 |
|
|
 |
|
 |
|
Al centro della
foto, la chiesa principale dell'antica Pieve di Cadola |
|
|
 |
|
Sopra: il
"serpentone" del (o della) Piave, in Valbelluna |
|
|
 |
|
Le "note
storiche" del bollettino di don Giovanni Battista De Martin
Quasi ogni numero dei bollettini "Pro Familia" della Parrocchia di
Cadola - che furono pubblicati dal gennaio 1926 al settembre del 1933 -
riporta una "Nota storica" verosimilmente scritta dall'arciprete don
Giovanni Battista De Martin. Si tratta di una serie di articoli
dedicati ad alcuni argomenti di cultura e di storia locali.
L'autore si rivela un appassionato cultore delle "radici" della
Parrocchia e del Comune. Chi ritiene importante la conoscenza del
passato, dovrebbe forse essergli grato della sua insistenza nel
collocare la "nostra storia" fra le "cose" che meritavano di essere
diffuse con il bollettino.
Nel bollettino di gennaio 1929 l'arciprete fornisce istruzioni
affinché le memorie non vadano perse, raccomandando che gli
abitanti dei vari villaggi, "quando casualmente scoprono qualche
sepolcro romano piccolo o grande o vicino alle vecchie strade o nei
vecchi cortili, dove solevano i romani dar sepoltura ai loro morti,
abbiano cura di esaminare se vi trovano degli oggetti grandi o piccoli
, e specialmente delle monete, che servono ad indicare l'epoca, od
anche dei vasi cinerari di metallo o di terra cotta".
E così continua: "Avverto che le monete bisogna cercarle vicino
al capo, perché come dissi altrove, i Romani solevano mettere la
moneta in bocca del defunto per pagare a Caronte il tragitto in barca a
traverso lo Stige. Questi oggetti, queste monete ordinariamente di rame
o di bronzo che per sè possono avere poco o nessun valore, hanno
forse grande importanza per la storia del paese, come si è
veduto per riguardo alla frana di Casan. Vanno dunque raccolti con cura
senza mai levarne la patina, ossia l'ossido ordinariamente verde da cui
sono ricoperti; raccomando di portarli a me od a chi mi
succederà, per essere passati al museo civico, e se vi
sarà qualche moneta di valore, ne sarete avvertiti".
L'autore rivolge poi il suo interesse al "franamento" della montagna e
alla presenza umana nell'Oltrerai. Dichiara che "l'Oltre Rai fu abitato
in epoca preromana", dopo aver informato che "a Fontanelle in occasione
dello scavo del canale della società idroeletrica ad una
profondità di circa m. 1,50 nel materiale di franamento mai
prima smosso fu ritrovata una spada romana".
Più avanti aggiunge: "Nel 1903 Bridda Giovanni nello scavare
dell'argilla per la sua fabbrica di laterizzi in località detta
Pajane e circa 30 metri a mattina della strada Cadola-Casan, a sinistra
dell'altra che andava verso Fontanelle e che ora è occupata dal
canale della società idroeletrica, a circa m. 0,45 di
profondità nell'argilla palustre torbosa, che misurava m. 0,50
di spessore, poggiante su terreno pliocenico, rinveniva uno strano
oggetto metallico ricoperto di una patina verdastra, che ignorantemente
fece sparire col mezzo del fuoco. Era un oggetto di bronzo ed il Bridda
non ne fece alcun conto e lo gettò da parte nella sua officina
da fabbro.
Venuto accidentalmente a conoscenza di ciò volli vedere
quell'oggetto e capii subito l'importanza che esso poteva avere per la
storia locale. Mostrai desiderio di averlo e l'ottenni senza
difficoltà. Si tratta di un'arma di bronzo, che, con termine
archeologico si chiama: Paal-stab, o celtico". |
|
|
Cadola e i canonici
della cattedrale di Belluno
“Capitoli e Canonici della Chiesa Cattedrale di Belluno –
853-2003” è il titolo di un libro di Mons. Ausilio Da Rif.
L’autore è il Decano del Capitolo della stessa cattedrale;
egli è stato vicario cooperatore nella parrocchia di Cadola nel
1952. Il volume è stato stampato a Belluno nel giugno 2003 dalla
Tipografia Piave.
Nel testo leggiamo che “la prima notizia dell’esistenza di
un gruppo di chierici addetti alla Cattedrale” risale
all’anno 853, quando il Vescovo Teodaldo donava dei beni alla
chiesa di S. Martino di Belluno “perchè li posseggano i
sacerdoti canonici che nella sua città continueranno a servire
il Signore”.
Nell’opera si trova un accenno al territorio pontalpino quando si
ricorda che nel 1143 il decano Aico appare come possessore di un podere
in Lastrico, probabilmente Lastreghe. E poi si citano varie volte
Cadola e la sua zona e si ricordano tante altre persone che ebbero o
hanno rapporti con il Capitolo della cattedrale di Belluno. Ecco, qui
di seguito, alcuni nomi.
Crepadone Crepadoni fu canonico dal 1450 al 1485 e fu anche priore di
Sant’Andrea in Monte a Polpet.
Amedeo de Nigris, di Venezia, laureato in legge e in teologia, oltre
che canonico (1477-1504) fu anche pievano di Cadola (1482-1504) e nel
1479 vicario generale del vescovo Pietro Barozzi.
Vincenzo de Ghirlandis, pievano di Cadola, fu canonico soprannumerario
(1507-1512...).
Omobono Da Ponte fu pievano di Cadola (1505-1510), priore di
Sant’Andrea in Monte (1539-1550) e canonico effettivo dal 1533 al
1550, dopo un periodo con il titolo di canonico soprannumerario.
Ercole Farelli ebbe un chiericato nella Pieve di Cadola; nel 1542 fu
nominato canonico soprannumerario e dal 1558, fino al 1562, fu canonico
effettivo.
Francesco Fossali nacque a Libano-Mas il 12 dicembre 1809 e fu ordinato
sacerdote nel 1832. Parroco di Tisoi dal 1839, fu poi arciprete di
Cadola dal 1842 al 1865 e vi realizzò la nuova chiesa
parrocchiale, progettata da G. Segusini. Canonico dal 1865 al 1873, nel
1871-1872 fu anche vicario capitolare “sede vacante”, dopo
la morte del vescovo Giovanni Renier. Morì il 15 gennaio 1873.
Giovanni Battista Pagello, canonico dal 1901 al 1902, era stato anche
vicario cooperatore a Cadola (1849-1852).
Michele Palla nacque a Sospirolo nel 1848 e fu ordinato sacerdote nel
1873. Fu vicario cooperatore a Castion, vicario parrocchiale a Libano,
parroco a Cusighe, arciprete di Cadola dal 1883 al 1902 e poi canonico.
Morì il 9 giugno 1919.
Germano Candeago, canonico dal 1942 al 1989, era stato vicario
cooperatore anche a Cadola.
Mosè Francescato, canonico dal 1965 al 1994, era stato vicario
cooperatore anche a Cadola (1947-1949).
Giacomo Viezzer, nato a Mas-Peron (parrocchia di Libano) il 27 ottobre
1908, fu ordinato sacerdote il 2 luglio 1933. Vicario cooperatore a S.
Stefano di Cadore (1933-1934), poi assistente diocesano
dell’Azione Cattolica e direttore del settimanale
“L’Amico del Popolo”, fu arciprete di Cadola dal 1941
al 1978. Fu quindi canonico residenziale e, dal 1989 alla morte,
canonico emerito. Era canonico onorario fin dal 1958. Commendatore al
merito della Repubblica Italiana per l’opera svolta durante la
Seconda Guerra Mondiale e la Resistenza e a favore delle Associazioni
Combattentistiche e d’Arma, morì il 16 aprile 1997 e fu
sepolto a Cadola.
Nel testo di Mons. Da Rif vengono ricordati anche altri sacerdoti che
conoscono la parrocchia di Cadola: Mons. Mario Carlin, attualmente
canonico (dal 1991), è stato vicario cooperatore a Cadola nel
1947; Mons. Ottorino Pierobon, nato a Soccher, ordinato sacerdote nel
1956, già vicario cooperatore a Belluno-Loreto e a Castion,
vicerettore, insegnante e rettore del Seminario Gregoriano, canonico
dal 1968 al 1982, è attualmente arciprete di Castion e canonico
onorario; Mons. Giuseppe Pierobon, nato a Reveane il 4 ottobre 1922,
già arciprete di Castion e parroco di Sargnano, è
canonico onorario dal 1991 [Mons. Giuseppe Pierobon è morto a
Feltre il 10 novembre 2004].
Il libro, assai interessante, ci guida ad aprire gli occhi sulla storia
di un’istituzione che ha più di 1150 anni! |
|
|
 |
|
 |
|
Il nostro Piave
nel secolo XVI
Intorno al 1550 Giovan Pietro Dalle Fosse, noto col nome accademico di
Pierio Valeriano (Belluno 1477 – Padova 1558) tenne delle
conferenze sulle “antichità bellunesi”: al Piave
egli dedicò uno intero dei suoi “sermoni”, il terzo.
Nel 1966 Bartolomeo Zanenga pubblicò un pregevole libretto,
“Viaggio lungo il Piave nel secolo XVI”, contenente, oltre
ad uno studio su vita e opere di Valeriano, anche la traduzione
italiana del lavoro sul Piave dello stesso Valeriano, accompagnata dal
testo latino, “De Plabea”.
Sembra bello riproporre qui – dal libro di Zanenga, con qualche
piccolo ritocco - una parte di quella conferenza, che ci riguarda
più da vicino. Si tratta di “cose” interessanti, che
meriterebbero un approfondimento!
Il fiume dal Maè a Ponte
“Poco dopo il Maè (Maesius fluvius) si guada il Desedan
(Desedranus) su un largo letto ghiaioso e disagevole, povero d'acqua ma
infido. In questa zona discende dalla Carnia il torrente Gallina
(Gallina amnis) e poco distante dalla via norica sorge, su d'un colle
sovrastante la riva del nostro fiume, il villaggio di Fortogna (vicus
Fortunius). Quindici stadi più a valle un torrente sorgivo
trascina nel Piave, dalle pendici settentrionali del monte Serva,
grande quantità di ghiaia. Buona parte di quest'acqua viene
condotta mediante un canale al celebre villaggio di Ponte nelle Alpi
detto «Ponte della pesa pubblica» (ad publicae librae
Pontem, vicum celebrem), a utilità di tutti gli abitanti di
questo luogo. Oltre Ponte, più a monte, c'è l'emissario
(fossa) del lago di Casamatta (lacus Casamattii), o Varrano, o Pisino
che dir si voglia, le cui acque sono pescosissime soprattutto di ottime
anguille, preda prelibata.
Appoggiato su alte sponde c'è un ponte in legno che conduce alla
via Giulia, verso Vittorio Veneto (in viam Juliam, quae Seravallum
ducit). Il Piave è qui costretto tra due rive rocciose in una
strettoia larga tutt'al più quindici passi e deve districarsi in
una gola profonda, tutta scavata nella pietra viva. Attraverso
questo ponte vengono trasportate in Germania le grandi
quantità di merci stipate a Venezia nel ricco emporio dei
tedeschi; e alla pesa pubblica di questo villaggio di Ponte pagano il
dazio. In uno spazioso pianoro presso Ponte c'è un altro
villaggio denominato Polpet – vicus alter est, Pollia
Poetici nomine - che si attraversa per giungere a Belluno. Sulla
famiglia dei Petici a Longarone esiste l'antichissima iscrizione di un
orologio, donato ai Lebazii in onore di Nerone, del quale abbiamo
parlato diffusamente assieme agli altri monumenti antichi”.
[…]
Il corso del Piave nell’antichità
“Sul corso della Piave (de cursu Plabeae) - per usare il termine
popolaresco - che una volta sarebbe stato diretto verso la valle di
Vittorio Veneto, le nostre vecchiette narrano fole leggendarie; ed io
non le riprenderei, per non correre il rischio di dare ad esse troppo
peso, se non sapessi che ci sono anche uomini talmente sicuri di
ciò da sostenerlo come cosa provata e indubitabile: che,
cioè, il Piave scorresse una volta per i pascoli dell'Alpago (ad
Pagum), lambendo le rive di Casamatta e di Santa Croce, e le contrade
di Fadalto (Vadi alti tractus), e dopo essersi dibattuto fra le
scoscese strettoie dei monti, uscisse finalmente a Vittorio Veneto
per impadronirsi dell'aperta campagna verso il Friuli. Sarebbe poi
accaduto che a metà di questo percorso la via venne sbarrata da
massi immani, precipitati dalle montagne circostanti, per cui dovette
retrocedere scavandosi un nuovo alveo nella campagna bellunese
verso la quale si diresse ricevendo l'Ardo come affluente.
Ritirandosi da quell'antico percorso avrebbe formati i laghi che
ora bagnano Casamatta e taluni villaggi dell' Alpago e le altre valli
attorno. E si sarebbe allora anche formata, così alta e senza
possibilità d'accesso da una parte o dall'altra, la stessa sella
di Fadalto. Di ciò sarebbero testimonianza alcune vecchie
iscrizioni di Vittorio Veneto in cui la riva del vecchio Piave è
citata come confine a certi campi. E fanno osservare una valle poco
profonda, che si stende a lungo senza interruzioni, una specie di larga
fossa d'antica origine, levigata dal susseguirsi delle piogge:
questo, affermano con sicurezza assoluta, era l'antico alveo del nostro
fiume. […]
Ma io, per conto mio, sosterrei, certo di non sbagliare, che
l’alveo del nostro fiume, come abbiamo detto all'inizio, da
qualche migliaio d'anni, se non addirittura dalla creazione del
mondo, ha continuato a fluire nell'identico letto in cui scorre al
nostri giorni. E ciò è dimostrato dalla stessa altezza
delle rive e dalle terrazze, scavate dalle antiche quotidiane
alluvioni, che si stendono in lunghi spazi da una parte e dall'altra,
con ampi declivi regolarmente disposti e campi pianeggianti stesi in
larghi gradoni, non più accessibili dall'impeto delle acque e
perciò atti alle colture.
Qualsiasi cosa favoleggino gli abitanti di Vittorio Veneto
(seravallenses) sul nostro fiume, possiamo asserire che tutta
l'ampia pianura tra il Piave e la città di Treviso è
stata levigata dalla lunga azione alluvionale del fiume; e ancor oggi
la allagherebbe sovente se vicino alla città di Nervesa,
là dove irrompe nella pianura, il flutto impetuoso non fosse
contenuto da una diga costruita con grandi massi fittamente
sovrapposti. […] Ma c'è di più: in tutta la
terra che si stende all'intorno da Nervesa fino a Treviso e da
Rivasecca a Castelfranco, se si scava nel terreno un solco profondo uno
o due piedi al massimo, viene alla superficie una ghiaia lucente e
pulita, indice manifesto che un tempo il fiume passava di qui dove poi
sono state riportate le zolle e si è formata la campagna.
[…] È anche verisimile che questo nostro fiume occupasse
una più larga parte di quella pianura cui ora è tanto
dannoso indirizzando il suo corso da Nervesa verso le regioni orientali
fino a Oderzo; e una volta giunse fino a Vazzola formando quel grande
fossato del Borgo Piavetta a testimonianza della sua visita: luoghi
questi non molto lontani dalla regione vittoriese, e io penso che
proprio qui fossero posti quei confini di cui parlano i cittadini di
Vittorio Veneto definendoli «sulla riva del vecchio Piave».
Non credo invece che tanto impeto d'acque quanto seco ne porta il fiume
potesse fluire attraverso le valli di Casamatta, i ristretti crepacci
di Fadalto, la gola di Vittorio Veneto”. |
|
|
|