PICCOLO GREGGE
Commenti sulla chiesa contemporanea.

La Chiesa sta divenendo per molti l'ostacolo principale alla fede.
Non riescono più a vedere in essa altro che l'ambizione umana del potere, il piccolo teatro di uomini che, con la loro pretesa di amministrare il cristianesimo ufficiale, sembrano per lo più ostacolare il vero spirito
del cristianesimo".
(Joseph Ratzinger)

"Non credo più alle chiese religiose, laiche, culturali. Altro non sono che il luogo nel quale ci rassicuriamo demandando ad esse di occuparci di noi"
(Ermanno Olmi - in occasione della presentazione del suo "Villaggio di cartone")

aggiornato: 25.05.2012
LA FECONDAZIONE ETEROLOGA
(19.5.12)

Il tema della fecondazione eterologa sta interessando parecchio il dibattito morale - teologico, soprattutto in vista della gionata mondiale delle famiglie.
Il tema non è nuovo: da quando è allo studio questa possibilità e si sono ottenuti risultati concreti, ci si chiede da punto di vista morale cattolico se sia lecito o meno procreare in siffatta maniera.
I problemi sul tappeto sono tanti e potrei dilungarmi con perifrasi e concetti astrusi. Preferisco essere sintetico.
La prima cosa da chiarire è la risposta alla domanda: una coppia che si accorge di non poter avere un figlio, mette a rischio la popria comunione?
La risposta, in genere, è affermativa. Un ragazzo ed una ragazza che si sposano, cioè che intendono vivere assieme tutta la vita, prima o poi pensano ad un figlio e se si accorgono che questo non arriva, ricorrono al medico. Scoperto il caso di infertilità (cioè di incapacità di portare a termine una gravidanza per qualche motivo), di sterilità (maschile o femminile) la coppia ha davanti due strade: pensare a come avere un figlio oppure rinfacciarsi reciprocamente la colpa di infertilità e, di conseguenza, mettere a repentaglio la comunione di vita matrimoniale a suo tempo scelta con convinzione.
Va detto che metodi scientifici seri consentono ad un ragazzo e ad una ragazza di conoscere prima del matrimonio se possono esservi problemi di fecondità, ma questo è un altro discorso.
Quasi subito in questo mondo moderno - chissà perchè - si scarta la soluzione dell'adozione e si comincia a pensare all'inseminazione artificiale, alla fecondazione in vitro e, su, su fino alla fecondazione eterologa che, per chiarezza, è la fecondazione che avviene con seme di un donatore estraneo alla coppia. Il problema, qui si sdoppia: il seme del donatore estraneo alla coppia può essere immesso nell'utero della femmina legittima moglie del maschio, oppure convivente del maschio, oppure convivente di altra femmina, oppure convivente di transessuale.
Il seme inoculato può essere prelevato sia in seguito ad atto sessuale compiuto fra i due, sia derivato da masturbazione del maschio, sia "comprato" da banca del seme.
E qui, per rimanere in tema di morale cattolica, si aprono problemi di vario genere.
Il primo riguarda il fatto che la procedura per ottenere lo sperma per la fecondazione viene attuata tramite masturbazione del maschio. E' lecito? Se si tratta di fecondare la propria partner e con questo di garantire una continuità di vita e comunione matrimoniale, sì.
Il secondo:il processo di fecondazione, anche se con seme dello stesso partner, avviene fuori dal corpo. E' lecito? Non è "degradante" che un atto che genere un processo di vita umana non avvenga in condizioni naturali? Sì, è lecito e non è degradante per nulla.
Il terzo:questo trattamento di fecondazione eterologa è lecito sia per coppie non sposate che anche per coppie che non hanno problemi riproduttivi, ma vogliono sperimentare questa strada? No. Secondo me non è lecito nè in un caso nè nell'altro. Nel primo caso perchè una coppia non sposata (non intendo sposata religiosamente) non dà garanzia al nascitura non offrendo garanzia neppure a se stessa. Nel secondo caso perchè mi sembra sciocco ottenere in laboratorio quel che si può ottenere per via naturale.
Quarto caso: gli ovuli possono essere procurati da un feto abortito. Vedrei la cosa come un modo per ridare una vita.
Quinto caso:in genere nell'utero vengono trasferiti 5 o 5 embrioni e questo potrebbe dar origine a gravidanze multiple. Si sa che gli altri feti vengono abortiti. E' un rischio da correre se di mezzo c'è una vita umana e una coppia che intende continuare la propria vita di comunione.
I casi possono essere tanti, ma c'è una cosa sulla quale a mio avviso si deve dichiarare l'immoralità sia dal punto di vista dell'etica cattolica che di quella laica: i soldi. Un caso umano come questo è finito nel mirino della speculazione più sfrenata e la scienza che si è messa al servizio dell'uomo anche per dare la gioia di un figlio ad una coppia che lo vorrebbe e non può averlo è finita nelle mani di uomini di scienza che hanno trovato una macchina per far soldi.
Infine una parola sulla fecondazione eterologa di coppie omosessuali. Non avrei nulla da obiettare se si tratta di donne. Mi sembra abbastanza anomalo e avrei qualche riserva si si tratta di trans.
CONTRIBUTO STATALE ALLE RELIGIONI
(01.5.12)

Navigando in rete ho trovato il seguente articolo che propongo alla lettura dei miei visitatori.
Inchiesta UAAR sui fondi pubblici e le esenzioni di cui gode la Chiesa cattolica

L’UAAR parte dall'assunto che le religioni (tutte) le dovrebbe sostenere chi le professa. Ciò non accade, quantomeno in Italia, grazie a un numero considerevole di leggi e normative emanate in favore delle comunità di fede. Nessuno è al corrente dell’entità dei fondi pubblici e delle esenzioni di cui, annualmente, beneficia la religione che ne gode incomparabilmente più delle altre, la Chiesa cattolica nelle sue articolazioni (Santa Sede, CEI, ordini e movimenti religiosi, associazionismo, eccetera). Non la rendono nota né la Conferenza Episcopale Italiana, né lo Stato. È per questo motivo che l’UAAR ha deciso di dar vita alla piattaforma I costi della Chiesa: l’obiettivo è di presentare una stima di massima che sia la più attendibile e accurata possibile, citando estesamente le fonti e utilizzando metodologie trasparenti.

Il compito non è per nulla facile, perché la cifra reale e precisa è quasi sicuramente ignota sia allo Stato, sia alla Chiesa. Occorrerebbe infatti esaminare, delibera per delibera, capitolo di spesa per capitolo di spesa, il bilancio dello Stato e quelli di tutte le Regioni, le Province, i Comuni, gli enti pubblici, le società a partecipazione pubblica. Occorrerebbe inoltre disporre di tutti i bilanci delle diocesi, delle parrocchie, degli enti ecclesiastici, delle associazioni cattoliche. Un’impresa impossibile per chiunque.

Anche per l’UAAR, ovviamente. Anche perché non dispone certo di somme ragguardevoli da investire nell’inchiesta. Ciononostante, abbiamo ritenuto che fosse possibile, con ragionevole approssimazione, cercare di quantificare la cifra. Anche altri ci hanno provato nel recente passato: Piergiorgio Odifreddi (Perché non possiamo essere cristiani, 2007) l’ha stimata in 9 miliardi di euro l'anno, Curzio Maltese (La questua, 2008) in 4,5 miliardi, l’Ares (La casta dei casti, 2008) in 20 miliardi. Da parte sua, il mondo cattolico fa quasi sempre riferimento alla replica al libro di Maltese, intitolata La vera questua, scritta dal giornalista di Avvenire Umberto Folena e liberamente scaricabile online, la quale non contiene però alcun totale.

A differenza dei precedenti sforzi, I costi della Chiesa rappresenta il tentativo da parte dell’UAAR di raggiungere lo stesso obbiettivo in modo approfondito, attendibile e dinamico. Perché di ogni singola voce presa in considerazione spieghiamo la sua origine normativa, quali sono i dati a nostra disposizione e quali sono state le valutazioni che ci hanno spinto ad attribuire loro un certo valore. Tutto questo, essendo pubblicato online, è altresì a disposizione di chiunque, anche della stessa Conferenza Episcopale, voglia integrare i dati, criticarli o commentarli. I costi della Chiesa costituisce anzi uno stimolo per tutti a effettuare le proprie valutazioni e, di conseguenza, a disporre nel tempo di una piattaforma, e delle stime che contiene, sempre più affinate. Se poi la Chiesa e/o lo Stato presenteranno i propri totali saremo ancora più contenti: vorrà dire che l’iniziativa avviata dall’UAAR ha raggiunto il suo scopo, quello di discutere e confrontarsi sui costi pubblici della Chiesa cattolica.

Ricordiamo che il bilancio dell’UAAR è pubblicato online.

se si va al sito www.icostidellachiesa.it si trovano tutti i dettagli.
QUALCHE PENSIERO DI RATZINGER SUL RUOLO DELLA CHIESA
(30.4.12)

Papa Benedetto XVI - quando era prete teologo e poi vescovo di Monaco - ebbe occasione di pronunciarsi sul ruolo della chiesa nella conservazione del patrimonio della fede.
Riporto alcune dichiarazioni e le commento.

"Il magistero ecclesiale protegge la fede dei semplici; di coloro che non scrivono libri, che non parlano in televisione e non possono scrivere editoriali nei giornali: questo è il suo compito democratico. Esso deve dare voce a quelli che non hanno voce. Non sono i dotti – diceva in un’omelia pronunciata a Monaco nel dicembre 1979 – a determinare ciò che è vero della fede battesimale, bensì è la fede battesimale che determina ciò che c’è di valido nelle interpretazioni dotte. Non sono gli intellettuali a misurare i semplici, bensì i semplici misurano gli intellettuali. Non sono le spiegazioni intellettuali la misura della professione di fede battesimale, bensì la professione di fede battesimale, nella sua ingenua letteralità, è misura di tutta la teologia. Il battezzato, colui che sta nella fede del battesimo, non ha bisogno di essere ammaestrato. Egli ha ricevuto la verità decisiva e la porta con sé con la fede stessa…Dovrebbe essere finalmente chiaro anche che dire dell’opinione di qualcuno che essa non corrisponde alla dottrina della Chiesa cattolica non significa violare i diritti umani. Ciascuno deve avere il diritto di formarsi e di esprimere liberamente la propria opinione. La Chiesa con il Concilio Vaticano II si è dichiarata decisamente a favore di ciò e lo è ancora oggi. Ma ciò non significa che ogni opinione esterna debba essere riconosciuta come cattolica. Ciascuno deve potersi esprimere come vuole e come può davanti alla propria coscienza. La Chiesa deve poter dire ai suoi fedeli quali opinioni corrispondono alla loro fede e quali no. Questo è un suo diritto e un suo dovere, affinché il sì rimanga sì e il no no, e si preservi quella chiarezza che essa deve ai suoi fedeli e al mondo».

A me sembra una posizione chiara e precisa che fuga ogni dubbio circa la violazione dei diritti umani tanto sbandierata quando Roma si pronuncia contro qualche teologia o qualche presa di posizione difforme dalla dottrina della chiesa cattolica.
Il concetto è semplice: a nessuno può essere impedita la ricerca e la proposta. La chiesa cattolica - nella sua forma istituzionale - si arroga il diritto di esprimere un giudizio sulla correttezza dell'opinione raffrontandola al sentire comune ed al dogma ecclesiale. Se il giudizio è negativo o di sospensione, non per questo il soggetto interessato o il gruppo teologico devono sentirsi violati nei propri diritti umani.
Il punto che il teologo Ratzinger avrebbe dovuto sviluppare, secondo me, è rimasto sospeso: in nome di quale autorità la chiesa di Roma s'arroga il diritto di giudicare dell'ortodossia o meno di una presa di posizione teologica? Su questo aspetto la letteratura teologica e la storia del dogma ci insegnano tante cose.
Ci ricordano, per esempio, che si presero posizioni contro qualcuno solo per ragioni di potere politico, di antipatia personale, di paura di perdita di influenza sul pensiero.
La storia del dogma ci insegna che ci lanciammo scomuniche vicendevoli che tuttora pesano nei rapporto fra credenti nell'unico Dio di Cristo e che sono scandalo sommo non solo per chi è affascinato del messaggio cristiano, ma fra i credenti medesimi.
E' su questo punto che il papa potrebbe (e dovrebbe) pronunciarsi: una sua presa di posizione non sarebbe autorevole solo perchè è il papa, ma proprio perchè è QUESTO papa, l'uomo che visse il concilio, l'uomo che fu a capo della congregazione più prestigiosa della chiesa cattolica, l'uomo che fu uno dei teologi più ascoltati ed autorevoli.
CARO JOE...
(18..4.12)

Traggo da Adista:
"Caro Joe»: così inizia una lettera aperta a Benedetto XVI scritta dal teologo statunitense Leonard Swidler, suo collega negli anni ’70 all’Università di Tübingen, alla quale tornò poi in diverse occasioni come docente anche negli anni ’80. Ma, a dispetto del tono amichevole, il documento, pubblicato sul sito australiano catholica.com (5/4) è tutt’altro che tenero nei confronti dell’attuale “politica” pontificia. «Alcuni anni fa, quando eri ancora a capo del Sant’Uffizio, ti scrissi una lettera riguardo al ruolo delle donne nella Chiesa cattolica», esordisce Swidler che, oltre ad essere direttore e cofondatore del trimestrale Journal of Ecumenical Studies, nonché fondatore e presidente del Dialogue Institute, organismo attivo nel dialogo interreligioso e interculturale, fondato nel 1978 presso la Temple University di Philadelphia, insegna anche Pensiero cattolico e dialogo interreligioso presso la stessa istituzione . «A quel tempo – scrive Swidler – mi rivolgevo a te con un familiare “caro Joe”, che si fondava sulla nostra amicizia, risalente alla fine degli anni ‘60/primi ’70». Lo feci, racconta, «pensando che quella forma ti avrebbe comunicato con quanta serietà io nutrivo la speranza che tu potessi aprire la tua mente e il tuo cuore per ascoltare ciò che avevo da dirti. Non avevo modo di sapere se avrei avuto successo in questo. Tuttavia, facendo ricorso alla nostra antica “collegialità”, ora mi rivolgo a te ancora una volta in questo modo fraterno».
«Sono sconcertato dal fatto che, specialmente negli ultimi tempi, tu abbia lanciato segnali che contraddicono le parole e lo spirito del Concilio Vaticano II, nel corso del quale tu, come giovane teologo, hai dato un contributo a far sì che la nostra amata Chiesa uscisse dal Medio Evo per entrare nella modernità», afferma il teologo, ricordando anche le posizioni prese da Ratzinger, da professore a Tübingen, a favore di un’elezione episcopale democratica e di un limite all’incarico dei vescovi. «Ora stai rimproverando pubblicamente preti cattolici impegnati perché fanno proprio ciò che tu in precedenza avevi così coraggiosamente difeso. Questi e molti, molti altri nella Chiesa cattolica stanno seguendo il tuo esempio di allora, cercando disperatamente di spingere la Chiesa nella modernità. Uso volutamente il termine “disperatamente” perché nel tuo Paese d’origine, la Germania, e altrove in Europa, le chiese sono vuote, e lo sono anche i cuori di tanti cattolici quando sentono le parole raggelanti che vengono da Roma e dai vescovi “radicalmente obbedienti” (leggi: yes-men). Nel mio Paese, gli Stati Uniti, luogo di nascita della libertà moderna, dei diritti umani e della democrazia abbiamo perso – solo in questa generazione! – un terzo della popolazione cattolica, 30 milioni di persone, perché le promesse del Vaticano II, con la sua rivoluzione copernicana in cinque dimensioni (svolta verso libertà, mondo, senso della storia, riforma interna e soprattutto dialogo) sono state così deliberatamente vanificate dal tuo predecessore e ora, ancora di più, da te».
Swidler fa poi riferimento al contributo apportato da Ratzinger al Vaticano II, quando spiccò tra i teologi che «sostennero l’invito di Giovanni XXIII all’aggiornamento grazie allo spirito riformatore derivante dal ritorno alle ritempranti fonti originarie del cristianesimo (ad fontes)». Quelle fonti democratiche e orientate alla libertà della Chiesa primitiva erano esattamente le «“fonti” del rinnovamento di cui tu e i tuoi colleghi di Tübingen» parlavate diffusamente. Di qui il vibrante appello di Swidler al papa affinché torni proprio a quello spirito di riforma espresso in gioventù, già negli articoli pubblicati sul primo numero del trimestrale di teologia ecumenica da lui fondato nel 1964, «che cercavano di gettare un ponte sull’abisso della Controriforma che divideva la Chiesa cattolica dal resto del cristianesimo, e dal resto del mondo moderno». «In quello spirito, Joe, ti sollecito a tornare ad fontes!», è la conclusione del teologo. (ludovica eugenio)"

C'è chi può permettersi di scrivere al papa introducendosi con un "Caro Joe". Scriverei al papa rispettosamente tutte le cose che ha scritto il suo vecchio compagno di studi e di insegnamento e lo esorterei a tornare il Ratzinger delle origini. Abbiamo davvero bisogno di una riforma ecclesiale che non sia frettolosa e sciatta, ma ripensi in modo profondo il messaggio originale e lo sappia incarnare nel mondo contemporaneo. Le chiese addette al culto sono vuote, ma non si è rifiutato il culto: ognuno vive a proprio modo e quasi di nascosto la propria adesione al messaggio cristiano perchè non vuole sentirsi giudicato da coloro che spesso s'arrogano il diritto di essere i depositari del vero messaggio di Gesù.
In questi giorni il papa è sulla bocca di moltissimi perchè ha festeggiato in salute il suo 85esimo compleanno e il settimo anno di pontificato. Qualcuno ipotizza una sua voglia di dimissioni. Sarebbe proprio un segno di vivacità di un 85enne se Benedetto XVI uscisse dal torpore nel quale lo congela la Curia e riprendesse i temi che gli furono cari quando era un giovane teologo assistente del suo vescovo al Concilio Vaticano II.
In questo mondo annebbiato dalla crisi della finanza ed oppresso dall'incertezza del futuro, una chiesa cattolica che si lanciasse nel rinnovamento di se stessa, darebbe un segno di vitalità e di coraggio che potrebbero far ripartire anche la voglia di rinascere a tutti i livelli.
Sarebbe bello che, nel 2012, si assistesse a quel fenomeno che nella storia tutti ricordano come il risveglio dell'anno 1000 e sarebbe magnifico che a dare il "la" fosse proprio la chiesa cattolica.
CONVEGNO GAY CATTOLICI AD ALBANO LAZIALE.
QUALCHE RIFLESSIONE
(14.4.12)

Traggo la notizia da Adista:" I Forum dei gruppi gay credenti svoltosi ad Albano Laziale nel 2010 (v. Adista n. 30/10), quest’anno si è svolto dal 30 marzo al 1 aprile 2012 nello stesso luogo e presso la stessa struttura, quella dei padri somaschi. Il tema scelto è stato un versetto della seconda Lettera ai Corinzi: «Le cose vecchie sono passate: ecco ne sono nate di nuove» (2Cor 5,17). Innocenzo Pontillo, curatore del portale “Gionata” (www.gionata.org), il progetto che da ormai alcuni anni coordina le attività dei gruppi sparsi sul territorio nazionale, ha presentato delle cifre indubbiamente incoraggianti: sono i numeri del Rapporto 2012 sui gruppi cristiani omosessuali e il dialogo con le Chiesa, 15 domande rivolte alle realtà territoriali - una sorta di “censimento generale dei gruppi gay credenti in Italia” - che fotografano lo status quo per progettare il futuro e fornire a preti, operatori pastorali e organismi diocesani dati attendibili circa il livello di apertura, dialogo e collaborazione raggiunti dai vari gruppi di lesbiche, gay, bisex e trans (lgbt) credenti con l’istituzione ecclesiastica. E il Rapporto, in questo senso, dice molto. Dice ad esempio che sono ormai 28 in tutta Italia le realtà presenti sul territorio nazionale, da Trento a Palermo, con oltre 500 aderenti (per la maggior parte uomini) ed un trend in costante crescita. Dati piuttosto sorprendenti, specie se confrontati con quelli della maggior parte delle altre realtà ecclesiali.
L'omosessualità sta per essere sdoganata da tabù ecclesiastico e per raggiungere una dignità pari a quella del matrimonio?
La domanda non è oziosa. In questi giorno ho ricevuto parecchie sollecitazioni in tal senso e devo dire che sono stato indotto a riflettere ed a documentarmi. Andiamo al sodo: una coppia di uomini o di donne che si amano e vanno a vivere insieme vivendo anche esperienze sessuali, peccano oppure no? Possono partecipare all'Eucaristia e ricevere la comunione, oppure no? Possono insegnare catechismo, oppure no?
Di più: possono celebrare la propria unione davanti all'altare e definire questa unione un sacramento, cioè un segno della Grazia di Dio?
La mia risposta è affermativa.
Per quali motivi?
Sarò sintetico.
1. Occorre rivedere la morale sessuale come viene ancora studiata nella teologia ufficiale: se è vero che è la complementarietà dei sessi che può generare la vita, è anche vero che Dio non ha creato l'uomo e la donna perchè si accoppiassero solo per fare figli. Il piacere del vivere assieme, quindi, non può essere limitato alla generazione di nuove vite.
2.
I VESCOVI INVITANO A SCENDERE IN POLITICA.
MA...NON I PRETI
(14.4.12)

Una nuova primavera in Puglia perché i laici testimonino, con assiduità e costanza, il proprio impegno nella società. A cominciare dalla politica. È l’auspicio dei vescovi delle 19 Diocesi regionali con la presentazione della nota Pastorale elaborata dopo il terzo convegno ecclesiale: «Speriamo che questo testo sia favorevolmente accolto da tutto il popolo di Dio, ma anche da quanti, pur non essendo cristiani, operano per la giustizia e la pace e interpellano i credenti, specialmente in tempi di crisi. Ci rivolgiamo ai cercatori della verità e a tutti gli uomini di buona volontà, ai quali guardiamo con rispetto e stima».
I vescovi di Puglia invitano, infine, ad una spiritualità quotidiana, aperta, praticata non solo all’interno delle chiese, per passare a una nuova primavera della società e della vita cristiana in Puglia. E mentre i vescovi della Puglia esortano all'impegno nel sociale, un prete di Isernia è stato sospeso «a divinis» dalla sua curia vescovile per essersi candidato alle elezioni comunali, contro il parere del vescovo locale. Il sacerdote, don Vincenzo Chiodi, «per effetto di tale pena non potrà celebrare l'Eucaristia né i sacramenti o porre in essere atto legato al Sacro ministero sia nella diocesi di Isernia-Venafro che altrove».
A parte il fatto che un prete non può essere sospeso a divinis per questo, il problema non è solo giuridico, ma di decenza pastorale. Mentre da una parte i vescovi invitano a muoversi ed a darsi da fare per cambiare la società, dall'altra un confratello di questi vescovi sospende un prete che decide di spendersi nella società civile.
Non accadeva dai tempi del non expedit e neppure don Corsello, il prete che si candidò con l'MSI o don Baget Bozzo, il prete che si candidò con il PSi, furono ripresi così aspramente. Baget Bozzo fu sospeso a divinis dal card. Siri, ma poi fu reintegrato pur rimanendo parlamentare europeo del Psi.
Penso che il clero onesto, se ha voglia, si debba mettere in politica perchè anche questo è un modo per fare pastorale. E' arrivato il momento di non stare più alla finestra a guardare o di criticare dal pulpito, ma di sporcarsi le mani.
NEGARE LA COMUNIONE
(13.4.12)

In questi giorni un parroco è sotto accusa perchè ha negato la comunione ad un disabile motivando il fatto che il disabile non capiva l'importanza dell'Eucaristia.
Penso che il parroco, se i fatti sono riportati correttamente dalla stampa, abbia sbagliato.
Un credente, e un sacerdote dovrebbe essere tale, sa benissimo che l'Eucaristia è fonte di Grazia e di vincolo di Unità.
La Grazia è un dono di Dio che nessuno può giudicare a chi venga donato e nessuno può arrogarsi il diritto di stabilire se il dono possa essere dispensato a questo o quest'altro. Di più: non sappiamo come la Grazia sia vissuta da chi la riceve. Che ne sa il prete più cristiano di Cristo se il disabile che riceve l'Eucaristia non tragga conforto molto più del buon cattolico che s'accosta all'altare in giacca e cravatta?
L'Eucaristia è fonte di Unità. Siamo fratelli nel Primogenito di tutti i fratelli che ha dato la sua vita per noi e ci ha lasciato in memoria l'impegno della condivisione del Pane e del Vino, Suo Corpo e Suo Sangue. Un disabile, non è forse nostro fratello?
Rifiutare l'Eucaristia ad un fratello disabile è giudicare il fratello stesso secondo categorie freddamente razionali che non appartengono a chi crede nel dono della Grazia, dell'Unità e dello Spirito.
Diverso è il discorso da fare quando si tratta di stabilire chi possa accostarsi all'Eucaristia. La chiesa cattolica, come si sa, stabilisce che non può accostarsi all'Eucaristia chi è in peccato mortale se non dopo essere confessato ed essersi proposto seriamente di non cadere più in quel peccato. Lo so che quando si fanno questi discorsi di pensa subito ai divorziati risposati, a chi è adultero e a chi è libero nei propri costumi sessuali. Per noi, malati di tabù del sesso, il peccato mortale è solo quello. Non è peccato mortale saccheggiare a piene mani nelle casse dello stato e non è peccato mortale evadere in toto le tasse per anni; non è peccato mortale odiare il proprio simile o il vicino di casa e non è peccato mortale fregarsene di chi ha bisogno: non è considerato peccato mortale non meditare sulla parola di Dio e non interrogarsi su cosa vorrebbe Dio da noi; non si pensa che sia peccato mortale mentire spudoratamente per salvarsi la faccia o evitare accuratamente di fare il bene pensando solo ai propri comodi.
Se fossimo più seri e se fossimo capaci di cogliere il vero senso della disciplina ecclesiastica, non avremmo bisogno di ricorrere al manuale di teologia morale per scoprire se possiamo accostarci all'Eucaristia o meno e quindi non recrimineremmo contro certe disposizioni perchè sapremmo da noi che SIAMO FUORI DALLA COMUNIONE ECCLESIALE se tradiamo i principi evangelici.
Un sacerdote non dovrebbe mai negare la comunione non solo perchè "de internis praetor non curat" , ma soprattutto perchè egli è uomo di Dio che deve essere segno della sua Grazia e della sua Misericordia.
DISSENSO E DISOBBEDIENZA
(06.04.12)

C'è differenza fra dissenso e disobbedienza e mi stupisco che papa Ratzinger finga di non saperlo.
Durante l'omelia del giovedì santo ha accennato alle voci di oltre 300 preti a cui si aggiungono anche vescovi e moltissimi laici che da tempo salgono dalla base della chiesa austriaca, ma non solo, e che invitano a riflettere su posizioni che stanno diventando sempre più problematiche e che esigono risposte serie e convincenti.
I temi sono i soliti: divorzio, aborto, contraccezione, comunione ai divorziati risposati, celibato obbligatorio del clero, potere finanziario della chiesa cattolica...
I preti (austriaci) hanno firmato documenti in cui chiedono di riflettere comunitariamente su questi argomenti e, inascoltati, hanno attuato forme di protesta che il papa considera disobbedienza.
Vediamo un po' la differenza fra disobbedienza e dissenso.
"Prometti a me ed ai miei successori riverenza ed obbedienza?", chiede il vescovo al candidato al diaconato. E reitera la domanda al diacono che viene ordinato sacerdote.
Il candidato risponde:"Sì, lo prometto".
Obbedire significa accettare in tutto e per tutto, supinamente e senza riflettere, ogni ingiuzione del vescovo o dei superiori? La risposta, ovviamente, è negativa. L'obbedienza (si vedano in proposito splendide riflessioni di moltissimi teologi e spiritualisti fra cui Rahner e Giacomo Perico) è necessaria in ogni istituzione umana e, quindi, anche nella chiesa cattolica. C'è una dirigenza che traccia un cammino che va seguito, altrimenti siamo all'anarchia. L'esempio è sempre il solito: davanti al semaforo rosso la legge mi dice che devo fermarmi ed alla legge devo obbedire, ma se ragionevolmente posso passare senza recare danno o se sono in ambulanza o sono un poliziotto chiamato per emergenza, attuando gli opportuni accorgimenti, passo anche col semaforo rosso. L'obbedienza non può essere mai cieca, altrimenti rischia di diventare ciuca. Senza entrare in casi particolari nella storia che confermano la tesi che non sempre obbedire ciecamente ha portato frutti, ognuno può riflettere sulla propria esperienza e concludere che obbedire alle leggi ed all'autorità è doveroso ed importante, ma l'obbedienza non deve trasformarsi in una prevaricazione sull'uomo.
I cattolici - popolo di Dio, preti, vescovi...- che attuano forme di protesta perchè non sono ascoltati dai Pastori, non sono disobbedienti sic et simpliciter, ma usano lo strumento della disobbedienza e della protesta per richiamare problemi sui quali intendono discutere.
Se la Gerarchia taccia di disobbedienza chi non s'adegua e continua per la propria strada senza cercare il confronto ed il dialogo, non adempie al proprio ruolo di servizio al popolo di Dio, ma assolve solo la funzione di perpetuare il proprio potere.
Don Milani, per esempio, disobbedì quando fu precettato a fare il cappellano militare, ma lo fece per richiamare un valore: la guerra non è un bene per l'umanità. Ebbe le sue grane dal compianto card. Florit, ma il suo gesto di disobbedienza invitò una comunità cristiana a riflettere sul tema.
Il difetto di molti Pastori è quello di scambiare il dissenso dai loro dettami con la disobbedienza. Se un membro del popolo di Dio dissente, lo si taccia di disobbendienza e si chiude il discorso.
In questo modo il popolo di Dio non cresce e si avrà una comunità di osservanti e non di credenti.
Concludo la mia riflessione citando San Paolo. Negli Atti degli Apostoli si narra della disputa che nacque nella chiesa primitiva dove alcuni sostenevano che i pagani che diventavano cristiani si dovevano far circoncidere ed osservare le leggi ebraiche. Pietro (il primo papa) accettò queste indicazione, ma Paolo si oppose ("...mi opposi a viso aperto", scrive). Ebbe ragione. Credo che Paolo non avesse in mente di sostituirsi a Pietro o di spodestarlo, ma semplicemente di invitare tutta la comunità a riflettere sul valore dell'universalità del cristianesimo.
Paolo dissentì, ma non fu tacciato di disobbedienza.
Sbaglia il papa quando dice - riferendosi ai cattolici austriaci - che con la disobbedienza non si riforma la chiesa. Questo atteggiamento è un modo per chiudere il discorso prepotentemente. E tale atteggiamento lo può tenere un manager, non chi è stato preposto a pascere il gregge.
PRONUNCIAMENTI LEGITTIMI, MA INOPPORTUNI
(20.3.12)

L’arcivescovo di Genova ha definito «suicidio demografico» il «calo delle nascite» nel nostro Paese. Non lo ha detto apertamente ai onorevoli presenti, ma ha richiamato al «valore della vita umana» che si manifesta «nella generazione della vita». Dunque – altro lavoro per i parlamentari – via la legge sull’aborto, via il consenso legale e la propaganda degli anticontraccettivi artificiali, meccanici o chimici che siano, stop a leggi che misconoscano che «la famiglia è il luogo dove i figli sono naturalmente generati, accolti ed educati» e che vada «promossa difesa e sostenuta», e cioè niente riconoscimenti delle coppie di fatto, né omo né etero, e nessun affidamento filiale ad esse."

Traggo da un comunicato di Adista la sintesi di quanto il cardinale di Genova, rinconfermato presidente della CEI, ha detto ai parlamentari di Camera e Senato riuniti per l'incontro quaresimale il 7 marzo scorso.
A parte il fatto che trovo questa tradizione abbastanza fuori luogo (i parlamentari anche di ispiraziojne cristiana dovrebbero occuparsi di lavorare sodo per il bene del Paese e se vogliono meditare sul significato della Quaresima possono farlo nel tempo libero), penso che il card. Bagnasco abbia legittimamente espresso il pensiero della Gerarchia ecclesiastica (che non sempre in linea teorica ed anche fattuale corrisponde a quello del popolo di Dio), ma abbia perso tempo e fatto perdere tempo.
Secondo il pensiero ufficiale della Gerarchia ogni atto sessuale, da compiersi rigorosamente fra uomo e donna legittimamente sposati davanti a Dio (cioè ad un suo ministro), deve essere aperto alla vita. Il matrimonio deve essere rigorosamente compiuto fra maschio e femmina e coppie di fatto etero ed omosessuali non debbono avere spazio in una società civile che si ispira ai principi cristiani.
Non ho nessun problema a riconoscermi in questi principi ed a riconoscere, come ho scritto, non solo al card. Bagnasco, ma a tutti i ministri della chiesa cattolica la possibilità che essi li annuncino e li predichino.
Non condivido che il cardinale ribadisca i convincimenti della gerarchia ecclesiastica a persone impegnate in politica, nè che queste persone si radunino per ascoltare i dettami dei gerarchi della chiesa cattolica a meno che non siano coerenti e si aggiornino anche invitando un rabbino, un pastore protestante, un ortodosso, un musulmano ecc.ecc.
In secondo luogo vorrei che il cardinale riflettesse sui richiami alla morale sessuale e sulla possibilità che tali norme siano discusse per arrivare ad essere condivise dal popolo dei battezzati. E' finito il tempo dei diktat. Se n'è accorto il coordinatore della pastorale cattolica italiana?
Perchè non prova a sedersi in mezzo alla sua gente e dire: "I contraccettivi non si usano" e rispondere a tutte le domande ed obiezioni che gli verranno mosse, senza il pregiudizio ed il preconcetto che deve difendere dei principi?
E perchè non prova a parlare con la sua gente divorziata, risposata e in crisi matrimoniale?.
DIVORZIATI RISPOSATI ED EUCARISTIA
(4.3.12)

Circa 100mila adesioni: è questo il bilancio (parziale) di un appello per l’ammissione alla comunione dei divorziati risposati, lanciato lo scorso settembre in Germania dalla Katholische Frauengemeinschaft Deutschlands (Kfd, Comunità delle donne cattoliche tedesche), organismo che, con i suoi 600mila aderenti, è il più rilevante nel Paese.
«La grande risonanza della nostra azione – ha detto la presidente, Maria Theresia Opladen, nel corso di una conferenza stampa svoltasi il 14 febbraio scorso – mostra quanto urgente sia questo tema nella nostra Chiesa e non solo per le persone coinvolte».
«Molti divorziati – ha spiegato – si sentono esclusi dalla comunità ecclesiale dopo un secondo matrimonio, perché, per esempio, non possono fare la comunione. Pertanto hanno bisogno di sostegno e di incoraggiamento. Una Chiesa che prende sul serio le difficoltà delle persone non può disinteressarsi di questo problema». Di qui la necessità di «trovare soluzioni teologiche e pastorali che rispondano ai problemi quotidiani delle persone»
«Solo insieme possiamo realizzare una Chiesa che sia vicina alle persone e che le accompagni e le sostenga nelle situazioni più critiche della vita».
La Kfd ha anche chiesto di incontrare il presidente della Conferenza episcopale tedesca mons. Robert Zollitsch, arcivescovo di Freiburg, per parlare di questo tema – senza che con ciò venga messo in discussione il principio di indissolubilità del matrimonio – e per chiedere che vengano riesaminate le questioni teologiche relative all’accesso dei divorziati risposati ai sacramenti; l’argomento sarà comunque all’ordine del giorno all’assemblea dei cattolici in programma nel prossimo maggio a Mannheim.
Sarà interessante conoscere l'esito del dibattito fra vescovi sul tema. Esito che non è scontato, o che è meno scontato di quanto possa sembrare.
Una chiesa che sia in continua conversione ha bisogno di riflettere anche su temi come quello della partecipazione eucaristica dei divorziati risposati.
Si tratterà di sclerocardia?
Forse.
Quale fu il pensiero di Gesù sul tema?
Come vivranno le riflessioni che scaturiranno copiose e come saranno organizzate per trovare una linea pastorale che non farà scuola solo in Germania?
LETTERA APERTA ALLA CHIESA ITALIANA
(4.3.12)

Vorremmo una Chiesa che ripensasse la propria struttura gerarchica e i propri rapporti con la società, che rinunciasse a privilegi e potere, che considerasse i credenti non come gregge da guidare ma come Popolo di Dio che partecipa e cammina in autonomia e libertà. Sono alcune delle «inquietudini» e dei desideri manifestati nella Lettera aperta alla Chiesa italiana di 7 preti, religiosi e religiose – donAlessandro Santoro, prete della Comunità delle Piagge (Fi), la teologa domenicana Antonietta Potente, il frate servita Benito Fusco, don Pasquale Gentili, parroco di Sorrivoli (Ce), don Pier Luigi Di Piazza, del Centro Balducci di Zugliano (Ud), don Paolo Tofani, parroco di Agliana (Pt) e don Andrea Bigalli, parroco di S. Andrea in Percussina (Fi) – che già nello scorso gennaio indirizzarono una lettera aperta ai teologi e alle teologhe italiani, invitandoli ad un incontro pubblico alla Comunità delle Piagge per confrontarsi e discutere di come poter riavvicinare la teologia al mondo e alla storia (v. Adista Notizie nn. 1 e 2/12).


Con questa nuova lettera aperta, è la quarta volta in due mesi – oltre alla lettera ai teologi, c’è stata la Lettera di Natale dei preti del Triveneto (v. Adista Notizie n. 1/12) e la lettera ai delegati che parteciperanno al secondo Convegno ecclesiale delle Chiese del nord-est scritta da alcuni preti e laici di Treviso e Vicenza (v. Adista Segni Nuovi n. 1/12) – che gruppi di cattolici, sia laici che religiosi, prendono la parola per manifestare il loro disagio nei confronti dell’istituzione ecclesiastica e il loro desiderio per una Chiesa altra: povera, collegiale, inclusiva, in una parola, evangelica.


Pubblichiamo di seguito la Lettera aperta alla Chiesa italiana, che è stata sottoscritta da oltre 250 fra laici, preti, religiosi e religiose di tutta Italia e che può essere ancora firmata scrivendo a appellochiesa@gmail.com (l. k.)


Lettera aperta alla Chiesa italiana


«Così dunque voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio» (Ef 2,19).


Questa lettera nasce dopo l’incontro-invito con alcuni teologi e teologhe che abbiamo avuto nella comunità delle Piagge a Firenze il 20 gennaio scorso e al quale hanno partecipato tante persone credenti e non. Rifacendoci alla tradizione più antica della comunità credente, che per comunicare usava lo stile epistolare, anche noi abbiamo pensato di scrivere una lettera aperta alla Chiesa italiana. Vorremmo fare una breve sintesi delle tante inquietudini e dei tanti desideri ed aspettative raccolte in quel contesto La trama principale delle nostre inquietudini, è espressa proprio dal testo della lettera alla Chiesa di Efeso: «Così dunque voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio».


Abbiamo sempre pensato che questo fosse vero. Abbiamo sempre pensato che la nostra condizione di donne e uomini credenti ci rendesse concittadini nella storia di tutti e familiari con il Mistero. Abbiamo sempre pensato che la nostra fede ci facesse responsabili nei confronti della vita di ogni creatura e dei difficili parti storici, sociali, economici, culturali e spirituali che la comunità umana vive da sempre. Abbiamo sempre pensato anche, che proprio perché siamo familiari di Dio, non siamo esenti dal vivere sulla nostra pelle le fatiche che ogni popolo fa per poter essere popolo degno e libero. Ma oramai, da molto tempo, ci sembra che questo non sia tanto vero, e, soprattutto, con tristezza diciamo che forse nessuno ci chiede ed esige questa familiarità con il Mistero e questa solidarietà con la storia. La struttura ecclesiale infatti sembra più preoccupata a guidarci che a farci partecipare e soprattutto a farci crescere. Le nostre comunità cristiane appaiono più tese a difendere una tradizione che a vivere una esperienza di fede. Noi sappiamo, come diceva Paolo alla sua comunità di Corinto, che abbiamo il diritto di essere alimentati con parole spirituali e con un «nutrimento solido» (1Cor 3,1-2), e invece ci sentiamo trattati come persone immature, come se non fossimo responsabili delle nostre comunità, ma solo destinatari chiamati a obbedire a ciò che pochi decidono ed esprimono per noi. E proprio in questo odierno contesto storico, di grande fatica ma anche di grande opportunità per tutti i popoli, e dunque anche per la nostra società italiana, sentiamo che la Chiesa è lontana da questa fatica quotidiana dell’umanità. E che quando si fa presente, lo fa solo attraverso analisi, sentenze e a volte giudizi, che non ascoltano e non rispettano le ricerche e i tentativi che comunque la società fa per essere più autentica e giusta. Ci sembrano sempre più vere le parole di Gesù nel Vangelo: «Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito» (Mt 23,4). Noi non vorremmo essere collusi e complici di questo stile di vita, perché come credenti concittadini dei santi e familiari di Dio, sappiamo quanto è difficile sospingere la storia verso la pienezza della vita. Sappiamo anche che è difficile essere coerenti, ma lo vorremmo essere perché la coerenza oggi, sarà possibilità di vita per tutti. Perché condividere quello che abbiamo e non il sovrappiù, curarci dalle nostre ferite interiori, separarci da tutti quegli stili di vita che invece di includere escludono e invece di far crescere recidono, non è semplice ma è possibile, soprattutto quando nasce da una ricerca comune, dove ciascuno può suggerire qualcosa, dove ciascuno può condividere la sua visione del mondo e soprattutto la sua esperienza di Dio. Ma noi non ci sentiamo sostenuti nel far questo e l’esempio che abbiamo dalla Chiesa ufficiale è, la maggior parte delle volte, quello di pretendere riconoscimenti e difendere propri interessi, immischiandosi in politica solo per salvaguardare i propri privilegi.


Vogliamo essere popolo che cerca davvero di fare esperienza di Gesù, di quel Gesù che ispirava sogni di vita, che ispirava desideri di cambiamento. Quel Gesù che riusciva a far sognare anche chi conosceva solo disprezzo, o chi comunque veniva giudicato peggio di altri ed emarginato. Ci domandiamo come mai ci dicano di essere obbedienti al magistero senza chiederci di essere fedeli a questo sogno bellissimo di una umanità composta da «ogni lingua, razza, popolo, nazione» (Ap 7,9). Perché ci viene chiesto di essere credenti che devono obbedire e difendere la verità e non ci dicono invece che la Verità è più grande di noi e per questo va ricercata costantemente, ovunque e con tutti? Allora è per questo che vorremmo offrirvi queste nostre riflessioni, vorremmo che la Chiesa ripensasse le sue strutture di comunità e soprattutto la propria struttura gerarchica e i suoi rapporti con la società. Noi vorremmo che si rifiutasse ogni privilegio economico e vorremmo che l’economia delle strutture ecclesiali non fosse complice della finanza e delle banche che speculano con il denaro a scapito del sudore e del sangue di individui e intere comunità, praticando un indebito sfruttamento, non solo delle risorse umane, ma anche di quelle naturali.


Queste, in breve, sono alcune delle nostre inquietudini che condividiamo con tutti i credenti, perché «la Vita si è manifestata e noi l’abbiamo contemplata, vista, udita, toccata con le nostre mani» (1Gv 1,1-4) e di questo vorremmo rendere testimonianza. Partendo da questo primo incontro, ci impegniamo a cominciare un processo di autocritica e critica costante, per aiutarci a vivere e crescere insieme, come comunità credenti ma anche come compagni e compagne di cammino di tutti coloro che – tra evoluzioni, rivoluzioni e rivelazioni – fanno di tutto per rendere la storia più bella, solidale e giusta.


Alessandro Santoro, Antonietta Potente, Benito Fusco, Pasquale Gentili, Pier Luigi Di Piazza, Paolo Tofani, Andrea Bigalli
REGIO e RELIGIO

Il Tar del Lazio ha accolto un ricorso per l'annullamento di un'ordinanza per gli esami di stato 2007/2008 adottata dall'ex ministro dell'Istruzione Giuseppe Fioroni sotto il governo Prodi, che prevedeva che a determinare il credito scolastico per gli esami di maturità potesse concorrere anche la valutazione dell'insegnante di religione. Con questa sentenza, la frequenza dell'ora di religione cattolica non concorrerà all'attribuzione del credito e i docenti di religione non potranno partecipare alle deliberazioni del consiglio di classe. Secondo il Tar, infatti, "sul piano giuridico un insegnamento di carattere etico-religioso, strettamente attinente alla fede individuale, non può assolutamente essere oggetto di una valutazione sul piano del profitto scolastico".
Diego Coletti, vescovo di Como e Presidente della Commissione per l'Educazione Cattolica della C.E.I., al riguardo ha dichiarato alla Radio Vaticana che "…la laicità è danneggiata da questa sentenza perché per laicità si intende la giusta neutralità di una comunità civile che però dovrebbe valorizzare tutte le identità, ciascuna secondo il proprio peso e rilevanza culturale. Così invece si cade nel più bieco e negativo risvolto dell’illuminismo che prevede che la pace sociale sia garantita dalla cancellazione delle diversità e delle identità".
Il Ministro Gelmini, dalla spiaggia di Positano dove si trova in vacanza con il suo compagno Giorgio Patelli, ha annunciato che farà ricorso contro la sentenza del T.A.R. laziale al Consiglio di Stato.
Questi i fatti.
Veniamo ai misfatti (nel senso di mistificazione dei fatti).
L'ora di religione cattolica nelle scuole è un "non senso" che lo stato italiano si porta dietro dal 1929, quando il card.Gasparri, tramite l'avvocato Pacelli, fratello del futuro Pio XII, la pretese quale prova dell'affermazione concordataria della religione cattolica come "…fondamento e coronamento dell'istruzione pubblica". "Non senso" che il fascista Mussolini accettò (proprio lui che pochi anni prima, in Svizzera, in un comizio estrasse l'orologio dal panciotto e declamò:"Se Dio esiste gli do due minuti per fulminarmi" e si mise lì, istrionico e corrucciato, ad aspettare un evento che molti rimpiangono che non si sia verificato, ben sapendo che Dio non avrebbe mai assecondato tali stupide sfide) e che il socialista Craxi assecondò nel 1984. "Non senso"(per questo "misfatto") perché uno stato laico – e qui rispondo a mons.Coletti – ha rispetto per tutte le religioni e non ne conculca né privilegia alcuna. Secondo il vescovo di Como, invece, uno stato laico deve porsi in una giusta neutralità, ma avere attenzione "al peso ed alla rilevanza culturale": gesuitica affermazione che lascia intendere che, siccome in Italia la stragrande maggioranza della popolazione si riconosce nel cattolicesimo…intelligenti pauca. Coletti rincara la dose affermando che così si cade nel più bieco illuminismo che prevede che la pace sociale sia garantita dalla cancellazione delle diversità e delle identità.
So che Coletti è laurato in filosofia, ma credo che qui spinga un po' troppo sull'accelleratore del Cicero pro domo sua. A me non pare che Diderot e D'Alambert (tanto per citare due illuministi) abbiano affermato quel che sostiene il vescovo di Como, mi pare – piuttosto – che, sostenendo l'illimitato uso della ragione, pensino ad una concezione cosmopolita, che prende in considerazione anche le civiltà extraeuropee, e laica della storia, che ne amplia l'orizzonte rispetto a quella cristianocentrica e di ispirazione teologica. E che c'è di male? Non ci siamo – come seguaci del Cristo – inseriti in un contesto ebraico, greco, romano dove altre erano le spiritualità ed altre le etiche e non siamo stati, secondo l'esortazione del Maestro, "…lievito che fermenta la pasta"? Solo dopo (313 d.C.) abbiamo cominciato a cercare alleanze fra trono ed altare, appoggi al braccio secolare, terreni, prebende e via elencando, dimenticando l'esortazione:"…non prendete né bastone, né bisaccia, né sandali…mangiate quel che vi vien posto dinanzi…".
Tornando all'ora di religione: il vero misfatto è che gli insegnanti di religione, designati dalla curia, siano diventati di ruolo scavalcando graduatorie, precariati e sofferenze dei loro colleghi (regalo del centrodestra al card.Ruini); il vero misfatto è che può succedere che a tale insegnamento siano deputate persone che non hanno una preparazione pedagogica o che si freghino dietro al Direttore dell'Ufficio catechistico diocesano per avere qualche ora in modo da guadagnare qualcosa (si veda la dichiarazione dell'on.Lupi su "Il Corriere" del 14 agosto); il vero misfatto è che nessuno ha il coraggio di rivedere il Concordato e di dichiarare che tale ora debba essere obbligatoria, ma in questa si deve insegnare storia delle religioni e l'insegnante deve superare un esame di stato esibendo titoli adeguati e non essere designato dalla Curia locale.
Il mio parere sulla sentenza del T.A.R. laziale? Assolutamente favorevole. Gli alunni i crediti debbono guadagnarseli sul campo.
Un consiglio a chi si straccia le vesti per questa sentenza: si faccia una verifica su come viene condotta l'ora di religione nelle scuole di ogni ordine e grado, sul gradimento degli insegnanti, sulla loro preparazione ad affrontare temi importanti, sull'uso che si fa del testo di religione che si deve obbligatoriamenti acquistare nel caso in cui ci si avvalga dell'insegnamento, poi ci si stracceranno le vesti, ma non certo per la sentenza del T.A.R. del Lazio! Anche qui: intelligenti pauca.
I CAPPELLANI MILITARI
(18.2.12)

In occasione della celebrazione dell'anniversario del secondo Concordato fra la Santa Sede e l'Italia, all'ambasciata italiana hanno fatto una festa come non si vedeva da anni (da qui si deduce come il Silvio nazionale non fosse molto apprezzato dietro le mura leonine). Politici di ogni razza e credo hanno riempito le sale e cardinali e vescovi che contano hanno affollato il palazzo.
Vale la pena ricordare che, in questo contesto, c'è stata una voce fuori dal coro: le comunità di base hanno richiamato l'attenzione sui cappellani militari invitando i propri fratelli di fede a non prestarsi a questo servizio, come fecero a suo tempo don Milani, don Mazzolari ecc.
Riporto il comunicato:
"Nel momento in cui l’Italia attraversa un’aspra crisi economica e sociale e chiama tutti a fare sacrifici e a rinunciare a diritti pur legittimamente acquisiti anche la Chiesa cattolica romana deve fare la sua parte. Riteniamo perciò doveroso che le autorità cattoliche dimostrino la disponibilità a ridiscutere alcuni dei privilegi ottenuti con il nuovo Concordato, stipulato il 18 febbraio 1984, e con successivi accordi economici e normativi direttamente o indirettamente derivanti da quel patto. Sarebbe infatti scandaloso se la gerarchia cattolica non rinunciasse ora ai privilegi concordatari, così come auspicava il Concilio Vaticano II. In tale contesto, cercando di seguire Cristo nostra pace, noi riteniamo che l’istituto dei cappellani militari, che gli accordi Stato-Chiesa di fatto inquadrano nelle Forze armate, con relative stellette e retribuzioni, strida con la laicità dello Stato e con lo spirito dell’Evangelo di pace che dovrebbe animare sempre ogni attività ecclesiale. Al di là della buona volontà personale, l’istituzione stessa dei cappellani militari – come ci hanno profeticamente ricordato, tra gli altri, don Lorenzo Milani e padre Ernesto Balducci, e il vescovo don Tonino Bello – significa un appoggio simbolico alle armi. E se possiamo comprendere la volontà di assistere pastoralmente i militari, riteniamo che questa funzione non vada assolta da sacerdoti con le stellette e pagati dallo Stato, ma in altro modo, per esempio attraverso le parrocchie nel cui territorio sono stanziate caserme e centri militari o con distacchi volontari di preti o diaconi per le missioni all’estero, pronti a benedire le persone, ma mai le armi. Da più parti, in questi giorni, si è chiesto che il governo, che vuole caratterizzarsi per una politica di rigore, ridimensioni gli investimenti per la Difesa, in specie per l’acquisto degli aerei F-35, una spesa onerosissima – per noi incompatibile con le esigenze meramente difensive cui la nostra Patria è obbligata dalla Costituzione – che potrebbe lodevolmente essere risparmiata, dirottando invece quell’immenso fiume di denaro per iniziative sociali e per aiutare gli strati più deboli della popolazione. Speriamo che le comunità cristiane con i loro pastori siano con noi contro l’acquisto degli F-35 e contro le immense spese militari, e per promuovere invece la Difesa popolare nonviolenta Imploriamo da Dio il dono della pace, ripetendo a noi stessi e a tutti: “Se vuoi la pace, cerca e prepara la pace”.
SUL VATICANO E DON VIGANO'
(14.2.12)

L'episodio delle accuse di don Viganò - ora nunzio negli USa - al Governatorato Vaticano di cui fu gestore, ha scatenato il finimondo.
Gianni Gennari (non ha bisogno di essere presentato), mi ha inviato una corrispondenza fra lui ed un amico che autorizza a rendere pubblica.
La pubblico qui di seguito con solo una postilla: il mio parere è nell'editoriale "Il gran rifiuto"

Caro Gianni,scrivo a te ed ad un gruppo ristretto di amici allegandoti una lettera, pubblicata dal Fatto Quotidiano attribuita a Mons. Viganò, le cui vicende, immagino conosci benissimo. A questa lettera ha risposto il Vaticano a nome di un gruppo di alti prelati con un comunicato titolato un pò maldestramente 'Il dovere della verità', pubblicato anche da Avvenire.
La lettera di Mons. Viganò è di una gravità estrema e la risposta è anche peggiore. Secondo questi cardinali noi dovremmo stare tranquilli che tutto quello che ha scritto Viganò in pratica sono fantasie....sarebbe anche legittimo se non ci fossero stati in precedenza altri fatti gravissimi come la vicenda dello Ior di Marcinkus con tutte le sue connessioni con ambienti mafiosi e malavitosi. Si potrebbe aggiungere poi l'assoluta mancanza di trasparenza della banca vaticana in tema di passaggi di enormi cifre di quattrini di cui non è dato sapere nè la provenienza e tantomeno la destinazione, tutto in nome della 'extraterritorialità', ci sono decine di inchieste giudiziarie che lo attestano.
A questo punto che ci sia un problema con i soldi (e non solo) all'interno del Vaticano è piuttosto chiaro, quand’anche fosse tutta una montatura è evidente che all'interno delle stanze vaticane a tutto pensano meno che a fare ciò a cui sono stati chiamati. Io non mi scandalizzo ma mi intristisce molto vedere come all'interno della Chiesa si cerchi di far finta di niente di fronte a gravi problemi: la questione di preti pedofili ne è un esempio lampante. Quanti danni sono stati praticati a causa di un indegno atteggiamento omertoso, seppure diciamo in buona fede?
Che possiamo fare allora noi piccoli e poveri cristiani? Pregare molto senz'altro ma poi?
Io credo in tutta sincerità che continuare così significa alla fine diventare complici di un sistema che non solo non funziona, ma getta un enorme discredito in quella parte della Chiesa, largamente maggioritaria, che nulla ha a che fare con il comportamento della 'cosca' vaticana.
Il Card. Martini anni fa aveva chiesto un nuovo concilio: mai intuizione fu più profetica. D'altronde le cose sono talmente cambiate dal Vaticano II, che c'è da stupirsi veramente sul fatto che non solo la richiesta non fu accolta ma fu persino disprezzata dagli stessi che consideravano chiacchiericcio i comportamenti depravati di molti presbiteri in varie parti del mondo.
La mia proposta allora che siano i laici a chiederlo con forza, perchè difficilmente anche il Santo Padre, qualora ne fosse convinto della necessità, troverebbe una sponda dai suoi collaboratori attuali, troppo immersi ed invischiati in affari di potere ed incapaci di veder il disperato bisogno che il mondo ha di speranza.
Che ne pensi?

Un abbraccio.

Dario


Giovanni Gennari

Caro Dario, la mia risposta personalissima è fatta di conoscenza e di fede insieme. Che la Chiesa, nei suoi elementi umani sia fragile e peccatrice non mi sorprende per niente. Noi non crediamo "la Chiesa" perché i Papi e i preti sono buoni, e la storia ci offre una pletora di pessimi Papi e di pessimi preti
Quanto ai vari Viganò, che per decenni fanno carriera e poi all'improvviso per torti ricevuti si svegliano e protestano - anche tacendo eventi dubbi della loro carriera e della loro famiglia: avrai letto qualcosa delle liti tra lui e il fratello, prete anch'esso, e paralitico, per l'eredità di famiglia - nessuna meraviglia...
Sulla balla di ieri, del Fatto, c'è solo da ridere, come scrivo proprio in queste ore e come dico a vari giornali oggi: è ridicola e basta. Si può scrivere e dire di tutto, copiare e falsificare documenti...
Quanto allo Ior so benissimo che è una banca come le altre, e come non dovrebbe essere, ma ragionando mi pare ridicolo che si sostenga che dovrebbe avere i conti solo in Italia. E' o no in uno stato estero? E allora i conti li tiene dove crede e come crede. I cinesi hanno la maggior parte dei conti nel debito degli Usa, e nessuno si scandalizza...Tu dirai che lo Ior tocca la Chiesa: la tocchiamo anche noi due, con i nostri peccati. Dobbiamo manifestare il nostro dissenso? Certamente, ma mai mettere in questione la fede, che si basa su ben altro
Tu citi Martini e il Concilio: Con me sfondi una porta apertissima, infatti penso che il Concilio sia ancora davanti a noi e debba essere messo in pratica nelle sue riforme fondamentali. Ti allego solo come proposta, senza alcuna pretesa, le prime due puntate sul Concilio che ho pubblicato sul sito Vatican Insider de "La Stampa" di TOrino, giornale laico, e che puoi anche consultare in rete quando vuoi. Lì ho pubblicato da giugno scorso anche molti altri interventi su temi di CHiesa e di progresso...Vedi tu. Per il resto stiamo sereni e pensiamo che né preti, né papi, né traditori, né Ior di ogni genere ci possono allontanare da Cristo e dalla Chiesa come Corpo Mistico di Lui, mistero di incontro tra la sua meraviglia e le nostre miserie. Per ora tutto qui. Ti allego le ultime due cose mie uscite su "V. I", come detto sopra. Se vuoi potrai anche diffondere agli amici che credi questa mia risposta. Vale la pena di ragionarci su, con speranza e tenacia, con fede e pazienza, anche sorridendo delle nostre manìe, e dei pruriti di quelli che accettano tutto, ma appena si parla di Chiesa pensano che sia la causa di tutti i mali. Da venti secoli ci provano. Tranquilli, e diamoci da fare...Gianni

Primo allegato:
VATICANO II TRADITORE O TRADITO? NO. ANCORA DAVANTI A NOI (1)

E’ iniziato l’anno del 50.mo del Concilio Vaticano II. Quando Papa Giovanni lo annunciò, il 25 gennaio 1959, a San Paolo, ero a pochi metri da lui, e vidi le facce sbalordite dei cardinali…In particolare ricordo la barba del cardinale Tisserant…In molte sedute, poi, ero con altri amici in San Pietro per aiutare i Vescovi a sistemarsi e muoversi nella Basilica durante le Sedute….Ci chiamavano “assignatores locorum”, in pratiche le “maschere” – come allora nelle sale dei cinema – del Concilio. Cose di poco conto. Invece di gran conto che ancora oggi il Vaticano II sia oggetto di dibattito e discussione. A me pare chiara la presenza di tre voci: una dice che il Concilio è stato “traditore” perché farina del Diavolo che si è insinuato nella Chiesa, la seconda che il Concilio è stato un dono dello Spirito Santo, ma è stato “tradito”, e una dice che il Concilio è stato ed è un dono dello Spirito Santo che va non solo commemorato, ma messo in pratica nel tempo, anche lungo, con il rispetto delle circostanze e della realtà.
“Il Concilio traditore”? Ovvio indicare in questo schieramento i cosiddetti “lefebvriani”, che già in Concilio si manifestarono, ma furono minoranza, pur rumorosa, e dopo il Concilio anche con l’appoggio di forze interne alla Curia, e non solo, hanno sempre pensato che esso è stato una tragedia per la Chiesa e per la fede, addirittura “l’imbroglio” – termine esplicito spesso usato – di una minoranza progressista e mezza protestante che si è imposta di fatto e con tutti i mezzi, anche illeciti e menzogneri, sui Papi e sugli altri vescovi che tenevano alla fede della Tradizione cattolica romana. Sono quelli che scrivono ancora oggi che tutto è precipitato, da allora, e per colpa del Concilio. Estremisti come i discepoli di Lefebvre, che hanno rotto la comunione ecclesiale e addirittura sostengono – basta leggere le ripetute accuse su Internet – che l’ultimo Papa vero è stato Pio XII, e che la sede di Pietro è da mezzo secolo “vacante”. Non scherzo: un prete personalmente “sospeso a divinis”, Don Ricossa, scrive questo alla lettera, e molti tutto sommato gli danno ragione. Si scrivono anche libri, p. es. dal prof. Roberto De Mattei, che demonizzano il Concilio come tale. Una delle sue ultime opere, ad esempio, è una miriade ammirevole di tessere vere – scritti, testimonianze, episodi – raccontate in modo tale da formare un mosaico falso e ideologicamente fasullo, per sostenere che l’origine di tutti i mali è lì. E’ la posizione di massima dei lefebvriani: loro partono dal latino e dalla liturgia – anche con qualche ragione nei confronti di mancanze di equilibrio e di improvvisazioni infelici di genere opposto – per sostenere che la “crisi” reale in cui oggi versano la fede e la Chiesa è effetto e colpa del Concilio. Per loro la vera fede è solo quella antecedente al Vaticano II, che ha tradito, e solo tornando alle loro posizioni teologiche e disciplinari, essa fede può tornare nella Chiesa cattolica. Che dire? Proprio il prof. De Mattei – leader intellettuale laico del campo italiano – ha scritto in un libro sulla tradizione che le regole della fede sono quelle fissate in un trattato sui “Loci teologici” da Melchiorre Cano, prete e vescovo spagnolo del XVI secolo, nato nel 1509 e morto nel 1560, che partecipò al Concilio di Trento come “teologo imperiale”, su mandato del re di Spagna…Tutto ciò che non rientra nei canoni del Cano è sospetto, quasi sempre contro la fede.
C’è solo di ringraziare il cielo che i tempi dell’Inquisizione sono passati. Potrei citare centinaia di pagine, anche recenti, che vengono da questo lato, in cui i Papi del Concilio e anche del dopo Concilio, fino a Benedetto XVI compreso, vengono accusati di tradimento della fede…Di recente da quelle parti sono state rivolte accuse di fuoco al fatto che Benedetto XVI in Germania ha ricordato con rispetto “la fede” di Martin Lutero. Scandalo! Il Papa, per loro, è rimasto il pericoloso teologo d’oltralpe, che è stato determinante – lo dicevano apertamente, oggi lo dicono con qualche ritrosia – per il “rovesciamento” di tutto ciò che la Curia romana aveva preparato, e quindi per la “deriva” del Concilio intero rispetto alla Tradizione, che per loro è più importante e decisiva della Bibbia…Di qui – secondo i lefebvriani nelle loro diverse tonalità – gli errori fatali del Concilio: il primato della Parola di Dio, la collegialità episcopale, la vocazione universale alla salvezza e addirittura alla santità, i diritti dell’uomo al posto di quelli di Dio e della Chiesa, la libertà religiosa e di coscienza anche per le altre religioni, l’ecumenismo, la pace con il popolo ebraico, il dialogo con gli uomini di buona volontà, l’affermazione del “Popolo di Dio” tutto “sacerdotale” di quel “sacerdozio regale” dimenticato per 2000 anni, e pericolosamente minaccioso per l’autorità esclusiva del clero, la rivalutazione della sessualità umana con le derive che ne sono venute, l’importanza della libertà anche per la donna, in fin dei conti il riconoscimento dei limiti dell’autorità come tale, anche nella Chiesa.
Ecco: questa è la linea di chi pensa al Concilio come “traditore” della fede, origine della crisi di oggi. Su questa frontiera attuale di discussione sono in tanti, anche a livello di responsabilità nella Chiesa, che pensano che occorre tornare alla Chiesa dei tempi di Pio XII, e anche prima, al latino come lingua che differenzia e fa tacere voci non previste, allo splendore del culto come tale che diffida di tutto ciò che esalta la povertà come testimonianza del Regno dei Cieli, al sospetto per tutto ciò che vuol dire promozione sociale e liberazione degli oppressi…
Pare un ritratto schematico? Lo è, perché espresso in poche righe, ma dice molto del dibattito vivo…
C’è ovviamente, anche l’opposto, e cioè il fronte di coloro che, anch’essi, pensano al Concilio come rottura decisiva con il passato, con la concezione di una Chiesa gerarchica perfetta, di un laicato tutto sottomesso, di una liturgia fatta di estetica e mistero – la musica, il latino, i silenzi, il celebrante con le spalle rivolte al popolo che “assiste”, non partecipa, non celebra anch’esso, ma è presente e osserva il precetto…
Sono quelli che si sono detti del “dissenso”, parola mai usata dai primi, che l’hanno praticata per mezzo secolo dicendo che in dissenso sono il Concilio e i Papi che lo hanno celebrato e lodato. In pratica, senza dirlo, sono due estremi che si toccano: che il Concilio sia “traditore” della fede, o che la Chiesa postconciliare abbia “tradito” il Concilio, porta alla stessa posizione estrema. Sui due fronti ci si identifica con la fede cristiana, e di toglie credibilità a chiunque non concorda con le proprie posizioni: “Noi siamo chiesa” e voi non lo siete! Vale per chi ha pensato che il Concilio ha autorizzato a buttare via tutto il vecchio, positivo e di fede, a favore del nuovo, negativo e traditore, e chi ha pensato che tutto ciò che era antico era vecchio e da buttare a favore del nuovo, positivo e finalmente davvero evangelico e cristiano: due fronti e la medesima posizione, che non accetta la grazia del Concilio, definito così da tutti i Papi in questi 50 anni…
Antico o nuovo dunque, il Vaticano II? Antico e nuovo insieme. Antico per la conferma della fede di sempre, nuovo per la metodica pastorale, l’analisi e il riconoscimento dei tempi nuovi e delle sue esigenze. E antica e nuova è anche la Chiesa che vive nel 50.mo del Concilio. Antica perché è sempre la stessa, quella “Mater Ecclesia” che gioiva nelle parole con cui Giovanni XXIII dette inizio al Concilio stesso, l’11 ottobre 1962, e nuova perché dal Concilio sono venute davvero “cose nuove”: almeno sette grandi novità. Da sviluppare in un prossimo scritto.

secondo allegato


Ancora sul Vaticano II, dopo le due premesse negative: né traditore, né tradito.
1) Né “traditore”, come sostengono da sempre i tradizionalisti alla Lefebvre, talora peggiorati nel corso dei decenni, che presentano il Concilio come deviazione dalla fede cristiana e cattolica e inizio della rovina della Chiesa, che rimarrà tale fino a quando il Papa – un Papa del tutto nuovo, perché quelli che ci sono stati finora, dal Concilio in poi, hanno tutti più o meno tollerato, se non favorito il tradimento compiuto dal “modernismo” risorto nel Vaticano II – non dichiarerà che, avendo accettato le loro posizioni, la Chiesa cattolica è di nuovo quella della fede pura…Parrebbe una posizione estremizzata, ma non lo è: basterebbe conoscere i testi che via via, anche settimana dopo settimana, invadono la rete e confermano il rifiuto del Concilio e dei Papi più o meno mascherato.
2) Neppure “tradito”, come sostengono, con meno baldanza e meno drasticità, ma irremovibili anch’essi, coloro che avrebbero preteso dal Concilio una collegialità in cui il Primato di Pietro fosse solo d’onore e simbolico, un ministero pastorale solo fatto di esortazioni e richieste di consenso, una liturgia adattata ovunque alle esigenze locali e anche alle mode del momento, una Chiesa dedita soltanto alla promozione umana pura e semplice, che mettesse come in ombra l’annuncio della salvezza di Gesù Cristo Figlio di Dio, via verità e vita per tutti gli uomini e che andasse sempre e comunque incontro ai desideri delle maggioranze momentanee: insomma una fede fai da te, mescolanza di visioni relative e adattabili via via alle esigenze dei tempi e alle regole della comunicazione senza troppe pretese, politicamente ed eticamente corretta via via…
Né eversore della vera fede, il Concilio, dunque, né squilibratamente portato a demolire le certezze autentiche che dalla Parola di Dio vissuta nel tempo dalla grande Tradizione cristiana sono giunte fino a noi…
In ogni caso – era la conclusione della prima riflessione – occorre ricordare che il Concilio Vaticano II ha costituito su parecchi fronti un’autentica novità, una crescita della coscienza della fede perenne su alcuni punti anche di dottrina e di prassi che nel passato erano come dimenticati o seppelliti dalle tradizioni degli uomini, anche di Chiesa…
Ho parlato di almeno sette grandi novità. Certamente ce ne sono di più, nella dottrina e nella prassi ecclesiale che si rifà al Concilio, ma vale la pena di chiarire.
Vediamo dunque i punti di autentica novità del Concilio Vaticano II, che mi pare necessario chiarire.
Al primo posto l’affermazione della centralità e del primato della Sacra Scrittura, “fonte” della Rivelazione e base della vera Tradizione autenticamente cattolica, da non confondere con tante tradizioni di uomini di Chiesa pur rispettabili, ma figlie soltanto del tempo…
La Bibbia, dunque. Va ricordato che per lunghi secoli, soprattutto dopo la Riforma luterana, e anche in tempi vicini a noi, nei confronti della Bibbia c’era diffidenza e sospetto.
E a questo proposito è noto che uno dei momenti chiave del Concilio, ancora nei primi tempi della prima Sessione – ottobre-dicembre 1962 – fu il celebre intervento del cardinale Frings, arcivescovo di Colonia che portò alla modifica dello schema preparato dalla Curia sulle “due fonti della Rivelazione”, Scrittura e Tradizione, che in realtà ribadiva il primato della Tradizione...Quel discorso di Frings rivendicava il primato della Scrittura, e poneva la Tradizione nel solco della Parola di Dio: quindi lo schema doveva essere “Sulla Rivelazione”, e non sulle “due fonti” di essa. E’ noto che in quel discorso Frings utilizzò anche un suo esperto e giovane teologo, Joseph Ratzinger. Quel discorso, approvato da una grande parte dei vescovi, e avversato fortemente da una minoranza soprattutto curiale, convinse papa Giovanni a temporeggiare e come a riconsiderare dall’inizio la stesura dei documenti preparatori del Concilio intero. Alla fine della prima sessione il risultato principale fu che non era stato approvato nessun documento finale, ma erano state messe le basi per un lavoro del tutto innovativo, e per avere un’idea di ciò che era avvenuto nella realtà basterà ricordare che un altro teologo di lingua tedesca, Hans Kueng, anch’egli “esperto” in Concilio al seguito dei vescovi tedeschi, dichiarò apertamente ai giornalisti che quello che fino allora era stato un semplice sogno di un gruppo d’avanguardia, ora “permeava tutta l’atmosfera della Chiesa cattolica”. Un commento apertamente soddisfatto…
Una soddisfazione fondata? Sul tema della Scrittura lo era davvero. Per rendere un’idea realistica del passato, va ricordato che Clemente XI, nel 1713, proibiva ancora la traduzione in volgare della Bibbia e anche il solo fatto che il testo della Scrittura fosse messo a disposizione dei laici era indicato con parole dure: “Scandalose, pericolose, sedizione, empie blasfeme e sospette di eresia” le affermazioni che “la lettura della Sacra Scrittura è per tutti”, e che sbagliano coloro che affermano che “strappare il Nuovo Testamento dalle mani dei Cristiani e precluderlo ad essi significa chiudere per loro la bocca di Cristo”. Più avanti nel tempo, ancora Pio IX nel 1869 condannava le traduzioni in italiano come pericolose, perché “la nuova arte libraria” consentiva ai furbissimi nemici della Chiesa”, presenti anche nelle Società bibliche di “diffondere anche le Sacre Bibbie tradotte in lingua volgare contro le regole della Chiesa”, e “sotto pretesto di religione raccomandare alla plebe fedele la loro lettura”.
E’ vero che nel corso dell’ultimo secolo, stimolati anche dall’esempio degli evangelici e dai primi vagiti del movimento ecumenico anche nella Chiesa cattolica – basterà pensare a Don Giacomo Alberione, i suoi Paolini e le sue Paoline e a Don Giovanni Rossi e la sua Pro Civitate di Assisi – c’era stato un vasto risveglio dell’ìnteresse per la Bibbia, ma ufficialmente la guida unica della fede era la Tradizione, e la rivelazione appariva immobile e fissata da un passato codificato e fermo. Questo soprattutto dopo i primi due decenni del secolo XX, con la condanna ripetuta del modernismo, in cui spesso furono vittime anche personalità del tutto fedeli – penso al cardinale Ferrari di Milano, a sospetti che sfiorarono persino Giovanni XXIII e altri pastori illuminati, ed anche a certe diffidenze verso il giovane Montini, resistenti al logorio del tempo fino agli anni del suo pontificato…Parlare di “progresso” della dottrina, o addirittura di “evoluzione del dogma”, pur “nello stesso senso e nella stessa sentenza”, come suonava il celebre detto di Vincenzo di Lerins, era audace e quasi azzardato…Ebbene: su questo punto nella sua realtà il Concilio è stato davvero innovatore: basterà andare a leggere Il n. 8 della Dei Verbum, invece, che presenta la Chiesa come un organo vivo che comprende sempre meglio la Parola di Dio, che in essa cresce e genera nuova vita nello Spirito Santo. Del resto questi accenti risuonavano già nel discorso inaugurale di Giovanni XXIII…Anche grazie al Concilio la proibizione della traduzione e diffusione della Bibbia è del tutto superata, e i nn. 22 e 23 della “Dei Verbum”, incoraggiano la Scrittura in mano a tutti i fedeli...Basta andare a leggerli. E’ solo il primo punto dei sette promessi. Riprenderemo da essi…


DARIO A ME. SECONDA RISPOSTA E POI LA MIA. PER ORA…

Grazie per la tua risposta. Ci rifletterò ma non credo sia più tempo di giustificare alcuni pessimi atteggiamenti (il fatto che siamo tutti fragili e peccatori non esime affatto dal fare autocritica e sopratutto dal convertirsi in modo permanente) che comunque allontanano tanta gente. Quanto alla banca non è un problema dove essa risieda, dovrebbe però sottostare a vincoli etici e di trasparenza come la Banca Etica italiana di cui sono socio fondatore. E' così difficile? Non credo è solo una questione di responsabilità e serietà, che dovrebbe essere la norma (e non l'eccezione) per chi rappresenta il Signore in terra. Tutto qui.
Un abbraccio.
dario


Il giorno 10 febbraio 2012 17:03, Giovanni Gennari <giova.gennari@gmail.com> ha scritto:

DARIO A ME
Grazie per la tua risposta. Ci rifletterò ma non credo sia più tempo di giustificare alcuni pessimi atteggiamenti (il fatto che siamo tutti fragili e peccatori non esime affatto dal fare autocritica e sopratutto dal convertirsi in modo permanente) che comunque allontanano tanta gente. Quanto alla banca non è un problema dove essa risieda, dovrebbe però sottostare a vincoli etici e di trasparenza come la Banca Etica italiana di cui sono socio fondatore. E' così difficile? Non credo è solo una questione di responsabilità e serietà, che dovrebbe essere la norma (e non l'eccezione) per chi rappresenta il Signore in terra. Tutto qui.
Un abbraccio.
dario


GIANNI A DARIO
10 feb (1 giorno fa)

a Dario


Guarda che io non sto giustificando nessuno: metto solo in guardia sia dal perdere la fede per colpa di questo o quel prete, di questo o quel Papa, sia dall'incoraggiare chi la rifiuta per lo stesso motivo: abbiamo sempre il dovere di rendere ragione della speranza che è in noi, e che non dipende dal Vaticano, mai! Ciao. G.
BERTONE SCRICCHIOLA?
(11.02.12)

La notizia gira da tempo: il card. Bertone, fedele segretario di stato di Benedetto XVI, sta sul filo del rasoio nei palazzi vaticani.
Da tempo dicevo e scrivevo che il salesiano tuttofare che il papa volle come suo secondo alla Congregazione della Dottrina della Fede e poi promosse arcivescovo di Genova, strafaceva non solo per le nomine ad importanti incarichi ecclesiastici affidati per la maggior parte a salesiani, ma anche per il suo attivismo in ogni campo.
Bertone ha abusato del suo ufficio e mi è sempre sembrato una specie di nuovo Richelieu.
Traggo da un articolo di Valerio Gigante delle notizie che suffragano la mia ipotesi.

LA STORIA DI BERTONE
Guardato con sospetto e diffidenza dagli uomini di Curia e dalla diplomazia vaticana all’inizio del suo mandato, soprattutto per la sua totale mancanza di esperienza nel campo diplomatico (è infatti un canonista), il segretario di Stato vaticano, card. Tarcisio Bertone, si è progressivamente impadronito di tutte le leve del potere curiale. Soprattutto di quelle che presiedono alle finanze e ai beni del Vaticano. Bertone, ad esempio, è riuscito in ciò in cui aveva fallito il suo predecessore, il card. Angelo Sodano: nominare un uomo di sua fiducia ai vertici dello Ior. Un altro uomo di stretta osservanza “bertoniana”, mons. Alberto Perlasca, assumeva nella Segreteria di Stato il ruolo di responsabile dell’Obolo di san Pietro (la colletta annuale in favore del papa, enorme flusso di denaro che non viene nemmeno rendicontato nel bilancio annuale del Vaticano); mons. Fernando Filoni, già braccio destro di Bertone come sostituto agli Affari generali della Segreteria di Stato, dal maggio 2011 è prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, dicastero che controlla un enorme patrimonio immobiliare, oltre che la nomina dei vescovi in “terra di missione” e tutte le collette a favore delle missioni (altro denaro che non viene rendicontato nei bilanci vaticani); a chiudere il cerchio, dal luglio 2011, un altro ecclesiastico vicino a Bertone, mons. Domenico Calcagno, è presidente dell’Apsa, l’Amministrazione del patrimonio della Sede apostolica, l’organismo che si occupa della gestione del patrimonio economico della Santa Sede.

Bertone e i movimenti
Molto attento a mantenere buoni rapporti con i movimenti cattolici, che nell’epoca wojtyliana hanno accresciuto enormemente potere e capacità di influenzare le scelte dei vertici vaticani, anche portando cospicue offerte ai capi dicastero ed agli uomini di Curia, Bertone ha dalla sua diversi esponenti di Comunione e Liberazione, cui vanno aggiunte le 4 Memores Domini (laici di Cl che vivono in povertà, castità e obbedienza) che prestano servizio nell’appartamento pontificio. Anche il Movimento dei Focolari gode della stima, ricambiata, del segretario di Stato, almeno dai tempi del “caso Milingo” (v. Adista n. 49/02). Diversi infatti i focolarini che lavorano in Curia. Tra essi c’è anche, sin dai tempi dell’ex Sant’Uffizio, la segretaria personale di Bertone, Eurosia Bertolassi, detta Rosy. Il bertoniano presidente dello Ior Gotti Tedeschi è invece un soprannumerario dell’Opus Dei, e “amico” dell’Opera fondata da Josemaria Escrivà de Balaguer è anche Marco Simeon. Questi, figlio di un benzinaio di San Remo, è diventato in brevissimo tempo, grazie al patronage di Bertone, fornitore di fiori per la Città del Vaticano tramite la cooperativa il “Cammino”, referente della National Italian American Foundation per conto della Santa Sede, priore della Fondazione Magistrato di Misericordia (ente religioso presieduto dall’arcivescovo di Genova che raccoglie offerte delle aziende e delle famiglie, genovesi e non, per i poveri e che amministra, tra l’altro, un cospicuo patrimonio immobiliare), responsabile delle relazioni istituzionali prima per Capitalia e poi per Mediobanca sotto la guida di Cesare Geronzi. Infine, direttore di Rai Vaticano e delle Relazioni Istituzionali e Internazionali della Rai. Simeon è tra i destinatari degli strali epistolari di mons. Viganò, che in una delle sue lettere a Bertone definisce Simeon «persona particolarmente vicina a Vostra Eminenza».
A tenere invece i rapporti con i neocatecumenali è mons. Filoni, attivissimo negli ultimi anni nel processo di definitivo riconoscimento pontificio dei seguaci di Kiko Argüello e Carmen Hernández.

Bertone nelle banche
Nei rapporti con la finanza ed il mondo delle banche Bertone ha invece dovuto pazientare, aspettando che gli esponenti della vecchia dirigenza vaticana che avevano i rapporti privilegiati con il capitalismo lombardo e la finanza bianca si facessero da parte. Poi, usciti di scena il card. Giovanni Battista Re, per anni referente di personaggi come Antonio Fazio e Massimo Ponzellini (presidente di Impregilo e della Bpm), ma anche, insieme al cardinale Carlo Maria Martini ed al card. Attilio Nicora, storico interlocutore dei banchieri milanesi e di quelli del Nord-Est, pensionati il card. Angelo Sodano, che condivideva con Re anche ottime relazioni con Giovanni Bazoli (Intesa Sanpaolo, banca nella quale lo Ior è azionista); allontanato il card. Crescenzio Sepe, per anni potentissimo prefetto di Propaganda Fide, con ottime entrature negli ambienti degli immobiliaristi, oltre che in quelli governativi; reso meno decisivo il ruolo del card. Camillo Ruini, per anni egemone in tutte le questioni politico-economiche italiane, Bertone ha potuto progressivamente imporre un sistema di relazioni economico-politico-finanziarie basato su una forte “centralizzazione”. Il perno di questo sistema di relazioni è stato per anni Cesare Geronzi, ex banchiere di Capitalia, di Mediobanca e delle Generali (imputato per il crac Parmalat e condannato in primo grado a 4 anni di reclusione per concorso in bancarotta per la vicenda Cirio); ma Bertone ha coltivato ottimi rapporti anche con Fabrizio Palenzona (Unicredit), Andrea Comba (Cassa di Risparmio di Torino), Piero Melazzini (Popolare di Sondrio). Nella Compagnia di San Paolo, vicepresidente della Fondazione che controlla l’istituto è suor Giuliana Galli, salesiana come Bertone. Ma uomini e donne vicine al cardinale siedono nei cda di tutta una serie di banche, come le Banche di Credito Cooperativo e quelle nelle quali le Curie cittadine hanno il diritto, per statuto, di nominare un consigliere all’interno del Cda (a livello locale, nel rapporto con il mondo finanziario è però fortissimo anche il peso della Compagnia delle Opere). Come la Fondazione Montepaschi, che controlla l’istituto senese, presieduta da Gabriello Mancini, anche lui con solidi i suoi rapporti con la Segreteria di Stato.

Bertone nella politica
In questi anni la Segreteria di Stato ha cercato un rapporto diretto con l’esecutivo guidato da Berlusconi, scavalcando il primato dei rapporti con la politica italiana per anni detenuto dalla Cei guidata da Ruini. Non a caso, infatti, mentre il presidente dei vescovi italiani, card. Angelo Bagnasco, mostrava progressivamente una prudenza sempre maggiore nei confronti del capo dell’esecutivo, Bertone moltiplicava le occasioni pubbliche e private (la famosa cena a casa Vespa, con Berlusconi, Casini, Geronzi, Draghi e Letta) per manifestare il suo sostegno al leader del Popolo della Libertà.
Dopo la caduta di Berlusconi, Bertone ha continuato (in perenne antagonismo con la Cei di Bagnasco) il suo rapporto diretto con le istituzioni ed i partiti, ottenendo di poter dire la sua anche nella formazione del nuovo governo Monti, nonostante la sua compromissione con l’esecutivo precedente, o forse proprio in virtù di essa. Fatto sta che sono riconducibili alla Segreteria di Stato vaticana sia il ministro per la cooperazione internazionale e l’integrazione Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio e tra i laici cattolici più accreditati in Vaticano, sia il Guardasigilli Paola Severino, allieva di Giovanni Maria Flick, giurista oggi vicinissimo al card. Bertone (che lo ha voluto collaboratore dell’Osservatore Romano e nel consiglio di amministrazione della Fondazione San Raffaele, in attesa di sbarcare nel Comitato permanente del Toniolo), nonché avvocato dello Ior nel contenzioso che riguarda il sequestro da parte della Procura di Roma di 23 milioni di euro depositati su un conto aperto presso il Credito Artigiano per violazione delle norme anti-riciclaggio (v. Adista nn. 1 e 6/11).
Alla cordata bertoniana nel governo (e più in generale all’opa del cardinale Segretario di Stato sulla politica italiana) si contrappone Corrado Passera, ex allievo di Bazoli, esponente della finanza bianca e più vicino al progetto neocentrista del card. Angelo Bagnasco.

Bertone nella sanità
Abbiamo raccontato più volte le tappe dell’offensiva vaticana per la creazione di un polo sanitario che collegasse l’ospedale pediatrico Bambin Gesù, il Policlinico Gemelli e l’Idi di Roma, il San Raffaele di Milano e la Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo. Per scongiurare il fallimento Nell’ospedale fondato da padre Pio Bertone ha inviato un suo amico degli anni genovesi, Domenico Crupi; alla presidenza del Gemelli, che dipende dall’Università Cattolica e che per molti anni è stato sotto l’influenza ruiniana, oggi siede Giuseppe Profiti, che era vicepresidente dell’Ospedale Galliera, di proprietà della Curia genovese, e che Bertone conobbe quando era arcivescovo del capoluogo ligure; nel San Raffaele Bertone ha cercato di entrare approfittando della crisi economica provocata dalla gestione di don Luigi Verzé, subendo però un forte stop alla sua scalata. E forse a tutto il progetto di un “cordone sanitario” sotto egida vaticana.
La cordata vaticana guidata da Profiti, dal presidente dello Ior Ettore Gotti Tedeschi e dal finanziere Vittorio Malacalza, sostenuta dall’Opus Dei e organizzata da Bertone, aveva infatti offerto 250 milioni per rilevare il polo ospedaliero fondato di don Verzè, ma alla fine ha dovuto cedere il passo al ras delle cliniche lombarde Giuseppe Rotelli (ottimi rapporti con il presidente della Regione Formigoni e con Cl), che di milioni ne ha offeri 405. Ma, al di là delle cifre, l’operazione era apparsa troppo rischiosa a diversi esponenti della Curia vaticana (v. Adista n. 5/12), che se ne erano lamentati direttamente con il papa. I rilievi riguardavano sia l’aspetto economico (l’esposizione debitoria del San Raffaele è infatti enorme), sia l’opportunità che la Santa Sede entrasse in maniera diretta nella gestione di un ente che non ha pressoché alcun legame con la Chiesa cattolica e che, specie sui temi “eticamente sensibili”, ha portato avanti una linea assai diversa dal magistero ecclesiastico.
Dietro l’inedita convergenza di ecclesiastici in funzione anti Bertone vi sarebbe però una ragione molto più “concreta”: intessendo una fitta rete di rapporti economici e finanziari, Bertone sta costruendo un “sistema di potere” alternativo a quello di Comunione e Liberazione-Compagnia delle Opere, innescando una reazione dagli esiti imprevedibili.
Non a caso, una partita importante dello scontro tra Bertone, i vertici della Cei, Ruini, Tettamanzi, Scola, Sodano ed altri eminenti esponenti della gerarchia cattolica si gioca a Milano, all’Istituto Toniolo, che controlla l’Università Cattolica del Sacro Cuore (ma anche il Policlinico Gemelli di Roma).
Lì da mesi Bertone vorrebbe ottenere la maggioranza dei consiglieri del Comitato permanente, nonché la presidenza del Comitato, da affidare a Giovanni Maria Flick, che prenderebbe il posto del card. Tettamanzi, più volte pregato da Bertone di farsi da parte prima della naturale scadenza del mandato. Ma per ora tutti i tentativi sono stati rintuzzati. Recentemente, ma era scontato, tra i membri del comitato esecutivo è entrato il card. Angelo Scola, subentrato in settembre a Tettamanzi alla guida della diocesi di Milano.

Venezia fa “Moraglia”
Dove Bertone è più “scoperto” è all’interno delle Curie delle grandi città. In questi anni, infatti, nonostante il forte pressing sul papa, non è riuscito a far eleggere i suoi candidati nelle sedi cardinalizie più prestigiose. Clamorosa la sconfitta a Torino, dove è passato uno dei pupilli di Ruini, mons. Cesare Nosiglia. Bruciante la sconfitta di Milano, dove Bertone puntava su mons. Gianni Ambrosio. Imbarazzante, per i 7 mesi in cui una delle diocesi più importante d’Italia è stata senza guida (a testimonianza dell’intensità raggiunta dalle lotte intestine ai vertici ecclesiastici), l’esito di Venezia, dove la nomina dell’ultraconservatore mons. Francesco Moraglia riporta in auge la nidiata di preti discepoli del card Siri, fa felice l’inedito asse Bagnasco-Scola-Piacenza (allievo prediletto di Siri) e infligge una mezza batosta a Bertone, che puntava su tutti i candidati già sconfitti a Torino e Milano (mons. Giuseppe Versaldi, mons. Aldo Giordano, mons. Gianni Ambrosio), ma che alla fine ha accettato una soluzione di compromesso che paradossalmente non scontenta nessuno.
Riforma viennese

Giacomo Galeazzi.

Il 2012 sarà l’anno della «riforma viennese». Dopo la rivolta dei preti dissidenti in Austria, il cardinale Christoph Schönborn ha incaricato il decanato di Vienna di presentare un progetto per il rinnovamento dell’arcidiocesi di Vienna. Il programma, da presentare entro dodici mesi, porterà alla riorganizzazione di parrocchie e comunità. L’arcivescovo di Vienna ha già risposto all’appello alla disobbedienza lanciato da alcuni sacerdoti che non condividono la teologia e la disciplina della Chiesa con un appello all'unità. Le riforme strutturali dovrebbero però sempre essere nella linea di un “impulso missionario” e di “nuove iniziative pastorali”, ha affermato il porporato illustrando la finalità del progetto in una conferenza stampa il 16 gennaio a Vienna. Il cardinale, allievo del professor Joseph Ratzinger e leader del gruppo dei suoi ex studenti che si incontrano ogni anno a Castel Gandolfo, ha replicato in molti modi alla «Pfarrer-Iniciative», un manifesto pubblicato il 19 giugno 2011 firmato da più di 300 dei 2.000 sacerdoti dell'Austria. Nel testo, i presbiteri rivolgono un “appello alla disobbedienza”, visto che il Papa e i Vescovi non hanno accolto le loro rivendicazioni. Tra queste, riferisce l’agenzia cattolica Zenit, figurano l'ordinazione sacerdotale di donne, l'ordinazione sacerdotale di uomini sposati nella Chiesa di rito latino, la comunione per i divorziati e la possibilità che ci sia un presidente laico alla guida delle parrocchie. Il cardinale Schönborn precisa che l'“appello alla disobbedienza” contro la gerarchia legittima della Chiesa non solo non è giustificato, ma rappresenta anche un motivo di scandalo per i cattolici. Nelle linee guida dell’arcidiocesi di Vienna, tra le altre indicazioni, si legge che in futuro una parrocchia deve avere almeno 4000 fedeli cattolici, che il 5% del bilancio parrocchiale deve essere destinato a nuovi progetti e iniziative, che le spese per gli edifici parrocchiali non devono superare il 20% delle entrate conseguite e che le spese di manutenzione degli edifici sacri devono poter essere affrontate senza sovvenzioni da parte della diocesi. Secondo il progetto di base, non viene esclusa una destinazione di utilizzo alternativa delle Chiese che non si riescono a mantenere. “Molti lavoratori si chiedono come sia possibile che la Chiesa inciti a diffondere e praticare la disobbedienza, quando sanno certamente che se avessero lanciato un appello simile nei posti di lavoro avrebbero perso già da tempo il loro impiego”, sottolinea il cardinale in una lettera nella quale ha risposto agli autori dell'iniziativa. “Non è necessario essere sempre d'accordo con qualsiasi decisione ecclesiastica, soprattutto in ambito disciplinare, ed è anche lecito prendere in alcuni casi decisioni diverse”, riconosce Schönborn.“Quando però il Papa indica ripetutamente passi chiari, ricordando anche l'insegnamento in vigore – ad esempio per quanto riguarda i ruoli –, allora l'appello alla disobbedienza pone, di fatto, in discussione la comunità ecclesiastica nel suo insieme”.“In ultima istanza, infatti, ogni sacerdote, così come tutti noi, deve decidere se vuole continuare a percorrere il cammino insieme al Papa, al Vescovo e alla Chiesa oppure no. E' certamente sempre difficile rinunciare ad alcune idee e prospettive, ma chi dichiara nullo il principio di obbedienza dissolve l'unità”, dichiara. Schönborn fa quindi notare ai promotori della “Pfarrer-Inititiative” alcune contraddizioni nel loro “Programma di disobbedienza”, come il concetto di una “festa dell'Eucaristia senza sacerdote” e ancor di più la definizione inaccettabile di “festival liturgici”.“Sono Vescovo ormai da quasi vent'anni – precis ail cardinale–. Il compito del Vescovo è quello dell'unità: l'unità nella propria Diocesi, l'unità con il Papa, l'unità con la Chiesa. E assumo questo compito con grande gioia. Vivo molti momenti belli, ma anche momenti di ferite dolorose. Una di queste ferite è l''Appello alla disobbedienza'”.Per questo, lancia “un appello all'unità, a quell'unità chiesta da Gesù al padre e per la quale Cristo è stato disposto a sacrificare la vita”. Secondo il cardinale, però, nell’arcidiocesi di Vienna non ci saranno comunque “solo smantellamenti ma anche numerosi nuovi sviluppi” nella diocesi. Riferisce che il numero delle scuole private cattoliche è triplicato dal suo arrivo nel 1995, e che anche la Caritas è un forte segmento di crescita ecclesiale – qui nello stesso periodo il numero dei collaboratori è raddoppiato.
Küng: “La Chiesa riscopra la meritocrazia o morirà”

Fabio Chiusi

Intervistato a Udine da Linkiesta, in occasione del Premio Nonino, il grande teologo svizzero Hans Küng analizza i mali della Chiesa moderna, la sua incapacità di coinvolgere le nuove generazioni di giovani e propone un ritorno alle origini per superare le difficoltà odierne. “Abbiamo questi problemi a causa dellʼassolutismo papale, del clericalismo massivo che è cominciato nellʼXI secolo e della legge del celibato. Io sono per il ritorno alla concezione cattolica del primo millennio, e per andare avanti, non indietro”. E sul Vaticano e quella che considera la sua decadenza spiega: “La radice? Passa soltanto chi è romano o legato a quel sistema”.

È curioso, Hans Küng. Quando, parlando in una sala dellʼHotel Astoria di Udine, viene a conoscenza dellʼennesimo scandalo in Vaticano (le denunce di Monsinor Carlo Maria Viganò) e dellʼinchiesta dellʼEspresso sulla «cricca milanese», legata a doppia mandata a Comunione e Liberazione e Roberto Formigoni, gli occhi chiari, attenti, saettano sulle pagine. «Benedetta corruzione», legge ad alta voce dal Fatto Quotidiano, ridacchiando. Poi si fa subito serio. E sospira: «Cʼè una consapevolezza sempre più diffusa anche in Italia, di queste cose». Cose contro cui Kung ha combattuto con spietata franchezza per buona parte della sua vita. «Non certo da teologo», lʼha sminuito lʼarcivescovo Andrea Bruno Mazzocato al suo arrivo in Friuli per ritirare il premio Nonino 2012. Ma Küng è abituato alle accuse. I suoi detrattori cattolici lʼhanno definito negli anni un uomo «consumato dalla rabbia», «finito», in stato di «alienazione psicologica». Ma al contatto diretto lʼimpressione è tuttʼaltra. Le parole sono ferme, ma pesate e sincere, in un buon italiano che Küng cerca costantemente di migliorare chiedendomi conferme e aiuti. E i concetti sono anche più chiari: «La Chiesa cattolica è seriamente malata e la causa della sua malattia è il sistema di governo romano che si è affermato nel corso del secondo millennio superando tutte le opposizioni e regge ancora oggi», ha scritto nel recente volume Salviamo la Chiesa. «Ma io non sono contro il Papa», precisa ancora prima che possa accendere il registratore, «sono i miei critici a volermi dipingere così».

Certo, Professor Küng, che a leggere le parole di Monsignor Viganò qualche critica viene spontanea. Alti prelati accusati di malaffari, appalti pilotati, corruzione. E chi sapeva, prosegue lʼaccusa, invece di porvi rimedio ha preferito insabbiare. Per questo Viganò sarebbe stato trasferito in America. Le dinamiche sembrano simili a quelle che lei racconta in Salviamo la Chiesa.
Mi accusano sempre di essere antiromano, antipapale. Questo non è vero. Ho fatto i miei studi a Roma, ne ho belle memorie. Ho fatto tutto il possibile per acquisire la cultura romana nelle diverse epoche. Però penso che tutte queste cose, «Furti, truffe, veleni» (dice leggendo il titolo del Fatto, ndr), vengano da un sistema romano che non coincide con la Chiesa Cattolica. Io sono nel servizio della Chiesa Cattolica Universale, che ha il centro a Roma. Ma non come una dittatura spirituale: come un servizio, come «il servo dei servitori di Dio», come dice Gregorio Magno. Dunque io non voglio essere accusato di essere contro il Papa: ho una concezione molto più fondata sulla Scrittura stessa della figura di San Pietro, che si è imposta nel primo millennio ma che si oppone a questa rivoluzione dal di sopra che ha fatto la riforma gregoriana.

Dunque quali sono le cause degli scandali della nostra era?
Abbiamo questi problemi a causa dellʼassolutismo papale, a causa del clericalismo massivo che è cominciato nellʼXI secolo e della legge del celibato. Io sono per il ritorno alla concezione cattolica del primo millennio, e per andare avanti, non indietro. Adesso si vede sempre più che questa restaurazione del sistema romano che hanno fatto sotto il Papa polacco prima e quello tedesco dopo è una catastrofe. Fanno grandi manifestazioni, ma è solo una facciata. Non si vede che anche in Italia, come in Germania e Svizzera, il clero col celibato muore. Abbiamo una miseria nelle parrocchie... Guardi, io ho visto lʼélite clericale che abbiamo avuto durante i miei sette anni a Roma. Tutto questo non cʼè più.

E cosa cʼè al suo posto?
Cʼè una selezione minimalista, anti-meritocratica. Passa soltanto chi è romano, nel senso del sistema romano.

E chi si oppone è mandato in America.
Purtroppo Papa Ratzinger, che è un uomo intelligente, ha fatto il grande sbaglio di prendere solamente suoi "sudditi" per consiglieri e per il suo staff. Cʼè una sorta di putinismo nella Chiesa Cattolica di oggi. Non è più stalinismo: non ci sono più le condanne, i processi inquisitoriali. Però cʼè un sistema repressivo. Come Putin, Ratzinger ha selezionato soltanto collaboratori fedeli, specialmente uomini del SantʼUffizio, gli eredi dellʼInquisizione. So che anche nella Segreteria di Stato la gente è molto rattristata dal vedere un uomo incapace come Tarcisio Bertone. Un uomo del SantʼUffizio come capo della Segreteria di Stato, la seconda posizione nella Chiesa, che non conosce la diplomazia, non conosce lʼinglese. Un teologo povero, uno "yes man". Il Papa ha avuto un ottimo consigliere per le religioni non cristiane, ma lʼho incontrato in Egitto... Lʼha mandato lì.

A proposito di Egitto. Come ben sa lì, come in altri Paesi arabi, cʼè la rivoluzione, la "primavera". Serve una "primavera cattolica" e dei cattolici?
Io ho fatto di tutto per risvegliare i cattolici. Il problema è che abbiamo già perso questa gioventù, che va in piazza Tahrir al Cairo. La nostra politica, la nostra linea pastorale non è stata capace di integrare questa gioventù. Si illude con questi movimenti neocattolici, che sono solamente per il Papa, ma che non sono rappresentativi della gioventù generale.

Sta dicendo che se la Chiesa fosse stata più vicina ai giovani probabilmente anche questi giovani in piazza Tahrir sarebbero stati più vicini al cristianesimo?
Sì. Proprio in questi giorni è stato ripubblicato un mio libro, Essere Cristiani: sono sicuro che se a Roma lo avessero accettato come fondamento per le prediche, per la catechesi e per la struttura pastorale, la Chiesa di oggi sarebbe molto diversa. E sarebbe capace di integrare anche la gioventù.

In Onestà lei ha scritto: «Lʼirresponsabilità in economia non paga. La responsabilità è richiesta anche per ragioni economiche.» Ne è proprio certo?
Le catastrofi che abbiamo a Wall Street, nel sistema bancario, ovunque, mostrano che questa amoralità di fare solo guadagno a ogni costo non paga. A breve termine è sempre possibile guadagnare. Ma nel lungo termine non paga. Finalmente si vede la situazione economica dellʼItalia come degli altri paesi europei: dobbiamo pagare per tutta questa amoralità avuta nellʼeconomia negli anni scorsi. LʼUnione Europea allʼinizio era stata fatta con uomini che non erano certamente dei santi, ma erano onesti. De Gaulle, Adenauer, De Gasperi, Schuman: questi avevano un carattere. Erano buoni politici, onesti, e a questo modo hanno costruito il fondamento di una nuova Europa pacifica. Poi si è introdotta una politica sempre più senza moralità. Che non paga.

Monti può contribuire a riportare lʼEuropa sulla strada giusta?
Spero sarà aiutato da tutti i partiti, che non facciano sempre e solamente una politica amoralista e interessata solo al loro tornaconto. Gli onorevoli dovrebbero essere onorabili, pensare al bene comune. Lʼeconomia è la base, ma la politica deve controllarla, non essere una funzione dellʼeconomia. E sia la politica che lʼeconomia devono essere controllate da una moralità che abbia come centro la dignità umana, i diritti e i doveri umani.

Prima ancora della figura di Cristo?
Sì. Lʼetica mondiale, che è il mio grande tema, vuol dire precisamente che non cʼè pace tra le nazioni senza pace tra le religioni. E non cʼè pace tra le religioni se non cʼè dialogo tra loro. E non cʼè dialogo senza norme etiche comuni.
IL NUOVO SPETTACOLO SUL VOLTO DI GESU'
(14.01.2012)

A Milano al teatro Parenti è uno spettacolo teatrale, dove si parla del volto di Cristo (lo sfondo è il dipinto di Antonello da Messina). Fra le varie cose sembra che vi sia un momento in cui il volto di Cristo vengafatto oggetto di lancio di escrementi, o almeno supposti tali. Naturalmente c’è chi ha tentato di fermare lo show.
Il coro di proteste si sta allargando e mi viene in mente quel che accadde forse 40 anni orsono quando Dario Fo presentò il suo Mistero Buffo. Ero in seminario e i miei educatori pontificavano contro questo spettacolo che, senza dir nulla a nessuno per paura d'essere sospeso, andai a vedere. Era dissacrante, certo, ma v'era un fondo di verità. Adesso quello spettacolo viene ripreso, senza che più nessuno si scandalizzi.
Non so come sia questo spettacolo sul volto di Gesù e non sono riuscito ad avere informazioni serie, ma rimango molto perplesso sul clamore che sta suscitando al punto che la stessa autrice o regista s'è spinta a dichiarare che se non sarà tutelata non darà la pièce.
Non so se lo spettacolo offenderà la sensibilità cristiana, ma penso che non sia corretto ostracizzare la cultura tout court.
MANO TROPPO TESA AI FRATELLI DELLA COMUNITA' DI S.PIO X

Traggo da Adista:
"Non aderisce, non rifiuta, non chiede chiarimenti, non propone modifiche: la tanto attesa replica dei seguaci di mons. Marcel Lefebvre al documento vaticano (Il “Preambolo dottrinale”, v. Adista nn. 69, 76, 84 e 91/11), che avrebbe dovuto sancire, qualora fosse stato sottoscritto, la reintegrazione dei tradizionalisti scismatici, è finalmente arrivata, ma ha spiazzato tutti. Anche perché, se i vertici della Fraternità S. Pio X avevano lasciato intendere che il testo così com’era non sarebbe stato accettato, non era da escludere una ulteriore negoziazione sulle affermazioni contenute, come peraltro la Commissione vaticana Ecclesia Dei aveva previsto, dando al documento un carattere non definitivo. Era apparso, tuttavia, fin troppo chiaro che un accordo sarebbe stato difficile, dal momento che il Preambolo – peraltro mai reso pubblico – chiedeva l’adesione a una professione di fede e il riconoscimento del ruolo del Magistero in caso di divergenze dottrinali: ostacoli insormontabili per i tradizionalisti, specie per quell’ala – piuttosto potente – che non intende venire a patti con il Vaticano per ottenere il riconoscimento canonico in seno alla Chiesa e che dissente dall’atteggiamento più “dialogante” del superiore, mons. Bernard Fellay, che pare invece deciso a non lasciare intentata alcuna strada. Il tutto lascia percepire l’esistenza di una grossa frattura all’interno della Fraternità. E, infatti, pare proprio che le cose stiano così. Il testo inviato come risposta, che ora Ecclesia Dei si appresterà ad esaminare, è in realtà, a quanto si apprende, una «documentazione»: un tentativo, forse, di guadagnare tempo in una situazione di gravi dissidi interni, a causa dei quali in certi ambienti lefebvriani si parlerebbe addirittura – secondo quanto riportato dal portale Vatican Insider – di un possibile “commissariamento” di Fellay, ritenuto dal fronte dei vescovi tradizionalisti più intransigenti un po’ troppo disposto a trattare con il Vaticano. Peraltro Fellay, recentemente, era tornato alla carica con il suo argomento anti-Vaticano II con toni tutt’altro che concilianti: nell’omelia pronunciata l’8 dicembre scorso, aveva affermato infatti che «per un gran mistero, Dio ha permesso che lo spirito del mondo provasse ad introdursi nella Chiesa. E bisogna battersi non solo contro i nemici esterni, ma anche contro uno spirito non cattolico che è entrato nella Chiesa. Con tutti i recenti cambiamenti, si vede bene, manifestamente, che l’introduzione di questo spirito si è prodotta al momento del Concilio Vaticano II». Fellay la definisce «una tragedia senza nome», addirittura «fumo di Satana»: «È come se il diavolo – spiegava – avesse messo piede nel santuario. Ed è una realtà che ci raggela. È radicalmente il contrario di ciò che è la Chiesa». Quanto all’attuale situazione di stallo con Roma, Fellay l’aveva sintetizzata così: «“Sì, potete criticare il Concilio, ma a una condizione, bisogna prima accettarlo”. E noi a rispondere: “Cos’è che si potrà criticare dopo?”». Per il capo dei lefebvriani c’è un’insanabile contraddizione tra principio e applicazione: pur riconoscendo, infatti, che le formule proposte dal Vaticano nel Preambolo dottrinale «sono sempre più vicine a quello che diciamo noi». Fellay cita ad esempio questo passaggio: «Sui punti del Concilio che presentano difficoltà, vi impegnate a riconoscere che il solo modo per comprenderli è di farlo alla luce della Tradizione continua, perpetua, alla luce del Magistero precedente» (e «la luce della Tradizione è la sola maniera con la quale si possono comprendere dei punti dubbi», ammette Fellay). Ciò che viene rifiutato è il riferimento al Nuovo Catechismo, perché «riprende il Concilio». Di qui l’indicazione della strada che i lefebvriani intendono percorrere: «Noi decidiamo di dire loro: non potreste considerare le cose un po’ diversamente? Non potreste provare a comprendere che non è la Fraternità che costituisce un problema? Nella Chiesa vi è effettivamente un problema, ma esso non è la Fraternità; noi siamo un problema solo perché diciamo che vi è un problema. Allora noi chiediamo che si occupino del vero problema». (ludovica eugenio)

Continuare a voler dialogare con i fratelli della comunità fondata da mons. Lebfevre va bene, ma non si deve perdere troppo tempo. "Lascia che i morti seppelliscano i morti", direbbe Gesù. Le posizioni sono troppo arroccate da ambo le parti e le ferite ancora troppo sanguinanti per poter essere rimarginate. Benedetto XVI, tradizionalista, ha concesso delle aperture che da molti sono state lette come passi compiuti per agevolare il dialogo con la comunità di San Pio X, ma non sembra che il cammino possa continuare agevolmente anche perchè la stessa comunità è divisa fra dialoganti con la chiesa di Roma e ostruzionisti ad oltranza.
OTTO PER MILLE
(03.01.2012)

Le bocce non sono ancora ferme, ma gli animi si sono chetati un po' sul tema dell'otto per mille e dell'ICI riferiti alla chiesa cattolica.
Un animoso articolo - che riporto in parte - adduce argomentazioni in parte veritiere a favore dei contributi che lo stato italiano versa alla chiesa.
Vediamolo assieme e cerchiamo di capire.
Gianfranco Amato, sul sito www.corrispondenza romana.it, scrive: " E’ davvero irritante il cinismo con cui, sull’onda emotiva dei sacrifici imposti dall’attuale situazione economica nazionale, vengono brandite contro la Chiesa Cattolica le armi spuntate del radicalismo anticlericale, agitando la (inesistente) questione dell’ICI e dell’8 per mille. E disonesti intellettualmente appaiono tutti coloro che a tale campagna si aggregano o che ad essa plaudono con la stessa cecità ideologica delle tricoteuses giacobine sotto i patiboli. Per quanto riguarda il primo tema, quello relativo alla richiesta di abolizione dell’asserita esenzione I.C.I., Avvenire ha documentalmente dimostrato per tabulas , attraverso la sua meritoria campagna, che trattasi di pura menzogna. Per cui la questione si può anche chiudere qui."

Commento: la questione si chiuderebbe qui se la stessa gerarchia non avesse ammesso per bocca di suoi esponenti di rilievo che si danno casi in cui l'ICI non si paga. Lo stesso card. Bagnasco, interpellato in proposito, non ha esitato a riconoscere che vi sono casi di evasione che saranno controllati. Non ha però precisato che - accertata l'evasione - si denuncerà l'evasore e si pagheranno anche le sanzioni. Avvenire - organo dei vescovi - ha fatto il suo dovere, ma non l'ha fatto fino in fondo: avrebbe dovuto completare l'informazione con casi già documentati in cui opere religiose che lucrano affittando stanze non pagano l'ICI.

Prosegue il nostro: "Per ciò che concerne, invece, il secondo tema, ovvero il trasferimento dei fondi dallo Stato italiano alla Chiesa cattolica attraverso il meccanismo dell’8 per mille del gettito fiscale, il discorso merita una considerazione. Approfittando, in perfetta mala fede, del rigore generale imposto dalla nuova politica di austerity, i soliti anticlericali hanno trovato spazio per amplificare il logoro refrain sull’«odiato privilegio» concesso alla Chiesa, che vanno ormai ripetendo, come un disco rotto, dal 1985. Sapendo di non poter vincere la guerra dell’abolizione, ora tentano almeno di vincere la battaglia della riduzione. «Se il popolo deve fare sacrifici, li facciano anche i ricchi cardinali», sentivo giorni fa alla radio. Tutto ciò apparirebbe risibile se la drammaticità del momento non lo facesse apparire una farsa macabra. Di fronte ad una simile operazione mistificatoria, bisognerebbe trovare il coraggio di fare una proposta davvero radicale. Un coup de théâtre: accettare l’abolizione totale dell’8 per mille. Ad una sola condizione, però. Che lo Stato italiano restituisca tutto l’immenso patrimonio, costituito da chiese, conventi, monasteri, palazzi, biblioteche, terreni, opere d’arte, suppellettili sacre, ecc., illegittimamente sottratto alla Chiesa Cattolica, in violazione di ogni diritto, ivi compreso il diritto internazionale.
Sì, perché qualcuno ancora si ostina a dimenticare che l’8 per mille, dal punto di vista morale e giuridico, non rappresenta una generosa liberalità, ma l’indennizzo dello Stato a quell’illecito incameramento del patrimonio ecclesiastico, perpetrato a partire dal 1855, quando l’ex ministro Clemente Solaro della Margherita (autentico conservatore), prendendo la parola nel parlamento piemontese, definì le Leggi Siccardi un «sacrilego latrocinio».

Commento: il nostro dimentica che nel 1929 con il primo concordato fra la santa sede e l'Italia, nella parte finanziaria si prevedeva una cifra considerevole proprio per il risarcimento dei beni ecclesiastici incamerati e che da allora in poi, sempre in nome di quel risarcimento, i parroci prendevano dallo Stato Italiano la "congrua", cioè una cifra mensile che riconosceva al clero soldi in cambio di beni incamerati. Vi furono parroci che - titolari di due o tre parrocchie - incassavano due o tre congrue.

La polemica animosa è una brutta cosa e non aiuta a sceverare serenamente problemi che potrebbero essere risolti.
Anch'io sono per il coup de theatre: rinuncia all'otto per mille. Anzi! Sono per un coupe de theatre ancora più eclatante: la chiesa cattolica chieda ufficialmente allo stato italiano di far decadere il Concordato Craxi-Casaroli. Darebbe un segno di reale volontà di essere libera ed indipendente. Avendo le mani nette pagherebbe l'IMU sempre e su tutto (ad eccezione dei luoghi adibiti al culto ed alla formazione), non sarebe costretta a compromessi sui matrimoni, non avrebbe privilegi di sorta rispetto ad altre confessioni religiose e manterrebbe i rapporti con lo stato vaticano solo attraverso il nunzio apostolico.
IL SEGNO DEL CIELO
(22.11.11)

"Il Vaticano è perplesso, e anche certamente imbarazzato; perché nei viaggio in Africa che si è appena concluso, secondo molti fedeli, non in contatto fra di loro, ci sarebbero stati in cielo fenomeni analoghi a quelli che si sono verificati nel corso delle apparizioni più famose del secolo scorso, come Fatima e le Tre Fontane. Una parente di un vescovo avrebbe scattato una documentazione fotografica o video dell’accaduto, che sarebbe stata consegnata al Segretario di Stato, il cardinale Tarcisio Bertone.
All'indomani della messa celebrata da Benedetto XVI nello Stadio de l'Amitié di Cotonou, anche i vescovi del Benin si interrogano sullo straordinario fenomeno che ha consentito alle 8 del mattino agli 80 mila fedeli presenti di vedere insieme la luna e il sole, un evento rarissimo in Africa a quella latitudine, che ha suscitato grande stupore nella folla, come ha riferito ai giornalisti il direttore della Sala Stampa della Santa Sede, padre Federico Lombardi. Tanto più che non pochi fedeli hanno dichiarato di aver visto anche il sole muoversi e risplendere senza accecare, così da poterlo guardare a lungo senza problemi (anche chi abbassava gli occhi e li rialzava non aveva nessun disturbo visivo)."

Ho ripreso il testo dal blog di Marco Tosatti, un giornalista de La Stampa. L'evento sarebbe accaduto in Africa in questi giorni, mentre il papa era in visita in Begin.
La reazione è stata classica: i costernati si strappano le vesti perchè nel terzo millennio si crede ancora a queste cose, i baciapile stanno freneticamente cercando il video del fenomeno, gli scettici fanno spallucce.
Devo dire che anch'io, molti anni fa, a Medjugorie, dopo aver celebrato la messa nel locale dell'apparizione con i veggenti (sì! ebbi anche quest'occasione) quando uscii fui investito da tante persone che mi dichiararono che durante la celebrazione della messa il sole fu visto roteare. Non credetti una parola perchè in casi simili l'immaginazione, la suggestione e, a volte, anche l'allucinazione giocano brutti scherzi.
Questo non significa che non creda ai segni del cielo. Proprio in questi giorni in cui la liturgia ci fa riflettere sull'escatologia invitandoci a leggere brani dell'Apocalisse, del libro di Daniele e del Vangelo, pensavo a quanto Gesù dice:"Vi saranno dei segni nel sole, nella luna e nelle stelle. Sulla terra angoscia di popoli e di nazioni...."I segni di Dio sono da cercare prima di tutto negli avvenimenti nromali perchè Dio parla attraverso le cose, gli eventi, la natura, la nostra quotidianità. Noi cerchiamo sempre il prodigio e non siamo capaci di cogliere il prodigio che è la nostra vita quotidiana perchè la riteniamo banale, routinaria, assurda.
Un segno prodigioso è la crisi mondiale che non riguarda solo l'economia dei paesi più ricchi del mondo, ma la fame e la sete di gente che muore (vedi Sudan), lo sconvoglimento in poco tempo di regimi forti (cattura e condanna di Saddam Hussein, cattura e uccisione di Osama Bin Laden, morte di Gheddafi, rivoluzioni nel nord Africa, in Iran, in Iraq...), il senso di precarietà che attanaglia un mondo occidentale per troppo tempo abituato a vivere del superfluo inteso come necessario.
Questi sono i segni del cielo.
Ai credenti nel messaggio del Cristo sta il compito di coglierli e leggerli per trovare risposte etiche che siano espressioni di autentici messaggi cristiani. Ai non credenti o agli scettici il compito di riflettere su eventi che segnano il corso della storia che io personalmente non riesco a credere che sia solo frutto di occasionali concatenazioni di elementi senza una "metafisica della storia stessa" che ne colga in profondità l'aspetto ontologico.
I segni nel cielo, nel sole, nella luna e nelle stelle che preconizzava Cristo non saranno mai roteari di soli o improvvisi oscuramenti di lune, ma solo indicazioni che dobbiamo saper cogliere nel cielo della nostra vita, illuminati dal sole della nostra fede (qualunque essa sia) e dalla luna della nostra ragione.
LA RICERCA DELL'ESSENZIALE
(15.11.11)

Domenica scorsa, partecipando alla messa, ho avuto un paio di moti di ribellione. Alla preghiera dei fedeli la comunità è stata esortata a pregare perchè - cito quasi testualmente - "...gli agricoltori accettino di rischiare in proprio per i frutti della terra". Il canto processionale della ricezione dell'Eucaristia recitava:" ...a quelli che hanno fame, tu prometti il Regno".
Mi sono chiesto: come si fa ad esortare una comunità a pregare perchè la gente rischi in proprio ed a convincere chi ha fame che l'importante è il Regno di Dio?.
Due cose che sono in contrasto con il Vangelo stesso perchè Gesù a quelli che hanno fame diede da mangiare creando il miracolo della condivisione (si sfamarono cinquemila uomini senza contare le donne ed i bambini ed avanzarono pure dodici canestri di cibo) e non risulta che esortasse a rischiare senza motivo ("quale re, andando in guerra contro un altro re, ci pensa prima di andare incontro con diecimila uomini a chi gli viene incontro con ventimila?).
La mia riflessione è stata che i preti sono fuori dal mondo. Oddio! Essere fuori da questo mondo, un po' fa bene! Ma non troppo!
Questa gente è pasciuta e tranquilla nella propria casa calda e dentro la chiesa di stucchi dorati. Ben poco sa del "Mestiere di vivere", per dirla con C.Pavese e non s'accorge delle corbellerie che contrabbanda per sacro.
E' necessario che l'istituzione abbia il coraggio di tornare all'essenzialità delle cose, camminando scalza per le strade della vita di ogni giorno e provando la fatica e la durezza quotidiana che milioni di fedeli provano quando faticano ad arrivare alla terza settimana del mese o, come in Sudan, non sanno trovare una goccia d'acqua per dissetare i propri figli.
Gli appelli alla preghiera per chi ha fame e sete sono semplici "flati vocis" se non sono seguiti da gesti concreti che dimostrano IN CONCRETO cosa significhi credere nel Verbo di Dio Incarnato.
Non so che cosa la chiesa istituzionale stia facendo per il Sudan, so che il compianto Paolo VI fece pervenire due navi di riso in Africa vendendo la propria tiara (mentre Benedetto XVI ne riceve addirittura due in dono).
E' essenziale - per essere credibili nell'annuncio evangelico - tornare all'essenzialità. Non èè una tautologia, ma un'esigenza che s'impone fra le priorità di un progetto pastorale che ogni comunictà cristiana dovrebbe avere. Lasciamo perdere feste e festicciuole, sagre paesane dove la celebrazione eucaristica è un ingrediente al pari delle salamelle, paludati cortei in onore di santi di dubbia santità e torniamo a condividere il messaggio fra la gente. Non privilegiamo i ricchi ed i potenti, ma diamo ascolto ai poveri. Concludo con un esempio: non so il motivo per cui il vescovo di Firenze sia stato fatto oggetto di violenza fino al punto da rischiare la vita propria e quella del proprio segretario. Pur riprovando il gesto del colpevole di un fatto così grave, mi chiedo: se invece di una persona normale - magari anche un po' trasandata - ci fosse stato ad aspettare mons. Betori un Renzi o un Marchionne, siamo sicuri che il vescovo avrebbe risposto che bisognava parlare con lui solo su appuntamento?
TRADIZIONALISTI? MA VAH!
(12.11.11)

C'è un revival del tradizionalismo nella chiesa chiesa cattolica che fa male a chi è tradizionalista nel vero senso della parola.
La Tradizione è una cosa seria e non può essere infangata dalla tradizione.
Mi spiego.
La chiesa cattolica, intesa come popolo di Dio, ha un culto, una teologia, una spiritualità ed una morale che hanno una Storia. Vediamo il caso del culto. I primi cristiani si radunavano, leggevano la Parola, la commentavano, ne traevano conforto spirituale, spezzavano il Pane in ricordo dell'Ultima Cena e dividevano quel pane con tutti i bisognosi in nome della Carità (Agàpe). In questo modo perpetuarono nel tempo un senso di appartenza ad una Fede che era quella nel messaggio cristiano. Poi venne Roma, cioè il potere. I Papi ritennero che il primo modo per esercitare il potere su tutto il mondo cattolico fosse quello di dettare leggi su come esercitare il culto: chi non pregava in un certo modo, cioè come diceva Roma, era fuori dalla chiesa cattolica. Molti si ribellarono e nacquero i conflitti religiosi che si fecero le loro liturgie. Il Concilio di Trento uniformò la cosa sempre in nome di quel potere, ma il massimo si ebbe nel secolo scorso quando iniziò il movimento liturgico che preoccupò non poco le gerachie vaticane le quali, proprio a ridosso del Concilio Vaticano II, editarono in tutta fretta il nuovo manuale della rubriche. Cosa sono le rubriche? Dal latino (rubrum, rosso) sono le parolini scritte in rosso che ci sono sui messali, sui rituali, sui libri che usano i sacerdoti per celebrare i riti che IMPONGONO come si deve celebrare quel rito, pena l'invalidità. Ne cito una sola per far capire dove ci si era spinti. Al termine della messa il sacerdote doveva raccogliere con la patena (il piatto dorato o d'oro su cui c'è l'ostia magna) tutti i possibili frammenti sul corporale (il tovagliolo che c'è sotto il calice e la patena) perchè ogni possibile briciola era - a loro dire - consacrata e quindi era Corpo di Cristo. "Collicite fragmenta ne pereat!" (raccogliete i frammenti affinchè non vadano dispersi), amminiva il trattato di morale. E i preti osservanti tenevano stretti l'indice ed il pollice delle mani e lavavano scrupolosamente tutto bene perchè se ne andava la validità del rito e si commetteva sacrilegio se per caso un frammento fosse stato toccato dal sagrestano.
Quel manuale (1962) fu presto riveduto e corretto alla luce di quanto emerse dal Vaticano II, ma ci fu chi non ci stava. Sul culto si cominciò a dissertare sul latino, sul canto gregoriano, sui paramenti ecc.ecc. e nacquero movimento tradizionalisti in nome della Tradizione. La Tradizione è quella di Diogneto e di Giustino e non quella di Lebfevre ecc.ecc. Qui il papa attuale, come quello precedente, ci ha messo del suo. Si sa che celebra poco coram populo e che rispolvera la dalmatica sotto la casula: cosa abolita da anni!
I dettagli contano poco, conta la sostanza.
E la sostanza è che questa gente in nome della Tradizione, affossa la Tradizione.
A me piace il canto gregoriano e, siccome capisco il latino, non avrei nessuna difficoltà a partecipare ad una messa in latino. Ma mi sembrerebbe d'essere fuori dal mondo se il sacerdote che celebra non si facesse capire e non mi coinvolgesse, cioè se si muovesse incensando, pronunciando sommessamente parole che sanno di misterioso (non di Mistero!) compiendo gesti che sanno di esoterico! Questi tradizionalisti, per esempio, non hanno difficoltà a sostenere latino ad oltranza, messe di Pio X a gogò, ma pronunciano l'omelia in italiano. E che? L'unica cosa che deve capire il fedela alla messa è la loro parola o il loro pensiero? Ma siamo matti?
La Tradizione è proprio il contrario: tramandare un gesto perchè tutti lo capiscano. I primi cristiani a Roma celebravano in latino perchè quella era la loro lingua e non si sognavano di celebrare in aramaico o ebraico antico che era la lingua con cui Gesù pronunciò le famose parole :"Hoc est enim corpus meum". Cantavano in latino perchè quelli erano i loro canti nella loro lingua. Si scambiavano il bacio di pace perchè quello era un modo per far capire che tutti si sentivano fratelli. Usavano le vesti più belle (tipo la stola) perchè erano un segno della festa.
Continuare sarebbe lungo e ci porterebbe lontano. Ci basta capire che la corsa al rispolvero della tradizione è solo voglia di rifugio in un utero materno che non solo non è tranquillizaante, ma addirittura penalizzante.
La Congregazione della Fede e la suora inquisita
(02.11.11)

«Quando si ama qualcuno, non ci sono parole adeguate per esprimere il mistero della persona amata. Se è così tra due creature, figuriamoci con il Dio vivente che è amore». L' autrice della frase, Elizabeth Johnson, è tutta qui. «Il nostro linguaggio è limitato», ama ricordare la quasi settantenne suora americana: chi insegue il Dio vivente si misura con le nuove forme in cui l' uomo articola il divino. Ogni generazione, in ogni tempo e luogo, cerca parole più adatte ad esprimere la Rivelazione, più adeguate al mondo in cui Dio continua ad incarnarsi. «Il proliferare di intuizioni su Dio ai giorni nostri è un nuovo capitolo in un' immensa storia il cui inizio si perde nella nebbia dei tempi». Così suor Elizabeth scrive nel suo famoso libro del 2007, La ricerca del Dio vivente. Nell' opera la teologa ha cercato il Dio vivente nelle teologie più contestate ed effervescenti: nella teologia dei «latinos» e dei neri, degli oppressi e delle donne, di chi lotta per la liberazione, di chi dialoga con le altre religioni e con la scienza. Ne è uscita, spiega il sottotitolo del volume, «una mappa delle frontiere nella teologia di Dio». Il libro ha avuto un gran successo. Dal Bronx, dove si trova l' università dei gesuiti, la Fordham University, in cui insegna la professoressa Johnson, La ricerca del Dio vivente ha fatto il giro del mondo. Poi però, il 24 marzo 2011, la commissione dottrinale della Conferenza episcopale degli Stati Uniti è intervenuta. Nella loro dichiarazione, i nove vescovi hanno contestato all' autrice numerose imprecisioni e manchevolezze e hanno dichiarato la dottrina esposta nel volume «in disaccordo con l' autentico insegnamento cattolico su punti essenziali». Invitata ad esprimere il proprio pensiero, suor Elizabeth ha replicato il 6 giugno con un lungo memoriale. La condanna dei vescovi vi è definita come il frutto di un sistematico fraintendimento della natura dell' opera e dei suoi contenuti: "Il mio testo, ha scritto la teologa, è stato letto «fuori contesto», senza considerare temi e argomenti nella loro completezza. Infine, venerdì scorso i vescovi americani hanno reso nota la loro risposta a suor Elizabeth, datata 11 ottobre: le osservazioni dell' autrice non hanno dissipato i dubbi; li hanno anzi confermati. Preoccupati dall' uso del volume come libro di testo in molte facoltà di Teologia, i vescovi ribadiscono il loro dovere di rendere noto che «in diversi punti critici il volume presenta in modo gravemente inadeguato la comprensione cattolica di Dio». Si scontrano due posizioni radicalmente opposte. La gerarchia fa il suo dovere di custode della verità dottrinale. Individua e denuncia il pericolo in errori e lacune. Tiene insieme la Chiesa, riaffermandone la tradizione e presidiando la disciplina. Protegge i fedeli dal caos della modernità globale e secolarizzata. Pone la verità oltre l' arbitrio dell' interprete. Lega inscindibilmente forma e sostanza. I teologi come Elizabeth Johnson, hanno un' altra priorità: prendono rischi, sperimentano, si rifiutano di ripetere formule, scrivono opere di teologia che non vogliono essere compendi di dottrina. Come la Johnson nelle sue osservazioni di giugno, invocano «umiltà intellettuale» contro il rischio di usare «i nostri concetti» per «dominare con arroganza la realtà di Dio». La teologa incalza l' episcopato: perché, chiede, i vescovi non criticano l' espressione «Dio è nero», mentre invece censurano le pagine di suor Elizabeth sulla femminilità di Dio? Perché mai fanno scandalo le parti sulla giustizia sociale, sui vescovi cattolici indiani e coreani che lodano le religioni orientali, sulla riconciliazione con la scienza moderna? Crescendo di tono, lo scontro si sposta dalla dottrina alla procedura. L' autorevole studiosa, già presidente dei teologi cattolici americani, protesta di essere stata inquisita a propria insaputa: non sa chi ne ha denunciato il libro, come è stato condotto l' esame. È rimasta di stucco quando il suo vescovo l' ha informata della condanna. Ha rimproverato ai nove vescovi di non averla informata, convocata ed ascoltata prima di emettere il loro giudizio. Nella loro risposta i vescovi sottolineano che hanno giudicato il libro, non l' autore. Del resto, non hanno richiesto il ritiro del volume dal commercio né hanno emesso sanzione alcuna verso la teologa. In giugno, suor Elizabeth apriva le proprie osservazioni ricordando le parole di Atanasio dopo il Concilio di Nicea, ai tempi delle dispute sulla natura di Gesù Cristo. Siamo tra fratelli che condividono la stessa fede, disse il vescovo egiziano: «Discutiamo soltanto sulle parole». La risposta di venerdì chiarisce che il conflitto è più profondo. Divergono i ruoli, l' idea di Chiesa, l' approccio al principio di autorità. Si divaricano le convinzioni circa quale teologia sia necessaria oggi ai cattolici. Se quella tradizionale, stabile e consolidata, in nome della quale intervengono i vescovi americani. O quella innovativa, ribollente e rischiosa di suor Elizabeth. Per la quale «una è la verità, ma molte sono le dimensioni della verità».
(da "Il Corriere della Sera" dell'1.11.11)
LE SEGRETE NORME
(25.10.11)

“Noi Siamo Chiesa” chiede formalmente che la Conferenza Episcopale apra una ampia e seria consultazione sul documento di applicazione in Italia delle norme vaticane sui preti pedofili. La richiesta è legittima perchè si sa che la CEI ha discusso le norme emanate dalla congregazione vaticana, ma non si sa che cosa si stato detto e deciso.
Lo stesso Mons. J. Scicluna (intervista all’Avvenire del 13 marzo 2010), promotore di giustizia presso la Congregazione per la dottrina della Fede (CDF), affermò che in Italia “esisteva una certa cultura del silenzio che vedo ancora diffusa”. L’avvenuta emanazione, lo scorso 3 maggio, da parte della CDF di una “Lettera circolare per aiutare le Conferenze Episcopali nel preparare Linee guida per il trattamento dei casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici” dovrebbe modificare questa situazione di immobilismo. Questa circolare, che ha parecchi elementi positivi, sembra scritta appositamente per la CEI ma è, ovviamente, indirizzata a tutti i vescovi del mondo. Nell’assemblea generale dei vescovi di maggio non si è parlato del testo vaticano appena emanato. Dopo la sua riunione di settembre, il Consiglio Episcopale Permanente ha invece iniziato a discutere una bozza di documento per preparare le “Linee guida”, parlando, come informa il comunicato conclusivo, del percorso formativo dei seminari, dell’ascolto delle vittime e dell’accompagnamento dei sacerdoti coinvolti. Ma nulla si dice sui due punti centrali che dovrebbero esservi contenuti : l’obbligo di denuncia, in tempi rapidi e con caratteristiche ben definite, del prete pedofilo all’autorità civile (magistratura e polizia) anche se, a tutt’oggi, non vi è in Italia un obbligo giuridico in tal senso, e l’istituzione di una struttura non “clericale” che in ogni diocesi (o insieme di diocesi contigue) costituisca il primo e più importante referente per le vittime.
La bozza dovrebbe essere sottoposta non solo al giudizio del consigli pastorali diocesani, ma anche consultabile da tutti con la richiesta di suggerimenti.
Invece c'è il silenzio e vige il segreto.
La Cei pensa che i laici non siano in grado di dare un contributo?
Sì, lo pensa.
I vescovi amano l'autoreferenzialità e le sentenze apodittiche.
Di questo passo la chiesa non cresce, ma vivacchia.
IL CARD. PIACENZA E LA SUA VISIONE ECCLESIALE


Nell'imminenza del viaggio, difficile, di Benedetto XVI in Germania, il Prefetto della Congregazione per il Clero, il cardinale Mauro Piacenza, in un'intervista ad Antonio Gaspari di Zenit tocca tutti i temi che certamente emergeranno nella visita, per quanto riguarda dottrina e disciplina della chiesa.

Rilanciamo alcuni brani di una rara intervista del Prefetto del Clero card. Mauro Piacenza a Zenit, su argomenti dibattuti e che emergeranno durante il viaggio di Benedetto XVI in Germania questa settimana.

Eminenza, con sorprendente e puntuale ciclicità, da vari decenni, riemergono nel dibattito pubblico alcune questione ecclesiali, sempre le stesse. A cosa è dovuto tale fenomeno?
Cardinal Piacenza: Sempre nella storia della Chiesa ci sono stati “movimenti centrifughi”, tendenti a “normalizzare” l’eccezionalità dell’Evento di Cristo e del suo Corpo vivente nella storia, che è appunto la Chiesa....La grande differenza dell’epoca contemporanea è sia dottrinale sia mediatica. Dottrinalmente si pretende di giustificare il peccato, non affidandosi alla misericordia, ma confidando in una pericolosa autonomia che ha il sapore dell’ateismo pratico; dal punto di vista mediatico, negli ultimi decenni, le fisiologiche “forze centrifughe” ricevono attenzione ed inopportuna amplificazione dai mezzi di comunicazione che vivono, in certo modo, di contrasti.

L’ordinazione sacerdotale delle donne è da ritenersi “questione dottrinale”? Cardinal Piacenza: Certamente e, come tutti sanno, la questione è stata affrontata chiaramente sia da Paolo VI, sia dal beato Giovanni Paolo II e, questi, con la Lettera Apostolica Ordinatio Sacerdotalis del 1994 ha chiuso definitivamente la questione. Vi si afferma infatti: «Al fine di togliere ogni dubbio su di una questione di grande importanza, che attiene alla stessa divina costituzione della Chiesa, in virtù del mio ministero di confermare i fratelli, dichiaro che la Chiesa non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l'ordinazione sacerdotale e che questa sentenza deve essere tenuta in modo definitivo da tutti i fedeli della Chiesa».

Taluni, arrampicandosi sugli specchi, hanno parlato di una “definitività relativa” alla dottrina fino a quel momento, ma francamente la tesi è così inusuale da essere priva di qualsiasi fondamento. Allora non c’è posto per le donne nella Chiesa?
Cardinal Piacenza: Al contrario, le donne hanno un ruolo importantissimo nel Corpo ecclesiale e potrebbero averne uno, ancora più evidente. La Chiesa è fondata da Cristo e non possiamo determinarne noi uomini il profilo, quindi la costituzione gerarchica è legata al Sacerdozio ministeriale, che è riservato agli uomini. Ma assolutamente nulla impedisce di valorizzare il genio femminile in ruoli non strettamente legati all’esercizio dell’ordine sacro. Chi impedirebbe, ad esempio, che una grande economista fosse a capo dell’Amministrazione della Sede Apostolica? O che una competente giornalista divenisse portavoce della Sala Stampa Vaticana? Gli esempi si possono moltiplicare per tutti gli uffici non legati all’ordine sacro.
Non è troppo il potere di Roma?
Cardinal Piacenza: Dire “Roma” significa semplicemente dire “cattolicità” e “collegialità”. Roma è la città che la provvidenza ha eletto come luogo del Martirio degli Apostoli Pietro e Paolo e la comunione con questa Chiesa ha sempre significato nella storia, comunione con la Chiesa universale, unità, missione e certezza dottrinale. Roma è al servizio di tutte le Chiese, ama tutte le Chiese e, non di rado, protegge le Chiese più in difficoltà dal potere del mondo e di Governi non sempre pienamente rispettosi di quell’imprescindibile diritto umano e naturale che è la libertà religiosa.... Roma è chiamata a presiedere nella Carità e nella Verità, uniche reali fonti dell’autentica Pace cristiana. L’unità della Chiesa non è il compromesso con il mondo e la sua mentalità, bensì l’esito, donato da Cristo, della nostra fedeltà alla verità e della carità che saremo capaci di vivere...Roma è al pieno servizio dell’intera Chiesa di Dio che è nel mondo ed è una “finestra aperta” sul mondo. Finestra che dà voce a tutti coloro che non hanno voce, che chiama tutti a continua conversione e per questo contribuisce, spesso nel silenzio e con sofferenza, pagando di proprio, anche in impopolarità, alla costruzione di un mondo migliore, alla civiltà dell’amore.
Questo ruolo di Roma non ostacola l’unità e l’ecumenismo?
Cardinal Piacenza: Anzi ne è il necessario presupposto. L’Ecumenismo è una priorità della vita della Chiesa ed una esigenza assoluta che scaturisce dalla stessa preghiera del Signore: «Ut unum sint», che diviene per ogni cristiano vero e proprio “comandamento dell’unità”...Il mondo ha bisogno della nostra unità; è dunque urgente continuare ad impegnarsi nel dialogo di fede con tutti i fratelli cristiani, perché Cristo sia lievito della società. È pure urgente impegnarsi insieme con i non cristiani, ovvero nel dialogo interculturale per contribuire insieme ad edificare un mondo migliore, collaborando nelle opere di bene e perché una nuova e più umana società sia possibile. Roma, anche in tale compito ha un ruolo di propulsione unico. Non c’è tempo per dividersi, il tempo e le energie devono essere spese per unirsi.
In questa Chiesa chi sono e che ruolo hanno i preti allora?
Cardinal Piacenza: Non sono assistenti sociali né tantomeno funzionari di Dio! La crisi di identità è maggiormente acuta nei contesti più fortemente secolarizzati, nei quali sembra che non ci sia spazio per Dio. I sacerdoti, invece, sono quelli di sempre; sono quello che sempre Cristo ha voluto che fossero! L’identità sacerdotale è cristocentrica e perciò eucaristica. Cristocentrica perché, come più volte ricordato dal Santo Padre, nel Sacerdozio ministeriale, “Cristo ci tira dentro di Sé”, coinvolgendosi con noi e coinvolgendoci nella Sua stessa Esistenza. Tale “reale” attrazione accade sacramentalmente, quindi in maniera oggettiva ed insuperabile, nell’Eucaristia, della quale i sacerdoti sono ministri, cioè servi e strumenti efficaci.
Ma è così insuperabile la legge sul celibato? Non si potrebbe davvero cambiare? Cardinal Piacenza: Non si tratta di una semplice legge! La legge è conseguenza di una ben più alta realtà che si coglie solo nel vitale rapporto con Cristo. Gesù dice: “chi può capire capisca”. Il sacro celibato non è mai superato, anzi è sempre nuovo, nel senso che, anche attraverso di esso, la vita del prete è “rinnovata”, perché sempre donata, in una fedeltà che ha in Dio la propria radice e nella fioritura della libertà umana il proprio frutto. Il vero dramma è nell’incapacità contemporanea a compiere scelte definitive, nella drammatica riduzione della libertà umana che è divenuta così fragile da non perseguire il bene nemmeno quando è riconosciuto ed intuito come possibilità per la propria esistenza. Non è il celibato il problema, né possono essere le infedeltà e la debolezza di taluni Sacerdoti il criterio di giudizio. Del resto le statistiche ci dicono che fallisce oltre il 40% dei matrimoni. Tra i Sacerdoti siamo a meno del 2%, quindi la soluzione non sarebbe assolutamente nell’opzionalità del sacro celibato...
E le vocazioni? Non aumenterebbero abolendo il celibato?
Cardinal Piacenza: No! Le confessioni cristiane, dove non essendoci il sacerdozio ordinato non c’è la dottrina e disciplina del celibato, si trovano in stato di profonda crisi al riguardo delle “vocazioni” alla guida della comunità. Così come c’è crisi del sacramento del matrimonio uno ed indissolubile.
Eminenza, in questo momento storico, se dovesse dire una parola riassuntiva della situazione generale, cosa direbbe?
Cardinal Piacenza: Il nostro programma non può essere influenzato dal voler galleggiare ad ogni costo, dal volerci sentire applauditi dall’opinione pubblica: noi dobbiamo soltanto servire per amore e con amore il nostro Dio nel nostro prossimo, chiunque esso sia, consapevoli che il Salvatore è solo Gesù...Noi, innanzi alle situazioni, anche le più apparentemente fallimentari, non dobbiamo spaventarci. Il Signore sulla barca di Pietro c’è anche se sembra dormire; c’è! Noi dobbiamo agire con energia, come se tutto dipendesse da noi ma con la pace di chi sa che tutto dipende dal Signore. Dunque dobbiamo ricordare che il nome dell’amore, nel tempo è “fedeltà”!...Vorrei citare il programma che sinteticamente formulò a Stoccarda il Consiglio della Chiesa evangelica nel 1945: “Annunciare con più coraggio, pregare con più fiducia, credere con più gioia, amare con più passione.

Il cardinale è molto chiaro, un po' diplomatico e un po' demagogico. E' chiaro in tutte le risposte, diplomatico quando affronta il tema del celibato, demagogico quando ipotizza che un grande economista possa essere papa.
Giudico positivo il fatto che si sia lasciato mettere in discussione, ma le sue risposte mi sembrano ancora troppo scontate, quasi da lezione imparata a memoria a scuola per non dispiacere al professore.
Una cosa emerge con chiarezza: i temi scottanti non sono messi nel cassetto, ma affrontati con la risposta pronta da parte di tutti i curiali.
E' lo stile di Ratzinger. Mai essere impreparati, mai farsi trovare non pronti, essere sempre disponibili e cordiali avendo la acapacità dialettica di confondere amabilmente l'interlocutore.
KUNG E IL PAPA
(IN OCCASIONE DELLA VISITA A BERLINO IL TEOLOGO HA RILASCIATO UN'INTERVISTA A DER SPIEGEL)

Secondo il teologo Hans Küng, il papa avrebbe la stessa politica accentratrice del leader russo. Domani, Papa Benedetto XVI arriverà in Germania per una visita attesa a lungo. L’importante teologo Hans Küng spiega allo Spiegel perché la visita papale farà ben poco per per risolvere la crisi della Chiesa e lo paragona a Putin per il modo in cui ha accentrato il potere.



Spiegel: Professor Küng, il suo ex collega di facoltà di Joseph Ratzinger è ora in Germania, da questa settimana, per una visita di Stato. Avete in programma una pubblica udienza con lui?



Küng: Non ho chiesto alcuna udienza. Sono fondamentalmente più interessato alle conversazioni che alle udienze.



SPIEGEL: Benedetto XVI non ha più parlato con lei?



Küng: Dopo la sua elezione a papa, mi invitò nella sua residenza estiva di Castel Gandolfo, dove abbiamo avuto quattro ore di conversazione amichevole. A quel tempo, speravo che la cosa avrebbe segnato l’inizio di una nuova era di apertura. Ma questa speranza non si è avverata. Le sanzioni contro di me – il ritiro del mio permesso di insegnare – esistono ancora. (Ndr: Il Vaticano ha revocato il permesso di Küng di insegnare teologia cattolica nel 1979, dopo aver pubblicamente respinto il dogma dell’infallibilità papale)



SPIEGEL: Molti cattolici ritengono che la Chiesa sia in uno stato piuttosto desolato. La copertura degli abusi sessuali di bambini da parte dei sacerdoti ha allontanato i credenti dalla Chiesa. Cosa c’è che non va?



Küng: Se la metti così semplice, ti darò una risposta semplice. Il predecessore di Ratzinger, Giovanni Paolo II, ha lanciato un programma di restaurazione ecclesiastica e politica, che è andato contro le intenzioni del Concilio Vaticano II. Voleva una ri-cristianizzazione dell’Europa. E Ratzinger è stato il suo assistente più fedele dall’inizio.



SPIEGEL: Quando il papa parla è arrivato in Germania, decine di migliaia di persone si sono riunite per rendergli omaggio. I dirigenti della Chiesa non interpreteranno esattamente questo come un sintomo di crisi.



Küng: Non avrei nulla contro questi eventi corali, se aiutassero veramente aiutato la Chiesa a livello locale. Ma c’è una discrepanza enorme tra la facciata, che ora è in costruzione, ancora una volta, per la visita papale in Germania, e la realtà. Si crea l’impressione che questa sia una Chiesa forte e sana. E ‘certamente potente, ma è sana? Ora sappiamo che questi eventi non contano quasi nulla per le parrocchie locali. Essi non spingono più le persone a frequentare le messe, o a ridurre il numero di persone che lasciano la Chiesa.



SPIEGEL: Tuttavia, si aspettano circa 70.000 persone in occasione della messa allo Stadio Olimpico di Berlino.



Küng: Non sono tutti i credenti, la folla includerà molti curiosi. I credenti che saranno presenti sono prevalentemente cattolici conservatori, senza interesse per le riforme. Ci sono anche i soliti giovani, i tifosi isterici di Benedetto che sono sempre presenti agli eventi papali più importanti. La maggior parte di loro sono reclutati da gruppi rigidamente conservatori. Per molte persone, il papa è ancora, in una certa misura, un modello positivo e una forza morale.



SPIEGEL: Lei è altrettanto critico della visita del papa al parlamento tedesco, il Bundestag? Un certo numero di politici dell’opposizione hanno detto che boicottare la sua visita.



Küng: Non ho obiezioni alla visita. Ma spero che i politici che lo riceveranno mettano in chiaro che ci sono cattolici in Germania che sono in disaccordo con le posizioni attuali del papa. Secondo i sondaggi condotti questa primavera, l’80 per cento dei tedeschi vogliono le riforme.



SPIEGEL: Quanto sta dicendo suona molto pessimista. E ‘, come il titolo del suo libro si chiede, troppo tardi per salvare la Chiesa



Küng: A mio parere, la Chiesa cattolica come comunità di fede sarà preservata, ma solo se si abbandona il sistema romano di governo. Siamo riusciti a fare a meno di questo sistema assolutista per 1.000 anni. I problemi iniziarono nel 11 ° secolo, quando i papi affermato la loro pretesa di controllo assoluto sulla Chiesa, mediante l’applicazione di una forma di clericalismo che ha privato i laici di ogni potere. La regola del celibato deriva anche da quel periodo.



SPIEGEL: Lei non solo vuole ridurre il potere del papa. Propone anche la fine della regola del celibato, vuole permettere alle donne di essere ordinate sacerdoti e desidera che la Chiesa revochi il divieto di controllo delle nascite. I cattolici fedeli al papa direbbero che questi elementi fanno parte dei valori fondamentali della Chiesa cattolica. Se boccia tutto questo, quanto resta della Chiesa?



Küng: Ciò che rimane è la stessa Chiesa cattolica, che esisteva da prima – e che era meglio. Non sto dicendo che il papato dovrebbe essere abolito. Ma abbiamo bisogno di uffici che servano le congregazioni, e abbiamo bisogno del tipo di papato che era praticato da Giovanni XXIII. Lui non ha cercato di dominare. Invece, ha semplicemente dimostrato che era lì per tutti, anche per le altre chiese. Ha gettato le basi per il Concilio e una nuova alba del cristianesimo ecumenico. Ha permesso la nascita di una nuova Chiesa.



SPIEGEL: Molti nella Chiesa cattolica sostengono che se tutte le riforme che richiede fossero attuate, si renderebbe la Chiesa più protestante e si abbandonerebbe la sua natura cattolica.



Küng: La Chiesa diventerà senza dubbio un po ‘più protestante. Ma manterremo sempre mantenere la nostra unicità. Il nostro modo di pensare globale, la nostra universalità, ci differenzia da una certa ristrettezza nelle chiese protestanti regionali. Dovrebbe rimanere così, proprio come l’ufficio (del Papa) dovrebbe essere mantenuto. Ma se tutto è concentrato in un unico ufficio, ci si ritroverà con un vicario medievale, un principe-vescovo e il papa, come monarca assoluto, che incarna allo stesso tempo l’esecutivo, il legislativo e il giudiziario – in contraddizione con la democrazia moderna e il Vangelo.



SPIEGEL: Lei e Benedetto sembrate viaggiare su due binari diversi. Lei vuole riformare la Chiesa di mantenerla in vita. Il Papa sta cercando invece di isolare la Chiesa dal mondo esterno limitandola ad un nucleo conservatore, che può eventualmente sopravvivere.



Küng: In effetti. In passato, il sistema romano è stato confrontato con il sistema comunista, quello in cui una persona aveva sempre l’ultima parola. Oggi mi chiedo se non siamo forse in una fase di “Putinizzazione” della Chiesa cattolica. Naturalmente non voglio paragonare il Santo Padre, come persona, con lo statista russo profano. Ma ci sono molte somiglianze strutturali e politiche. Anche Putin ha ereditato un patrimonio di riforme democratiche. Ma lui ha fatto di tutto per invertirle. Nella Chiesa, abbiamo avuto il Consiglio, che ha avviato il rinnovo e la comprensione ecumenica. Anche i più pessimisti non avrebbero potuto immaginare che tali battute d’arresto sarebbero state possibili dopo. La politica di restaurazione del papa polacco, a partire dal 1980, ha reso possibile eleggere come Papa il capo della Congregazionesegreta per la Dottrina della Fede (CDF), una volta conosciuta come la Congregazione della Romana e Inquisizione Universale – ed è ancora una inquisizione, nonostante il nome nuovo.
SULLA CHIESA D'OLTRALPE
(DA IL FOGLIO)

La chiesa tedesca è attraversata da correnti antiromane che spingono per riforme all’interno della chiesa sulle quali Roma da tempo si è espressa negativamente.

L’origine di queste correnti è in quel cattolicesimo vicino ai settori protestanti e che continuamente cerca di adeguare la chiesa al mainstream del pensiero mondano.

Il 16 settembre 1968 due grandi storici della chiesa, Hubert Jedin e Konrad Repgen, cercarono di reagire a questa deriva inviando alla Conferenza episcopale tedesca un promemoria. Ma, come ha dichiarato l’altro ieri sull’Avvenire il cardinale Walter Brandmüller, “il testo fu liquidato con sufficienza dal presidente dell’episcopato dell’epoca, il cardinale di Monaco Julius Döpfner”.

PROMEMORIA PER UNON SCISMA.

Nulla favorisce maggiormente la divisione della chiesa dell’illusione che la divisione non esista. La chiesa cattolica si trova oggi in una crisi profonda. Una crisi che coinvolge anche la Germania, per lo meno la Repubblica federale tedesca. Il Katholikentag di Essen ha portato alla luce questa crisi, per quanto l’enciclica Humanae vitae non debba essere vista come l’origine ma la causa, la miccia che l’ha fatta esplodere. A noi questa crisi induce a vedere paralleli con i precedenti storici che nel XVI secolo hanno portato alla scissione all’interno della cultura occidentale. Il che ci costringe, a sua volta, a trarre dall’esperienza storica conclusioni nella valutazione della crisi contemporanea.

I. La ricerca storica degli ultimi decenni prova che Martin Lutero non avesse intenzione di dividere la chiesa quando, nel 1517, sottopose ai vescovi competenti e poi pubblicò le sue tesi sulle indulgenze. Si era progressivamente allontanato dall’autorità ecclesiastica, a Lipsia (1519) aveva rifiutato il carattere vincolante dei concili ecumenici ordinari, ed è stato indotto infine, non ultimo dall’eco delle sue tesi nell’opinione pubblica (eco che lui stesso non aveva immaginato) a non obbedire alla condanna delle sue 41 tesi enunciata dalla Bolla “Exsurge Domine” (1520), un gesto di disobbedienza, per altro già da troppo tempo rimandato. […] Per i vescovi “la disputa di Lutero” era in primo luogo una disputa tra teologi, e non capirono che stavano, non solo per essere intaccati, ma distrutti i fondamenti del concetto di chiesa cattolica. Se si prescinde da uno scarno gruppo di teologi, agli occhi dei fedeli Lutero incarnava invece il ritorno alla vera dottrina della salvezza, era colui che rinnovava la chiesa, colui che li liberava da quello che loro reputavano il gioco imposto in passato dalla chiesa. I più accesi ed efficaci paladini del movimento luterano furono gli “intellettuali di allora”, gli umanisti, secondo i quali la teologia, la scolastica costituiva un ostacolo al progresso. A questi si associarono anche numerosi sacerdoti. […] E infine alcune fasce a rischio di caduta sociale, tra queste la nobiltà dell’impero e, in una parte consistente della Germania, i contadini benestanti. A rendere possibile il successo quasi totale del movimento luterano tra il 1517 e il 1525 fu il dominio sulla stampa, uno strumento di comunicazione di cui fino ad allora la chiesa non aveva compreso a fondo il significato. Ai cosiddetti “ragionieri” vennero letteralmente strappati di mano gli scritti di Lutero, i numerosi volantini che traevano profitto dalle sue idee. Parlavano la lingua del popolo e venivano letti, anzi, letteralmente divorati; le poche voci che si levarono per mettere in guardia, voci appartenenti a teologi che vedevano più chiaramente, ma erano pessimi propagandisti, non vennero lette, furono bollate come “reazionare”. I rappresentanti della dottrina della chiesa, il Papa e i vescovi, restarono in silenzio; il concilio, ripetutamente reclamato, non ebbe luogo. Le incertezze in tema di fede rimasero. Senza voler in alcun modo sminuire le omissioni e gli errori commessi proprio e in primo luogo dalla curia romana, va però altresì detto che è stata soprattutto la passività dell’episcopato tedesco a permettere l’avanzata praticamente incontrastata del movimento luterano, anzi ad averla resa possibile. E’ in questo modo che i vescovi tedeschi si fecero sfuggire l’occasione; perché un volta che la maggior parte delle città libere dell’impero e quelle rette dai principi ebbero abbracciato la causa luterana (dopo il 1526) fu troppo tardi. […] Il movimento luterano si organizzò e consolidò, si definì confessione e si unì in un’alleanza militare: la scissione della chiesa era diventata realtà. Oggi sappiamo che la scissione interna, la formazione di questa “confessione” è durata non anni ma decenni. Melantone e Calvino hanno rivendicato fino alla fine dei loro giorni di appartenere alla fede “cattolica”; i fedeli al vecchio credo venivano diffamati come “papisti”. Il popolo dei fedeli continuava a frequentare la messa e a invocare i suoi santi; l’ordinamento ecclesiastico luterano si appropriò di molti elementi cattolici, processioni e pellegrinaggi compresi. Per questo la massa che componeva il popolo dei fedeli non si avvide che la riforma non era semplicemente una riforma della chiesa, ma la formazione di una nuova chiesa che si reggeva sul altre fondamenta. Per concludere bisogna dunque evidenziare che: nulla ha favorito maggiormente la scissione della chiesa dell’illusione che questa scissione non esistesse nemmeno. Un’illusione diffusa a Roma e soprattutto nell’episcopato tedesco, presso i teologi, tra la maggioranza dei sacerdoti e tra il popolo. Impossibile non vedere i parallelismi tra ieri e oggi. […]

II. Il nocciolo dell’attuale crisi ecclesiastica in Germania è, esattamente come nel XVI secolo, costituito dall’incertezza e dal disorientamento nella fede. La critica protestante alla Bibbia è entrata a gamba tesa e in modo diffuso nella teologia cattolica. Ma non sono tanto i titolari delle cattedre esegetiche, comunque attenti nelle loro formulazioni, quanto i loro allievi e in generale il loro uditorio, spesso teologicamente nonché filologicamente poco attrezzato, a far proprie e diffondere in modo approssimativo, nelle accademie, durante convegni, seminari e professioni di fede, le tesi di teologi evangelici radicali, come per esempio quelle di Bultmann. Usando come paravento l’ermeneutica si mette in discussione il carattere vincolante di definizioni dogmatiche dei concili ecumenici (per esempio quello della transustanziazione); viene allentato il legame tra la teologia e l’insegnamento della chiesa, se non addirittura rifiutato; l’insegnamento stesso sminuito se non addirittura reso ridicolo. A favorire la dissoluzione del concetto cattolico di chiesa è l’atteggiamento anti autoritario, il disprezzo per qualsiasi forma di obbedienza, in particolare confessionale, predominante tra i giovani, e sostenuto da molti genitori e pedagoghi.
La domanda: “Ma cos’è oggi ancora cattolico?”, non viene però formulata solo dai cattolici più anziani, i cosiddetti “cattolici tradizionalisti”, se la pone anche il nocciolo duro dei fedeli autentici e convinti. Una domanda che […] è espressione di una profonda insicurezza e conflitto di coscienza. Il potere acquisito nel frattempo dai mezzi di comunicazione non è lontanamente paragonabile a quello del XVI secolo. I mass media vengono in massima parte dominati da intellettuali, i quali spesso, e soprattutto perché sono cattolici, sostengono e diffondono il “nuovo” di per sé, ai loro occhi “progressista”, senza tener conto, approfondire il suo contenuto di verità. E lo diffondono con un linguaggio e uno stile che ammicca alla predilezione dei giovani per gli slogan (“democratizzazione della chiesa”) mentre minimizzano o addirittura abbelliscono dal piccolo schermo le loro azioni di disturbo, e in genere commentano i fatti inerenti la chiesa in uno stile ben preciso. Costruiscono, ma più correttamente si dovrebbe dire manipolano un’“opinione pubblica”, nei confronti della quale solo pochi, tra i milioni di telespettatori, sono in grado di formarsi un’opinione propria. Questa continua “irrigazione” dei fedeli attraverso i mezzi di comunicazione in mano alla “sinistra” ecclesiastica non può che mutare il rapporto dei fedeli con la chiesa, il che è già successo. Il disorientamento aumenta di mese in mese. Più dura e più aumenta il pericolo, esattamente come nel XVI secolo, di una scissione al suo interno oppure – il che sarebbe ancora più grave – di un allontanamento totale dalla chiesa.
Non pensiamo affatto che la fondazione e il sostegno a gruppi e movimenti conservatori (“Una voce”, “Nunc et semper”) sia la via giusta per scongiurare una divisione della chiesa o per arginare il pericolo di sempre più fedeli che le voltano le spalle. Lasciare in mano a una “destra” ecclesiastica la lotta contro gli eccessi di una “sinistra” ecclesiastica, equivarrebbe a una rinuncia di fatto all’autorità che la chiesa cattolica, a differenza di quella protestante, possiede grazie al fatto che la sua struttura poggia su un diritto divino. E’ la chiesa stessa che deve parlare in modo comprensibile e deve agire in modo deciso, anche se ne va della sua popolarità. Se lo farà, e lo deve fare presto, allora vedrà che la stragrande maggioranza del popolo tutt’ora cattolico si metterà dietro di lei. Se nei primi anni della scissione della chiesa nel XVI secolo, i vescovi tedeschi si fossero uniti in un’azione comune, insomma prima che la riforma si trasformasse in una questione politica, non si sarebbe comunque potuta evitare la scissione, che però avrebbe potuto essere ridotta semplicemente a una piccola frangia. Oggi l’episcopato non è più frenato e gravato da un’istruzione teologica insufficiente, dalla sua posizione sociale e dai conseguenti intrecci con la politica. La costituzione “Lumen gentium” ha riconosciuto all’episcopato diritti e possibilità fino ad allora inesistenti, e al contempo però anche maggiori responsabilità riguardo all’integrità della fede. Non possono più solo attendere l’intervento delle massime autorità ecclesiastiche, devono agire in prima persona. Laddove i mezzi di comunicazione erigono muri del silenzio oppure ammettono la raffigurazione di fatti reali solo attraverso una lente distorta, tocca a loro intervenire con parole chiarificatrici e conseguenti azioni. Nessun cattolico o non cattolico deve dubitare del fatto che i vescovi reputano la difesa e la custodia della fede il loro primo dovere.

III. Ecco qualche esempio di come ci immaginiamo queste “azioni” concrete.
Ai professori universitari e agli insegnati di religione che insegnano evidenti eresie va revocata la Missio canonica; il che avrà come conseguenza inevitabile contrasti con le istituzioni statali così come con i gruppi di pressione della “sinistra”, ma tant’è.
Sacerdoti e cappellani che con il loro insegnamento o il loro comportamento (per esempio nei confronti della eucarestia) si mettono apertamente in contrasto con la disciplina ecclesiastica, devono essere sospesi, anche se così facendo verranno a crearsi vuoti nella direzione spirituale.
Non bisogna aver paura di creare dei “martiri”; c’è bisogno di precedenti, anche se poi tutto sarebbe fatto per facilitare al diretto interessato il passaggio a un mestiere secolare.
A nessun candidato al sacerdozio deve essere concessa la consacrazione se non è disposto a riconoscere in modo esplicito e senza alcuna riserva i doveri del sacerdozio e accettare l’obbedienza canonica. Da escludere dai voti sono in primo luogo gli autori di dichiarazioni contro il celibato, contro gli scritti teologici del Papa e dei vescovi e, infine, i fomentatori di rivolte e ricatti all’interno dei convitti e seminari.
E’ preferibile avere meno sacerdoti e occupare i posti vacanti nelle parrocchie nominando a diacono uomini più anziani, sposati, piuttosto che lasciare imboccare alle parrocchie, guidate da sacerdoti dogmatici e ribelli, l’errata via.
D’ora in poi si dovrà prestare molta più attenzione alla formazione dei “teologi laici”, e anche il conferimento della Missio canonica dovrà avvenire con maggior oculatezza. Una parte di questi si ispira alla “sinistra” ecclesiastica e alimenta – consapevolmente o meno – l’insicurezza e la poca chiarezza nelle questioni di fede.
A tutto il clero va inculcato che la liturgia non è un consesso di persone dove ognuno contribuisce liberamente alla sua organizzazione, ma che si tratta di una messa da celebrare secondo le regole della chiesa. Non è ammissibile, infatti, che oggigiorno ci siano sacerdoti che cambiano addirittura nella liturgia le parole della formula di rito della consacrazione. La messa in latino, che costituisce il collante della chiesa universale, non può soccombere nell’epoca di “un mondo solo”. Per questo sarebbe auspicabile che nelle chiese dove si celebrano più messe domenicali, almeno una fosse in latino. L’esperienza dimostrerà che saranno in molti ad assistervi.
Vista la confusione che generano sull’essenza della chiesa, all’interno del magistero devono essere respinte parole d’ordine tipo “democratizzazione della chiesa”, “cattolicesimo critico” e altro, mentre si deve insistere sull’insegnamento che si basa sulla Lumen gentium. I princìpi della sussidiarietà e della solidarietà sono più che sufficienti per assicurarsi la partecipazione dei fedeli alla realizzazione della missione apostolica. E non si deve temere di lasciare nel vocabolario della chiesa termini come “autorità” e “obbedienza”.
I movimenti che oggi mirano più a una rivoluzione della chiesa nel senso del XVI secolo, piuttosto che a un “aggiornamento”, sono al momento assai meno strutturati organizzativamente di quanto qualcuno voglia credere o tema. Il che però non autorizza a respingere in toto l’impressione fondata che questi movimenti rivoluzionari in ambito cattolico dispongano di un solido nocciolo organizzativo. Sarebbe dunque da capire – per quanto senza troppa ambizione e nemmeno troppe illusioni – la funzione delle associazioni studentesche, e se del caso intervenire prontamente: meglio smantellare delle associazioni studentesche e tornare a un unico pastore delle anime, come quattro decenni fa, piuttosto che alimentare lo smembramento della chiesa. Lo stesso vale per il Bdkj (la Federazione dei giovani cattolici tedeschi) e la scelta dei prelati responsabili dei giovani nelle diocesi e nei decanati.
Infine non si può non vedere che radio e televisioni, compresa quella di emanazione ecclesiastica, sono, salvo poche eccezioni, orientate a “sinistra”. Spezzare la loro egemonia non sarà una cosa facile; ciò nonostante bisogna iniziare, in una prospettiva di lungo periodo, a esercitare una ponderata influenza, e soprattutto non bisogna limitarsi a decisioni una tantum per quel che riguarda la politica del personale, ma restare in contatto continuo con i giornalisti attraverso un rappresentante qualificato della chiesa.
Le richieste di democratizzazione dei “Kirchenblätter” avanzate durante il Kirchentag di Essen, non vanno assolutamente accolte; perché se si accogliessero verrebbe a scomparire l’ultimo pezzo di stampa non dominato dalla “sinistra”, e l’ultimo strumento di informazione da parte delle autorità ecclesiastiche per i fedeli, al di fuori della chiesa.

IV. Nei parallelismi qui da noi enunciati e nelle proposte esemplificative da questi dedotte, abbiamo ovviamente tenuto conto del fatto che nel movimento ecclesiastico contemporaneo vi sono anche forti spinte religiose, esattamente come succedeva anche nel XVI secolo, in seguito al movimento nato sulla spinta di Lutero. Per entrambi questi movimenti vale la parola di sant’Agostino: “Nulla porro falsa doctrina est, quae non aliqua vera intermisceat” (Quaest. ev. II 40). [Non esiste falsa dottrina che non sia mescolata con elementi di quella vera]. Noi siamo però convinti che la Verità e la Bontà, scaturiti attraverso il Concilio, possano dare i loro frutti solo se separati nettamente dall’errore.
Più si aspetterà a intervenire, a praticare una netta cesura, e maggiore sarà il pericolo che forze preziose, perché amalgamate con l’erronea visione, andranno persé. L’inevitabile conseguenza di ciò potrebbe essere non solo una scissione ma anche l’abbandono del cristianesimo.
Quanto più i sacerdoti sapranno parlare chiaramente, agire risolutamente tanto più grande è la possibilità di fortificare il movimento di rinnovamento all’interno della chiesa, e dunque la chiesa stessa.

BENEDICO DIO CHE A REGGERE LA CHIESA DI ALLORA FOSSE IL CARD DOPFNER. LE TESI DI PERSONE MOLTO SERIE COME LO JEDIN SANNO MOLTO DI CHIUSURA E DI INTEGRALISMO
CRESCE LA POPOLARITA' DEL VESCOVO DI NEW YORK

Sono oltre 5000 i vescovi che appartengono alla Chiesa Cattolica e, teologicamente, hanno tutti pari dignità come successori degli apostoli. Eppure, se si pensa all’impatto reale che essi hanno sul nostro presente, alcuni sono certamente più uguali di altri. Oggi è difficile trovare qualcuno più “uguale” dell’Arcivescovo di New York Timothy Dolan. Per averne la prova, basti pensare a ciò che è accaduto tra il febbraio del 2009 e il giugno del 2011:
- 23 febbraio 2009; Benedetto XVI insignisce Dolan del titolo di decimo Arcivescovo di New York, il più importante pulpito della Chiesa americana.
- 31 maggio 2010; Papa Benedetto XVI conferisce a Dolan l’incarico di Visitatore Apostolico in Irlanda, perché aiuti il Vaticano a trasmettere un forte messaggio contro l’impressionante ondata di abusi sessuali nel Paese.
- 16 novembre 2010; Dolan viene eletto Presidente dei Vescovi Cattolici degli Stati Uniti d’America, dando corpo alla voce del Cattolicesimo in America.
- 5 gennaio 2011; Benedetto XVI nomina Dolan come membro del nuovo “Concilio Pontificio per la Nuova Evangelizzazione”, un gruppo scelto di prelati che godono della più profonda fiducia del Pontefice.
- 20 marzo 2011, il famoso programma televisivo americano “60 Minutes” dedica un’intero segmento alla figura di Dolan, definendolo il “Papa americano”.
- Inizi di giugno 2011; Dolan vola alla volta di Roma, accompagnato dal programma “Today”, il notiziario televisivo più seguito dagli spettatori americani. Durante una diretta, il presentatore descrive Dolan come “il massimo esponente della Chiesa cattolica negli Stati Uniti,” un personaggio con “enorme carisma, una grande personalità.”
Presto Dolan entrerà a far parte del Collegio dei Cardinali e, a 61 anni, è uno dei più giovani per gli standard ecclesiastici. Essenzialmente, per conoscere ciò che la Chiesa Cattolica intende fare nel 21° secolo, non solo in America, bisogna rivolgersi all’Arcivescovo di New York. Comprendere a pieno al figura di Dolan, ad ogni modo, è più facile a dirsi che a farsi. È un personaggio dalle moltepli sfaccettature che, sin dal primo incontro, riesce a stregare l’interlocutore. È alto oltre un metro e ottanta, un uomo di grande stazza. Il suo aspetto tradisce l'amore per il buon cibo, il vino e i sigari, per non parlare del suo totale disinteresse per l’esercizio fisico. Una voce roboante, una risata rauca e un sorriso da un "kilowattora", che potrebbe dare energia a diversi isolati del centro di Manhattan. Ha la battuta facile, una di quelle persone socievoli che danno pacche sulle spalle e baciano i bambini. Se Dolan non fosse divenuto un vescovo cattolico, avrebbe potuto facilmente diventare un senatore degli Stati Uniti o il direttore generale di un’azienda. Oltre al suo fascino e alla sua profonda conoscenza dei mezzi di informazione, ciò che rende Dolan tanto interessante agli occhi dei cattolici di tutto il mondo è che rappresenta l’apoteosi di una delle alternative per il futuro della Chiesa: l’”Ortodossia Affermativa.” Se i generali si trovano a combattere sempre l’ultima guerra, i giornalisti ostacolano sempre l’ultima elezione. Nel corso degli ultimi cinquant’anni, i giornalisti hanno interpretato il cattolicesimo in termini di lotta tra destra e sinistra. Dopo oltre trent’anni di elezioni di vescovi da parte di Papa Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, ad ogni modo, la contesa si è largamente esaurita ai vertici del Vaticano. La vera battaglia per il futuro vede confrontarsi le diverse correnti della parte prettamente conservativa – uno scontro tra i tradizionalisti che, per lo più, vedono il mondo esterno come una minaccia, e gli evangelisti che vi scorgono una terra di missione. I primi ci portano gli uni lontani dagli altri; i secondi cercano di incontrarsi a metà strada. In questo braccio di ferro, Dolan incarna l’interpretazione aperta e positiva dello spirito conservatore del Cattolicesimo, che io stesso definisco “Ortodossia Affermativa”. Entrambi i termini utilizzati sono importanti. È “ortodosso”, nel senso che si tratta di una difesa tenace del pensiero, del discorso e della pratica cattolica. Ed è “affermativo”, nel senso che mostra l’identità cattolica in chiave positiva. L’accento cade su ciò che il Cattolicesimo abbraccia e afferma, sui suoi “sì”, piuttosto che su ciò a cui si oppone e che condanna. Dolan è promotore di una visione che unisce l'ortodossia e il dialogo, una ’"Ortodossia Affermativa". Nessuno può mettere in dubbio la sua devozione alla dottrina cattolica. Anzi spesso, molti osservatori lo definiscono, intellettualmente e politicamente un neo-conservatore. È conosciuto, ad ogni modo, anche per la sua profonda convinzione che non vi siano problemi che non possano essere risolti davanti ad un boccale di birra, dopo una tranquilla chiacchierata. Se Dolan si trovasse a dover scegliere tra la riconciliazione e la recriminazione, egli certamente opterebbe per la prima
IL VATICANO II NON E' MORTO
(07..09.11)

Un lettore mi ha chiesto qualche giorno fa se, secondo me, il Concilio Vaticano II sia morto e sepolto. Ha scritto proprio così: morto e sepolto.
Per convalidare il suo assunto ha citato alcuni "venti del Concilio" : definisce così l'apertura alla ricerca esegetica, le teologie della speranza e della liberazione, le letture esistenziali del Vangelo, la riscoperta di Vangeli dichiarati apocrifi, le innovazioni liturgiche, le aperture su problemi morali. "Tutto questo ed altro ancora - conclude - è stato progressivamente normalizzato". Ricorda che Paolo VI scomunicò Lebfevre e che Giovanni Paolo II incominciò la manovra di riavvicinamento che Benedetto XVI ha concluso e che teologi come Boff e Balasurya sono stati silenziati ed ostracizzati.
Per dargli ragione potrei continuare io e non avrei difficoltà ad aggiungere alle prove del lettore, altre prove che si chiamano copertura degli scandali di pedofilia, chiusura del dibattito sul celibato del clero e sul sacerdozio ministeriale femminile, occupazione dei vertici della gerarchia ecclesiale da parte di persone che per semplificare definirò della "destra" cattolica (Opus Dei, C.L., Legionari di Cristo...), stanchezza di movimenti innovatori quali Noi siamo Chiesa e le Comunità di Base che sembrano sempre più club di anziani signori sognatori...
Ma non è così: il Vaticano II non è morto e non è sepolto. E' stato frenato dal lungo pontificato Woytiliano e sopito da quello Ratingeriano, ma la macchina è ancora in moto perchè le idee, soprattutto se animate dallo Spirito di Dio, non muoiono mai.
Il Vaticano II ha appena compiuto 50 anni. Giovanni XXIII, secondo me, ebbe l'intuizione che si doveva fare qualcosa per adeguare la chiesa ai tempi, ma non sapeva dove il tutto sarebbe andato a parare. Come succede a tutti coloro che hanno intuizioni profetiche ed hanno la fortuna di poterle realizzare, dispose dall'oggi al domani che avrebbe convocato un Concilio, disorientando la Curia e spiazzando i suoi elettori che lo pensavano un papa di transizione, ma non sapeva come il tutto avrebbe potuto evolversi. Il Concilio Vaticano II si manifestò in tutta la sua "pericolosa innovazione" quando Paolo VI nominò moderatori cardinali come Alfrink, Lercaro, Suenes ecc. I Padri conciliari si divisero quasi subito e i vescovi più aperti, per fortuna erano in maggioranza, ebbero la meglio.
Penso che il concilio non sia morto, ma che vada rivitalizzato. E' la stessa idea che qualche anno fa ebbe il card. Martini quando propose un nuovo concilio per rivisitare quanto emerse nel Vaticano II. Non nego che spinte conservatrici abbiano contibuito a mettere la sordina alle istanze del Vaticano II stesso, ma esso è ancora ben vivo nel cuore dei fedeli.
Le prove.
La voglia di Sacra Scrittura. Oggi si legge e si approfondisce la Bibbia che rimane il libro sacro, ma viene sempre più sviscerato per essere capito in profondità.
In questi anni tutti possono capire una liturgia. E' vero che vi sono aspetti simbolici che rimangono misteriosi e poco comprensibili, ma è anche vero che la lingua locale aiuta a capire meglio la celebrazione del culto.
La morale: i principi rimangono, ma sono illuminati da una visione personalistica della morale che tiene conto della persona prima che della legge (il sabato è fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato).
Potrei continuare, ma credo che basti questo per approfondire un dialogo che potrà portare sviluppi positivi.
RIFLESSIONE SUL MATRIMONIO
(5.9.11)

Riporto una riflessione di Andrea Volpe che può essere stimolo per approfondire il dibattito sul tema.

Sposati solo civilmente e Magistero cattolico
Di Andrea Volpe.

È teologicamente fondato considerare adulteri i coniugi sposati solo civilmente?
La questione non è né banale né marginale!
Non è banale, perché, come si vedrà di seguito, ci sono non irrilevanti coinvolgimenti di natura teologica e sacramentale.
Non è marginale, perché nelle Chiese la presenza di “famiglie cristiane”, cioè composte nella loro totalità di battezzati e praticanti, ma con genitori sposati solo civilmente, è sempre più numerosa.
Per esempio in Germania, dove i rapporti con la Chiesa cattolica sono disciplinati da un Concordato, l'unico matrimonio ammesso è quello civile, mentre quello religioso obbligatoriamente deve essere successivo a quello civile: il sacerdote che celebra il rito precedentemente è punibile!
Altra fondamentale precisazione è che qui ci si riferisce a coniugi sposati civilmente, ma che condividono “in toto” l’unicità e l’indissolubilità del loro matrimonio, che accolgono e crescono la prole nella osservanza cattolica e che, come appunto i novelli sposi in Germania, sono ecclesialmente impegnati in un percorso che li condurrà al matrimonio religioso. È indispensabile tenere bene a mente queste premesse per non cadere in superficiali e prevedibili obiezioni.
L’Esortazione Apostolica Familiaris Consortio del 1981 al n.82 parla della situazione dei cattolici uniti col solo matrimonio civile e si esprime in questi termini:
«[…] La loro situazione non può equipararsi senz'altro a quella dei semplici conviventi senza alcun vincolo […] L'azione pastorale tenderà a far comprendere la necessità della coerenza tra la scelta di vita e la fede che si professa, e cercherà di far quanto è possibile per indurre tali persone a regolare la propria situazione alla luce dei principi cristiani. Pur trattandole con grande carità, e interessandole alla vita delle rispettive comunità, i pastori della Chiesa non potranno purtroppo ammetterle ai sacramenti».
C’è il rammarico di non poterli ammettere ai sacramenti, ma c’è l’invito a coinvolgerli nella vita ecclesiale: tuttavia la prospettiva della Familiaris Consortio è diversa da quella qui presa in esame, che invece riguarda cattolici nella comunità ecclesiale già avviati sul percorso del matrimonio sacramentale.
Più perentorie appaiono le posizioni di qualche Vescovo o prelato (v. per esempio la direttiva dell’Ufficio dei Matrimoni del Vicariato di Roma all’indirizzo web: http://www.vicariatusurbis.org/Matrimoni/DOCUMENTI/CASIDIFFICILI.pdf), che, irrigidendo ulteriormente quanto previsto dal “Direttorio di pastorale familiare per la Chiesa in Italia” del 1993, così sanciscono: «Fino a quando i cattolici sposati civilmente rimangono in questa situazione di vita non possono essere ammessi all’Assoluzione sacramentale, alla Comunione eucaristica e neanche alla Cresima, né è possibile affidare loro incarichi o servizi che richiedono una pienezza di testimonianza cristiana e d’appartenenza alla Chiesa».
Affermazione forse canonicamente corretta, ma comunque lontana dallo stesso spirito della Familiaris Consortio.
Ma da qui bisogna partire per una riflessione teologica, che senza voler modificare la consuetudine ecclesiale (la presente riflessione non ne avrebbe l’autorità, tantomeno la forza e forse neppure la volontà), tuttavia sia in grado di promuovere l’approfondimento della materia, che di per sé non appartiene al Magistero irreformabile della Chiesa e che, per questo, interpella, se non obbliga, i credenti, chierici e laici, a dare un proprio contributo.
E per far questo si chiederà aiuto a due grandi teologi della Cristianità, come San Tommaso e Karl Rahner, in modo da analizzare al meglio il rapporto tra i credenti in Cristo, i Sacramenti ed il Magistero ecclesiastico.
E giacché non si può dire meglio dell’autore, qui di seguito si riporta la posizione di Karl Rhaner (nell’ambito teologico importante protagonista del Concilio Vaticano II), che nel suo testo “Il Matrimonio come sacramento”, in Nuovi Saggi, III, Edizioni Paoline, Roma 1969, alle pp. 593-594, partendo da Ef 5,31, che riporta Gen 2,24 e che pare elevare a segno dell’unità tra Cristo e la Chiesa il matrimonio in generale e non solo quello tra cristiani, così si esprime, aprendo con una sua peculiare forma quando sa di affermare un “pensiero forte”:
«In sede teologica nulla ci obbliga a dire che il rapporto tra un matrimonio sacramentale e uno non sacramentale è simile al rapporto che sussiste tra un sacramento e un’azione umana profana. I due sono invece tra loro correlati come “opus operatum” e “opus operantis”, anch’esso accadimento di grazia. Si tratta di un rapporto analogo, ad esempio, a quello che si ha tra la remissione sacramentale dei peccati e il perdono extrasacramentale prodotto dal semplice pentimento, anch’esso realizzantesi però attraverso la grazia e nella grazia. Il matrimonio non diventa evento di grazia soltanto là dove diviene “sacramento”. Diciamo invece che l’evento di grazia del matrimonio diviene evento sacramentale di grazia come “opus operatum”, quando viene celebrato nella Chiesa come matrimonio tra due battezzati, allo stesso modo in cui la fede, che di per sé giustifica anche prima del battesimo, diventa nel battesimo “opus operatum”.
Solo che, se non erro, nel caso del matrimonio non sono state sinora chiarite sufficientemente, forse per una singolare ingenuità teologica, quella unità e quella distinzione che sono pur familiari ad ogni teologo per i binomi grazia-battesimo e penitenza-sacramento della confessione: in quest’ultimo caso l’evento soprannaturale della giustificazione non comincia infatti solo con il sacramento in quanto tale, bensì già con la fede e con il pentimento».
Qui Karl Rhaner ricalca, applicandola al sacramento del matrimonio, la prospettiva di san Tommaso che legge, nella differenza tra l’“opus operatum” del sacramento e l’“opus operantis” del penitente, il contributo personale del cristiano alla realizzazione del sacramento e la grazia nel suo progressivo evolversi dal momento in cui Dio, sua unica fonte, la dona al fedele e la sua realizzazione complessiva negli atti che portano al sacramento e anche successivi.
Si, per san Tommaso la grazia, una volta impressa da Dio, non è statica ma dinamica e continua a produrre effetti, che non iniziano con la celebrazione del sacramento, ma addirittura lo precedono e lo seguono anche!
Il riferimento all’insegnamento di san Tommaso qui non è solo culturale, filosofico o teologico, ma è qualcosa di più, a ragione del fatto che lo stesso Magistero nella Dichiarazione Gravissimum educationis, n. 10 così si esprime sull’insegnamento del grande Aquinate:
«[...] Si coltivino le singole discipline secondo i propri principi e il proprio metodo, in quella libertà propria della ricerca scientifica [...] e [...] si colga più chiaramente come fede e ragione si incontrino nell'unica verità seguendo le orme dei dottori della Chiesa, specialmente san Tommaso d'Aquino».
Per così dire, l’insegnamento tomistico viene nella pratica assimilato a Magistero ecclesiastico.
La questione così impostata trova poi molti riscontri nella predicazione di Gesù.
Qui si citano solo due casi emblematici.
Il primo è quello notissimo del figliol prodigo di Lc 15,11-32. Al verso 17 il testo riporta che il figlio “essendo venuto in se stesso, disse…” ed inizia il suo percorso di ritorno al padre: è qui che, indipendentemente dalla qualità delle sue stesse intenzioni, inizia il suo percorso di grazia. Infatti, il padre, anche se il figlio non ne è ancora consapevole, l’ha già “giustificato” e quando lo vedrà arrivare da lontano, uscirà fuori dalla “casa” e gli correrà incontro per abbracciarlo e baciarlo: il perdono (“opus operatum”) è suggellato in questo abbraccio fuori dalla “casa”, ma il dono della grazia in un processo irreversibile è già all’opera fin dal momento in cui il figlio “essendo venuto in se stesso, disse…” (“opus operantis”).
Altro esempio evangelico è quello della donna cananèa (Mt 15,21-28), che chiede a Gesù di liberare la figlia dal male e che alla fine vede esaudita la sua richiesta (opus operatum) con la formula assolutamente inusuale per una pagana fenicea: «Donna grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». Ma in precedenza il testo greco afferma che la donna “essendo venuta fuori da quelle regioni, gridava…”: la radice greca del verbo “venire” è la stessa di quella usata in Lc 15,17 per indicare la conversione del figliol prodigo. È nel venir fuori dalla regione pagana (“opus operantis”) che inizia il percorso di grazia della donna cananèa, che avrà il suo culmine nel riconoscimento di Gesù: «Donna grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri» (“opus operatum”).
Ripartendo da Rahner, il matrimonio, per sua natura, è evento di grazia anche prima della celebrazione canonica del sacramento: non sarebbe esagerato pensare che il periodo del fidanzamento sia quello più pregno della grazia divina riversata sui futuri sposi, come lo è quello del tempo del catecumenato per l’aspirante al battesimo.
La fonte del matrimonio è il diritto naturale e trova il suo fondamento nella volontà creatrice di Dio, che ha iscritto questo istituto nella vicenda umana nel momento primigenio della creazione, per iscrivere nell’uomo il suo stesso essere: «Dio creò l'uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò» (Gen 1,27): su questo si fonda l’affermazione di Rahner che il rapporto tra un matrimonio sacramentale e uno non sacramentale non è simile al rapporto che sussiste tra un sacramento e un’azione umana profana, perché, se il matrimonio viene percepito dai coniugi nel contesto teologico e antropologico di Gen 1,27 e Gen 2,24, comunque di per sé realizza la volontà del Creatore e dà accesso ad un percorso di grazia, il cui coronamento è l’assunzione del compito da parte degli sposi di contribuire a sostanziare l’amore di Cristo verso la Chiesa, non come metafora, ma in termini reali e costitutivi, nel matrimonio sacramentale.
Anche dal punto di vista sacramentale il matrimonio è un sacramento molto particolare dove ministri, materia e perfino la forma stessa, che consiste nello scambio pubblico del consenso, attengono allo stesso soggetto che sono gli sposi: lo stesso assistente ecclesiale presente alla cerimonia ha la funzione di prendere atto della volontà degli sposi di voler impersonare da quel momento in poi l’amore di Dio verso l’umanità e, nell’ambito ecclesiale, l’amore di Cristo per la sua Chiesa.
Se non ci fosse stata l’imposizione della forma canonica voluta dal Concilio di Trento nel 1563 con il Decreto Tametsi (ma per sollecitudine pastorale al fine di evitare gli allora frequenti matrimoni clandestini) e se non ci fossero oggi i Concordati vigenti tra alcuni Stati e la Chiesa di Roma, qui forse non ci sarebbe nemmeno la ragione di interrogarsi sulla materia dei cattolici sposati con rito civile o quantomeno la discussione dovrebbe essere impostata in modo assai diverso.
Ma la forma canonica del matrimonio, avendo come fonte il diritto ecclesiastico, non essendo cioè ne di diritto naturale, né di diritto divino, non costituisce un impedimento dirimente, tant’è che nella Direttiva del Vicariato di Roma, già prima citata, si prospetta di risolvere queste situazioni ricorrendo all’istituto, previsto dal Codice di Diritto Canonico, della “sanazione in radice”, esprimendosi nei termini che di seguito si riportano: «La sanazione in radice è uno strumento giuridico pastorale poco conosciuto dai fedeli, ma contemplato nel Codice di Diritto Canonico al canone 1161, e consiste nella convalidazione del matrimonio civile senza rinnovare il consenso in Chiesa. In realtà il matrimonio civile è un matrimonio valido, ma per i cattolici è nullo perché non celebrato in Chiesa. Ora la Chiesa con un provvedimento amministrativo può riconoscere valido, legittimo, indissolubile e sacramento quel consenso espresso davanti all’ufficiale di stato civile, senza richiedere agli sposi di rinnovare il consenso davanti al sacerdote, e concedendo la retroazione al passato (alla radice, al matrimonio civile) degli effetti canonici, cioè della grazia del Signore. E’ una possibilità che l’Ordinario della Diocesi può concedere alle due parti o a una sola parte».
È sorprendente che a fronte di tanto rigore verso i cattolici sposati solo civilmente, fino al punto da negargli anche un qualche coinvolgimento ecclesiale, dopo si venga a sostenere
1.che non c’è bisogno di scambiare il consenso in Chiesa,
2.che, in realtà, il matrimonio civile è un matrimonio valido, ma per i cattolici è nullo perché non celebrato in Chiesa,
3.che la Chiesa con un provvedimento amministrativo può riconoscere valido, legittimo, indissolubile e sacramento quel consenso espresso davanti all’ufficiale di stato civile e
4.che addirittura è possibile la retroazione al passato (alla radice, al matrimonio civile) degli effetti canonici, cioè della grazia del Signore!
È presumibile che se san Tommaso dovesse tornare a vivere e venisse a sapere che la grazia di Dio può essere resa retroattiva da un provvedimento amministrativo curiale, penso che deciderebbe di tornarsene nella tomba!
La Direttiva così conclude sull’argomento: «La sanazione in radice permette così al battezzato di riottenere quella pace interiore perduta con la celebrazione del matrimonio civile, e reinserirsi a pieno titolo nella comunità cristiana».
Certo il Can. 1161 è un canone giusto e anche correttamente formulato e non confonde effetti canonici e grazia del Signore, come si fa nella Direttiva citata (il termine usato al §2 del Can. 1161 è giuridico e non teologico).
Ma perché ricorrere alla sanazione, allorché è invece possibile il coronamento di un matrimonio naturale con una celebrazione liturgica?
Non v’è dubbio che il culmine del sacramento matrimoniale è la celebrazione liturgica nella Chiesa e in chiesa!
Vi è anche un percorso di grazia, che se è riconosciuto ai fidanzati, a maggior ragione e con le specificità del caso può poter essere riconosciuto anche ai coniugati col solo matrimonio civile.
Modalità e contenuti di questo riconoscimento appartengono alle prerogative e alla responsabilità del Magistero ecclesiastico, che chiaramente si avvale della riflessione teologica e ne trasforma le evidenze in atti e pratiche ecclesiali, che nel caso dei cattolici uniti col solo matrimonio civile sono chiari e che comunque portano alla conclusione che non è appropriato assimilare la loro situazione ad altri tipi di convivenza di natura palesemente adultera.
La questione se l’è posta Karl Rhaner, verosimilmente nelle attuali condizioni temporanee se la porrebbe anche san Tommaso, presumibilmente si può sperare che oggi se la pongano coloro che sono investiti dell’autorità, ma anche della responsabilità del Magistero cattolico, in modo tale da cercare di eliminare così aree di incomprensioni o pregiudizi, che possono causare errate convinzioni o inspiegabili contrapposizioni nel corpo ecclesiale.
Fraternamente,
Ricorre oggi - 26 agosto - l'anniversario della morte di papa Luciani. L'amico Gianni Gennari mi ha gentilmente inviato l'articolo che ha pubblicato su Vatican Insider. Lo riporto perchè Gennari è una "fonte di prima mano" e credo che quel che scrive su quanto accadde possa essere - per dirla col sommo Dante - "...suggel ch'ogni huomo sganni".


“33 anni da quei 33 giorni”: elezione e morte di Giovanni Paolo I.


33 anni orsono, 26 agosto 1978, l’elezione di Albino Luciani, per 33 giorni, fino al 29 settembre Giovanni Paolo I: il suo sorriso e la sua breve stagione. A fine dicembre 1958 ero in San Pietro quando Papa Giovanni stesso volle consacrarlo vescovo di Vittorio Veneto. Quando veniva a Roma lui era ospite gradito presso il Seminario Minore, ove insegnavo, e così lo incontrai spesso dall’autunno del 1965, prima per l’ultima Sessione del Concilio e poi da Patriarca per i vari Sinodi indetti da Paolo VI. Dopo pranzo era solito passeggiare a lungo, per i suoi problemi di salute, in particolare ai piedi spesso gonfi...Conversatore affabile e loquacissimo, gradiva di essere accompagnato, e spesso toccò anche a me passeggiare con lui nel grande giardino. Mi chiamava “il mio Gennarino”…Si parlava di tutto: in particolare fede, filosofia e letteratura. Per lui la passeggiata faceva bene alla salute, per chi lo accompagnava alle convinzioni di fede e di impegno di vita. Hanno scritto di lui, col non-senno di poi, che era un progressista e voleva una “rivoluzione” nella Chiesa. No: era un uomo di forte tradizione ecclesiastica veneto-romana, ottimo conoscitore della letteratura italiana e della teologia di scuola tradizionale e divulgatore nato delle verità della fede, soprattutto per i semplici e per i ragazzi. Sorrideva spesso, ma era anche capace di fermezza e severità: sia a Vittorio Veneto che poi a Venezia ebbero ad accorgersene preti e laici in venti anni di governo.
Eccoci allora al 1978. A fine luglio ero al Passo della Mendola, per un Corso annuale del Sae, Segretariato di Azione Ecumenica, e con me era anche Don Germano Pattaro, prete saggio e teologo colto, grande fede e insieme grande apertura alla modernità da coniugare con la tradizione, docente di teologia ecumenica nella Facoltà teologica di Venezia, gran conversatore, uomo di grande fedeltà e insieme apertura al nuovo. Si sapeva che Paolo VI aveva problemi di salute, ma il 6 agosto fummo sorpresi dalla notizia della sua morte. Ovvio che tra noi si ragionasse anche del futuro, del Concilio lasciato in eredità e anche della successione. Il cardinale Pellegrino, il giorno prima del Conclave, mi avrebbe detto esplicitamente il suo pronostico, evidentemente ben informato sulla realtà: “Se non eleggiamo un italiano, papa sarà Wojtyla”. Fu la prima che aveva detto! La seconda sarebbe arrivata presto, però…Quel giorno – 6 agosto 1978 – alla Mendola, conversando con Pattaro, venne fuori l’ipotesi Luciani Papa, e lui in confidenza mi disse sincero che si augurava che non si verificasse. Gli chiesi un po’ meravigliato perché, dal momento che a me, avendolo conosciuto da vicino, piaceva davvero. Allora mi raccontò, col sorriso sulle labbra, che in certi momenti la semplicità e la schiettezza del Patriarca lo avevano messo in difficoltà proprio come teologo e docente di ecumenismo. Succedeva – mi disse – che Luciani fosse curioso di verificare la preparazione degli studenti della Facoltà, in particolare dei seminaristi, e che quindi assistesse amichevolmente anche agli esami, nel suo caso di ecumenismo. Ebbene il Patriarca ascoltava, ma talora, quando qualche studente esponeva volontà di dialogo e riconoscimento delle ricchezze delle altre chiese, chiamate anche “sorelle”, il Patriarca era come sorpreso e gentilmente interveniva chiedendo allo studente: “ma queste cose dove le hai lette?” Poi, quando quello rispondeva che le aveva lette sui testi e sulle dispense del professor Pattaro, lì presente, commentava benevolo: “Ah! Allora va bene, però a mio parere è un’eresia”.
Dunque non sarebbe stato contento, Pattaro, della elezione di Luciani: forse il movimento ecumenico e la realizzazione del Concilio ne avrebbero sofferto…Il corso del Sae finì, e quel 26 agosto dal Conclave uscì Albino Luciani, Giovanni Paolo I.
Con Don Germano non ci eravamo più sentiti, e dunque pensai che fosse un po’ deluso. Invece due settimane dopo, attorno al 10 settembre, accade un fatto sorprendente: lui mi chiama dicendomi che l’indomani sarebbe venuto a Roma e mi racconta che il Papa in persona gli ha telefonato poche ore prima, per chiedergli di trasferirsi a Roma come suo “consigliere ecumenico”. La spiegazione? Eccola: il 5 settembre durante un’Udienza, era spirato tra le sue braccia il metropolita Nikodim, il numero due del Patriarcato di Mosca, e la sua morte, in un atto di fede estrema e di preghiera cristiana, era stata per Luciani così edificante e commovente – mi dice Pattaro – che il Papa sorpreso aveva avvertito il bisogno di approfondire i temi dell’ecumenismo nella sua nuova veste di vescovo di Roma: di qui l’esigenza di avere un consigliere ecumenico sperimentato, e proprio lui…
Dunque Don Germano cominciò a prepararsi al trasferimento, ma non fece in tempo a realizzarlo pienamente per l’improvvisa morte di Luciani. Restò a Venezia, semplice e saggio come sempre, cordiale in umanità e fede, dando esempio a vicini e lontani fino alla morte, nel 1986. Nel frattempo in alcuni altri incontri abbiamo parlato anche di quella morte…
Infatti Giovanni Paolo I morì all’improvviso circa venti giorni dopo quella telefonata e sul fatto ho ricevuto da più fonti di primo piano, una nella stessa mattinata dell’evento, ancora prima che si diffondesse la notizia, una versione precisa che ho raccontato altrove, anche in Tv al povero Enzo Tortora e poi ad altri, e che ancora mi risulta l’unica vera e credibile. Eccone l’essenziale: Papa Luciani è morto nella notte tra il 28 e 29 settembre 1978 per un arresto cardiaco, dovuto probabilmente anche ad un suo errore nella dose di un medicinale calmante. Quella sera non riusciva a dormire e per questo lo aveva assunto, solo nella sua stanza, sbagliando per eccesso di dose. Era stata una serata particolare. Poco prima di cena un po’ di malessere – aveva avuto qualche dolore – ma non aveva voluto allarmare nessuno lasciando libero il suo segretario, Don Diego Lorenzi, di allontanarsi. La giornata era stata come sempre faticosa, piena di impegni e di responsabilità che sentiva forte e gli pesava parecchio, pur reagendo con il suo consueto spirito serenamente riduttivo e quasi allegro. Dopo cena dunque il segretario era uscito dal Vaticano, e le Suore della casa si erano ritirate. Prima, però, c’era stato un incontro speciale. Giovanni Paolo I aveva ricevuto – forse in orario inconsueto – il Segretario di Stato Jean Villot, cui aveva forse per la prima volta confidato un suo progetto di cambiamenti in Vaticano e nella Chiesa italiana. Come sempre all’elezione di un Papa tutti gli incarichi sono da riconfermare o da cambiare, e lui pensava ad un piano molteplice. Dunque Luciani aveva detto a Villot che intendeva richiamare a Roma, come Segretario di Stato, il cardinale Benelli, da un anno arcivescovo di Firenze per una singolare vicenda legata alle possibili “dimissioni”, poi rientrate, da parte di Paolo VI, e che aveva voleva inviare a Firenze, al posto di Benelli, il cardinale Poletti, sostituito come vicario di Roma dal cardinale Pericle Felici, grande amico personale. Forse aveva detto anche a Villot che voleva inviare a Venezia, come Patriarca, il gesuita padre Bartolomeo Sorge, e che aveva intenzione di accogliere le dimissioni del cardinale Giovanni Colombo inviando al suo posto, a Milano, mons. Agostino Casaroli, anche per evitare qualche possibile ombra di un lungo passato sul nuovo Segretario di Stato Benelli. Cosa aveva risposto Villot? Che Lui era il Papa, e quindi aveva pieno diritto di decidere come meglio credeva, ma anche che il richiamo di Benelli in Vaticano e le altre nomine potevano apparire come in contrasto con l’evidente volontà di Paolo VI, che solo 15 mesi prima aveva inviato Benelli a Firenze…
Forse Luciani era rimasto un po’ sorpreso di questa resistenza...Forse si attendeva una risposta più pronta e docile. Ma per quella sera non era tutto. Il Papa dopo cena aveva chiamato al telefono anche il cardinale Colombo, a Milano, per comunicargli il progetto relativo alla sua sostituzione con Casaroli…E anche Colombo aveva reagito con resistenza esplicita: anche a lui il progetto appariva in contrasto con gli orientamenti di Paolo VI, e con tante altre prospettive che a lui parevano scontate per il futuro…
Poi la notte: il Papa ormai solo si prepara a dormire…
La mattina dopo, 29 settembre 1978, la fida suor Vincenza Taffarel, con la “famiglia” di Luciani già dai tempi di Venezia e forse di Vittorio Veneto, sorpresa nel trovare la colazione ancora intatta davanti alla porta, dopo aver bussato invano senza avere risposta, apre uno spiraglio e scopre il dramma: Giovanni Paolo I è morto, come ancora seduto sul letto, con il lume da notte acceso, un foglio tra le mani, gli occhiali inforcati, nessun particolare segno di sofferenza visibile e un bicchiere sul comodino…Allarme! Arriva per primo mons. John Magee, segretario, che chiama colui che morto il Papa è il primo responsabile di tutto, e cioè il camerlengo cardinale Villot. Ecco dunque il Camerlengo, di fronte al cadavere ancora caldo del Papa con il quale la sera prima ha avuto un aperto contrasto, e il personale della Casa Pontificia che attorno al Papa ormai morto avverte il peso di non essersi accorto di nulla. Che fare? Spiegare tutto con un fulmine improvviso e imprevedibile da tutti: infarto fulminante. Una donna per prima? Non si può. Suor Vincenza Taffarel ha l’ordine di tacere, e lo farà sempre, trasferita nel suo Veneto natale. Don Lorenzi non può facilmente dire che non c’era, e che se c’era un campanello d’allarme lui non lo ha sentito. Quel foglio tra le mani? Non era un foglio, ma l’“Imitazione di Cristo”. Autopsia? Niente, e se ci sarà la diagnosi deve essere quella. Forse spariti gli occhiali, sparito il bicchiere, sparita anche, se c’era, la medicina…Comprensibile? Per certi versi certamente. Ma per altri anche causa di equivoci e di calunnie che imperversano da 33 anni generando calunnie e accuse infondate.
La notizia della morte mi fu data quella mattina, ancora prima delle 7 per telefono da un amico, che poi in seguito aggiunse questi particolari di fatti che, taciuti, hanno provocato tante chiacchiere e ipotesi false, come l’idea di un complotto contro Luciani realizzato fino al delitto. Si era in un momento speciale della vita italiana, a pochi mesi dalla vicenda Moro. Appena avuta notizia ebbi modo di avvertire della morte del Papa – quello “nuovo”! – sia Tonino Tatò, segretario di Enrico Berlinguer, che l’amico Benigno Zaccagnini.
E le leggende nere? Soprattutto false prudenze e reticenze ecclesiastiche hanno fatto la fortuna di libracci come “In nome di Dio”, di David Yallop, con la falsa tesi dell’assassinio per eliminare un Papa progressista e rivoluzionario, esistito solo nella mente fantasiosa di inventori furbi e malandrini.
E allora? Per quanto mi riguarda e ne ho saputo le cose sarebbero andate così: il Papa non riusciva a dormire, quella sera, era come inquieto per quelle resistenze di Colombo e Villot e pensò di assumere un calmante, poi si coricò e attese il sonno, avendo tra le mani, sulle ginocchia, con gli occhiali inforcati, quel foglio con il progetto delle nomine in Curia e in Italia. La dose di calmante però era stata eccessiva, e il calo di pressione fu tale da portare all’arresto cardiaco…Elementare, ma la fantasia del mondo voleva, ed ha voluto, altro…
Collaboravo, allora, da poco con il Gruno della Rai diretto da Sergio Zavoli, e con il vaticanista del tempo, il bravissimo Gregorio Donato, che mi chiamò al volo per una diretta nel Gr delle 8. Fu così che, nel dialogo con il conduttore e con altri, la notizia per me era già in qualche modo “digerita”, mentre tutti gli altri, e soprattutto gli ascoltatori, ne erano ancora emozionati. Di qui un curioso equivoco: alla domanda di Gregorio Donato su cosa sarebbe successo ora, mi capitò di ricordare con calma il detto popolare romano, “morto un Papa se ne fa un altro”…Parlavo, ovviamente, nello spirito della fede, secondo la quale il fondamento della Chiesa non è questo o quel Papa, ma Gesù Cristo in persona e ogni successore di Pietro come tale si fonda su di Lui… Ebbene: successe un mezzo finimondo: molti ascoltatori telefonarono scandalizzati, e addirittura il giorno dopo sul “Corriere della Sera” ci fu un articolo del notissimo scrittore Goffredo Parise tutto scandalizzato, il cui senso era proprio questo: ma come, col cadavere del Papa ancora caldo, come può un prete, un teologo, un credente dire cinicamente “morto un Papa, se ne fa un altro”, e così cavarsela allegramente? Di qui un articolo di spiegazione, mia, anche sul “Corriere della Sera”…Mi raccontarono che ai centralini Rai ci furono lamentele contro la crudeltà della mia affermazione… Eppure è proprio così, pur comprendendo pienamente lo sconcerto e l’emozione della morte di un Papa, rinnovata e rivissuta in modo assolutamente originale ogni volta che muore un Papa. Ripenso a quanto accaduto dalle 21.37 del 2005, quando “quella” notizia arrivò al mondo sconvolto per Giovanni Paolo II, ma per chi crede la realtà profonda della fede dice proprio questo: Cristo incarnato, crocifisso e risorto, vivo alla destra del Padre per l’eternità, è la pietra angolare su cui si fonda la Chiesa e il successore di Pietro è il suo vicario pro-tempore…Giovanni Paolo II lo è stato per 26 anni e mezzo, con le sue caratteristiche umane e personali e ora lo è Benedetto XVI a modo suo, ma al fondamento della fede, della speranza, della gioia di vivere nel tempo la carità eterna che ci è stata donata c’è il Signore della storia, c’è il dono dello Spirito Santo, cioè dell’amore di Dio “rovesciato nei nostri cuori”, come dice San Paolo (Rom. 5, 5). Se non fosse così, se la fede poggiasse sulle doti umane o, anche, su quelle cristiane dei singoli Papi, vista la storia dei 2000 anni passati la Chiesa sarebbe finita da secoli. C’è ancora, la Chiesa, e oggi il Papa si chiama Benedetto XVI, successore di Pietro e vicario di Cristo, ma la “Pietra” angolare è Lui, Gesù Cristo. I Papi muoiono – lunga vita a Benedetto! – ne sono morti più di 200, ma Lui vive sempre, garanzia nei secoli. Nella santa e fraterna memoria anche di Albino Luciani, per 33 giorni, 33 anni orsono, Papa del sorriso per sempre…

GIANNI GENNARI, teologo e giornalista
L'ORDINAZIONE DELLE DONNE
(26.8.2011)

Recentemente Mons. Jose Policarpo, cardinale patriarca di Lisbona, ha concesso una lunga
intervista alla rivista dell'Ordine degli avvocati portoghesi (“OA”, numero di maggio 2011).
Interrogato sulle responsabilità affidate alle donne nella Chiesa cattolica, affronta il problema del
sacerdozio femminile, per il quale non vede “alcun ostacolo teologico”, pur riconoscendo “che è
meglio non sollevare il problema”.

(Estratto della pagina 39 della rivista dell'Ordine degli avvocati portoghesi, numero di maggio,
traduzione dal portoghese al francese di Didier da Silva).

Le donne non possono avere responsabilità ecclesiastiche in seno alla chiesa cattolica. Qual è
la sua opinione al riguardo?

"Ciò che lei afferma non è proprio esatto, veda San Paolo... Il problema che si è posto recentemente è
proprio quello dell'ordinazione delle donne. A parte quello, ci sono stati momenti in cui le donne
hanno avuto un ruolo assolutamente decisivo: penso, ad esempio, al ruolo eminente da loro svolto
nei monasteri. Il problema del loro impegno nella chiesa si è complicato da quando altre religioni,
non cattoliche, hanno ordinato delle donne, il che ha creato, diciamo così, polemica. Su questo
tema, la posizione della Chiesa cattolica si fonda prima di tutto sulla fedeltà al Vangelo: essa non è
quindi autonoma nelle sue decisioni come potrebbe esserlo un partito politico o un governo. C'è
questa fedeltà al Vangelo, a Gesù, e ad una tradizione molto radicata, molto forte, che abbiamo
ricevuto dagli Apostoli. Già all'epoca di Gesù, esisteva una bella complementarietà tra gli uomini e
le donne. E non è un caso se Gesù ha scelto degli uomini come apostoli, rivolgendo alle donne
un'attenzione di altro tipo... Penso che tutto questo sia un falso problema. Una volta, mi trovavo in
una comunità di giovani della diocesi di Lisbona. Nel corso della discussione sono stato interpellato
da una ragazza che mi chiedeva perché le donne non potevano diventare preti. Mi sono arrischiato a
risponderle che lei aveva perfettamente ragione, ma che per occuparsi di questo problema bisognava anche sapere se c'erano delle candidate. Chi, tra le giovani donne presenti avrebbe accettato di
impegnarsi? Tutte hanno abbassato la testa. Ho conosciuto, e conosco, delle donne con responsabilità nella chiesa che non vogliono sentir parlare di ordinazione delle donne. Mi è stata
posta la stessa domanda a Vienna, in un incontro internazionale sul tema della nuova evangelizzazione: ho risposto che nessun papa ha il potere di cambiare queste cose. Farebbe nascere troppe tensioni: le cose cambieranno quando Dio vorrà. Se deve succedere, succederà.
Un giorno, interrogavo un prete danese sul ruolo delle donne nella sua parrocchia: mi rispose che
erano molto impegnate e devote, ad esempio all'interno di associazioni caritative. Ma che quando avevano cominciato a presiedere l'assemblea domenicale, non era andato più nessuno a messa. Non mi spiego questo fenomeno. Il nostro Santo Padre Giovanni Paolo II ad un certo momento sembrava che volesse chiarire definitivamente il problema (rifiutando l'ordinazione, NDT). Personalmente non penso che la cosa si definisca così, perché, da un punto di vista teologico, non c'è nessun
ostacolo fondamentale all'ordinazione delle donne. Ma c'è il peso della tradizione... Le cose sono
sempre state così. Da un punto di vista teologico, non ci sono ostacoli fondamentali.
Penso che non ci sia alcun ostacolo fondamentale. C'è un'uguaglianza fondamentale di tutti i
membri della Chiesa. Il problema si pone da un'altra angolazione, quella del peso della tradizione ereditata da Gesù, e quella del ruolo delle donne, facilitato nelle Chiese della Riforma. Tutto questo non ha semplificato le cose, ammesso che ci sia una soluzione al problema. Noi non vedremo una soluzione definitiva nel corso della nostra vita. È un problema che è meglio non sollevare. Provoca
troppe reazioni.

E così c'è un vescovo possibilista sul tema, ma molto prudente.
La donna è un essere inferiore per molte società e lo è anche per la chiesa di Cristo che continua a predicare l'uguaglianza e, da molto tempo, ha impostato la propria teologia morale sul concetto di persona e non di maschio e femmina.
Il mito della creazione (Dio che crea la donna dopo aver tratto una costola dall'uomo) ha fatto scuola e continua a farla.
Il vescovo di Lisbona si appella alla tradizione.
Bell'argomento, questo!
Quando i vescovi vogliono giustificare qualcosa si appellano alla tradizione e così chiudono l'argomento.
Almeno fossero coerenti!
Non era tradizione la messa in latino? Non era tradizione la tiara papale?
Non erano tradizioni le cento cose che poi sono state modificate rispondendo ai segn dei tempi?
Ma dirò di più: non era tradizione agli inizi della vita della comunità ecclesiale che vi fossero donne diaconesse e , forse, anche donne preti? Allora fu corretto rompere con la tradizione per creare una tradizione nuova?
Argomenti del genere non si affrontano in un'intervista, se non si è preparati e non si portano a suffragio motivazioni del tipo:"Ma che quando
avevano cominciato a presiedere l'assemblea domenicale, non era andato più nessuno a messa. Non
mi spiego questo fenomeno."
Il fenomeno si spiega,eccome!
La mentalità maschilista è dura a morire, anche nella chiesa cattolica!
LA CHIESA ITALIANA E LO STATO ITALIANO
(23.8.2011)

In questi giorni in cui la seconda stangata finanziaria sta preoccupando gran parte degli italiani, su Facebook e non solo girano inviti a far pagare alla chiesa italiana milioni di euro con una motivazione sostanziale: la chiesa cattolica non ha diritto ad alcuna agevolazione fiscale.
Vediamo anzitutto le agevolazioni:
- IRES (imposta sulle persone giuridiche): riduzione del 50%
- ICI (imposta comunale sugli immobili): esenzione totale se una parte di questi è dedicata al culto
- IVA (imposta sul valore aggiunto): esenzione per prestazioni rese da enti di beneficenza, ospedali, ricoveri e scuole
- IRAP (imposta regionale sulle attività produttive) esenzione sulle retribuzioni ai sacerdoti
- IRPEF (imposta sul reddito delle persone fisiche): esenzione per impiegati della Santa Sede.
Sono agevolazioni che nascono dal Concordato fra la Santa Sede e l'Italia e da trattative fra la CEI e lo Stato Italiano.
Il motivo di fondo è sostanzialmente uno: la chiesa cattolica opera a fin di bene nello stato italiano, le sue opere sono umanitarie e prive di fini di lucro, è - pertanto - corretto che le imposte siano ridotte al minimo possibile, se non addirittura cancellate.
Alle agevolazioni di cui sopra va aggiunta la quota dell'otto per mille che ogni italiano, liberamente, può sottoscrivere a favore della chiesa cattolica in sede di presentazione della dichiarazione dei redditi.
Questo lo stato dell'arte, come suole dirsi. Non mi dilungo nell'elencare cifre percepite dalla chiesa cattolica e neppure nel descrivere particolari privilegi (come quello concesso alla Santa Sede di non pagare l'acqua fornita allo Stato del Vaticano): tutto il materiale è facilmente reperibile in Internet.
Il mio pensiero sul tema, si sa, è molto semplice: partendo al principio libera chiesa in libero stato, ogni agevolazione fiscale non deve essere richiesta e, quindi, non deve essere concessa. Trovo che i Concordati siano pessime convenzioni giuridiche che il Signore Gesù non avvallerebbe mai, rispondendo:"Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio".
Tutto ciò considerato, però, va anche detto che a tali agevolazioni si è arrivati democraticamente. Se il concordato Mussolini-Gasparri fu imposto da una dittatura, il suo avallo fu sancito dall'assemblea costituente, il suo rinnovo (il concordato Craxi-Casaroli) fu stipulato da un governo democratico ed approvato da un parlamento democraticamente eletto.
Le esenzioni fiscali, l'otto per mille e via elencando sono da anni a conoscenza di tutti, ma non mi pare che nessuno, MAI, abbia pensato a raccogliere firme per un referendum contro il Concordato, le esenzioni fiscali, l'otto per mille e via dicendo.
Sia nella sede più alta della rappresentanza democratica (il Parlamento), sia nella forma più altamente espressiva della democrazia (il referendum), nessuno ha mai pensato di sollevare la questione nel merito.
Un sacerdote di Genova, Paolo Farinella, da anni paga al suo comune l'ICI per gli immobili di proprietà della chiesa di San Torpete di cui è parroco. Personalmente condivido in pieno l'iniziativa di Paolo, ma gli ho scritto sollevandogli qualche dubbio giuridico che provocherebbe qualche grattacapo: il comune si troverebbe in difetto se accettasse l'ICI degli immobili destinati al culto perchè andrebbe contro una legge dello Stato e il suo successore (non condividendo la scelta di Paolo) potrebbe non solo avvalersi del privilegio di non pagare l'ICI, ma ingaggiare un contenzioso con il comune di Genova per chiedere il rimborso con gli interessi.
Stracciarsi le vesti perchè alla chiesa cattolica (e non solo a quella cattolica) vadano una montagna di soldi dei proventi dell'otto per mille e la chiesa cattolica (ma non solo) benefici di esenzioni fiscali, è atteggiamento demagogico e tardivo.
Demagogico perchè fa leva sulle emozioni del momento: la gente fa fatica ad arrivare alla fine del mese e non vede di buon occhio fuoriuscite di denaro a favore di enti religiosi che stanno bene già per conto proprio.
Tardivo perchè si poteva impugnare democraticamente la cosa, sia in sede parlamentare che in sede referendaria.
Qualcuno invita i gerarchi della chiesa italiana a rinunciare spontaneamente a questi privilegi o auspica che il governo intavoli una trattativa per eliminarli.
Anche questo mi sembra un atteggiamento demagogico.
Preferirei che la chiesa cattolica desse un segno di solidarietà rispondendo alle reali necessità dello stato in cui vive.
Come?
Ad esempio mettendo a disposizione canoniche abbandonate a cagione della carenza del clero per famiglie bisognose e senza casa; oppure palazzi ed oratori o seminari dismessi per temporaneo ricovero di immigrati.
Il governo potrebbe sollecitare la gerarchia sia ad attuare quanto proposto sopra, sia a creare un fondo di solidarietà (presso la banca d'Italia) per elargizione di denaro a prestito a tasso zero. Giustificherebbe così l'esenzione fiscale.
Ma la cosa più interessante sarebbe che il prossimo candidato alla guida del Paese, invece di spendersi con promesse lunari, mettesse fra i punti programmatici di governo la richiesta alla S.Sede di abolire il Concordato e alla CEI di abolire i privilegi fiscali. Voglio vedere chi avrebbe il coraggio di farlo e, se lo facesse, quanto consenso avrebbe!
UN GENTILUOMO DI SUA SANTITA'
(20.8.2011)

Dall'Annuario Pontificio ho trovato uno strano gentiluomo di Sua Santità. Tutti sanno chi siano queste persone: è il massimo grado a cui un cattolico non ordinato ministro possa aspirare (in Italia ne abbiamo uno solo: Gianni Letta).
Il gentiluomo di cui parlo è il "re" della finanza off-shore in Liechtenstein, Herbert Batliner, un anziano professionista, classe 1928, a sua a volta figlio d'arte. Batliner è il massimo esperto di fiduciarie off-shore. Per avere una fotografia nitida da cui partire per raccontare questa strana storia bisogna fissare una data, il 9 settembre 2006 quando Herbert Batliner, presidente di una fondazione con sede in Liechtenstein, la Peter Kaiser Gedächtnisstiftung, che ha come scopo statutario la difesa dei valori cristiani in Europa, incontra papa Ratzinger, a Ratisbona, in Baviera, per regalargli un prezioso organo a canne del valore di 730mila euro destinato proprio alla chiesa di Ratisbona.
Era una giornata di gloria che l'avvocato di Vaduz attendeva da tempo, dopo gli anni difficili e le intricate vicende che ne avevano infangato il nome. Per decenni Herbert Batliner, nominato gentiluomo di Sua Santità già da Giovanni Paolo II, aveva operato dietro le quinte, silenziosamente, per il bene dell'Europa cristiana. Ma poi era stato qualificato da un rapporto del Servizio segreto tedesco Bnd e da Der Spiegel come il "re dei fiduciari", la "centrale del lavaggio di denaro "sporco". Eppure Herbert Batliner - pochi lo sanno - era e resta un autentico uomo di fiducia del Vaticano da oltre 30 anni.
Il gentiluomo di sua santità, il "più noto e discusso fiduciario del Liechtenstein", come lo definisce il settimanale svizzero Weltwoche, sponsor dell'Hockey Club di Davos, forte di un patrimonio stimato in 200 milioni di euro, era diventato noto per la prima volta in Germania all'inizio degli anni Novanta nell'ambito dello scandalo delle casse nere della Democrazia Cristiana tedesca, la Cdu, per la quale anche il cancelliere Heltmut Khoel ebbe qualche guaio.
Un ammanco di oltre 8 milioni di euro. "Appropriazione indebita personale", si giustificò il capo della Cdu dell'Assia Roland Koch, pesantemente coinvolto nella vicenda. Una vicenda che vide Batliner in un ruolo senz'altro centrale, ma di cui le reali implicazioni restano ancora nebulose dato che il Lichtenstein non collabora con le amministrazioni giudiziarie degli altri Paesi, tranne nei casi di omicidio o traffico di droga. Batliner era l'uomo giusto per queste operazioni. Chi cercava un rifugio sicuro per il proprio denaro si rivolgeva a lui, il decano dei fiduciari.
Ma quell'organo non era il primo che il benefattore del Liechtenstein avrebbe regalato alla Chiesa cattolica: il 14 dicembre 2002 il Cardinale Angelo Sodano, Segretario di Stato e Vice Decano del Collegio Cardinalizio, presiedeva il rito di benedizione del nuovo organo della Cappella Sistina, regalato anche in questo caso dallo stesso Batliner. Il maestro delle celebrazioni liturgiche pontificie, monsignor Piero Marini, si rivolgeva direttamente al benefattore affermando solennemente: "Il nostro ringraziamento va al Prof. Dott. Herbert Batliner, Presidente della Fondazione Gedächnisstiftung Peter Kaiser e Gentiluomo di Sua Santità".
I suoi guai legali sono proseguiti anche in seguito. Nel gennaio 2009 il tribunale del Liechtenstein si è dovuto occupare del vecchio "tesoro" dei democristiani tedeschi dell'Assia nella fondazione Alma Mater, gestita da Batliner. Oltre ai sei milioni di marchi spariti dai conti, restano ancora aperte alcune domande degli inquirenti: quanti soldi neri giacevano ancora sui conti dell'Alma Mater e chi esattamente aveva versato i soldi? Ufficialmente, come intestataria della società, figurava una vedova di nome Christa Buwert. Ma nel processo davanti alla Corte del Lichtenstein si sono scoperti fatti sorprendenti: per esempio che Batliner, fiduciario della fondazione, nel 1998 avrebbe effettuato un versamento di 10 milioni di franchi svizzeri da questi fondi ai propri conti personali. Un anno dopo quel versamento Batliner riceveva dalla vedova (nel frattempo ammalatasi di demenza senile) 1,2 milioni di franchi per comperare un quadro. La Corte del Liechtenstein, su istanza dell'avvocato d'ufficio della vedova, ha però costretto Batliner a restituire quei soldi.
Batliner è l'uomo chiave anche in una strana, piccola banca italiana: la Banca Rasini, l'istituto di credito che finanziò gli inizi di Silvio Berlusconi e che era diretto dal padre Luigi.
Batliner era infatti l'uomo che gestiva e rappresentava tre misteriose società che erano azioniste forti della Rasini: si tratta della Wootz Anstalt di Eschen, della Brittener Anstalt di Mauren e della Manlands Financiere S. A. di Schaan, tutte situate del Liechtenstein. Batliner ne era rappresentante legale insieme a un altro "gnomo" della finanza vaticana, Alex Wiederkehr. Wiederkehr è anch'egli membro dell'inner circle della finanza vaticana e fa parte di una nota famiglia di gnomi svizzeri. Insieme a Wiederkehr, Batliner era una figura chiave nella Banca Rasini, coinvolta nel blitz di San Valentino del 14 febbraio 1983 che portò all'arresto di molti mafiosi di stanza a Milano; una banca indicata dallo stesso Sindona come la banca della mafia a Milano. La riprova che Batliner fosse l'uomo della finanza vaticana nella Rasini viene anche dal fatto che altri importanti azionisti della Rasini, gli Azzaretto, erano fiduciari della finanza vaticana sin dai tempi di Papa Pacelli, come recentemente ammesso da Dario Azzaretto.
Oggi Herbert Batliner si divide tra la sua clientela "top" e i campi da hockey di Davos. Nonostante sia stato accusato di essere l'uomo del riciclaggio dei fondi neri della politica ed abbia riconosciuto di essere uno dei maggiori esperti di evasione fiscale, Ratzinger non fa nulla per rimuoverlo. Dopo l'esplosione del caso Balducci-Anemone, il Vaticano ha dichiarato formalmente che i gentiluomini di sua santità sono "professionisti di indubbia moralità e qualora si dimostri il contrario le dimissioni dall'incarico sono doverose". Eppure, se si entra nella fornitissima libreria del Vaticano situata accanto a piazza San Pietro e si acquista il gigantesco Annuario Pontificio, si scopre, a pagina 1822, che Herbert Batliner è sempre lì, nel cuore dell'organigramma del potere vaticano, come presidente del Consiglio della Fondazione per la Promozione delle Scienze Sociali.
Mi rammarico molto di dovermi stupire del pugno di ferro di il papa usa per altri casi e NON per questo.
PAOLO VI: CUM IPSO IN MONTE

Tutti i miei lettori ed amici sanno della stima che nutro per Paolo VI.
Un amico giornalista di fama - Gianni Gennari - mi ha inviato l'articolo che pubblico più sotto. E' stato scritto il 6 agosto scorso, 32esimo anniversario della morte del Papa, giorno della Trasfigurazione del Signore.

A 33 anni dalla morte di Paolo VI: provocazioni da “Osservatore Romano” sulle “chiacchierate” dimissioni e ricordi di varia attualità
Scrivo oggi, 6 agosto 2011, come “provocato” da “L’Osservatore Romano” che in prima pagina ricorda ampiamente che 33 anni orsono, proprio nella Festa della Trasfigurazione, Giovanni Battista Montini, dal 21 giugno 1963 Paolo VI, concluse la sua avventura terrena. Infatti egli morì a Castelgandolfo, e questo indica che la cosa fu imprevista, e non in seguito a malattia grave che avrebbe comportato il ritorno a Roma e/o, anche prima, il rinvio del trasferimento a Castelgandolfo. Va ricordato che anche Pio XII era morto nel soggiorno estivo, l’8 ottobre 1958, ma allora alcune circostanze di quella morte che non avevano detto un gran bene di coloro che lo circondavano, in particolare dello staff medico…
Cose note, ma l’ulteriore “provocazione” – per me in qualche modo anche personale – viene anche e soprattutto da un bell’articolo di commemorazione che lo stesso “Osservatore” riporta a p. 5 quasi intera, a firma di Eliana Versace. Il titolo è lungo: “Un motto per l’arcivescovo. Giovanni Battista Montini e la spiritualità benedettina”. In esso si legge questa testimonianza di mons. Antonio Travia, uno dei suoi amici più cari: al momento di diventare vescovo Montini voleva scegliere come motto episcopale “Cum Ipso in monte” (Con Lui sul monte), che è non solo una chiara allusione proprio alla scena della Trasfigurazione, ma anche un motivo specifico della spiritualità benedettina. L’articolo annota anche i luoghi benedettini amati e frequentati dal futuro Paolo VI, tra questi anche Einsiedeln, monastero svizzero visitato anche da Papa, e ricorda che fu proprio lui, nel 1964, a proclamare San Benedetto patrono di Europa…
Dov’è la provocazione? Nel fatto, sul quale ho avuto testimonianze personali, anche per lettera, sia in senso affermativo che negativo – tra queste una lettera personale di mons. Pasquale Macchi, segretario di Paolo VI – che nel 1977, esattamente a settembre, al compimento dei suoi 80 anni, Paolo VI, stanco e già provatissimo, aveva seriamente pensato di dare le sue dimissioni e che aveva già ipotizzato proprio il monastero benedettino di Einsiedeln come il luogo, o uno dei luoghi possibili ove andare a trascorrere l’ultima stagione della sua vita.
Tra parentesi: su Paolo VI e sul suo compleanno posso qui ricordare un altro particolare: egli era stato battezzato a Concesio, suo paese natale, nella chiesa dedicata al Battista, nel pomeriggio del 30 settembre 1897, nelle stesse ore in cui a Lisieux moriva Thérèse Martin, Teresa del Bambino Gesù, carmelitana, oggi Santa e Dottore della Chiesa, che dichiarò alla sorella Madre Agnese di voler offrire i suoi ultimi momenti “per tutti i bambini battezzati in quello stesso giorno”. Tra essi c’era il piccolo Giovanni Battista Montini, evidentemente prediletto tra i tanti di quel giorno.
Torniamo a Paolo VI ed al 1977: oltre la ragione della salute e della stanchezza Egli aveva anche un motivo tutto personale per pensare in quel momento a quelle “dimissioni”. Era lui infatti che nel novembre 1970 aveva stabilito con la sua “Ingravescentem Aetatem” che i cardinali all’età di 80 anni dovevano uscire dalle cariche effettive e dal novero dei cardinali chiamati ad eleggere un nuovo Papa in Conclave. Con provvedimenti simili si arriverà poi a fissare ai 75 anni l’età delle dimissioni dei vescovi. In Vaticano molti, in quel 1970, avevano letto nella decisione papale anche una sorta di rivincita tutta umana di Montini nei confronti di alcuni cardinali di Curia, più anziani di Lui, tra essi sicuramente Ottaviani, Pizzardo, Canali e altri, che da sempre avevano avuto problemi nei suoi confronti, e che forse erano stati gli autori o i suggeritori alla decisione di Pio XII, nel 1954, di allontanare Montini dalla sua carica in Curia, Sostituto della Segreteria di Stato, e “promuoverlo” alla sede di Milano, senza tuttavia, e per quasi 5 anni, nominarlo cardinale. E infatti fu Giovanni XXIII che appena eletto Papa colmò questo vuoto di prassi, che era apparsa a molti punitiva.
E dunque nel 1970 la decisione della “Ingravescentem Aetatem” apparve a molti quasi come una “vendetta” sottile, con l’esclusione dal Conclave e dalle funzioni reali in Curia di quegli anziani cardinali che nelle voci correnti erano stati all’origine della “promozione-rimozione” di Montini non creato cardinale se non dopo 5 anni e poi dopo 9 divenuto Paolo VI. Il provvedimento era giunto non certo gradito agli esclusi, appartenenti in genere al numero di quei cardinali che non erano stati entusiasti sia di Giovanni XXIII che del Concilio e del suo svolgimento…Nel corso di questi 33 anni qualcuno ne ha anche parlato più o meno apertamente, in un senso o nell’altro, a proposito del pensionamento dei vescovi e dei cardinali. Sul tema ci sarebbe molto da ragionare e discutere, oggi. Il fatto che a 75 anni i vescovi vadano come per routine in pensione, anche se stanno benissimo, anche se sono benvoluti e finalmente hanno potuto conoscere a fondo la loro Diocesi, e in particolare i loro preti non ha solo aspetti positivi per il ricambio e per l’evidente potere “sovrano” che accetta o meno le loro dimissioni, ma ha anche il risultato di una crescita del numero dei vescovi talora superflua, e una singolare constatazione: da noi abbiamo un presidente della Repubblica di 84 anni, e come vescovo di Roma un lucidissimo e magistrale teologo e pastore quasi coetaneo, ma un grande numero di vescovi molto più giovani sono ormai “emeriti”, senza incarichi nella Chiesa. Forse è anche un inconveniente, almeno per molti aspetti…
Ecco: tornando a quella estate del 1977, forse la profondità della coscienza di Montini, conosciuto da tutti come delicato e scrupoloso, gli suggeriva che al momento del compimento dei suoi 80 anni, e cioè a settembre 1977 era un bene che anche lui desse esempio di adeguamento al suo decreto che gli aveva procurato tante critiche anche in Curia…Fu così dunque che avvicinandosi quella data Paolo VI manifestò ai suoi intimi questa intenzione che per lui aveva anche – testimone, come scrive ora “L’Osservatore, l’amico mons. Antonio Travia – il tono di un ritorno all’ideale benedettino. In quel “cum ipso in monte” era anche contenuta una allusione – percepibile solo post factum alla solennità della Trasfigurazione, la festa del 6 agosto, che sarebbe stato anche il giorno del suo ritorno alla casa del Padre…
In questa prospettiva accadde che Egli aveva comunicato la sua decisione anche a mons. Giovanni Benelli, Sostituto della Segreteria di Stato, e suo fedelissimo, il vero uomo delle decisioni importanti per tutto il pontificato montiniano, e aveva replicato alle obiezioni di Benelli assicurandogli la “liberazione” dal suo gravoso compito ormai svolto da più di 10 anni, la nomina ad arcivescovo di Firenze, sede cardinalizia. Per questo a fine giugno di quel 1977 i giornali avevano riportato, quasi all’improvviso, la notizia delle “dimissioni accettate”, dal Papa, del cardinale Florit da Firenze, e la nomina di Benelli come suo successore, creato poi cardinale nella festa di San Pietro, il 29 giugno. Era come il primo passo verso l’annuncio, destinato a settembre, della decisione delle dimissioni del Papa.
E perché non è andata in questo modo? Per una ragione complessa, tutta intrisa di umanità e di calcoli anche solo umani, e cioè per il fatto che a quel punto, quando era ormai certo che Benelli, l’uomo forte, il vero esecutore di ogni ordine papale, colui che teneva in pugno tutta la Curia pontificia, sarebbe andato via, proprio accanto a Paolo VI qualcuno – e in modo specifico i più vicini, in particolare mons. Pasquale Macchi, segretario particolare, il cardinale Jean Villot, segretario di Stato e don Virgilio Levi, vicedirettore de “L’Osservatore Romano” pensarono che, via Benelli arcivescovo di Firenze e ormai cardinale, sarebbe finalmente venuto il tempo in cui avrebbero avuto maggiore spazio nelle scelte di governo del Papa stesso, e fecero in modo che la decisione delle dimissioni potesse essere ritirata. Accadde dunque che a freddo, in piena estate 1977 – esattamente come in questi giorni – sulla prima pagina dell’“Osservatore” apparve un articolo di Don Levi che affermava senza fondamento le “voci” maligne che parlavano di “dimissioni” papali. Non era vero: alla Croce di Cristo, e alla paternità universale del Successore di Pietro non si rinuncia…
Fu come una parola d’ordine, e da tutto il mondo arrivarono al Papa voci che incitavano a continuare a portare il peso di quella Croce, ad esercitare quella paternità…Così Paolo VI rinunciò all’idea delle “dimissioni”, secondo parecchie fonti già concretizzata anche negli accordi personali con Benelli e in alcuni preparativi logistici tra Einsiedeln e Montecassino, eremi benedettini “Cum Ipso in Monte” – come ora ricorda ora la testimonianza di mons. Travia sull’ “O. R.”.
Alla provocazione, dunque, una risposta da cronista, anche sulla base di varie testimonianze, e dei comportamenti del cardinale Benelli, che dopo quella estate non volle quasi più venire a Roma, nei tempi immediatamente seguenti, perché si era sentito ingannato. Avevo avuto con lui rapporti prima di collaborazione stretta, negli anni ‘67 e seguenti: ricordo che quando ero chiamato da lui mi accoglievano i suoi segretari, tra cui l’allora Don Sergio Sebastiani, poi vescovo e cardinale e ora, dall’11 aprile scorso, anch’esso “emerito”, nel senso che non è più cardinale elettore. Accadde però poi che in occasione della vicenda della legge sul divorzio (1974) ci fu con Benelli una divergenza non di dottrina, ma di pura disciplina, che ruppe i nostri rapporti…Ebbene: al momento della sua nomina a Firenze, essendo Egli entrato in diocesi dicendo ai fedeli che si presentava ad essi “con le mani vuote”, gli scrissi una lettera di auguri ricordando che quelle parole erano state usate proprio da Teresa di Lisieux nei suoi manoscritti…Conservo una sua risposta, dialetticamente polemica, del 20 agosto 1977... Debbo anche annotare che mons. Pasquale Macchi ha sempre smentito ogni voce di dimissioni di Paolo VI, e il 30 maggio 2002, avendo io parlato della vicenda proprio su “La Stampa”, mi inviò una lettera manoscritta in cui definisce tutta la storia delle dimissioni di Paolo VI “frutto di fantasia e di pettegolezzi”. Che dire? Che per tante e convergenti ragioni, avendone parlato con molte persone anche implicate nella vicenda, penso che non sia del tutto così, ed il ricordo di 33 anni orsono, in quel 6 agosto, Festa della Trasfigurazione di Gesù, e giorno della morte di Paolo VI è stato una “provocazione” anche per “Vatican Insider”. Di qui questo scritto.
Giovanni Gennari
IL MOTIVO DI SCOLA A MILANO.

Il presidente dell'associazione culturale docenti cattolici, Giannino, ha pubblicato su La Voce di Venezia il seguente articolo che riporto integralmente.

Segue il mio commento.

La Chiesa cattolica, nel Terzo millennio, attraverso il Successore di Pietro, Benedetto XVI, deve confrontarsi con le sfide che provengono da una società sempre più scristianizzata, secolarizzata e neopagana, e da una pericolosa infiltrazione della teologia protestante nelle diocesi della Lombardia e in quella di Milano in particolare dove per 31 anni consecutivi alcuni vescovi, vicari episcopali, biblisti e teologi hanno creato una Chiesa parallela con un proprio magistero.

Per questa ragione il Papa ha scelto come Arcivescovo di Milano il teologo e filosofo Angelo Scola sia perchè conosce queste problematiche e possiede la cultura per ripristinare l'ordine nella diocesi di Sant'Ambrogio, sia perchè deve normalizzare una situazione che è diventata insostenibile in tutte le diocesi lombarde in cui Scola è il Metropolita. Forse si salva Vigevano con mons. Di Mauro mentre Pavia, con mons. Giudici, invece brilla per essere una Diocesi allo sbando per la dottrina che non si basa su una sola fides e neanche per l'unità ecclesiale attorno a Benedetto XVI.

Contrariamente a quanto possiamo immaginare, questa penetrazione, avviene dall'interno del mondo cattolico: dai teologi filo protestanti eretici, da alcuni pseudo biblisti, da alcuni pseudo teologi della Facoltà teologica di Milano, e da alcuni parroci, con l'evidente obiettivo di cambiare la formazione religiosa delle persone, e indurli a lasciare il cattolicesimo. Tutto ciò in nome di un malinteso pluralismo teologico che mira, appunto, a disorientare il Popolo di Dio.

La comunità cristiana viene considerata come un'appendice di una società incapace di leggere il vero bisogno degli uomini e come una società già al tramonto anzichè fattore di nuova evangelizzazione, di un nuovo annuncio: Cristo risorto, presente nel mistero della Chiesa, proposta di salvezza a tutti gli uomini. Taluni di questi teologi, poi, ricorrono ad espressioni dottrinali ambigue, e altri si arrogano la licenza di enunciare opinioni loro proprie, alle quali conferiscono quell'autorità che essi, più o meno copertamente, contestano a chi per diritto divino possiede tale vigilatissimo e formidabile carisma; e perfino consentono che ciascuno nella Chiesa pensi e creda ciò che vuole, ricadendo così in quel "libero esame" della Scrittura, che ha frantumato l'unità della Chiesa ambrosiana, e confondendo la legittima libertà della coscienza morale con una malintesa libertà di pensiero, spesso discutibile per l'insufficiente conoscenza delle genuine verità religiose.

Con un tal modo di procedere, che rifiuta ogni norma esteriore, vengono apertamente sovvertite la stessa vera natura e nozione della Teologia. Altri teologi e "cattolici adulti" come Rosy Bindi, Nicky Vendola, e Romano Prodi, vogliono incautamente adattare la morale cristiana alle inclinazioni e alle opinioni del mondo, quasi si dovesse conformare non già il mondo alla legge di Cristo, bensì la legge di Cristo al mondo ( vedi i Dico, eutanasia, procreazione, adozioni per i singles, uso dei contraccettivi, ecc.).

Dopo l'attacco sferrato dalla cultura che si riconosceva nei tre grandi maestri del sospetto: Marx, Freud, e Nietzsche negli anni 70, ora la Chiesa cattolica, è minacciata fortemente dalla teologia protestante, e il dicastero della Curia Romana per la Dottrina della Fede, guidato dal cardinale americano William Joseph Levada, sembra impotente a fronteggiare l' attacco sferrato da teologi e preti dissidenti della Diocesi di Milano. La teologia protestante oggi va di moda in alcune Facoltà teologiche e in alcuni Seminari del nostro Paese, lasciati ormai senza controllo e senza garanzia per lo studente che non può avvalersi della "libertà di apprendimento", e, viceversa, deve subire la "libertà di insegnamento" del suo docente molto spesso non "ortodosso", con sofismi, contestazioni alle leggi del pensiero speculativo, alla razionalità naturale, alla validità delle umane certezze; senza contare il dubbio, l'agnosticismo, la spregiudicatezza dell'assurdo, il rifiuto della logica e della metafisica.

Insomma un dissenso dottrinale vero e proprio incurante del Magistero ecclesiastico fino a deviare dalle verità divine conservate e illustrate nella Chiesa dallo Spirito Santo, scegliendo il loro giudizio in luogo del pensiero della Chiesa come criterio di verità: una scelta arbitraria, "àiresis", che porta dritti dritti all'eresia. A ciò, bisogna aggiungere, molto spesso, lo studio unilaterale del pensiero dei quattro leaders e maestri del Protestantesimo: Barth, Bultmann, Bonhoeffer e Tillich, solo per citare alcuni nomi.

Si insegna in queste Facoltà e Seminari che, nel concetto di Chiesa, esiste il valore "pneumautico", cioè spirituale, come se fosse l'unico perchè suffragato dalla Parola e costitutivo della Chiesa. Si contesta la legge naturale; si trascurano preghiera e Sacramenti; si contesta la Chiesa come istituzione di salvezza, si esclude il Magistero della Chiesa e la Sacra Tradizione e si mette il seguace di Cristo a contatto diretto con "la sola Scrittura" e lasciando a ciascuno un "libero esame" di essa; talvolta si mette persino in discussione l'autorità divina della Sacra Scrittura in nome di una radicale demitizzazione; si insegna che la fede (sola fides) è l'unica base della nostra certezza religiosa; si studia che "Iddio da principio creò l'uomo, e lo lasciò in mano del suo arbitrio" (Deut. 30,19; Eccl. 15,14); si insegna altresì la contestazione sistematica del Magistero infallibile, e il Primato del Papa; si contestano, in particolare, il dogma trinitario, cristologico e mariologico ; si condanna il celibato sacerdotale; si assiste alla demolizione di San Tommaso d'Aquino; si insegna che l'Eucarestia va celebrata solo come "Memoriale" , e non gia' come "Presenza reale del Corpo e del Sangue di Cristo" ; da ultimo, il rifiuto della mediazione gerarchica sacerdotale tra l'uomo e Dio.

Potremmo continuare: l'elenco è lungo. Ma ci fermiamo qui per illustrare sinteticamente il pensiero dei leaders del pensiero protestante, a cui questi teologi fanno riferimento costante nelle loro lezioni, e che tanta fortuna ebbero nel XX secolo, al punto da condizionare fortemente gli studi di molti biblisti e teologi, che ora dissentono segretamente dal magistero di Benedetto XVI, con un loro magistero parallelo, ma che tuttavia, disonesti intellettualmente, rimangono nella Chiesa cattolica per portare a termine l'attacco più grave degli ultimi tempi.

Siamo consapevoli che, adesso, i teologi cattolici protestanti faranno i finti indignati e si stracceranno le vesti, gridando che non è vero, che sono forzature quelle che abbiamo scritto, che non è vero che ai loro studenti insegnano la teologia protestante e che nelle Facoltà teologiche regna l'ordine, cosi come nei Seminari, e che il dialogo con i Fratelli separati sta a dimostrare l'unità.

Allora, una cosa è il dialogo con i Fratelli separati che, per esempio, nel 1999, ad Augsburg, ha portato alla firma congiunta tra cattolici e protestanti sul documento intitolato "Dichiarazione congiunta sulla dottrina della Giustificazione per la Fede": un tema che per secoli è stato una specie di simbolo della divisione fra cattolici e protestanti. Un'altra, è il dissenso dottrinale circostanziato che abbiamo elencato e che quotidianamente viene praticato, senza una adeguata vigilanza da parte di alcuni Vescovi diocesani. Le deviazioni che vengono insegnate, ovviamente ingenerano negli studenti, confusione, ambiguità e disorientamento.

A questo riguardo, papa Paolo VI, affermava: "Mentre il silenzio avvolge a poco a poco alcuni misteri fondamentali del cristianesimo, vediamo delinearsi una tendenza a ricostruire, partendo dai dati psicologici e sociologici, un cristianesimo avulso dalla Tradizione ininterrotta che lo ricollega alla fede degli Apostoli, e ad esaltare una vita cristiana priva di elementi religiosi." (Quinque iam anni). Giovanni Paolo II, invece, affermava in un discorso attualissimo che "anche oggi esiste in maniera diffusa, in taluni cristiani, la tentazione di interpretare la rivelazione e le formule del Credo cristiano in modo molto parziale, permettendosi di fare una lettura della Bibbia che obbedisce a presupposti estranei alla fede, di piegare la fede a un sistema costruito al di fuori di essa, conservando le formule familiari della Bibbia o della dottrina cristiana a sostegno di queste correnti di idee eterogenee.

Il dovere del teologo è di evitare questo genere di sostituzione devastante, di vigilare sull'autenticità, come fece S. Ireneo, vescovo di Lione". (Conferenza su S. Ireneo). Con il pretesto dell'aggiornamento" e del "rinnovamento" dai cattolici filo protestanti, le verità di Dio nella sua integrità e purezza non vengono accettate, cosi come il messaggio degli Apostoli. Perciò i Pastori hanno l'obbligo della denuncia e della vigilanza, di fronte ad abusi, oltre che trasmettere la fede nella sua pienezza.

La ricerca biblica, teologica e patristica, inoltre, non deve mai deflettere dalla Sacra Tradizione, dal Magistero e dalla Sacra Scrittura avendo lo scopo principale di "custodire il deposito" della fede ( 1 Tim. 6, 20). Tra i principali doveri dei vescovi eccelle la predicazione del Vangelo. I vescovi, infatti, sono gli araldi della fede, che portano a Cristo nuovi discepoli, sono dottori autentici, cioè rivestiti dell'autorità di Cristo, che predicano al popolo loro affidato la fede di credere e da applicare nella pratica della vita e la illustrano alla luce dello Spirito Santo, traendo fuori dal tesoro della Rivelazione cose nuove e vecchie (Mt 13, 52), la fanno fruttificare e vegliano per tenere lontani dal loro gregge gli errori che lo minacciano (2 Tim, 4 1-4).

La questione del "nuovo" nella Chiesa cattolica invocata da questi teologi che guardano al Nord Europa è estremamente complessa. Limitiamoci ad un solo rilievo, che è questo: il "nuovo" nella Chiesa non può essere prodotto da una rottura con la Sacra Tradizione, come amano fare i Protestanti. La mentalità rivoluzionaria è parecchio entrata anche nella mentalità di tanti cristiani, di buoni cristiani. La rottura a noi concessa è quella della conversione, la rottura col peccato, non col patrimonio di fede e di vita, di cui siamo eredi responsabili e fortunati. Le innovazioni necessarie ed opportune , alle quali dobbiamo aspirare, non possono venire da un distacco arbitrario dalla viva radice, che ci ha trasmesso Cristo dal momento in cui è apparso nel mondo e ha fatto della Chiesa "segno e strumento" della validità della nostra unione con Dio (Lumen et gentium, 1).

Anzi la novità per noi è il ritorno alla tradizione genuina e alla sua sorgente che è il Vangelo. Chi sostituisce la propria esperienza spirituale, il proprio sentimento di fede soggettiva, la propria personale interpretazione della Parola di Dio produce certamente una novità, ma è una rovina. Cosi chi disprezza la storia della Chiesa, in ciò che ha di ministero carismatico per la tutela e la trasmissione della dottrina e del costume cristiano, può creare novità attraenti, ma che difettano di virtù vitale e salvifica: la nostra religione, che è la verità, che è la realtà divina nella storia dell'uomo, non si inventa, e nemmeno, propriamente parlando, si scopre; la si riceve, e per antica che sia è sempre viva, sempre nuova; perenne cioè, e sempre atta a fiorire in nuove e genuine espressioni.

"E' chiaro, dice il Concilio, che la Sacra Tradizione, la Sacra Scrittura e il Magistero della Chiesa, per sapientissima disposizione di Dio, sono tra loro talmente connessi e congiunti da non potere indipendentemente sussistere" (Dei Verbum, 10). Non sappiamo se tale frase sia altrettanto chiara a taluni biblisti. Qualcuno ora ci accuserà che le nostre posizioni sono datate, superate, passatiste e tradizionaliste. Noi, invece, gli rispondiamo con San Paolo "Rinnovatevi nello spirito della vostra mente" (Ef. 4,23).

Abbiamo parlato di questo perchè esiste la tentazione di interpretare la Sacra Scrittura dalla Tradizione plurisecolare della fede della Chiesa, applicando chiavi interpretative che sono proprie della letteratura contemporanea o della pubblicistica. Ciò genera il pericolo delle semplificazioni, della falsificazione della verità rivelata, e perfino del suo adattamento alle necessità di una filosofia individuale dellla vita oppure dell'ideogia, accettate a priori. Già S. Pietro Apostolo si opponeva ai tentativi di questo genere scrivendo: "Sappiate anzitutto questo: nessuna scrittura profetica va soggettta a privata spiegazione" (2 Pt 1,20). "L'ufficio poi di interpretare autenticamente la parola di Dio è affidato solo al Magistero vivo della Chiesa, la cui autorità è esercitata nel nome di Gesù Cristo" (Dei Verbum, 10).

Ai cattolici delle facoltà teologiche italiane, dei Seminari, delle Curie vescovili, che guardano solo alle "vette" del protestantesimo, trascurando la Chiesa cattolica, la madre di Dio, e i suoi Santi, il Primato del Romano Pontefice, nonchè il suo magistero infallibile, ribadiamo che questo non è progresso, ma è decadenza. Non è evoluzione, ma rivoluzione. Non è incremento, ma decomposizione. La fedeltà alla Chiesa di papa Benedetto XVI deve essere contrassegnata, soprattutto, oggi, da piena adesione al Magistero ecclesiastico e al contenuto della Rivelazione. E' un impegno che deriva dal battesimo, e non può essere qualificato divieto e rigido integrismo, perchè è richiesto dalla fede, la quale, nella sua autenticità, non consente arbitri, cosi detti pluralistici, di opinioni personali e mutevoli, che deflettano dalla sostanza testuale della dottrina, quale il Magistero della Chiesa, nella sua responsabile funzione e nel suo arduo dovere di "custodire il deposito", conserva, difende e logicamente alimenta e sviluppa, memore dell'esortazione dell'Apostolo: "Che la vostra carità cresca sempre più e più nella vera scienza" (Fil 1,9).

Onorando il Magistero gerarchico, si onora Cristo Maestro e riconosciamo quel mirabile equilibrio di funzioni da Lui stabilito, affichè la sua Chiesa potesse perennemente godere della certezza della verità rivelata, dell'unità della medesima fede, della coscienza della sua vocazione, dell'umiltà di sapersi sempre discepola di Cristo, della carità che la compagina in un unico mistico corpo organizzato, e la abilita alla sicura testimonianza del Vangelo.
Paolo VI, fortemente allarmato per il dissenso e la contestazione all'interno della Chiesa, disse pubblicamente, stupendo il mondo intero, che "il fumo di Satana era penetrato all'interno della Chiesa", e, a questi teologi in odore di eresia, diceva: "Amate l'istruzione religiosa della Chiesa cattolica, nei suoi dogmi, nelle sue espressioni liturgiche, nei suoi libri d'autorevole insegnamento. Non pensate di avere la fede senza aderire al contenuto della fede, al Credo, al simbolo della fede.

La fede è libera nell'atto che la esprime; non è libera nella formulazione della dottrina che esprime, quando questa è stata autorevolmente definita. Per quanto riguarda il pluralismo teologico che voi invocate, esso non deve toccare la fede: non deve generare dubbi, equivoci o contraddizioni; non deve legittimare un soggettivismo di opinioni in materia dogmatica, che comprometterebbe l'identità e quindi l'unità della fede; progredire, si, arricchire la cultura, favorire la ricerca; demolire, no! Non si deve neppure toccare la legge morale nè le linee fondamentali dei sacramenti, della liturgia e della disciplina generale della Chiesa, dirette a conservare nella compagine del Popolo di Dio la necessaria unità. Non può servire per coonestare scelte arbitrarie, contestatarie, qualunquiste, antisociali.

Un'eccessiva e spesso inesatta applicazione del "pluralismo" ha frantumato in diversi campi della vita ecclesiale e dell'attività cattolica quell'esemplarità, quell'armonia, quella collaborazione, e quindi quella efficienza, che la presenza della Chiesa nel mondo non ha vano desiderio di attendere dai suoi figli. E' la carità che esige l'unione; è la fede che le offre la base per goderne il corale concerto dei credenti”.

Da ultimo, la cosa più importante che vorremmo rivolgere ai teologi cattolici filo protestanti. Si tratta della Parola e della grossa confusione che fate mettendola al centro del Cristianesimo al posto di Gesù Cristo. "Nel cristianesimo il posto centrale non lo ha un "Libro" -la Bibbia- ma la persona di Gesù, sia nel senso che è Lui che parla per mezzo della Bibbia, sia nel senso che questa parla di Lui. Ciò è evidente per quanto riguarda il nuovo Testamento; ma anche per quanto concerne l'Antico Testamento, la lettura che ne fa il cristianesimo è "cristiana", cioè è in vista e in funzione di Cristo, che è colui che "porta a compimento", dà pieno significato e piena attuazione all'Antico Testamento.
Ciò non significa sminuire il valore dell'Antico Testamento, che resta "parola di Dio" in tutte le sue parti, e come tale la Chiesa lo accetta e venera nella liturgia; significa soltanto collocarlo nella giusta prospettiva, che è quella di essere preparazione e annuncio profetico di Cristo, il Messia, il Figlio di Dio fatto uomo.

Nel cristianesimo, perciò, la Bibbia è il testimone privilegiato e autentico di Gesù Cristo crocifisso e risorto e dunque vivente - ieri, oggi e sempre - nella sua Chiesa". (padre Giuseppe De Rosa, Fatica e gioia di credere, Elledici).
In conclusione, auspichiamo che il nuovo Arcivescovo di Milano, cardinale Angelo Scola, riesca efficacemente, da una parte, a difendere il Popolo di Dio dai tanti, troppi e incalzanti errori che assalgono il divino deposito della verità rivelata e autenticamente insegnata dalla Chiesa; dall'altra, a ravvivare la pedagogia kerigmatica nella Diocesi di Milano, la capacità di presentare l'annuncio della rivelazione divina e della umana salvezza con l'autenticità, la chiarezza di parola e la carità, in modo tale che l'apostolato della Chiesa nel mondo contemporaneo e nella Diocesi di Milano sia efficace.
HANS KUNG: UN LUCIDO GIUDIZIO
(4 giugno 2011)

“Il sistema autoritario della Chiesa ha provocato gli abusi sessuali dei preti”
DARIO FERRI
(fonte: giornalettismo.com)


Hans Küng, uno dei più fieri avversari della restaurazione conservatrice di Wojtyla e Ratzinger, concede una lunga intervista al settimanale Die Zeit, in merito alla Curia vaticana, ai suoi problemi e ai tanti scandali coperti, all’esigenza di riforme per salvare la Chiesa.

DIE ZEIT: Signor Küng, Perchè fate ancora parte della Chiesa cattolica?

Hans Küng: Perché ci sono profondamente legato. Sono un cattolico nonostante la curia romana, non certo per loro. La Chiesa è una comunità di fedeli di 2000 anni, la cui storia ho studiato per tutta la mia vita. In questa fase di crisi ricevo molte lettere di persone che non vogliono più partecipare in questo tipo di Chiesa. Altre vogliono rimanere, ma per cambiarla. E mi dicono che finchè rimango io, allora restano anche loro. Deluderei molte persone, se me ne andassi.

DIE ZEIT: Perché non si è convertito al Protestantesimo?

Küng: Non mi sentirei a casa, anche se condivido molte idee della chiesa evangelica. Ma mi sarei disarmato da solo. I miei avversari ne avrebbero gioito, perché avrebbero risposto alla mie critiche sottolineando la mia fuoriuscita.

DIE ZEIT: Dove va a Messa?

Küng: Le funzioni liturgiche che svolgo sono effettuate nella mia residenza svizzera a Sursee, Canton Lucerna. Non ho alcuna responsabilità ufficiale, ma vista la mancanza di preti mi sento obbligato a farmi avanti. A Sursee ci sono sempre stati almeno quattro religiosi nel corso dei secoli, mentre ora ci sono solo due preti in pensione. Il responsabile della comunità è molto amato dai fedeli, ma può essere solo un diacono perché è sposato. Il clero è destinato all’estinzione per via del celibato, ma il Vaticano non se ne interessa. Attraverso la sua politica di restaurazione le nostre comunità vengono inaridite.

DIE ZEIT: Sottoscriverebbe la frase“ Gesù ha predicato il Vangelo, non la Chiesa”?

Küng: E‘ giusta come principio, perché Gesù non ha fondato alcuna Chiesa in senso istituzionale, ma generato un suo movimento, che è proseguito dopo la morte di Cristo. Non parlava neppure di Chiesa molto spesso, ma annunciava il regno di Dio.

DIE ZEIT: Si può dire che nessuna Chiesa abbia mai distrutto il regno di Dio nella storia? Alla fine ci sono sempre stati punti dove ci sono stati irrigidimenti da parte dell’autorità ecclesiastica.

Küng: Sì, ci sono sempre state lotte sulla direzione da dare alla Chiesa. Iniziò subito con la discussione tra Paolo e Pietro, che dovevano predicare il Vangelo nel mondo ellenico. Un altro cambio di paradigma si è verificato con le migrazioni dei popoli, quando la parola di Dio è arrivata ai Germani. Poi Martin Lutero ha chiesto il ritorno al Vangelo ad una Chiesa decadente. La tragedia della Chiesa cattolica è determinata dal fatto che fino ad ora ha mantenuto una struttura medievale.

DIE ZEIT: A inizio degli anni sessanta però c’era una spinta verso la modernizzazione, e lei ne era partecipe. Al Concilio Vaticano II c’erano due teologi teenager, Joseph Ratzinger e Hans Küng. Non è cambiato niente da allora?

Küng: Ci sono stati profondi cambiamenti. Il Vaticano voleva recuperare su due cambi di paradigmi, l’Illuminismo e la Riforma. Purtroppo è riuscito solo metà opera. Da allora abbiamo laici più attivi, in particolare le donne, e l’eucaristia può essere pronunciata nella propria lingua madre. Abbiamo conseguito un nuovo atteggiamento verso l’ebraismo e il mondo moderno, che fino ad allora era demonizzato. Oggi il Vaticano parla in modo positivo di democrazia e libertà religiosa. Ma altre importanti riforme non sono state introdotte, un fatto che già allora mi aveva irritato. La nostra posizione sul profilattico e il divorzio, la comunione coi protestanti e la riforma del papato. Allora su alcune cose non si è potuto nemmeno parlare, come sul celibato ad esempio.

DIE ZEIT: Paolo VI, un papa riformatore, l’aveva ammonita di prendere posizioni in maniera pubblica in modo non provocatorio. In fondo era un buon consiglio.

Küng: Sì, in qualche modo mi ha sempre aiutato. Fino a quando era in vita, non mi è successo niente. Le cose spiacevoli sono arrivate con il papa polacco.

DIE ZEIT: L’anno successivo all’arrivo di Karol Wojtyla al soglio di Pietro le è stata ritirata la Missio canonica, l’autorizzazione ad insegnare la religione cattolica, soprattutto per i suoi dubbi sull’infallibilità del papa. Perché oggi non appoggia il suo compagno di allora, Ratzinger?

Küng: Perché con l’arrivo di Giovanni Paolo II e del suo fedele collaboratore tedesco Ratzinger è stato introdotto un periodo di restaurazione, che ci ha spinto in una crisi sempre più profonda. All’epoca c’era chi ammoniva su un inverno ecclesiale, ma ora questa valutazione appare ottimistica, perché non si vede nessuna primavera. Per questo nel mio libro diagnostico una Chiesa malata e le sue strutture patologiche. La potenza di Roma, il monopolio della verità, il clericalismo, l’ostilità verso le donne e la negazione alle riforme.

DIE ZEIT: I conservatori cattolici temono però che senza le vecchie regole e le forme tradizionali, l’intera Chiesa salterebbe.

Küng: Questa preoccupazione è comprensibile ma non motivata. Una tradizione vitale vive di trasformazioni. Anche io apprezzo le tradizioni, ma non sono in nessun modo un tradizionalista, perché il vecchio non è un valore di per sé. Dietro la sacra romana Chiesa si nasconde un apparato potente e finanziario che opera a livello mondiale. In alcuni pilastri dogmatici ci sono teologie che nulla hanno a che vedere con la Bibbia, e che non raggiungono più gli uomini.

DIE ZEIT: Cosa bisogna mantenere dell’attuale Chiesa?

Küng: La verità, naturalmente. Ma la tradizione non è un criterio di verità, e il Cristianesimo non si manifesta nelle forme esteriori. Il Cristianesimo è una comunità vissuta di fede, speranza e amore nella successione di Cristo.

DIE ZEIT: Perché i neo clericali insistono sulla loro verità? Di cosa hanno paura?

Küng: Hanno paura della libertà, senza la quale non ci può essere verità. I tempi del monopolio della Chiesa sulla verità sono finiti. E’ un errore tragico affermare che si può imporre le verità di fede con la forza. Dobbiamo muoverci per convincere gli uomini. Da quando la scienza, la tecnologia e la cultura moderna sono andate in crisi, ci troviamo in un passaggio verso il postmoderno. Idee come il progresso, la ragione e la nazione hanno perso la loro forza attrattiva. Le persone non sono diventate critiche solo del progresso, ma anche delle ideologie. Anche nella religione vogliono avere diritto di parola.

DIE ZEIT: Perché la Chiesa non si adegua?

Küng: Perché soffre di un sistema assolutistico. Gli abusi sessuali e la loro copertura non sono causa della crisi, ma una conseguenza. Papa Benedetto intende decidere da solo anche nel ventunesimo secolo se si può prendere la pillola, se i condom sono consentiti o se i preti si possono sposare. Perfino Luigi XIV regnava in modo meno assolutistico.

DIE ZEIT: Può immaginarsi una fede cattolica senza Chiesa?

Küng: . In un caso singolo, sì. Ma non ho niente da rimproverare ad una ragionevole istituzionalizzazione. Ma se da un sistema di servizio si passa ad un sistema di potere, allora non ci si può più appellare al nome di Gesù di Nazareth. Perché affermava che l’uomo che vuole essere il più potente di tutti, deve essere colui che serve tutti. Diaconia significa servizio, ed è tramandata nei vangeli. La parola gerarchia, il potere ecclesiale, è invece stata introdotta più tardi, ed è il contrario di diaconia. Il papismo medioevale è solo ideologico.

DIE ZEIT: Se il Papa le potesse parlare in questo momento, e le dicesse che l’apertura della Chiesa verso il mondo l’ha indebolita, e i sentimenti di ostilità verso le autorità ecclesiali è forme come prima, cosa risponderebbe?

Küng Ribatterei, “Caro Ratzigner, Caro Santo Padre, con tutto il rispetto lei sta capovolgendo la situazione”. Ai tempi del Papa conciliare, Giovanni XXIII non c’è mai stata tanta simpatia come allora per la Chiesa.

DIE ZEIT: Molte persone piansero come bambini, quando quel Papa morì.

Küng: Allora era una gioia essere cattolici. Avevamo il mondo tutto per noi. Ma abbiamo iniziato a perdere credibilità con l’enciclica della pillola, e questo processo di indebolimento è stato coperto dall’entusiasmo mediatico per le manifestazioni trionfalistiche del vecchio papato. Ma adesso i cattolici ci stanno licenziando. L’anno scorso in Germania non sono mai uscite così tante persone dalla Chiesa, il doppio rispetto all’anno precedente, una tendenza costante.

DIE ZEIT: Sarebbe diventato Papa?

Küng: Non mi sono mai posto questa domanda. Papa Paolo VI mi aveva invitato a servire la Chiesa romana. Ma avrei partecipato solo come riformatore, e non per stabilizzare il sistema.

DIE ZEIT: La Chiesa cattolica non ha una tendenza insita al totalitarismo?

Küng: No, l’essenza della Chiesa non è totalitaria. Però il sistema romano, autoritario nell’aspetto dottrinario e organizzativo, ha tratti totalitari, poiché richiede totale identificazione col Papa.

DIE ZEIT: Si potrebbe dire che il mondo moderno è caduto all’inferno ed è ormai insalvabili, e la Chiesa è l’ultima roccia per sfuggire all’incendio.

Küng: Il mondo moderno ha tanti aspetti, e la stessa pietra romana è piuttosto bucata. Pensi al nepotismo della Curia, agli intrighi di palazzo, gli scandali della banca vaticana, l’inquisizione che permane e infine alla copertura degli abusi sessuali.

DIE ZEIT: Il Papa direbbe che lo spirito liberale del sessantotto ha inficiato i nostri preti, per questo siamo diventati peccatori.

Küng: Non ha ancora superato lo shock della rivolta degli studenti di Tubinga. Le molestie dei preti non hanno nulla a che fare con la liberalizzazione dei costumi e neanche col ’68. Sono brutti eccessi di una sessualità soffocata e di un sistema, che prima provoca certi sviluppi e poi li copre in modo totale.

DIE ZEIT: Chi può introdurre le riforme?

Küng: Tutti coloro che lo vogliono. I movimenti ecclesiali, i gruppi spontanei, le associazioni dei lavoratori cattolici, anche sacerdoti desiderosi di rinnovamento, o politici e teologi. Dovrebbero diventare una comunità di azione.

DIE ZEIT: E quale sarebbe il programma?

Küng: Ci sono almeno quattro punti molto urgenti. Celibato volontario, Donne prete, comunione coi protestanti, e permettere l’eucaristia ai divorziati che si sono rispostati.

DIE ZEIT: Non sono certo problemi centrali della fede cristiana

Küng: Vero, ma sono significativi ostacoli sulla via del Signore, che la Chiesa sta bloccando. Non si dovrebbe parlare di crisi di Dio, ma di crisi della Chiesa.

DIE ZEIT: Come si applica questo programma?

Küng: Utilizzando i media e aprendo la bocca. Per esempio alcuni politici della Cdu hanno chiesto l’abolizione del celibato obbligatorio, 300 teologi hanno sottoscritto questo memorandum, e nessuno li ha ascoltati. Così non si può più andare avanti. I vescovi devono finalmente rappresentare le volontà del popolo nei confronti della curia romana e non che capiti il contrario come avviene ora.

DIE ZEIT: E‘ una rivoluzione o una riforma?

Küng Non mi interessano queste definizioni. Ci deve essere una riforma basilare della Chiesa. Non voglio essere un agitatore, ma ho una responsabilità come docente della mia Chiesa, di citare i problemi e di provare a spiegarne i motivi. Non mi voglio lamentare, ma piuttosto discutere.

DIE ZEIT: Comprende i teologi universitari che hanno paura di perdere il loro incarico se come lei eserciteranno critiche non gradite?

Küng: Prendo questa paura sul serio, perchè la conosco. Ma già il nostro memorandum di riforma ha mostrato che si può parlare chiaro senza timori.

DIE ZEIT: Bisogna credere in Dio per salvare la Chiesa?

Küng: Chi teme le riforme ha poca fiducia in Dio. Chi ha fede, si può avventurare in mare aperto. E’ come la leggenda di Pietro che cammina sull’acqua. Può camminare sopra fino a che guarda Dio e non alla tempesta. Appena guarda le nuvole, cade in acqua.

DIE ZEIT: Non ha mai avuto paura della tempesta?

Küng: Certo che sì. Ma sono grato che la mia fede in tutte le difficoltà non è stata scossa. Non la fede nell’istituzione Chiesa, ma la fede in Gesù Cristo, nella sua persona e nel suo messaggio che la Chiesa deve servire.

DIE ZEIT: Cosa dice a chi non crede?

Küng: Perchè non ci dovrebbe essere una verità infinita, che tutte le cose finite può spiegare, anche l’evoluzione? Perchè la nostra esistenza deve finire nel nulla? Noi siamo solo una volta al mondo, forse moriamo in un niente, ma forse raggiungiamo l’ultima verità, una reale dimensione dell’infinito, al di là di spazio e tempo, l’eternità. Io sono felice nel credere in questo con ragionevole fiducia. Ma se io mi fossi sbagliato, avrei comunque vissuto in modo più ragionevole di una persona che dice di non sapere da dove proviene e dove va, perché in fondo tutto sarebbe assurdo.
IL BEATO WOJTYLA,
DI GIANCARLO ZIZOLA.

(A CURA DI CARLO CASTELLINI)

Il giornalista e scrittore GIANCARLO ZIZOLA traccia un
profilo equilibrato e critico del papa polacco salito dopo soli sei
anni, agli onori degli altari come beato. Sostanziosi ed essenziali i
riferimenti all'eccellente BIOGRAFIA, di ANDREA RICCARDI,
“GIOVANNI PAOLO II. LA BIOGRAFIA”, San Paolo,Cinisello
Balsamo, 2011, pp. 561, Euro 24,OO, secondo il quale Giovanni
Paolo II, si proponeva con la mobilitazione carismatica di massa
di costruire una risposta valida sul lungo periodo della crisi di
identità del cattolicesimo.
Il testo.
Il processo canonico apertosi per una deroga di
BENEDETTO XVI poco dopo la morte el papa polacco nel 2005
si è concluso in modo non meno fulmineo e così, in appena sei
anni, KAROL WOJTYLA si trova circonfuso di gloria celeste
mediante la cerimonia di beatificazione in San Pietro il 1 maggio.
Sono state annunciate di contorno veglie di
preghiera, canti, concerti e mostre una folla mostruosa di due
milioni di persone tale da bloccare la vita normale di Roma, nel
giorno abitualmente dedicato alla Festa Universale del Lavoro.
Una sovrapposizione fastidiosa che in epoca
di discernimento conciliare del valore del tempo storico sarebbe
stata facilmente e ovviamente evitata. L'apoteosi del beato ha
trascinato inevitabilmente con sé anche il rilancio del movimento
dei “Papa Boys” che si erano dovuti morsicare la lingua per
rinviare di sei anni l'esclamativo “Santo subito”! obbedendo alle
discipline canoniche imposte da RATZINGER.
Come era facilmente prevedibile, l'aureola
si conferma ancora una volta un utile strumento di glorificazione,
meno un buon servizio al discernimento della grandezza storica
del soggetto posto sugli altari. L'occasione favorisce l'approccio
agiografico, il panegirico degli “exempla virtutis”, meno l'analisi
mediante strumenti critici e indipendenti della complessità storica
della sua opera.
Per di più il tempo troppo breve lasciato
alle indagini e alle verifiche multilaterali nell'istruttoria canonica
sulle virtu' cristiane “esercitate in grado eroico” del Servo di Dio
lungo l'intera sua vita ha rivelato quanto la decisione finale fosse
in certa misura già scritta, comunque funzionale non solo alla
rimozione di una matura verifica critica, ma anche alla conferma e
alla messa in garanzia di un paradigma ecclesiologico che in
GIOVANNI PAOLO II aveva celebrato il suo trionfo, ma che non
esce dalla prova della storia con virtu' incontestabili, anzi ha già
rivelato AMBIGUITÀ E LIMITI.
L'EQUIVOCO SPIRITUALISTA.
Si trattava del modello della spiritualità polacca
da universalizzare per proiettare nella società secolare la potenza
pubblica e socialmente trainante del cattolicesimo. In questo senso
la massa della beatificazione appare la cornice del tutto pertinente
a un papato che, come dimostra ANDREA RICCARDI, nella sua
eccellente biografia di WOJTYLA, si proponeva proprio con la
mobilitazione carismatica di una spiritualità di massa di costruire
una risposta valida sul lungo periodo della crisi di identità del
cattolicesimo.
E' anche la lettura che a distanza ne ha offerto il
cardinale CAMILLO RUINI, vicario di Wojtyla, nella diocesi di
Roma, durante una discussione del libro di RICCARDI al Palazzo
della Cancelleria nella capitale: tra gli effetti principali di questo
“uomo e papa gigantesco”, RUINI ha annoverato “il rilancio del
cattolicesimo”, anzi di “aver invertito quella tendenza al
ripiegamento che negli anni iniziali del suo regno sembrava
caratterizzare i credenti, combattendo il rassegnarsi a un mondo
secolare nel quale si prescinde da Dio”.
“Cosa voleva dire essere cattolici dopo il
CONCILIO VATICANO II in un mondo secolarizzato?” Su questa
complessa questione, si era giocata, secondo l'autore, la scelta
inabituale del secondo conclave del 1978. Una scelta che
intendeva porsi sulla linea del CONCILIO, anche perchè, secondo
le testimonianze attinte da RICCARDI, “Wojtyla non considera il
concilio la causa dei problemi della chiesa contemporanea, anzi
vuole sdebitarsi con il Concilio, attuandolo. Non mira ad una
restaurazione preconciliare, non condivide le opzioni dei
tradizionalisti, anche se è contrario all'adattamento della Chiesa
alle esigenze della modernità”.
D'altra parte, come articolare questa
definizione identitaria con le prove, accatastate in questo stesso
volume, del rifiuto opposto alle riforme strutturali all'interno della
Chiesa? Interpellato al riguardo, papa RATZINGER, spiega che
“non era necessaria soprattutto una riforma strutturale ma una
profonda riforma spirituale della Chiesa”.
Si parla dunque come se le riforme
istituzionali fossero ritenute alternative ad una conversione
interiore, quando lo stesso SAN BERNARDO DI
CHIARAVALLE, nei suoi “CONSIGLI AL PAPA”, lo dissuadeva
dal cadere in questa pigra trappola satanica, dimostrando come
proprio il coraggio di introdurre cambiamenti nelle strutture
cariche di peccato nella Chiesa è necessario per rendere la chiesa
più spirituale.
Alla fine fine questo stesso equivoco
“spiritualista” cade sui processi di beatificazione, nei quali si usa
non solo distinguere, ma anche dividere l'approccio alla vita
spirituale del Servo di Dio, dall'analisi della sua opera storica,
inclusi gli immancabili errori di valutazione e di decisione, a volte
frutto di poca prudenza, talora di minore carità.
Si preferisce veleggiare sulle cime del Tabor
o in groppa alle nuvole celesti, quasi per una prematura
estrapolazione ascetica della realtà umana e politica in cui un
cristiano si è trovato coinvolto, col risultato di rimuovere l'analisi
delle sue ultime effettive responsabilità sul terreno storico.
Così la BIOGRAFIA di RICCARDI,
non esita, in quanto opera storiografica, a penetrare la precipua
responsabilità di papa WOJTYLA, nell'aver sabotato le scelte
compiute dalla chiesa italiana sulla scia del Concilio, per gettarla
nella prospettiva del recupero della potenza mondana, nella
gestione di RUINI, premessa delle derive politiche e della crisi
che oggi si lamenta.
Si racconta l'abile opposizione di WOJTYLA
al regime comunista in Polonia e la ragione per cui i sovietici lo
temevano fin dai primi anni di pontificato, ma si spiega anche
come egli avesse fatto il gioco del potere sovietico sospettando
erroneamente l'indipendenza del Partito Comunista di ENRICO
BERLINGUER e scagliandosi contro la TEOLOGIA DELLA
LIBERAZIONE latinoamericana, quando sarebbe stato interesse
del papato stesso proteggerla.
Si conferma che solo una pregiudiziale
anticomunista ossessiva era alla radice della “menzogna del
secolo” della “Pista Bulgara” sull'attentato al Papa e si comincia a
dare corpo e credibilità ad una origine neo-islamica delle
pallottole di ALI AGCA.
Non vi sarebbe pagina che non mi sentirei di
considerare interessante o almeno degna di discussione, però non
potrei astenermi dal menzionare almeno quelle in cui lo stesso
GIOVANNI PAOLO II, riconosce di essersi sbagliato su
monsignor OSCAR ARNULFO ROMERO, ordina di cestinare un
decreto di rimozione già preparato dalla curia per l'arcivescovo di
San Salvadore con questa riabilitazione inconsapevolmente lo
immola alla pallottola del killer di “Orden”, che sperava che
fosse il Vaticano a togliere di mezzo il disturbatore.
NEL SILENZIO SOFFERENTE.
Forse la beatificazione di questo papa, grande nelle sue visioni
non meno che nelle sue contraddizioni, ha offerto una sorta di
risposta corale, più che al suo carisma di comunicatore, al suo
destino crocifisso dei suoi ultimi mesi di vita, trascorsi
nell'immobilità e nell'irrigidimento del Parkinson dopo 26 anni di
viaggi internazionali, nel silenzio sofferente dopo dopo migliaia di
discorsi in ogni lingua e migliaia di documenti.
Era ai piedi del Crocifisso che egli aveva
portato la Chiesa del Giubileo del Duemila dopo averne
confessato gli errori storici, le violenze e gli abusi nella basilica
vaticana. E ha ragione RICCARDI nel suggerire come chiave di
lettura dell'intera vicenda umana ed ecclesiale del Beato Wojtyla il
“segno dei chiodi”, il martirio, un evento che simboleggia una
prospettiva agli antipodi della opzione della cristianità stabilita.
Ma allora agli altari non salgono solo le
glorie vertiginose dell'Uomo e del Papa, salgono anche le ombre
della sua storia, le sue responsabilità in certe esclusioni e in certe
benedizioni, (come quella dei Legionari), le sue aperture al
dialogo con le religioni non cristiane, la sua visita alla Sinagoga di
Roma, il vertice di Assisi, la preghiera al Muro del Pianto, la sua
solitaria obiezione alle guerre americane in Medio Oriente, ma
anche le sue controriforme, il nuovo centralismo burocratico, la
sclerosi intellettuale e teologica, l'esclusivismo veritativo della
Chiesa romana nella tragica “Dominus Jesus”.
In quale direzione questa beatificazione
porta il pontificato di Benedetto XVI? Nel senso di un
immobilismo o di un atteggiamento nuovo? Saprà RATZINGER
far evolvere le linee innovative che non mancarono al suo
predecessore, quelle che lo salvano davanti alla storia?
Sono le domande che molti si fanno
anche a Roma, contemplando la crisi in cui sta precipitando la
Chiesa romana. Molti ricordano bene che nel testamento
WOJTYLA aveva impegnato il suo successsore a operare a favore
delle riforme per realizzare la “Chiesa di comunione” del Vaticano
II.
TERAPIA D' EMERGENZA.
E' un fatto che questa aureola che incorona di nuovo un papa,
dopo che sono stati beatificati già PIO IX, PIO X E GIOVANNI
XXIII, mentre presto verrà il turno di PIO XII, è destinata ad
accentuare la centralità della figura del romano pontefice nella
Chiesa, un fenomeno che la stessa “Civiltà Cattolica” in passato
aveva criticato come nocivo allo sviluppo dell'ecumenismo.
Questa insistenza potrebbe essere l'effetto di un processo
di opportunismo politico e tentare la carta del rafforzamento del
papato romano per occultare ancora una volta l'incapacità di
elaborare risposte adeguate alla crisi di del cattolicesimo e
rafforzare il ruolo della Chiesa in una situazione di crisi.
Pio XII usò la canonizzazione di PIO X, il papa
dell'antimodernismo per riprodurre e rafforzare la sua propria
politica di controllo dei fermenti che serpeggiavano nella
cattolicità. Lo stesso WOJTYLA mandò sugli altari in coppia il
Papa del Sillabo e del Vaticano I e il papa del Vaticano II per
legittimare un ritorno dei Lefebvriani all'ovile, senza intaccare – si
vuol credere -l'eredità del Concilio di Papa Giovanni.
E quale il senso di questa aureola nel regno di
Ratzinger? E' indiscutibile che per lui si tratti anzitutto di un gesto
di gratitudine e di affetto per il papa di cui era il principale
collaboratore. In più, alcuni non escludono che egli si riprometta
di beneficiarne per consolidare e riprodurre il consenso durevoloe
acquisito da WOJTYLA come TERAPIA D'EMERGENZA in
un'ora di crisi anche dal punto di vista della compattezza della
Chiesa.
Si tratta forse di rafforzare la linea della restaurazione
nel tentativo, probabilmente velleitario, di stendere sui problemi,
resi acuti dall'affossamento delle riforme conciliari, un manto di
consenso trionfale.
HANS KUNG SUL BEATO GIOVANNI PAOLO II
(1.5.11)

Le 11 contraddizioni di papa Wojtyla
Giovanni Paolo II visto dal teologo cattolico dissidente Hans Küng.

La situazione della Chiesa cattolica è seria. Il papa è gravemente malato e merita ogni compassione. Ma la Chiesa deve vivere.
Per questo, nella prospettiva di un’elezione papale, ha bisogno di una diagnosi, di una sincera analisi svolta dal suo interno. Delle terapie si potrà discutere dopo.
Gli oltre venticinque anni di pontificato di Karol Wojtyla sono stati una conferma delle critiche che già avevo espresso dopo un anno del suo Pontificato. Secondo la mia opinione, egli non è il Papa più grande ma il più contraddittorio del XX secolo. Un papa dalle molte, grandi doti, e dalle molte decisioni sbagliate! La sua «politica estera» ha preteso da tutto il mondo conversione, riforma, dialogo. Però, in tutta contraddizione. La sua «politica interna» ha puntato alla restaurazione dello status quo ante Concilium, a impedire le riforme, al rifiuto del dialogo intra- ecclesiastico e al dominio assoluto di Roma. Questa contraddizione si evidenzia in undici ambiti problematici. Riconoscendo gli aspetti positivi di questo pontificato, mi concentrerò quindi sui suoi aspetti critici e contraddittori.
PRIMA CONTRADDIZIONE. Giovanni Paolo II predica i diritti degli uomini all’esterno ma li ha negati all’interno, cioè ai vescovi, ai teologi e soprattutto alle donne.
Il Vaticano, un tempo nemico convinto dei diritti dell’uomo ma ben disposto oggi a immischiarsi nella politica europea, continua a non poter sottoscrivere la Dichiarazione dei diritti dell’uomo del Consiglio d’Europa: troppi canoni del diritto ecclesiastico romano, assolutistico e medioevale, dovrebbero prima essere modificati. La separazione dei poteri, principio fondamentale del diritto moderno, è sconosciuta alla Chiesa Cattolica romana, nel cui comportamento non vi è nessuna lealtà: nei casi di disputa l’autorità vaticana funge nel contempo da legislatore, accusa e giudice.
SECONDA CONTRADDIZIONE. Grande ammiratore di Maria, il Wojtyla predica gli ideali femminili, vietando però alle donne la pillola e negando loro l’ordinazione.
Per molte donne cattoliche tradizionali (soprattutto le donne appartenenti a ordini religiosi), l’aspetto più apprezzato di questo papa è il suo respingere le donne moderne, in quanto le ha escluse da tutte le consacrazioni più importanti e considera la contraccezione appartenente alla «cultura della morte ». Tuttavia, molte delle donne che partecipano alle manifestazioni di massa del Papa, rifiutano la dottrina papale che si oppone ai metodi contraccettivi.
TERZA CONTRADDIZIONE. Questo pontefice predica contro la povertà di massa e l’indigenza nel mondo ma, al tempo stesso, con la sua posizione in merito al controllo delle nascite e all’esplosione demografica, si è reso colpevole di questa indigenza.
In occasione dei suoi numerosi viaggi e anche di fronte alla Conferenza delle Nazioni Unite su Popolazione e Sviluppo tenutasi al Cairo nel 1994, questo Papa ha preso posizione contro l’uso della pillola e del profilattico e, pertanto, potrebbe essere ritenuto responsabile più di qualsiasi uomo di Stato della crescita demografica incontrollata in alcuni Paesi e del dilagare dell’Aids in Africa.
QUARTA CONTRADDIZIONE. Karol Wojtyla propaganda una figura sacerdotale maschile caratterizzata dal celibato ed è, quindi, il principale responsabile della catastrofica carenza di sacerdoti, del collasso dell’assistenza spirituale in molti Paesi e dello scandalo della pedofilia nel clero, ormai venuto alla luce.
Agli uomini che si sono dichiarati pronti al servizio sacerdotale nelle comunità viene proibito il matrimonio. Questo è solo un esempio di come anche questo papa abbia ignorato la dottrina della Bibbia e la grande tradizione cattolica del primo Millennio in cui non vi era alcuna legge sul celibato per i sacerdoti. I quadri si sono ridotti, il reclutamento è fermo e fra poco, non solo nell’area di lingua tedesca, quasi due terzi delle parrocchie rimarranno senza sacerdote e la stessa celebrazione domenicale dell’eucarestia non potrà più essere assicurata, nemmeno con l’importazione di parroci e il raggruppamento delle parrocchie in «unità spirituali». Il clero fedele al celibato è dunque in crescente pericolo di estinzione. Gli scandali della pedofilia verificatisi dagli Stati Uniti all’Austria hanno inoltre gravemente danneggiato la sua credibilità, portando sull’orlo della bancarotta grandi diocesi negli Stati Uniti.
QUINTA CONTRADDIZIONE. Il papa polacco ha praticato un numero elavatissimo di canonizzazioni, ma al tempo stesso ha ignorato l’inquisizione attuata nei confronti di teologi, sacerdoti e membri di ordini malvisti dalla Chiesa.
I devoti, strumentalizzati politicamente e commercialmente con spese ingenti e conseguenti profitti per la Curia, sono soprattutto pie suore, fondatori di ordini religiosi o papi come l’antidemocratico, antisemita, autoritario papa Pio IX (controbilanciati dalla canonizzazione di Giovanni XXIII). Devoti sono divenuti anche l’imperatore asburgico Carlo I e il ben poco pio fondatore dell’Opus Dei Josémaria Escrivá.
Uomini e donne (anche donne appartenenti a ordini religiosi) che si sono distinti, per il loro pensiero critico e per la loro energica volontà di riforme, sono stati invece trattati con metodi da Inquisizione. Come Pio XII fece perseguitare i più importanti teologi del suo tempo, allo stesso modo si comportano Giovanni Paolo II e il suo grande inquisitore Ratzinger con Schillebeeckx, Balasuriya, Boff, Bulányi, Curran, Fox, Drewermann e anche il Vescovo di Evreux Gaillot e l’Arcivescono di Seattle Huntington. Nella vita pubblica mancano oggi intellettuali e teologi cattolici della levatura della generazione del Concilio. Questo è il risultato di un clima di sospetto, che circonda i pensatori critici di questo Pontificato. I vescovi si sentono governatori romani invece che servitori del popolo della Chiesa. E troppi teologi scrivono in modo conformista oppure tacciono.
SESTA CONTRADDIZIONE. Il papa elogia spesso e volentieri gli ecumenici, ma al tempo stesso ha pesantemente compromesso i rapporti con le Chiese ortodosse e con quelle riformiste ed evita il riconoscimento dei suoi funzionari e dell’eucarestia.
Il Papa avrebbe dovuto consentire — come suggerito in molti modi dalle commissioni di studio ecumeniche e come praticato direttamente da tanti parroci — le messe e l’eucarestia nelle Chiese non cattoliche e l’ospitalità eucaristica. Avrebbe anche dovuto ridurre l’eccessivo potere esercitato dalla Chiesa nei confronti delle Chiese dell’Est e delle Chiese riformiste e avrebbe dovuto rinunciare all’insediamento dei vescovi romano- cattolici nelle zone delle Chiese russe- ortodosse. Avrebbe potuto, ma non ha mai voluto. Ha voluto invece mantenere e ampliare il sistema di potere romano. La politica di potere e di prestigio del Vaticano è stata mascherata da discorsi ecumenici pronunciati dalla finestra di Piazza San Pietro, da gesti vuoti e da una giovialità del papa e dei suoi cardinali che cela in realtà il desiderio di «sottomissione» della Chiesa dell’Est sotto il primato romano e il «ritorno» dei protestanti alla casa paterna romano-cattolica.
SETTIMA CONTRADDIZIONE. Come Vescovo suffraganeo e poi Arcivescovo di Cracovia, Karol Wojtyla ha preso parte al Concilio Vaticano II. Una volta diventato papa, ha però disprezzato la collegialità del pontefice con i vescovi decretata proprio al Concilio.
Questo pontefice ha più volte dichiarato la sua fedeltà al Concilio, per poi tradirlo nei fatti attraverso la sua «politica interna». I termini conciliari come «aggiornamento, dialogo, collegialità e apertura ecumenica» sono stati sostituiti da parole quali «restaurazione, magistero, obbedienza, ri-romanizzazione ». Il criterio per la nomina dei vescovi non è affatto lo spirito del vangelo e l’apertura mentale pastorale, bensì la fedeltà assoluta verso la condotta romana. I sostenitori del papa tra i vescovi di lingua tedesca come Meisner, Dyba, Haas, Groer e Krenn sono solo gli sbagli più eclatanti di questa politica pastorale devastante, la quale fa pericolosamente scivolare in basso il livello morale e intellettuale dell’episcopato.
Un episcopato reso ancor più mediocre, rigido, conservatore e servile, è forse l’ipoteca più pesante di questo lunghissimo pontificato.
OTTAVA CONTRADDIZIONE. Questo papa ha cercato il dialogo con le religioni del mondo, ma contemporaneamente ha disprezzato le religioni non cristiane definendole «forme deficitarie di fede».
In occasione dei suoi viaggi o «preghiere di pace», il papa ha radunato con piacere attorno a sé dignitari di altre chiese e religioni. Non vi erano tuttavia molte tracce reali della sua preghiera teologica. Anzi, il papa si è presentato in sostanza come un «missionario » di vecchio stampo.
NONA CONTRADDIZIONE. Il papa polacco ha assunto la funzione di rappresentante della fede in un’Europa cristiana, ma il suo ingresso trionfale e la sua politica reazionaria hanno involontariamente favorito l’inimicizia nei confronti della Chiesa, se non addirittura l’avversione contro il Cristianesimo stesso.
La campagna di evangelizzazione del papa, il cui punto centrale è rappresentato da una morale sessuale ben poco adeguata ai tempi, ha discriminato soprattutto le donne: quelle che in questioni controverse, quali la contraccezione, l’aborto, il divorzio, l’inseminazione artificiale hanno dimostrato di avere opinioni diverse da quelle della Chiesa, sono state definite portatrici di una «cultura della morte». Attraverso interventi politici— come è accaduto in Germania contro il parlamento e l’episcopato nel caso del conflitto sul tema della gravidanza —, la Curia romana ha dato l’impressione di rispettare poco la separazione giuridica tra Stato e Chiesa. Il Vaticano cerca (attraverso il gruppo parlamentare del Partito popolare europeo) di esercitare delle pressioni anche sul Parlamento europeo, incentivando l’ingaggio di osservatori particolarmente vicini alle idee di Roma per questioni relative alla legislazione sull’aborto. Invece di farsi ovunque fautrice di soluzioni ragionevoli che consentano la mediazione, la Curia romana con i suoi proclami acutizza di fatto a livello mondiale la polarizzazione tra oppositori e sostenitori dell’aborto, moralisti e libertini.
DECIMA CONTRADDIZIONE. Come carismatico comunicatore e «star» mediatica, questo papa fino alla sua veneranda età ha fatto presa in particolare sui giovani, ma si è appoggiato soprattutto ai «nuovi movimenti» di origine italiana, all’Opus Dei di casa in Spagna e a un pubblico acritico e fedele del Pontefice. Tutto ciò è sintomatico del rapporto del papa con la laicità e della sua incapacità di dialogare con un pubblico critico.
I grandi raduni mondiali dei giovani sostenuti a livello regionale e internazionale, sotto la sorveglianza della gerarchia dei nuovi movimenti laici (Focolare, Comunione e Liberazione, St. Egidio, Legionari di Cristo, Regnum Christi, etc.), hanno attirato e attirano centinaia di migliaia di giovani. Molti di essi volonterosi, troppi del tutto acritici. Il carisma personale di Wojtyla è quasi più importante dei contenuti da lui trasmessi.
Le domande che i giovani avevano posto al papa e che, in occasione del suo primo viaggio in Germania, lo avevano messo in serio imbarazzo, in seguito non sono state più consentite. Le associazioni cattoliche di giovani, che non si trovano sulla linea del Vaticano, vengono disciplinate e messe alla fame dall’ordine romano attraverso il ritiro di finanziamenti da parte dei vescovi locali. Inoltre viene messa in discussione la fiducia un tempo accordata all’ordine dei gesuiti: prediletti dai papi precedenti, ora vengono percepiti come sabbia negli ingranaggi della politica di restaurazione del papa a causa delle loro qualità intellettuali, dei loro teologi critici e delle opzioni teologiche di liberazione.
Invece Karol Wojtyla, già ai tempi in cui era ancora arcivescovo di Cracovia, concesse la piena fiducia all’associazione segreta Opus Dei, potente sia dal punto di vista finanziario che in termini di influenze, ma antidemocratica e in passato compromessa con regimi fascisti.
UNDICESIMA CONTRADDIZIONE. Giovanni Paolo II ha offerto nel 2000 una pubblica confessione dei peccati per gli errori della Chiesa nel passato, senza però trarne alcuna conseguenza pratica.
La confessione dei peccati ampollosa e barocca inscenata a San Pietro per gli errori della Chiesa è rimasta vaga e ambigua. Il papa ha chiesto perdono solo per gli errori dei «figli e delle figlie della Chiesa» ma non per quelle del «Santo Padre», per quelle della Chiesa stessa e dei gerarchi presenti. Il papa non ha mai preso posizione in merito agli intrighi delle varie sedi della Curia in affari mafiosi e ha contribuito più all’occultamento che alla rivelazione di scandali e crimini (Banca Vaticana, il «suicidio» di Guido Calvi, l’omicidio avvenuto nell’ambiente del corpo delle guardie svizzere...). Anche con la rivelazione degli scandali della pedofilia dei clericali, il Vaticano è stato straordinariamente titubante.
Nonostante alcune richieste, il papa non ha mai dato udienza ad alcuna vittima. Anzi, ha riempito di elogi un insigne criminale nel corso di una fastosa cerimonia al Vaticano: il messicano Marcial Maciel Degollado, fondatore dei Legionari di Cristo (500 sacerdoti e 2.000 seminaristi) e del movimento laico Regnum Christi, diventato ormai concorrente ancora più conservatore dell’Opus Dei.

Le conclusioni
Per la Chiesa cattolica questo Pontificato si rivela, nonostante i suoi aspetti positivi, una grande speranza delusa, in fin dei conti un disastro, perché Karol Wojtyla, con le sue contraddizioni, ha profondamente polarizzato la Chiesa, allontanando i suoi innumerevoli uomini e gettandoli in una crisi epocale.
Contro tutte le intenzioni del Concilio Vaticano II, il sistema romano medioevale — un apparato di potere caratterizzato da tratti totalitari — è stato restaurato grazie a una politica personale e dottrinale tanto astuta quanto spietata: i vescovi sono stati uniformati, i padri spirituali sovraccaricati, i teologi dotati di museruola, i laici privati dei diritti, le donne discriminate, le iniziative popolari dei sinodi nazionali e delle chiese ignorati. E poi ancora scandali sessuali, divieti di discussione, dominio liturgico, divieto di predica per i teologi laici, esortazione alla denuncia, impedimento dell’eucarestia. Di tutto questo è forse colpevole «il mondo»? La grande credibilità della Chiesa Cattolica, cioè quella ottenuta da Giovanni XXIII e dal Concilio Vaticano II, ha lasciato il posto a una vera e propria crisi della speranza. Questo è il risultato della profonda tragicità personale di questo papa: la sua idea cattolica di stampo polacco (medioevale, controriformista e antimoderna), in qualità di Pontefice Karol Wojtyla l’ha voluta portare anche nel resto del mondo cattolico. Si è però verificato il contrario di ciò che egli sperava: la Polonia stessa è stata travolta dal moderno sviluppo secolare e, dopo la sostituzione dell’alleanza elettorale in carica fino al 2001, Solidarnosch, si appoggia sempre meno alle idee di fede e di morale promosse dal Pontefice. Quando verrà il momento, il nuovo papa dovrà decidere di affrontare un cambio di rotta e dare alla Chiesa il coraggio di nuove spaccature, recuperando lo spirito di Giovanni XXIII e l’impulso riformistico del Concilio Vaticano II. «Videant consules», i consoli vogliano fare in modo che la repubblica non subisca danni, si diceva nell’antica Roma. «Videant cardinales», i cardinali vogliano fare in modo—si dovrebbe dire nella Roma di oggi—che la Chiesa non subisca danni.
(Traduzione del Gruppo Logos)

Lunedì, 25 Aprile 2011
WOITYLA CANONIZZATO: DISSENSI
(1.5.11)

1.
Karol Wojtyla è davvero un santo? Ha davvero praticato le quattro virtù cardinali e le tre teologali fino all'eroismo? Lo sa solo Iddio, per chi in Dio crede. Storicamente e politicamente, il Papa polacco è stato certamente un grande oscurantista.
Valga il vero. Il suo pontificato si svolge all'insegna di una ininterrotta crociata contro la modernità nata dall'illuminismo, di una coerentissima "guerra santa" contro la pretesa dell'uomo all'autonomia, alla quale fa risalire la colpa dei due totalitarismi dello scorso secolo. Hume e Voltaire responsabili dei lager e del gulag, insomma! Non è una battuta polemica, lo confermano tutte le sue encicliche e omelie, dove il disincanto dell'uomo moderno che vuole darsi da sé la legge (autos nomos, appunto), senza il quale non avremmo mai avuto le democrazie liberali, viene anatemizzato come "strutture di peccato". La democrazia dell'autos nomos, nella quale la sovranità dei cittadini deve ovviamente prescindere dalla "sovranità di Dio" (non sarebbe autonomia ma eteronomia, infatti; e non più democrazia ma teocrazia) è per Wojtyla colpevole di aver legalizzato l'aborto, che per il Papa polacco costituisce il vero e proprio "genocidio dei nostri giorni". Questa l'espressione, ripetuta ossessivamente e solennemente.
L'aborto come contemporaneo olocausto consumista rispetto all'olocausto razzista del progetto di Reich millenario. La donna e il medico che interrompono una gravidanza, equiparati moralmente alle SS che gettano un bambino ebreo nel forno crematorio, se le parole hanno un senso. E lo hanno, inequivocabile, visto che vengono pronunciate - una volta di più - a delegittimazione del primo parlamento polacco liberamente eletto (che sta per votare una legge sull'aborto, oltretutto più restrittiva di quella comunista), proprio dopo che Wojtyla ha visitato il campo di Auschwitz.
Giovanni Paolo II "Papa dei diritti umani" è perciò una favola. Karol Wojtyla lasciò solo, ostentatamente, il vescovo di San Salvador Oscar Arnulfo Romero (avrebbero mai osato ucciderlo, se lo avesse elevato alla porpora, come chiedevano in tanti nella Chiesa?), si affacciò benedicente da uno stesso balcone con il generale Augusto José Ramón Pinochet Ugarte, legittimando quel regime di sangue e d'infamia, perseguitò instancabilmente sacerdoti e vescovi della "teologia della liberazione", schierati con gli ultimi come ordina la "buona novella" di Gesù (aprire a caso uno dei vangeli, per credere), e altrettanto instancabilmente difese il "padre padrone" dei "Legionari di Cristo", Marcial Maciel Degollado, malgrado un'opulenza di accuse sempre più circostanziate avessero convinto perfino un fedelissimo di Wojtyla, come il cardinale Ratzinger, degli "autentici crimini" commessi da Maciel. Quanto alla pedofilia, volle che il cardinale Castrillón Hoyos trasmettesse una solidarietà calorosissima al vescovo di Bayeux-Lisieux mons. Pierre Pican, condannato dalla giustizia francese per essersi rifiutato di testimoniare sulle attività di un prete della sua diocesi. E' verissimo però che ha contribuito al crollo dei comunismi: non per volontà di libertà, però, ma come affetto collaterale della sua oscurantista guerra alle "strutture del peccato".
Santo, Wojtyla? Non è cosa su cui possa esprimersi un ateo. Ma due grandi personalità cattoliche, Hans Küng e dom. Franzoni (che fu padre conciliare), hanno messo in fila (sul numero speciale di MicroMega appena uscito) un rosario di accuse degne dell'abrogato "avvocato del diavolo" (compresa l'impunità garantita a mons. Marcinkus per l'Ambrosiano, impedendo l'accertamento della verità, e con ciò venendo meno alle virtù della fortezza e della prudenza). Mentre per due preti dalle virtù certamente eroiche, come monsignor Romero e padre David Maria Turoldo, gli altari possono aspettare.

2.
La Chiesa cattolica ha ogni diritto di proclamare santo chi le pare, ma noi abbiamo ogni diritto di utilizzare la scelta per determinare la sua idea di virtù. In breve, se la Chiesa proclama santo Jack lo Squartatore, possiamo legittimamente esprimere qualche riserva riguardo ai suoi principi morali. Ora, Wojtyla ha fatto più vittime di Jack lo Squartatore. Il buon Jack si è limitato a far fuori 5 puttane, Karol ha provocato la morte di milioni di persone. E’ complice di spietati assassini, li ha protetti e le prove sono schiaccianti. Ma per la Chiesa i crimini di Wojtyla sono virtù, perché sono stati compiuti per salvare la sua reputazione e consolidare il suo potere. Con Wojtyla, la Chiesa replica l’operazione mistificatoria che le è spesso riuscita nel corso dei secoli a partire dalla sua fondazione: prendere un personaggio e ricostruirlo di sana pianta per le sue necessità di facciata. La realtà del personaggio è secondaria, conta soltanto la sua ricostruzione. Una delle tante menzogne sulle quali è costruita la Chiesa. Beatificando il papa polacco la Chiesa ha inteso blindarlo come sta cercando di fare con Pacelli, situandolo al di sopra di ogni sospetto. Si è perfino trovato il miracolo necessario e tanti saluti all’intelligenza, l’importante era farlo santo prima che qualcuno scoprisse gli altarini.

3.
Nel 1994, con Wojtyla al potere, la Chiesa cattolica ha partecipato attivamente al genocidio dei Tutsi in Rwanda che secondo le ultime stime ha provocato come minimo un milione e mezzo di vittime. Nel 1959 i Tutsi avevano osato chiedere l’indipendenza del Rwanda e la partenza dei missionari, firmando così la loro condanna a morte. Da quell’anno in Rwanda è stato tutto un seguito di pogrom e massacri contro i Tutsi da parte degli Hutu aizzaati dai missionari. Non c’è da stupirsi che nei mesi di aprile e maggio del 1994 molti preti cattolici, non soltanto Hutu ma anche bianchi come il bresciano Carlo Bonomi in arte Berôme Carlisquia e il belga Guy Theunis abbiano partecipato attivamente al genocidio. Finita la guerra con il rovesciamento del regime genocidario clerico-fascista di Juvénal Habyarimana (grande amico di Wojtyla), il papa polacco ha aperto il suo ombrello protettore per aiutare i preti assassini a sfuggire alla giustizia, più o meno conme ha fatto con i preti pedofili. Approfittando dell’operazione Turquoise lanciata dalla Francia (che pure aveva i suoi peccati da nascondere), centinaia di preti assassini hanno lasciato il Rwanda per rifugiarsi in Zaire o in Kenya passando da una missione all’altra per poi essere trasferiti in Europa dove Wojtyla li ha accolti a braccia aperte e nascosti in oscure parrocchie. Avevano le mani sporche di sangue, ma che cosa importava? La reputazione della Chiesa era molto più importante. E in ogni caso i morti erano neri, che evidentemente per Wojtyla contavano meno dei morti bianchi. Fra questi preti c’era un assassino diverso dagli altri, forse il più grande assassino della storia: si chiama Athanase Séromba e da solo ha fatto più vittime che i nazisti alle Fosse Ardeqtine e a Marabotto insieme. Ha attirato 2000 persone nella sua chiesa, le ha chiuse dentro e le ha bruciate vive, poi si è fatto prestare un bulldozer da una ditta italiana ed è passato personalmente sulle macerie ancora fumanti. Quando Séromba è arrivato a Roma attraverso la solita rete di missioni e conventi, Wojtyla si è guardato bene dal consegnarlo alle autorità. Lo ha accolto a braccia aperte e lo ha sistemato in una parrocchia a Montughi, vicino a Firenze, dove l’assassino ha potuto celebrare la messa, dare la comunione ai fedeli e insegnare il catechismo ai bambini. Natiuralmente a spese dei contribuenti italiani.
I difensori del polacco diranno: Wojtyla non sapeva. Certo, lo dicevano anche i difensori dei criminali nazisti. In realtà Wojtyla sapeva tutto, perché sulla sua scrivania si erano accumulati i rapporti di African Right, di Human Rights Watch, del Tribunale Penale Internazionale e del governo rwandese che reclamava la sua estradizione. Rapporti imbottiti di prove schiaccianti sul colpevole di uno dei massacri più agghiaccianti della storia. Sapeva quello che era successo in Rwanda perché era uno dei principali istigatori, avendo ordinato ai preti locali di criminalizzare i Tutsi. Così sapete che cos’ha fatto? Ha cestinato tutto. Séromba aveva ammazzato 2000 persone e allora? Il prestigio della Chiesa contava di più. Poi, come fanno di solito i papi, ha ricattato il governo italiano: se estradate Séromba, vi togliamo l’appoggio elettorale. Così ha costretto il governo a fare quadrato intorno a Séromba. Un prete non deve rispondere a un tribunale secolare. Un riflesso da capomafia, certamente non da persona onesta. Solamente dopo la morte di Wojtyla, quando lo scandalo Séromba aveva assunto dimensioni internazionali e stava diventando controproducente per la Chiesa, il nuovo papa Ratzinger è crollato e ha ceduto alle pressioni di Carla del Ponte, permettendo al governo italiano di estradare Séromba perché fosse giudicato, non senza raccomandare di trattarlo bene.

Qualcuno dirà: tutti possono sbagliare. Forse in seguito Wojtyla si è pentito dei suoi crimini. Niente di più sbagliato. Dopo il genocidio, Wojtyla ha sempre mantenuto la stessa linea: difesa a oltranza degli assassini. Dopo il processo in Belgio di suor Gertrude e suor Maria Kisito, accusate e condannate per avere attirato 7000 persone nel loro convento (pensate, 3 volte le vittime delle Torri Gemelle) e averle bruciate vive, sentite come si esprime il polacco al loro riguardo per bocca del suo portavoce Joaquin Navarro-Valls: “Le imputate hanno potuto far valere la loro versione dei fatti in un paese straniero così lontano dal Rwanda? Nell’attesa di una sentenza definitiva, il Santo Padre esprime una certa sorpresa per il loro processo” (Le Soir, Bruxelles, 11 giugno 2001, “Il Santo Padre si stupisce del processo di Bruxelles”). Ma quale attesa di una sentenza definitiva? Il processo era finito! Mai vista una malafede più colossale.

Dopo avere contribuito a provocare il genocidio, nascosto gli assassini e averli difesi a spada tratta quando sono stati scoperti, Wojtyla ha praticato attivamente il negazionismo. Sentite come si esprime il 19 maggio 1999 sull’Osservatore Romano in un articolo firmato con 3 asterischi (segno di un articolo scritto o ispirato dal papa): “In Rwanda è in corso un’autentica campagna di diffamazione contro la Chiesa Cattolica, che si cerca di far passare come responsabile del massacro dell’etnia Tutsi. L’arresto di monsignor Misago cinque anni dopo i massacri deve essere considerato come l’ultimo atto di una strategia del governo rwandese per ridurre o eliminare il ruolo conciliante della Chiesa nella storia dfel Rwanda passata e presente, cercando con ogni mezzo d’infangare la sua immagine (…) Attualmente l’attenzione della popolazione è concentrata sul genocidio del 1994. In realtà c’è stato un doppio genocidio: quello contro i Tutsi e certi Hutu moderati, effettuato a partire dal 6 aprile 1994, e quello contro gli Hutu a partire dal mese di ottobre del 1990 fino alla presa del potere da parte del Fronte Patriottico Rwandese (FPRì tutsi nel luglio 1994. Questo genocidio degli Hutu è proseguito nella foresta zairese dove gli Hutu in fuga sono stati inseguiti e massacrati per sei mesi senza nessuna protezione da parte della comunità internazionale. Il numero di vittime Hutu ammonta a circa un milione. I due genocidi sono entrambi orribili e vanno ricordati entrambi, se si vuole evitare una propaganda unilaterale.”

Va detto che gli “Hutu in fuga” erano in realtà gli assassini che si stavano riorganizzando sotto la guida della Francia e la protezione della Chiesa per cercar di riprendere il potere in Rwanda, terrorizzando con stupri, saccheggi e massacri tanto le popolazioni locali che quelle frontaliere del Rwanda, e il cosiddetto “secondo genocidio” era la reazione rwandese per mettere fine alle loro violenze. Reagendo a questo articolo, la rivista “Billets d’Afrique” (agosto 1999) scrive giustamente: “L’ultimo paragrafo è esso stesso una tragedia, tenendo conto dell’influenza della Chiesa in Rwanda. Si può discutere sulla qualificazione dei massacri dei rifugiati Hutu. Le cifre ufficiali danno un massimo di 200.000 dispersi. Ma non è questo che rende intollerabile il testo. E’ l’affermazione che un secondo genocidio degli Hutu sarebbe stato compiuto dai Tutsi dall’ottobre del 1990 al luglio del 1994. Questa affermazione sottolineata, ripetuta, con l’evocazione di un milione di vittime hutu, non ha nessuna base storica. Peggio ancora, questi propositi del Vaticano riprendono esattamente la tesi dei pianificatori hutu del genocidio dei Tutsi: questo sarebbe una reazione al genocidio degli Hutu da parte dei Tutsi, un’autodifesa. Così le più alte sfere della Chiesa si allineano con l’ideologia genocidaria e la rialimentano. Questa presa di posizione insensata si avvicina alla complicità…”
IL SOPRANNATURALE E' SEMPRE TRA NOI
(2 APRILE 2011)

Il caso di un paese della diocesi di Como, Maccio di Villaguardia, sta facendo il giro d'Italia e fra poco del mondo: l'altare genera acqua di fonte, un insegnante di musica ha delle visioni, giovani del paese chiedono di entrare il seminario per verificare la propria vocazione sacerdotale.
Ho la fortuna di conoscere il parroco e l'insegnante di musica: il primo fu mio compagno di studi in seminario, il secondo insegnò musica a mia figlia.
Sono entrambe persone serie, uomini di fede, poco inclini ai fenomeni di massa e riottosi alle ribalte mediatiche.
L'intensa spiritualità del maestro Genovese ha una storia di anni che don Gigi Savoldelli ha seguito con discrezione ed apertura al soprannaturale non irridendo la cosa ed informando il vescovo di Como, coinvolgendo il RIS dei Carabinieri di Parma e rispettando i responsi.
Il caso è scoppiato e sta facendo il giro dei giornali, delle TV, delle radio e...delle dicerie della gente.
C'è chi ci crede, chi non ci crede, chi ci crede troppo. Chi ci crede troppo accorre con oggetti da benedire, da toccare sull'altare e si fa indicare la casa del maestro Genovese nella speranza di vederlo, parlargli e tornare al paese per avere qualcosa da raccontare sentendosi protagonista per un'ora.
La fede soda e sobria del parroco e di molti fedeli della parrocchia ci porta a riflettere sul fenomeno della soprannaturalità come un dato che esiste e che non è spiegabile scientificamente in modo completo. Dio si manifesta in molti modi lungo il cammino della storia umana. Centri di forte spiritualità come Lourdes, Fatima, Banneux, Mariazell, Altotting, Einsiedeln, Loreto, Medjugorie sono solo pochi dei tantissimi dove chi crede si reca per trovare uno spazio che nella vita quotidiana sempre più frenetica, consumistica e tutta proiettata verso l'esterno non riesce a compensare ed a riservare.
L'episodio di Maccio è un dono di Dio per i credenti perchè è un richiamo a valori che le tv, le radio ed i giornali non sanno mai proporre con seirietà. Ci sono valori che non sono razionali e razionalizzabili e ci sono aneliti nel cuore umano che neppure il più ferrato anatomopatologo o il più preparato endocrinologo riesce a spiegare.
L'uomo ha bisogno di Dio ed il suo cuore anela verso una fonte d'acqua pura che la società non gli sa dare.
"Sicut cervus anelat ad fontes acquarum, desiderat anima mea ad te, Deus" (Come il cervo anela ai crosi d'acqua, così la mia anima anela a te, Dio!), recitavano gli antichi ebrei riprendendo un salmo sapienziale.
Maccio è un richiamo a tornare coi piedi per terra. Sembra un paradosso, ma non lo è. Un richiamo soprannaturale è ritenuto dai più qualcosa di evanescente, di impalpabile, di inspiegabile, tutt'al più buono per quattro pinzochere troppo devote.
Non è così. La soprannaturalità è in noi e ci accompagna nel cammino quotidiano. Siamo noi che la soffochiamo, la irridiamo, la ignoriamo perchè abbiamo paura di confrontarci con essa.. Spegnere la radio e la tv, rimanere per un giorno senza notizie di grande o infima portata, ci porta a pensare chi siamo, cosa vogliamo, dove andiamo, come sarà e quando sarà la nostra morte, verificare i nostri rapporti familiari e sociali e, quasi inevitabilmente, a pregare un Dio che sappiamo misterioso, che avvertiamo silenzioso quando lo preghiamo per i nostri bisogni, che pensiamo inaccessibile e lontano.
Maccio, Lourdes ecc. ecc., ci ricordano che Dio è vicino. Il nostro Dio s'è rivelato in Cristo che ci ha indicato che la vera strada per essere uomini è essere poveri, umili, giusti, misericordiosi. Tutto il contrario di quello che le società di tutti i tempi indicano come modello di vita: il povero non ha credito in banca, l'umile non si fa strada, il giusto è antipatico ed il misericordioso (scusatemi l'aggettivo) un coglione.
Il richiamo di Maccio è un segno di Dio.
O, se si preferisce, un segno che il soprannaturale deve ridiventare la nostra quotidianità.
CATTOLICI LONTANO DA ROMA
Riporto un articolo di Mauro Castagnaro apparso su Jesus che mi sembra interessante.

Nel continente latinoamericano cresce il numero delle Chiese che si definiscono «cattoliche», ma che non sono in comunione con il Vaticano. Si tratta di comunità spesso fondate da preti e vescovi che si sono staccati da Roma, dando vita a un pulviscolo di denominazioni cristiane che raccolgono un numero crescente di fedeli.
La cappella è in fondo alla casa. Ha le pareti dipinte di giallo e caffè, in onore della Virgen del Carmen, di cui c'è una statua all'ingresso. Nella stanza ci sono quattro panche di legno, un tavolo che funge da altare, con candele ai lati, e dietro un piccolo tabernacolo in cui vengono conservate le ostie non utilizzate. La celebrazione, cui partecipano trenta persone – costaricensi di ceto medio – segue il ritmo consueto della Messa, anche se al momento dell'omelia in diversi intervengono per commentare le letture. Il fatto che il celebrante sia assistito da una donna diacono rivela però che questa comunità non è cattolica romana. Appartiene, infatti, alla Chiesa cattolica ecumenica di Cristo, fondata nel 1998 a Miami come Chiesa cattolica apostolica romana riformata da Karl Rodig (presbitero tedesco fattosi consacrare vescovo senza il consenso del Papa negli Usa), la quale ammette le donne al sacerdozio e i divorziati risposati all'eucaristia, non obbliga i preti al celibato, lascia libertà di coscienza ai fedeli nell'uso dei contraccettivi, prevede la partecipazione di laici e clero all'elezione dei vescovi ed enfatizza il «Vangelo sociale» nella linea della Teologia della liberazione. Proclamandosi «non una "Chiesa nuova", ma un'opzione cattolica nella diversità di idee», oggi dichiara 400 mila membri nel mondo e comunità sparse in Europa, Asia, Africa e America (tra cui Costa Rica, Cuba, El Salvador, Messico, Nicaragua e Panama).
La Chiesa cattolica ecumenica di Cristo è solo un esempio dell'emergere in America latina di comunità ecclesiali che si definiscono cattoliche, poiché professano il Credo niceno-costantinopolitano, celebrano i sette sacramenti, conservano il triplice ordine del ministero e rivendicano un'ininterrotta successione apostolica, ma non sono in comunione con Roma.
Secondo alcune stime, ad esse aderirebbero circa 10 milioni di persone nel mondo (un terzo delle quali alla Chiesa filippina indipendente, creata nel 1902 dal clero cattolico nazionalista nel contesto della rivoluzione antispagnola del 1898 e attualmente in piena comunione con l'Unione di Utrecht delle Chiese vetero-cattoliche), ma il fenomeno è difficilmente quantificabile, soprattutto per la sua fluidità, con gruppi, in genere piccoli, che si formano e si dissolvono di frequente, accordi di comunione che si alternano a scissioni, presbiteri e vescovi che passano rapidamente da una denominazione (o giurisdizione, come preferiscono definirsi, ritenendosi parte dell'unica Chiesa cattolica) all'altra. Se, comunque, le dimensioni appaiono assai distanti dal boom delle Chiese evangeliche pentecostali, le citazioni della cronaca fanno pensare che non si tratti della mera sommatoria di casi individuali di «dissidenza religiosa».
La maggioranza di questi gruppi è nata nell'ultimo trentennio, separandosi dalla Chiesa cattolica o dalle Chiese ortodosse oppure derivando da comunità protestanti carismatiche che hanno riscoperto la dimensione sacramentale e la successione apostolica storica o da una denominazione cristiana affine. Tra loro si registra una grande varietà di tendenze teologiche, forme di organizzazione ecclesiale, regole di disciplina interna e modelli di celebrazione liturgica, andando, tra quelle con una configurazione «cattolico romana», da una sensibilità «tradizionalista» a una «riformatrice». Assai diversificate sono quindi le posizioni su temi controversi come l'ordinazione delle donne e di omosessuali sessualmente attivi, le unioni di persone dello stesso sesso, l'aborto, la contraccezione e il divorzio.
Quasi nessuna «Chiesa cattolica indipendente » prevede l'obbligo del celibato per i presbiteri, mentre sono una minoranza quelle che consentono l'accesso delle donne al sacerdozio. Questo pluralismo si riscontra anche sul piano sociopolitico, dove ad alcune che considerano loro magistero i documenti delle Conferenze dell'episcopato latinoamericano svoltesi a Medellín nel 1968 e a Puebla nel 1979, fanno propria l'«opzione per i poveri» o venerano monsignor Oscar Romero, arcivescovo di San Salvador ucciso dall'oligarchia nel 1980, se ne contrappongono altre di orientamento nettamente conservatore.
Figura chiave nello sviluppo del «cattolicesimo non romano» in America latina è dom Carlos Duarte Costa. Nominato vescovo di Botucatu, nello Stato brasiliano di Sao Paulo, da Pio XI nel 1924, si schierò apertamente contro il regime militare populista di Getulio Vargas, partecipando alla fallita «rivoluzione costituzionalista» del 1932 col Battaglione diocesano dei cacciatori, più noto come il «battaglione del vescovo». Propose inoltre al Papa di consentire la celebrazione della Messa in lingua locale e versus populi nonché la benedizione della seconda unione dei divorziati risposati civilmente affinché potessero partecipare all'eucaristia, di abolire l'obbligo del celibato per i preti e sostituire la confessione auricolare con una comunitaria con assoluzione generale, di introdurre il diaconato permanente per i laici sposati e istituire un Consiglio di vescovi per governare la Chiesa insieme al Pontefice, oltre che di vendere le proprietà ecclesiastiche per fondare istituzioni caritative.
Tacciato di promuovere devozioni poco conformi alla retta fede e di avere dilapidato i beni della diocesi, nel 1937 dom Duarte Costa fu costretto a rinunciare alla guida della diocesi, assumendo il titolo di vescovo di Maura (una diocesi non più esistente). Proseguì, tuttavia, la sua attività politica a favore della riforma agraria e criticò la dottrina sociale della Chiesa in quanto negatrice del conflitto tra capitale e lavoro. Nel 1944 l'accusa di comunismo gli valse gli arresti domiciliari per tre mesi e la sospensione a divinis. L'anno dopo denunciò la Santa Sede per aver favorito la fuga di gerarchi nazisti in America latina, venne scomunicato e subito fondò la Chiesa cattolica apostolica brasiliana (Icab), che guidò fino alla morte, nel 1961, consacrando vari vescovi da cui è scaturito un lunghissimo elenco di Chiese in tutto il mondo, alcune aderenti alla Comunione mondiale delle Chiese cattoliche apostoliche (la più consistente organizzazione internazionale cattolica non romana, attualmente formata da 14 Chiese nazionali, che si stima contino un paio di milioni di fedeli), la maggioranza del tutto autonome.
I vescovi indipendenti rivendicano di aver conservato l'episcopato storico, sulla base di una comprensione della successione apostolica mantenuta nella Chiesa cattolica dal IV al V secolo, secondo cui una persona diventa autentico vescovo se è consacrato, con un rito approvato, da un altro vescovo (validamente ordinato) anche quando questi è al di fuori dei confini del cattolicesimo. La Santa Sede ha però più volte dichiarato tali consacrazioni episcopali prive di effetti canonici, pur senza esprimersi sulla loro validità.
A sostegno della propria tesi le comunità cattoliche autocefale portano comunque il caso di dom Salomão Ferraz, pastore presbiteriano brasiliano fondatore nel 1936 della Chiesa cattolica libera (che celebrava la Messa in portoghese e non esigeva il celibato dai preti) e consacrato vescovo nel 1945 dall'appena scomunicato dom Duarte Costa. Nel 1959, durante il pontificato di Giovanni XXIII, dom Ferraz (all'epoca sposato e con sette figli), fu ammesso nella Chiesa cattolica romana senza essere riconsacrato (neppure sub conditione, cioè a regolarizzare quella precedente) e nominato nel 1963 vescovo titolare di Eleutherna, a Creta, partecipando, su invito di Paolo VI, al Concilio Vaticano II. L'assenza di riconsacrazione viene ritenuta un riconoscimento implicito delle consacrazioni riconducibili a dom Duarte Costa (note come «linea Rebiba», dal nome del cardinale Scipione Rebiba del XVI secolo), che sarebbero illecite, perché prive di mandato apostolico, cioè dell'autorizzazione papale, ma valide, perché realizzate da un ministro valido e utilizzando forma, materia e intenzioni valide.
In Brasile le Chiese cattoliche non romane sono attualmente almeno 25 (e il numero potrebbe più che raddoppiare, se si accertasse la vitalità di diverse altre sigle), cui si aggiungono sette congregazioni religiose indipendenti. Contano complessivamente una cinquantina di vescovi, un migliaio di preti e alcune centinaia di migliaia di fedeli. Molte sono nate da scissioni o da riunificazioni di denominazioni cattoliche preesistenti, ma i tentativi di creare un Consiglio nazionale delle Chiese cattoliche indipendenti del Brasile non hanno mai avuto successo.
Alcune registrano una forte crescita, come la Chiesa cattolica carismatica, fondata nel 2006 da un gruppo di laici dell'arcidiocesi di Belém che volevano superare il divieto che c'è nella Chiesa cattolica romana di ammettere uomini e donne, sposati e no, al presbiterato e di celebrare le seconde nozze dei divorziati. Oggi i fedeli della Chiesa cattolica carismatica sono circa 10 mila. Altre, come la Chiesa brasiliana libera, hanno ottenuto notorietà per aver tentato di esporre immagini di madre Paulina (prima santa brasiliana, canonizzata da Giovanni Paolo II nel 2002 e accusata in vita di essere lesbica) alla parata dell'Orgoglio gay e di inscenare una rappresentazione dell'Ultima Cena con dodici travestiti nel ruolo degli apostoli (ambedue le manifestazioni sono state vietate dalle autorità giudiziarie). La Chiesa cattolica apostolica tradizionale in Brasile è andata in cronaca per aver celebrato le seconde nozze di alcune celebrità dello spettacolo. Entrambe le Chiese sono state fondate alla fine degli anni '90. Altre ancora si sono trovate al centro di scandali, come la Chiesa dei veterocattolici in Brasile (in passato in comunione con l'Unione di Utrecht perché fondata negli anni '30 da missionari della Chiesa nazionale polacca negli Stati Uniti), a causa dell'assassinio nel 2003 dell'arcivescovo primate, dom Paulo Pereira, secondo alcuni su mandato di dom John Wesley, da lui espulso e fondatore della Chiesa antico-cattolica in Brasile.
Quanto all'Icab, dopo la morte di dom Duarte Costa conobbe numerose scissioni, da cui sono nate diverse comunità (Chiesa cattolica apostolica cristiana, Chiesa cattolica apostolica di Gerusalemme, Chiesa cattolica apostolica nazionale, ecc.), alcune oggi estinte, altre suddivisesi a loro volta in più gruppi, altre ancora che si proclamano «ortodosse» o «vetero-cattoliche». Allo stesso tempo ha assunto un orientamento molto più conservatore, accusando la Chiesa cattolica romana di «aver sostituito Cristo con Marx e la patria col comunismo ateo». Di fatto, la Icab e le altre "Chiese brasiliane" si dedicano quasi esclusivamente a impartire sacramenti, a volte anche come modo per sopravvivere finanziariamente, accogliendo persone che non intendono sottoporsi ai corsi preparatori richiesti per accedervi dalla Chiesa cattolica romana o che vogliono celebrarli in condizioni da questa non accettate, per esempio il secondo matrimonio ai divorziati.
Per questo la Conferenza episcopale cattolica del Brasile (Cnbb) ha più volte ripetuto che «non hanno popolo proprio, operando tra gente già impegnata con la Chiesa cattolica», né «gerarchia legittima non essendo i loro "vescovi" mai stati uniti al "corpo episcopale" della Chiesa cattolica», per cui «le "Chiese brasiliane" non posseggono sufficienti elementi costitutivi di Chiese o comunità cristiane con caratteristiche proprie ». Di conseguenza «data la serietà delle realtà sacramentali e la cura di cui dobbiamo circondare l'amministrazione di questi "misteri di Dio", e siccome non c'è garanzia della validità per i sacramenti ricevuti nella "Chiesa brasiliana", siano ripetuti sub conditione ogni volta che se ne presentasse il caso».
Di «rapida crescita delle Chiese cattoliche nazionali, in particolare della Chiesa santa cattolica apostolica di rito tridentino », costituita nel 2000, parla esplicitamente, a proposito del Messico, Arturo Navarro, docente di Dialogo e pluralismo religioso all'Istituto tecnologico e di studi superiori di Occidente dell'Università gesuita di Guadalajara, che evidenzia come dal 1993 ben undici siano state riconosciute dal Governo, senza contare la Chiesa cattolica apostolica tradizionale Messico-Usa dell'arcivescovo David Romo, assurto in marzo agli onori della cronaca per aver celebrato nella capitale il primo matrimonio religioso tra persone dello stesso sesso.
Il caso comunque più clamoroso appare quello del Guatemala. Qui nel 2003 è stata fondata la Chiesa cattolica apostolica antica ortodossa di Guatemala e Centroamerica, che aderisce alla Comunione apostolica ecumenica mondiale, guidata dall'arcivescovo Sebastian Camacho della Chiesa cattolica apostolica antica del Rio de la Plata, di radici vetero-cattoliche. Nel 2007 di questa piccola Chiesa è divenuto vescovo il prete cattolico Armando Duque, scomunicato nel 2006 insieme a Eduardo Aguirre, a sua volta consacrato dai vescovi della Icab primate della Chiesa cattolica ecumenica rinnovata in Guatemala. Questa ha registrato una crescita considerevole, tanto che conterebbe 350 mila fedeli in 750 comunità, diffuse soprattutto nelle zone indigene più povere del Paese. Padre Aguirre aveva fondato nel 2003 la Comunione Santa Maria del nuovo esodo, un movimento cui potevano aderire cattolici, evangelici e non cristiani, e i cui preti potevano sposarsi. Di fronte al rifiuto di scioglierla, come era stato chiesto dalla Congregazione per la dottrina della fede, interpellata sulla possibilità di trovarle una figura canonica per riconoscerla istituzionalmente, nel 2005 egli era stato sospeso a divinis.
Secco il giudizio di monsignor Alvaro Ramazzini, vescovo di San Marcos: «Questi scismi sono dovuti alla personalità dei preti, che hanno però trovato un ambiente favorevole in gruppi carismatici lasciati senza accompagnamento pastorale». Più di fondo la riflessione di dom Demetrio Valentini, vescovo di Jales, in Brasile: «Il fenomeno segnala la necessità che la Chiesa latinoamericana, come quelle di Africa e Asia, abbiano una propria autonomia e un volto proprio, cioè liturgia, ministeri e teologia propri, per costruire un cattolicesimo che si identifichi con le culture locali. Serve una comunione che permetta la diversità».
I CATECUMENALI? UN MOVIMENTO. NULLA PIU'
(22.1.11)

Il Papa ha concesso udienza ai neocatecumenali, in Vaticano, dopo che, nei giorni scorsi, la Santa Sede ha approvato il loro catechismo. Si tratta dell'ultimo riconoscimento ufficiale di questo vivace e numeroso movimento cattolico nato in Spagna negli anni Sessanta. Il percorso è stato lungo e non privo di difficoltà.
I neocatecumenali hanno sempre avuto uno spiccato senso di autonomia rispetto alle diocesi nelle quali si sono installati. Ciò ha attirato loro critiche e diffidenze. Al contempo, come si legge sul sito dei neocatecumenali, "vari Vescovi, preoccupati per la situazione di secolarizzazione presente in tante parrocchie, vedendo che in quelle parrocchie dove era nato il cammino neocatecumenale si costituivano delle piccole comunità vive, piene di lontani, hanno sollecitato di poter aprire lo stesso percorso di iniziazione cristiana, chiedendo catechisti da altre città e nazioni". Il movimento prende il nome dal percorso di riscoperta del battesimo intrapreso dai suoi seguaci. A fondare il Cammino neocatecumenale furono gli spagnoli Francisco 'Kiko' José Gomez Arguello Wirtz e Carmen Hernandez, che nei primi anni Sessanta assistevano gli abitanti delle baracche della periferia di Madrid. "Quando uno va a vivere tra i poveri, o perde la fede e diventa guerrigliero alla 'Che Guevara' o si mette in silenzio davanti a Cristo e si santifica", ha avuto a scrivere Arguello.
Prima della conversione, 'Kiko' era un artista ateo e di sinistra, Carmen veniva da una famiglia facoltosa ed aveva una laurea in chimica. Oggi hanno più di 70 anni e tra loro c'è un rapporto fraterno. A loro, quando ormai il movimento era cresciuto e il Vaticano voleva vederci meglio, Giovanni Paolo II affiancò il sacerdote italiano Mario Pezzi. I neocatecumenali non amano essere definiti un movimento. Il nome deriva dal 'neocatecumenato' e indica un 'cammino', un percorso di formazione nella fede cristiana, alla riscoperta del battesimo, che in principio dura 14 anni. Non tanto, dunque, una pastorale sacramentale (fondata sul Battesimo, l'Eucaristia, il matrimonio e gli altri sacramenti della vita ordinaria della Chiesa), quanto una pastorale di evangelizzazione, che punta a convertire anche i più lontani dalla Chiesa. Proprio il nodo del Battesimo - Sacramento che per la Chiesa cattolica si riceve una volta per tutte da bambini - ha creato qualche dubbio teologico sulla proposta neocatecumanale. Sospetti, poi, hanno suscitato in diversi vescovi e parroci in giro per il mondo, una certa autoreferenzialità delle comunità neocatecumenali e la gelosa tutela dei contenuti catechetici. Dati che hanno spinto i nemici ad accusare i neocatecumenali di settarismo. A questo si sono aggiunti i dubbi della Santa Sede sull'ortodossia della loro liturgia (severi i richiami degli anni scorsi da parte del Cardinale Francis Arinze), dei loro statuti (approvati solo nel 2008) e del loro 'catechismo' (testo che, approvato in questi giorni dopo alcune modifiche, da 'orientamenti' diventano 'direttorio'). E' tuttavia indiscussa la capacità del Cammino neocatecumanale di suscitare vocazioni. La crescita numerica ne è una dimostrazione, così come il fatto, rivendicato da Kiko, che molti parroci hanno aperto a gruppi neocatecumanli le porte delle loro Chiese per tornare a vedere le Messe piene di fedeli. Sono neocatecumenali, poi, molte delle famiglie e dei giovani che, spesso munite di chitarre e tamburelli, affollano le piazze in occasione dei viaggi del Papa così come di altri happening di matrice cattolica (come, ad esempio, il Family Day del 2007 a Roma). Anche il Vaticano è consapevole dell'incidenza dei seguaci di Kiko e Carmen.
Paolo VI fu il primo che, nel 1974, ricevette i neocatecumenali. Nel 1985 i fondatori presentarono a Giovanni Paolo II un progetto per rievangelizzare il Nord Europa con l'invio di famiglie missionarie, accompagnate da sacerdoti. Nel 1986 il Papa inviò le prime tre famiglie: una nel nord della Finlandia, una nel quartiere a luci rosse di Amburgo e la terza a Strasburgo. Ora Benedetto XVI ha inviato altre 230 famiglie. Il numero delle famiglie in missione per la nuova evangelizzazione in 78 paesi di 5 continenti sale così a oltre 800 con 3.097 figli. Il movimento è presente in oltre 1.320 diocesi di 110 paesi nei 5 continenti, con 20mila comunità in circa 6mila parrocchie. Infine, "un altro passo significativo - ha annunciato Ratzinger - si è compiuto in questi giorni, con l'approvazione, ad opera dei competenti Dicasteri della Santa Sede, del Direttorio catechetico del Cammino Neocatecumenale". Benedetto XVI ha spiegato così il significato dell'evento: "Con questi sigilli ecclesiali, il Signore conferma oggi e vi affida nuovamente questo strumento prezioso che è il Cammino, in modo che possiate, in filiale obbedienza alla Santa Sede e ai Pastori della Chiesa, contribuire, con nuovo slancio e ardore, alla riscoperta radicale e gioiosa del dono del Battesimo ed offrire il vostro originale contributo alla causa della nuova evangelizzazione". Il Papa ha però avvertito: "La Chiesa ha riconosciuto nel Cammino Neocatecumenale un particolare dono suscitato dallo Spirito Santo: come tale, esso tende naturalmente ad inserirsi nella grande armonia del Corpo ecclesiale". Ancora: "Vi esorto a ricercare sempre una profonda comunione con i Pastori e con tutte le componenti delle Chiese particolari e dei contesti ecclesiali, assai diversi, nei quali siete chiamati ad operare". Se si contano anche i numerosi figli che in media ha ogni famiglia, sono un milione di persone.
I CRISTIANI PREGANO PER L'UNITA'
(21.1.11)

Dal 18 al 25 gennaio ha luogo la tradizionale settimana di preghiera per l'unità dei cristiani. E' una settimana che personalmente sento molto perchè credo che Gesù temesse una cosa sola per la sua chiesa: la divisione. Per questo pregò (vangelo di Giovanni):"Padre, che siano una cosa sola come tu sei in me ed io in te. Essi siano una cosa sola come noi perchè siano PERFETTI nell'unità".
Puntualmente la paura di Cristo s'è verificata qualche anno dopo la sua risurrezione. Gli ebrei diventati cristiani hanno cominciato a pretendere che i pagani che si convertivano al cristianesimo prima diventassero ebrei, poi sono nate le eresie e le conseguenti scomuniche reciproche...fino ai giorni nostri dove ognuno pretende di essere depositario del verbo e "scomunica" chi non la pensa come lui.
E' naturale che in una società di persone vi siano divergeze di opinione, ma è meno naturale che in una società che si riconosce nel Cristo, Amore di Dio per l'Uomo, si creino divisioni in nome dello stesso Cristo.
Il dramma che molti credenti di ogni tipo di confessione avvertono è il seguente: da anni preghiamo per una settimana affinchè i cristiani siano uniti e Dio sembra sordo.
Sì. Condivido questo dramma di tanti fratelli perchè è anche il mio.
Preghiamo assieme per l'unità e poi, dopo la preghiera, continuiamo a vivere le nostre divisioni e le nostre reciproche scomuniche.
Perchè Dio non ci ascolta?
Perchè Dio non compie questo miracolo?
Se c'è un silenzio di Dio che mi tormenta è proprio quello del non esaudire la preghiera dell'unità.
Un popolo testimone di Cristo, unito, forte di un unico centro propulsore, sarebbe vincente sotto tutti i punti di vista.
Ma...siamo sicuri che Dio vuole questo?
Cosa significò per Cristo l'espressione:"...siano perfetti nell'unità"?
Non potrebbe significare che ognuno sia unito al Padre intimamente come lo fu il Cristo?
Se così fosse allora il cammino dobbiamo cominciarlo in ciascuno di noi. Lo sforzo di essere intimamente uniti a Dio Padre, ci porterà naturalmente ad essere uniti fra noi.
Allora cadranno le divisioni che hanno solamente carattere economico, disciplinare, teologico...cioè...UMANO.
Dio non è umano. Dio trascende l'Uomo che ha creato.
La preghiera corale allora deve avere un respiro intimo ed universale.
Intimo perchè deve impegnarci in prima persona, non solo una settimana, ma tutte le settimane dell'anno.
Universale perchè il nostro sentire deve tendere ad essere e diventare il sentire di Dio il quale ama l'intera umanità e non privilegia i cattolici, sui protestanti, gli ortodossi o gli anglicani.
LA SACRA ROTA E LO STATO ITALIANO
(21.1.11)

Stupisce che gli organi istituzionali dello Stato italiano si permettano di contestare le sentenze di annullamento del matrimonio pronunciate dal Tribunale ecclesiastico e, in ultima istanza, dalla Sacra Rota vaticana.
Gli organi istituzionali e costituzionali italiani, nel merito, sanno, per scienza, almeno due cose: una sentenza di un tribunale di altro stato va rispettata (se nuoce allo Stato italiano, va ripresa in sedi internazionali competenti); per legge concordataria (1929 concordato Mussolini-Gasparri; 1984 concordato Craxi-Casaroli) ogni matrimonio contratto da cattolici e celebrato in chiesa ha valore anche civile (il parroco è anche ufficiale di stato civile) e l'annullamento del matrimonio religioso da parte del tribunale ecclesiastico viene riconosciuto anche dallo stato italiano se gli interessati ne fanno richiesta medinate accettazione della sentenza del tribunale ecclesiastico (operazione che, in termine giuridico, si definisce "delibazione").
Scrivo questa nota perchè stamane, su "Il Corriere" trovo che un organo dello stato italiano contesta una sentenza rotale di annullamento del matrimonio "ob exclusionem boni prolis" (il marito non voleva figli dal matrimonio e quindi il matrimonio cattolico è nullo) argomentando che da 20 anni la moglie sapeva che il suo compagno di vita non voleva figli.
Non entro nel merito della questione perchè mi interessa sottolineare altro.
Primo: il tribunale ecclesiastico competente ha ritenuto convincenti le motivazioni dell'attore (in diritto così viene chiamato chi pone la richiesta di apertura di causa per nullità matrimoniale). L'attore, secondo il diritto, ha richiesto allo stato italiano di annullare il suo matrimonio. Non ha chiesto il divorzio, ma semplicemente di annotare nei registri che il suo matrimonio è nullo, cioè non è mai esistito, avvalendosi della legge concordataria. Lo Stato deve solo prendere atto del fatto e nulla più perchè così fu concordato fra le "Alte Parti".
Secondo: una situazione del genere dovrebbe far riflettere il legislatore sull'opportunità di stipulare un concordato fra l'Italia e la Santa Sede. E' nota la mia avversione a simile prassi perchè ritengo che ogni chiesa debba essere libera in uno stato libero, ma qui vorrei puntualizzare che, nel merito, una sentenza di nullità di un matrimonio religioso cattolico, non deve avere alcun riscontro giuridico nella sede civile di uno stato. Voglio dire che se due cattolici si sono sposati in chiesa e il loro matrimonio naufraga per ragioni serie (esclusione dei figli da parte di uno dei due, esclusione della fede nel sacramento, esclusione della presenza di Dio nella loro vita coniugale, immaturità da parte di uno dei due al momento del consenso, ecc.ecc.), il problema lo debbono risolvere SOLO in sede giuridica ecclesiastica e la soluzione del problema, qualunque essa sia, NON deve avere alcun riscontro in sede civile. Basterebbe che la norma concordataria fosse ridiscussa dalle Alte Parti e abrogata.
Perchè nessuno prende questa iniziativa?
Sarebbe un primo passo - nel 150esimo anniversario dell'unità d'Italia - verso uno stato liberale come il Cavour lo pensava e lo intendeva.
Non sarebbe un affronto alla chiesa cattolica, ma semplicemente la presa d'atto che, per quanto riguarda gli aspetti giuridici, ogni istituzione ha una propria autonomia.
Come cattolico - pur non avendo mai approvato il Concordato - mi sento aggredito da uno stato che si permette di contestare una sentenza che attiene la sfera intima di due persone che hanno contratto matrimonio.
Solo di sfuggita, per finire, annoto che tale norma concordataria è ingiusta (nel senso più puramente etimologico del termine) perchè favorisce una delle due parti che è la chiesa cattolica. Avrei voluto vedere cosa sarebbe successo se una delle conditio sine qua non per la revisione del Concordato fosse stata quella che ogni sentenza di divorzio emessa dallo Stato italiano avrebbe dovuto essere "delibata" dalla chiesa cattolica!
I VESCOVI TACCIANO
(19.01.2011)

Dal sito Pontifex ho trovato la seguente dichiarazione del vescovo emerito di Foligno:
" Il caso Ruby detta legge, anche se molte famiglie italiane pensano che non sia affatto in cima ai problemi del vivere quotidiano. Ne parliamo con Monsignor Arduino Bertoldo, Vescovo Emerito di Foligno. Ecellenza, che cosa ne pensa?: " che in Italia si inventano i problemi, da altre parti la cosa sarebbe finita subito". Ossia?: " ma lei pensa davvero che chi non può pagare il fitto o altre cose stia alle prese con Ruby? Ma siamo seri. Poi Berlusconi ha compiuto una ragazzata, chi lo critica ferocemente ignora il Vangelo di san Giovanni". Ossia?: " chi non ha commesso peccati, tiri la prima pietra, siamo tra sepolcri imbiancati. Ora non dico che Berlusconi meriti un premio e la sua condotta é quanto meno superficiale e contraria ai doveri del cattolico, magari si pentirà e confesserà. Ma che alla fine giudizi etici li debba dare Vendola, siamo alla frutta". Ossia?: " Vendola chiede a Berlusconi di cambiare stile di vita. ma lui si é guardato? Almeno Berlusconi nel peccato, non offende la regola naturale, segue la natura. Vendola offende sia il peccato che la natura e dunque sta messo molto, ma molto peggio e taccia".

Solo su una cosa sono d'accordo: che il problema di Berlusconi non sia in cima alle preoccupazioni della famiglie italiane. Su tutto il resto vorrei - se potessi - invitare mons.Bertoldo a tacere. Anche i vescovi dovrebbero collegare il cervello prima di parlare e smetterla di rilasciare dichiarazioni cretine come quella di sopra.
Che facciamo, mons. Arduino?
Ci mettiamo a verificare la gravità morale? E' più peccato per un maschio fare sesso con una serie di ragazzine riempiendole di denaro e gioielli, o è più peccato fare sesso con un altro maschio maggiorenne e non a pagamento, ma convivendovi?
Se anche i vescovi cercano il protagonismo con frasi ad effetto erigendosi a giudici morali, siamo davvero alla fine non di una repubblica da basso impero, qual'è quella che stiamo vivendo, ma di un'istituzione seria che ha alle spalle 20 secoli di storia com'è quella ecclesiale cattolica.
Istituzione che, per quanto attiene il peccato impuro contro natura, dovrebbe imporsi il silenzio non solo per le vicende note in tutto il mondo, ma anche per quelle non note e, soprattutto, per essersi retta a giudice - in nome di Cristo - di atteggiamenti e comportamenti umani che per prima ha continuato a trasgredire ad ogni livello: sessuale, finanziario, spirituale, morale in genere.
SCEGLIERE NOMI CRISTIANI
(10.01.11)

Ieri, festa del Battesimo del Signore, sono stato al battesimo del nipotino di un mio cliente/amico e non ho potuto mancare di riflettere quando ho sentito che uno dei quattro bambini che sono stati battezzati con Giulio è stato chiamato Antony. Il papa ha stimolato ulteriormente la mia riflessione perchè, battezzando, com'è tradizione, nella cappella Sistina adulti e bambini ha richiamato i cristiani al dovere di imporre ai fanciulli nomi di santi del calendario.
Debbo dire che, a parte i gusti personali, il nome che viene imposto ad un neonato è impegnativo: nomina sunt omina, dicevano i latini: i nomi sono auspici.
Un tempo i nomi venivano imposti per tradizione familiare: fui chiamato Ernesto perchè mia nonna si chiamava Ernesta. Qualcuno impose nomi a seconda della moda del momento: ai tempi del trionfo dell'opera non si contavano le Mimì, le Violette, i Germont; poi venne la moda degli eroi: qualcuno si chiama Firmato perchè i genitori pensavano che Diaz non si chiamasse Armando, ma Firmato (scrisse il proclama della vittoria della prima guerra mondiale terminando:"...l'esercito austriaco risale in disordine e senza speranza le valli che aveva disceso con orgogliosa baldanza. Firmato Diaz". Ci fu la moda degli attori: Kevin, Marylin, Melissa, Julia, George; e dei calciatori: Diego Armando, Ferruccio ecc.
I preti volevano, un tempo, che i genitori imponessero nomi cristiani: quando Peppone disse a don Camillo che "c'era roba da battezzare" e gli disse che voleva chiamare suo figlio Libero Lenin, don Camillo rispose:"Vallo a far battezzare in Russia"; poi battezzò ugualmente il figlio di Peppone pretendendo di aggiungervi Camillo in modo che ci fosse il nome di un santo.
E qui rifletto: i santi sono tali perchè ebbero un nome che prima non era di un santo. Giulio, Cecilia, Giuseppe, Pietro, Paolo, Andrea, Giacomo, Tommaso, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Simone, Taddeo, Lino, Cleto, Clemente, Sisto, Cornelio, Cipriano, Lorenzo, Giovanni, Cosma, Damiano, Speranza, ecc.ecc. sono tutti nomi romani, pagani, non cristiani. Abbracciarono la fede cristiana e con la vita pagarono la loro fedeltà a Cristo: divennero santi.
Se un Kevin o una Melissa qualsiasi dessero prova di santità...diverrebbero modello per i cristiani e quindi...sarebbero santi e sarebbero annoverati nel calendario.
Tutto questo per contraddire Benedetto XVI e chi ritiene che i bambini debbano essere battezzati con nomi di santi della tradizione.
RELIGIONE:OSTACOLO SOLO SE...
(8.1.11)

Scrisse Bertrand Russell nel suo celebre saggio “Perché non sono cristiano” che siamo potenzialmente alle porte di una nuova era di pace e prosperità, ma che per entrarci dobbiamo prima abbattere il drago che ne ostruisce l’ingresso: la religione.
E' difficile dargli torto: le religioni hanno sempre rappresentato un freno allo sviluppo sociale ed etico delle nazioni, combattendo il libero pensiero e qualunque progresso civile. Basti pensare, tanto per restare a casa nostra, alla religione cristiana e le sue storiche lotte contro le nuove visioni cosmologiche, contro i diritti delle donne, contro l’evoluzionismo di Darwin, contro la scuola obbligatoria, contro i trapianti di cuore, contro i diritti degli omosessuali e contro il nuovo stato di famiglia che negli anni settanta sancì l’uguaglianza dei diritti dei figli legittimi e di quelli nati fuori dal matrimonio.
Il problema è se, nonostante tutto questo ed altro ancora che riguarda le religioni (se poi ci rivolgiamo verso quella musulmana l'elenco sarebbe stralunghissimo!) davvero dobbiamo adoperarci per uccidere il drago.
Il mio pensiero è che il drago non sia da uccidere, ma da ridimensionare. Ogni tanto fa paura e sputa fuoco in nome di un proprio potere che i suoi sacerdoti non vogliono perdere, ma questo drago ha aiutato le nostre strutture sociali a reggere ed a perpetuarsi. Quando abbiamo cominciato - seguendo Russel -a buttare giù ad uno ad uno valori che avevano un fondamento religioso come la famiglia monogama benedetta da Dio, l'onestà nei rapporti sociali (non rubare, non mentire...), il rispetto della vita come dono di Dio, ecc.ecc. abbiamo cominciato ad uccidere il drago, ma anche noi stessi.
Da sempre sono contrario all'integralismo religioso e non condivido posizioni di potere religioso che come cattolici abbiamo mutuato pari pari dalla religione ebraica, ma da qui a buttare via il bambino con l'acqua sporca ce ne corre.
Avanti, quindi, coinvolgendo gli studenti, scrivendo, organizzando eventi e perché no, fondando scuole private laiche di elevata qualità che sopperiscano alle carenze di quelle pubbliche, facciano concorrenza a quelle confessionali, e sfornino una nuova classe dirigente nazionale, degna di questo nome, educata al senso critico e soprattutto a quello civico (nella speranza che questa classe dirigente torni poi a valorizzare una scuola pubblica ormai allo sbando, ripristinando il corretto circolo virtuoso previsto dalla costituzione).
Non penso che la missione dei laici (non dei laicisti) sia quella di uccidere il drago, piuttosto quella di domarlo, accompagnandolo docile in un futuro migliore in cui, che ci piaccia o meno, esisterà sempre per lui un ruolo indispensabile.
IL VESCOVO DI NOTO.
INTERESSANTI POSIZIONI
(7.1.11)

Domande spinose, a tratti irriverenti, alle quali il vescovo della Diocesi di Noto, monsignor Antonio Staglianò, non si è sottratto e anzi alle quali ha voluto rispondere in maniera molto chiara e netta per dimostrare le non-contraddizioni della Chiesa.
Pedofilia, fecondazione assistita, celibato dei preti, omosessualità….sul tavolo della Curia.
Papa Benedetto XVI dopo lo scandalo sui preti pedofili ha accusato i sacerdoti e i religiosi che hanno compiuto abusi di aver causato alle vittime «un danno immenso» e di aver perpetrato «un grande danno» alla Chiesa e «alla pubblica percezione del sacerdozio e della vita religiosa».
Secondo lei è così?
“Certamente il danno immenso come ha detto anche il Papa per l'immagine della chiesa è una verità percepibile da tutti. Io non posso immaginare che la gente abbia perso la fiducia nei confronti della Chiesa però la questione dei preti pedofili ha messo la Chiesa in forte rischio di perderla realmente. Questo è un livello della relazione umana che è troppo significativo per noi sacerdoti che lavoriamo nelle parrocchie, sviluppiamo percorsi sistematici di catechesi, iniziamo ad avere contatti quindi con le persone sin da piccole portandoli avanti fino alla cresima, organizziamo percorsi di formazione al matrimonio quindi noi lavoriamo sulla relazione umana a partire dai più piccoli. Che le famiglie possano in qualsiasi modo sospettare problemi del genere danneggerebbe totalmente l'esercizio concreto della pastorale della Chiesa. Però nella fattispecie prendo atto come l’atteggiamento della Chiesa sia di tolleranza zero con un intervento diretto e sospensione dell'attività pastorale. Tuttavia il fenomeno della pedofilia rimane un problema molto più ampio e drammaticamente molto più diffuso e dentro tutte le categorie di persone anche come abuso sessuale delle famiglie stesse. Questo né giustifica né diminuisce l'orrendo delitto per chiunque lo perpetra. Piuttosto ci rimanda ad una questione più grande: cosa dobbiamo fare per il futuro? Dobbiamo bonificare il nostro contesto anche culturale marcatamente improntato ad una certa sesso-idolatria per cui senza regole.”
Secondo i dati Istat dal 1990 al 2006 ci sono stati più di un milione di separazioni e quasi seicentomila divorzi. Numeri importanti di un fenomeno che non può non essere preso in considerazione dalla Chiesa. Anche perché il fatto che la Chiesa vieti a queste persone di poter ad esempio fare la comunione ha come conseguenza che queste persone si sentano lasciate sole ed inoltre questo ha paradossalmente aumentato del 25% le richieste di annullamento del sacro vincolo perché in questo modo non si perde l’accesso ai sacramenti. Ma questo non è secondo lei una contraddizione?
“Innanzitutto bisogna precisare che la Chiesa vieta l'accesso alla comunione eucaristica non tanto ai divorziati ma ai divorziati risposati. Perchè chi ha divorziato sia perchè ha attivamente prodotto il divorzio sia perchè passivamente lo ha subito e poi si è risposato è chiaro che si è risposato non più in Chiesa ma in municipio oppure convive pubblicamente allora in questo caso si determina una condizione piuttosto semplice da descrivere. Due che sono sposati non sono semplicemente sposati per stare insieme ma sono sposati e mentre stanno insieme simbolizzano un mistero molto più grande. Allora c'è un contenuto straordinariamente importante sull'indissolubilità del matrimonio, se uno è cattolico e si sposa non può che sposarsi in Chiesa con il sacramento matrimonio indissolubile, poi ad un certo punto scioglierebbe questo legame e si sposa nuovamente, in un certo senso il nuovo matrimonio contratto in municipio è come un'offesa reale, stabile, al matrimonio indissolubile perchè indissolubile vuol dire non scioglibile. Un matrimonio celebrato in Chiesa non può essere sciolto. Non c'è divorzio nella Chiesa cattolica. Nella Chiesa Cattolica non esiste l'annullamento del matrimonio. Diverso è il riconoscimento di nullità del matrimonio. Riconoscere nullo un matrimonio è possibile ed è doveroso. Immagini due persone che vanno a sposarsi ed una delle due non è libera nel consenso perchè magari teme di essere uccisa. Questo è uno dei tanti casi che rende nullo un matrimonio. Quel matrimonio non c'era mai stato perchè uno dei due non era libero. Allora sarebbe interessante che la gente che si mette dentro questa problematica esaltando a volte la contraddizione della Chiesa sul fatto che annulla i matrimoni a chi pare e piace, capisca che non è così. Piuttosto sarebbe interessante verificare quali sono gli elementi che rendono possibile un riconoscimento di nullità del matrimonio. Ma questa è una cosa seria, c'è un processo canonico con tanto di avvocati, giudici, sedute, con indagini capaci di intravedere le problematiche ed una volta che da un tribunale ecclesiastico venisse fuori che un matrimonio non c'è mai stato non si può dire siccome è stato celebrato in Chiesa dobbiamo continuare, no, se un matrimonio non c'è mai stato, non c'è mai stato, allora riconosciuto che non c'è mai stato la persona è libera anche di contrarre un nuovo matrimonio in Chiesa, non vedo nessuna contraddizione. Non esiste la contraddizione perchè la Chiesa cattolica vive della sapienza di duemila anni altri sono le contraddizioni esistenziali delle persone. Quelle se ne posso registrare all'infinito. Ma sono le contraddizioni di chi predica il Vangelo e non lo vive.
A proposito di matrimonio, quasi periodicamente si parla del matrimonio dei sacerdoti. Benedetto XVI, in un intervento ufficiale, riaffermava con assoluta nettezza l’incompatibilità del sacerdozio col matrimonio. Secondo lei questa importante riaffermazione dottrinaria è oggi anacronistica e può in un certo senso influire su determinati comportamenti distorti dei sacerdoti che comunque sono essere umani e che in quanto tali hanno delle naturali pulsioni che però devono essere soppresse?
"Innanzitutto bisogna dire chiaramente che il matrimonio non risolve il problema delle eventuali debolezze affettive e sessuali di un sacerdote. Come non le risolve per le persone sposate. Perchè dovrebbe esserci tutta questa diffusa prostituzione, tutto questo mondo che si sta presentando all'interno di questa società in cui l'amore coniugale non è più rispettato, in cui l'infedeltà coniugale è una moda quindi lo sposarsi non risolve per nulla tutti i problemi dell'eventuale difficoltà sessuale affettiva o addirittura dell'eventuale perversione sessuale del soggetto. Quindi cominciamo a dire che questo non centra. Sulla faccenda che i preti siano persone umane devo dire non solo i preti sono persone umane ma devono esserlo. Persone umanissime, perchè è l'umanità che caratterizza la possibilità del servizio dei preti a favore della gente. Se non fossero umani non si accorgerebbero nemmeno dei bisogni della gente. Certo se la questione viene posta nel senso che essendo i preti umani avrebbero bisogno come tutti di sposarsi, di avere una donna e quindi una famiglia si accenna ad un concetto di umanità legata alla debolezza. Sbagliare è umano nel senso che gli umani sbagliano ma non credo sia umana l'infedeltà coniugale. Quindi: umanità intesa come bestialità o umanità che splende in pienezza? L'umanità è amore. Dove c'è disprezzo dell'amore non c'è umanità ma perversione, c'è narcisismo e non è certo Narciso il modello da seguire ma è Gesù Cristo il modello perchè dona la vita per gli uomini. Tornando alla faccenda dell'incompatibilità del matrimonio con il sacerdozio non credo che Papa Benedetto XVI abbia mai detto che ci sia incompatibilità tra sacerdozio e matrimonio perchè l'unione tra il carisma ministeriale del sacerdozio e il carisma celibatario che impedisce il matrimonio è una legge della Chiesa voluta intorno al V secolo. Originariamente però non era così. Allora non è incompatibile il sacerdozio con il matrimonio tanto che anche nella Chiesa cattolica abbiamo preti sposati, c'è tutta la tradizione orientale che lo testimonia".
Ci sono altri due temi di grande attualità che vogliamo porre alla sua attenzione. Uno è quello dell'omossessualità.
“La Chiesa poiché è madre ama i suoi figli, qualunque faccia, condizione sociale o esistenziale abbiano. La madre ama tutti non esclude nessuno. Ama anche queste persone che non rientrerebbero nei cosiddetti canoni di quella legge naturale a cui fa riferimento la Chiesa. Oggi della legge naturale si dice cos'è? Molti sostengono che non esiste una legge naturale e quindi la discutono a livello filosofico, giuridico. Volendo tradurre in termini più concreti potremmo dire “maschio e femmina li creò.
L'uomo è creato da Dio maschio e femmina e in questo essere maschio e femmina non c'è semplicemente una caratterizzazione di tipo biologico, uno ha il genitale femminile ed uno maschile ma c'è la possibilità fisica inscritta nei corpi dell'unione delle persone per cui è detto che attraverso l'atto coniugale i due saranno una carne sola come un'unica realtà. E' il grande mistero della comunione addirittura della comunione trinitaria. Nell'amore coniugale l'uomo e la donna non stanno l'uno accanto all'altro ma nell'altro. La nostra fisicità aperta e feconda alla vita dice che maschio e femmina si incrociano e diventano una persona sola. Questo è un problema serio. L'omosessuale supera questo livello di integrazione personale per cui sono una carne sola, ed ecco perchè la Chiesa dice no ad esempio al matrimonio tra omosessuali. Il problema serio è capire se l'omosessualità sia un orientamento o un comportamento sessuale. Su questo la scienza deve dare il suo contributo. Dire orientamento sessuale vuol dire che l'omosessualità è innestata radicalmente, geneticamente dentro e quindi questo è proprio così. Dire comportamento vuol dire che una persona è come orientamento eterosessuale e poi per tante problematiche vissute a livello psicodinamico profondo all'interno della famiglia, sin dall'origine, sin dal grembo materno diventa così. Su questo gli scienziati devono dare una riflessione piuttosto chiara e devono convincerci perchè se ci convincessero che veramente uno nasce nel senso della sua naturalità biogenetica così cambierebbe tutto".
Cosa cambierebbe?
"Dovrebbe inevitabilmente cambiare qualcosa, non so che spettro di problematiche si aprirebbero ma certamente non si potrebbe non riconoscere che queste sono persone umane come di fatto oggi le riconosciamo. Perchè gli omosessuali, gli esseri umani dal comportamento omosessuale restano persone umane e quindi figli della madre Chiesa e io non posso operare nei loro confronti nessun atteggiamento discriminatorio. E la Chiesa non li discrimina per nulla però chiede loro di entrare con loro stessi dentro un processo di auto riflessione invece di sbandierare l'orgoglio gay, andiamo a vedere cosa si può fare insieme. Perchè si può ritenere che chi ha un comportamento omosessuale possa andare alle radici di ciò che ha motivato questo comportamento e cambiarlo”.

Il premio nobel alla medicina è stato attribuito al padre della fecondazione assistita. Oggi questo metodo è sempre più diffuso e numerose coppie anche cristiane ricorrono ad esso per soddisfare il loro desiderio di divenire genitori. Qual è la sua posizione? E’ giusto voler divenire genitori a tutti i costi?
“Una coppia vuole il figlio a tutti i costi. Anche a fabbricarlo. La posizione della Chiesa è piuttosto chiara, è quella di non accettare la procreazione realizzata attraverso le tecniche che vengono messe a disposizione. Perchè il figlio nasce da un amore coniugale tra marito e moglie, in un matrimonio legittimo ed è frutto d'amore e dono reciproco non semplicemente di progettazione. Per cui se il figlio è frutto del dono di sè all'altro l'aspirazione alla genitorialità è la cosa più bella di questo mondo. Ma non a tutti i costi, cioè non al costo di saltare surrogandolo quel rapporto d'amore che rende possibile il dono, l'accoglienza del dono di un figlio. Anche perchè in questa direzione si va avanti dentro processi che non sappiamo dove possano arrivare. E allora che dire: una coppia che cerca di avere i figli ma non può averli non può essere padre e madre con tutti questi figli che ci sono? Oppure il problema è di avere un figlio tuo, della tua carne? Ci sono tanti spazi di genitorialità, ci sono persone che hanno già 5 figli e adottano altri bambini. Perchè la presenza di una persona adottata riempie di ulteriore vitalità il loro nucleo familiare e compie la loro paternità e maternità. Ci sono tanti figli partoriti all'interno delle famiglie da genitori che rispetto a questi figli non sono per niente genitori perchè non sono né padre né madre e quello sarebbe loro figlio semplicemente perchè lo hanno partorito dentro l'esercizio di un atto che ha determinato un processo di vita e poi ha portato alla nascita. Non basta partorire un figlio per essere padre e madre e questa società oggi lo mostra. La posizione della Chiesa cattolica è chiara. Non è che non considera il bambino che sia uscito da una provetta un essere umano. Quello è un essere umano, una creatura di Dio. Essere figli, essere madri è un'avventura splendida in questo mondo e allora recuperiamo il senso della genitorialità.”
NATALE 2010

"Vengo da una famiglia cattolica e penso che i nostri sentimenti non siano una frizione di elementi fisico-chimici, ma che dentro di noi ci sia un'energia spirituale che fa parte dell'universo": così il maestro Riccardo Muti in una recente intervista.
Mi fa piacere che un uomo di cultura non s'accodi alla cultura imperante che vuole razionalizzare tutto ed irride chi non si sente tutto razionale (Odifreddi, per esempio). Il 25 dicembre, come sappiamo, non è il vero giorno del Natale di Gesù Cristo, la data è simbolica, ma rimane un giorno carico di significati che vengono dal mondo cattolico: bontà, verità, attenzione agli altri, doni...C'è gente che non frequenta le celebrazioni liturgiche, non prega mai, ma a Natale...fra gli ingredienti della festa ci mette anche la messa di mezzanotte. E' un tributo che si paga alla tradizione o un modo per tacitarsi la coscienza? Forse. E',comunque, un segno di un anelito di spiritualità che anche l'uomo d'affari più impegnato sente d'avere e di voler vivere.
Non siamo solo un ammasso di cellule chimiche, ma siamo persone che guardano il cielo con stupore, meraviglia, terrore, affetto e pensano a come tutto questo sia possibile. Siamo persone che "sentono" che qualcuno più grande di noi c'è, che qualcosa oltre a noi è percepibile, che sanno (anche se non ce lo sappiamo spiegare razionalmente) che un gesto di bontà, di solidarietà, d'affetto, d'amore non è frutto solo di sintesi fra cellule e molecole.
Questi sono i principi della fede e della religione. Non importa quale fede e quale religione, ma importa il fatto che ci sentiamo vivi e diversi dal sasso, dall'albero, dal leone o dal nostro cagnolino.
La fede cattolica (e la religione che ne consegue) è un modo pregnante di vivere questo "altro" di noi.
Auguri
ARTICOLI VARI

1. IL PRESERVATIVO PAPALE
(22 novembre 2010)

Il libro- intervista di papa Ratzinger ha scatenato un putiferio mediatico/ecclesiale per colpa del preservativo, cioè di un oggetto in poliuretano che evoca da sempre qualcosa di proibito, di peccaminoso, di eccitante e di immorale.
Sembra che il papa abbia dichiarato al giornalista amico che in alcuni casi il preservativo potrebbe essere lecito, raddrizzando il tiro sulla polemica che aveva suscitato quando andò in visita pastorali in Africa ed affrontò il medesimo tema rispondendo altrimenti.
Non entro nel merito della dichiarazioni papali, mi limito solo a dichiarare la mia posizione sul tema.
Non credo che la morale cattolica debba generalizzare e dichiarare morale o immorale un oggetto, un comportamento o un singolo gesto, senza essersi prima interrogata su come avrebbe risposto Gesù.
L'unica risposta che ha dato Gesù è:"L'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna ed i due saranno una carne sola. Ciò che Dio ha unito, l'uomo non lo può dividere".
Il fondatore del cristianesimo non s'è occupato per nulla di come, quando, dove e perchè l'uomo e la donna debbano essere una carne sola.
Il resto, quindi, è esegesi sul pensiero di Gesù, ma non il suo pensiero.
La chiesa cattolica sul tema dell'atto coniugale ha sempre avuto i seguenti punti fermi:
- deve essere compiuto fra un uomo ed una donna stabilmente uniti in matrimonio sancito pubblicamente da un rappresentante della comunità cristiana
- deve essere aperto alla vita e quindi al possibile concepimento di un figlio.
Punto.
Da qui è nata la casistica morale che tanto fa gioire i moralisti cattolici ed i contromoralisti laici e fa soffrire cattolici che seguono o vogliono seguire in tutto e per tutto la morale indicata da coloro che predicano (e, si spera, vivano) il vangelo di Cristo.
Non mi dilungo sulla casistica, ma mi fermo al principio n.2: ogni atto coniugale deve essere aperto alla vita.
Qui entra la coscienza dei coniugi che hanno contratto matrimonio religioso, convinti della forza della Grazia di Dio nel loro cammino coniugale.
Non sono forse aperti alla vita dei coniugi che hanno dei figli e li educano il meglio possibile secondo le proprie capacità, cultura, disponibilità?
Non sono forse aperti alla vita dei coniugi che con i loro figli sono attenti a chi nella vita è meno fortunato dal punto di vista economico, spirituale e fisico?
Domande retoriche che sfociano in una risposta non retorica: se i coniugi decidono che il proprio atto coniugale completa la propria donazione reciproca, ma responsabilmente riconoscono di non potersi permettere una nuova vita da assistere per ragioni economiche, educative, di spazi nella casa ecc., non può essere certo il moralista la persona che condanna.
Anche perchè lo stesso moralista dichiara che se l'atto coniugale si compie nei periodi infecondi, allora è lecito.
Il resto...cioè il preservativo usato per prevenire l'Aids, per evitare gravidanze extraconiugali, per divertirsi con il sesso ecc.ecc.non è un problema di morale cattolica. E' solo un problema di chi teme di non salvarsi attraverso la pratica religiosa, ma non vuole rinunciare a nulla.
Infine: di preservativi ce ne sono tanti in giro e non parlo di quelli stimolanti, ritardanti o di altro genere (non sono un grande esperto di questi oggetti), ma dei preservativi finanziari (lo speculatore cattolico che mette in croce un suo debitore, ma fa un'offerta generosa alla chiesa del paese); dei preservativi sulla Verità (il cattolico osservante che mente per proprio interesse danneggiando altri); dei preservativi sulla pratica religiosa (andare a messa a Natale e Pasqua per tener buono il Padreterno perchè...non si sa mai)...
Ognuno, se ha voglia di farsi un breve esame di coscienza, ha il proprio preservativo.

2. GLI AFFARI DI C.L.


Chiarelettere pubblica un testo (nella collana dove già fu pubblicato Vaticano SpA ecc.) su Comunione e Liberazione e sulla storia religioso/economica del movimento che don Giussani fondò nel 1954. Il taglio del volume è naturalmente indirizzato più all'aspetto affaristico/economico che (attesa la tipologia della collana) a quello che C.L. fu e significò agli inizi.
Dirò che il volume è molto interessante, di facile lettura e accattivante. Da ciellino "pentito", però, vorrei spezzare una lancia a favore di questo movimento che non mi appartiene più da moltissimi anni (da quando Gioventù Studentesca divenne Cielle), ma che fu non solo per me un punto di riferimento importante.
Adesso Cielle è più nota per gli affari, la politica e il potere religioso (Formigoni, Lupi, mons. Negri..sono nomi che non rimandano certo alla spiritualità), ma quando nacque e per almeno una decina d'anni non fu così.
Don Giussani non cercava il potere, ma il servizio; non parlava fumosamente, ma chiaro; non era interessato ai consnsi della gerarchia ecclesiale, ma all'autenticità di vita del messaggio cristiano nel mondo di allora. E' così che molti di noi giovani negli anni settanta ci appassionammo a questo prete con la voce roca perchè rotta da migliaia di discorsi che pronunciava in un anno e sentimmo d'aver trovato una "casa" in un mondo che stava correndo verso la contestazione tout court, era disorientato dalla messa in discussione di valori umani e cristiani, non sapeva più riconoscere il grano dal loglio.
Spesso volte s'andava la domenica pomeriggio a Milano, in via Mosè Bianchi, nella sede del PIME (Pontificio Istituto Missioni Estere) e ci si ritrovava in numero sempre maggiore ad ascoltare, dibattere e cantare canzoni di Chieffo per tornare a casa caricati e con in testa criteri di valutazione per capire la realtà.
Don Giussani non ha mai parlato apoditticamente, non ha mai fatto calare il verbo della verità indiscussa ed indiscutibile, ma ha sempre cercato di fornire piste di riflessione per valutare la realtà e le verità per capire e trovare la Realtà e la Verità.
Poi le cose cambiarono e quasi subito nacque il braccio popolare che dapprima si orientò verso il mondo politico (Formigoni fu tra i primissimi) e poi verso quello economico.
Cielle divenne un punto di riferimento per cattolici che si sentivano soli in un mondo di lupi e per vescovi e preti che si sentivano persi in una realtà che non era più graniticamente sicura come quella preconciliare.
Uno piscologo recentemente ha scritto che i ciellini frequentano il movimento, si sposano fra loro, fanno figli ciellini, frequentano gruppi ciellini, si iscrivono alla CdO...insomma...si sentono sicuri nel caldo nido di Cielle.
E' vero. Ed è qui che si deve cercare il tarlo del movimento che fatalmente lo corroderà.
Gli ideali ci sono ancora, ma sono appannati da kermesse di massa, da compagnie di solidarietà che diventano luoghi per incontri d'affari sicuri con la protezione di banche in cui gli amici sono assurti ai massimi vertici.
E così le autenticità delle origini s'annacquano, ancora una volta, nel concreto affarismo quotidiano.

3.
INFEDELTA'PREMATRIMONIALE
(9 novembre 2010)


I giornali di oggi, non avendo forse altri argomenti più importanti, riportano articoli da prima pagina la cui sostanza è: se il coniuge dichiara prima del matrimonio cattolico che potrebbe non essere fedele, questo è motivo per cui il matrimonio sia nullo e quindi si può divorziare.
Il concetto viene ripreso in quanto una coppia di Modena ha potuto divorziare perchè la moglie ha dichiarato al tribunale ecclesiastico che non ha mai inteso essere fedele per sempre al marito, neppure prima delle nozze religiose.
Messa così, la notizia, crea il solito equivoco ed il solito stupore.
Ma sono i soliti equivoci e stupori di chi non è mai informato bene.
Due sono le verità da lumeggiare.
La prima: chi contrae matrimonio cattolico sa che vi sono elementi fondamentali ed irrinunciabili: il bonum fidei, il bonum sacramenti, ed il bonum prolis.
Il bonum fidei (il bene della Fede e quindi della Grazia e quindi della fedeltà) che esclude l'adulterio; il bonum sacramenti (e quindi il bene del Sacramento, cioè della Grazia e quindi dell'unità inscindibile e quindi NO al divorzio), il bonum prolis (e quindi il bene dei figli e quindi l'apertura dell'atto coniugale alla trasmissione della vita). Se vengono meno questi beni, tutti assieme o solo uno dei tre prima o durante il matrimonio, questo non c'è più, semplicemente NON ESISTE.
La seconda verità: in Italia c'è il Concordato fra la S.Sede e l'Italia.
Fra gli articoli v'è n'è uno che riconosce che il matrimonio cattolico celebrato da un minsitro di culto ha valore anche civile (per cui il parroco è anche ufficiale di stato civile quando celebra il matrimonio) e ve n'è un altro per cui se un matrimonio viene annullato per motivi validi per il Diritto Canonico è sufficiente trasmettere la notifica al comune ove è stato celebrato il matrimonio che il sindaco deve procedere ad annotare sul registro comunale che il matrimonio fra Tizio e Caia non è più tale (la procedura si definisce: delibazione).
Tutto qui. Tutto semplicemente qui. Da sempre, o almeno fin dal 1929 quando il cav.Benito Mussolini ed il card. Gasparri firmarono il Concordato ed il Trattato.
Quindi...molto rumore per nulla.

4.
CHIAREZZA SULLO I.O.R


Oggi, 26 ottobre 2010, i giornali riportano una notizia importante: lo I.O.R. ha aderito alla "white list", la lista sulla trasparenza delle operazioni bancarie che è nata una decina d'anni fa a Bruxelles ed alla quale molti istituti di credito di alto livello hanno aderito. La procedura è abbastanza complicata e non sto a descriverla. Mi basta cogliere il nocciolo della notizia: lo I.O.R. è per la trasparenza.
L'Istituto Opere di Religione (I.O.R.) fu istituito da Pio XII agli inizi degli anni '40, ma veramente regolamentato da Paolo VI, quando cercò di modernizzare l'istituto cooptando tre laici: Spada, Mennini e De Strobel. Fino ad allora le finanze vaticane erano un po' misteriose e confuse. Governate dalla Segreteria di Stato, ebbero travagli un po' burrascosi. Sotto Giovanni XXIII il segretario di Stato card. Tardini teneva strettamente controllato il tutto, ma c'erano due parti che gli sfuggivano: il Governatorato Vaticano (presieduto da un cardinale) e la "Speciale", l'ente finanziario che amministratva il patrimonio personale del Pontefice (elemosine pervenute direttamente al papa tramite l'obolo di San Pietro ed altre donazioni). Nella "Speciale" chi faceva il bello ed i cattivo tempo, in genere, era il segretario personale del papa (mons. Capovilla con Giovanni XXIII, mons. Macchi con Paolo VI). Questi segretari si scontravano con i cardinali presidenti (memorabile fu l'abbandono in un mese di un vescovo che poi fu giubilato ad una diocesi asiatica: non ricordo il nome del vescovo e della diocesi; come fonte di chiacchere senza fine furono le alternanze fra i cardinale Guerri e Di Iorio e la presidenza dello I.O.R. affidata a Marcinkus).
Paolo VI volle porre ordine, memore dei problemi che ebbe quando fu sostituto alla segreteria di stato per gli affari ordinari sotto il pontificato di Pacelli. Ci riuscì solo in parte. Di Iorio era uomo di forte potere e forte personalità. Poi scoppiò lo scandalo Marcinkus e papa Woytila affidò la soluzione dei problemi al segretario di stato card. Casaroli il quale fece emigrare Marcinkus nel suo paese di origine (l'Ohio) e affidò l'organo finanziario al un collegio di persone.
Ricordiamo tutti gli scandali in cui lo I.O.R. fu coinvolto: Banco Ambrosiano, Enimont, furbetti del quartierino ecc.ecc.
Lo I.O.R. è sempre stato avvolto nel mistero sia per quanto riguarda il flusso di denaro che per la partecipazione in quote di maggioranza o minoranza a società finanziarie, immobiliari ecc. italiane e straniere.
Benedetto XVI ascrive a suo merito due operazioni: la rinascita dello I.O.R. in cui una commissione cardinalizia ha compito di vigilanza ed una di laici ha compiti operativi e questa dell'iscrizione della banca vaticana alla "white list".
E' tardi? Sì. Ma...meglio tardi che mai.
C'è una postilla, anzi un neo: la storia dei 23 milioni di euro migrati dallo I.O.R. al Credito Artigiano il cui presidente De Censi (e non De Cenzi, come scrive sempre il Corriere) è anche membro dello I.O.R. Non si sa ancora come andrà a finire. Auguro a Benedetto XVI (che non mi pare un gran mostro di capacità finanziarie) di saper risolvere il problema nel migliore dei modi.

5.
PIETA’ PER I CARDINALI: SONO SOLO UOMINI.


Benedetto XVI, il 20 e 21 novembre prossimi, terrà il suo terzo concistoro e ha comunicato i nomi dei 24 cardinali (di cui 4 ultraottantenni e quindi non papabili) .
Qualche considerazione: 10 nuovi porporati (di cui 8 elettori) sono italiani, quattro africani, uno solo asiatico, gli altri nove sono sparsi un po’ per il pianeta.
Il collegio sfora di una unità (i cardinali diventano 121, contro i 120 stabilita da Paolo VI), ma ben presto il papa dovrà indire un nuovo concistoro sia per rimpiazzare i cardinali che nel 2011 compiranno 80 e quindi non saranno convocati in conclave (fra questi ci sarà anche il card. Ruini e molti miei lettori sanno quanto sia io felice di non trovarmi papa questo soggetto), sia per regalare il galero cardinalizio ai vescovi di Firenze e di Torino, di New York, Baltimora, Rio de Janeiro, Bruxelles, Westminster, Siviglia, Praga e Utrecht; a mons. Fisichella (ci sarà rimasto male, il damerino, non vedendosi incluso nella lista) e ad altri curiali.
Non mi permetto di criticare le scelte del Papa: come si sa il collegio cardinalizio è di competenza sua, ma mi permetto di analizzare i criteri che, secondo me, hanno portato a questo concistoro. Sono essenzialmente due: valorizzazione della Curia Romana ed esaltazione della cultura. Della pastorale, poco o nulla.
Nel collegio cardinalizio, infatti, con le nuove nomine sono entrate molte persone che non sono espressione di chiese locali, ma della curia romana e della cultura (non avrei dato la porpora a Bertolucci e Sgreccia, perché mi sembra una premiazione senza molto senso) e questa è una controtendenza abbastanza evidente se analizziamo gli ultimi quarant’anni di concistori. Valorizzare la Curia (peraltro alcuni dicasteri richiedono tradizionalmente la porpora) e la cultura è una scelta che il papa può liberamente compiere e che ci porta a considerare come Benedetto XVI intenda la sua missione ecclesiale: la pastorale non è più solo legata alle circoscrizioni territoriali diocesane.
Vengo all’ultima considerazione. I cardinali sono solo uomini.
Quando è proclamato un concistoro, vaticanisti e non si affrettano a congratularsi o meno con gli eletti ed a giudicare un eletto o alcuni eletti.
A me piace ricordare che tali persone sono solo uomini. Gesù Cristo non pensò il collegio cardinalizio, ma solo quello apostolico (e forse neanche quello). Il cardinalato fa parte dell’immagine ecclesiale che la chiesa temporale (primo organo di comunicazione del mondo da venti secoli a questa parte) ha saputo creare e difendere nei secoli dandogli il carattere di club esclusivo, un po’ segreto, un po’ mistico, un po’ potente, un po’ godereccio, un po’ snob. Solo i cardinali possono avere uno stemma con un galero con 32 fiocchi e solo loro vestono la porpora, segno della totale dedizione a Cristo fino al versamento del sangue. Poi succede che nella chiesa temporale vi siano vescovi, preti, suore, laici e laiche che muoiono per Cristo senza vestire la porpora mentre il cardinale di quel territorio sta tranquillo nel palazzo, ma questo è un dato poco importante per il club: l’importante è essere nel club per poter commentare il fatto e rilasciare autorevoli dichiarazioni. Solo i cardinali hanno diritto ad essere cittadini vaticani, al passaporto vaticano, a targare l’automobile con SCV (Se Cristo Vedesse…!!!) , ad entrare nella Cappella Sistina per eleggere il papa secondo un rito pluricentenario che tiene incollati agli schermi televisivi milioni e milioni di uomini di ogni latitudine e longitudine del globo.
Sono solo uomini, con pregi e difetti come tutti gli altri uomini e, a volte, con meno fede nel Cristo per il quale vestendo la porpora dovrebbero dare la vita di tanti semplici amanti del Cristo che su di lui giocano ogni giorno la propria vita, fregandosene del potere che nel nome di Cristo molti cercano e scalano.
Inserire testo
HOME | MI PRESENTO | BUONGIORNO (editoriali) | AMBIENTE | EDILIZIA E DINTORNI | FATTI DI CHIESA (commenti) | PUSILLUS GREX | DOGMI E CATECHESI: PENSIERI | CELIBI PER LEGGE | PAROLA DI DIO (commenti) | DIALOGHI E LIBRI | ZIBALDONE | ARTE | ARCHIVIO