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Il
colle
“pausatorio”
Francesco
Pellegrini nel 1878 scrisse che si trova la prima menzione del
“ponte di Capodiponte”
nella data “di un documento del
27 aprile 1181, nella quale si legge: Actum in colle
pausatorio inter pontem
Polpeti et plebem de Cadula”. Si può
tradurre così: “Fatto (o redatto) sul
colle pausatorio tra il ponte di Polpet e la pieve
di Cadola”.
Un’ipotesi
porta a ritenere che il colle in questione sia la zona di Canevoi. Ma
che cosa
significa pausatorio? Il Du Cange, nel suo Glossarium
mediae et
infimae latinitatis, per il vocabolo trova il significato di
“sepolcro,
cimitero” o “cenacolo”
(per esempio, Actum in Episcopali domo in
Pausatorio vel coenaculo...:
“Fatto
nella casa vescovile nel pausatorio o
cenacolo...”).
Non
risulta, attualmente, che sia stato trovato un cimitero a Canevoi e, d’altra parte,
la pieve era poco distante,
a Cadola. Canevoi è, inoltre,
situato in una bella zona, adatta
ad abitazioni: forse lì c’era già
allora una villa con sala da pranzo (coenaculum).
Sigismondo
e il
ponte
Leggendo
quanto scrisse lo stesso Francesco Pellegrini, si scopre che i
pontalpini hanno
un antico debito di riconoscenza verso
Sigismondo
di Lussemburgo, imperatore del Sacro Romano Impero
(Norimberga 1368 - Znaim
1437).
Egli aveva conquistato Belluno,
Feltre e parte del Trevigiano ed era in guerra contro i Veneziani;
pertanto nel
Consiglio dei nobili di Belluno del giorno 24 maggio 1412 si
seguì il parere di
Antonio Doglioni e si decise di abbattere il ponte di Capodiponte, e in
breve
così si fece. La motivazione era duplice: perchè
si voleva impedire ai soldati
veneziani, nemici, di fare scorrerie nel territorio bellunese, e anche
perché
si sperava che, fatta poi la pace, “il ponte non venisse
più riedificato” e
così “il transito delle merci si farebbe per
Belluno con vantaggio dei cittadini”.
Ma il 7 aprile 1413 Sigismondo,
conclusa con Venezia una tregua di cinque anni,
“ordinò al consiglio per mezzo
dei suoi officiali di rifare il ponte”. Gli fu riferito che
non si obbediva e
allora lui scrisse al consiglio stesso una lettera da Coira, datata 22
settembre.
I bellunesi risposero
scusandosi e
“cercando motivi per
indurlo a commiserazione del loro stato e sollevarli da tale
spesa”. Ma
l’imperatore mandò una nuova missiva da Como,
datata 15 novembre, e ripeté poi
rimproveri e minacce scrivendo da Piacenza il 23 febbraio 1414:
“Pluries iam
scripta nostra iteravimus [...] ut pontem Plaspruck
nuncupatum [...] debetis reformare”
ecc. ecc. (“Più volte ormai ripetemmo i nostri
scritti... che dovete rifare il ponte chiamato Plaspruck”).
“A questa intimazione
rinnovarono le
preghiere i bellunesi” e scrissero anche al conte di Gorizia
per assicurarlo
che il lavoro del ponte era incominciato (settembre 1414),
“ma in realtà il
lavoro non poté cominciare in
quell’anno”. Il ponte fu compiuto
“nell’anno
1415, cioè più di tre anni
dopo la sua
distruzione: e anzi soltanto ai 14 decembre 1415 fu coperto, per
salvarlo dalle
intemperie”.
E dunque... finalmente il
ponte
ricominciò a percorrere la sua lunga storia! Ringraziamenti
doverosi da parte
dei cittadini di Ponte nelle Alpi a
Sigismondo “per grazia
di Dio Re dei Romani sempre Augusto e Re di
Ungheria, Dalmazia e Croazia etc.”.
Egli,
figlio dell'imperatore Carlo IV e di Elisabetta di Pomerania, alla
morte del
padre aveva ereditato la marca di Brandeburgo (1378). Grazie
al matrimonio
con Maria, figlia ed erede di Luigi I il Grande, era divenuto nel 1387
re
d'Ungheria.
Dopo
che suo fratello Venceslao era stato deposto (1400), aveva aspirato a
succedergli come re dei Romani (quindi imperatore), ma solo nel 1411
raggiunse
lo scopo. Interessato
alla fine dello
Scisma d'Occidente in atto dal 1378, convocò nel 1414 il
Concilio di Costanza.
Sigismondo
venne in Italia e fu incoronato imperatore a Roma da Eugenio IV (1433)
e fu riconosciuto
re di Boemia nel 1436. Conferì il titolo di duca ad Amedeo
VIII di Savoia e
quello di marchese a Gian Francesco II
Gonzaga.
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