ueli Maurer. Il Gripen ha avuto la meglio su altri due jet in lizza: il Rafale della francese Dassault e l’Eurofighter del consorzio europeo EADS/Cassidian. La Svizzera dovrebbe dotarsi quindi di 22 caccia Gripen. «Il costo globale, che tiene conto anche del rincaro, è stato stimato in 3,1 miliardi di franchi», ha dichiarato davanti ai media il consigliere federale Ueli Maurer, precisando che molto probabilmente la fattura finale risulterà inferiore. «I primi aviogetti - ha aggiunto il ministro UDC - dovrebbero giungere in Svizzera a tappe a partire dal 2015 e per un periodo di due-tre anni». Uno dei motivi che ha spinto il Governo a pronunciarsi per il Gripen è il rapporto costi/benefici. «Il Gripen è il modello meno caro e quello che risponde meglio alle nostre necessità», ha precisato con una certa enfasi Ueli Maurer. L’acquisto del Gripen è finanziariamente sopportabile a medio e lungo termine e suoi costi di esercizio sono inferiori rispetto all’Eurofighter o al Rafale.«Al pari degli altri modelli - ha aggiunto il ministro zurighese - il Gripen ha risposto pienamente ai requisiti da noi posti per il futuro aviogetto dell’esercito». «È vero che il Gripen non è il top disponibile sul mercato, ma per noi è perfetto, tanto più che a livello tecnico è pur sempre eccellente». «Se questo aviogetto va bene per la Svezia - ha poi sottolineato Maurer - a maggior ragione deve andare bene per noi, tenuto conto che le minacce provenienti dal cielo per i due Paesi sono assai simili». Il fatto che il Gripen costi assai meno dei jet concorrenti, «ci garantisce inoltre un certo margine di manovra per altri acquisti in ambito militare». È essenziale secondo Maurer garantirsi un certo margine di manovra in quest’ambito vista la stretta finanziaria che pesa sul Paese. Il Consiglio federale ha anche discusso la possibilità di ordinare un numero inferiore di aeroplani. Tuttavia, 22 jet sono il minimo indispensabile per formare almeno due squadriglie», ha spiegato il consigliere federale. L’ideale sarebbero stati 33 aerei, ha aggiunto.In merito al finanziamento, entro febbraio il DDPS dovrà sottoporre al Consiglio federale un ventaglio di varianti per il progetto di acquisto, che sarà in seguito proposto al Parlamento nel quadro del Programma d’armamento 2012. Per consentire l’acquisto di nuovi aviogetti, il finanziamento di un effettivo dell’esercito di 100mila uomini, l’eliminazione delle lacune di equipaggiamento e il risanamento di immobili, il Parlamento ha incaricato nell’autunno scorso il Governo di aumentare a 5 miliardi, a partire dal 2014, il limite di spesa per l’esercito: si tratta di 600 milioni in più rispetto a quanto previsto nella pianificazione finanziaria per la legislatura 2013-2015. Il Dipartimento delle finanze è stato incaricato di cercare i milioni supplementari. Un eventuale ordine d’acquisto verrà inoltrato una volta concluso l’iter parlamentare e superata l’eventuale consultazione popolare. Contrari alla scelta i Verdi, PS e il Gruppo per una Svizzera senza esercito (GSsE).
Il Congo costruirà
la maggior centrale
idroelettrica del mondo
di PAOLA FERRERO
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E’ ufficiale: il rischio di contaminazione e progressiva distruzione dei due principali polmoni terrestri è ormai conclamato. A minacciare la foresta amazzonica e la foresta pluviale del Congo, ironicamente, è la stessa infrastruttura: una centrale idroelettrica.Questioni come queste devono essere viste, oggi, in una prospettiva piu’ ampia, che non si limiti ai fattori ecologici e di rispetto sociale ma che prenda in forte considerazione il tema delle risorse energetiche e del loro impiego: sarà l’acqua l’oro del terzo millennio. E non è quindi casuale che due Paesi, di cui uno in pieno e florido sviluppo a livello globale, decidano di costruire imponenti infrastrutture per la produzione di energia calpestando pesantemente due risorse naturali non rinnovabili ed indispensabili per il pianeta quali l’Amazzonia e la foresta pluviale.Il progetto studiato dai governi di Sudafrica e Repubblica Democratica del Congo supera ogni ambizione ed aspettativa: l’accordo siglato prevede la nascita di una mega centrale idroelettrica a ridosso delle grandi cascate di Inga, nel fiume Congo. Significativamente, a dare l’annuncio dell’interesse di Capetown al progetto fu nel febbraio 2005 Reuel Khoza, presidente della corporazione elettrica ESKOM. "Grand Inga", questo il nome del progetto, avrà a pieno regime una capacità produttiva di 40.000 megawatt, quattro volte quella della già maestosa centrale in costruzione a Belo Monte, il doppio di quella delle Tre Gole in Cina. Il colosso, alto oltre 200 metri, sarà composto da 52 turbine e ciascuna sarà in grado di produrre circa 750 megawatt autonomamente; la sua realizzazione è prevista tra il 2020 ed il 2025 secondo i calcoli dei costruttori e le stime del Consiglio Mondiale per l’Energia (WEC in inglese). Potenzialmente, il Bacino del Congo con le sue cascate Inga ed i suoi quasi 4 milioni di chilometri quadrati è in grado di fornire oltre 100.000 megawatt di energia.Per una simile struttura i costi non sono certo indifferenti: gli 80 miliardi di dollari circa richiesti per il completamento, piu’ ulteriori 10 miliardi per le linee di trasmissione, sono fuori dalla portata dei due Paesi all’opera. E’ qui che entrano in gioco le piu’ grandi linee di finanziamento del pianeta: Banca Mondiale (World Bank Group), Banca Africana per lo Sviluppo (African Development Bank), Banca Europea per gli Investimenti (European Investment Bank). Un investimento (appunto) a lungo termine in cambio di condizioni favorevoli ed agevolazioni sull’utilizzo ed il trasporto del prodotto oltre l’Equatore, nel Nord del mondo. A questi soggetti andranno via via aggiunti importanti istituti finanziari privati: già si parla di una cordata franco-canadese interessata a quote della realizzazione.L’imponente centrale sarebbe la quarta a sorgere in quest’area: tre "Inga" sono infatti già state completate dal regime trentennale di Joseph Mobutu tra la metà degli anni ’60 e la metà degli anni ’90 (1965-1997). Due di queste, Inga 1 ed Inga 2 hanno già fatto sentire il loro peso su equilibrio ecologico e biodiversità. Nonostante l’area dove sorgerebbe "Grand Inga" sia scarsamente popolata, gli effetti negativi intaccherebbero ulteriormente la prospiciente foresta pluviale e, sul medio-lungo periodo, la popolazione locale. La quale tanto per cambiare sarà quella a pagare piu’ duramente l’opera, dato che dal progetto si evince che gli autoctoni saranno tagliati fuori da una distribuzione pensata ad ampio raggio, capace di estendersi fino al Maghreb e forse, soggetti investitori permettendo, fino all’Europa mediterranea.In un contesto mondiale in cui l’Occidente vacilla confuso e l’Est ha a che fare con il risveglio delle coscienze di classe (vedasi Russia, India e Cina su tutti) l’Africa gioca ancora il ruolo della carta da sfruttare attraverso l’appoggio a dittature militari, il permissivismo internazionale per le guerre a sfondo etnico e razziale che sfociano in veri, inarrestabili genocidi, l’occupazione e la "ricostruzione" portata avanti da chi fino al giorno prima aveva armato donne, uomini e bambini. Per il popolo del Bacino del Congo, l’ulteriore beffa di poter "guardare ma non toccare" lo sviluppo del Nord.Ammesso che una simile opera possa essere completata ed entrare in funzione prima che un nuovo terremoto politico-militare scuota un’area che storicamente non ha mai vissuto a lungo in pace.
Il Portogallo rinuncia
all’alta velocità tra
Lisbona e Madrid
di ERIKA LIENDERMANN
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Addio portoghese all’Alta velocità tra Lisbona e Madrid. E forse al famoso corridoio Kiev-Lisbona di cui fa parte anche la Torino-Lione. Il progetto era già stato sospeso nel giugno di un anno fa ma la Corte dei Conti lusitana ha messo la parola fine alla grande opera annullando il contratto per la tratta principale, 150 km tra Poceirao e la frontiera con la città spagnola di Badajoz. Un appalto per 1,4 miliardi di euro, aggiudicato nel 2010 dal precedente esecutivo socialista. Il ministero di Economia ha confermato la priorità data alla realizzazione di reti ferroviarie transeuropee per i trasporti merci dai porti di Dines e Aveiro, per stimolare la competitività delle esportazioni portoghesi. La parte spagnola, fra Madrid e Badajoz, alla frontiera con il Portogallo, è già in corso di realizzazione. Madrid e la Ue hanno fatto molte pressioni su Lisbona perché su quel versante sono a rischio 133 milioni di euro di fondi europei.«Lo sapevamo da un po’ che in Portogallo tirava un’aria pessima per quel progetto, e per la popolazione sotto l’austerity. Sapevamo anche che non c’era un progetto preciso. Anche a Kiev, l’altro capolinea, d’altronde, non ne sanno quasi nulla. È più l’Ue che premeva sul progetto. Sono infinite le prove che non serve a nulla quel corridoio», dice da una Valsusa ormai militarizzata, Nicoletta Dosio.Ora sarà interessante capire non solo quali saranno le conseguenze sull’erario dell’annullamento, ossia eventuali penali. Ma soprattutto le ricadute sulla compagine europea dove la decisione portoghese è considerata un «problema politico». Anche in Portogallo il progetto Tgv aveva scatenato polemiche sull’utilità di una linea che avrebbe tagliato fuori pezzi di territorio dalle comunicazioni.Tutto ciò accade proprio mentre i trasporti pubblici in Portogallo sono praticamente paralizzati dal secondo sciopero generale - con manifestazioni di protesta nelle principali città - contro l’austerità del cosiddetto piano di salvataggio da 78 miliardi concordato con Ue e Fmi l’anno scorso. La metropolitana di Lisbona e i traghetti sul Tago sono fermi da questa notte, treni e autobus circolano solo in servizio minimo. Lo sciopero è stato deciso dal principale sindacato del paese, la Cgtp, senza l’appoggio questa volta del secondo sindacato, l’Ugt, che ha invece aderito in gennaio ad un accordo con il governo del premier conservatore Pedro Passos Coelho sulla riforma del lavoro.
Profughi iracheni:
emergenza umanitaria
di PAOLA FERRERO
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Nello specifico, il progetto ha portato alla realizzazione di quattro cliniche all'interno dei centri della Jordanian Women's Union, garantendo l'accesso all'assistenza medica primaria a oltre 3000 persone.Tra gli obiettivi raggiunti, anche un servizio di assistenza psicologica che ha già portato a più di 10 mila consultazioni a donne vittime di abusi e maltrattamenti. Un totale di 24.489 persone sono state assistite dai diversi servizi messi a disposizione dal progetto, compresa protezione legale e linea amica anti-violenza.Anche se non è mai facile determinare la fine di un'emergenza umanitaria, quella dei profughi iracheni continua ad esserlo, dal momento che il flusso non si è mai interrotto dall'inizio della guerra, raggiungendo il suo apice tra il 2005 e il 2008.Se il momento di massima crisi sembrava passato, la questione delle soluzioni a lungo termine rimane tuttora aperta per migliaia di profughi. La Giordania non è paese firmatario della Convenzione di Ginevra sullo statuto dei rifugiati, e in base al protocollo d'intesa stipulato con UNHCR nel 1998, i rifugiati presenti sul suo territorio sono considerati solo come “ospiti temporanei” in attesa di emigrare in un paese terzo, laddove non è prevista alcuna garanzia di integrazione economica e sociale nel tessuto nazionale.Sebbene il reinsediamento in un paese terzo rimanga la principale soluzione a lungo termine perseguita dall'UNHCR, il numero di coloro che negli ultimi anni sono stati inseriti nel programma e che sono effettivamente riusciti a partire è molto basso e in continua diminuzione.Allo stesso tempo, l'emigrazione volontaria verso un paese terzo richiede delle risorse che pochi hanno, mentre il ritorno in Iraq non sembra un'opportunità perseguibile principalmente a causa delle ancora troppo instabili condizioni di sicurezza.Coloro che sono registrati presso UNHCR sono in particolar modo i più poveri e non qualificati, dipendenti per la propria sopravvivenza spesso solo dai limitati contributi economici forniti dalle Nazioni Unite.La mancanza di lavoro esacerba la situazione di vulnerabilità dei rifugiati che non possono autonomamente provvedere ai costi relativi alle cure sanitarie, all'alimentazione, alla propria formazione scolastica e professionale.Le precarie condizioni abitative e la mancanza di progetti per il futuro influiscono quindi fortemente sullo stato di salute fisico e mentale della popolazione irachena. È per questo che l'assistenza sanitaria resta ancora una priorità che dipende ancora in buona parte dagli aiuti internazionali.Diminuendo tuttavia anno dopo anno i fondi messi a disposizione della comunità internazionale per l'emergenza irachena, sempre più servizi, a partire da quelli riguardanti le cure terziarie e poi secondarie, rimangono scoperti finanziariamente: se nel 2009 ad esempio l'UNHCR poteva garantire il rimborso di trattamenti medici specialistici, compresi i ricoveri, con un costo massimo annuo per paziente di 2500 dinari, nel corso degli ultimi due anni il tetto massimo è sceso a 500 dinari.Nel futuro prossimo anche i servizi di cure primarie attualmente a disposizione degli iracheni rischiano di non essere più sostenibili. Di fronte a una costante riduzione dei fondi internazionali a disposizione per la medicina di base a partire dal 2012, i servizi offerti dai centri di salute pubblici, seppur si spera garantiti del governo giordano, non saranno in grado di rispondere da soli e in maniera efficace ai bisogni di tutta la popolazione irachena.Ulteriori preoccupazioni arrivano anche dalla Siria, dove l'attuale crisi potrebbe determinare la fuga dei migliaia di iracheni lì rifugiati. Molti siriani sono già fuggiti in Giordania, e sono poche le risorse pubbliche e internazionali per assisterli.Un ponte per... e la Jordanian Women's Union hanno in questo contesto sperimentato un sistema efficiente di servizi di base integrati (cure primarie - assistenza alle donne più vulnerabili), che permetterà alle due organizzazioni di intervenire sulle future emergenze.
IRAN,addio chador
Al suo posto cappotti sbottonati che mettono in mostra il corpo e hijab dai colori sgargianti che coprono a malapena il capo. Le donne iraniane già gridano alla 'rivoluzione', per gli analisti è un'operazione per catturare qualche voto del ceto medio in vista delle prossime elezioni. Ma tutti concordano: la linea di moda 'all'Occidentale' approvata dal governo di Teheran cambierà il modo di vestire nella Repubblica Islamica, dove vige uno dei codici d'abbigliamento più restrittivi al mondo.Una 'svolta-fashion', quella voluta dal governo, che riflette lo scontro in atto tra il clero ultraconservatore e l'ala 'laicista' vicina al presidente Mahmoud Ahmadinead, che viene accusata di deviazionismo e di voler rifondare i valori di riferimento del Paese. Madri e figlie intanto guardano entusiaste gli abiti di velluto e le sciarpe indossate dai manichini nella 'fashion-show' organizzata dal ministero della Cultura e della Guida Islamica. Tra le giacche dai colori accesi, il chador nero, l'austero abito tradizionale che copre le donne iraniane fino ai piedi, sembra solo un lontano ricordo.
Per Fukushima, futuro
senza nucleare
La prefettura giapponese di Fukushima, colpita dal peggior disastro nucleare degli ultimi 25 anni, vuole un futuro senza energia atomica. La provincia, secondo il piano che è stato approvato, ha chiesto al governo e alla Tepco di chiudere i 10 reattori nucleari presenti nella prefettura. Sei di questi si trovano nella centrale di Fukushima Daiichi, danneggiata dallo tsunami dell'11 marzo, mentre gli altri quattro si trovano nella Fukushima Daini.La prefettura ha inoltre deciso di investire sulle energie rinnovabili. Il governatore della provincia Yuhei Sato ha detto che uno degli obiettivi del nuovo progetto è quello di riportare a Fukushima i suoi abitanti, molti dei quali, soprattutto i più giovani, sono scappati all'indomani dell'incidente.Sato ha inoltre incontrato il ministro dell'Ambiente Goshi Hosono, il quale ha progettato di costruire un sito di stoccaggio temporaneo per i rifiuti contaminati di Fukushima, che dovrebbe aprire nel 2015 e rimanere attivo per circa 30 anni. Il governo e la Tepco hanno recentemente annunciato che i reattori danneggiati sono sotto controllo. Nonostante questo, si calcola che saranno necessari circa 40 anni per smantellare i reattori.
SVIZZERA
Da strada a rotaia:
i conti non tornano
di ELIANA BACHOFNER
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Virata politica in seno al Dipartimento federale dei trasporti? Doris Leuthard, già prima attrice nell’uscita dal nucleare, sarebbe pronta a un’altra mossa. E se la prima era nel segno del suo predecessore, la seconda rappresenterebbe invece una cesura con il passato.La consigliera federale PPD presenterà il suo primo rapporto sulla politica di trasferimento delle merci dalla strada alla ferrovia.Secondo una bozza del documento, citata dalla “NZZ am Sonntag”, la consigliera federale si mostrerebbe molto scettica riguardo all’obiettivo del trasferimento delle merci su rotaia, scritto nella Costituzione dopo l’accettazione popolare dell’Iniziativa delle Alpi, nel 1994. Anche Moritz Leuenberger, così come tutto il paese, aveva dovuto accettare la difficoltà di concretizzare tale obiettivo: i passaggi di mezzi pesanti avrebbero dovuto essere al massimo 650mila già nel 2009, invece erano oltre 1 milione agli inizi del millennio e lo sono tutt’ora. Finora, tuttavia, la politica si è limitata a procrastinare l’obiettivo, fissandolo questa volta al 2018, due anni dopo la prevista apertura di AlpTransit. Anche questa scadenza sembra però difficilmente realizzabile. Leuenberger l’ha comunque sempre difesa, sostenendo ad esempio l’introduzione della “Borsa dei transiti alpini” (un numero massimo di corse ammesse annualmente viene messo all’asta per i trasportatori).Nella bozza del suo rapporto, Leuthard scriverebbe che né l’obiettivo finale né quello intermedio del 2018 potranno essere raggiunti.L’apertura di AlpTransit «nel migliore dei casi» si limiterà a stabilizzare la quantità di mezzi pesanti che attraversano le Alpi, affermebbe la ministra. Strumenti come la Borsa dei transiti restano del tutto ipotetici, si legge ancora: benché il Consiglio federale possa essere pronto a sostenere questo progetto, essa infatti non gode di alcun consenso a livello internazionale.Doris Leuthard proporrebbe quindi di avviare una nuova discussione politica sulla politica del trasferimento: o si trovano nuovi strumenti per attuarla, oppure se ne ripensano gli obiettivi. Non si rimette in discussione la bontà dell’ideale del trasferimento, ma si intende lavorare con «obiettivi realistici e realizzabili tramite misure realistiche». L’innalzamento a quattro metri del corridoio ferroviario da Chiasso a Basilea e la realizzazione di nuovi terminali sono due dei progetti attualmente alla lente dell’Ufficio federale dei trasporti, progetti che, secondo lo stesso UFT, avranno però un impatto minimo sull’obiettivo del trasferimento. Il dibattito diventa ancor più di attualità alla luce della necessità di risanare, entro il 2025, il tunnel del San Gottardo. Infatti l’Ufficio federale delle strade, quando presenta gli scenari che permetterebbero di chiudere il tunnel per 900 giorni, considera raggiunti gli obiettivi dell’Iniziativa delle Alpi: calcola quindi che i passaggi attraverso il San Gottardo saranno solo 500mila. Se tale cifra dovesse invece, come scriverebbe Leuthard, essere almeno il doppio, evidentemente muterebbero sia gli scenari descritti sia le loro ricadute sul paese.
SVIZZERA-LUGANO
Aeroporto: disponibili
solo a determinate
condizioni
di ERIKA LIENDERMANN
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Qualche pollice verso c’è stato. Ma alla resa dei conti, nonostante qualche distinguo (che ha il sentore dell’ambiguità), la politica cittadina non se l’è sentita di togliere ossigeno all’aeroporto di Agno, ritenuto di «importanza strategica cantonale». Lo scalo, more solito, sarà dunque rifinanziato. Ma siccome la consueta iniezione di “linfa vitale” (9,13 milioni di franchi) viene considerata un “cerotto” mentre è opinione altrettanto generale che un rilancio vero e proprio della struttura può passare solo attraverso la realizzazione di un progetto e di una partecipazione più globali, ecco che dai banchi del Consiglio comunale, martedì, si è... battuto cassa. Il Cantone e i Comuni direttamente interessati (e «beneficiari») sono stati chiamati dalla Città, e senza mezzi termini, a fare, «come si conviene», la loro parte. Sennò, per dirla con il Nano, «al posto dell’aeroporto ci faremo un campo da golf». Come hanno reagito di primo acchito coloro ai quali è stata gettata tra le mani la “patata bollente”? È stata una reazione improntata a una (diplomatica) “disponibilità condizionata”. Senza sbilanciamenti. Ma non solo...ROBERTO KELLER (collaboratore di direzione del Dipartimento del Territorio). «Al Cantone l’aeroporto di Lugano-Agno sta sicuramente a cuore. Lo dimostra il fatto che scrive, fa, s’impegna. Proprio martedì, per esempio, abbiamo sentito la Darwin. Un coinvolgimento che dura da anni. L’utilità, la necessità, per certi versi, di avere uno scalo di questo tipo è tranquillamente riconosciuta. Gli interventi, tuttavia, devono essere calibrati bene su quella che è la nostra potenzialità economica. È tutto lì che si gioca. Se finanziariamente non si hanno ampi margini di manovra, occorre giocoforza riflettere prima di spendere. Bisogna ponderare, valutare e fare le cose giuste, adottando certe modalità. Si devono, insomma, fare passi corti guardando lontano. Garantendo, così, che le risorse finanziarie e umane vengano investite in modo oculato».
MAURO FRISCHKNECHT (sindaco di Agno): «Proprio nell’ultima riunione che c’era stata con il responsabile dell’aeroporto e con l’Ufficio federale dell’aviazione civile, noi avevamo chiesto che si potesse rivedere la pianificazione della struttura al di fuori di quello che è l’ambito della concessione federale esistente. Che il perimetro dell’aeroporto fosse ridimensionato in modo tale da dargli una struttura meno faraonica e più funzionale, che andasse nella direzione di contenere le necessità di terreno, di territorio e, di conseguenza, anche di investimenti. La risposta del capo dicastero Giuliano Bignasca è stata che alla Città la concessione federale va bene così com’è. Allora, dico io, è contraddittorio affermare adesso “Vogliamo vedere che cosa farà Agno con la pianificazione” quando è proprio Lugano che vuole mantenere lo status quo. Se ho ben capito, poi, la Città ci vorrebbe chiamare alla casa. Premesso che i Comuni non percepiscono più la compensazione per i problemi ambientali (la “tassa d’imbarco”), se si tratta di partecipare a “un’impresa aeroporto generale”, noi siamo sempre disposti a sederci a un tavolo, fermo restando tuttavia, che le premesse sullo spazio ambientale devono essere altre. Innegabile, comunque, che l’aeroporto, per Agno, rimane una presenza importante nella misura in cui aiuta le ditte o le imprese presenti sul suo territorio».
GLI SVIZZERI
SONO PIU' RICCHI
di ELIANA BACHOFNER
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Volete sapere se siete nella media svizzera? L’esame finestra è presto fatto. Se nel 2010 avete accresciuto il vostro patrimonio netto di 6mila franchi raggiungendo la quota di 341mila franchi tra denaro contante, conti in banca, azioni, casa, diritti verso le assicurazioni e Casse pensioni, dedotti i passivi, siete nella media elvetica. È quanto risulta dalle statistiche per il 2010 diffuse ieri dalla Banca Nazionale Svizzera. Naturalmente se avete un coniuge a carico e magari due figli, il nucleo familiare dovrebbe “capitalizzare” 1.364.000 franchi. Mica poco. Questo – dicevamo – a fine 2010. Alla fine di quest’anno probabilmente il conto non sarà così positivo, visti i rovesci di borsa, ma la tappa 2011 non è ancora finita. Comunque nel 2010 – scrive la BNS – il patrimonio netto (attivi finanziari e quota immobiliare, meno i passivi) dei nuclei familiari è aumentato di 74 miliardi (+2,8%) raggiungendo la cifra di 2.691 miliardi di franchi. Per contro le perdite di cambio derivanti da investimenti all’estero sono state pari a 25 miliardi.Gli attivi finanziari sono aumentati di 49 miliardi (+2,5%) a 1.958 miliardi. Il patrimonio immobiliare è cresciuto di 55 miliardi (+4,1%) a 1.415 miliardi. Il totale degli attivi è dunque cresciuto di 104 miliardi (+3,2%) a un totale di 3.373 miliardi. Da questa cifra bisogna sottrarre i passivi che sono aumentati di 30 miliardi (+4.6%) a 682 miliardi. Ne risulta una crescita dell’1,7% pro capite (6000 franchi) a 341.000 franchi netti a testa. La solita storia del mezzo pollo a testa anche se (con quel patrimonio alle spalle) di polli a testa ce n’è altro che mezzo! Comunque, se vi può consolare, il passivo a testa è di circa 86mila franchi. Le perdite di cambio di cui si diceva all’inizio sono principalmente causate dal fatto che nel 2010 l’euro ha perso il 16% sul franco e il dollaro americano il 10%. Ne risulta una minusvalenza pro capite di più di 3mila franchi a testa. Questo è il valore, in franchi svizzeri, degli investimenti detenuti in divise estere. In Svizzera il mercato azionario è rimasto stabile nel 2010. Infatti, spiega il rapporto della BNS, i corsi delle azioni sono rimasti stabili. Sono progrediti di più all’estero, ma non in maniera tale da ammortizzare le perdite di cambio.Il patrimonio è un po’ difficile da valutare. Più semplice misurare il conto in banca. Ebbene: i depositi presso le banche e di Postfinance ammontano a 586 miliardi di franchi. Il che equivale a circa 74mila franchi a cranio. Nel 2010 l’aumento è stato di circa 4.500 franchi a persona. L’aumento non è stato causato dagli interessi maturati, ma piuttosto dal fatto che la gente ha risparmiato di più. Le quote parti dei fondi comuni d’investimento sono progredite di 2 miliardi a un totale di 182 miliardi per un controvalore di 23mila franchi a testa. Il valore delle azioni sono progrediti di 3 miliardi a un totale di 215 miliardi (27 mila franchi a testa). I diritti dalle Casse pensioni sono cresciuti di 28 miliardi a un totale di 830 miliardi (105mila franchi a testa): un terzo del patrimonio globale. Il valore del patrimonio immobiliare è aumentato di 55 miliardi a 1415, il che significa un valore immobiliare a testa di circa 180mila franchi. Come detto, i passivi sono a 682 miliardi (86mila franchi) di cui 632 (80mila a testa, in media) di ipoteche.
Gli Stati Uniti hanno
speso in 10 anni mille
miliardi per le guerre
di MILENA DE GIORGI
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In dieci anni di guerra al terrore, l'amministrazione americana ha speso mille miliardi di dollari. Un fiume di denaro che ha raggiunto il suo apice nel 2008, quando la Casa Bianca ha speso in armi 160 miliardi. In questi anni, l'esercito americano ha totalmente rinnovato i mezzi: corazzati potenziati e freschi di restyling, caccia bombardieri ultimo modello e navi racconta il report "What we have bought", stilato dal Henry Stimson Center. Una spesa colossale che non ha impedito agli Stati Uniti di rimanere impanati in conflitti decennali, come la guerra in Afghanistan. Il grafico delle spese militari statunitensi disegna una curva che non accenna a scendere. Dai 62 miliardi del 2001 si è passati a 135,8 nel 2010. Nonostante questo, l'opposizione repubblicana sostiene che i mezzi militari siano ancora vecchi e poco funzionanti. Come il senatore californiano Buck McKeon, che gridava alla commissione sulle armi e sui servizi di Capitol Hill di “pensare a quie giovani che tutti i giorni pattugliano le strade dell'Afghanistan”, prima di tagliare le voci di spesa.In questo decennio, le amministrazioni americane hanno messo le mani nelle tasche dei contribuenti non solo per finanziare l'annuale fondo per la Difesa. Il 22 percento dei mille miliardi, infatti, proviene da altre voci di spesa, le “supplemental war fundings”, con cui di solito si sostengono le missioni quotidiane e non i finanziamenti per acquistare le armi. Chi vota contro, scrive il giornale no profit Mother Jones, “rischia di esporsi ed essere accusato di non dare aiuto alle truppe sul campo”.Una delle più consistenti voci di spesa è stato l'ammodernamento della flotta aerea.C-17 e F-22 dovevano prendere il posto dei vecchi velivoli di epoca reganiana. Fatto sta che per i 220 nuovi mezzi comprati negli ultimi dieci anni, il costo è stato di 374 miliardi. Ogni singolo aereo è costato otto volte di più rispetto ad un mezzo comprato tra gli '80 e i '90. E all'epoca il parco aereo americano contava più di duemila velivoli.A terra, gli Stati Uniti schierano da una decina di anni nuovi carri armati Abrams e nuovi nuovi corazzati Strykers. “L'Esercito - si legge nel report - ha modernizzato praticamente l'intero parco dei mezzi di terra, mentre il piano originale prevedeva un rinnovamento più modesto”. Stesso discorso per la Marina: il piano prevedeva circa 214 miliardi da spalmare in dieci anni. Conti alla mano, invece, emerge che i Marines hanno ricevuto ogni anno più di 105 miliardi di dollari. “All'inizio della seconda decade del ventunesimo secolo - si legge nel report - l'esercito degli Stati Uniti vanta le capacità e le tecnologie più avanzate del mondo”.I contribuenti americani ringraziano.
    
       
    
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