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Nei mari italiani
scarseggiano gli
stock ittici
Avete preparato un piatto di triglie? Oppure stare per uscire e comprare una fetta di pesce spada. Potrebbe essere l’ultimo sapore italiano per molto tempo perché ufficialmente oggi si è pescato l’ultimo pesce italiano, il nostro “pezzo” di Mediterraneo non può più sopportare la pesca così com’è ora, la riproduzione è a rischio.Di fatto non è che dobbiamo aspettarci mari deserti da sogliole e aragoste, ma quegli animali non ce la fanno più a sopportare la nostra predazione eccessiva e senza controllo. Lo dicono i numeri del rapporto, pubblicato oggi (21 aprile) dal New economics foundation e OCEAN2012 dove si legge che “l’Italia sta consumando più pesce di quello che i mari europei sono in grado di fornire, rendendoci dipendenti dal pesce proveniente pescato da altri”.Il Rapporto “Fish Dependence: The increasing reliance of the EU on fish from elsewhere” mette in rilievo il livello con cui l’Italia sta da un lato importando pesce e dall’altro esportando la pesca eccessiva. “Gli stock ittici (i tipi di pesce che vengono pescati; ndr) – spiegano gli esperti di Nef - sono infatti risorse rinnovabili che già secondo quanto afferma la Commissione Europea, stiamo prelevando dalle nostre acque molto più velocemente di quanto esse riescano a rinnovarsi perciò stiamo di fatto andando a cercare il pesce di qualcun altro”. Fino ad oggi, il Fish Dependence Day dell’Ue è arrivato ogni anno con sempre più anticipo, dimostrando un livello sempre crescente di dipendenza dall’estero.Quest’anno il giorno esatto a partire dal quale l’Italia diventa dipendente dal pesce d’importazione è il 21 aprile.Nel 2009, la Banca Mondiale stimava le perdite economiche dovute agli effetti del sovrasfruttamento delle risorse ittiche in 50 miliardi di dollari l’anno. Un altro recente rapporto di New Economics Foundation, “Jobs Lost at Sea”, ha rivelato che lo sfruttamento eccessivo di 43 dei 150 stock del Nord Est dell'Atlantico comporta una perdita di 3,2 miliardi di euro l’anno, che potrebbero sostenere 100 mila posti di lavoro nei settori della pesca e della trasformazione dei prodotti ittici. Insomma una pesca più ragionevole e rispettando la sostenibilità delle specie degli stock, porterebbe beneficio anche ai pescatori.“L’Unione Europea ha una delle più grandi e ricche superfici di pesca del mondo ma non siamo riusciti a gestire in modo responsabile questa grande ricchezza, così per soddisfare la nostra voglia di pesce stiamo via via esportando la pesca eccessiva e il sovrasfruttamento delle risorse ittiche in altre parti del mondo” – dichiara Aniol Esteban, rappresentante di nef e OCEAN2012. “La pesca eccessiva rappresenta un danno per l’economia. Stiamo perdendo ogni anno milioni di euro e migliaia di posti di lavoro continuando a permettere che la pesca eccessiva persista. – conclude Aniol Esteban.E per l’Italia? Abbiamo un grado di autosufficienza sceso dal 32,8% al 30,2% negli ultimi due anni, il che significa che l’Italia sta diventando sempre più dipendente dall’importazione ciò è dovuto ad una diminuzione degli sbarchi di 30.000 tonnellate di pesce e ad un aumento di 20.000 tonnellate nella produzione di prodotti provenienti dall’acquacoltura. Tuttavia, nonostante il consumo sia diminuito, tale diminuzione non è stata abbastanza veloce rispetto al suo deficit di importazione: l'Italia rimane dipendente dal pesce extra-europeo per sostenere circa il 70% del suo consumo di pesce. Nel resto d’Europa non ve meglio per nulla, se la Ue consumasse solo pesce proveniente delle proprie acque, le risorse finirebbero il 6 luglio. Per un certo numero di Stati Membri la data precisa nella quale essi diventano dipendenti dalle importazioni è: il 25 maggio per la Spagna; il 30 marzo per il Portogallo, il 21 maggio per la Francia; il 20 aprile per la Germania e il 21 agosto per il Regno Unito.“Questo Rapporto evidenzia chiaramente che se si vuole consumare pesce sostenibile è necessario che venga fatta pressione sui politici che hanno la responsabilità di attivare subito iniziative responsabili che garantiscano un futuro alla pesca e ai pesci” – dichiara Serena Maso, coordinatrice italiana di OCEAN2012. “La Riforma della Politica Comune della Pesca dovrà quindi garantire la vitalità e la sostenibilità della pesca in Europa perché solo recuperando gli stock ittici sovrasfruttati possiamo bloccare questo trend disastroso che ci sta costando soldi e lavoro, proprio nel momento in cui ne abbiamo più bisogno”.
Negli Usa una malattia
stermina 7 milioni
di pipistrelli
Oltre 7 milioni di pipistrelli sono stati spazzati via da una malattia (WNS), denominata sindrome del naso bianco, che si sta rapidamente diffondendo in tutto il paese.Si tratta di una estinzione di massa di animali che non ha precedenti nella storia.La diffusione della malattia è scoppiata nel nord-est degli Stati Uniti.In Pennsylvania circa il 95% della popolazione di pipistrelli è stata decimata dall'infezione che si sta rapidamente diffondendo in tutto il paese.Sono stati recentemente scoperti casi in Missouri, Delaware e Alabama.“È sicuramente un disastro senza precedenti per la fauna selvatica del Nord America, "ha detto il professor Dr. DeeAnn Reeder della Bucknell University.Reeder è uno dei massimi esperti del paese in materia di WNS, e uno dei ricercatori responsabili che ha identificato la causa della malattia nel 2011."Non possiamo fermare questa cosa che si sta diffondendo sempre di più in tutto il paese".
Per chi è convinto di mangiare
uova provenienti da galline
che razzolano beate nel prato…
di ANNA SUARDI
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Una realtà purtroppo ancora sconosciuta alla maggior parte delle persone, che sono convinte di mangiare uova provenienti da galline che razzolano beate nel prato…Purtroppo sappiamo che non è assolutamente così, la quantità di uova immessa sul mercato è enorme e non ci sarebbe abbastanza spazio sul Pianeta per allevare una così grande quantità di galline ovaiole come quella necessaria a produrre tutte le uova che vengono consumate quotidianamente nel mondo.Ricordiamo che le uova che la popolazione consuma non sono solo quelle che acquista nella confezione di cartone, si porta a casa e poi fa sode, in frittata, strapazzate o… in realtà un’infinita varietà di alimenti contengono uova e spesso gli onnivori si ritrovano a consumarne in maniera più o meno inconsapevole, o meglio senza porci attenzione, con il risultato che le uova ingerite vanno ben al di là di un consumo determinato come “ragionevole” dai medici. Si trovano uova nella pasticceria, nei biscotti, nei gnocchi, nella pasta, nelle preparazioni impanate, nelle torte salate, come leganti nei ripieni, nei gelati… la produzione di uova è talmente importante che vengono ridotti in polvere per essere conservati, vengono venduti senza guscio all’ingrosso per i pasticceri, vengono infilati in ogni tipo di preparazione alimentare.La situazione è uguale in tutti gli allevamenti intensivi di questo genere. Quando ero bambina, il fine settimana andavo a trovare i miei nonni e lungo la strada, all’altezza di Seriate (Bergamo) circa, c’era un enorme allevamento di polli, da fuori erano dei grandi capannoni grigi in cemento e l’odore che si spargeva per chilometri era insopportabile, ci si accorgeva che ci si stava avvicinando già centinaia di metri prima, all’epoca non realizzavo cosa succedeva lì dentro ma quando chiesi ai miei genitori come potevano vivere i proprietari così vicino (avevano una stupenda villa giusto a fianco) loro mi risposero “Per i soldi”…
La carne di cavallo
in Italia
di ANNA SUARDI
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Attraverso i risultati di una ricerca di due Università americane ed una francese e con una indagine sul campo della Equine Welfare Alliance (USA), IHP dimostra che per una parte della carne di cavallo presente sul mercato europeo non c’è alcun controllo sui farmaci assunti dagli animali macellati.Dimostra inoltre che il fatto è ben noto alle Autorità sanitarie europee almeno dall’autunno 2010 e che in questo periodo non hanno fatto nulla per difendere la salute del consumatore europeo.Secondo Sonny Richichi, Responsabile Organizzativo nonché responsabile del settore Macellazione dell’Italian Horse Protection association, “con il falso mito della carne di cavallo che “fa sangue”, i Paesi ippofagi stanno propinando antinfiammatori, antibiotici, ormoni per il controllo dell’estro sessuale e chissà cos’altro ai soggetti più deboli della nostra società”.Rincara la dose Antonio Nardi-Dei da Filicaja, Presidente di IHP: “Le Autorità sanitarie europee fanno una grande pubblicità ai controlli e alla tracciabilità della carne, ma poi nascondono sotto il tappeto i risultati delle proprie indagini che rivelano come non solo parte della carne di cavallo sul mercato non ha alcuna certificazione credibile riguardo all’uso di farmaci, ma addirittura proviene da zone del mondo dove quasi ogni farmaco è legalmente utilizzabile ed è utilizzato a discrezione del proprietario dell’animale. Pur sapendo benissimo i rischi che corre chi mangia carne di cavallo, le Autorità hanno fatto finta di niente e hanno pensato solo a nascondere l’evidenza. Secondo i dati della FAO nel 2009 circa 16’000 tonnellate di carne di cavallo sono entrate nella UE provenienti dal Canada e dal Messico. Circa il 50% della carne di cavallo consumata in Italia proviene dall’estero”.
L'ALLEVAMENTO
DEGLI ORRORI
L'immagine, è innegabile,è raccapricciante. Galline sbeccate, deplumate, moribonde, sbudellate.Qualcuna morta cercando di infilare la testa sotto la gabbia, qualcun'altra orrendamente mutilata. E poi le carcasse. Decine, forse centinaia. Ammassate in un angolino.Quelle sane (se così si può dire), schiacciate in pochi centimetri quadrati, in gabbie tozze e con fastidiosissima luce perenne. Perchè l'unica cosa che conta è produrre, fare uova.Quest'angolo horror d'inferno, stando alle foto, si trova a Olgiate Olona, nel Varesotto. E' un allevamento molto conosciuto nella zona, della famiglia Bruzzese. E' stato il gruppo ambientalista "Nemesi animale" a entrare nei locali e a documentare la situazione. Scatenando un vero e proprio putiferio, con l'ira dei proprietari. "Un danno di immagine enorme - hanno detto a Geapress.com -, un'azione criminosa i cui fatti sono smentiti dalle stesse certificazioni dell'Asl ai cui controlli la nostra azienda è sottoposta. Noi abbiamo sempre rispettato la legge".Già, l'Asl. Parrebbe essere tutto in regola, infatti, nell'allevamento. L'Italia sembra in ritardo, rispetto ad altri Paesi europei, nel recepire una direttiva che dovrebbe allargare lo spazio vitale (e le condizioni di vita) delle galline ovaiole.I titolari dell'attività accusano "Nemesi animale" di "essersi inventata tutto", di aver "violato proprietà privata commettendo reato". Addirittura, potrebbe esserci stata "una manipolazione". Il blitz avrà un pesante strascico giudiziario.Una referente del sodalizio ambientalista allarga le braccia e, sempre a Geapress.com, dichiara: "Noi a spennare galline e ammassarle nelle gabbie? Magari pure a sbudellarle? Figuriamoci. Le nostre sono posizioni troppo diverse, anche per quanto riguarda l'Asl".
Il caso Fer Mary
(F.R.) - Il Giudice delle Galapagos archivia il caso Fer Mary.Nonostante le solide argomentazioni legali presentate al tribunale dalle parti in causa e dal Settore Conservazione delle Galapagos (Conservation Sector of Galapagos), di cui anche Sea Shepherd fa parte, in una sintesi legale in difesa degli squali, il giudice ha sostenuto la propria incompetenza in relazione ai casi penali relativi all’ambiente. Non solo è riprovevole che un giudice penale si dichiari non-competente ad affrontare casi penali, ma lo è anche il fatto che sia giunto a queste conclusioni dopo cinque mesi di violento contenzioso tra l’ufficio della Procura Ambientale delle Galapagos (Enviromental Prosecutor’s office) ed il Parco Nazionale delle Galapagos (Galapagos National Park), entrambe parti in causa ufficiali.La decisione giudiziaria ha anche ordinato la sospensione del divieto di trasferimento della nave, la quale era stata posta sotto sequestro giudiziario a garanzia delle prove. Per quanto riguarda i sospetti, rilasciati già dal mese di agosto, la decisione li solleva, adesso, dall’obbligo di presentarsi al tribunale delle proprie città.Il caso deve ora essere riesaminato in un altro tribunale situato a circa 982 km di distanza, con tutti i sospetti ormai fuori dalla portata del sistema giudiziario.Questa è la seconda che la giustizia locale fallisce in materia di questioni ambientali. Abbiamo visto lo stesso percorso nel caso Reina del Cisne, nel quale era coinvolta un’altra nave trovata nella Riserva Marina delle Galapagos con 82 squali morti nella stiva. Il giudice delle Galapagos ha ordinato il rilascio di tutti i sospetti nel caso Reina del Cisne.La decisione ha creato uno scomodo precedente: il perseguimento di nuovi casi relativi a crimini ambientali all’interno della Riserva Marina, dovrebbe essere portato davanti al tribunale più vicino, a circa 982 km di distanza. Questo è un grande problema, non solo a livello logistico, ma anche per le norme procedurali che prevedono scadenze brevi per la detenzione ed il perseguimento dei sospetti, i quali in questi casi vengono spesso trovati in mezzo all’Oceano, ad ore o addirittura giorni di distanza dal tribunale più vicino. Con questo precedente, sarà molto difficile rispettare le scadenze procedurali.Siamo tutti ben consapevoli delle conseguenze negative di questa decisione, non solo per questa Isole ma anche per il nostro lavoro a livello legale e per quello delle autorità e delle altre Organizzazioni che hanno a cuore l’applicazione delle leggi in materia di tutela marina.Sea Shepherd chiama a raccolta tutti gli attivisti ambientalisti che lavorano a livello locale in questa Isole, per unire le forze nell’impegno comune di portare questo problema di fronte alla Corte Suprema dell’Ecuador (Supreme Court of Ecuador) e chiedere al massimo organo giudiziario del Paese di emettere una risoluzione vincolante per i giudici locali, affinché essi assolvano i loro doveri nei casi relativi a reati ambientali che si verificano nella Riserva Marina delle Galapagos, così come accade nelle altre giurisdizioni del Paese.Sea Shepherd invita anche tutti gli attivisti ad unirsi ad essa nello sforzo di sollecitare la designazione di giudici specializzati a pronunciarsi in materia di giustizia ambientale alle Galapagos.L’attuale realtà giudiziaria non soddisfa gli standard minimi per garantire giustizia, in una riserva marina che è patrimonio naturale e biosfera appartenente al mondo intero. E’ tempo di cambiare questa realtà.
IL TACCHINO ZEPPO
DI ANTIBIOTICI
di ANNA SUARDI
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Una ricerca effettuata dalla rivista Oeko Test mostra che negli allevamenti di tacchino si utilizzano percentuali rilevanti di antibiotici. La somministrazione per di più viene spesso attuata per un periodo troppo breve che non serve ad estirpare i germi patogeni. Il rischio corrente è dunque quello di sviluppare batteri resistenti, contro cui non esistono più medicinali efficaci anche per gli uomini. I batteri rinvenuti nelle carni di pollo erano resistenti a penicillina, tetraciclina e altri antibiotici. In una rilevazione sono stati trovati batteri MRSA, resistenti a qualunque tipo di antibiotici, in altri ancora tracce di salmonella.La rivista fa luce anche sulle cattive condizioni in cui vengono alloggiati gli animali. Ai polli di allevamento, di tipo convenzionale, vengono ad esempio amputate le ali ed il becco subito dopo la nascita. Una regola applicata quasi sempre, che permette di far "vivere" e soprattutto ingrassare i poveri pennuti in spazi molto angusti con un peso di 58 kg per mq. In seguito a questa amputazione gli animali soffrono per ogni singolo movimento. E a causa della stretta vicinanza sono molto più soggetti a contagi e malattie, diventando anche più aggressivi l'uno contro l'altro, finendosi anche per uccidere l'uno con l'altro.Il consiglio di Oeko Test è quello di rinunciare alla carne bianca convenzionale e preferire, eventualmente, solo quella biologica. Gli animali hanno più spazio a disposizione, mangimi di qualità superiore e possono anche stare all'aperto. Purtroppo però anche nell'allevamento biologico vengono spesso utilizzati antibiotici, che dovrebbero essere scelti come ultima ed estrema alternativa. La differenza è che possono venire trattati con antibiotici solo una volta. Gli animali pesano circa la metà rispetto a quelli allevati in modo convenzionale, e risultano dunque meno gravati di peso sulle articolazioni, riuscendo a muoversi senza difficoltà.
Quando un gatto
è miliardario
Il gatto più ricco del mondo Tommasino eredita 10 milioni. Era stato abbandonato ora è un animale con un patrimonio da far invidia. Merito della sua padrona Assunta C., classe 1917, animalista convinta, morta due settimane fa. Lasciato in mezzo a una strada subito dopo la nascita il micio, salito due anni fa agli onori delle cronache per essere stato designato unico erede dalla sua padrona, Assunta C., classe 1917, originaria di Potenza ma da decenni nella capitale. La signora, senza parenti ma con l’affettuosa compagnia del suo amico a quattro zampe, era una animalista convinta e fino in fondo ha tenuto fede al suo amore per gli animali. La donna, tagliato l’invidiabile traguardo dei 94 anni, è passata a miglior vita e il suo singolare testamento, registrato nell’ottobre del 2009, è diventato operativo a tutti gli effetti. Tommasino (all’anagrafe Tommaso) è diventato così proprietario di una villa all’Olgiata, di due appartamenti a Roma e Milano, di diversi conti correnti bancari e di alcuni terreni in Calabria per un valore stimato complessivamente nell’ordine dei 10 milioni. Nel testamento olografo - del quale erano stati nominati esecutori testamentari gli avvocati Marco Angelozzi, Anna Orecchioni e Giacinto Canzona - era stato istituito un legato a favore della persona, fisica o giuridica, o dell’associazione animalista che sarebbe stata individuata dagli esecutori testamentari e che sarebbe divenuta erede dell’ingente patrimonio con l’onere di occuparsi del gatto e, soprattutto, degli altri animali abbandonati.
La tortura degli animali
al San Raffaele
di ANNA SUARDI
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Per far conoscere alcuni dei luoghi dove a Milano gli animali vengono torturati e uccisi per la ricerca oggiuna quindicina di attivisti del Coordinamento Fermare Green Hill hanno deciso di incatenarsi alla gabbia dello zoo del San Raffaele dove sono presenti i macachi, chiedendo chiarezza e luce su quanto accade agli animali all’interno dell’ospedale.In Italia ci sono ben 600 laboratori di vivisezione, di cui 130 in Lombardia. Molti di questi sono all’interno di università e perfino ospedali. Il San Raffaele non è infatti l’unico ospedale milanese a nascondere torture sugli animali, anche presso il San Paolo, il Policlinico e l’Humanitas si fanno esperimenti su diverse specie.Dentro il fiore all’occhiello della ricerca milanese vengono condotti esperimenti su macachi, trasformati geneticamente dai ricercatori del centro in “perfetti modelli sperimentali per malattie umane”. Vengono fatti esperimenti di neurologia sul loro cervello, gli vengono iniettate sostanze nella spina dorsale per verificarne gli effetti oppure fatte abbassare le difese per ricerche sull’AIDS.Nei centri del San Raffaele si fanno continuamente operazioni chirurgiche su maiali a cui vengono inserite valvole nel cuore o provati diversi tipi di trapianti.Topi e ratti vengono manipolati geneticamente e utilizzati in tanti tipi di esperimenti, dalla virologia all’oncologia. La fine degli animali è sempre la stessa: la morte. Poi vengono buttati nella spazzatura e inceneriti.Di fronte ad una crescente sensibilità sul tema e ad un incalzante movimento che chiede libertà per gli animali, considerati in questa società come oggetti, cavie, macchine da riproduzione, il mondo scientifico si difende spostando sempre la questione su un piano scientifico. Quello che noi attivisti diciamo è che non è eticamente accettabile ridurre qualunque altro essere vivente, considerato inferiore, a cavia per noi stessi. Un tempo questa discriminazione colpiva altri esseri umani, nati in altre parti del mondo o con la pelle di un colore
diverso. Adesso tocca agli animali. E’ ora di dire basta alle torture nei laboratori!
Animali da pelliccia:
appello della LAV
di FLORIANA RUSSO
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In occasione dell'apertura del saldi,la LAV lancia un appello ai consumatori affinché orientino i propri acquisti verso prodotti in saldo che siano fur-free.E dal sito www.nonlosapevo.com dà avvio all’azione di contestazione delle aziende che ancora si ostinano a commercializzare prodotti con pelliccia animale.Si chiede la partecipazione dei consumatori per fare diventare fur-free alcune aziende individuate dalla LAV. I consumatori devono semplicemente inviare l’appello pubblicato sul sito www.nonlosapevo.com ed astenersi dall’acquisto di prodotti in saldo che abbiano anche solamente un piccolo inserto in pelliccia.La LAV ha identificato alcune aziende verso le quali indirizzare la contestazione, rappresentative di diverse fasce del mercato dell’abbigliamento (dalla grande distribuzione alle aziende moda), per dimostrare loro che la maggior parte dei consumatori non vuole più acquistare prodotti contenenti pelliccia animale.I primi destinatari della protesta saranno: Fix Design, Piazza Italia, Geox, Replay e Max Mara Fashion Group (proprietaria dei marchi Max Mara, Max&Co., Maxsport, Marina Rinaldi, Marella, Pennyblack, Newpenny, Persona, Iblues).Mentre a marchi che già si dichiarano fur-free, come Diesel, Benetton, Fiorucci, OVS Industry, Bennet, la LAV rivolge un diverso appello: quello di ufficializzare la loro importante e responsabile scelta con la gratuita adesione allo Standard Internazionale Fur-Free, promosso in Italia dalla LAV.In attesa di conoscere i dati sulle vendite del 2011, accessori e capi con inserti in pelliccia hanno rappresentato nel 2010 il 19% del fatturato del consumo di pellicceria in Italia, il 25% se si aggiunge il fatturato ricavato dalla vendita anche di stole e poncho. Un quarto del fatturato dell’industria della pellicceria è quindi composto da prodotti prevalentemente a basso prezzo, il che significa che, convertiti in volumi di vendita, questi prodotti sono stati acquistati da un numero ben maggiore di consumatori rispetto a coloro che hanno acquistato le più costose pellicce corte (57% di fatturato 2010) e lunghe (18%). A parità di fatturato, infatti, il volume delle vendite di prodotti con inserti in pelliccia è nettamente superiore ai volumi d vendite di pellicce lunghe o corte.Tuttavia, considerando che l’83% degli italiani è dichiaratamente contrario all’uccisione degli animali per la loro pelliccia, come conferma il Rapporto Italia 2011 dell’eurispes, è evidente che laddove i consumatori avessero una maggiore possibilità di scelta si orienterebbero verso acquisti fur-free.Per promuovere una moda senza pellicce, quindi, basta un click sul sito www.nonlosapevo.com, dove è anche possibile conoscere quali sono i brand disponibili in Italia e all’estero che già hanno adottato una politica fur-free.Questa pacifica forma di pressione, in cui i consumatori hanno la possibilità di essere protagonisti di un mercato più responsabile e sostenibile, si aggiunge alla nostra richiesta di IVA doppia (46%) per tutti i prodotti contenenti anche una minima parte di pelliccia animale.
Legge-killer in Romania:
uccidere i cani
non è reato
Ammazzare un cane per strada non è un reato. Almeno in Romania. Il Parlamento della Romania ha infatti approvato la legge che legalizza l'uccisione di cani randagi. La controversa legge, approvata con 168 voti a favore e 111 contrari, deve ancora essere firmata dal presidente rumeno Traian Basescu. Le autorità locali potranno scegliere con quale metodo uccidere i cani. Gruppi per la difesa dei diritti degli animali in Romania e all'estero hanno per mesi protestato contro la proposta. Secondo attivisti contro la corruzione, si tratta di un cinico stratagemma grazie al quale le autorità locali riceveranno finanziamenti sostanziosi. Secondo media locali, solo a Bucarest vivono circa 50mila cani randagi.
Nuovi rimedi contro
la crisi: allevare
galline in terrazzo
(A.S.) - Una gallina da compagnia. Questa volta non parliamo di signore e signorine dalla bellezza stucchevole che appena aprono bocca dimostrano di avere il cervello di una gallina e quando ridono sembra che abbiano fatto l’uovo. Senza offesa per l’animale. Da Parigi, città tra le più belle del mondo, capitale della moda e delle tendenze più chic, attenta alla qualità della vita, arriva una sana «mania»: la gallina da terrazzo, meglio se di razza nana. Da allevare e accudire come un animale domestico: metà dei francesi ne possiede uno. Sono più di 18 milioni i cani e i gatti nelle case e 25 milioni i pesci rossi. Ma è la gallina ovaiola a cresta bianca, più graziosa di quella tipica di colore marrone che si vede nelle aie delle fattorie, la protagonista di questa nuova moda. Come dire, se non possiamo vivere in campagna, cerchiamo almeno di fare il possibile, e anche l’impossibile, per avvicinarci alla natura. I francesi, tra l’altro sono stati i primi a coltivare l’orto sul balcone. Una passione che permette di far crescere piante da cucina per nutrirsi in modo sano e biologico. È quel richiamo ai sapori di una volta, ha fatto arrivare la gallina sul balcone: vuoi mettere il piacere di raccogliere uova fresche ogni giorno. I francesi non finiscono mai di stupirci, persino Woody Allen ne è rimasto affascinato. A Parigi ha ambientato il suo ultimo film con una “macchina del tempo” che trasporta Gil (il protagonista, Owen Wilson) nella città artistica e letteraria degli anni Venti.Madame Claire è stata tra le prime a volere una gallina per amica. Lei vive in una casa con piccolo giardino a Montmartre, quartiere centrale di Parigi e il suo animale domestico, dalle uova fresche ogni giorno, è davvero fortunato: vive sull’erba. I vicini non protestano e i bambini sono felici come se avessero un cane o un gatto. Non solo. Si scopre che una gallina mangia 200 chili di rifiuti organici all’anno. Uno smaltimento naturale di tutto rispetto. Quella che per Claire sembrava un’idea originale è diventato un business per una delle più grosse catene di negozi di giardinaggio francese, Truffaut, con diversi punti vendita nella capitale: ha venduto 20 mila pulcini e galline ovaiole, soprattutto negli ultimi mesi del 2011, destinate a clienti residenti nei centri urbani, non nelle campagne. Più del 50 per cento rispetto al 2010. Un record di vendite esteso anche all’azienda alsaziana Eco-poule che ha fabbricato e venduto più di 30 mila mini pollai in kit al prezzo di 200 euro l’uno. La maggior parte destinati a Parigi, ma anche a Tolosa (Sud) e a Amiens (Nord). Alcune società giocano persino sul design del pollaio fai-da-te e lo vendono su Internet a prezzi concorrenziali.Intanto sta per uscire in Francia il libro Et si j’elevais une poule (in italiano: e se allevassi una gallina) di Michel Audureau. Primo consiglio dell’esperto: limitarsi ad allevare galline, severamente vietato portare sul terrazzo i galli. Il canto alle 5 del mattino non è di moda. E mentre gli americani rivendicano la tendenza di allevare galline sul balcone (ci credono solo loro), il Regno Unito si prepara a fare da apripista aderendo alla direttiva Ue che vieta le gabbie «convenzionali» che danno a ogni gallina da cova solo 550 centimetri quadrati di spazio, meno di un foglio di carta A4. La direttiva è entrata in vigore ieri, dopo 12 anni di campagne degli attivisti per i diritti degli animali, scandalizzati dalle condizioni terribili in cui vengono allevate le galline ovaiole.
    
       
    
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