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| IN CERCA DI UNA MAGGIORE AUTENTICITA' CRISTIANA |
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PAROLE IN LIBERTA' DI VITTORINO ANDREOLI
(10 settembre 2010)
«Non conta se ci sono state epoche in cui era possibile essere preti e sposi, - riflette lo psichiatra - il fatto è che oggi e da molti secoli, il matrimonio è altro rispetto al sacerdozio e allo stato religioso, che diventano un legame "matrimoniale" con il Signore e la Chiesa. Questo dato fa sì che ogni legame tra un prete e una donna vada visto non come un legame naturale ma come condizione di consumo sessuale. Anche se si tratta di vero amore, - ragiona Andreoli - dal popolo viene percepito come un tradimento e questo fa scandalo. "
Su "Il Corriera della Sera" edizione del Veneto lo psichiatra Vittorino Andreoli (noto per aver trattato in passato il tema del celibato del clero ed oggi alla ribalta della cronaca per il suo libro "Preti di carta") ha commentato così il tema del celibato.
Sono parole in libertà che non rispecchiano assolutamente la realtà con cui il popolo percepisce il forzato abbandono del ministero attivo di un prete che si sposa.
Lo pischiatra rincara la dose affermando che non importa il travaglio interiore del prete e della sua donna, ma come il gesto viene percepito dalla gente.
Mi ripeto: sono parole in libertà.
Gravi e pesantissime se si tiene conto della personalità che le ha pronunciate: Andreoli non è un "quidam de populo", ma luminare della psichiatria.
Il prete che si sposa non è uno che predica bene e razzola male, sempre per contestare Andreoli, ma un uomo che compie, con la sua donna, una scelta coerente e ha il coraggio di intraprendere un nuovo cammino che uno pischiatra dovrebbe conoscere quanto possa essere traumatizzante per la persona e per la coppia.
Sembra che ad Andreoli interessi più l'eco sociale che può avere il gesto di un prete che lascia il ministero che la tranquillità, la serenità e la coerenza del prete e della donna stesse. Per Andreoli è più importante lo sconcerto del popolo che la coerenza di vita.
Sono parole in libertà che ritengo l'illustre psichiatra abbia pronunciato a caldo, magari fra un impegno ed un altro.
Andreoli non può non sapere che il popolo - passati lo stupore e la sorpresa - continua la propria vita, anche di fede e non può ignorare che lo scandalo spesso fu profetico anche nella storia della chiesa.
Francesco d'Assisi e Giovanna d'Arco, assieme a tantissime altre persone, furono uno scandalo per la chiesa dei loro tempi, solo successivamente la gerarchia capì la loro scelta di vita.
I preti che lasciano il ministero e sono spesso lasciati dalla chiesa che hanno servito con dedizione totale solo perchè intendono vivere la pienezza dell'amore nella vita matrimoniale, non hanno solo voglia di sesso - come sembra far intendere Andreoli - ma di autenticità e di coerenza di vita con gli ideali del Vangelo che continuano a vivere. | |
SE FOSSE PAPA DON VERZE'
(3 settembre 2010)
Oggi, su "Il Corriere della sera" è apparsa un'intervista a don Verzè che spiega cosa farebbe se fosse papa.
A prima vista il fondatore dell'ospedale San Raffaele afferma cose che potrei condividere, ma devo dire che mi sembrano affermazioni un po' strumentali.
A 80 anni suonati don Verzè si lascia andare sulla pillola contraccettiva, il celibato obbligatorio, le visite pastorali papali, i cardinali ed altro ancora assumendo la posa del demagogo.
Mi viene spontaneo chiedermi come mai non assunse precedentemente tali posizioni, quando aveva bisogno degli appoggi anche della gerarchia di alto livello per portare avanti la sua opera (che è lodevolissima).
Fra le molte dichiarazioni rilasciate da don Verzè, mi limito a cogliere la più demagogica di tutte: se fosse papa vivrebbe in un appartamento, se ne andrebbe in giro da solo, effettuerebbe le visite pastorali con al seguito solo personale medico e vestirebbe in braghe di tela con panama in testa.
Sinceramente fa un po' sorridere questa sparata perchè tutti sanno che don Verzè non vive proprio poveramente, che dalle parti del San Raffaele si paga non poco per essere ricoverati, che vi è uno zoo ed un orto botanico di ottimo livello, che il fondatore si muove in aereo o in macchina (che non è una Clio) con autista.
Gli ammiratori del fondatore del San Raffaele potrebbero subito obiettare che don Verzè può fare quello che vuole perchè le sue dichiarazioni si riferiscono al fatto che ipotizza di essere papa, ma papa non è.
Concordo.
Mi sembra, però, che il papa ridotto a pensionato dalla porta accanto che prende il bus tutte le mattine e vive nell'appartamento di 30 metri quadri dei quartieri spagnoli di Napoli sia una bella storia che si può raccontare in chiacchiere da bar.
Essere al vertice di una religione come quella cattolica che in due millenni di storia ha certamente subito le incrostazioni del tempo, non è una cosa da pensionato della porta accanto.
Molte cose che don Verzè dice con un bel po' di ritardo e che trovano vasta eco sui giornali solo perchè le dice lui, le dicono, le pensano e le scrivono moltissimi cattolici compreso il sottoscritto che, non essendo don Verzè, se avessero mandato una loro lettera al "Corriere" di tale tenore se la sarebbero vista immediatamente cestinata.
Di buono prendo l'esortazione a riflettere sul celibato, sulla contraccezione e i principi della chiesa. Mi sembrano esortazioni un po' tardive che avrei apprezzato di più se fossero state esternate anche solo una ventina d'anni fa, ma le condivido egualmente.
Un'ultima considerazione. Lo scorso anno ascoltai don Verzè che parlò della ricerca in essere al San Raffaele sulla possibilità di prolungare la vita umana fino oltre i 100 anni.
Mi venne spontanea una riflessione: se i soldi impiegati in questa ricerca fossero investiti in terre dove moltissimi bambini muoiono a 6 o 7 anni e moltissimi adulti sono "vecchi" a 40-50 anni, non sarebbe meglio?
Perchè un prete che si è speso e si spende tanto per tutelare la salute umana non pensa anche in questa direzione? | |
GINOFOBIA DI UNA CHIESA SPENTA
(18 luglio 2010)
L'integrazione del documento "De delictis gravioribus" voluta da papa Bendetto alla luce degli scandali in materia sessuale scoppiati e covanti sotto una cenere , è stata un boomerang per questa chiesa che mi sembra sempre più spenta anzichè luce sul candelabro.
Nulla da eccepire sulle pene comminate a che pratica il crimen sollicitationis ed a chi, venuto a conoscenza di tale crimine perpetrato, lo copre invece di denunciarlo.
Tutto da ridire sull'ordinazione sacerdotale delle donne.
La ginofobia dei preti maschi che stilano documenti in Vaticano e che fanno scrivere a donne (proprio in questi giorni ci sono donne che rilasciano interviste plaudenti i vertici vaticani che le valorizzano in posti chiave) sentenze che le escludono dal servizio dell'annuncio della Parola e dello spezzare del Pane, è pari soltanto a quella di Catone che, quando le suffragette di allora chiesero l'abolizione della Legge Oppia (legge che aboliva l'acquisto di monili ed altri orpelli perchè si era in guerra con Cartagine) pronunciò un memorabile discorso al Senato concludendo:" ...se accetteremo di abolire la Legge Oppia succederà che il popolo romano che governa tutti i popoli e le donne di questi popoli, in casa sua sarà governato da donne".
La presa di posizione ecclesiale è assurda per una serie di motivi.
Il primo è di opportunità: in un documento in cui si parla di crimini (e che crimini!) si aggiunge anche quello dell'ordinazione sacerdotale femminile, praticamente paragonandola al crimen sollicitationis.
Il secondo motivo è che questa presa di posizione importuna e per nulla richiesta da nessuno è una tirata di freno a mano sul dialogo interreligioso.
Il terzo (e forse il più importante) è che non esiste alcun fondamento teologico, biblico, tradizionale ecclesiale per cui una persona che non sia di sesso maschile debba essere bloccata ed impedita a compiere un servizio pastorale.
Le domande che sorgono spontanee sono:
- perchè escludere l'ordinazione sacerdotale femminile se il sacerdozio è servizio? Oppure lo concepite come potere per cui la donna non può avere potere?
- in nome di chi e di che cosa una persona creata da Dio e redenta dal Cristo, solo perchè donna e non uomo, non può annuciare un messaggio, consolare un fratello, rendere grazie celebrando il memoriale dello stesso Cristo?
- si deve dedurre che, nonostante tutte le professioni di fede pubbliche sulla dignità femminile, la donna sia considerata ancora la tentatrice, la dissoluta, la provocatrice e quindi indegna di aprire il Libro della Parola e pronunciare le parole che il Cristo ha lasciato in memoria di sè? E i maschietti che sono pedofili, pederasti e che illudono le donne dicendo che lasceranno il ministero per sposarle e poi le piantano con un figlio in grembo sono davvero più degni di spezzare il pane della Parola e della Vita? | |
LA RIVINCITA DELLA TEOLOGIA
(9 luglio 2010)
L' arguto vaticanista Usa John Allen ha interpretato la recente tornata di nomine che hanno sensibilmente modificato l’organigramma del Vaticano come la rivincita della teologia.
E ha ragione, con una precisazione: i nuovi arrivati provengono tutti da una precisa strada teologica, quella che fa capo alla rivista Communio – fondata da Hans Urs von Batlhasar nel 1972 - di cui, guarda caso, lo stesso Ratzinger fu attivissimo collaboratore nell'immediato post Concilio.
Il cardinale canadese Marc Ouellet, nuovo prefetto alla Congregazione vaticana per i vescovi – dicastero oltremodo strategico, che sovrintende la selezione del corpo episcopale in buona parte del mondo – è un veterano della “scuola di Communio”: essendo un balthasariano della prima ora, l’ex arcivescovo di Québec rimane anche oggi membro dei comitati editoriali della rivista.
Hanno scritto diversi articoli su Communio anche l’arcivescovo Rino Fisichella – neo-presidente del Pontificio Consiglio creato ad hoc per la nuova evangelizzazione – e il vescovo svizzero Kurt Koch, chiamato a Roma da Basilea per dirigere il dicastero vaticano per l’ecumenismo.
Se poi si allarga lo sguardo, si deve prendere atto che il “marchio” Communio contraddistingue i profili umani e teologici di numerosi protagonisti di primo piano degli attuali scenari ecclesiali: dal Patriarca di Venezia Angelo Scola – che ha suggerito al Papa l’idea del nuovo dicastero vaticano affidato a Fisichella – al cardinale di Vienna Christoph Schönborn, fino al primate del Belgio Andrè Léonard, scelto dal Papa come successore di quel Godfried Danneels che per trent’anni aveva guidato l’arcidiocesi di Malines-Bruxelles.
Chi conosce la rivista Communio sa che nacque in un'osteria sulla via Aurelia, a Roma per intuizione di Balthasar il quale, considerando come venivano affrontati i temi teologici e pastorali da un rivista gettonatissima, Concilium (alla quale pure Ratzinger collaborò), pensò di fondare una rivista che si astenesse da troppe fughe in avanti. E, già che ci siamo, ci conviene ricordare che il card. Siri s'inserì nel gioco fondando una rivista ancora più a "destra", Renovatio che affidò a quel prete un po' bizzarro che fu Baget Bozzo.
Concilium era sostanzialmente egemonizzata da figure radicali come Edward Schillebeeckx e Hans Küng i quali perseguivano una linea molto dialettica nei confronti del magistero della Chiesa.
La proposta di una nuova rivista trovò subito l’adesione di teologi riformatori di primo piano, a cominciare da Joseph Ratzinger e Henri de Lubac, a cui seguirono Lustiger (cardinale di Parigi) fino a quando in questa rivista non prese piede – a mio avviso – la rampante formazione di Giussani, Comunione e Liberazione.
L’ultima tornata di nomine vaticane rappresenta per certi versi la consacrazione definitiva della “generazione Communio”.
La teologia fa premio sulla diplomazia, ai laureati in utroque iure si preferiscono i teologi, i moralisti, i biblisti.
Nessuno, comunque, canterà vittoria: a sconsigliare ogni autocelebrazione è lo stesso Joseph Ratzinger, ex animatore di Communio diventato successore di Pietro, che da teologo conosce bene le sabbie mobili in cui è facile cadere quando la teologia «viene dall’arroganza della ragione, che vuole dominare tutto, e fa passare Dio da soggetto a oggetto che noi studiamo, mentre dovrebbe essere soggetto che ci parla e ci guida» (San Bonaventura), ma la strada che vuole percorrere Ratzinger è chiara: la teologia deve essere la prima linea guida della pastorale ecclesiale.
Una strada condivisibile, ma per me pericolosa. Perché la teologia non esiste tout court, ma si concretizza in scuole teologiche. E le scuole teologiche vanno bene se sono molte, in conflitto fra loro, ma dedite alla ricerca. Quando i teologi arrivano al potere c'è sempre il rischio di qualche scisma. | |
MARETTA IN VATICANO
(3 luglio 2010)
Il cardinale di Vienna è stato convocato dal Papa per spiegare le sue affermazioni d'accusa contro il collega Sodano (ex segretario di Stato Vaticano), le dichiarazioni sulla facoltatività del celibato ecclesiastico e il suo pensiero sul matrimonio fra omosessuali.
Christoph Maria Michael Hugo Damian Peter Adalbert Schönborn è nato il 22 gennaio 1945 a Skalsko presso Litoměřice, Boemia, oggi Repubblica Ceca, secondogenito del conte Hugo-Damian von Schönborn e della baronessa Eleonore Ottilie Hilda Maria von Doblhoff. Gli Schönborn sono un'antichissima famiglia nobile e cattolica della alta nobilità tedesca dell’Europa centrale, che ha dato già alla Chiesa numerosi personaggi di rilievo, tra cui Franz Lothar von Schönborn e Franz Georg von Schönborn-Buchheim. I genitori di Schönborn divorziarono nel 1959. Il cardinale Schönborn ha due fratelli e una sorella. Entrò nell'ordine dei Frati Predicatori (domenicani) a Warburg vicino a Bonn e si laureò in teologia, alla Sorbona, nel 1971 ottenendo nella medesima disciplina il dottorato nel 1974. Alla Sorbona Schönborn si era specializzato in Cristianesimo slavo e bizantino. Durante gli studi conobbe, a Ratisbona, Joseph Ratzinger.
Ordinato presbitero il 27 dicembre 1970 a Vienna dal cardinale Franz König, Schönborn si occupò di pastorale studentesca, insegnò come professore ordinario dogmatica cattolica e dal 1978 teologia dell’oriente cristiano all’Università di Friburgo in Svizzera.
Membro della Commissione teologica internazionale della Santa sede e della Fondazione Pro Oriente dal 1984, segretario della commissione per la redazione del Catechismo della Chiesa cattolica, quindi stretto collaboratore di Joseph Ratzinger che, nel 1991, lo segnalò a Papa Giovanni Paolo II come vescovo ausiliare di Vienna. Nel 1995 Schönborn succede a Hans Hermann Groër (indagato per pedofilia e relegato in un monastero austriaco) come arcivescovo.
Nel 1998 è creato cardinale. Teologo ferratissimo e buon predicatore, poliglotta (parla anche l'italiano), è convinto assertore della dimensione universale della Chiesa. È ritenuto un conservatore. È tuttavia personaggio capace di dire pane al pane vino al vino e di essere critico anche verso i vertici della Chiesa, come ha dimostrato nel grave scandalo del seminario di Sankt Pölten.
A lui hanno guardato con interesse molti cristiani del movimento Wir sind Kirche (Noi siamo chiesa) che, come si sa, è nato proprio in Austria.
Il papa gli ha chiesto di rettificare o ritrattare (e sembra che Sodano abbia avuto un pesante ruolo in questo senso) le sue affermazioni.
E il cardinale l'ha fatto.
Peccato. Avrebbe potuto uscire dallo studio pontificio senza il galero cardinalizio (si sa che il papa può revocare l'onorificienza del cardinalato e papa Pacelli lo fece), ma con il suo monumento sotto braccio.
Non ha avuto il coraggio del profeta e ha preferito continuare a vivacchiare, anzichè vivere.
D'ora in poi non sarà più quel punto di riferimento per molti che credono che una riforma della chiesa possa passare con la collaborazione di tutti, anche dei Pastori.
Peccato perchè questa maretta che si respira in Vaticano da un po' di tempo in qua è sintomo di una fragilità di uomini di potere che non hanno capito la dimensione fondamentale del servizio che è tipica del messaggio del Cristo che dicono di servire. | |
NON PREVALEBUNT
(26 giugno 2010)
Il sottotitolo del quotidiano della Santa Sede, l'Osservatore Romano, è "non prevalebunt". Riprende quello che Gesù dice a Pietro affidandogli la chiesa. Lo scrivo in latinao:"...tu es Petrus et super hanc petram aedificabo eccleiam meam. TIbi dabo clave regnum coelorum et qudocumque ligaveris in terra, eritis ligatum in coelis et quodcumque solveris in terra eritis solutum in coelis, et potae inferi non prevalebunt adversus eam" (tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa. A te darò le chiavi del regno dei cieli e qualunque cosa avrai legato sulla terra sarà legata nei cieli e qualunque cosa avrai sciolto sulla terra sarà sciolta anche nei cieli e le porte degli inferi non prevarrano contro di essa.).
A molti sembra che questa profezia assicuratrice cristologica stia per vacillare.
Non è e non sarà così.
La chiesa cattolica (parlo, come sempre, della chiesa fatta di uomini) è passata attraverso bufere ben più tempestose e gelide di quelle che sta attraversando. Ci sono stati secoli di papato brutti, bui, oscuri (si pensi all'alto ed al basso medioevo e alla cattività avignonese), ci sono stati momenti tremendi che hanno generato profonde divisioni fra fratelli cristiani (ortodossi, protestanti, anglicani)...e lo Spirito ha sempre aiutato tutti a cogliere l'essenza del messaggio cristiano.
Le porte degli inferi non prevarranno.
Non c'importa se vescovi, preti, cardinali sono sordi alle istanze che sempre più urgentemente provengono dall'unico popolo di Cristo che essi s'arrogano in suo nome di governare; non ci deve interessare se la fatica di vivere un messaggio cristiano nella quotidianità di una vita che non vestirà mai i solenni panni dorati che stanno negli armadi delle sacrestie sembra dare ragione agli inferi che bussano alle porte. Il messaggio di Cristo è più forte dei suoi ministri che difendono il celibato stuprando nel silenzio i bambini; il richiamo all'autenticità di una vita vissuta nell'amore di Dio e del prossimo è più vero delle solenni liturgie a cui s'accede solo per invito riservato; la provocazione ad essere segno dell'amore di Dio per i fratelli sorpassa di gran lunga le encicliche di questo amore fanno solo una lunga ed un po' noiosa esegesi. | |
GIANNI GENNARI SCRIVE A DE BORTOLI.
alla cortese attenzione del Direttore, Ferruccio De Bortoli.
Da Gianni Gennari.
L’amico Vittorio Messori domenica è secco fin dal titolo: “Nella Chiesa il celibato esiste da sempre”, Vero: Gesù e l’apostolo Giovanni furono celibi. Ma è vero anche che “nella Chiesa il matrimonio dei sacerdoti esiste da sempre”. Gli altri apostoli erano sposati, e nella Chiesa cattolica esiste da sempre fino ad oggi anche il matrimonio dei preti: per più di un millennio anche i preti di rito latino potevano essere sposati, e ancora oggi ci sono i preti sposati cattolici di rito orientale, e sono in arrivo quelli ex anglicani. E allora va chiarito che altro è il valore indubitabile del celibato “donato dall’alto” – parola di Gesù stesso, altro il problema della legge storica del celibato dei preti. Anche in prospettiva ecumenica: tutte le altre chiese cristiane ammettono il ministero di uomini sposati.
E infatti il celibato per legge è divenuto necessario solo dopo secoli. Messori lo sa benissimo, e infatti deve fare appello alla “lex continentiae” per la quale in particolare dal quarto secolo in poi si chiedeva l’astensione dai rapporti coniugali nel tempo precedente la celebrazione eucaristica. Valeva per preti, vescovi e Papi, tra cui almeno 4 – p. es. Sant’Ormisda (514-523) e suo figlio Silverio (536-537) – furono sposati. La cosa fu anche più recente, e vari Papi hanno avuto figli nel corso dei secoli: tra essi due ai tempi del Concilio di Trento, che fissò definitivamente il celibato per i preti.
Altro dunque è il carisma del celibato e altro il celibato come condizione richiesta per legge a chi vuol essere prete cattolico. Messori ricorda gli studi del cardinale austriaco Stickler che sul tema porta come argomento principe proprio la legge della “continenza”. Questa però nella realtà storica è frutto anche, e forse solo, della storia di culture anteriori al Cristianesimo e allo stesso Ebraismo, in cui la donna era un essere inferiore e “sporco”, il corpo cosa aliena dalla perfezione, e l’incontro sessuale degradava l’uomo, reso più vicino agli animali…Perciò il maestro più famoso, Aristotele, insegnava che “la donna è un maschio venuto male” (anér peperoménon). Per millenni di cultura persiana, greca e romana la donna abbassava l’uomo, o addirittura lo rendeva sporco. Qualche traccia anche – per fortuna isolata, tardiva e forse falsata – nell’Apocalisse (14, 4) che dichiara “beati” gli uomini che “non si sono sporcati mescolandosi con donne”! Questa concezione pagana e ingiusta ha contribuito, con molte altre ragioni concrete – patrimoni, maggiore manovrabilità del personale ecclesiastico – a dare motivi teorici alla tardiva trasformazione del carisma del celibato in “legge obbligatoria” nella Chiesa occidentale e latina. E’ noto, poi, che la “legge della continenza” iniziò la sua trasformazione dopo la fine delle persecuzioni pagane, all’inizio del IV secolo, quando l’ideale cristiano più originario, quello del martirio, diventava inattuale, e fu sostituito da quello della verginità. Da quella visione di sessualità e donna sono venute molte cose nel rapporto tra Chiesa cattolica e sessualità, e p. es. per secoli la tesi della verginità “superiore” al matrimonio. Ad affermarlo in passato erano testi solenni, e per chi lo negava c’era un “anathema sit” del Concilio di Trento, ricordato anche nell’Enciclica “Sacra virginitas” di Pio XII, ma Giovanni Paolo II, durante le sue celebri catechesi sul corpo, sessualità e matrimonio ha esplicitamente affermato che non è così, perché “la superiorità nella visione cristiana” è data solo dal grado di esercizio dell’amore-carità verso Dio e verso il prossimo, inscindibilmente: testi sull’ “Osservatore” e negli Acta della Santa Sede.
Benedetto XVI ha ribadito anche di recente “il valore del sacro celibato”? Certo, ma tanti Papi, e anche lui, ribadiscono anche il valore del “sacro matrimonio”, “grande mistero in Cristo e nella Chiesa”, come insegna San Paolo, addirittura “sacramento”, cosa che non è il celibato. Dunque il vero problema, qui, non è il celibato, ma la legge storica del celibato obbligatorio per il clero cattolico. E il richiamo della “legge della continenza” – fulcro del ragionamento di Stickler, e di Messori – è fuori luogo. Chi prova troppo corre il rischio di non provare nulla, e nel caso anche altro…Si sa che proprio Stickler fu tra i principali sostenitori del cardinale Groer a Vienna, dopo il “troppo progressista” cardinale Koenig, ed è anche nota la vicenda finale del cardinale Groer, all’inizio dei travagliati anni della questione della pedofilia ecclesiastica che nulla ha a che vedere con il tema del celibato, mentre ha molto a che vedere con la sessualità vissuta male, da celibi e sposati fa lo stesso. Il punto, qui, è pensare – e oggi lo fanno uomini di Chiesa anche vicinissimi a Benedetto XVI – alla legge del celibato che oggi esiste nella Chiesa cattolica. Sia chiaro, finché essa è vigente, un prete è tenuto ad osservarla, o a chiedere di essere sollevato dal ministero, ma questo non è solo un suo problema individuale. Per finire, tuttavia, un pensiero dispiaciuto e una nota di fatto. In un anno intero dedicato ai sacerdoti non si ha notizia di un solo pensiero pubblico autorevole, di Chiesa, rivolto ai preti sposati – oggi nel mondo circa 60.000 – che obbedendo alla legge storica hanno dovuto abbandonare un ministero per il quale molti – quanti lo sa solo il Signore che chiama chi vuole – si sono sentiti e si sentono chiamati. E nessun pensiero, mi risulta, anche ai preti sposati di rito orientale che il Concilio ha definito “né meno preti, né meno buoni preti” rispetto ai celibi, e che continuano felicemente il loro ministero nella Chiesa cattolica…La nota di fatto: per il celibato dei presbiteri la Chiesa cattolica ha fatto ciò che ufficialmente non si sente autorizzata a fare per i ministeri femmnili, e cioè si è allontanata dalla condotta di Gesù, che di fatto ha chiamato al ministero apostolico anche gli sposati, anzi soprattutto gli sposati. Anche questo può far riflettere, e magari pregare.
GIOVANNI GENNARI, teologo e giornalista. | |
KUNG VERSUS RATZINGER
Benedetto XVI ha fallito i cattolici perdono la fiducia
di Hans Küng
“la Repubblica” del 15 aprile 2010
Negli anni 1962-1965 Joseph Ratzinger - oggi Benedetto XVI - ed io eravamo i due più giovani teologi del Concilio. Oggi siamo i più anziani, e i soli ancora in piena attività. Ho sempre inteso il mio impegno teologico come un servizio alla Chiesa. Per questo, mosso da preoccupazione per la crisi di fiducia in cui versa questa nostra Chiesa, la più profonda che si ricordi dai tempi della Riforma ad oggi, mi rivolgo a voi, in occasione del quinto anniversario dell'elezione di papa Benedetto al soglio pontificio, con una lettera aperta. È questo infatti l'unico mezzo di cui dispongo per mettermi in contatto con voi. Avevo apprezzato molto a suo tempo l'invito di papa Benedetto, che malgrado la mia posizione critica nei suoi riguardi mi accordò, poco dopo l'inizio del suo pontificato, un colloquio di quattro ore, che si svolse in modo amichevole. Ne avevo tratto la speranza che Joseph Ratzinger, già mio collega all'università di Tübingen, avrebbe trovato comunque la via verso un ulteriore rinnovamento della Chiesa e un'intesa ecumenica, nello spirito del Concilio Vaticano II. Purtroppo le mie speranze, così come quelle di tante e tanti credenti che vivono con impegno la fede cattolica, non si sono avverate; ho avuto modo di farlo sapere più di una volta a papa Benedetto nella corrispondenza che ho avuto con lui. Indubbiamente egli non ha mai mancato di adempiere con scrupolo agli impegni quotidiani del papato, e inoltre ci ha fatto dono di tre giovevoli encicliche sulla fede, la speranza e l'amore. Ma a fronte della maggiore sfida del nostro tempo il suo pontificato si dimostra ogni giorno di più come un'ulteriore occasione perduta, per non aver saputo cogliere una serie di opportunità:
- È mancato il ravvicinamento alle Chiese evangeliche, non considerate neppure come Chiese nel senso proprio del termine: da qui l'impossiblità di un riconoscimento delle sue autorità e della celebrazione comune dell'Eucaristia.
- È mancata la continuità del dialogo con gli ebrei: il papa ha reintrodotto l'uso preconciliare della preghiera per l'illuminazione degli ebrei; ha accolto nella Chiesa alcuni vescovi notoriamente scismatici e antisemiti; sostiene la beatificazione di Pio XII; e prende in seria considerazione l'ebraismo solo in quanto radice storica del cristianesimo, e non già come comunità di fede che tuttora persegue il proprio cammino di salvezza. In tutto il mondo gli ebrei hanno espresso sdegno per le parole del Predicatore della Casa Pontificia, che in occasione della liturgia del venerdì santo ha paragonato le critiche rivolte al papa alle persecuzioni antisemite.
- Con i musulmani si è mancato di portare avanti un dialogo improntato alla fiducia. Sintomatico in questo senso è il discorso pronunciato dal papa a Ratisbona: mal consigliato, Benedetto XVI ha dato dell'islam un'immagine caricaturale, descrivendolo come una religione disumana e violenta e alimentando così la diffidenza tra i musulmani.
- È mancata la riconciliazione con i nativi dell'America Latina: in tutta serietà, il papa ha sostenuto che quei popoli colonizzati "anelassero" ad accogliere la religione dei conquistatori europei.
- Non si è colta l'opportunità di venire in aiuto alle popolazioni dell'Africa nella lotta contro la sovrappopolazione e l'AIDS, assecondando la contraccezione e l'uso del preservativo.
- Non si è colta l'opportunità di riconciliarsi con la scienza moderna, riconoscendo senza ambiguità la teoria dell'evoluzione e aderendo, seppure con le debite differenziazioni, alle nuove prospettive della ricerca, ad esempio sulle cellule staminali.
- Si è mancato di adottare infine, all'interno stesso del Vaticano, lo spirito del Concilio Vaticano II come bussola di orientamento della Chiesa cattolica, portando avanti le sue riforme.
Quest'ultimo punto, stimatissimi vescovi, riveste un'importanza cruciale. Questo papa non ha mai smesso di relativizzare i testi del Concilio, interpretandoli in senso regressivo e contrario allo spirito dei Padri conciliari, e giungendo addirittura a contrapporsi espressamente al Concilio ecumenico, il quale rappresenta, in base al diritto canonico, l'autorità suprema della Chiesa cattolica:
- ha accolto nella Chiesa cattolica, senza precondizione alcuna, i vescovi tradizionalisti della Fraternità di S. Pio X, ordinati illegalmente al di fuori della Chiesa cattolica, che hanno ricusato il Concilio su alcuni dei suoi punti essenziali;
- ha promosso con ogni mezzo la messa medievale tridentina, e occasionalmente celebra egli stesso l'Eucaristia in latino, volgendo le spalle ai fedeli;
- non realizza l'intesa con la Chiesa anglicana prevista nei documenti ecumenici ufficiali (ARCIC), ma cerca invece di attirare i preti anglicani sposati verso la Chiesa cattolica romana rinunciando all'obbligo del celibato.
- ha potenziato, a livello mondiale, le forze anticonciliari all'interno della Chiesa attraverso la nomina di alti responsabili anticonciliari (ad es.: Segreteria di Stato, Congregazione per la Liturgia) e di vescovi reazionari.
Papa Benedetto XVI sembra allontanarsi sempre più dalla grande maggioranza del popolo della Chiesa, il quale peraltro è già di per sé portato a disinteressarsi di quanto avviene a Roma, e nel migliore dei casi si identifica con la propria parrocchia o con il vescovo locale.
So bene che anche molti di voi soffrono di questa situazione: la politica anticonciliare del papa ha il pieno appoggio della Curia romana, che cerca di soffocare le critiche nell'episcopato e in seno alla Chiesa, e di screditare i dissenzienti con ogni mezzo. A Roma si cerca di accreditare, con rinnovate esibizioni di sfarzo barocco e manifestazioni di grande impatto mediatico, l'immagine di una Chiesa forte, con un "vicario di Cristo" assolutista, che riunisce nelle proprie mani i poteri legislativo, esecutivo e giudiziario. Ma la politica di restaurazione di Benedetto XVI è fallita. Le sue pubbliche apparizioni, i suoi viaggi, i suoi documenti non sono serviti a influenzare nel senso della dottrina romana le idee della maggioranza dei cattolici su varie questioni controverse, e in particolare sulla morale sessuale. Neppure i suoi incontri con i giovani, in larga misura membri di gruppi carismatici di orientamento conservatore, hanno potuto frenare le defezioni dalla Chiesa, o incrementare le vocazioni al sacerdozio.
Nella vostra qualità di vescovi voi siete certo i primi a risentire dolorosamente dalla rinuncia di decine di migliaia di sacerdoti, che dall'epoca del Concilio ad oggi si sono dimessi dai loro incarichi soprattutto a causa della legge sul celibato. Il problema delle nuove leve non riguarda solo i preti ma anche gli ordini religiosi, le suore, i laici consacrati: il decremento è sia quantitativo che qualitativo. La rassegnazione e la frustrazione si diffondono tra il clero, e soprattutto tra i suoi esponenti più attivi; tanti si sentono abbandonati nel loro disagio, e soffrono a causa della Chiesa. In molte delle vostre diocesi è verosimilmente in aumento il numero delle chiese deserte, dei seminari e dei presbiteri vuoti. In molti Paesi, col preteso di una riforma ecclesiastica, si decide l'accorpamento di molte parrocchie, spesso contro la loro volontà, per costituire gigantesche "unità pastorali" affidate a un piccolo numero di preti oberati da un carico eccessivo di lavoro.
E da ultimo, ai tanti segnali della crisi in atto viene ad aggiungersi lo spaventoso scandalo degli abusi commessi da membri del clero su migliaia di bambini e adolescenti, negli Stati Uniti, in Irlanda, in Germania e altrove; e a tutto questo si accompagna una crisi di leadership, una crisi di fiducia senza precedenti. Non si può sottacere il fatto che il sistema mondiale di occultamento degli abusi sessuali del clero rispondesse alle disposizioni della Congregazione romana per la Dottrina della fede (guidata tra il 1981 e il 2005 dal cardinale Ratzinger), che fin dal pontificato di Giovanni Paolo II raccoglieva, nel più rigoroso segreto, la documentazione su questi casi. In data 18 maggio 2001 Joseph Ratzinger diramò a tutti i vescovi una lettera dai toni solenni sui delitti più gravi ("Epistula de delictis gravioribus"), imponendo nel caso di abusi il "secretum pontificium", la cui violazione è punita dalla la Chiesa con severe sanzioni. E' dunque a ragione che molti hanno chiesto un personale "mea culpa" al prefetto di allora, oggi papa Benedetto XVI. Il quale però non ha colto per farlo l'occasione della settimana santa, ma al contrario ha fatto attestare "urbi et orbi", la domenica di Pasqua, la sua innocenza al cardinale decano.
Per la Chiesa cattolica le conseguenze di tutti gli scandali emersi sono devastanti, come hanno confermato alcuni dei suoi maggiori esponenti. Il sospetto generalizzato colpisce ormai indiscriminatamente innumerevoli educatori e pastori di grande impegno e di condotta ineccepibile. Sta a voi, stimatissimi vescovi, chiedervi quale sarà il futuro delle vostre diocesi e quello della nostra Chiesa. Non è mia intenzione proporvi qui un programma di riforme. L'ho già fatto più d'una volta, sia prima che dopo il Concilio. Mi limiterò invece a sottoporvi qui sei proposte, condivise - ne sono convinto - da milioni di cattolici che non hanno voce.
1. Non tacete. Il silenzio a fronte di tanti gravissimi abusi vi rende corresponsabili. Al contrario, ogni qualvolta ritenete che determinate leggi, disposizioni o misure abbiano effetti controproducenti, dovreste dichiararlo pubblicamente. Non scrivete lettere a Roma per fare atto di sottomissione e devozione, ma per esigere riforme!
2. Ponete mano a iniziative riformatrici. Tanti, nella Chiesa e nell'episcopato, si lamentano di Roma, senza però mai prendere un'iniziativa. Ma se oggi in questa o quella diocesi o comunità i parrocchiani disertano la messa, se l'opera pastorale risulta inefficace, se manca l'apertura verso i problemi e i mali del mondo, se la cooperazione ecumenica si riduce a un minimo, non si possono scaricare tutte le colpe su Roma. Tutti, dal vescovo al prete o al laico, devono impegnarsi per il rinnovamento della Chiesa nel proprio ambiente di vita, piccolo o grande che sia. Molte cose straordinarie, nelle comunità e più in generale in seno alla Chiesa, sono nate dall'iniziativa di singole persone o di piccoli gruppi. Spetta a voi, nella vostra qualità di vescovi, il compito di promuovere e sostenere simili iniziative, così come quello di rispondere, soprattutto in questo momento, alle giustificate lagnanze dei fedeli.
3. Agire collegialmente. Il Concilio ha decretato, dopo un focoso dibattito e contro la tenace opposizione curiale, la collegialità dei papi e dei vescovi, in analogia alla storia degli apostoli: lo stesso Pietro non agiva al di fuori del collegio degli apostoli. Ma nel periodo post-conciliare il papa e la curia hanno ignorato questa fondamentale decisione conciliare. Fin da quando, a soli due anni dal Concilio e senza alcuna consultazione con l'episcopato, Paolo VI promulgò un'enciclica in difesa della discussa legge sul celibato, la politica e il magistero pontificio ripresero a funzionare secondo il vecchio stile non collegiale. Nella stessa liturgia il papa si presenta come un autocrate, davanti al quale i vescovi, dei quali volentieri si circonda, figurano come comparse senza diritti e senza voce. Perciò, stimatissimi vescovi, non dovreste agire solo individualmente, bensì in comune con altri vescovi, con i preti, con le donne e gli uomini che formano il popolo della Chiesa.
4. L'obbedienza assoluta si deve solo a Dio. Voi tutti, al momento della solenne consacrazione alla dignità episcopale, avete giurato obbedienza incondizionata al papa. Tuttavia sapete anche che l'obbedienza assoluta è dovuta non già al papa, ma soltanto a Dio. Perciò non dovete vedere in quel giuramento a un ostacolo tale da impedirvi di dire la verità sull'attuale crisi della Chiesa, della vostra diocesi e del vostro Paese. Seguite l'esempio dell'apostolo Paolo, che si oppose a Pietro "a viso aperto, perché evidentemente aveva torto" (Gal. 2,11). Può essere legittimo fare pressione sulle autorità romane, in uno spirito di fratellanza cristiana, laddove queste non aderiscano allo spirito del Vangelo e della loro missione. Numerosi traguardi - come l'uso delle lingue nazionali nella liturgia, le nuove disposizioni sui matrimoni misti, l'adesione alla tolleranza, alla democrazia, ai diritti umani, all'intesa ecumenica e molti altri ancora hanno potuto essere raggiunti soltanto grazie a una costante e tenace pressione dal basso.
5. Perseguire soluzioni regionali: il Vaticano si mostra spesso sordo alle giustificate richieste dei vescovi, dei preti e dei laici. Ragione di più per puntare con intelligenza a soluzioni regionali. Come ben sapete, un problema particolarmente delicato è costituito dalla legge sul celibato, una norma di origine medievale, la quale a ragione è ora messa in discussione a livello mondiale nel contesto dello scandalo suscitato dagli abusi. Un cambiamento in contrapposizione con Roma appare pressoché impossibile; ma non per questo si è condannati alla passività. Un prete che dopo seria riflessione abbia maturato l'intenzione di sposarsi non dovrebbe essere costretto a dimettersi automaticamente dal suo incarico, se potesse contare sul sostegno del suo vescovo e della sua comunità. Una singola Conferenza episcopale potrebbe aprire la strada procedendo a una soluzione regionale. Meglio sarebbe tuttavia mirare a una soluzione globale per la Chiesa nel suo insieme. Perciò
6. si chieda la convocazione di un Concilio: se per arrivare alla riforma liturgica, alla libertà religiosa, all'ecumenismo e al dialogo interreligioso c'è stato bisogno di un Concilio, lo stesso vale oggi a fronte dei problemi che si pongono in termini tanto drammatici. Un secolo prima della Riforma, il Concilio di Costanza aveva deciso la convocazione di un concilio ogni cinque anni: decisione che fu però disattesa dalla Curia romana, la quale anche oggi farà indubbiamente di tutto per evitare un concilio dal quale non può che temere una limitazione dei propri poteri. È responsabilità di tutti voi riuscire a far passare la proposta di un concilio, o quanto meno di un'assemblea episcopale rappresentativa.
Questo, a fronte di una Chiesa in crisi, è l'appello che rivolgo a voi, stimatissimi vescovi: vi invito a gettare sulla bilancia il peso della vostra autorità episcopale, rivalutata dal Concilio. Nella difficile situazione che stiamo vivendo, gli occhi del mondo sono rivolti a voi. Innumerevoli sono i cattolici che hanno perso la fiducia nella loro Chiesa; e il solo modo per contribuire a ripristinarla è quello di affrontare onestamente e apertamente i problemi, per adottare le riforme che ne conseguono. Chiedo a voi, nel più totale rispetto, di fare la vostra parte, ove possibile in collaborazione con altri vescovi, ma se necessario anche soli, con apostolica "franchezza" (At 4,29.31). Date un segno di speranza ai vostri fedeli, date una prospettiva alla nostra Chiesa.
Vi saluto nella comunione della fede cristiana | |
LA STORIA DEL BRAVO CRISTIANO
(5 giugno 2010)
"Questa è la storia di un bravo cristiano
che viveva il Vangelo alla mano,
ma che non conosceva il valore,
il valore serio dell'Amore.
Ogni giorno la messa si gustava
e con grande fervore pregava
cosicchè gli altri, guardando,
si dicevano:"Oh, ma che santo!"
Il Signore l'aveva benedetto,
tre palazzi ed un aviogetto
la fuoriserie a sua disposizione
e il portiere che gli apriva il portone.
Se i due terzi del mondo ha fame
non son io che devo pensarci,
a questo punto il bravo cristiano
chiude la pagina del Vangelo che ha in mano.
Non chi dice:"Signore, Signore"
guadagnato avrà il Paradiso,
ma solo chi con ogni fratello
la sua vita avrà condiviso".
Era, questa, una canzone che cantavamo al suono di chitarra negli anni in cui noi giovani degli anni '50 ci trovavamo sudati e sporchi dopo la raccolta della carta, dopo aver partecipato ad un campeggio con gli handicappati, dopo aver dedicato un po' del nostro tempo ai ragazzini degli anni '60...
Era una canzone che ci faceva sentire meno perbenisti dei nostri genitori ed educatori, meno borghesi dei buoni cattolici della messa domenicale delle 11, meno integrati nel sistema.
Adesso noi giovani degli anni '50 viaggiamo alla svelta verso la sessantina. Molti di noi forse sono diventati perbenisti e borghesi integrati, ma a qualcuno quei valori di quella gioventù, espressi in una povera canzone come questa, sono rimasti nel cuore e, nel proprio piccolo, nel proprio mondo quotidiano della famiglia e dela lavoro, questo qualcuno cerca di vivere quei valori. Magari con l' illusione di rimanere un po' giovane! | |
CUM PETRO E NON SUB PETRO
(16 maggio 2010)
Riprendo il discorso dell'articolo sottostante a questo per esprimere meglio il mio pensiero sul papato come lo sogno. Penso che debba finire la monarchia papale con tutti fronzoli curiali e penso che Cristo non abbia pensato a Pietro come ad un principe sul trono che riceve l'omaggio dei cardinali e del popolo di Dio.
C'è un libro dal titolo: “L’officina bolognese, 1953-2003” curato da Giuseppe Alberigo. Descrive i cinquant’anni di vita del “Centro di Documentazione” fondato a Bologna da Giuseppe Dossetti, l’uomo che ha messo in campo quell’“ermeneutica della riforma” del Vaticano II che ancora oggi gode di una fortuna universale. Tra i documenti spicca un lungo promemoria, datato agosto 1978, e “inviato ai partecipanti all’imminente Conclave”, quello da cui uscì eletto Giovanni Paolo I, seguito poco dopo dall’altro Conclave in cui fu eletto Giovanni Paolo II.
Il promemoria s’intitola “Per un rinnovamento del servizio papale nella chiesa alla fine del XX secolo”. Dossetti chiede tante cose. Tra queste che il Papa incida sulla macchina di governo della chiesa fin dai primi “cento giorni” del suo pontificato, passando da una gestione monarchica a una più collegiale.
E cosa Dossetti intende per “gestione collegiale” è esplicitato in sette punti. Anzitutto il Papa deve fare il vescovo di Roma, “diffidando dalle formule vicariali che hanno ormai un significato di sgravio di responsabilità e di disimpegno”. Deve, in analogia con il concistoro medievale e con il sinodo permanente orientale, creare “un organo collegiale che, sotto la sua presidenza personale ed effettiva, tratti almeno bisettimanalmente i problemi che si pongono alla chiesa nel suo insieme, prendendo le decisioni relative”. Deve “riconoscere al sinodo dei vescovi una capacità legislativa vera e propria, sempre sotto la sua presidenza e direzione”. Deve snellire la curia romana “dislocandola in altre aree cristiane”. Deve valorizzare maggiormente le chiese locali interpretando fino in fondo il principio di sussidiarietà. Deve lasciare che i vescovi siano eletti in loco e non a Roma. Deve abolire le nunziature apostoliche: in questo modo, dice Dossetti, “si supererebbe una delle sopravvivenze più sconcertanti della concezione della chiesa come potenza tra le potenze e del papato come monarchia”. Infine deve abbandonare “il convincimento di dovere decidere da solo, di non potere rinunciare ai simboli monarchici del potere e dell’autorità”.
Non saprei dire se Benedetto XVI condivida in toto questo pro memoria, io sì. Se questo pro memoria di Dossetti fosse in agenda papale e ci fosse lo sforzo di attuare con progetto di lungo respiro questa nuova figura del papa, moltissimi cattolici non si sentirebbero più SUB PETRO, ma CUM PETRO e il carisma di ognuno sarebbe valorizzato in una progressiva rinascita entusiastica ecclesiale come stiamo meditando in questi giorni in cui la parola di Dio ci narra degli atti e dei prodigi che avvennero nelle chiese del primo secolo d.C. | |
LA CHIESA DI PAPA RATZINGER
(16 maggio 2010)
Ricevo diverse lettere che mi chiedono cosa ne penso dell'indirizzo alla chiesa che sta dando questo papa. Per qualcuno sembra un conservatore ad oltranza (e mi citano il recupero dei lebfevriani, il messale anteconciliare ecc), per altri sembra un profeta coraggioso (un caso per tutti: quello della pedofilia clericale).
In questo percorso ecclesiale ci si mettono anche uomini di peso quali il cardinale di Vienna, il cardinale Martini, mentre altri uomini come il card.Sodano sembrano messi in un canto.
Non avendo rapporti diretti con il papa, posso solo azzardare una mia lettura di questo comportamento papale.
Potrebbe esserci un'agenda che definirei progressista in cui ci potremmo mettere diversi estensori: prima di Schönborn e Martini, c’è stato Raniero Cantalamessa. Ma il “lodo Cantalamessa”, come lo definisce Alberto Melloni nel saggio del 2006 “L’inizio di Papa Ratzinger”, non ha avuto fortuna. Redatto per una meditazione pronunciata appena prima del Conclave del 2005, espone sette tesi sulle quali il Papa “chiamato da Dio” avrebbe dovuto lavorare. Il cuore del “lodo” sono il ritorno della chiesa a una minoranza esemplare, una chiesa che non imponga, soprattutto nel campo etico, i propri dettami ma che si limiti all’esempio, alla testimonianza. Perché questa chiesa possa predominare occorrono alcune riforme. La prima, la più importante, il riordino in chiave collegiale del governo. Scrive Cantalamessa: “Pietro esercita il suo ruolo in modo collegiale. La formula canonica attuale del rapporto tra il Papa e i vescovi è ‘cum Petro e sub Petro’. Finora, non si può negare, è stato accentuato soprattutto il ‘sub Petro’. I tempi forse sono maturi per ridare tutto il significato al ‘cum Petro’ e forse il papa ha in mente un percorso simile.
Potrebbe esserci, però, anche un'agenda conservatrice. Lo dimostrano non solo i "recuperi" dei lebfevriani e la sbandierata concessione alla celebrazione della messa in latino ante concilio, ma anche il recupero di elementi esterni al cuore ecclesiale, ma significativi quali l'abbigliamento pontificio, i canti alle liturgie papali, la scelta di vescovi abbastanza conservatori a capo di molte diocesi.
Penso che questo papa si senta troppo vecchio per spingere su riforme in cui magari crede, ma che vede lucidamente che debbono essere governate con forza ed attenzione e per questo ripieghi su scelte che ritiene di equilibrio concedendo un po' a destra e un po' a sinistra, ma penso anche che sia convinto che, così facendo, opera per il bene della chiesa preparando il terreno ad un successore più energico. | |
SETTE VESCOVI IN UN MESE
Dal 20 marzo al 23 aprile 2010 dalla chiesa cattolica si sono dimissionati sette vescovi. Tutti per casi di pedofilia praticata e/o sottaciuta.
Se le cose andassero avanti di questo passo entro la fine dell'anno salteranno altre 70 guide di diocesi il che farà la gioia dei preti carrieristi che sono lì ad aspettare d'essere giubilati da qualche parte ed intanto fanno la prova davanti allo specchio come starebbero abbigliati di mitra e pastorale, ma si porrebbe un problema serio: quante altre teste mitrate potrebbero saltare a causa della pedofilia clericale?
La chiesa cattolica è stata investita da un contagio di peste che sembra la stia decimando e non servono proclami tranquillizzanti da parte della Curia Romana, nè riconoscimenti ad un papa (il primo nella storia) che su questo argomento è inflessibile.
Serve, piuttosto, compiere riflessioni un po' più articolate.
Pubblicisti ben più autorevoli del sottoscritto hanno già sgomberato il campo dal primo equivoco: il prete è pedofilo perchè è costretto al celibato. Condivido in pieno chi combatte questo equivoco perchè a mio avviso la pedofilia non è frutto della continenza sessuale forzata del clero di rito romano, ma di una deformante e deformata visione della sessualità che deve essere ricondotta all'immaturità sessuale del soggetto (maschile o femminile) che, nel caso, è prete o suora, ma potrebbe essere insegnante o muratore con moglie o marito.
C'è un secondo equivoco che serpeggia: il colpevole silenzio dei gerarchi. Tacquero, troncarono, sopirono, tacitarono con favori, ma non denunciarono o si autodenunciarono. Sono additati oggi, a ragione, al pubblico ludibrio come sporcaccioni, ma non ho ancora trovato un autorevole pubblicista che ricordi un concetto: tali persone si credono (e come tali si presentano) depositari di una morale che si rifà direttamente ad un Dio Incarnato che, negli anni della sua vita terrena, ricordò:"...se uno di voi scandalizza uno di questi piccoli, è meglio che gli sia appesa al collo una macina da mulino e sia precipitato nel profondo del mare. E' inevitabile che vi siano scandali, ma guai a quell'uomo che è motivo di scandalo!". La conseguenza di questa riflessione è ovvia: se tali persone passano con tanta leggerezza su un precetto del loro fondatore, come possono autenticamente testimoniarlo nella vita ed essere "sale che dà sapore, lievito che fermenta, lampada sul moggio?"
Questa riflessione va spinta fino alla fine: occorre che la gerarchia si tolga i paramenti e condivida con il popolo dei credenti una profonda rifondazione di un cristianesimo che da secoli si fonda più sull'esteriorità di un rito che sull'interiorità di un messaggio; sulla riproposizione di uno stantio schema pastorale che sulla ricerca di un nuovo modo di vivere il kerigma apostolico; sulla ricerca di un modus vivendi con la secolarità (tramite concordati, operazioni finanziarie e via elencando) che sull'impegno di essere "segno di contraddizione".
La peste dello scandalo della pedofilia che ha investito la gerarchia cattolica è un dono ed una provocazione dello Spirito Santo che Gesù ha lasciato che guidasse la sua chiesa dopo la sua Ascensione. Lo Spirito provoca i Pastori a riflettere sulla necessità di gettare gli orpelli che in secoli di quieto vivere hanno oscurato la perla del messaggio dell'Amore ed a lavorare di scalpello per ridarle splendore.
Ma sembra che i gerarchetti locali questa provocazione non la colgano. Continuano a girare le loro diocesi a prendere gli applausi nelle inutili e burocratiche visite pastorali, a mascherarsi per presiedere faraoniche celebrazioni liturgiche in cui si autocompiacciono di pronunciare dotte ed inascoltate omelie, a contemplare il loro prezioso anello al dito nei palazzi episcopali caldi d'inverno e freschi d'estate. | |
GUIDA ALLA COMPRENSIONE DELLE PROCEDURE DI BASE DELLA CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE (CDF) RIGUARDO ALLE ACCUSE DI ABUSI SESSUALI
La disposizione che deve essere applicata è il motu proprio "Sacramentorum sanctitatis tutela" del 30 aprile 2001 insieme al Codice di Diritto Canonico del 1983. La presente è una guida introduttiva che può essere d'aiuto a laici e non canonisti.
A. Procedure preliminari
- La diocesi indaga su qualsiasi sospetto di abusi sessuali da parte di un religioso nei riguardi di un minore.
- Qualora il sospetto abbia verosimiglianza con la verità, il caso viene deferito alla Cdf. Il vescovo locale trasmette ogni informazione necessaria alla Cdf ed esprime la propria opinione sulle procedure da seguire e le misure da adottare a breve e a lungo termine.
- Va sempre dato seguito alle disposizioni della legge civile per quanto riguarda il deferimento di crimini alle autorità preposte.
- Nella fase preliminare e fino a quando il caso sia concluso, il vescovo può imporre misure precauzionali per la salvaguardia della comunità, comprese le vittime. In realtà, al vescovo locale è sempre conferito il potere di tutelare i bambini limitando le attività di qualsiasi sacerdote nella sua diocesi. Questo rientra nella sua autorità ordinaria, che egli è sollecitato a esercitare in qualsiasi misura necessaria per garantire che i bambini non ricevano danno, e questo potere può essere esercitato a discrezione del vescovo prima, durante e dopo qualsiasi procedimento canonico.
B. Procedure autorizzate dalla Cdf
- La Cdf studia il caso presentato dal vescovo locale e, dove necessario, richiede informazioni supplementari.
- La Cdf ha a disposizione una serie di opzioni:
1. Processi penali
La Cdf può autorizzare il vescovo locale a condurre un processo penale giudiziario davanti a un Tribunale ecclesiale locale. Qualsiasi appello in casi simili dovrà essere eventualmente presentato a un tribunale della Cdf.
La Cdf può autorizzare il vescovo locale a istruire un processo penale amministrativo davanti a un delegato del vescovo locale, assistito da due assessori. Il sacerdote accusato è chiamato a rispondere alle accuse e a esaminare le prove. L'accusato ha il diritto di presentare ricorso alla Cdf contro un decreto che lo condanni a una pena canonica. La decisione dei cardinali membri della Cdf è definitiva.
Qualora il sacerdote venga giudicato colpevole, i due procedimenti — giudiziario e amministrativo penale — possono condannarlo a un certo numero di pene canoniche, la più seria delle quali è la dimissione dallo stato clericale. Anche la questione dei danni subiti può essere trattata direttamente durante queste procedure.
2. Casi riferiti direttamente al Santo Padre
In casi particolarmente gravi, in cui processi civili criminali abbiano ritenuto colpevole di abusi sessuali su minori un religioso, o in cui le prove siano schiaccianti, la Cdf può scegliere di portare questo caso direttamente al Santo Padre con la richiesta che il Papa emetta un decreto di dimissione dallo stato clericale «ex officio». Non esiste ricorso canonico dopo un simile decreto papale.
La Cdf porta al Santo Padre anche richieste di sacerdoti accusati che, consapevoli dei crimini commessi, chiedano di essere dispensati dagli obblighi del sacerdozio e chiedano di tornare allo stato laicale. Il Santo Padre concede tale richiesta per il bene della Chiesa («pro bono Ecclesiae»).
3. Misure disciplinari
In quei casi in cui il sacerdote accusato abbia ammesso i propri crimini e abbia accettato di vivere una vita di preghiera e penitenza, la Cdf autorizza il vescovo locale a emettere un decreto che proibisce o limita il ministero pubblico di tale sacerdote. Tali decreti sono imposti tramite un precetto penale che comprendono una pena canonica per la violazione delle condizioni del decreto, non esclusa la dimissione dallo stato clericale. Contro questi decreti è possibile il ricorso alla Cdf. La decisione della Cdf è definitiva.
C. La revisione del motu proprio
La Cdf ha in corso una revisione di alcuni articoli del motu proprio "Sacramentorum sanctitatis tutela", al fine di aggiornare il suddetto motu proprio del 2001 alla luce delle speciali facoltà riconosciute alla Cdf dai Pontefici Giovanni Paolo ii e Benedetto xvi. Le modifiche proposte e sotto discussione non cambieranno le suddette procedure. | |
CINQUE ANNI DA PAPA
Benedetto XVI ha celebrato con oltre sessanta cardinali il quinquennio del suo pontificato.
Non c'è stata molta pompa magna come succedeva per il suo predecessore perché Ratzinger è un timido e credo che abbia subìto anche queste celebrazioni, ma cinque anni sono un buon numero per esprimere qualche considerazione.
Anzitutto per Ratzinger s'è trattato di raccogliere l'eredità di un pontificato lungo ed ingombrante che, a mio modesto avviso, non sempre ha condiviso pur essendo il numero 4 della gerarchia vaticana. Mi viene spontaneo paragonare il pontificato di Benedetto XVI a quello di Paolo VI: Montini veniva dopo papa Giovanni, il papa buono, quello delle "carezze ai vostri bambini" e del Concilio Vaticano II. Ratzinger viene dopo un papa che per acclamazione, appena morto (anzi, ancora caldo!) l'emotiva folla voleva "santo subito"! Per Joseph Ratzinger è stato difficile raccogliere questa eredità.?
Penso di sì.
Si trattava di sapere di essere impopolare.
Ratzinger era il prefetto della congregazione della dottrina della fede che ha condannato Boff, Kung (suo amico e collega), Balasurya e via elencando.
Ratzinger era il cattivo che non ha esistato a dire la sua nell'intervista a Messori (Rapporto sulla Fede) e ha siglato la Dominus Jesus.
Ratzinger era il teologo che ha deluso i progressisti conciliari e confortato i conservatori preconciliari.
Ratzinger non ha fatto la passeggiata lungo il perimetro dell'altare il giorno della sua incoronazione imbracciando il pastorale e brandendolo come un trofeo, come ha fatto Woytila.Schivo com'è e vergognoso quasi d'essere al mondo, continua, dopo cinque anni, a sorridere con imbarazzo ed a protendere le braccia ineleganti quando saluta la folla.
Ratzinger era diverso ed è diverso. Non so se abbia accettato il pontificato per orgoglio di un arrivato o per fede (propendo per questa seconda ipotesi).
Raztinger era e rimane un professore. Le sue tre encicliche erano prevedibili, come la sua catechesi del mercoledì, come i suoi discorsi agli intellettuali (memorabile rimarrà quello di Ratisbona dove, autocompiacendosi come tutti i cattedratici, s'è concesso digressioni culturali che hanno gratificato solo lui e scatenato un pademonio nei media).
Benedetto XVI rimane un papa credente.
Sembra un'affermazione ovvia, ma non lo è più di tanto.
Non si occupa molto delle cose esterne, per le quali ha delegato Bertone, Sandri, forse il suo segretario e pochi altri collaboratori.
Si occupa di più della Chiesa che ha sempre sentito sua e che adesso sente come seconda pelle.
Anche se mi fa velo, nella riflessione che compio sul suo quinquennio di pontificato, la mia venerazione per quel teologo che m'affascinò quando ero un giovane studente e la mia gratitudine per il garbo che ebbe nei confronti dapprima miei e poi di mia moglie, debbo riconoscere che ci sono gesti che non ho capito e che non condivido.
Il primo è la mano tesa ai lebfevriani. Per lui sarà stato un gesto di carità, ma per me rimane un gesto di retromarcia odiosa che rompe la comunione ecclesiale.
Il secondo è la nomina di parecchi vescovi in odore di "destra" cattolica (come quello di Coira, per esempio).
Il terzo è il richiamo forte a conferenze episcopali che cercano comunione nell'autonomia e la tolleranza verso conferenze episcopali che più pronubi verso Roma e la sua curia.
Il quarto è l'attuazione del Concilio non come lo visse, ma come lo interpretò dopo che s'accorse delle spinte in avanti dei suoi colleghi Kung, Schillebeeckx, Moltmann ecc. e, quindi, delle frenate paurose di cui divenne il paladino.
Bilancio conclusivo con voto: sei più. | |
AGGHIACCIANTI CASI DI ABUSI
Ho ricevuto questa comunicazione che riporto senza commento perchè non ce n'è bisogno.
"È stato approntato, e secondo chi l’ha stilato è in grado di togliere il sonno, il rapporto conclusivo sugli abusi sessuali, ma soprattutto i maltrattamenti perpetrati nel convento tedesco di Ettal.
Lo riferisce il settimanale Focus riferendo in un’anticipazione che, nel cosiddetto monastero degli orrori, fra le torture praticate c’era anche quella di far mangiare lucertole vive.
Sono quindici i religiosi sotto accusa, tra cui come noto anche l’abate già dimessosi assieme ad un priore allo scattare dell’inchiesta giudiziaria nel convento dell’Alta Baviera.
Lo ha stabilito il rapporto dell’inquisitore speciale nominato dall’Arcivescovato di Monaco e Frisinga, l’avvocato Thomas Pfister, che presenterà il dossier «nei prossimi giorni», scrive Focus.
Pfister ha parlato con monaci, telefonato ad ex-allievi e valutatato 75 accuse scritte:
«Vi si riferiva di orrori così anormali che la notte non potevo dormire», ha detto il legale in dichiarazioni alla rivista riferendosi agli abusi subiti dalle vittime, che ora sono tra i 30 e i 60 anni.
Vi sono state denunce di botte con i bastoncini da sci, di timpani rotti per i colpi alle orecchie e di «tritoni» (una specie di lucertole anfibie come le salamandre) che i ragazzini erano costretti a mangiare vive, scrive ancora l’autorevole settimanale. L’abate del convento benedettino dal 1973 al 2005, e prima insegnante ed educatore, era considerato «indomabile picchiatore» che, ha riferito Pfister, avrebbe spesso fatto sbattere la testa degli scolari contro un pulpito. Quello di Ettal è il convento con cui lo scandalo dei preti pedofili fece il suo ingresso in Baviera, la regione di Papa Benedetto XVI.
Scritto da Massimo Merighi | |
UN PAPA SOLITARIO
(6 aprile 2010)
C'è un fuoco incrociato che sta bombardando il Vaticano. In libreria i libri più gettonati sono quelli sullo scandalo della pedofilia clericale, sulle colpe di papa Woytila, sui colpevoli silenzi di Benedetto XVI. I quotidiani non lasciano passare un giorno senza riportare notizie allarmanti su una chiesa cattolica sempre più debole ed impotente davanti agli scandali che la stanno minando dall'interno. Lo stesso cardinale decano Sodano ha concordato con la Segreteria di Stato un saluto augurale pasquale al papa in cui ha tenuto a mostrargli al solidarietà di tutta la chiesa gerarchica.
Ma il papa sembra solo.
S'avverte una specie di schizofrenia pontificia: da una parte le piazze piene e lui che, sempre timido ed imbarazzato, saluta allungando le braccia e sforzando un sorriso, dall'altra un disorientamento nelle gerarchie che non sanno come comportarsi davanti a sconcertanti episodi che stanno uscendo come funghi sui comportamenti sessuali del clero.
Non si capisce se Benedetto XVI decida da solo e blocchi ogni iniziativa o se lasci fare a collaboratori che non sanno come muoversi perchè temono che ogni gesto provochi l'effetto boomerang.
L'impressione è che il papa sia solo perchè voglia restare solo. Forse ha esperienze negative di condivisione di responsabilità o forse teme che lasciare ad altri il compito di ammettere le colpe ed i silenzi della chiesa gerarchica sia un delegare responsabilità che sono solo sue perchè il pesante fardello di Pietro è sulle sue spalle. Forse sente come non mai il richiamo di Gesù:"...tu, una volta confermato, conferma nella fede i tuoi fratelli" o forse prega insistentemente perchè Dio l'illumini a trovare una soluzione ed una risposta che salvi la Verità non trascurando la Carità.
Sembra d'assistere al lontano 1968 quando Paolo VI uscì con l'Humanae Vitae: un coro di proteste indignate isolò questo papa che già aveva sulle spalle il pesante compito di attuare il concilio appena chiuso con le sue spinte in avanti e le retromarce dei conservatori.
Ratzinger è un nocchiero solitario al timone di una nave in balìa di marosi sempre più aggressivi e prepotenti. Gli auguro d'aver la fede che non ebbero gli apostoli quando la barca sul lago di Genezaret era in preda alle onde mosse dal vento e Gesù dormiva.
Gesù non dorme e il suo Spirito saprà consigliare il pontefice affinchè...veritatem faciat in charitate. | |
FUOCO SUL VATICANO
(27 marzo 2010)
La vicenda dei preti pedofili è scoppiata con una virulenza tale da gettare la chiesa cattolica in un fango che non merita.
L'ultima accusa del New York Times ai silenzi di Benedetto XVI su vicende che aveva dovuto gestire quando era prefetto della COngregazione della Dottrina della Fede, non è nuova. Già quattro anni fa un amico americano mi aveva comunicato questa notizia e mi chiedeva un parere sul fatto di renderla pubblica o meno.
L'attuale intransigente presa di posizione della gerarchi verso uomini di chiesa che si sono macchiati, si macchiano o si macchieranno del reato di pedofilia, mi pare ipocrita e tardiva.
Ipocrita perchè il codice di diritto canonico prevede sanzioni da sempre sia per il colpevole che per chi lo copre, tardiva perchè è un correre ai ripari quando l'eco mediatica per questo comportamento di alcuni uomini di chiesa è diventata enorme. Se si fosse intervenuto subito, da sempre, mantenendo un atteggiamento esemplare, non si sarebbe arrivati a tanto. Chi allora tacque non solo è colpevole del silenzio, ma è colpevole di un discredito che sta coinvolgendo preti, frati, suore, laici...educatori che per secoli hanno formato ragazzi e ragazze con coscienza, serietà, professionalità ed amore. I collegi di marchio cattolico sono ancora pieni di giovani che lì apprendono come affrontare la vita da educatori che non si sognano nemmeno di violentarli o mettere loro le mani addosso, ma questi educatori oggi sono guardati dall'opinione pubblica con sospetto anche se fanno una carezza ad un ragazzo che è un po' giù di giro.
Ratzinger ha le sue colpe: su questa vicenda scelse il silenzio, come sul prete che ospitò nella sua diocesi. Lui dovrebbe spiegarci perchè preferì scegliere questa strada piuttosto che quella di convocare le varie conferenze episcopali e fare pubbliche dichiarazioni di condanna. Lui solo può sapere perchè, davanti a questa grave responsabilità, scelse di punire, ma di tacere.
Lui ed altri vescovi che in tutti questi anni hanno taciuto pur facendo il proprio dovere di isolare i casi adesso debbono chiedere perdono non solo alle vittime, ma a Dio ed alla chiesa di aver permesso che questo fuoco a raffica spari nel mucchio penalizzando chi continua a fare il proprio dovere. | |
ABOLIRE IL CELIBATO NON RISOLVE IL PROBLEMA PEDOFILIA
(dal blog: De Libero arbitrio)
(con una citazione dal libro Lolita di Vladimir Nabokov)
Periodicamente si torna a parlare dei casi di abusi su bambini commessi da disgraziati delinquenti in abito talare e periodicamente c’è sempre qualcuno che tira fuori il nesso tra la pedofilia nel clero e il voto di celibato.
La disciplina di feroce castità a cui il Vaticano costringe il prete, innaturalmente represso, sarebbe la molla criminogena che fa scattare le pulsioni oscure sotto la cintola e spinge il pastore a violentare l’agnello. Il rimedio universale, il refrain obnubilante raccomandato da tutto il pensiero ecclesialmente corretto compresi molti stessi sacerdoti ed episcopi accomodanti col mondo, sarebbe abolire il celibato e inaugurare l’era dell’Acquario del libero amore in libera chiesa.
Così i preti saranno felici e i bambini saranno salvi.
L’idea descritta qui sopra è un esempio di *dogma*.
Definiscesi *dogma*, interposto tra gli asterischi onde distinguerlo dal termine dogma canonicamente inteso, un concetto che viene ripetuto e ribadito dalle asserite figure d’autorità così tante volte fino a che esso è intellettualmente bevuto e digerito senza previa masticatura, senza averlo seriamente meditato e ruminato, senza averne personalmente controllata la veridicità e/o l’affidabilità delle fonti. Colui che cade nella trappola del *dogma* si autocondanna a pensare un concetto standardizzato e preconfezionato nonché sovente a fungere da cassa di risonanza e contribuire alla sua diffusione praticamente epidemica.
Ed è importante specificare che il *dogma* non fa distinzioni riguardo a religione politica ceto sociale livello d’istruzione cursus honorum eccetera: le semplificazioni farsesche "noi-pensiamo-voi-credete" piacciono tanto ai manichei che si nutrono di odi freddi, ma la realtà è sempre più complessa di qualunque appagante schemino ideologico.
Il *dogma* attecchisce ovunque e insidia tutti, e può insinuarsi anche in una mente per altri versi abituata a pensare correttamente. Nessuno è al sicuro.
Per smontare il succitato *dogma* sui preti pedofili basta riflettere un po’, ma sul serio, sui preti e sui pedofili.
L’idea che il prete concupisca i bambini come conseguenza del suo impedimento verso gli adulti è risibile, ma non perché si debba nutrire fiducia incondizionata nella virtù del prete, bensì proprio perché la storia universale dimostra che se si vuole si può.
Per un sacerdote avere rapporti sessuali non è impossibile, ed anzi è lecito sospettare che non sia neanche troppo difficile. Le cose accadono: parroci con la perpetua “particolare”, o impegnati in relazioni con una parrocchiana, magari anche risapute nella comunità, ma su cui si chiudeva un occhio, ce ne sono sempre stati. Basta una rapida ricerca su internet per trovare una vasta pletora di fatti documentati, dal drammatico al tragicomico (esemplare in tal senso il recente caso di Sante Sguotti, quello che insisteva a voler fare il prete mentre teneva famiglia, e che ha avuto il suo quarto d’ora di celebrità come icona antivaticana usa-e-getta).
Ma per fortuna ci sono anche sacerdoti che fanno le cose secondo le regole, e che dopo essersi innamorati, non volendo più fare i preti, chiedono e ottengono la sospensione a divinis e la dispensa per contrarre matrimonio (due esempi al riguardo, così lontani così vicini: Gianni Gennari e Vito Mancuso).
Per non parlare poi degli apostati, ovvero quelli che traslocano più o meno spontaneamente verso una qualche chiesa protestante dove si può sposare una donna, sposare un uomo cambiare sesso, fare quello che ti pare perché tanto Gesù è" ammore".
Per non parlare poi di quelli che semplicemente gettano la tonaca alle ortiche, e chi s’è visto s’è visto.
Per non parlare poi dei preti che, senza neanche impegnarsi in relazioni sentimentali più o meno stabili, si limitano a usufruire del meretricio, fino a quando non sono beccati con le mani nel sacco (sic).
Insomma, chi ingenuamente pensa che i preti siano proprio costretti a non fare sesso, forse un prete non l’ha conosciuto mai.
L’idea che il pedofilo concupisca i bambini come conseguenza del suo impedimento verso gli adulti è altrettanto infondata. Ed ecco arrivato il momento dell’annunciata citazione dal libro Lolita, dal quinto capitolo per la precisione (nella traduzione di Bruno Oddera).
Ecco cosa scriveva l’ineffabile Humbert Humbert nelle sue memorie
"Stando alle apparenze, io avevo rapporti cosiddetti "normali" con un certo numero di donne terrestri i cui seni erano zucche o pere; nell'intimo, mi consumava una fornace infernale di lussuria localizzata per ogni ninfetta di passaggio che, da codardo rispettoso della legge, non osavo mai avvicinare. Le femmine umane che si lasciavano amare da me erano semplici palliativi. Le sensazioni ch'io derivavo dalla fornicazione naturale, sono senz'altro disposto a crederlo, erano press'a poco uguali a quelle dei maschi normali accoppiati con le loro femmine normali, in quella ritmica routine che fa tremare il mondo. Il guaio è che quei signori non avevano intravisto (ed io sì, invece) beatitudini incomparabilmente più intense. Il più scialbo dei miei sogni erotici era mille volte più abbacinante di tutti gli adulteri che lo scrittore di genio più virile, o l'impotente più ricco di talento, potrebbe immaginare. Il mio mondo era spaccato in due. Conoscevo non già uno solo, ma due sessi, nessuno dei quali mi apparteneva; entrambi verrebbero definiti femminili dall'anatomista. Ma per me, veduti attraverso il prisma dei miei sensi, erano diversi come nero e bianco".
Penso che questo brano si commenti da solo, né possiamo ascriverlo semplicemente all’inventiva letteraria del geniale Nabokov.
E d’altra parte la cinematografia ci ha regalato una notevole congerie di personaggi, dall’aguzzino di Sleepers al pappone di Taxi Driver, forse meno memorabili di Humbert Humbert ma con la sua stessa caratteristica: sono laici.
Costoro potrebbero senza impedimento sposarsi, rimorchiare nei bar, andare a puttane, eppure concupiscono i bambini e li seducono e li stuprano. Come del resto fanno nel mondo reale tutti i padri di famiglia che abusano dei figli e quelli che si appostano davanti alle scuole e quelli che nelle scuole ci lavorano e ne approfittano e insomma tutti i pervertiti spinti dalla propria perversione verso i bambini e non altrove: perché per il pedofilo è il sesso adulto ad essere un surrogato della pederastia, non il contrario.
L’effetto combinato di queste banali osservazioni consente, bastava solo pensarci!, di demolire il *dogma*
[ celibato ecclesiastico _ abusi su minori ].
La verità è che un prete pedofilo non è un prete che è diventato pedofilo, ma un pedofilo che è diventato prete.
È ovvio allora che la questione fondamentale non è la disciplina del celibato, ma la selezione all’ingresso.
Il problema è proprio questo: ci sono parecchi personaggi che non sarebbero mai dovuti diventare preti, eppure lo sono diventati, con grave danno non solo per la Chiesa ma anche per la società intera (e il discorso non riguarda solo la pedofilia ma anche altri aspetti, es. i preti che parlano più di politica che di vangelo).
Perché?
Azzardo una spiegazione parziale: il problema è in qualche modo collegato all’epocale crisi che la Chiesa attraversa da 40-50 anni circa.
Parte dei preti e dei vescovi e degli intellettuali cattolici ha disastrosamente frainteso il Concilio Vaticano II e ha pensato che fosse giunto il momento di un cattolicesimo conciliato con il “mondo”, senza più attriti con il pensiero laico dominante (che allora era il marxismo e oggi è l’individualismo relativista).
Con catastrofica ingenuità si pensava che questa “pace” avrebbe rafforzato la Chiesa, quando invece non ha fatto altro che indebolirla: i cattolici tiepidi, quelli conformi alla mentalità di massa, sotto sotto soffrono di un inconfessato ma ineludibile complesso d’inferiorità culturale e sono i più esposti al rischio di apostatare.
Tra le altre cose, la crisi culturale ha provocato anche un enorme calo delle vocazioni sacerdotali, complice anche il fatto che grande è la confusione sotto il cielo circa la natura e la funzione del sacerdote nel mondo.
E a questo punto, se i seminari si trovano con le vocazioni dimezzate o addirittura decimate, è chiaro che – specie laddove la confusione imperversa – può sorgere la tentazione di “essere meno rigorosi”, insomma, già son pochi quelli che vogliono diventare preti, se poi ci mettiamo anche a rifiutarli...
Io spero che in nessun seminario si sia mai permesso che fosse ordinato sacerdote qualcuno di cui si sapeva o si sospettava una pulsione verso i bambini, ma non ci metterei la mano sul fuoco. Però ho il vago sentore che si sia pensato di risolvere il problema rendendo “più facile” il diventar preti, il che presumibilmente non ha aumentato granché il numero dei preti degni di tal nome, i quali sarebbero diventati preti in ogni caso, ma invece ha probabilmente aumentato il numero dei preti-che-sarebbe-stato-meglio-se-non-fossero-diventati-preti, e ha reso le cose più facili per i disgraziati che non sentivano alcuna reale vocazione ma erano molto bravi a fingere ed erano desiderosi di approfittare di quell’aura di autorità che automaticamente permea(va) la figura del sacerdote: i pedofili, insomma (e anche altre categorie tipo gli attivisti politici sotto mentite spoglie, e diciamo pure alcune serpi in seno che combattono il pensiero cattolico “dall’interno”).
Tutto questo non spiega da solo il fenomeno dei preti pedofili, e in generale dei delinquenti ipocriti che entrano nel clero e magari arrivano anche a cariche di non poco conto: questo fenomeno dura ovviamente da ben prima dell’ultimo cinquantennio (Marciel Maciel, un’autorità in materia, fu ordinato nel 1944 – peraltro dallo zio vescovo dopo che era stato espulso da tre seminari, ecco i guai del nepotismo – e meno male che i vescovi non fanno figli proprio perché c’è il celibato…), è un fatto che discende dal peccato originale e dalla casta meretrix e perciò proprio come il peccato può essere, finché durano il mondo e la storia, ridotto ma non eliminato. A mio parere, però, ciò contribuisce a spiegare perché proprio negli anni recenti il fenomeno è statisticamente esploso: perché è esploso anche tutto il resto, specialmente nel cervello di qualcuno.
È chiaro allora che abolire il celibato ecclesiastico sarebbe perfettamente inutile ai fini che qui interessano: semmai sarebbe anzi controproducente, perché i pedofili infiltrati nei ranghi del clero non dovrebbero far altro che trovarsi moglie e rafforzare il proprio alibi sociale, per poi continuare a insidiare bambini con più tranquillità di prima.
Il *dogma* del nesso tra celibato e pederastia non è altro che una pia banalità, tanto di moda presso coloro che non hanno riflettuto correttamente né sull’uno né sull’altra – spiace notare che nella categoria ci sono anche vescovi e cardinali – e molto opportuna per i soliti anticlericali il cui obiettivo primario era e resta l’attacco alla Chiesa cattolica, e a tal fine tutto fa brodo, anche la strumentalizzazione della questione pedofilia.
Ma il problema non si risolverà dando la moglie al prete e rendendo la figura del sacerdote più allineata alla mentalità mondana, bensì esattamente al contrario, con esami di vocazione più rigorosi e selettivi.
Il che è proprio quel che sta pazientemente disponendo Benedetto XVI.
Se poi questo comporterà nell’immediato un ulteriore calo dei sacerdoti, pazienza, l’importante è che saranno sacerdoti migliori: e intanto preghiamo il Signore che mandi più operai nella vigna. | |
RATISBONA E DINTORNI
(10 marzo 2010)
Ratisbona non porta bene ai fratelli Ratzinger. Joseph è stato male interpetato quando vi andò da papa, Georg è tirato in ballo per storie di pedofilia nel coro dei ragazzi che diresse per 30 anni e ammette d'aver mollato solo qualche ceffone, ma di non sapere di casi di pedofilia.
Che abbia dato qualche ceffone...beh...passi...una sberla ogni tanto serve a scuotere i nostri bamboccioni! Ma che non sapesse di casi di pedofilia non ci credo neanche se Georg lo giura sulla Bibbia.
L'ipocrisia ecclesiale è pari a quella politica italiana.
Troncare e sopire sembrano i due verbi manzoniani più preferiti della nomenclatura vaticana.
Dopo anni di silenzio e di tacitazioni di casi di pedofilia, adesso i gerarchi si svegliano e condannano senza se e senza ma i preti pedofili. Vuoi vedere che avrò ragione io quando dico che fra un po' di anni chi comanderà dirà che il sacerdozio deve per forza essere uxorato e non necessariamente maschile?
Mi sto davvero chiedendo se a certi livelli arrivano le persone giuste e preparate.
Sì. Io ho sempre pensato di non essere all'altezza per certi incarichi. Se fossi ancora nel ministero, penserei di non avere la necessaria cultura e preparazione per essere vescovo e adesso declinerei ogni invito a ricoprire cariche civili. Ma quando considero le decisioni ed i comportamenti di chi è a certi vertici, mi dico che, scassato come sono, avrei saputo fare meglio.
La pedofilia non si sgomina condannandola ad alta voce dopo aver fatto finta che non è mai esistita per anni, ma intervenendo subito quando i casi emergono e non risarcendo con denaro di tutti i fedeli le vittime, ma obbligando il prete a lavorare ed a pagare, oltre a sollevarlo dal ministero attivo.
Il problema del cleibato non si risolve facendo finta che non ci siano preti che hanno l'amante, ma affrontando una volte per tutte il tema e prendendo le decisioni conseguenti. Con serenità, ma anche con piglio.
Non è che Manzoni pensasse alla sua chiesa gerarchica quando tratteggiò la figura di don Abbondio che è rimasto famoso per la frase:"Il coraggio, se uno non ce l'ha, non se lo può dare"? | |
I POCO GENTI E I TANTO UOMINI DI SUA SANTITA'
(5 marzo 2010)
L'ultima vicenda di Balducci, Gentiluomo di Sua Santità, mi porta a riflettere su queste figure strane, retaggio di una Corte Pontificia che, morta sulla carta nel 1968, continua a sopravvivere nei fatti.
Molti ricorderanno l'Albertone nazionale che, nel suo memorabile film Il Marchese del Grillo, fece una parodia - complice il grande Paolo Stoppa - della corte pontificia ridotta ad essere la larva di se stessa sia per l'avvento dei moti liberali che per la cooptazione di nobili romani decaduti economicamente e fisicamente. Memorabile rimane la battuta di Sordi che risponde a chi gli chiede motivo dei privilegi:"...perchè noi siamo noi e voi non siete un c....".
I Gentiluomini Pontifici dicevo, sono la concessione che Paolo VI (disprezzato dai conservatori come papa amletico e modernista) fece ai Camerieri segreti di spada e cappa quando, riformando la Curia, abolì un mare di figure e di figuri e semplificò di brutto (con disappunto di cardinali e vescovi) titoli ed onorificenze pontificie.
I Camerieri segreti di spada e cappa divennero gentiluomini di Sua Santità.
Chi sono?
Sono uomini maschi laici che hanno funzioni di fare la claque quando il papa riceve ambasciatori, presidenti e capi di stato. Si mascherano indossando la tenuta d'ordinanza e si schierano nel cortile di San Damaso stringendo la mano a regine, re, presidenti, ambasciatori, patriarchi e via elencando. A questa carica (tuttora ricoperta da 144 persone) ambiscono soggetti di tutte le nazioni del mondo. In genere sono industriali (che lasciano offerte generose), politici di secondo rango come Gianni Letta (che possono operare con scambi di favori), uomini d'affari particolarmente in vista.
Queste persone - vagamente cattoliche - si lavorano il vescovo diocesano, qualche cardinale, il segretario del papa o qualche altro potente curiale per essere nominati Gentiluomini di Sua santità.
Il papa, in genere, accoglie le richieste che vede sul tavolo e firma. Firmò per Umberto Ortolani (ve lo ricordate?) e firmò anche per Balducci che, forte della posizione, sfruttò per cinque anni un povero corista della Cappella Giulia per procurarsi soggetti ultraquarantenni che gli soddisfassero appetiti sessuali che non poteva (come gentiluomo del santo Padre) esternare alla moglie legettima e prendere da questa.
Va da sè che questi figuri non facciano fare bella figura alla Famiglia Pontificia (che non è più Corte dal 1968), e va da sè che non tutti i Gentiluomini siano della bassa lega di Balducci o Ortolani.
Ma non va da sè che tale istituzione sia superata, sclerotica, anodina, vecchia e, quindi, da sopprimere.
Sarebbe un piccolo gesto coraggioso da ascrivere al pontefice che avrebbe il coraggio di compierlo dando immediate disposizioni e ponendo la propria firma al decreto di soppressione di tale superata istituzione se questo avvenisse. Ma non avverrà. I Gentiluomini sono un piccolo potentato a cui non sanno rinunciare non tanto il pontefice felicemente regnante, quanto i suoi collaboratori che s'avvalgono di queste persone per i più disparati motivi. Poco male se fra le figure s'annidano dei figuri, l'importante è riuscire a mantenere contatti politici, finanziari, sociali e mondani!
Potrebbe esserci un'altra strada: i Gentiluomini - che si trovano tutti una volta all'anno a rendere omaggio al pontefice - potrebbero approfittare della riunione per porre nelle mani del papa il collare d'oro e il medagliere con il diploma di nomina. Ma non lo faranno.
Prima che gentiluomini sono uomini! | |
PROBLEMI PER UN FUTURO DOPO LA ANGLICANORUM COETIBUS
La falsa speranza anglicana
di Antoine Fleyfel, teologo
in “Témoignage chrétien” n° 3381 del 28 gennaio 2010 (traduzione: blog finesettimana.org)
Molti sostenitori del matrimonio dei preti si sono rallegrati della “breccia” che sarebbe stata aperta da Anglicanorum Coetibus, la costituzione apostolica di Benedetto XVI, pubblicata il 9 novembre2009. Annunciava la creazione di una struttura destinata ad accogliere in seno alla Chiesa cattolica dei fedeli e delle istituzioni di tradizione anglicana.
Il teologo svizzero Hans Küng, le cui dichiarazioni sono state pubblicate su diversi giornali europei, considera i nuovi ordinariati creati dalla Congregazione per la dottrina della fede come una “mini-Chiesa anglicana unita”, dotata di un clero sposato che sarà considerato come “di seconda categoria” (Le Monde, 28-10-2009). Un giudizio severo, che merita di essere analizzato. Un chiarimento sulla questione può essere dato a partire dalla situazione delle Chiese cattoliche orientali, quasi tutte “unite”, cioè che conservano i
loro riti propri pur facendo parte della Chiesa cattolica, e dotate per lo più di un clero sposato spesso
oggetto di discriminazioni.
Una nuova formula di uniatismo?
La dichiarazione di Balamand, adottata nel 1993 dalla Commissione mista internazionale per il dialogo teologico tra la Chiesa cattolica romana e la Chiesa ortodossa, considera l'uniatismo un “metodo del passato” che “non potrebbe essere un modello per l'unità”. Ci si potrebbe però chiedere leggendo Anglicanorum Coetibus se la Chiesa romana non starebbe elaborando un nuovo genere di uniatismo. Un argomento importante si oppone subito a questa interpretazione: non è la Chiesa romana che ha provocato il distacco di certe comunità anglicane. È soprattutto la Traditional Anglican Communion che ha chiesto di unirsi alla Chiesa cattolica. In questo, la Santa Sede non può essere accusata di proselitismo o di incitamento all'uniatismo. E tuttavia... Le comunità anglicane accolte possederanno “una personalità giuridica pubblica di pieno diritto (ipso jure)” (AC, I, 3), che non può non ricordare lo statuto canonico “sui iuris” delle Chiese orientali cattoliche quasi tutte uniate. Certo, lo statuto “ipse jure” presuppone, sul piano giuridico, l'assimilazione degli ordinariati anglicani a una diocesi, che non è il caso delle Chiese “sui iuris”, per la maggior parte patriarcali. Ma l'autonomia, almeno rituale, è la stessa e in entrambi i casi il Santo Padre rimane il riferimento ultimo.
Anglicanorum Coetibus mantiene anche il centralismo romano attraverso dei legami gerarchici stretti e non ha niente dello spirito della collegialità episcopale sostenuta dalle Chiese ortodosse e anglicane in riferimento all'ecclesiologia del primo millennio. La costituzione dogmatica Lumen Gentium promulgata all'epoca del Concilio Vaticano II è sì citata nel testo di Anglicanorum Coetibus, ma per ricordare che l'unica Chiesa di Cristo sussiste nella Chiesa cattolica governata dal successore di Pietro... Perché le altre Chiese siano pienamente Chiese, bisognerebbe che si sottomettessero al papa nel quadro di una ecclesiologia che dipende piuttosto dal secondo millennio. Singolare concezione dell'ecumenismo.
Dei preti di seconda categoria?
Anglicanorum Coetibus non introduce peraltro in alcuna materia innovazioni per quanto concerne il presbiterato cattolico sposato. Le eccezioni che ammette sono praticate da diversi secoli dalle Chiese orientali cattoliche, nel quadro dei loro territori patriarcali. Al contrario, la Costituzione compie una doppia regressione: una rispetto alla disciplina di molte Chiese orientali cattoliche in cui lo statuto di prete sposato è canonicamente “normale”, e l'altra rispetto alla disciplina anglicana che autorizza il matrimonio di un prete celibe.
Le Chiese orientali cattoliche hanno avuto rapporti diversi con la disciplina del matrimonio dei preti. Certe, in una prospettiva di romanizzazione spinta, hanno sradicato, o quasi, questa disciplina, come le Chiese siro-malabarese, armenica cattolica e siriaca cattolica. Altre contano ancora un numero considerevole di preti sposati, come le Chiese maronita, greca melchita e ucraina cattolica, la qual cosa non esclude le tendenze di molti vescovi latinizzanti a favorire al loro interno il modello latino di celibato presbiterale. Esistono spesso, soprattutto in Oriente, forti discriminazioni nei confronti del clero sposato: ad esso vengono raramente assegnati posti chiave nell'ambito delle diocesi, e lo si considera piuttosto come “di paese”. E anche se l'ammissione al sacerdozio di uomini sposati non necessita di una dispensa canonica, certi vescovi rendono più difficile il loro accesso, e vengono creati dei seminari specifici per loro, soprattutto con lo scopo di separarli dai seminaristi celibi, che ricevono una formazione considerata superiore. Questa discriminazione giunge al culmine quando questi preti sposati emigrano nei paesi occidentali dove, in linea di principio, non hanno il diritto di celebrare i sacramenti, perfino presso le loro comunità ecclesiali.
Qualche rara eccezione viene fatta a questa regola per ragioni dette “umane” e caso per caso: un piccolissimo numero di preti sposati ha quindi ricevuto l'autorizzazione di celebrare i sacramenti, presso la propria comunità orientale “delocalizzata”, e naturalmente nel modo più discreto possibile.
Se, secondo i diritti particolari di certe Chiese sui iuris, il presbitero può essere celibe o sposato, la creazione di ordinariati (equivalenti a diocesi) per gli anglicani non tocca in niente il diritto canonico latino. La via regolare che si applica agli anglicani uniti resta quella del celibato: “l'ordinario [NDLR: il vescovo] ammetterà in regola generale (pro regula) solo gli uomini celibi all'ordine dei preti” (AC, VI, 2). Questi ultimi non potranno sposarsi dopo la loro ordinazione (regola in vigore in Oriente) come la tradizione anglicana invece li autorizza: “I ministri celibi si sottometteranno alla regola del celibato clericale” (AC, VI, 2). L'ordinazione di uomini sposati sarebbe quindi un'eccezione alla regola, possibile solo attraverso una autorizzazione speciale del Santo Padre, sempre caso per caso, e “in funzione di criteri oggettivi approvati dalla Santa Sede”. Le norme complementari della Costituzione aggiungono che queste ordinazioni rispondono alle“necessità dell'ordinariato”. Quali sarebbero queste necessità? Se ci sono sufficienti preti in
servizio, l'ordinazione di uomini sposati resterebbe un'opzione?
Eccezione?
È in questo quadro che si possono sottolineare, ancora una volta, gli aspetti di assimilazione della Costituzione. Poiché è difficile superare la tradizione del sacerdozio anglicano sposato, quest'ultimo viene solo tollerato eccezionalmente. Forse fino al giorno in cui ci saranno abbastanza preti celibi? Stessa cosa per gli ordinari (che corrispondono ai vescovi), che possono essere preti sposati, come sarà il caso degli ex vescovi anglicani sposati. L'eccezione varrà ancora quando ci saranno abbastanza ordinari celibi? Peraltro, le note complementari (nc) della Costituzione si incaricano di confinare le eccezioni alla regola del celibato nello stretto quadro dell'ordinariato. Stipulano che “l'ordinario può accettare come seminaristi solo i fedeli che fanno parte di una parrocchia personale dell'ordinariato in piena comunione con la Chiesa cattolica” (AC, nc, X, 4). Ci si può inotre chiedere se questi preti sposati avranno il diritto di celebrare nelle parrocchie latine, o di concelebrare con preti latini. La costituzione resta ambigua su questi temi, ma l'esperienza degli orientali non è incoraggiante.
Infine, anche se Anglicanorum Coetibus dà l'impressione di aprire una breccia sulla questione del matrimonio dei preti cattolici, la realtà delle cose viste alla luce dell'esperienza e della storia delle Chiese orientali cattoliche, suggerisce invece il contrario. La Chiesa cattolica può ben ammettere l'esistenza di preti sposati al suo interno, ma questi ultimi restano fortemente discriminati e messi da parte. Considerare l'ordinazione sacerdotale di uomini sposati, ex preti anglicani, come qualcosa per cui sono necessarie delle dispense alla regola del celibato sacerdotale, mostra che, lungi dal voler abrogare la regola disciplinare del celibato sacerdotale, la Chiesa latina rende ancora più severa la sua posizione sull'argomento. | |
DUE PESI E DUE MISURE PER I PRETI CHE SI SPOSANO O SONO GIA' SPOSATI.
Nel continente africano si ripropone la questione del celibato dei sacerdoti cattolici che si risolve con la scomunica o con il perdono, a seconda dei casi.
In Uganda venti preti cattolici hanno rotto con la Santa Romana Chiesa e hanno fondato una nuova religione dove il celibato non è più un obbligo. Alcuni di questi erano già sposati da qualche tempo, oppure promessi sposi. Il governo dell’Uganda - che non dovrebbe c'entrare per nulla - ha dichiarato di stare indagando sull’accaduto, e che avrebbe espulso i preti se avesse trovato qualche irregolarità. Fonti ufficiali del Vaticano hanno aggiunto che i sacerdoti sono considerati fuori dalla Chiesa e saranno presto scomunicati. La fondazione della nuova chiesa in Uganda affronta il problema del rafforzamento del celibato per i preti cattolici in Africa. Nel paese c’è un fortissima crescita di vocazioni e della religione, ma contemporaneamente moltissimi sono i casi di ministri di Dio che convivono con donne e diventano padri.
CONTRADDIZIONI - Il rigore con cui è stata accolta la notizia stride con le recenti disposizioni dal Vaticano che permetteranno ai sacerdoti anglicani sposati di essere ordinati come presbiteri nella Chiesa cattolica e di esercitare il ministero mantenendo la vita familiare da sposati. Tale norma potrebbe costituire un colpo dirompente sul continente africano anche se monsignor John Olorunfemi Onaiyekan, Arcivescovo di Abuja (Nigeria) minimizza: “Non avrà un impatto fondamentale nel nostro continente” e Monsignor Youssef Ibrahim Sarraf, Vescovo del Cairo dei Caldei (Egitto), aggiunge: “Anche dove si permette l’ordinazione di sacerdoti sposati c’è una tendenza al celibato che molti presbiteri accolgono in modo volontario”. “Questo non crea problemi, è assolutamente normale. La tendenza è verso il celibato, non il contrario”. Che la situazione sia tuttaltro che risolta del resto lo indicano le dichiarazioni del card. Etchegaray, ora in un letto di ospedale in seguito alla frattura subita nel recente incidente di Natale a Benedetto XI, che nel 2007 dichiarava: “La questione dell’ordinazione di sacerdoti sposati può essere discussa“. | |
LETTERA DI UN PRETE SPOSATO AD UN AMICO PRETE
1 gennaio 2010
Caro don ...,
ho letto e conservata la tua lettera del ...settembre passato in cui spieghi la tua situazione di vita passata e tuoi problemi di salute attuale.
Spero di non "ubriacarti" con le mie parole.
Scusa se ti scrivo solo ora: necessitavo un po' di calma. Finalmente oggi, primo giorno dell'anno, c'è nel mio quartiere un insolito silenzio, dopo la frenesia dei passati giorni di preparazione alle festività.
Mi presento. Ho 69 anni e vivo a .... Sono iscritto alla mailing list di “Noi siamo Chiesa”. Sono un prete sposato. Ordinato nel '68 , stanco di una Chiesa che predicava bene, ma non ti lasciava libero di vivere secondo i dettami del Concilio Vaticano II.... e stufo di una società borghese e capitalista , partii per il Cile, in un quartiere molto povero.
Ci vissi 11 anni: 5 anni come parroco e 6 anni come operaio, sposato ad una cilena, da cui ho avuto 2 figli. Rientrai in Italia nell''87 per far conoscere la mia nuova famiglia ai mie genitori. Scoprii che mio padre aveva l' Alzhaimer. Era molto anziano, gli davano poco tempo di vita. Decidemmo restargli accanto il più possibile, finché, scaduti i biglietti di ritorno in Cile, ci trovammo costretti a restare in Italia. Vissi per mesi come strabico: il mio corpo in Italia, il mio spirito tra i poveri dell’altro continenti.
Attualmente ed in breve. Faccio parte di una comunità cristiana nel mio quartiere (da 22 anni!), pur partecipando all’Eucaristia domenicale nella parrocchia di don Paolo Farinella. Sono iscritto a Rifondazione Comunista dalla sua nascita: mi pareva l’unico partito anticapitalista e alternativo, non altalenante. Ho collaborato a far nascere nel 2002 un Comitato per la Pace “Rachel Corrie, Valpolcevera”, svolgendo varie attività di sensibilizzazione, tra cui 3 marce per la pace da Isola del Cantone a Genova Centro.
Ora passo alla tua lettera.
Mi ha profondamente colpito e commosso la tua testimonianza di prete fedele alla propria vocazione di seguace di Gesù. Sei stato chiarissimo…Mi lascia tuttavia addolorato la tua attuale sofferenza a causa della malattia che hai.
Dici: “Oggi i poveri stanno aumentando oltre 1 milione : ogni giorno muoiono 30 mila bambini senza cibo e senza casa. Se io non avessi la tragedia della mia testa, senza memoria e molto dolorante, mi dedicherei a questi poveri del mondo, dando loro quello che posso”. Scusa, non vorrei apparirti retorico, ma tu non hai bisogno di “dedicarti ai poveri del mondo” . Tu già sei parte a pieno titolo di essi: è quello che ha fatto il Gesù, facendosi povero tra gli ultimi e condividendo la sua vita tra essi e con essi.
Ti sento sincero quando scrivi che “Fin da bambino e poi nel seminario, io ho capito che Gesù proponeva di mettersi in basso e aiutare i poveri e i massacrati”. E lo hai realizzato la sequela di Gesù dal momento che confessi che hai “ fatto 27 anni di lavoro molto pesante perché, spinto dal mio Gesù, volevo affiancarmi agli operai più massacrati. Ho subito cinque infortuni ( schiena, 2 bracci, ginocchio, mano”.
Non solo. Dopo tanti anni che hai vissuto da povero tra i poveri, adesso hai una sofferenza in più: la malattia. Sei più simile a tanti poveri che soffrono per malattie causate dalla loro situazione di povertà.
Un anno fa, quando scoprii d’avere un tumore al colon ne ero stranamente contento: finalmente anch’io potevo partecipare delle sofferenze di tanti ammalati. Affrontai l’intervento chirurgico con gran serenità, affidandomi ai medici come al Padre stesso, il quale credo che non fa miracoli, ma che agisce attraverso gli uomini (questi sono i suoi angeli!)…Fu allora che mi venne spontaneo correggere le parole bibliche di Giobbe, che mi parvero come una bestemmia, anche se involontaria: “Dio dà Dio toglie: sia lodato il Signore”. No, mi dissi, Dio è amore quindi SEMPRE DA’, MAI TOGLIE. Chi ci toglie vita o ce la diminuisce è l’inevitabile limite umano, come nel caso di una malattia, o di un incidente; oppure e molto spesso, la cattiveria degli umani, come nel caso dei milioni di gente impoverita dal nostro ingiusto sistema di vita, contro il quale spesso ci scagliamo solo a parole, mai con uno stile di vita più essenziale e meno consumista.
In conclusione: mi tolsero un pezzo di colon, passai in ospedale 15 giorni senza mai una linea di febbre. Ho fatto la chemioterapia: accettai una forma sperimentale e intensiva di soli 3 mesi. Mi risparmiarono l’ultimo ciclo a causa di una forte infiammazione alle mucose orali e intestinali che mi impedivano di assimilare cibo. Persi rapidamente 12 kg di peso e fui obbligato a ricoverarmi nuovamente….Ad agosto ero al Campo Famiglie con la mia Comunità Cristiana. A settembre ero sui monti a camminare. In 4 giorni percorsi più di 60 chilometri attorno al Monviso: erano la migliore prova della mia ripresa. Da allora ho fatto altri 2 controlli con esami medici: pare che tutto sia tornato alla normalità.
Certo, di questo ringrazio il Padre, ma lo faccio con grande delicatezza e timidezza: perché io sono salvo e Michele, un amico di 48 anni è morto la vigilia di Natale per un tumore? Perché io sto bene e TU continui a soffrire? E’ un mistero insondabile. Forse, per la Comunione dei Santi che ci lega, devo ringraziare anche TE e le tue sofferenze se io e tanti altri stiamo meglio di salute! Forse, proprio per la stessa Comunione che ci lega, io dovrò continuare a fare quello che TU vorresti fare, ma non puoi: lavorare e lottare per un mondo più fraterno ed Umano….Insomma, ti ringrazio e ti prometto di averti sempre presente in spirito e di agire anche in tuo nome…che è anche il nome di Gesù povero e sofferente.
Intanto ti dico che è da quando ti ho conosciuto per la tua lettera, ogni giorno prego per te nelle Lodi mattutine: che il Signore ti dia fede e forza per credere che sei un valore!
Con fraterno affetto ti saluto e ti auguro un anno pieno di Spirito Santo.
G... | |
IL CELIBATO DEI PRETI IN AFRICA
(da Radio Vaticana)
“L’inculturazione della Chiesa in Africa”, già nel 1994 tra gli obiettivi della prima Assemblea Speciale dei Vescovi per l’Africa, torna ad essere uno dei temi centrali del secondo Sinodo dedicato a questo continente, che avrà luogo dal 4 al 25 ottobre in Vaticano, sul tema della riconciliazione, della giustizia e della pace. La sfida è duplice: portare il Vangelo nel cuore dell’Africa, ma anche consentire una certa “africanizzazione” delle prassi cattoliche. Tra le principali difficoltà poste dall’incontro tra la religione cattolica e le diverse tradizioni africane, c’è la questione del celibato sacerdotale. Isabella Piro ne ha parlato con Don Dario Vitali, docente di Ecclesiologia presso la Pontificia Università Gregoriana. ascolta l'intervista:
D. – Partiamo da una premessa generale: quali sono le origini storiche e teologiche del celibato sacerdotale?
R. - Il celibato sacerdotale si afferma nella Chiesa in genere e, soprattutto nella Chiesa latina, nei primi secoli, in relazione proprio con il ministero sacerdotale. Un’interpretazione del ministero in senso pieno come totale dedicazione di sé e del proprio servizio alla Chiesa, che non sembra poter accettare nessuna divisione del cuore. Quindi, una totale presenza al Signore e una totale presenza al ministero da offrire alla Chiesa. Già nei primi secoli questo diventa una realtà ben consolidata e nella Chiesa latina diventa una modalità piena per l’esercizio del ministero sacerdotale.
D. – Spostiamoci nello specifico e guardiamo all’Africa: a Suo parere, in questo Continente il non rispetto del celibato sacerdotale rappresenta un problema particolarmente sentito? E per quale motivo?
R. – Da quello che io posso cogliere, anche attraverso l’incontro con i miei studenti che provengono dall’Africa – io insegno Ecclesiologia alla Pontificia Università Gregoriana – questo problema è sicuramente avvertito. È un problema di carattere, mi pare, fortemente culturale, nel senso che, nella tradizione africana, l’idea di un’interruzione della generazione e quindi di quella che, secondo la prospettiva tipica loro, è chiamata “la prospettiva degli antenati o degli avi” è sicuramente di grande peso. Per cui, forse non è tanto il problema del celibato in sé, quanto dell’impossibilità di generare figli che pone una questione di grande peso e quindi che pone difficoltà, esattamente, all’accettazione piena di questa tradizione tipica della Chiesa latina.
D. - In Occidente, invece, questa prospettiva non c’è?
R. – Non manca la riflessione sulla famiglia, sicuramente. Piuttosto, si è sviluppato un doppio registro di riflessione: quello tipico relativo alla famiglia per quanto riguarda il matrimonio, il matrimonio cristiano, quindi la forma di dedicazione al Signore attraverso questa vocazione, ma contemporaneamente anche una forte riflessione sul ministero ordinato e quindi sulla possibilità e sulla “necessità” che questo sia un ministero totalmente dedicato al Signore e quindi non all’interno di una famiglia.
D. – A livello formativo, nei seminari ad esempio, c’è sufficiente attenzione a questo problema, secondo Lei?
R. – Possiamo dire che questo è uno degli argomenti più guardati con profonda attenzione, anche con quella forma di rispetto e di dovuta problematicità che oggi ha assunto, a causa di una mentalità così poco attenta all’oblatività nel campo della sessualità e nel campo, quindi, della vita donata totalmente nel ministero sacerdotale. Quindi, su questo fronte di una non comprensione, da parte della cultura contemporanea, di questo valore, mi pare che nei seminari si proceda dovutamente e attentamente a questa riflessione intorno al celibato e intorno, mi pare, alla verginità, tenendo conto che le due realtà, sostanzialmente, non differiscono. Non si tratta, semplicemente, di non procedere alla costruzione della famiglia, ma di mantenere un atteggiamento di totale dedicazione al Signore, di offerta di sé e della propria sessualità. E non solo: di offerta del proprio cuore al Signore e al servizio da rendere a Lui e alla Chiesa.
D. – Gli episcopati locali africani, secondo Lei, quali strategie potrebbero mettere in atto per contrastare il fenomeno dei preti sposati?
R. – Per contrastare questo fenomeno credo che si debba affermare, con estrema chiarezza, quella che è la tradizione, la forma piena dell’appartenenza alla Chiesa. Mi pare, però, che il problema non sia tanto quello dei preti sposati, ma di coloro che vivono come se lo fossero, senza porsi il problema, senza riflettere, quasi che fosse una realtà scontata, e quindi producendo un doppio registro di vita: quello pubblico, che si manifesta in un modo, e quello privato che procede su tutt’altri registri. E allora mi pare che, sotto questo profilo, la prima e fondamentale necessità sia quella di una riflessione attenta e anche di una verifica attenta, a monte, di coloro che accedono al ministero ordinato. Perché troppe volte, come dice il proverbio, “necessità fa virtù” e si ammette all’ordine gente che, sicuramente, non ha motivazioni profonde, semplicemente perché bisogna coprire dei posti. Allora, la prima strategia, sicuramente, è quella di una verifica attenta della vocazione a monte e poi quella di un’appartenenza forte, sicura, nella Chiesa locale, con un servizio al popolo di Dio, nella collaborazione con il Vescovo, nell’appartenenza soprattutto ad un presbiterio dove la fraternità ministeriale, che è una fraternità fondata sul ministero dell’ordine, permette sicuramente una vita all’interno del ministero più serena, più motivata e più capace, di conseguenza, di resistere a queste forme di “contaminazione”, potremmo dire, che tanto turbano la Chiesa.
D. – Di fronte, invece, ad un caso ormai compiuto di violazione del celibato come si comporta la Chiesa?
R. – Mi pare che per questo, ormai, Benedetto XVI e la Chiesa abbiano tracciato un’indicazione precisa: stante la legislazione della Chiesa di un ministero che sia fondato esattamente su questa prospettiva, la scelta è quella di procedere alla verifica delle intenzioni, degli atteggiamenti, delle motivazioni e, di conseguenza, o richiamare ad una rettitudine di vita, se è ancora possibile, o altrimenti dimettere dal ministero perché la contraddizione, la contro-testimonianza non fanno bene a nessuno.
D. - A Suo parere, il prossimo Sinodo dei Vescovi per l’Africa potrà offrire una risposta a questa problematica?
R. – È possibile. In questa prospettiva, è chiaro che dipende dalla sinergia di molte volontà: la volontà dei Vescovi dovrebbe essere quella di un rinnovamento della Chiesa d’Africa con coraggio, con fermezza, secondo, sicuramente – come diceva il Concilio Vaticano II – le tradizioni delle parti in comunione con la Chiesa universale e quindi in ascolto di quelle che sono le indicazioni che provengono dal Santo Padre. La possibilità è data davvero da questa forma di consenso a cui tutti gli appartenenti a quella Chiesa d’Africa sono chiamati, quindi: un popolo di Dio che voglia vivere il Vangelo, i suoi Pastori che vogliano testimoniarlo e vogliano rinnovare la forza dell’obbedienza alla Parola di Dio e i suoi ministri che possano testimoniare, non solo con le parole, ma anche con la vita, una capacità di incarnazione del Vangelo che si rinnova sempre per l’azione dello Spirito. Quindi, la possibilità c’è e c’è chiaramente. Dipende da quanta volontà c’è, da quanta disponibilità c’è ad ascoltare il Signore ed il Suo Spirito, ad ascoltare il Vangelo, a metterlo in pratica, di quanta volontà c’è a camminare come popolo di Dio nella fedeltà alla Parola che il Signore ci ha dato ed alla strada che Lui ci ha tracciato. | |
EX PRETE -EX SUORA: TESTIMONIANZE
FRANK TESTA
La mia prima esperienza con il Signore risale all'età di 17 anni. Fino ad allora avevo sempre avuto un certo timore per le cose di Dio, ma l'unico modo che conoscevo per piacere a Lui era attraverso la messa, servendo come chierichetto.
Durante gli anni turbolenti dell'adolescenza il Signore toccò il mio cuore mentre leggevo la testimonianza di un uomo condannato alla sedia elettrica. Mi resi conto di essere un peccatore bisognoso di perdono e di salvezza e decisi allora di dare la mia vita interamente per servire Dio. L'unico modo che conoscevo per farlo era di diventare un sacerdote nella chiesa Cattolica, così, dopo le scuole superiori entrai in seminario. Dopo quattro anni di studi, l'Arcivescovo mi mandò all'università di teologia in Belgio per altri quattro anni e nel giugno del 1964 fui ordinato ufficialmente sacerdote e tornai negli USA per cominciare il mio servizio in una parrocchia.
Per i prossimi 13 anni feci servizio in diverse parrocchie nelle grandi città del New Jersey, affrontando spesso problemi come razzismo, povertà, droga e alcool. Fui soprannominato "Prete di strada", perché mi occupavo del recupero degli emarginati e di trovare alloggio per i poveri. Dopo 8 anni di preparazione e oltre 12 anni di servizio come sacerdote mi resi conto del compromesso e della corruzione da parte dei miei collaboratori, coinvolti piuttosto nell'edificare strutture che nel destino eterno delle anime.
In quel periodo di scoraggiamento e di depressione fui invitato in una chiesa Evangelica Pentecostale. Mi presentai a loro nei miei abiti religiosi, e per la prima volta venni in contatto con un'adorazione carica di potenza e una predicazione ripiena di unzione. Dal profondo del mio cuore gridai: "Signore, questo è ciò che ho cercato in tutti questi anni!" In queste riunioni conobbi persone che vivevano ciò che credevano, che conoscevano la Parola di Dio meglio di me, e questo mi fece sentire umiliato e affamato per conoscere di più. Dopo che terminavo la messa correvo alle riunioni di preghiera dei pentecostali e per un anno cercai il Signore in preghiera, con digiuni, per ricevere direzione da Lui.
Diventava sempre più chiaro che non potevo continuare a fare il sacerdote cattolico, perché più studiavo la Parola di Dio, più il Signore apriva i miei occhi su tanti insegnamenti che erano in contraddizione con la Bibbia. In un certo momento il Signore mi mostrò un brano della Scrittura che indicava una chiara direzione per me:
"Non vi mettete con gli infedeli sotto un giogo diverso, perché quale relazione c'è tra la giustizia e l'iniquità? E quale comunione c'è tra la luce e le tenebre? E quale armonia c'è fra Cristo e Belial? O che parte ha il fedele con l'infedele? E quale accordo c'è tra il tempio di Dio e gli idoli? Poiché voi siete il tempio del Dio vivente, come Dio disse: "Io abiterò in mezzo a loro, e camminerò fra loro; e sarò il loro Dio, ed essi saranno il mio popolo". Perciò "uscite di mezzo a loro e separatevene, dice il Signore, e non toccate nulla d'immondo, ed io vi accoglierò, e sarò come un padre per voi, e voi sarete per me come figli e figlie, dice il Signore Onnipotente".
Un po' di tempo dopo aver seguito questa direzione da parte del Signore, mi trovavo ad adorare in una riunione pentecostale, quando una luce mi circondò e lo Spirito di Dio mi fece cadere di faccia per terra e cominciai a parlare in una lingua sconosciuta. Non si trattava di un mero eccesso di emozioni, fui veramente battezzato nello Spirito Santo come lo furono i discepoli nel cap. 2 degli Atti. Dopo un'ora di questa gloriosa esperienza, sentii profondamente in me la voce del Padre che mi diceva: "Tu sei mio figliuolo, ascolta me". Che parole di conforto! Quale grande gioia riempì il mio cuore che per anni era affamato di gioia e consolazione!
Due mesi dopo bruciai tutti i miei paramenti cattolici e i miei libri, impacchettai ogni cosa nella mia macchina e lasciai il sacerdozio e la chiesa Cattolica con un passo volontario. Anche se ero ignaro di dove andare e cosa fare, mi sentivo libero e avevo la certezza che il Signore era in controllo della mia vita, come è scritto in Giovanni 8:36: "Se dunque il Figliuolo vi farà liberi, sarete veramente liberi". Molti della mia famiglia mi rigettarono a causa della mia decisione di lasciare la Chiesa Cattolica, ma io sentivo una pace profonda dentro di me. Ero deciso ad ubbidire a Dio ad ogni costo, e a non amare nessuno più di Lui anche se i primi nemici erano proprio quelli di casa mia.
Continuai a lavorare tra i poveri nella città di Newark spendendo anche molte ore al giorno, per due anni, prostrato davanti a Dio per essere insegnato di nuovo la Scrittura dallo Spirito Santo.
Come sacerdote avevo vissuto la vita di celibato secondo la tradizione cattolica, ma ora ero libero di sposarmi. Io comunque ero così grato a Dio per avermi liberato con la verità, che ero pronto ad entrare nell'eternità da scapolo, se così voleva Dio. Sono contento che Egli aveva altri piani per me. Dal giardino delle donne di Dio, il giardiniere ha colto un fiore molto speciale per me: mia moglie Joan, che è stata una suora Cattolica per venti anni. Ci siamo sposati nel 1980 ed abbiamo servito il Signore insieme fino ad oggi. Per 10 anni abbiamo diretto un ministerio per drogati ed alcolizzati e per 17 anni siamo stati occupati nel ministerio pastorale. Siamo stati sempre attivi nell'evangelizzazione per la strada e nelle prigioni ed ultimamente il Signore ci ha aperto le porte per insegnare nelle missioni all'estero, come in Africa, per raggiungere i popoli non evangelizzati.
JOAN
Voglio ringraziare il Signore per la sua grande misericordia e per come mi ha guidato fuori dalle tenebre alla sua meravigliosa luce. Io sono cresciuta in una famiglia cattolica irlandese e non conoscevo altro modo per servire Dio, se non attraverso la messa e i sacramenti, pregando ai santi. Dopo aver speso gran parte della mia gioventù nella scuola cattolica, decisi di entrare nel convento di Nuoburgh (NY) nel 1955. Chiesi perdono a Dio di tutti i miei peccati e onestamente espressi il desiderio di servirlo per tutta la vita.
I miei primi anni spesi in questo convento dominicano erano molto felici, vivendo in comunità con altre suore, insegnando ai bambini e studiando. Il culmine della mia esperienza comunque la ebbi mentre mi trovavo in missione a Porto Rico dal 1970 al 1973. Ebbi modo di frequentare una riunione di preghiera di carismatici e qualcuno dei presenti pregò per me. Da quella sera in poi sperimentai un cambiamento meraviglioso nella mia vita. I miei occhi si aprirono alla parola di Dio e il mio cuore sperimentò il Suo amore per me. Fino ad allora ero stata sempre molto timorosa di non poter espiare il mio passato e di non essere mai degna del cielo, ma dopo questo tocco d'amore divenni assetata di Dio e volevo conoscerlo meglio.
Ritornando negli Stati Uniti nell'estate del '73, entrai in una casa di preghiera dove altre suore come me cercavano il Signore nella Sua Parola. Questo mi fece ancora più assetata della sua Parola e cercai un permesso speciale per essere esonerata dall'insegnare e approfondire gli studi. Dopo questo periodo ero convinta del bisogno di cercare la Sua presenza e condividere la Bibbia con altri.
La comunità a cui appartenevo mi concesse di trasferirmi nel '75 a Newark, New Jersey, per fare questo. Mi misi a bussare alle porte delle case con lo zelo di far conoscere a tutti ciò che il Signore mi aveva insegnato, e fu allora che incontrai Frank, che era assistente pastore. Io lavoravo tra i poveri nelle strade, giovani e vecchi, bianchi e neri, portando loro il conforto della Parola di Dio nel miglior modo che potevo. Fu poco dopo questo incontro con Frank che egli decise di lasciare la religione Cattolica e questa decisione scioccò tutti nell'ambiente cattolico. Dopo un anno e mezzo di preghiere e di aiuto da parte di sante donne di Dio, che il Signore stesso metteva sul mio cammino, decisi anch'io di lasciare la Chiesa Cattolica. Dopo 22 anni nel convento, non sapevo proprio cosa fare o dove andare, era una decisione radicale per me. Grazie a Dio, la verità dell'epistola agli Ebrei cap. 9 e 10, nella quale sta scritto che Cristo morì una volta per tutte, per cui il suo sacrificio non poteva essere ripetuto, ruppe il legame che la messa aveva su di me come cattolica.
Fu specialmente l'esperienza con la chiesa Pentecostale di Newark che mi incoraggiò a riconoscere i veri adoratori che Dio cerca: quelli che lo adorano in Spirito e verità (Giov. 4:23-24).
Naturalmente la mia decisione di lasciare la religione cattolica ebbe un impatto sulla mia famiglia. Mio padre pianse alla notizia, e lo spirito di condanna, che è forte nella religione cattolica, cercò di scoraggiarmi, ma il Signore mi sostenne e le sorelle mi incoraggiarono a cercare la guida dello Spirito per la mia vita. Mentre continuavo a studiare la Parola sentii la certezza che la mia vita era nelle mani del Signore, e lo stesso Signore che io mi sforzavo di servire nel convento mi istruiva ad "uscire di mezzo a loro", guidandomi passo passo nella sua verità. Un anno e mezzo dopo Dio mi guidò al matrimonio con Frank, che aveva lasciato la Chiesa Cattolica tre anni prima di me. Insieme abbiamo visto la mano potente di Dio all'opera, e il nostro peso è quello di vedere altri entrare nella libertà dei figliuoli di Dio, liberati dalle tradizioni umane per godere della salvezza per fede in Cristo. A Lui solo sia la gloria! | |
IL SIGNOR MILINGO
L'ex arcivescovo di Lusaka, mons. Emanuel Milingo, è stato ridotto allo stato laicale.
Spieghiamo che significa.
Nella chiesa cattolica il clero è ancora una casta che, nonostante il concilio vaticano II abbia parlato di popolo di Dio i membri del quale esercitano un servizio a seconda dei diversi carismi, è considerata più importante dei "paria" laici.
Questo è tanto vero che, basta guardare in tv le celebrazioni presiedute dal papa o da qualche cardinale, si notano molto bene le gerarchie nella disposizione dei posti: il papa, i cardinali, i vescovi, i preti, i diaconi e...oltre le transenne...i laici. Nonostante le dichiarazioni contrarie e le buone intenzioni, quindi, i laici sono "minores" rispetto ai "maiores" che sono i "clerici".
Il diritto canonico prevede che quando un "clericus" macchia lo status della casta, esso sia penalizzato e sia ridotto "laicus"(dal greco laòs, popolo).
Quali sono i delitti di cui può macchiarsi un chierico per essere punito e ridotto a laico?
L'usura, la bestemmia, l'offesa verbale e materiale al papa, l'attentato al matrimonio (vale per i chierici cattolici di rito romano), peccati contro il sesto comandamento che, lo ricordo, è: non commettere atti impuri.
A mia conoscenza non ricordo di chierici ridotti allo stato laicale per usura (Marcinkus l'avrebbe meritato, mentre è uscito dal vaticano e s'è recato in Ohio in aereo passando per lo stato italiano che avrebbe dovuto catturarlo e non l'ha fatto, mantenendo il titolo ad personam di arcivescovo) o altri crimini che non riguardano il sesto comandamento.
Ma anche qui ci sono due pesi e due misure: i preti pedofili ed i vescovi che li hanno coperti, sono rimossi dall'ufficio, invitati a rinchiudersi in convento e pregare, ma non sono ridotti allo stato laicale.
I preti che si sposano, sì.
Ipso iure, come si dice nel diritto.
E qui i casi sono due: o il chierico che si sposa e che d'ufficio viene ridotto allo stato laicale fa domanda di dispensa dagli oneri sacerdotali e può contrarre anche matrimonio sacramentale, oppure non la fa e lui e la sua sposa rimangono pubblici concubini.
Milingo s'è sposato, poi ci ha ripensato, poi s'è rimesso con Maria Sung, e quindi, d'ufficio, è stato ridotto allo stato laicale. Non ha chiesto la dispensa dagli oneri sacerdotali quindi, per la morale cattolica, è pubblico concubino.
Ma RIMANE VESCOVO. E' quindi profondamente sbagliato, secondo la teologia dogmatica e giuridica cattolica, scrivere, come fanno alcuni giornalisti poco documentati, che le ordinazioni presbiterali e vescovili che farà d'ora in poi sono INVALIDE. Esse sono ILLECITE, ma non INVALIDE.
Sono illecite perchè non avallate dalla chiesa di Roma, ma sono valide perchè celebrate da un chierico che ha ricevuto il sacramento dell'Ordine che, come dice la chiesa cattolica, imprime un carattere indelebile.
Milingo, quindi, si trova nella condizione uguale ai lebfevriani: sono (erano) scomunicati, ma ordinano preti e vescovi, illecitamente, ma validamente.
Penso che a Milingo non interessi il provvedimento vaticano che gli giunge come regalo di Natale. Egli va avanti per la sua strada con la sua fondazione ed il suo convincimento.
E penso che il vaticano, dando clamore al fatto, abbia perso non solo un'occasione per tacere, ma anche l'occasione di dimostrare l'esercizio della viertù di carità. Meglio avrebbe fatto a ricontattare Milingo ed i preti sposati per aprire un dialogo. Ma...alla congregazione dei vescovi c'è come prefetto quel manager del card. Re e, si sa, i manager hanno il pelo sullo stomaco. Anche se sono cardinali. | |
Inserisco il comunicato stampa della federazione internazionale dei preti sposati in merito alla Anglicanorum coetibus.
A parte il punto n 1 che non condivido, il resto lo sottoscrivo in pieno.
La Federazione Europea dei Preti Sposati (FEPCM) intende esprimere il suo parere sulla decisione del Vaticano di consentire ai preti anglicani di passare, con le loro comunità, alla chiesa cattolica, previa accettazione di alcune condizioni.
1. Questa decisione, oltre all’esistenza tradizionale di preti sposati di rito orientale, potrebbe creare ben presto una situazione benefica all’interno della chiesa cattolica romana occidentale, anche senza volerlo. Una coesistenza sempre più normale di preti sposati con preti celibi potrebbe essere una tappa verso il pluralismo nel ministero presbiterale e sarebbe una reale ricchezza.
2. Le organizzazioni di preti sposati rivendicano la libera scelta rispetto ad un celibato facoltativo e la maggior parte dei cristiani lo auspicano, così come dimostrano testimonianze e sondaggi. Questa libertà non mina la comunione della chiesa ed è a tutti gli effetti legittima. Essa permette inoltre di non subordinare più il bene delle comunità alle scelte personali dei preti. Noi affermiamo quindi che questa libertà sia necessaria per ragioni pastorali, laddove le comunità l’accettino o decidano in suo favore.
3. Noi pensiamo tuttavia che una tale decisione da parte di Roma rappresenterebbe una ingiustizia se non fosse accompagnata dalla riammissione dei preti cattolici sposati che lo desiderino, laddove più di 100.000 di noi sono stati privati dell’esercizio del loro ministero. Riteniamo che il fatto di considerare questi ultimi come traditori e il fatto di incoraggiare i preti anglicani a rompere la comunione con la propria chiesa, riveli una grande ipocrisia e genererà una grande confusione nelle comunità.
4. E’ difficile ed arbitrario ammetterlo: quel che sembrava chiaro, è che questo nuovo clero sposato al quale si aprono le porte della chiesa cattolica romana, è caratterizzato da idee integraliste e conservatrici, e più precisamente dalla sua opposizione all’ordinazione femminile e degli omosessuali nella comunione anglicana, decisione che è stata adottata da questa a maggioranza. Pensiamo che il tipo di preti su cui il Vaticano ha intenzione di fare affidamento non è fedele all’apertura evangelica né alla lettura dei segni che lo Spirito Santo ci invia.
5. Ci sembra che questo gesto sia nocivo per l’ecumenismo poiché nega il dialogo intrapreso da tanti anni, in favore di un ritorno al cattolicesimo. Piuttosto che tener conto dei progressi realizzati dal Vaticano II e dalle discussioni dell’ARCIC sull’eucaristia, sui ministeri e sull’autorità nella chiesa, il Vaticano recluta in modo disonesto, permettendo a dei cristiani di bypassare una decisione della loro chiesa. Tutto ciò semina ancor più divisione in una chiesa che ha già tanta difficoltà a risolvere i suoi propri conflitti interni, improntati soprattutto su questioni morali di una certa rilevanza.
6. Se il pluralismo consiste nell’accettare che gli anglicani possano organizzarsi e celebrare alla loro maniera, facendo comunque parte della chiesa cattolica romana, perché non permettere la stessa cosa in America Latina e in Africa? Sarebbe un buon modo per rispettare le differenze di cultura e di riconoscere la priorità delle comunità, nonché il legame tra queste e i loro ministri. Per creare un clima di autentico pluralismo, bisogna consentire a ciascuna comunità di scegliere la persona che desidera eserciti il ministero, uomo o donna che sia, celibe o meno, e dibattere sui differenti modi di interpretare il ministero. E fare in modo che il pluralismo dei ministeri non sia un pretesto per una discriminazione tra preti sposati e preti celibi.
A nome della FEPCM (Federazione Europea Preti Cattolici Sposati), 4 novembre 2009 | |
UN PRETE RICATTATO
Una donna bosniaca di 42 anni è stata arrestata ad Altamura dai carabinieri per estorsione ai danni di un anziano sacerdote.
La vicenda è stata tenuta sotto silenzio dagli inquirenti ma è ugualmente trapelata.
L'arresto risale agli inizi di ottobre.
Stando alle accuse, la donna aveva chiesto 100.000 euro al sacerdote minacciandolo di rivelare una presunta situazione affettiva con una sua cugina. Fatti risalenti a circa 10 anni fa e tutti da dimostrare. La donna lo minacciava dicendo di essere in possesso di alcune fotografie compromettenti.
Sta di fatto che, dopo la richiesta estorsiva e dopo che i carabinieri ne sono venuti a conoscenza, è scattata la trappola. Al sacerdote sono state consegnate delle somme di banconote appositamente segnate per renderle riconoscibili. I carabinieri si sono appostati nei pressi della parrocchia. Non appena è avvenuto il passaggio dei soldi, sono intervenuti ed hanno bloccato la donna in flagranza di reato, arrestandola.
C'è veramente da indignarsi per le storie si sesso che coinvolgono ecclesiastici. Questo è un caso strano: il prete si sentiva a posto e ha chiamato subito i carabinieri. Sta di fatto che rimane il problema. | |
UNA STAMPELLA POCO UTILE
Di Ernesto Miragoli
La notizia ha fatto subito il giro di tutti i media: oltre 400 ministri di religione anglicana (preti e vescovi) stanno per essere accolti a braccia aperte nella nostra chiesa cattolica.
Essi potranno:
- continuare a svolgere il ministero sacerdotale o episcopale
- mantenere la propria famiglia (moglie e figli) qualora l'avessero
- praticare riti, esercizi di pietà e quant'altro purchè non siano in contrasto con quelli della religione cattolica.
Molti hanno valutato positivamente questa accoglienza e qualcuno vi ha letto anche un'apertura verso un possibile sacerdozio uxorato nella chiesa cattolica.
A costo di apparire il solito bastian contrario dico che questa "apertura" mi piace poco, che mi sembra un pasticcio e che è una stampella poco utile alla religione cattolica.
L'apertura a preti anglicani mi piace poco perché questi oltre 400 fra preti e vescovi sono una frangia dissidente della confessione religiosa anglicana che sta vivendo al suo interno un dibattito molto interessante che riguarda l'ordinazione sacerdotale delle donne e di persone (uomini e donne) che non nascondono tendenze omosessuali. I nostri "400" dicono: piuttosto che accettare una cosa del genere (cioè il sacerdozio femminile e omosessuale) ci facciamo cattolici. E' una trasmigrazione di protesta e non di proposta. E' la ricerca di un rifugio verso il mantenimento dei propri convincimenti, piuttosto che la voglia di ricerca tout court verso nuovi modi (o antichi?) di essere chiesa di Gesù che cammina nel mondo. Ai nostri "400" non interessa che la chiesa cattolica non preveda (almeno nel rito latino occidentale) il sacerdozio uxorato, interessa che dia garanzie di accoglienza a loro ed alle loro famiglie e li tranquillizzi che in futuro non ci saranno aperture verso ordinazioni sacerdotali femminili o omosessuali.
Aprire ai "magnifici 400 " è anche un pasticcio perché anzitutto non è chiara la loro posizione su argomenti che per noi cattolici sono importanti forse più di quelli del sacerdozio celibatario e maschile quali il primato del papa di Roma, il divorzio, l'aborto, la contraccezione, la morale socioeconomica (si sa che la chiesa anglicana non è lontana dalle posizioni di Hobbes) e poi potrebbe dare luogo (a mio modesto avviso lo dà senz'altro) a confusioni d'opinione fra i fedeli: molti cattolici si chiederanno se adesso i preti potranno sposarsi, altri si porranno il problema del come mai il loro prete che s'era innamorato di una donna e s'è sposato ha dovuto lasciare la parrocchia e cercarsi un lavoro e questi arrivano in canonica con moglie e figli a carico. Sarà difficile spiegare in maniera convincente che non si stanno usando due pesi e due misure!
Sarà anche difficile confutare l'argomentazione che molti addurranno: i preti calano vistosamente e quindi la chiesa apre ai preti anglicani. Sarà ancor più difficile spiegare che se un cattolico di fa anglicano è apostata, ma se un anglicano si fa cattolico va bene.
Qualcuno sostiene che quest'apertura sia una stampella che ha diversi aspetti positivi: è un primo passo verso il riconoscimento della facoltatività del sacerdozio celibatario, è un modo per riavvicinare le due chiese che non sono mai state molto separate, è una spinta verso il dialogo ecumenico.
Sarà una stampella, ma, come tale, è inutile e confusionaria.
Ai motivi addotti sopra ne aggiungo ancora uno: piuttosto che mostrare apertura la chiesa cattolica, accogliendo tali 400 anglicani, mostra chiusura irrevocabile verso una revisione della teologia, della spiritualità e della pastoralità del sacerdozio ministeriale che invece viene invocata da molti. Preciso: questi molti non sono i soliti contestatori di sinistra che vorrebbero affogare tutto e tutti. | |
IL MATRIMONIO DI DUE AMICI
(17 ottobre 09)
In questi giorni la mia famiglia è stata invitata al matrimonio religioso di due amici. Lo sposo è un prete che ha lasciato il ministero e si è sposato dapprima in municipio e fra poco, con sua moglie, chiederà a Dio la Grazia di vivere una vita di coppia segno dell'Amore di Dio per l'Uomo.
Il fatto mi riempie di gioia per una serie di motivi.
Paola ed io conoscemmo questi amici qualche anno fa quando ci contattarono per capire meglio come vivere questa loro situazione d'amore. Li aiutammo come siamo capaci e ci tenemmo in contatto. Il percorso, doloroso sotto tanti punti di vista per loro, si è concluso quando, tre anni fa, si sposarono civilmente. Fummo felici per loro allora e lo siamo ancor più oggi.
Il secondo motivo di gioia è che hanno ottenuto la dispensa dagli oneri sacerdotali in poco tempo, meno di tre anni. E' questo, per me, un segno positivo: il bieco papa Ratzinger, conservatore retrivo e ringhioso, concede in breve tempo ciò che il "santo subito" aveva congelato sine die.
Il terzo motivo di gioia è perchè sono una coppia solare e serena. Non che non abbiano avuto difficoltà di ogni sorta, anzi! Eppure quando si sta con loro si sente che Dio è in quelle quattro mura alla periferia di Milano. Lui è un tipo pacato e sereno, lei è gioiosa e positiva. Lui ha alle spalle un'esperienza di evangelizzazione in paesi del sud Asia, lei di attenzione agli ultimi.
Entrambi hanno una fede soda, libera da orpelli e superstizioni e sono certo che la scelta di contrarre matrimonio religioso non è convenzionale, ma profonda.
Ultimo motivo di gioia: partecipare al loro matrimonio. Non si aspettano regali, non lo vogliono. Ci hanno detto che se proprio vogliamo fare qualcosa possiamo fare un'offerta alla comunità parrocchiale dove celebreranno il rito.
Casi così, semplici e profondi, mi distraggono un poco dal mio pessimismo verso questa chiesa gerarchica ingessata e tutta Eucaristia e Potere. | |
Preti che hanno lasciato il ministero
Dal gennaio 2009, in Italia (solo in Italia), per quanto ne sono a conoscenza, hanno lasciato il ministero o sono in quarantena per crisi vocazionale
- don Giulio Antoniol, arciprete della cattedrale di Feltre, diocesi di Feltre Belluno
- don Luca Discacciati, parroco a Piccolini, diocesi di Vigevano
- don Franco Caserta, cappellano sulle navi Costa Crociere, della diocesi di Savona
- don Italo Brumana, parroco di Montorfano, diocesi di Como
- don Antonio Rapagnetta, parroco, della diocesi di Penne-Pescara
- don Pierleo Lupano, viceparroco di Tronzano, diocesi di Vercelli
- don Fausto Gavioli, parroco di S.Nicolò PO, diocesi di Mantova che ha annunciato che se ne andrà con la sua badante straniera al paese della badante stessa
Mi chiedo: se io che non sono nessuno ne conosco sette, posso azzardare che (solo in Italia) ne esistano almeno altri 13? E così si arriva a 20.
Vogliamo, sempre per amore della discussione ipotetica, pensare che in Italia negli ultimi 10 anni hanno abbandonato il ministero per sposarsi 20 preti all'anno?
Fanno 200.
Non gliene frega proprio nulla a questi vescovi paludati una tale emorragia del clero? | |
Ho ricevuto questa riflessione da don Vittorio.
La pubblico con qualche mia riflessione scritta in maiuscolo.
IL SACERDOZIO IN DISCUSSIONE
Si discute sulla crisi dei sacerdoti, sul sacerdozio alle donne, sul celibato per i sacerdoti… comunque il perno fisso attorno cui tutto ruota è il sacerdozio. A me pare che questo perno non sia affatto stabile e che si debba metterlo in discussione, perché tutti i vari problemi dipendono da questo: ha senso la figura del sacerdote nell'orizzonte cristiano? Nel Vangelo il termine non è mai usato in riferimento ai discepoli di Gesù. I sacerdoti sono sempre la controparte, connotati con un giudizio negativo, sino all'insulto: "I
pubblicani e le prostitute vi precederanno nel regno dei cieli" (Mt 21,31).
Il termine sacerdote compare nella lettera di Pietro, ma esprime il sacerdozio universale di tutti i fedeli. È invece ricorrente nella Lettera agli Ebrei in cui la figura di Gesù viene interpretata con le categorie sacerdotali della cultura ebraica.
L'autore è persona esperta nell'ebraismo, probabilmente un sacerdote convertito al cristianesimo, che scrive agli altri sacerdoti che, convertiti al cristianesimo in un primo tempo, come ci attestano gli Atti
degli Apostoli, ora sentono la nostalgia dei solenni riti celebrati nel tempio e sono tentati di ritornare all'ebraismo. L'autore vuol far capire che ormai non c'è più bisogno dei sacerdoti e dei loro riti sacrificali perché Cristo sommo sacerdote e vittima ha redento l'intera umanità con il suo sacrificio sulla croce, una volta per sempre.
AGGIUNGO CHE E' MIA OPINIONE PERSONALE CHE TALE LETTERA SIA STATA ISPIRATA PROPRIO DALLA CASTA SACERDOTALE EBRAICA E PAGANA CHE, ABBRACCIATA LA FEDE CRISTIANA, HA SENTITO LA PER NULLA BIASIMEVOLE ESIGENZA DI "INCARNARE" , RENDERE VISIBILE, PALPABILE PER I FEDELI UNA FEDE RELIGIOSA PER ESSI TOTALIZZANTE.
Cristo non ha parlato di sacerdoti e non poteva parlarne perché il sacerdote è il gestore del sacro e nel cristianesimo non c'è il sacro. Che cosa sia il sacro merita uno studio a parte, qui è sufficiente sottolineare la critica che Gesù ne fa. Del tempio non rimarrà pietra su pietra e sarà sostituito dalla sua umanità che muore sulla croce e dopo tre giorni risorge. Alla sua morte il velo del tempio si squarcia da cima a fondo, significando con ciò la fine del suo ruolo. Forte è la critica alla legislazione rituale rappresentata dal
sacerdote e dal levita nella parabola del buon samaritano. Il puro e l'impuro, che seguono le categorie del
sacro e del profano, sono oggetto di scherno. Anche la inviolabile sacralità del riposo sabbatico viene
subordinata all'uomo, ossia perde il carattere primo della sacralità. Come giudice della storia Cristo ci chiederà conto se l'abbiamo riconosciuto nel volto degli ultimi, nulla sulla partecipazione ai riti del tempio.
SONO TOTALMENTE D'ACCORDO E MI COMPIACCIO PER LA SINTETICITA' DELL'ANALISI DI DON VITTORIO. IL VELO DEL TEMPIO CHE SI SQUARCIA E' UN SIMBOLO PROFETICO: CON LA MORTE-RISURREZIONE DI CRISTO SI CHIUDE L'EPOCA DELLA FEDE DEI PATRIARCHI E PROFETI D'ISRAELE E NE CONTINUA UNA NUOVA, FATTA DALL'UOMO NUOVO GENERATO NELLA GIUSTIZIA E SANTITA' DELLA VERITA'. QUELLA VERITA' CHE E' RIMASTA SEMPRE UN ENIGMA PER LA FILOSOFIA DEL TEMPO. QUELLA VERITA' CHE RESE SCETTICO PILATO.
Il termine sacerdote compare nel terzo secolo.
Per la prima volta Tertulliano distingue all'interno della comunità cristiana due ordini: il clero (i scelti) e la plebe. All'interno del clero diventa dominante il termine sacerdote ripreso dall'Antico Testamento e configurato con le stesse caratteristiche (Tertulliano, Cipriano, Origene, Ippolito). L'uso del termine sacerdote dipende dal diverso modo di interpretare l'Eucaristia.
Gesù per lasciare un ricordo di sé e continuare la presenza tra i suoi, ha pensato al gesto più semplice e umano: sedere assieme a mensa condividendo il pane.
Anche se è dominante il modello di cena e di pane condiviso, sin dall'inizio è presente anche il linguaggio sacrificale, proprio del contesto culturale in cui gli evangelisti scrivono.
Nel terzo secolo il linguaggio sacrificale diventa esclusivo, di conseguenza la cena diventa il sacrificio, la mensa diventa altare, chi presiede (apostolo o anziano =presbitero) diventa sacerdote. In quanto sacerdote sacrificatore, lui stesso deve fare della sua vita un sacrificio. Il sacrificio comporta la purità rituale, soprattutto intesa come astinenza dalla sessualità. Qui viene continuamente richiamata la legislazione mosaica. In precedenza era in discussione se il battesimo fosse conciliabile con la vita sessuale nello stesso matrimonio. Ora la soluzione sta proprio nella distinzione degli ordini. I semplici fedeli, anche se esortati alla continenza, possono vivere la vita matrimoniale, necessaria per la riproduzione, i sacerdoti, anche quando tengono con sé la moglie, sono tenuti all'astinenza. La sessualità non è considerata peccaminosa in sé, come affermavano gli eretici (ciò avrebbe comportato la condanna del matrimonio), ma come conseguenza del peccato originale.
Sta di fatto che, al dire di S. Girolamo: "Omnis coitus immundus". La inconciliabilità tra il santo e l'immondo è
la motivazione ricorrente in questo periodo.
SOLO UNA POSTILLA. SACRIFICIO (SACRUM FACERE) SIGNIFICAVA RENDERE SACRO (CIOE' IDONEO AD ESSERE ACCETTATO DALLA DIVINITA') UN GESTO UMANO. NELLA CULTURA RELIGIOSA DELLA MEZZALUNA FERTILE ERA UN PIACERE FARE E CELEBRARE IL SACRIFICIO E NON UN PENOSO DOVERE. MOSE', ABILE CONDOTTIERO E CAPZIOSO GIURISTA NONCHE' PRIMO SOCIOLOGO DELLA STORIA, CAPI' CHE PER MANTENERE UNITO IL POPOLO DOVEVA FAR LEVA SULLA RELIGIONE E CREO' LA RELIGIONE MONOTEISTA. TUTTI I POPOLI CIRCONVICINI ERANO POLITEISTI. IL POPOLO EBREO ERA ELETTO E MIRACOLATO PROPRIO PERCHE' CREDEVA IN UN UNICO DIO, IL DIO DEI PADRI, IL DIO CHE LI LIBERO' DALLA SCHIAVITU' EGIZIANA. MANCARE DI FEDELTA' A QUESTO DIO CREDENDO AD ALTRI DEI COMPORTAVA ATTIRARSI L'IRA DI JAVHE', IRA CHE ANDAVA PLACATA CON UN SACRIFICIO CHE, PER ESSERE GRADITO, DOVEVA COMPORTARE UN QUALCOSA DI DOLOROSO E NON DI PIACEVOLE. DA QUI L' EQUIVALENZA FRA SACRIFICIO E DOLORE.
Analoga vicenda riguarda il servizio militare. Nella comunità primitiva sembrava inconciliabile con la
fede cristiana. S. Massimiliano afferma con decisione: "Christianus sum, mihi non licet militari" e
coerentemente affronta il martirio.
Tuttavia dopo la vittoria di Costantino a Ponte Milvio (312) la militanza diventa dovere per difendere l'impero cristiano. Il dilemma viene risolto: la proibizione delle armi rimane per gli appartenenti al clero, chiamati alla perfezione evangelica, i semplici fedeli invece debbono compiere il loro dovere nel servizio militare a difesa della fede e per la costruzione di una pace duratura.
ALTRI AUTORI ACCREDITANO LA DATA DEL 313 d.C.
NON HA IMPORTANZA. IMPORTANTE E' CAPIRE CHE – ANNO PIU', ANNO MENO – L'ABBRACCIO OPPORTUNISTICO FRA IL TRONO E L'ALTARE EBBE QUI IL SUO BATTESIMO.
"IN HOC SIGNO, VINCES":LA TRADIZIONE ANEDDOTICA CI ERUDISCE CHE COSTANTINO EBBE IN SOGNO L'ESORTAZIONE A PORRE LA CROCE SULLO SCUDO DEI SUOI SOLDATI CHE PARTIVANO PER LA BATTAGLIA.
ANEDDOTO CHE LA CHIESA GERARCHICA NON SMENTI' MAI PERCHE' SE NE FECE UN BAFFO DELL'INCOERENZA FRA LA PREDICAZIONE DI UNA COMUNE FIGLIOLANZA DIVINA E LA PARTIGIANERIA DI UN DIO CHE FAVORIREBBE ALCUNI FIGLI PIUTTOSTO CHE ALTRI AL PUNTO DI FARSI VINDICE PER UNA BATTAGLIA E MALLEVADORE DELL'OMICIDIO DI FRATELLI.
Tutto questo processo rende sempre più profondo il solco tra i due ordini, come risulta dal Decretum
Gratiani, mentre la Chiesa si identifica con il clero che sta organizzandosi in una struttura rigidamente
gerarchica, secondo la mentalità feudale codificata poi dallo Pseudo-Dionigi: De celesti hierarchia, De
ecclesiastica hierarchia.
Credo legittimo questo processo perché risponde alla precomprensione, ossia alla cultura propria di quella
epoca. Tuttavia noi uomini della modernità abbiamo diritto a ripensare il messaggio cristiano in rapporto
alla nostra cultura: era questo "il sentiero interrotto" del Concilio Ecumenico Vaticano II.
don Vittorio Mencucci
(prete e filosofo, è parroco di San Giovanni Battista a Scapezzano di Senigallia) | |
SANATORIA PER PRETI CON FIGLI
di Giacomo Galeazzi
(in “La Stampa” del 2 agosto 2009)
C’è un problema che preoccupa il Vaticano e che rischia di moltiplicare cause milionarie come accaduto, soprattutto negli Stati Uniti, per gli abusi sessuali del clero.
E’ il fenomeno, molto diffuso in Sud America ma anche in Paesi europei come l’Austria dove si registrano decine di parroci apertamente concubini, che riguarda i figli dei sacerdoti.
Rispetto al passato, oggi con i riconoscimenti di paternità attraverso il Dna tutto ciò rischia di tradursi in una valanga di procedimenti giudiziari per l’inserimento della prole nell’asse ereditario dei preti-papà.
La Santa Sede, perciò, sta valutando la situazione e approntando possibili contromosse legali.
Secondo quanto appreso da «La Stampa», nelle scorse settimane in Vaticano, su impulso della congregazione per il Clero retta dal cardinale brasiliano Claudio Hummes, si sono svolte alcune riunioni per studiare la complessa questione e sono stati ascoltati anche alcuni pareri esterni, come quello di Giovanni Franzoni, padre conciliare, ex abate benedettino della basilica romana di San Paolo e da anni leader delle comunità di base. La soluzione sulla quale si sta ragionando in Curia
prevede una sorta di «sanatoria» sul tipo di quella utilizzata per consentire negli ultimi anni ai pastori anglicani contrari all’ordinazione sacerdotale delle donne di entrare nella Chiesa cattolica conservando al tempo stesso il loro legame coniugale e il ministero ecclesiastico.
«I pastori anglicani e alcuni luterani sono stati ammessi e consacrati preti da Roma al ministero anche se erano sposati e conservando la vita coniugale con le rispettive mogli», spiega Franzoni.
Per i preti concubini o con prole (realtà diffusissima soprattutto nei Paesi in via di sviluppo) si sta pensando a una forma di garanzia dei diritti sociali della moglie e dei figli, cioè una sorta di
contratto civile che non li escluda più dall’eredità.
In questo modo alla prole legittima andrebbe il nome del sacerdote-papà, il quale, a sua volta, continuerebbe a esercitare il suo ministero. Al tempo stesso, però, viene stabilita una netta separazione giuridica tra i beni del beneficio ecclesiastico del prete con prole (che, dopo la sua morte, rimarranno alla Chiesa) e i suoi beni prediali, cioè le proprietà e i guadagni personali, come per esempio lo stipendio da insegnante, sul modello di ciò che avveniva in passato nei ricchi casati quando un erede decideva di prendere i voti e si voleva tutelare il patrimonio nobiliare.
In pratica, con la «sanatoria» allo studio in Vaticano a entrare nell’asse ereditario dei figli dei preti (e in alcuni Paesi ci sono anche vescovi con prole) saranno soltanto i beni prediali e non quelli di proprietà della diocesi o della comunità ecclesiastica come tale.
«E’ opportuno questo chiarimento tra proprietà ecclesiastiche e personali. Servirà a evitare l’equivoco che negli Usa ha causato tanti disastri nelle cause per abusi sessuali dei sacerdoti - osserva Gianni Gennari, teologo e prete sposato con dispensa “pro gratia” del Pontefice attraverso la mediazione del cardinale Ratzinger -.
E’ ingiusto che le diocesi debbano rispondere con il loro patrimonio delle infedeltà e meschinità del loro clero, perciò serve distinguere i beni della parrocchia da quelli di preti che non si sono assunti le loro responsabilità davanti agli uomini, alla Chiesa, a Dio e soprattutto alle donne che hanno
illecitamente coinvolto nella loro infedeltà».
Giusto, aggiunge Gennari, «riconoscere e tutelare i diritti delle donne e dei figli nati da rapporti illegittimi», ma a ciò andrebbe aggiunta «la possibilità per il vescovo o la Santa Sede, in virtù del
carattere indelebile del presbiterato, di ammettere a una forma di ministero ecclesiastico i preti dispensati che abbiano dato prova di maturità umana e cristiana nella comunità».
I preti sposati di rito orientale sono alcune migliaia, ma per i preti di rito latino ciò resta un tabù. | |
ALBERTO CUTIE', VESCOVI e...
SU CELIBATO E OMOSESSUALITA'
Benedetto XVI ha lanciato l'"Anno Sacerdotale, esortando i cattolici ad utilizzare il prossimo anno onorando il sacrificio dei pastori locali e aiutando i preti ad incoraggiarsi l'un l'altro affinché possano, tra le altre cose, "essere in grado di vivere pienamente il dono del celibato e costruire floride comunità cristiane".
Ma subito una nube nera s'è posata sulla dichiarazione papale: la notizia riguardante P. Alberto Cutié - il prete di Miami e personalità della TV che ha lasciato la chiesa cattolica lo scorso mese fra le polemiche degne di gossip- il quale ha sposato quella che è la sua fidanzata da due anni e con la quale è stato scoperto in tenere effusioni sulla spiaggia di Miami.
Non basta: la pubblicazione delle memorie dell'ex-arcivescovo di Milwaukee Rembert Weakland, dove si raccontano in dettaglio la sua vita da omosessuale nella chiesa e la solitudine che lo ha portato ad iniziare una relazione sessuale con un altro uomo, ha gettato altra benzina su fuoco.
Weakland, che si è dimesso sette anni fa al compinento dei 75 anni, è stato l'uomo più alto in carriera ad aver rivelato pubblicamente la propria omosessualità.
Né lui, né Cutié hanno dichiarato di voler essere testimoni per la lotta contro il celibato ecclesiastico, ma le loro storie hanno ridato vigore al dibattito su quale sono intervenuti anche il giornalista ed ex-prete James Carroll che ha ribadito la posizione espressa nel suo a Practicing Catholic (le ragioni del celibato non sono di ordine puramente teologico) e Donald Cozzens, docente alla John Carrol University e autore di Freeing Celibacy che ha scritto che alcuni preti in effetti si sentono liberati dagli impulsi sessuali o dal desiderio di intimità quando entrano nella chiesa. Ma "ci sono anche molti preti che credono davvero di essere chiamati al presbiterato, ma non al celibato". E per questi, il vincolo al celibato è dannoso in termini spirituali ed emotivi".
Mons. Weaklend ha vissuto intensamente questa sfida, particolarmente quando è diventato arcivescovo, una posizione che fa sentire ancora più soli. "Mi sono subito reso conto che il rapporto con Gesù Cristo, per quanto intenso e di alto valore spirituale, non avrebbe potuto riempire il vuoto che derivava dalla mancanza di una presenza umana accanto a me", scrive in A Pilgrim in a Pilgrim Church (un pellegrino in una chiesa pellegrina).
Cozzens ed altri hanno evidenziato che la chiesa dovrbbe considerare di rendere il celibato una disciplina facoltativa.
Siccome è una regola e non un dogma immutabile, il celibato potrebbe essere modificato o anullato dal Vaticano, se fosse così deciso. All'inizio di quest'anno, i sostenitori della riforma del celibato hanno avuto una bella sorpresa quando il cardinale di New York uscente Edward Egan ha detto in una intervista radiofonica che la discussione sul celibato "è perfettamente legittima" aggiungendo che il celibato probabilmente non è una cosa ragionevole in ogni luogo. "Non sono così sicuro che non sarebbe una buona idea decidere sulla base geografica o culturale, senza renderla una determinazione mondiale".
Egan parlava col candore di un uomo prossimo alle dimissioni. Il suo sostituto, Arcivescovo Timothy Dolan, ha negato a un gruppo di 163 preti dell'arcidiocesi di Milwaukee nel 2003 di lanciare una discussione sul celibato nel contesto dell'analisi della mancanza dei preti. Perfino papa Giovanni Paolo II, che, ipocritamente silenzioso,ha cominciato ad accettare i preti protestanti convertiti, era uno strenuo oppositore al cambiamento della norma celibataria.
Weakland riferisce di essersi spesso trovato in acque difficile durante il pontificato di Giovanni Paolo poiché aveva socializzato con un ex-prete, ora sposato.
E così il problema rimane, i pastori continuano ad esercitarsi nello sport delle struzzo, preti e vescovi continuano ad avere amanti maschi o femmine, altri più seri e coerenti lasciano il ministero per contrarre matrimonio.
E' sufficiente per continuare a vergongarsi? | |
(dal blog:La vigna del Signore)
TORNA IL TEMA DEL CELIBATO
Alla vigilia dell'apertura dell'Anno Sacerdotale voluto da Papa Benedetto XVI, in Vaticano torna a porsi con forza la questione del celibato obbligatorio dei sacerdoti. A sollevare il tema è stato uno dei cardinali più influenti della Chiesa, nonchè stretto collaboratore di Papa Ratzinger, il card. Christoph Schonborn (nella foto con Benedetto XVI). Nella due giorni di incontri Oltretevere che il Pontefice e i massimi esponenti della Curia romana hanno avuto il 15 e il 16 giugno con l'arcivescovo di Vienna e altri rappresentati dalla Chiesa austriaca non si pèinfatti discusso soltanto del caso di Gerhard Maria Wagner. In Vaticano, il card. Schonborn ha anche presentato la cosiddetta ''Iniziativa dei laici'' (Laieninitiativ), un appello di importanti cattolici austriaci lanciato all'inizio di quest'anno, che chiede l'abolizione dell'obbligo del celibato, il ritorno in attività dei preti sposati, l'apertura del diaconato anche alle donne e l'ordinazione dei cosiddetti 'viri probati'. Dopo il caso Wagner, nella diocesi di Linz sono emersi alcuni casi di preti che vivevano da anni con una donna, contribuendo così a riportare all'attenzione dell'opinione pubblica austriaca la questione del celibato sacerdotale. | |
Dal blog di S.Magister
ROMA, 10 giugno 2009 - Tra pochi giorni, venerdì 19, festa del Sacro Cuore di Gesù, avrà inizio lo speciale Anno Sacerdotale voluto da Benedetto XVI.
Le finalità sono state indicate da papa Joseph Ratzinger ai cardinali e vescovi che compongono la congregazione per il clero, riuniti lo scorso 16 marzo in assemblea plenaria.
La congregazione per il clero si chiamava fino al 1967 congregazione "del Concilio". Era stata costituita infatti dopo il Concilio di Trento per curare l'applicazione delle indicazioni conciliari da parte del clero in cura d'anime.
Il profilo di prete delineato dal Concilio di Trento ha caratterizzato la vita della Chiesa cattolica fino alla metà del Novecento. Ne è stato un modello il santo Curato d'Ars, Giovanni Maria Vianney, di cui ricorre il 150.mo anniversario della morte.
Negli ultimi decenni, però, l'identità del prete cattolico si è in varia misura mutata, offuscata, sbriciolata, sotto i colpi della secolarizzazione, fuori e dentro la Chiesa.
L'intento dell'Anno Sacerdotale è appunto quello di ricostruire nel prete una forte identità spirituale, fedele alla sua missione originaria. Ciò comporta anche un'energica opera di eliminazione della "sporcizia" che ha inquinato una parte del clero, quantitativamente limitata ma disastrosa sul piano della sua immagine globale.
A questo proposito va notata una coincidenza. Con l'inizio dell'Anno Sacerdotale avrà inizio anche la visita apostolica ordinata dalle autorità vaticane dentro la congregazione dei Legionari di Cristo. Questa congregazione si distingue per l'abbondanza delle vocazioni e il gran numero di nuovi preti. Nello stesso tempo, però, rischia di crollare così come è già crollata la figura del suo carismatico fondatore, il sacerdote Marcial Maciel, la cui doppia vita gravemente immorale - venuta definitivamente allo scoperto - è diventata oggi un terribile scandalo prima di tutto per quelli che furono i suoi più ferventi discepoli.
Ricostruire l'identità spirituale del clero implica quindi anche una speciale cura della sua formazione. Come i seminari sono stati una pietra miliare della riforma della Chiesa voluta dal Concilio di Trento, così oggi è nei seminari che si forgia l'identità dei nuovi preti.
La congregazione del clero non si occupa dei seminari. Prende cura di essi la congregazione per l'educazione cattolica.
Anche quest'ultima, quindi, dovrà operare perché l'Anno Sacerdotale porti frutto. Qualcosa, anzi, ha già fatto, a giudicare dal discorso tenuto dal suo segretario, Jean-Louis Bruguès, ai rettori dei seminari pontifici convenuti a Roma nei giorni scorsi.
Monsignor Bruguès, 66 anni, domenicano, era fino al 2007 vescovo di Angers. Oltre che segretario della congregazione per l'educazione cattolica è vicepresidente della pontificia opera delle vocazioni sacerdotali e membro della commissione per la formazione dei candidati al sacerdozio. È inoltre accademico della pontificia accademia San Tommaso d'Aquino.
Il discorso che ha rivolto ai rettori di seminario non ha nulla del linguaggio curiale. È di una franchezza non comune. Descrive e denuncia senza mezzi termini i guasti del dopoconcilio, in particolare in Europa, compresa l'impressionante ignoranza sui punti elementari della dottrina che oggi si riscontra nei giovani che entrano in seminario.
Questa ignoranza è a tal punto che, tra i rimedi, monsignor Bruguès auspica che si dedichi un anno intero di seminario a far apprendere il Catechismo della Chiesa cattolica.
Il Catechismo "ad parochos" fu un'altra delle pietre miliari della riforma tridentina. Quattro secoli dopo, si è di nuovo lì.
Ecco qui di seguito il discorso del segretario della congregazione per l'educazione cattolica ai rettori dei seminari pontifici, reso pubblico da "L'Osservatore Romano" del 3 giugno 2009:
Formazione al sacerdozio, tra secolarismo e modelli di Chiesa
di Jean-Louis Bruguès
È sempre rischioso spiegare una situazione sociale a partire da una sola interpretazione. Tuttavia, alcune chiavi aprono più porte di altre. Da molto tempo sono convinto del fatto che la secolarizzazione sia diventata una parola-chiave per pensare oggi le nostre società, ma anche la nostra Chiesa.
La secolarizzazione rappresenta un processo storico molto antico, poiché è nato in Francia a metà del XVIII secolo, prima di estendersi all'insieme delle società moderne. Tuttavia, la secolarizzazione della società varia molto da un paese all'altro.
In Francia e in Belgio, per esempio, essa tende a bandire i segni dell'appartenenza religiosa dalla sfera pubblica e a riportare la fede nella sfera privata. Si osserva la stessa tendenza, ma meno forte, in Spagna, in Portogallo e in Gran Bretagna. Negli Stati Uniti, invece, la secolarizzazione si armonizza facilmente con l'espressione pubblica delle convinzioni religiose: l'abbiamo visto anche in occasione delle ultime elezioni presidenziali.
Da una decina d'anni a questa parte è emerso tra gli specialisti un dibattito molto interessante. Sembrava, fino ad allora, che si dovesse dare per scontato che la secolarizzazione all'europea costituisse la regola e il modello, mentre quella di tipo americano costituisse l'eccezione. Ora invece sono numerosi coloro i quali - Jürgen Habermas per esempio - pensano che è vero l'opposto e che anche nell'Europa post-moderna le religioni svolgeranno un nuovo ruolo sociale.
RICOMINCIARE DAL CATECHISMO
Qualunque sia la forma che ha assunto, la secolarizzazione ha provocato nei nostri paesi un crollo della cultura cristiana. I giovani che si presentano nei nostri seminari non conoscono più niente o quasi della dottrina cattolica, della storia della Chiesa e dei suoi costumi. Questa incultura generalizzata ci obbliga a effettuare delle revisioni importanti nella pratica seguita fino ad ora. Ne menzionerò due.
Per prima cosa, mi sembra indispensabile prevedere per questi giovani un periodo - un anno o più - di formazione iniziale, di "ricupero", di tipo catechetico e culturale al tempo stesso. I programmi possono essere concepiti in modo diverso, in funzione dei bisogni specifici di ciascun paese. Personalmente, penso a un intero anno dedicato all'assimilazione del Catechismo della Chiesa Cattolica, che si presenta come un compendio molto completo.
In secondo luogo occorrerebbe rivedere i nostri programmi di formazione. I giovani che entrano in seminario sanno di non sapere. Sono umili e desiderosi di assimilare il messaggio della Chiesa. Si può lavorare con loro veramente bene. La loro mancanza di cultura ha questo di positivo: non si portano più dietro i pregiudizi negativi dei loro fratelli maggiori. È una fortuna. Ci troviamo quindi a costruire su una "tabula rasa". Ecco perché sono a favore di una formazione teologica sintetica, organica e che punta all'essenziale.
Questo implica, da parte degli insegnanti e dei formatori, la rinuncia a una formazione iniziale contrassegnata da uno spirito critico - come era stato il caso della mia generazione, per la quale la scoperta della Bibbia e della dottrina è stata contaminata da uno spirito di critica sistematico - e alla tentazione di una specializzazione troppo precoce: precisamente perché manca a questi giovani il background culturale necessario.
Permettetemi di confidarvi alcune domande che mi sorgono in questo momento. Si ha mille volte ragione di voler dare ai futuri sacerdoti una formazione completa e d'alto livello. Come una madre attenta, la Chiesa desidera il meglio per i suoi futuri sacerdoti. Per questo i corsi si sono moltiplicati, ma al punto di appesantire i programmi in un modo a mio parere esagerato. Avete probabilmente percepito il rischio dello scoraggiamento in molti dei vostri seminaristi. Chiedo: una prospettiva enciclopedica è forse adatta per questi giovani che non hanno ricevuto alcuna formazione cristiana di base? Questa prospettiva non ha forse provocato una frammentazione della formazione, un'accumulazione dei corsi e un'impostazione eccessivamente storicizzante? È davvero necessario, per esempio, dare a dei giovani che non hanno mai imparato il catechismo una formazione approfondita nelle scienze umane, o nelle tecniche di comunicazione?
Consiglierei di scegliere la profondità piuttosto che l'estensione, la sintesi piuttosto che la dispersione nei dettagli, l'architettura piuttosto che la decorazione. Altrettante ragioni mi portano a credere che l'apprendimento della metafisica, per quanto impegnativo, rappresenti la fase preliminare assolutamente indispensabile allo studio della teologia. Quelli che vengono da noi hanno spesso ricevuto una solida formazione scientifica e tecnica - il che è una fortuna - ma la loro mancanza di cultura generale non permette ad essi di entrare con passo deciso nella teologia.
DUE GENERAZIONI, DUE MODELLI DI CHIESA
In numerose occasioni ho parlato delle generazioni: della mia, di quella che mi ha preceduto, delle generazioni future. È questo, per me, il nodo cruciale della presente situazione. Certo, il passaggio da una generazione all'altra ha sempre posto dei problemi d'adattamento, ma quello che viviamo oggi è assolutamente particolare.
Il tema della secolarizzazione dovrebbe aiutarci, anche qui, a comprendere meglio. Essa ha conosciuto un'accelerazione senza precedenti durante gli anni Sessanta. Per gli uomini della mia generazione, e ancor di più per coloro che mi hanno preceduto, spesso nati e cresciuti in un ambiente cristiano, essa ha costituito una scoperta essenziale, la grande avventura della loro esistenza. Sono dunque arrivati a interpretare l'"apertura al mondo" invocata dal Concilio Vaticano II come una conversione alla secolarizzazione.
Così di fatto abbiamo vissuto, o persino favorito, un'autosecolarizzazione estremamente potente nella maggior parte delle Chiese occidentali.
Gli esempi abbondano. I credenti sono pronti a impegnarsi al servizio della pace, della giustizia e delle cause umanitarie, ma credono alla vita eterna? Le nostre Chiese hanno compiuto un immenso sforzo per rinnovare la catechesi, ma questa stessa catechesi non tende a trascurare le realtà ultime? Le nostre Chiese si sono imbarcate nella maggior parte dei dibattiti etici del momento, sollecitate dall'opinione pubblica, ma quanto parlano del peccato, della grazia e della vita teologale? Le nostre Chiese hanno dispiegato felicemente dei tesori d'ingegno per far meglio partecipare i fedeli alla liturgia, ma quest'ultima non ha perso in gran parte il senso del sacro? Qualcuno può negare che la nostra generazione, forse senza rendersene conto, ha sognato una "Chiesa di puri", una fede purificata da ogni manifestazione religiosa, mettendo in guardia contro ogni manifestazione di devozione popolare come processioni, pellegrinaggi, eccetera?
L'impatto con la secolarizzazione delle nostre società ha trasformato profondamente le nostre Chiese. Potremmo avanzare l'ipotesi che siamo passati da una Chiesa di "appartenenza", nella quale la fede era data dal gruppo di nascita, a una Chiesa di "convinzione", in cui la fede si definisce come una scelta personale e coraggiosa, spesso in opposizione al gruppo di origine. Questo passaggio è stato accompagnato da variazioni numeriche impressionanti. Le presenze sono diminuite a vista d'occhio nelle chiese, nei corsi di catechesi, ma anche nei seminari. Anni fa il cardinale Lustiger aveva tuttavia dimostrato, cifre alla mano, che in Francia il rapporto fra il numero dei sacerdoti e quello dei praticanti effettivi era restato sempre lo stesso.
I nostri seminaristi, così come i nostri giovani sacerdoti, appartengono anch'essi a questa Chiesa di "convinzione". Non vengono più tanto dalle campagne, quanto piuttosto dalle città, soprattutto delle città universitarie. Sono cresciuti spesso in famiglie divise o "scoppiate", il che lascia in loro tracce di ferite e, talvolta, una sorta d'immaturità affettiva. L'ambiente sociale di appartenenza non li sostiene più: hanno scelto di essere sacerdoti per convinzione e hanno rinunciato, per questo fatto, ad ogni ambizione sociale (quello che dico non vale dovunque; conosco delle comunità africane in cui la famiglia o il villaggio portano ancora delle vocazioni sbocciate nel loro seno). Per questo essi offrono un profilo più determinato, individualità più forti e temperamenti più coraggiosi. A questo titolo, hanno diritto a tutta la nostra stima.
La difficoltà sulla quale vorrei attirare la vostra attenzione supera dunque la cornice di un semplice conflitto generazionale. La mia generazione, insisto, ha identificato l'apertura al mondo col convertirsi alla secolarizzazione, nei confronti della quale ha sperimentato un certo fascino. I più giovani, invece, sono sì nati nella secolarizzazione, che rappresenta il loro ambiente naturale, e l'hanno assimilata col latte della nutrice: ma cercano innanzitutto di prendere le distanze da essa, e rivendicano la loro identità e le loro differenze.
ACCOMODAMENTO COL MONDO O CONTESTAZIONE?
Esiste ormai nelle Chiese europee, e forse anche nella Chiesa americana, una linea di divisione, talora di frattura, tra una corrente di "composizione" e una corrente di "contestazione".
La prima ci porta a osservare che esistono nella secolarizzazione dei valori a forte matrice cristiana, come l'uguaglianza, la libertà, la solidarietà, la responsabilità, e che deve essere possibile venire a patti con tale corrente e individuare dei campi di cooperazione.
La seconda corrente, al contrario, invita a prendere le distanze. Ritiene che le differenze o le opposizioni, soprattutto nel campo etico, diventeranno sempre più marcate. Propone dunque un modello alternativo al modello dominante, e accetta di sostenere il ruolo di una minoranza contestatrice.
La prima corrente è risultata predominante nel dopoconcilio; ha fornito la matrice ideologica delle interpretazioni del Vaticano II che si sono imposte alla fine degli anni Sessanta e nel decennio successivo.
Le cose si sono invertite a partire dagli anni Ottanta, soprattutto - ma non esclusivamente - sotto l'influenza di Giovanni Paolo II. La corrente della "composizione" è invecchiata, ma i suoi adepti detengono ancora delle posizioni chiave nella Chiesa. La corrente del modello alternativo si è rinforzata considerevolmente, ma non è ancora diventata dominante. Così si spiegherebbero le tensioni del momento in numerose Chiese del nostro continente.
Non mi sarebbe difficile illustrare con degli esempi la contrapposizione che ho appena descritto.
Le università cattoliche si distribuiscono oggi secondo questa linea di divisione. Alcune giocano la carta dell'adattamento e della cooperazione con la società secolarizzata, a costo di trovarsi costrette a prendere le distanze in senso critico nei confronti di questo o quell'aspetto della dottrina o della morale cattolica. Altre, d'ispirazione più recente, mettono l'accento sulla confessione della fede e la partecipazione attiva all'evangelizzazione. Lo stesso vale per le scuole cattoliche.
E lo stesso si potrebbe affermare, per ritornare al tema di questo incontro, nei riguardi della fisionomia tipica di coloro che bussano alla porta dei nostri seminari o delle nostre case religiose.
I candidati della prima tendenza sono diventati sempre più rari, con grande dispiacere dei sacerdoti delle generazioni più anziane. I candidati della seconda tendenza sono diventati oggi più numerosi dei primi, ma esitano a varcare la soglia dei nostri seminari, perché spesso non vi trovano ciò che cercano.
Essi sono portatori d'una preoccupazione d'identità (con un certo disprezzo vengono qualificati talvolta come "identitari"): identità cristiana - in che cosa ci dobbiamo distinguere da coloro che non condividono la nostra fede? - e identità del sacerdote, mentre l'identità del monaco e del religioso è più facilmente percepibile.
Come favorire un'armonia tra gli educatori, che appartengono spesso alla prima corrente, e i giovani che si identificano con la seconda? Gli educatori continueranno ad aggrapparsi a criteri d'ammissione e di selezione che risalgono ai loro tempi, ma non corrispondono più alle aspirazioni dei più giovani? Mi è stato raccontato il caso di un seminario francese nel quale le adorazioni del Santissimo Sacramento erano state bandite da una buona ventina d'anni, perché giudicate troppo devozionali: i nuovi seminaristi hanno dovuto battersi per parecchi anni perché fossero ripristinate, mentre alcuni docenti hanno preferito dare le dimissioni davanti a ciò che giudicavano come un "ritorno al passato"; cedendo alle richieste dei più giovani, avevano l'impressione di rinnegare ciò per cui si erano battuti per tutta la vita.
Nella diocesi di cui ero vescovo ho conosciuto difficoltà simili quando dei sacerdoti più anziani - oppure intere comunità parrocchiali - provavano una grande difficoltà a rispondere alle aspirazioni dei giovani sacerdoti che erano stati loro mandati.
Comprendo le difficoltà che incontrate nel vostro ministero di rettori di seminari. Più che il passaggio da una generazione ad un'altra, dovete assicurare armoniosamente il passaggio da un'interpretazione del Concilio Vaticano II ad un'altra, e forse da un modello ecclesiale a un altro. La vostra posizione è delicata, ma è assolutamente essenziale per la Chiesa.
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Il discorso del 15 marzo 2009 nel quale Benedetto XVI ha annunciato l'Anno Sacerdotale con inizio il 19 giugno: | |
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DISPENSA...
In questi ultimi giorni, alcuni organi di stampa, hanno diffuso alcune informazioni e commenti a proposito di una Lettera della Congregazione per il Clero, inviata ai nunzi affinché la portassero a conoscenza dei singoli ordinari diocesani, riguardo ad alcune nuove facoltà che sono state concesse dal Papa alla Congregazione stessa, il 30 gennaio scorso.
Non si tratta di una “rivoluzione della disciplina ecclesiastica per il clero”, ma di una direttiva che va incontro ad alcune esigenze pastorali particolari che devono affrontare i vescovi nel governo ordinario delle loro diocesi riguardo al clero.
In proposito, Roberto Piermarini ha intervistato il segretario della Congregazione per il Clero, mons. Mauro Piacenza:
D. - Mons. Piacenza, si è fatto un gran parlare, in questi giorni, delle “facoltà” concesse dal Santo Padre alla Congregazione per il Clero. Di che cosa realmente si tratta?
R. - Non è una semplificazione delle procedure o una procedura semplificata, ma è uno strumento giuridico in continuità e coerenza con il diritto canonico vigente. Né tantomeno è una procedura che si applica automaticamente, ma che si segue solo in taluni e ben circostanziati casi, a prudente giudizio della Sede Apostolica. Infatti, immutati ed intatti sono i diritti e i doveri dei Vescovi nell’esercitare la funzione giudiziale. Il Vescovo deve sempre vigilare perché il presbitero sia fedele nell’espletamento dei doveri ministeriali; tanto è vero che è il Vescovo diocesano che deve seguire con particolare sollecitudine i presbiteri, anche tutelando i loro diritti. La larghissima maggioranza dei sacerdoti vive serenamente, nel quotidiano, la propria identità e svolge fedelmente il proprio ministero. Soltanto che, in casi particolari, la Santa Sede interviene in via sussidiaria, per riparare lo scandalo, ristabilire la giustizia e fare emendare il reo.
D.- In pratica che cosa implicano queste facoltà speciali?
R.- Si deve purtroppo rilevare che talvolta si possono verificare situazioni anche di grave indisciplina da parte del clero, nelle quali i tentativi di superamento posti in atto non risultano efficaci e la situazione rischia di protrarsi eccessivamente, con grave scandalo dei fedeli e danno al bene comune. Nell’intento di voler promuovere l’attuazione di quella salus animarum, che è suprema legge della Chiesa, in data 30 gennaio u.s., il Sommo Pontefice ha concesso alla Congregazione per il Clero alcune facoltà speciali. Peraltro, facoltà speciali sono state concesse in precedenza anche ad altri Dicasteri. Innanzitutto la facoltà di trattare i casi di dimissione dallo stato clericale “in poenam”, con relativa dispensa da tutti gli obblighi decorrenti dall’ordinazione, di chierici che abbiano attentato al matrimonio anche solo civilmente e che ammoniti non si ravvedano e continuino nella condotta di vita irregolare e scandalosa; e di chierici colpevoli di gravi peccati esterni contro il sesto Comandamento. Inoltre la speciale facoltà di intervenire per infliggere una giusta pena o penitenza per una violazione esterna della legge divina o canonica; in casi veramente eccezionali ed urgenti, e di mancata volontà di ravvedimento da parte del reo, si potranno anche infliggere pene perpetue, non esclusa la dimissione dallo stato clericale, qualora le particolari circostanze lo richiedessero. Naturalmente ogni eventuale caso dovrà essere istruito per mezzo di un legittimo procedimento amministrativo, salvo il diritto di difesa che deve essere sempre garantito. Infine c’è la facoltà speciale di dichiarare la perdita dello stato clericale, dei chierici che abbiano abbandonato il ministero per un periodo superiore ai 5 anni consecutivi, e che persistano in tale assenza volontaria ed illecita dal ministero. Nulla di automatico: non c’è automatismo nei tempi e tutto è vagliato caso per caso e sempre per situazioni gravi. Nessuno pensi superficialmente ad una sorta di generica semplificazione in materia così delicata. Nessun automatismo, ma vaglio e vaglio rigoroso!
D.- Quindi tali facoltà in definitiva aiutano i sacerdoti?
R. - Si è addivenuti alla concessione di queste facoltà nel vivo desiderio di contribuire ad onorare la missione e la figura dei sacerdoti che, in questo periodo diffusamente connotato dalla secolarizzazione, sono gravati dalla fatica di dover pensare ed agire controcorrente per fedeltà alla propria identità e missione. Il sacerdote agisce in persona di Cristo Capo e Pastore. In mezzo al gregge loro affidato, i presbiteri sono chiamati a prolungare la presenza di Cristo, facendosi quasi sua trasparenza. Ecco perché è necessaria, anzi indispensabile, la tensione verso la perfezione morale, che deve abitare ogni cuore autenticamente sacerdotale, senza indulgere in facili “angelismi”, ma avendo ben presente la struttura antropologica umana che, ferita dal peccato originale, domanda la continua ascesi del sacerdote, nella fedeltà alle promesse del giorno dell’Ordinazione e nel rispetto degli intangibili diritti di Dio. Tutto ciò è particolarmente importante anche per comprendere la motivazione teologica del celibato sacerdotale, poiché la volontà della Chiesa, al riguardo, trova la sua ultima motivazione nel legame di specialissima convenienza che il celibato ha con l'Ordinazione, che configura il sacerdote a Gesù Cristo Capo e Sposo della Chiesa. Perciò la Chiesa ha ribadito nel Concilio Vaticano II e ripetutamente nel successivo Magistero Pontificio, così come nei Sinodi, la «ferma volontà di mantenere la legge che esige il celibato liberamente scelto e perpetuo per i candidati all'ordinazione sacerdotale nel rito latino». Il celibato sacerdotale è un dono che la Chiesa ha ricevuto e vuole custodire, convinta più che mai che esso sia un bene per se stessa e per il mondo.
D. - In conclusione che cosa augura ai sacerdoti?
R.- L’auspicio di questa Congregazione è che ogni Vescovo si applichi sempre più con autentica paternità e carità pastorale a far sì che i propri più preziosi collaboratori, i sacerdoti, sappiano vivere la disciplina ecclesiastica che discende dalla dottrina, come discepolanza, con profonde motivazioni interiori. È bene sempre ricordare che a nulla vale l’affanno del «fare» quotidiano senza l’«essere in Cristo», che si documenta nell’ esperienza della Sua Divina Misericordia.
Mia breve riflessione:
E' tutto giusto e vero quello che dice il vescovo. Ma manca la sostanza: spostare al vescovo diocesano la facoltà di concedere la dispensa e di ridurre allo stato laicale i preti che si sposano NON è un aiuto ai preti stessi o alla comunità ecclesiale, bensì un modo sciocco di NON affrontare il vero problema che è quello più generale dell'anodinità del celibato. |
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VESCOVO CON FIGLI...DIMESSO
Papa Benedetto ha accettato le dimissioni dell’arcivescovo di Bangui, Paulin Pomodino, la capitale della Repubblica Centro Africana. Pomodimo, che gode dell’appoggio del clero locale ed è stato nominato nel 2003. Pomodino ha 54 anni. La decisione segue le dimissioni consegnate il 16 maggio del vescovo François-Xavier Yombandje di Bossangoa, 52 anni, presidente della conferenza episcopale nazionale, durante una visita “ad limina” a Roma. Le dimissioni sono la conseguenza di un’inchiesta del Vaticano che avrebbe rilevato che l’arcivescovo Pomodimo adottava “un atteggiamento morale che non è sempre in conformità con il suo impegno a seguire Cristo in castità povertà e obbedienza”. L’investigazione, condotta dall’arcivescovo Robert Sarah, originario della Guinea, segretario della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, ha concluso che molti sacerdoti del clero locale avevano moglie e figli. Un giornale del posto sosteneva che nella maggior parte delle diocesi edelle parrocchie i preti vivenano con donne e avevano figli. In una lettera aperta al clero della nazione il cardinal Ivan Dias, prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli ha detto che”molte cose cattive sono state fatte al Corpo di Cristo a causa di comportamenti scandalosi e scadenti”. Aggiungeva: “Non ha senso negare quello che tutti sanno. Non c’è bisogno di giudicare i motivi e le circostanze dl male che è stato commesso. Membri del clero nazionale, diocesano e religioso, siete in un modo o nell’altro complici della situazione attuale, ma ciascuno di voi si assumerà la sua propria colpa in proporzione alla sua responsabilità personale”.Il Centro Africa ha quattro milioni e quattrocentomila abitanti e nove diocesi. Secondo quanto riporta “Africa News”, sacerdoti locali delle nove diocesi hanno tenuto un incontro di solidarietà nella cattedrale di Bangui il 24 maggio scorso. Si opponevano all’allontanamento di monsignor Pomodino e accusavano il nunzio apostolico di essere “discriminatorio, parziale e selettivo” nel suo giudizio sulla situazione dal momento che – sostenevano – anche vescovi e sacerdoti bianchi erano responsabili di pratiche simili. | |
Marion, MA)— La lotta contro la regola celibataria nella chiesa cattolica ha trovato sostegno in un vescovo recentemente nominato nella diocesi di Bolzano-Bressanone in Italia.
Il vescovo Karl Golser è stato recentemente citato sul giornale della Diocesi di Innsbruck Tiroler Sonntag, per aver detto che le conferenze episcopali locali dovrebbero avere il diritto di autorizzare l'ordinazione di uomini sposati. E' un pensiero che sta vedendo un incremento di consensi tra altri ufficiali cattolici.
P. Ameen (non è il suo vero nome), prete cattolico e autore di Confessions of a Passionate Priest - Le Confessioni di un Prete Passionale, dice che la sua stessa esperienza di prete che ha vissuto una relazione intima gli ha insegnato che i preti sono perfettamente in grado di essere dei bravi ministri pur se sposati.
"Sono stato in grado di gestire la mia comunità senza problemi", dice P. Ameen, che desidera restare anonimo per paura di ritorsioni. "E' assurdo che la chiesa cattolica sia ferma nell'assunto che in qualche modo il celibato qualifichi il presbiterato".
Uomini come il vescovo Golser e P. Ameen fanno parte di un numero sempre maggiore di ufficiali ecclesiastici che auspicano il cambiamento della disposizione celibataria nella chiesa, posizione che il vescovo Golser ritiene stia guadagnando sempre maggiori consensi.
Il vescovo Golser ha riferito al Tiroler Sonntag, "la questione dell'ordinazione di uomini sposati di provata fede, il cui matrimonio sia stabile e che sono rispettati nelle loro comunità, verrà fuori sempre più spesso".
Nel libro Confessioni di un prete passionale, P. Ameen parla della sua esperienza di prete non-celibe descrivendo:
- la sua torrida relazione con una donna sposata
- la sua convinzione che molti ufficiali ecclesiastici ignorino queste relazioni
- la causa intentata dal marito della sua amante contro il vescovo
- la sua sospensione dalla parrocchia e la punizione a causa del suo operato.
"Essere in intimità è un comportamento basilare per l'uomo" dice P. Ameen. "Prima la chiesa lo capirà, meglio sarà per il presbiterato".
P. Ameen resta in ministero nonostante sia contravvenuto a norme specifiche della chiesa. Ora vive in una località segreta degli Stati Uniti e preferisce restare anonimo per evitare recriminazioni. Il suo libro è disponibile sui siti Amazon, Barnes and Noble e Borders. | |
 | | CENNI STORICI SUL CELIBATO CATTOLICO | |
|  | PRIMO SECOLO
Il primo Papa, Pietro, era sposato. Così come lo era la maggior parte degli apostoli.
Nella chiesa primitiva il problema non si poneva, così come quello della donna che celebrasse l’Eucaristia.
SECONDO E TERZO SECOLO
E’ il periodo gnostico in cui si sostiene che la luce e lo spirito sono cose buone, le tenebre e la materia sono cose cattive.
Il matrimonio è una cosa cattiva. Non si può essere sposati ed essere perfetti.
QUARTO SECOLO
- 306 Concilio di Elvira (Spagna). E’ un concilio locale,ma al can 43 si stabilisce che un prete che celebra la messa dopo aver avuto rapporto con sua moglie, perde lo status.
Però i preti continueranno a sposarsi.
- 325: Concilio di Nicea: stabilisce che dopo essere ordinato un prete non può può sposarsi
- 352: Concilio di Laodicea: le donne non possono essere ordinate preti. Da questo si deduce che fino ad ora vi fossero le donne- prete.
-385 papa Siricio abbandona la moglie per diventare papa..
QUINTO SECOLO
-405 . Sant’Agostino scrive : « Nulla abbassa di più lo spirito di un uomo che la carezza di una donna.
SESTO SECOLO
- 567 : II Concilio di Tours : si stabilisce che ogni ecclesiastico trovato a letto con la propria moglie, sarà ridotto allo stato laicale
- 590-604 , Papa Gregorio Magno stabilisce che ogni desiderio sessuale è peccato.
SETTIMO e OTTAVO SECOLO
S. Bonifacio riferisce al Papa che in Europa quasi nessun vescovo o prete è celibe.
NONO SECOLO
- 836 , il Concilio di Aix la Chapelle ammette apertamente che nei conventi avvengono aborti per nascondere gravidanze. Un santo vescovo, Ulrico, scrive documentando con le Sacre Scritture per sostenere che è meglio che i preti si sposino
UNDICESIMO SECOLO
-1045 Il papa Bonifacio IX si dispensa da celibato e si dimette dalla sua funzione per sposarsi
- 1074 : Papa Gregorio VII stabilisce che chi deve essere ordinato deve fare voto di celibato.
- 1095 : Papa Urbano II accetta che le moglie dei preti ed i loro figli siano venduti come schiavi.
DODICESIMO SECOLO
- 1123 : Il primo concilio Lateranense (papa Callisto II) decreta che i matrimoni dei preti sono invalidi. Cosa che confermerà il Lateranense II (papa Innocenzo II)
QUATTORDICESIMO SECOLO
Il vescovo Pelagio deplora che ancora si ordinino donne prete e che queste confessino.
SEDICESIMO SECOLO :
- 1545-1563 : il concilio di Trento stabilisce che il celibato e la verginità sono superiori al matrimonio.
VENTESIMO SECOLO
- 1930 Papa Pio XI ammette che la vita sessuale può essere buona e santa
- 1951 sotto il pontificato di Pio XII si ordina sacerdote cattolico un pastore luterano sposato . La cosa diverrà prassi, più o meno dal 1980 in poi, con un papa, Giovanni Paolo II, che nel luglio 1993 ha dichiarato che “il celibato non è essenziale al sacerdozio e non fu promulgato come una legge, da parte di Cristo”, ma bloccò le richieste di dispense da sacerdozio e si mostrò duro verso chi lasciava il sacerdozio.
PAPI SPOSATI
San Pietro Apostolo – primo papa
S. Felice III (483-492) (2 figli)
S.Omida (514-523) (1 figlio)
S. Silverio (536-537 )
Adriano II (867-872) (1 figlia)
Clemente IV (1265-1268) (2 figlie)
Felice V (1439-1449) (1 figlio)
PAPI CHE EBBERO FIGLI
Innocenzo VIII(1484-1492) Molti figli
Alessandro VI(1492-1503) Molti figli
Giulio II(1503-1513) 3 figli
Paolo III(1534-1549) 2 figli
Pio IV(1559-1565) 2 figli
Gregorio XIII(1572-1585)1 figlio |
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Molti sono preti cattolici sposati. Anche in Italia Ecco un elenco.
PRETI CATTOLICI DI RITO BIZANTINO O COSTANTINOPOLITANO cioè PRETI DELLA CHIESA CATTOLICA ITALO ALBANESE e ITALO GRECA, DELLA CHIESA CATTOLICA GRECO MELKITA in Siria, Libano, Giordania, Israele e Gerusalemme, Brasile, Stati Uniti, Canada, Messico, Iraq, DELLA CHIESA GRECO- CATTOLICA UCRAINA in Ucraina, Polonia, Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Australia, Germania, Francia, Brasile, Argentina, Finlandia, Norvegia e Svezia , della CHIESA CATTOLICA RUMENA in Romania e Stati Uniti , della Chiesa RUTENA in Ucraina, Repubblica Ceca e Stati Uniti e della DIOCESI DI KRIZEVCI in Croazia, Serbia e Montenegro , DELLA CHIESA CATTOLICA MACEDONE , DELLA CHIESA GRECO-CATTOLICA SLOVACCA in Slovacchia e Canada , della CHIESA GRECO-CATTOLICA UNGHERESE. DELLA CHIESA CATTOLICA GRECA in Grecia e in Turchia , DELLA CHIESA CATTOLICA BULGARA
IN ITALIA POSSONO ESSERE NORMALMENTE SPOSATI I PRETI CATTOLICI DI RITO BIZANTINO, NELLA CHIESA ITALO-GRECA e ITALO-ALBANESE:
Diocesi di LUNGRO
In provincia di Cosenza:
- a Lungro ( Sede dell’Eparchia), con una 150ina di parrocchie
- In Puglia: a Lecce
- In Abruzzo, in provincia di Pescara
Villa Badessa di Rosciano, Santa Maria Assunta
- Oltre alla eparchia di Lungro,
In Sicilia c’è poi l’Eparchia di Piana degli Albanesi, | |
 | | LA LEGGE E IL PRETE INNAMORATO | |
|  | PUNITI E..MAZZIATI
La S.Sede ha pensato anche ai preti o vescovi che si sposano. Non solo non li vuole più con sè, non solo essi non possono più esercitare il ministero attivo, ma...ha pensato di regolarizzare la cosa anche nel Concordato con l'Italia del 1929
PATTI LATERANENSI
(11 febbraio 1929). Firmati dal cardinale Gasparri per la Santa sede e da B. Mussolini come capo del governo italiano, posero fine alla questione romana. Erano costituiti da tre atti distinti: un trattato, una convenzione finanziaria e un concordato. Il trattato garantiva alla Santa sede un'assoluta indipendenza, riaffermando che la religione cattolica è la sola religione di stato (articolo 1 dello Statuto), e riconosceva la Santa sede come soggetto del diritto internazionale in quanto stato della Città del Vaticano. La Santa sede riconosceva il Regno d'Italia con la capitale a Roma. La convenzione finanziaria impegnava l'Italia a riparare i danni inferti alla Santa sede con l'occupazione di Roma nel 1870 dietro versamento di 750 milioni di lire in contanti e di un miliardo in titoli di stato al cinque per cento. Il concordato imponeva ai vescovi di giurare fedeltà allo stato italiano, ma soprattutto stabiliva alcuni sostanziosi privilegi per la Chiesa cattolica: al matrimonio religioso venivano riconosciuti effetti civili e le cause di nullità ricadevano sotto i tribunali ecclesiastici; l'insegnamento della dottrina cattolica, definita fondamento e coronamento dell'istruzione pubblica, diventava obbligatorio nelle scuole elementari e medie; i preti spretati o colpiti da censura ecclesiastica non potevano ottenere o conservare nessun impiego pubblico nello stato italiano.
Come si sa i Patti Lateranensi vennero modificati nel 1984 con il Concordato Craxi-Casaroli.
La sostanza è rimasta invariata. |
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ANOMALIE TUTTE CATTOLICHE
E' noto che un prete cattolico che si sposa (attenta matrimonio, come dice il Codice di Diritto Canonico), non può più esercitare LECITAMENTE il ministero.
Ma ci sono anomalie.
1. I pastori anglicani che si convertono al cattolicesimo, possono rimanere ministri di culto con moglie e figli al seguito.
2. Negli USA c'è un movimento riconosciuto dall'episcopato che rilascia una specie di patentino e questi preti sposati possono celebrare matrimoni, assistere funerali e battesimi...NON possono celebrare l'Eucaristia e confessare
3. In Italia vi sono diocesi chiamate Eparchie in cui i preti si sposano, se vogliono.
4. Vi sono poi preti che lasciano il ministero, ma fondano una propria comunità in cui continuano a celebrare VALIDAMENTE ma ILLECITAMENTE.
Non è un bel casino? | |
 | | SE UN PRETE (O UNA DONNA) E'IN CRISI... | |
|  | Non pretendo di essere esaustivo, ma vorrei dare qualche consiglio a qualche confratello che mi legge e che ha un rapporto con una donna.
Rapporto, beninteso, che vuole concludere con un matrimonio.
Non considero qui i preti farfalloni che fanno i tombeurs des femmes.
1. verificare con la compagna se questo rapporto non è un capriccio, solo bisogno di sesso, solo bisogno di appoggiarsi ad un cuore femminile (anche lei deve fare il contrario)
2. Consigliarsi con qualcuno. Potrebbe essere il padre spirituale, un amico prete, oppure anche con uno di noi che ha lasciato il ministero.
3. Entrambi possono confrontarsi come coppia con chi è già passato attraverso questa esperienza. Paola ed io in questi anni abbiamo ascoltato ed aiutato come abbiamo potuto tanti preti e donne in crisi. Non sempre il rapporto è sfociato nel matrimonio. E siamo contenti che sia stato così.
4. Se decidono di sposarsi, vale la pena che :
- ne parlino con i genitori (è brutto mettere davanti i propri cari al fatto compiuto)
- lui comunichi la cosa al vescovo dandogli i tempi per poter organizzare la parrocchia o la comunità religiosa
- comincino a metter via qualche soldo perchè serve
- pensino a dove vivere
- egli pensi ad un lavoro a lui congeniale e si dia da fare a cercarlo leggendo le inserzioni sui giornali locali dove decidono di andare a vivere o mandando curricula.
Dubbio: è bene scrivere che si è stati preti della chiesa cattolica?
La risposta è no. Nel curriculum vitae non interessa se sei stato un prete. Interessa cosa sai fare. Poi...una volta inserito nell'ambiente di lavoro...allora...si può dire, se è il caso.
5. Dire qualcosa in parrocchia? Secondo me no. Di sicuro non dall'altare. E' bello comunicarlo ai collaboratori uno o due giorni prima che tutto si avveri. Così non si sentono esclusi. Eviterei clamori di annunci stampa o altro. |
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 | | IL PRETE E LA SUA DONNA SI SPOSANO | |
|  | 1. All'inizio si va a convivere.
Poi ci si può sposare in municipio e qui non esistono formalità. Si va all'ufficio di stato civile e si chiede di sposarsi. Può accadere che il vescovo - se ci si sposa in diocesi - chieda di non rendere pubbliche le pubblicazioni. In questo caso il comune non può far nulla e bisogna andare in Tribunale dal Presidente che è l'unico deputato per queste cose.
2. Se si è formalizzata a livello civile la famiglia e si desidera anche contrarre matrimonio religioso, si può chiedere la dispensa. Le regole sono descritte nella Lettera Apostolica "Per litteras ad universos" di Giovanni Paolo II.
3. Una cosa importante è andare subito all'INPS locale e verificare la propria posizione contributiva. Vi sono preti che hanno versato una quota al fondo clero dell'INPS tramite bollettini postali.
Dal 2001, mi pare, tutto sia stato unificato. Bisogna richiedere la ricongiunzione della pensione perchè i fondi non vadano perduti e se si è insegnato religione bisogna chiedere come fare per questa posizione
4. Sempre nel comune di residenza bisogna andare a cambiare la professione sulla carta di identità.
I problemi burocatici sono finiti, ma iniziano quelli sostanziali:
A...LAVORO CERCASI
E' l'impresa più ardua per una serie di motivi:
- in genere si ha già una certa età
- non si è mai cercato un lavoro
- non si sa come presentare un curruculum
- si ha un certo complesso di inferiorità nei rapporti
- non si sa se vale la pensa dire che si era preti oppure che si è insegnato, che ci si è occupati di problemi sociali...il panico arriva quando ti chiedono referenze
Il mio consiglio:
- il lavoro bisogna cercarlo prima esplorando varie possibilità sui giornali
- il curriculum va preparato prima aiutandosi con molte possibilità che sono offerte on line
- bisogna darsi un termine entro il quale lasciare il ministero e comunicarlo al vescovo dicendogli che consenta un sei mesi circa per trovare lavoro
- sconsiglio di supplicarlo di far insegnare religione, se lui non lo propone
- sconsiglio di fidarsi della Curia o dello stesso vescovo: la mia esperienza è stata di una delusione cocente
- sconsiglio di rivolgersi a imprenditori che si sono conosciuti durante il ministero: tanto erano prodighi prima, tanto saranno uccelli di bosco poi
- in una parola: è meglio fare da soli. |
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| Mio libro sul tema del prete che lascia la chiesa cattolica per sposarsi.
Tratto la mia ed altre esperienze, storia del celibato, riflessioni e proposte.
Editrice: Comunicarte- Mozzate (CO)
Euro 10,00
Richiedere direttamente alla casa editrice: info@comunicarte.eu Tel 0331833831 |
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IL CELIBATO DI UN NEO CARDINALE
(20 ottobre 2008)
Sandro Magister, vaticanista de "L'Espresso" così riferisce:
"Tra i nuovi cardinali che il 21 ottobre ricevono la berretta color porpora ce n´è uno pericolosamente loquace.
È lo scozzese Keith Michael Patrick O´Brien, arcivescovo di Saint Andrews ed Edinburgo.
Il giorno dopo che il papa aveva annunciato la sua nomina, ha parlato a favore del clero sposato, del clero omosessuale e della pillola contraccettiva. Creando in Vaticano una comprensibile irritazione.
Il 7 ottobre s´è rimesso in riga. Ha colto occasione dall´insediamento di un nuovo canonico nella sua cattedrale per recitare una solenne professione di fede, con la mano sopra la Bibbia. Al termine della quale ha recitato testualmente:
"Io attesto che accetto e intendo difendere la legge del celibato ecclesiastico così come proposta dal magistero della Chiesa cattolica; io accetto e prometto di difendere l´insegnamento ecclesiastico sull´immoralità dell´atto omosessuale; io accetto e prometto di predicare sempre e dovunque ciò che il magistero della Chiesa insegna riguardo alla contraccezione".
Ma una settimana dopo s´è rimangiata la prima di queste tre promesse tornando a caldeggiare l´idea di un clero sposato. L´ha fatto in un´intervista al "Daily Telegraph". Nella quale ha detto che ai vertici della Chiesa è ora se ne discuta.
E a suo sostegno ha portato due fatti. Il primo è che "in molte delle Chiese orientali in unione con Roma c´è già un clero sposato". Il secondo è che "vi sono preti sposati anche in varie diocesi cattoliche dell´Inghilterra e del Galles".
Verissimo. Il secondo caso è quello dei preti con moglie e figli convertiti dall´anglicanesimo al cattolicesimo. Sono alcune decine in Gran Bretagna e in Nordamerica e il Vaticano bada che non abbiano incarichi di rilievo e se ne stiano nell´ombra.
Ma il primo caso è molto più cospicuo. I preti sposati di rito orientale sono alcune migliaia e il Vaticano teme - non da oggi - che essi trasmettano il contagio alla Chiesa d´occidente: se loro sono legittimamente sposati, perché non lo potranno essere anche i preti di rito latino?
Una prova delle contromisure che il Vaticano ha preso per fermare il contagio è in un passo compiuto la scorsa estate dalla conferenza episcopale italiana.
La Cei ha chiesto ai vescovi cattolici dell´Ucraina di non mandare più in Italia sacerdoti sposati, a prendersi cura delle migliaia di loro connazionali immigrati. E perché? Perché "creerebbero confusione tra i nostri fedeli".
La confusione deriverebbe proprio dal fatto che hanno moglie e figli. Mentre infatti i preti cattolici di rito latino sono obbligati a essere celibi, quelli d´oriente, pur cattolici anch´essi, sono per la gran parte sposati per tradizione antichissima. E finché gli uni e gli altri se ne stanno nei rispettivi paesi d´origine, al Vaticano sta bene. Ma appena i preti orientali sposati emigrano e si mescolano ai celibi, Roma entra in allarme. Il Vaticano ha chiesto agli episcopati d´occidente di alzare uno sbarramento e la Cei l´ha subito fatto, al pari di altri episcopati europei.
La Chiesa ucraina non l´ha presa bene. La quasi totalità dei suoi preti sono sposati, e quindi non più accettati in Italia. Ma c´è dell´altro. Accusano la Cei di usare due pesi e due misure, perché anche in Italia esiste da secoli un clero cattolico sposato, italiano, con tutti i crismi della legittimità. È quello delle diocesi di rito greco albanese, in Calabria, Basilicata e Sicilia. Di preti sposati queste diocesi ne hanno oggi una dozzina e se li tengono stretti. Sono parroci in paesetti di montagna, più un altro, Sergio Maio, che vive a Milano e dice messa in rito greco ogni domenica nella centralissima chiesa dei santi Maurizio e Sigismondo, in corso Magenta.
A metà del secolo scorso il Vaticano era riuscito a estirpare questa prerogativa delle diocesi greco albanesi in Italia. Finché nel 1970 il vescovo di Lungro degli Albanesi s´impuntò e riprese a ordinare preti sposati, com´era suo diritto. In sua difesa, in curia, intervenne il cardinale Johannes Willebrands. Ma non gliela perdonarono. Passi per i preti sposati di qualche sperduto paesino, ma a Roma, nel centro della cattolicità d´occidente, mai. Un diacono cinquantenne di Lungro, colpevole d´abitare a Roma con la famiglia, aspetta invano da vent´anni d´essere ordinato prete.
Però almeno i preti sposati italiani di rito greco sono tollerati. E allora perché non anche gli ucraini, o i romeni, o i polacchi? In Polonia orientale c´è una vasta regione, la Galizia, col proprio rito e col clero sposato, con uno statuto d´intesa con Roma vecchio di quattro secoli. E cinque anni fa il cardinale Angelo Sodano intimò a questi preti sposati di "far ritorno in patria", cioè in Ucraina, senza badare che essi erano sempre vissuti lì e semmai a spostarsi erano stati i confini, in seguito alla seconda guerra mondiale. In Vaticano si attivarono in loro difesa i cardinali Achille Silvestrini ed Edward Cassidy, e Sodano annullò l´ordine. Ma la linea dominante in curia resta quella del "cuius regio eius et religio": niente mescolanze tra preti celibi e sposati nello stesso territorio.
Anche a costo di pagare prezzi salati, come è capitato in America. Nel 1912 Roma vietò ai vescovi ucraini degli Stati Uniti e del Canada, là emigrati assieme a un milione e mezzo di loro connazionali, di ordinare preti sposati. L´imposizione provocò un´autentica ribellione, che finì con un abbandono in massa della Chiesa cattolica e col passaggio alla Chiesa ortodossa. Quelli rimasti fedeli al papa si adattarono ad aggirare l´ostacolo con l´astuzia. Da allora gli aspiranti sacerdoti fanno ritorno in Ucraina, si sposano, diventano preti, e a cose fatte rientrano in America, col pieno consenso dei loro vescovi.
Anzi, da qualche tempo i vescovi ucraini e di rito melkita residenti in America non obbediscono nemmeno più al divieto del 1912, formalmente ancora in vigore. A osservare un analogo comando dei tempi di Pio XII sono rimasti, negli Stati Uniti, solo i ruteni. La questione è all´ordine delgiorno della congregazione vaticana per la Chiese orientali. Ma regnante Giovanni Paolo II, tenace difensore della regola celibataria, è difficile che Roma ceda.
Il loquace neocardinale O´Brien, evidentemente, già pensa al dopo.
COMMENTO:
Il futuro card.O'Brien non dice nulla di nuovo, non è eretico e non contravviene ad alcun principio della fede. E' semplicemente realista e, aggiungo, evangelico.
Non so come andrà a finire perchè ha ingaggiato un braccio di ferro con dei colleghi che sono potentissimi e che, essendo ogni giorno a Roma, a furia di lasciar cadere una parolina qua ed una là, finiranno per sostenere lo statu quo senza che non accada nulla di nuovo.
O meglio: continuerà ad accadere che i preti si sposeranno in segreto e continueranno ad avere figli e ad esercitare il ministero, continuerà ad accadere che altri preti lasceranno il ministero e si sposeranno, continuerà la discrepanza - tutta ipocrita - di un clero celibe per legge contro un clero non celibe per la stessa legge che consacrerà l'Eucaristia e predicherà la Parola come il clero non celibe.
Fino a quando?
Forse fino a quando O'Brien diverrà papa. Se lo diverrà. | |
CONTRORIFLESSIONE SULLE AUTENTICHE RADICI SPIRITUALI DELLA VOCAZIONE
Di Ernesto Miragoli
Padre Antonio Maria Sicari, Carmelitano, Consulente presso la Congregazione del Clero, ha pubblicato, ne "L'Osservatore Romano" del 20 settembre 2008, un'interessante ed affascinante riflessione sulle radici spirituali della vocazione celibataria ritenuta consustanziale al sacerdozio ministeriale nella Chiesa Cattolica Occidentale.
La riflessione ha una valenza particolare non solo perché pubblicata sull'organo ufficiale della Santa Sede, ma anche perché firmata da un Consultore della Congregazione del Clero.
Viene spontaneo interrogarsi sul motivo della pubblicazione della riflessione di un autorevole Membro della Congregazione del Clero sul tema del celibato che sembra intempestiva in un periodo in cui non si presentano eclatanti casi di ribellione allo stesso. I tempi di Milingo sono passati e quelli di Sguotti pure. Ogni tanto qualche prete sposato fa sentire la propria voce oppure qualche prete o vescovo lascia il ministero per amore di una donna, ma…siamo nella norma. Al di là di volere o meno innescare un processo alle intenzioni della Congregazione del Clero o della Santa Sede, la riflessione di Sicari a me sembra tempestiva perché esce a ridosso del Sinodo Universale che, trattando il tema della "Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa", inevitabilmente dovrà trattare, sia pure in secundis, quello degli annunciatori della Parola fra i quali vi sono anche i sacerdoti che la Chiesa di Roma insiste a volere maschi e celibi.
Mi permetto qualche annotazione alla riflessione di Padre Sicari.
La premessa dell'articolo è molto suggestiva: in un crescendo rossiniano di interrogativi l'Autore sintetizza quasi tutte le obiezioni che da sempre sono poste al tema del celibato obbligatorio e termina con una proposizione che sviluppa il pensiero successivo:
" Che cosa rispondere a chi vedeva nella legge ecclesiastica del celibato "un'ingiusta violenza e un ingiustificabile disprezzo di valori umani della creazione" e temeva che i candidati al sacerdozio giungessero ad accettarla passivamente, con una formazione "in ogni caso sproporzionata all'entità, alle difficoltà oggettive e alla durata dell'obbligo" che dovevano assumersi?
A tutte queste obiezioni - già elencate nei primi numeri dell'enciclica - (L'Autore si riferisce alla Sacerdotalis Coelibatus di Paolo VI nn. 5-13) – Paolo VI diede una risposta puntuale ed accorata. Più di quarant'anni sono ormai passati da allora, ma esse, anziché sciogliersi, si sono forse consolidate ed acuite, anche nella mente e nel cuore di alcuni preti.
Ci sembra, tuttavia, che l'urgenza ecclesiale dei nostri tempi non sia quella di investigare ancora sulle obiezioni, ma quella di rintracciare, nell'animo e nell'esperienza degli stessi sacri ministri, le radici "malate" da cui esse potrebbero sempre nuovamente germinare. "
Quali queste "radici malate", secondo Padre Sicari?
a) la prima sta nell'ambiguità della formulazione "legge del celibato" che, per P.Sicari, significherebbe qualcosa che il soggetto percepirebbe in negativo: una legge, in genere, è proibitiva, limitante e coercitiva. Siffatta percezione porterebbe il sacerdote a vivere in negativo un carisma che ha un carattere positivo. La conclusione dell'Autore è che chi dovesse trovarsi a trasgredire tale legge, avvertendone la colpa, si sente lacerato interiormente. P.Sicari conclude: "…una legge del celibato così intesa non esiste".
No, invece, esiste una legge del celibato che è proprio così. E' una legge che obbliga il prete cattolico di rito romano ad essere celibe. Se celibe non è o non vuole esserlo, prete cattolico romano non può essere. Solo per amore della discussione accademica: chi volesse esercitare il sacerdozio ministeriale perché si sente chiamato in tal senso a realizzare la vocazione della propria vita, ma si sentisse chiamato anche ad amare una donna, avere dei figli, dovrebbe migrare – se disgraziatamente è nato a Roma, Parigi, Colonia, Vienna, Budapest o comunque in qualche stato dell'Europa governata dalla chiesa di Roma- in qualche diocesi locale dove esiste la chiesa cattolica di rito romano non occidentale.
Non è questa una coercizione?
L'Autore avvalora la propria argomentazione affermando che:" La legge della Chiesa d'Occidente non assegna il carisma del celibato a coloro che sono chiamati al sacerdozio, ma dice che sono chiamati al sacerdozio coloro che hanno ricevuto da Dio il carisma della verginità consacrata. C'è sì una "legge", ma essa consiste, appunto, nel rivendicare alla Chiesa il diritto di "chiamare al sacerdozio" soltanto quelli che essa vuole e reputa adatti."
Mi stupisco che non si sia accorto che, per avvalorare la propria tesi, si rifaccia ancora alla parzialità della legge della Chiesa d'Occidente. E', infatti, solo la legge canonica della chiesa occidentale che stabilisce che sacerdoti debbano essere solo coloro che hanno il carisma della verginità consacrata.
Carisma, sostiene Sicari, che è stato donato da Dio. Si deve dedurre che Dio fa una distinzione di persone: se qualcuno nasce in Occidente e vuole farsi prete, deve cercare di scoprire se ha il carisma della verginità, se nasce in Oriente, no. Se uno nasce a Como e vuole farsi prete, deve prima scoprire se ha il carisma verginale, se nasce a Piana degli Albanesi, no.
Non solo: la legge rivendica alla Chiesa il diritto di chiamare al sacerdozio solo quelli che essa reputa adatti e, fra i requisiti insindacabili, vi è quello del celibato perfetto per il Regno dei Cieli. A prescindere dal fatto che è giusto che ogni società si faccia delle leggi che servono per meglio regolarsi, vi è da chiedersi se la Chiesa si sia accorta solo dopo un millennio abbondante che il celibato fosse necessario per i propri preti. Viene anche da chiedersi perché la stessa Chiesa abbia continuato a chiudere un occhio anche dopo il Concilio Lateranense che sancì definitivamente l'obbligo del celibato, continuando a mantenere nelle proprie file preti, vescovi, abati, cardinali e persino papi che non furono proprio un modello di verginità assoluta.
Viene ancora da chiedersi se debba essere la Chiesa a reputare adatti i preti. E qui la domanda diventa più profonda: quale Chiesa deve decidere sull'idoneità dei propri preti? La Chiesa Gerarchica o la Chiesa Popolo di Dio costituita anche dalla Chiesa Gerarchica? Chi ha delegato alla Chiesa Gerarchica la funzione di scegliere i preti e decidere che requisiti essi debbano avere per essere dispensatori dei Misteri di Cristo?
b) la seconda "radice malata" consiste nel "… chiedersi se la formazione dei candidati al sacerdozio, offerta oggi nei seminari, rispetti davvero questa logica profonda. Il carisma del "sacro celibato" ha un contenuto spirituale proprio, caratterizzato dal "sacerdozio" col quale deve "convenire". Si tratta di una verginità propriamente sacerdotale: dovendo agire "nella persona di Cristo" (nell'annuncio della Parola e nell'offerta del Sacrificio), il ministro si coinvolge "verginalmente", decidendo per "una relazione personale più intima e completa con il mistero di Cristo e della Chiesa a vantaggio dell'intera umanità" (Sacerdotalis Caelibatus, n. 54).
Convengo con P.Sicari che ci si debba chiedere se i seminari moderni contemplino il celibato nella propria offerta formativa. Non convengo sul fatto che il carisma del celibato abbia un contenuto spirituale proprio che deve convenire con il sacerdozio. E', questo, un postulato a mio avviso inaccettabile perché non mi sembra che chi agisce "in persona Christi" debba essere coinvolto solo ed esclusivamente in modo verginale.
Una prova per tutte? I diaconi permanenti annunciano la Parola e distribuiscono il Pane, amministrano i sacramenti dell'Unzione, del Battesimo e del Matrimonio, celebrano i sacramentali dell'ufficio funebre e delle benedizioni e possono essere scelti fra uomini sposati.
Ancora: i primi che agirono "in persona Christi" furono scelti dal Cristo stesso che non si peritò di verificare se avessero moglie e figli.
Di più: il ministro che decide per una relazione personale più intima e completa con il mistero di Cristo e della Chiesa a vantaggio dell'intera umanità, è lo stesso ministro ortodosso, anglicano o romano di rito orientale che, con moglie e figli a carico, celebra il Mistero. O no?
c) P.Sicari conclude richiamandosi a tre consigli evangelici: povertà, castità, obbedienza.
Qui non lo seguo proprio. Posso capire che da monaco carmelitano insista su questi tre capisaldi della vita monastica. Ma non è detto che un prete secolare debba vivere la vita monastica. Tutti sappiamo, infatti, che il monachesimo fu di grande aiuto alla civiltà occidentale nel superare le crisi sociali ed ecclesiali dell'Alto e del Basso Medioevo e dobbiamo grande riconoscenza ai monaci ed ai monasteri, ma sappiamo anche che fu proprio quel modello che fu preso a prestito per riforgiare una società ecclesiale che creò gli squilibri dei secoli successivi. Jean Guitton, ricordando quest'epoca storica e la sua spiritualità, proponendo una spiritualità nuova per il cristiano del Vaticano II, commentò che in seguito allo strapotere monastico:"…il prete è un monaco in sedicesimo e il laico un monaco in trentaduesimo". Ma preti e laici credenti nel Cristo di Dio non hanno il problema di fotocopiare una spiritualità, bensì di viverne una propria. I tre consigli evangelici che per i monaci sono voti, possono rimanere per chi monaco non vuole farsi solo e semplicemente consigli. | |
Dal sito: www.ildialogo.org
(traduzione di Stefania Salomone)
UN PRETE SPOSATO COL PERMESSO ROMANO
9 giugno 2008
Non è certo una prassi usuale per la Chiesa Cattolica. Il papa ha riconosciuto a un prete sposato, padre di quattro figli, il diritto di essere ordinato prete ed esercitare il ministero. Quest’uomo è Jan Kofron, segretario del vescovo di Praga Vàclav Maly, e la sua storia mette in luce un aspetto sconosciuto della Chiesa Cattolica in questi termini.
Alla base di questo caso senza precedenti, ci sono 50 anni di passato comunista: sotto il regime totalitario, alcuni preti e vescovi sono stati ordinati in segreto. Fra questi, ce ne sono alcuni che hanno scelto di sposarsi per non attirare l’attenzione. Parlando in generale, la sopravvivenza della Chiesa Cattolica in un regime totalmente refrattario alla religione passa attraverso il superamento di alcune regole canoniche. Infatti, sono state ordinate anche alcune donne.
Tutte queste "anomalie" hanno avuto un merito: mantenere attiva la chiesa anche sotto persecuzione. Jan Kofron è stato ordinato in segreto sotto il regime comunista, quando era già sposato. E’ entrato poi a far parte della "Chiesa sotterranea" cecoslovacca, che potremmo definire, in analogia ai movimenti di dissidenti "Chiesa underground".
Il 1989 porterà la libertà, ma al contempo porterà reali problemi al Vaticano, che guarda con sospetto questa comunità ecclesiale sotterranea in Cecoslovacchia. Roma richiede ai preti di essere ordinati 1989 "sub conditione", come si dice in gergo ecclesiastico. Questa procedura è stata utilizzata già nei casi in cui i preti anglicani si sono convertiti al cattolicesimo. I preti cecoslovacchi celibi invece sono rientrati automaticamente nei ranghi della chiesa di Roma. I preti sposati invece sono entrati nella chiesa di rito orientale che non prevede il celibato obbligatorio.
Sono già tre settimane che il vescovo di Praga, Vàclav Maly, ha ordinato l’anziano prete clandestino, Jan Kofron "sub conditione", che ne aveva fatto domanda dopo lunga riflessione:
"Ho deciso di fare il passo in un momento di crisi personale. Inoltre sono 17 anni che svolgo servizio presso l’ospedale psichiatrico Bohnice di Praga, e mi reco in queste case per anziani per parlare con loro. Mi sono reso conto che potevo svolgere il servizio amministrando loro i sacramenti".
Una decisione inizialmente difficole, poiché dal punto di vista della chiesa tale ordinazione prevede che un soggetto non sia mai stato ordinato prima. E’ difficile per questi preti clandestini anziani ammettere questo poiché si tratterebbe di invalidare l’ordinazione precedente.
Per Jan Kofron, questo evento è stato una sorta di liberazione interiore:
"Dapprima ho avuto problemi ad accettarla. Ma i timori sono spariti e ho accolto questa ordinazione con gioia. Il supporto della mia famiglia è stato particolarmente importante, specialmente dopo aver preso la mia decisione. Questa ufficializzazione mi ha dato la possibilità di vedere mia moglie veramente felice".
Il fatto che Papa Benedetto XVI abbia permesso l’ordinazione di Jan Kofron è considerato un passo in avanti da tutta la comunità ecclesiale clandestina cecoslovacca, che si è sempre sentita abbandonata da Roma. | |
Presso la Congregazione del Clero, ha avuto luogo una teleconferenza sul tema del celibato. Sono intervenuti vari relatori. Qui pubblichiamo il loro intervento, scelto da diversi, con un nostro breve commento.
Maggiori informazioni si possono trovare sul sito www.clerus.org alla voce “Celibato”
Il prof. Alfonso Carrasco Rouco della Facoltà di Teologia" San Dámaso"di Madrid, il 28 aprile ha tenuto la seguente relazione sull’origine apostolica del celibato sacerdotale .
L'affermazione di un'origine apostolica del celibato sacerdotale può risultare intrigante ancora oggi, e perfino sembrare contraria a un'opinione abbastanza generalizzata per la quale si tratterebbe in realtà di un'innovazione introdotta a poco a poco dalla Chiesa latina,(effettivamente fu così perché così dice la storia,cfr.un testo per tutti:la Storia della Chiesa di Danielou-Marrou edita da Marietti. Danielou era un gesuita che divenne arcivescovo e cardinale di Parigi) che avrebbe acquisito la sua forma definitiva nel secondo millennio, soprattutto attraverso le decisioni prese nella riforma gregoriana e confermate definitivamente nel Concilio di Trento, dopo un lungo periodo di resistenze. La tradizione orientale, invece, avrebbe conservato meglio la disciplina originale.
Tuttavia, la tradizione latina si era sempre pensata in continuità con le origini, e lo sviluppo degli studi storici a questo rispetto, motivato, in particolare, dalle gravi critiche dirette al celibato nella Riforma protestante, aveva portato a considerare generalmente come certa, fino alla fine del secolo XIX, l'origine apostolica del celibato. [1] Come simbolo di questa convinzione, si può citare la famosa affermazione di J. H. Newman nella sua Apologia pro vita sua: "C’era anche lo zelo con cui la Chiesa romana manteneva la dottrina e la regola del celibato, che io riconoscevo come apostolica, e la sua fedeltà a molti altri costumi della Chiesa primitiva".
I dubbi sorti su questa questione, dopo che si era estesa l'opinione contraria, difesa in sede di dibattito scientifico da F. X. Funk alla fine del secolo XIX, sono stati superati in buona misura dalla ricerca storica degli ultimi decenni. [2]
Il primo riferimento documentale conservato su questa questione è il canone 33 del Concilio di Elvira (± 305): “È stata decisa la seguente proibizione completa ai vescovi, ai presbiteri, ai diaconi e a tutti i chierici a cui è affidato un ministero: che si astengano dalla propria moglie e non generino figli; e chiunque lo facesse, che venga privato dell'onore dell’ordine clericale" [3].(questo concilio era provinciale e quindi non aveva alcun valore universale). A ciò si aggiungano due decretali di Papa Siricio [4] e le decisioni del II Concilio di Cartagine (390). Tutti i testi testimoniano chiaramente quella che potrebbe essere chiamata una disciplina della continenza (o castità) perfetta, richiesta a vescovi, presbiteri e diaconi, dei quali si dà ovviamente per scontato che si tratta, in generale, di uomini sposati.
Non sembra esistere un fondamento storico per argomentare che il Concilio di Elvira abbia voluto introdurre una novità nella vita del clero. [5] Ciò non si deduce tanto dall'assenza di documentazione anteriore, che potrebbe essere andata persa o essere stata distrutta nelle persecuzioni; ma, soprattutto, non sembra possibile introdurre come novità un'esigenza simile, che comporterebbe conseguenze tanto grandi per la vita della Chiesa e del clero, senza motivarla minimamente e senza che risulti la benché minima opposizione nel nome di quella che dovrebbe essere stata la tradizione anteriore. Non esiste neanche una base storica documentata per argomentare l'esistenza di tali disposizioni tradizionali anteriori e differenti rispetto all'uso del matrimonio per il clero. Il Concilio di Elvira sembra imporre, piuttosto, misure disciplinari in una questione generalmente conosciuta, ma non sempre rispettata.(da dove trae questa affermazione?)
D'altra parte, bisogna segnalare che gli interventi papali e conciliari indicati sono d'accordo nel presentare questa esigenza di continenza perfetta come proveniente dalla tradizione apostolica e come presente nella Chiesa sin dall'inizio. La testimonianza di differenti Padri della Chiesa di quell’epoca [6] sembra confermare che questa forma di vita in castità piena di vescovi, presbiteri e diaconi, che dopo l'ordinazione vivono con le loro mogli come se fossero sorelle, era comune in Oriente e in Occidente.
Le differenze sulla questione della continenza sacerdotale cresceranno in mezzo alle difficoltà che presentava il metterla in pratica, anche sotto l’influsso di altre circostanze della storia della Chiesa. Concretamente, in linea con la regolazione del Corpus giustinianeo (534), la decisione disciplinare del Concilio Quinisexto (692), non riconosciuta dalla Sede romana, canonizza alcune limitazioni dell'esigenza di castità nell'uso del matrimonio per presbiteri e diaconi, a differenza del caso dei vescovi (canone 12), che chiede solo una continenza temporanea, quando si avvicinano all'altare ed entrano in contatto con le cose sacre (canone 13). Il Concilio trullano vuole appoggiarsi per questo aspetto al già citato II Concilio di Cartagine, benché, in realtà, ne modifichi l’insegnamento. [7]
Non è necessario entrare qui nella valutazione del significato delle differenti evoluzioni storiche. Basta constatare che questa normativa canonica sarà determinante per la Chiesa di tradizione orientale, mentre quella latina seguirà un percorso di difesa piena della continenza (in base a quale tradizione?in base a quali prove documentate? Nessuna!) dopo l'ordinazione che, attraverso le trasformazioni della storia, finirà per esprimersi nella legislazione del secondo millennio sul celibato sacerdotale. Quindi con questo si può già intravedere la linea storica che va dalle origini apostoliche all'attuale disciplina del celibato.
D’altra parte, ci sembra importante evitare un equivoco che potrebbe mettere in dubbio l'apostolicità di questa tradizione. Comprendere questa esigenza di continenza in relazione con una purezza cultuale o rituale, potrebbe introdurre una comprensione unilaterale che correrebbe il rischio di non trovare un adeguato fondamento neotestamentario. Queste prospettive potevano essere favorite da influssi culturali o da mentalità religiose, e potevano ricevere perfino qualche appoggio dall’interpretazione del sacerdozio veterotestamentaria, considerata figura del vero sacerdozio di Cristo - e, certamente, in questa linea si collocavano i canoni trullani.
Benché questa percezione della purezza culturale possa trovare un’eco anche nei documenti ecclesiastici, [8] la prospettiva fondamentale di comprensione è stata ed è un'altra. L'insegnamento della Chiesa aveva sin dall'inizio un fondamento neotestamentario, come si può vedere nell'argomentazione di Papa Siricio, che risponde precisamente a chi si appoggiava sull'esempio del sacerdozio levitico per difendere l'uso del matrimonio dopo l'ordinazione: "… il Signore Gesù… afferma nel suo Vangelo che è venuto a completare la legge, non a distruggerla (Mt 5,17). Per questo motivo ha voluto che la forma di castità della Chiesa, di cui Egli è lo Sposo, irradiasse con splendore… Tutti noi leviti e sacerdoti siamo obbligati dall'indissolubile legge di queste sanzioni, cioè che dal giorno della nostra ordinazione consacriamo i nostri cuori e i nostri corpi alla sobrietà e la castità, per piacere in tutto al nostro Dio nei sacrifici che giornalmente gli offriamo" [9].
La continenza perfetta è riferita chiaramente alla figura di Gesù Cristo che porta alla sua pienezza la Legge e anche il sacerdozio, e inaugura la forma di vita della perfetta castità: [10] “ci sono altri che si sono fatti eunuchi per il Regno dei cieli" (Mt 19, 12). [11] I testi normalmente facevano riferimento anche, in secondo luogo, agli stessi Dodici, che hanno dato un esempio della vera sequela, lasciando tutto - case, fratelli, sorelle, genitori, madri, figli, campi - nel nome di Gesù. [12] (Qui commento: i Dodici lasciarono tutto per seguire Gesù. Così dice il Vangelo, ma non è provato che non portassero con sé le mogli. Non è provato che non ebbero più rapporti con le famiglie. Anzi…è singolare che dai vangeli non traspaia nulla sulle famiglie degli apostoli. Sembra che esse siano state accuratamente cancellate.)
Negli insegnamenti paolini si scopriva poi la realizzazione di questo stile di vita apostolico: anche Paolo segue Cristo celibe, "senza preoccupazioni" rispetto alle cose del mondo e dedito con tutto il cuore al Signore (1 Cor 7, 32-34). La sua testimonianza sugli altri apostoli, che portano con sé una "donna credente" (1 Cor 9, 5), non fu mai compresa in riferimento ad una presunta vita matrimoniale. Al contrario, l'esempio di Paolo mostra come il ministero apostolico viva un amore geloso per la Chiesa, per presentarla come "vergine casta a Cristo" (2 Cor 11, 2; Ef 5, 25-32). L'insegnamento delle lettere pastorali era compreso nello stesso senso: Paolo chiede che i candidati all'episcopato, al presbiterato o al diaconato siano "unius uxoris vir" [13], per indicare che dovevano essere persone capaci di conservare la continenza, cosa che non si poteva sperare in altri casi. [14]
Perciò, l'esigenza di rinunciare all'uso del matrimonio era vista come radicata nella tradizione apostolica, come forma di sequela di Cristo animata dalla sua chiamata e dal suo insegnamento esplicito. La questione della purezza rituale, riferita all'esempio veterotestamentario, risultava marginale nella fondazione di questa tradizione. [15]
In conclusione, si può dire che anche oggi è possibile affermare con buona coscienza storica l'origine apostolica del celibato, in continuità con la posizione difesa dalla Chiesa nel secolo IV e in maniera continuata d'allora in poi, nonostante la costante presenza di sfide in questioni teoriche e pratiche.
Conviene sottolineare, in particolare, l'insieme di luoghi neotestamentari utilizzati per motivare questa esigenza come propria della vita apostolica di vescovi, sacerdoti e diaconi. Il magistero posteriore, infatti, non solo farà regolarmente ricorso a questi stessi testi, ma gli studi esegetici contemporanei confermano la fecondità di questo avvicinamento tradizionale alla Scrittura. [16]
Gesù non fu celibe per nessun’altra ragione che per la sua piena dedizione personale alla missione affidatagli a beneficio del Regno di Dio (Mt 19, 12), che implicava un amore molto concreto e reale, coinvolgendo tutto il cuore e tutto il proprio essere, verso il Padre e, pertanto, verso gli uomini, per la cui salvezza avrebbe consegnato il suo corpo e il suo sangue sulla croce, e ai quali avrebbe in seguito offerto la comunione escatologica nella sua umanità resuscitata. Perciò, il celibato per il Regno dei cieli si spiega solo come espressione della proesistenza di Cristo, dell'amore più grande vissuto da Lui e del quale partecipano particolarmente i Dodici, chiamati e inviati dal Signore a collaborare alla sua missione. In questo senso si esprime certamente Paolo nei testi citati, sottolineando la consegna personale, piena e libera, al ministero apostolico, mostrando che non è possibile separare la missione affidata dal Signore dal dono della propria esistenza nella sua sequela. Gli studi più recenti mostrano, in realtà, l'esigenza di una continenza piena sin dai primi tempi, e testimoniata probabilmente già nelle lettere pastorali [17] - come, d'altra parte, erano state tradizionalmente comprese.
Rimane, tuttavia, un'ultima obiezione contro la considerazione dell'origine apostolica di questa esigenza di continenza perfetta - e, pertanto, del celibato: il fatto che si tratti di un dono dello Spirito ("chi può capire, capisca": Mt 19, 12) che Paolo presenta esplicitamente come un carisma (1 Cor 7, 7). Ma questo presuppone una comprensione unilaterale del carisma, come se fosse un dono quasi naturale, senza relazione con l'esercizio della libertà da parte della persona, il che non concorda con gli insegnamenti dello stesso Paolo, che invita ad aspirare ai carismi più alti e ai doni spirituali (1 Cor 12, 31; 14, 1); vale a dire, che invita a fare spazio allo Spirito nella propria vita, tramite e in vista dell'edificazione della comunità cristiana.
Di conseguenza, la regolamentazione legale, propria della Chiesa nella storia, non pretende di sostituire il dono dello Spirito con una legge umana, né mette in discussione che il celibato sia un carisma, ma si capisce che è al suo servizio, riservandosi lo spazio sociale ed istituzionale che faciliti al cristiano la sua ricerca, la sua richiesta e la sua accoglienza. Questa disciplina si basa sulla convinzione, presente nella Chiesa sin dalle origini, del vincolo tra la chiamata al ministero apostolico e il carisma della continenza perfetta o del celibato; e non limita la libertà della persona, ma l'interpella affinché si apra a questo dono dello Spirito, rendendo così possibile, contemporaneamente, andare oltre gli inevitabili condizionamenti sociali che determinano profondamente la percezione dell'amore e della sessualità della persona.
In questo senso, il contrasto con la comprensione della vita e dell'amore dominante nella nostra epoca, nelle differenti culture, fa del celibato sacerdotale un segno profetico della presenza del Regno di Dio nel mondo, delle vere dimensioni alle quali è chiamata ogni vita e ogni amore umano che è possibile sperimentare già nella sequela di Gesù Cristo, ma che si manifesteranno pienamente solo nel compimento escatologico.
In conclusione, tanto dal punto di vista della continuità storica con le origini, come nella prospettiva della sua comprensione teologica più profonda, i dati permettono di affermare l'origine apostolica del celibato sacerdotale, come segno proprio della forma esistenziale di questa partecipazione specifica alla missione di Cristo, come espressione del proprio amore al Signore e della consegna di tutta la propria vita al suo servizio, per il bene della Chiesa e per la salvezza degli uomini.
La relazione è ben fatta, ma forse poco documentata, oppure documentata e fatta ad usum Delphini come le altre. Penso che non ci si debba arrampicare sui vetri per giustificare il celibato partendo da Cristo. Basterebbe una sola argomentazione: Cristo scelse uomini sposati come apostoli (se avesse voluto dar segnali in direzione celibataria, avrebbe scelto solo celibi). Cristo benedisse il matrimonio.
La chiesa apostolica non si pose il problema del celibato. Si pose quello dei “lapsi”, quello dei pagani che per essere cristiani prima dovevano farsi ebrei, quello dell’assistenza alle vedove ed agli orfani istituendo il diaconato…ma non si pose il problema del celibato fino al Concilio di Elvira che, come sappiamo, non fu ecumenico.
Devo dire che mi fanno compassione questi professori che sembrano cortigiani, ma il problema è un altro: come al solito basta tornare alla chiesa delle origini. | |
NE’MI VERGOGNO, NE’ MI VANTO: SONO SOLO CRISTIANO
L’11 ottobre scorso il portale della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli lanciava questa agenzia senza firma di alcuno: (il grassetto è mio)
E’ “sbarcato” ormai anche in Italia quel violento attacca al celibato cattolico che caratterizza da alcuni anni la cultura dominante in Occidente. I quotidiani, i servizi televisivi, le rubriche varie, sono scatenati in indagini, commenti, impressioni ed opinioni, spesso richiesti alle personalità più disparate, sul delicato tema del celibato.
Tale fenomeno è aiutato, non poco, da “incommentabili esempi” d’infedeltà alla disciplina celibataria, i quali, come direbbe San Paolo, “si vantano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi”, e lo fanno perfino pubblicamente, trascinando dietro di sé persone in buona fede le quali, troppo spesso, non hanno gli strumenti sufficienti per comprendere la complessità delle questioni e sono coinvolte dall’umanità dei casi pietosi e dall’istinto irrefrenabile di ridurre tutta la realtà a ciò che “è naturale”.
E’ ormai fuori d’ogni dubbio che si tratti di una “strategia mediatica” la quale, insieme agli attacchi continui alle forme di sovvenzionamento economico della Chiesa Cattolica, intende (peraltro non riuscendoci) demolire l’immagine pubblica della Chiesa, pensando in tal modo di delegittimarne l’insegnamento.
Tralasciando che chi scrive è profondamente convinto che la Verità cammini con le proprie gambe e sia capace di farsi spazio nei cuori, indipendentemente da tutto e da tutti, tuttavia è necessario prendere in esame alcuni aspetti del fenomeno.
Innanzitutto siamo di fronte ad un tentativo di “normalizzare” il Cattolicesimo, di renderlo omogeneo alla cultura dominante, potremmo dire, usando chiare categorie teologiche, al tentativo di “protestantizzare il Cattolicesimo”.
Tentativo, in realtà, già intrapreso da molti e, per grazia, miseramente fallito. L’originalità del Cattolicesimo, la sua irriducibilità a mere categorie sociali o mondane, è legata al mistero stesso dell’incarnazione del Verbo, il Quale, proprio facendosi carne, ha sottratto la carne da Lui assunta alla “normalità” in senso lato, facendone il segno irriducibile (appunto!) della presenza di Dio nel mondo.
La non riducibilità del Cattolicesimo alle categorie socio-culturali dominanti, fonda la propria verità nella pretesa di Gesù di Nazareth, Signore e Cristo, di essere Dio nel Mondo.
Tale pretesa rifulge in modo preminente in coloro che, per Cristo e solo per Cristo, scelgono di offrire tutta la propria esistenza, inclusa la dimensione affettiva e sessuale, per testimoniare Lui, la Sua vittoria sul Maligno e sulla morte.
Il mondo che, dopo duemila anni, cospira incessantemente a tacere di Cristo e della Verità dell’Incarnazione del Verbo, non può tollerare una testimonianza tanto efficace e provocante. Un mondo tutto impastato di istintività incontrollata, di sensualità diffusa, talora di “animalità regressiva” rispetto alla dignità della natura umana, non sopporta che uomini e donne, liberi e fedeli, “gridino” con la propria vita, avendolo scelto liberamente ed essendovi stati chiamanti dal Signore, che Cristo è l’unica ragione per vivere sia nel presente sia nell’eternità.
La Chiesa Cattolica, nella sua sovrana sapienza e libertà, sceglie per il ministero ordinato solo tali uomini. Solo coloro che hanno ricevuto dal Signore il carisma straordinario del celibato e che, per questo, sono in grado di testimoniarlo in maniera somma. Tutti gli attacchi, particolarmente veementi in questi tempi, non riusciranno a cambiare la verità delle cose. Del resto il Signore aveva già avvisato i suoi discepoli e la sua Chiesa: “non a tutti è dato di comprendere ma solo ad alcuni”.
In genere cerco di dialogare e non di polemizzare. Ma…qui ti tirano per i capelli!
Cerchiamo di star calmi e andiamo per gradi.
- Il redattore scrive di violento attacco al celibato cattolico aiutato da incommentabili esempi di infedeltà alla disciplina celibataria. Vorrei ricordare al mio saccente, spocchioso e sconosciuto redattore che il celibato cattolico è tale solo parzialmente perché nella chiesa cattolica (di cui gli mi pare come l’ultimo samurai ) vi sono preti e vescovi sposati (vedasi i vari riti orientali) che sono bravi almeno quanto lui (forse un po’ più tolleranti), santi almeno quanto lui e fedeli al papa (prima che a Cristo), almeno quanto lui. Non solo: il celibato cattolico – caro redattore sconosciuto – è stato imposto per legge di diritto canonico (canonico, non divino, lo sa cosa significa, vero?) e quindi ogni legge che si promulga per il bene di un certo periodo storico, può essere revocata, cambiata, modificata in un altro periodo storico. Quanto poi agli icommentabili esempi di infedeltà alla disciplina celibataria devo dire che vorrei che il redattore li commentasse: si riferisce a gente come il sottoscritto che ha lasciato il ministero, si è sposato chiedendo la dispensa, o si riferisce a preti e vescovi ancora nel ministero che celebrano e pontificano e poi si mettono barba e baffi finti e fuggono a trovare l’amante o giovani efebi?
- L’anonimo redattore dice che in questo vanto generale di cose di cui ci si dovrebbe vergognare, si coinvolgono persone in buona fede le quali non hanno mezzi sufficienti per capire la gravità del problema. A parte che se fossi una di quelle persone, sentirmi dare elegantemente dell’ignorante da un anonimo, mi seccherebbe non poco, qui voglio solo dire che non sta a lui giudicare se tali persone hanno gli elementi culturali per capire ciò che stanno dicendo o facendo. O devono chiederlo a lui? Magari glielo chiederebbero se ne sapessero il nome!
- Arrivo alla “strategia mediatica per demolire l’immagine della chiesa”. Il solito argomento. E la solita risposta: quale immagine di chiesa? Quella dei preti e vescovi celibi? O quella del popolo di Dio che ogni giorno cerca di vivere il Vangelo nel proprio ambiente, testimoniando la verità del Cristo e, ogni tanto, amando carnalmente il proprio uomo o la propria donna perché:”…l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e i due diverranno una carne sola?” (un certo Gesù di Nazareth. A proposito: lo conosce l’anonimo redattore?).
- Il redattore continua e dopo aver affermato che la verità cammina con le proprie gambe e non ha certo bisogno di lui per difendersi (ma allora…perché si affanna tanto?), conclude che si sta tentando di protestantizzare la chiesa cattolica. Ecco il tocco magistrale! Chi pensa che la legge del celibato potrebbe essere cambiata, chi pensa che la chiesa potrebbe essere più povera…anatema (scusate:protestans) sit! E vai con l’affondo ad effetto! Essere protestanti significa andare direttamente all’inferno! Se poi la chiesa cattolica romana coopta come preti nel ministero attivo pastori anglicani o protestanti con moglie e figli a carico…beh…al redattore poco importa. Ma forse non lo sa.
- Voglio anche ricordare all’anonimo redattore che il mondo non cospira a far tacere Cristo e la sua Verità. Queste categorie erano del passato, di un passato un po’ torbido di cui, come cattolico e credente, mi vergogno un poco. Un passato in cui una chiesa-potere soffocava ogni tentativo che sentiva come minaccia al proprio potere brandendo l’argomentazione che si cospirasse contro il Cristo e abilmente argomentando che toccando il sacro si sarebbe stati maledetti. Il mondo, caro anonimo, non ha bisogno di far tacere Cristo o cospirare contro di lui. Il mondo ascolta Cristo al punto tale che si è lasciato convertire da lui. Al massimo ha qualche perplessità quando sente parlare qualcuno che, in nome di Cristo, dice che il sacerdozio deve essere solo celibe e maschile; che usare il profilattico per evitare il sovrapopolamento mondiale è peccato; che ci sono le guerre giuste (come le crociate); che il papa non sbaglia mai (soprattutto quando faceva il papa-re)…e via dicendo. | |
PRETI SPOSATI DIVORZIATI?
L'argomento comincia a circolare. Supponiamo che la chiesa consenta il matrimonio ai propri preti, cioè il sacerdozio uxorato. Supponiamo che la coppia vada in crisi e si separi o che arrivi il divorzio. Supponiamo, infine, che lei o lui si risposino.
Il caso è da manuale accademico.
Ma va affrontato.
Che dire?
Secondo me è un rischio che la chiesa deve correre. Non è questo un argomento sfavorevole al sacerdozio uxorato (o favorevole a quello celibatario).
Può accadere che la vita di coppia di un prete (o di una sacerdotessa, perchè, si sa, io non faccio distinzioni di sesso a tale proposito) entri in crisi. Come può entrare in crisi la vita celibataria del prete non per il celibato forzoso, ma per altre ragioni che non dipendono dalla sfera sessuale.
Prima di arrivare alla separazione o al divorzio vi sono molte strade da percorrere che vanno dal dialogo reciproco, fino a quella della vita di fede che si suppone abbiano entrambi.
Se poi si arriva alla separazione...è un rischio che si deve correre. E qui mi sentirei di dire che l'esercizio del ministero deve essere sospeso. Con tutta la comprensione per la coppia, i figli, il prete o la sacerdotessa.
La vita di una persona al servizio della comunità cristiana che spezza il pane della Parola di Vita, deve essere il più possibile conforme ai dettami del Maestro che su questo punto è stato inequivocabile. | |
E LE DONNE PRETE?
Già...un bel casino.
Prima della mia riflessione riporto queste notizie
Sul Danubio, sul lago Ontario: si diffonde il fenomeno delle donne ordinate sacerdote da gruppi scismatici. C'è anche un sito internet. Il Vaticano deve intervenire e la Congregazione per la dottrina della fede conferma: scomunica.
Un'insolita cerimonia ha turbato la tranquilla routine della comunità cattolica di Rochester, a pochi passi dalle rive del Lago Ontario, nello stato di New York.
Denise Donato, 45 anni, un marito e tre figli, è stata ordinata sacerdote da monsignor Peter Hickman, vescovo cattolico “indipendente” di Orange, in California, appartenente alla chiesa scismatica Spiritus Christi.
“Questo è uno dei giorni più belli della mia vita”, ha dichiarato Denise, raggiante, al termine della cerimonia, circondata da più di 800 persone tra fedeli, curiosi e giornalisti che gremivano la Hochstein Music School di Rochester, dove si è svolta la celebrazione.
Nel novembre del 2001, quando venne ordinata Mary Ramerman, la prima “donna prete” di Rochester, gli organizzatori avevano addirittura dovuto affittare un teatro per accogliere le oltre 3 mila persone accorse per l'evento, mentre all'esterno i parrocchiani fedeli alla Chiesa di Roma protestavano con cartelli e striscioni.
All'ordinazione di Denise ha partecipato anche il “reverendo” Dagmar Celeste, ex moglie del governatore dell'Ohio, Richard Celeste, che lo scorso 29 giugno era stata ordinata sacerdote insieme ad altre due donne austriache e quattro tedesche. In quell'occasione la celebrazione si era svolta su una motonave in navigazione lungo il Danubio ed era stata presieduta dal vescovo scismatico argentino Romulo Antonio Braschi, accompagnato da Ferdinand Regelsberger, ex monaco benedettino. Ad assistere all'ordinazione delle sette “sacerdotesse” c'erano trecento persone: a ciascuna era stato chiesto di pagare un biglietto di ingresso di 100 euro, per ragioni di “autofinanziamento”.
DIBATTITO SUL DIACONATO FEMMINILE
Per arginare il fenomeno delle “donne prete”, il Vaticano è intervenuto ripetutamente negli ultimi mesi. L'ultima volta alla fine del gennaio scorso con un decreto della Congregazione per la dottrina della fede Il provvedimento conferma la scomunica per le sette donne ordinate sacerdote in Austria e ribadisce che tale ordinazione è “nulla e invalida” e che la “pena inflitta” non soltanto “è giusta ma anche necessaria” data la “contumacia” delle sette donne “scomunicate” che stanno “creando circoli di fedeli, in aperta disobbedienza al Romano Pontefice”.
Il timore è che lo “scisma” si allarghi sempre di più, contando anche sull'appoggio del movimento Noi siamo chiesa, diffuso soprattutto in alcuni paesi europei, tra i quali Austria e Germania. “Poiché di questa vicenda si è parlato sui media di tutto il mondo, l'intervento di Roma è stato necessario”, ha commentato in proposito l'arcivescovo di Vienna, cardinale Christoph Schönborn. Si teme inoltre che possa riprendere vigore il dibattito a favore del diaconato femminile che è già stato affrontato dalla Commissione teologica internazionale
ASPIRAZIONE SEGRETA DI SANTA TERESA?
In realtà le iniziative, anche bizzarre, a favore del sacerdozio femminile non sono mancate nemmeno in passato. E' rimasto celebre, ad esempio, il caso dell'americana Baby Burke che il 4 dicembre 1985, vestiti i paramenti sacri, innalzò un'ostia consacrata dentro la basilica di San Pietro e fu trascinata via sotto i flash dei fotografi. Andando ancora più indietro nel tempo, si dice che il vescovo Felix Davidek, detto il “folle di Dio”, nella Cecoslovacchia degli anni della cortina di ferro abbia ordinato sacerdoti uomini sposati e diverse donne, per timore che la Chiesa venisse totalmente annientata dal regime comunista. Una studiosa domenicana statunitense sostiene che persino Santa Teresa di Lisieux avrebbe segretamente aspirato al sacerdozio.
Il Papa, con la lettera apostolica “Ordinatio sacerdotalis” del 22 maggio 1994, ha ribadito che “la Chiesa non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l'ordinazione sacerdotale e questa sentenza deve essere tenuta in modo definitivo da tutti i fedeli della Chiesa”. Ma il vescovo scismatico Braschi protesta: “Non si capisce perché alle donne nella Chiesa vengano affidati soltanto compiti di poco rilievo o di tipo amministrativo, non possiamo accettare questo divieto”. E propone una motivazione teologica: “Soltanto lo Spirito Santo di Dio dona la vocazione. E' lui a decidere ed è chiaro che egli non fa alcuna distinzione tra uomo e donna”. Monsignor Braschi non è nuovo alle ordinazioni femminili, tanto che ha ordinato sacerdote persino sua moglie, Alicia Cabrera, che ora lo assiste nelle celebrazioni religiose.
Per nulla intimoriti dal clamore, i sostenitori delle donne prete si sono organizzati e nel luglio del 1996 in Austria hanno fondato il Wow (“Woman's Ordination Worldwide”), una sorta di coordinamento internazionale per il sacerdozio femminile. C'è anche un sito internet, www.womenpriests.org, dove sono enunciate le ragioni a sostegno di questa rivendicazione di parità. Nel 1999 a Linz è stato inaugurato il primo corso di formazione per le donne che si avviano al sacerdozio. | |
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