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DOGMI CATTOLICI - CATECHESI
La pagina è organizzata in:
- dogmi
- problemi che scottano
- interventi vari
Aggiornato: 30.4.2012 |
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1.
Cos'è un dogma?
Il sostantivo “dogma” deriva dal greco il cui significato è diverso: opinione, decreto, decisione...Quando Paolo e Sila giunsero a Salonicco e annunciarono la messianicità di Gesù nella sinagoga della città, alcuni facinorosi li accusarono davanti ai magistrati di aver contravvenuto ai “dogmi” (e cioè ai “decreti”) dell’imperatore romano “affermando che c’è un altro re, Gesù” (At 17,7).
Nella Chiesa antica e nel medioevo la parola dogma veniva usata indifferentemente come sinonimo di esposizione, dottrina, confessione di fede, articolo di fede.
Fu il Concilio Vaticano I (1870) ad attribuire al termine “dogma” il significato di dottrina che la chiesa propone di credere come divinamente rivelata sia con un giudizio solenne, sia nel suo magistero ordinario e universale. E' in questo contesto che desidero trattare l'argomento.
2. Quali sono i dogmi cattolici?
Siccome viviamo in un contesto prevalentemente cattolico, mi pare opportuno mettere a fuoco quali siano queste verità che il magistero della chiesa ritiene imprescindibili per un cristiano con l'occhio alle difficoltà che questi dogmi creano a molti cattolici. | |
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| DOGMI MARIANI: ASSUNZIONE |
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Già dalla fine del VII sec. d.C. a Roma si celebrava la festa della "dormitio" della Madre di Dio (in greco la "koimesis").
Fu nell'ottavo secolo, tra il 784 ed il 791, che il nome della festa diventò quello di "Assumptio Sanctae Mariae" ("Sacramentario" di Adriano I inviato a Carlo Magno).
Il cambiamento non fu solo un fatto formale :implicava un cambiamento di dottrina. L'assunzione al cielo comportava che c'era stata prima una resurrezione e quindi il fulcro della festa non fu più la morte di Maria (la sua "dormitio") bensì la sua assunzione.
Vediamo chi sostenne tali tesi.
- S. Giovanni Damasceno sosteneva che la morte non poteva corrodere Maria, perché la Madonna era opposta ad Eva che, con la sua caduta dallo stato di grazia, aveva condannato il genere umano. Se con il suo "sì" all'annuncio dell'angelo era avvenuta l'incarnazione di Dio nel suo grembo e «...si congiunse tutta a Dio, in qual modo la morte potrebbe divorarla?»
- Intorno alla metà del Trecento si fa strada anche nella Chiesa l'idea che la Madonna «assumpta est in coelum cum corpore et anima».
- Il primo Patriarca di Venezia, S. Lorenzo Giustiniani (1381-1456) nel suo sermone scritto proprio per la festa dell'Assunzione scriveva: «come era libera da ogni corruzione mentale o corporale, così era aliena dal dolore della morte.»
- Il dogma fu dichiarato da Pio XII il 1 novembre 1950 con le motivazioni che Padri e Dottori della Chiesa ne hanno sempre trattato e che per questo la chiesa si è limitata a riconoscere tale verità come da credersi per tutti i fedeli precisamente come un qualsiasi tribunale di questo mondo, quando sentenzia che un diritto appartiene a un individuo, non gli crea tale diritto, ma soltanto lo riconosce autorevolmente contro coloro che glielo vogliono contestare.
Il principio cattolico è: se Maria è stata associata intimamente al Figlio nella completa vittoria contro il demonio, è evidente e giusto che sia a lui associata anche nella vittoria e nel trionfo sulla morte e sul peccato mediante la sua elevazione al cielo in anima e corpo, come è appunto avvenuto del Figlio suo.
- Gli ortodossi non credono nell'Assunzione e continuano a parlare di dormizione della Vergine che però venerano come "Tzeotokos", cioè madre di Dio.
- Per i protestanti l'Assunzione di Maria Questa é una favola artificiosamente composta perchè non c’é il benché minimo accenno nella Parola di Dio. Per essi Maria, essendo una credente, quando morì andò ad abitare con il Signore, ma non morì, non risuscitò e non fu assunta in cielo con il suo corpo. Maria è in cielo con la sua anima è là sta aspettando anche lei la risurrezione del suo corpo che avverrà al ritorno di Cristo. Paolo ha detto infatti ai Corinzi che Cristo è la primizia di quelli che dormono e che quelli che sono di Cristo (quindi anche Maria) saranno vivificati alla sua venuta.” |
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| DOGMI MARIANI: IMMACOLATA |
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Il dogma non fu da tutti pacificamente accettato : per i francescani, non c'era dubbio che Maria, Madre di Dio, fosse nata senza peccato (ma energicamente contrari erano i Domenicani), la questione era ampiamente dibattuta nella Chiesa. La difficoltà derivava soprattutto dall'idea di S. Agostino, che dominò almeno per tutto il medioevo, secondo la quale il peccato originale si trasmetteva con l'atto del concepimento. Se si fosse ammesso che Maria non era morta perché non macchiata dal peccato («senza machula») si sarebbe dovuto ammettere che la Madonna non aveva avuto bisogno della redenzione del Figlio. Ma i teologi francescani argomentavano che Maria aveva ricevuto la redenzione da Cristo per adempiere al suo ruolo di Madre di Dio e che l'aveva ricevuta prima della sua concezione. La morte di Maria non fu necessaria, ma volontaria, ma non tanto per non pagare «la mercede del peccato», ma per condividere le sofferenze del Figlio. La concezione immacolata di Maria non fu una mancanza di redenzione, ma la redenzione perfetta, una redenzione "preservativa": Cristo, il mediatore perfetto, doveva fare un atto di mediazione perfetta e lo fece in favore di Sua Madre, cioè di colei che sarebbe stata chiamata in modo unico e speciale all'opera redentrice.
Con l'eccezione soprattutto dei Domenicani si andava affermando la tesi immacolista e la festa della Concezione si diffondeva tra gli ordini religiosi. Anzi, durante il Concilio di Basilea, il 17 settembre 1439, venne approvata la dottrina dell'Immacolata Concezione, pia, conforme al culto della Chiesa, alla fede cattolica, alla Sacra Scrittura, alla retta ragione; ma il Concilio all'epoca non era più legittimato, essendosi sottratto all'autorità del pontefice di Roma.
Tuttavia meno di quarant'anni dopo intervenne un papa francescano, Sisto IV, padre Francesco della Rovere da Savona, minore conventuale che, tra l'altro, negli anni 1439-1441 nello Studio dei Frari era stato insegnante di teologia, proprio con una cattedra sul privilegio mariano.
Sisto IV, pur senza prendere posizione circa il dogma, approvò la festa dell'Immacolata consona alla fede cattolica con la costituzione apostolica "Cum praexcelsa" del 27 febbraio 1477 e con una successiva bolla del 4 settembre 1482, "Grave nimis", minacciò la scomunica contro coloro che avrebbero cercato di muoversi reciproche accuse sull'argomento.
Ormai la strada, anche se faticosamente e lentamente, era tracciata: si tratterrà di attendere l'8 dicembre 1854, quando papa Pio IX proclamerà il dogma dell'Immacolata Concezione con la bolla "Ineffabilis Deus".
Che le due festività, quella dell'Assunzione e quella dell'Immacolata Concezione, siano strettamente collegate assieme, lo dimostra il fatto che quando Leonardo di Nogarole e Bernardino di Busto composero gli offici per la festa della Concezione, approvati da Sisto IV, scelsero gli stessi testi biblici che già erano utilizzati nella liturgia dell'Assunzione; i versetti non erano ripetuti solo perché si adattavano a ciascuna festa, ma anche per sottolineare la stretta relazione che legava questi privilegi straordinari che aveva avuto la Madonna. I versetti del Cantico dei Cantici, ad esempio, erano gli stessi che aveva utilizzato anni prima S. Lorenzo Giustiniani per il suo sermone sull'Assunzione: «Tota pulchra es amica mea et macula non est in te» (Cantico 4, 7; «Tutta bella tu sei, amica mia, in te nessuna macchia»). Il versetto, utilizzato in origine per l'Assunzione, ben poteva essere applicato dagli esegeti all'Immacolata, ma altri versetti furono citati in entrambi gli offici. |
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| DOGMI MARIANI: VERGINITA' |
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La verginità di Maria " prima del parto " (ossia il concepimento verginale) per molti dev'essere negata, perché sarebbe stata introdotta nella Chiesa nel secolo II, sotto l'influsso dei Doceti i quali negavano la realtà dell'umanità di Cristo . Oppure perché, anziché un fatto storico, non sarebbe altro che un " mito ", del quale han cura di indicare persino i vari stadi che avrebbe percorso.
La teologia liberale o razionalistica, nega il concepimento verginale di Cristo non già per motivi di scienza biblica, ma unicamente perché ritiene impossibile qualsiasi prodigio. Per spiegare poi in che modo, per quale via, un tale concepimento verginale è penetrato nei Libri sacri del Nuovo Testamento, sono proposte due soluzioni:
1 esso è sorto nell'ambiente palestinese, sotto l'influsso di Isaia, 7, 14: " Ecco che una vergine concepisce e partorisce un figlio... ";
2 esso è sorto sotto l'influsso della mitologia pagana. La prima soluzione è stata sostenuta da Adolfo Harnack.
S. Matteo (1, 22) si rifà esplicitamente al celebre testo di Isaia del quale vede una realizzazione della nascita di Gesù.
San Luca (1, 31) poi allude allo stesso testo di Isaia.
È ben noto però come nell'Antico Testamento il testo di Isaia non fu affatto interpretato nel senso di un concepimento e di un parto verginale; una tale idea era del tutto estranea al giudaismo, e perciò non poteva venire dal giudaismo. Per S. Matteo infatti non è il testo di Isaia che lo guida alla comprensione della realizzazione del parto verginale, ma è la realizzazione del parto verginale che lo guida alla comprensione del testo di Isaia, il quale solo per ispirazione profetica divina (non già da miti orientali preesistenti) potè avere l'idea di un concepimento e di un parto verginale.
Altri razionalisti, messa da parte questa prima soluzione, danno la seconda, ossia, ritengono che il concepimento verginale sia stato originato da idee mitologiche pagane (ossia, dalla mitologia babilonese, egiziana, persiana, e, specialmente, greca).
La storia delle religioni pagane, infatti, ci parla del mito dell'unione di qualche dio con qualche donna, dalla quale unione sono nati gli uomini grandi, divini (filosofi, re, imperatori, eroi, ecc.).
Da qui l'idea mitica delle dee-madri. Così, per esempio, secondo il mito, sarebbero nati Platone, Pitagora, Alessandro, Augusto, ecc. Essi sarebbero figli di un padre celeste e di una madre terrena. Ciò posto, i cristiani di formazione ellenistica provenienti dal paganesimo - secondo i razionalisti - avrebbero ammesso una simile origine divina, una origine verginale anche per Cristo.
Una discreta eco ha avuto anche fra i cattolici " progressisti ", la cosiddetta " demitizzazione " proclamata dal protestante evangelico RUDOLF BULTMANN che parte dalla constatazione che una delle maggiori fonti di difficoltà incontrate dall'uomo contemporaneo (formatosi alla scuola della scienza e della tecnica) è dovuta al fatto che le varie confessioni religiose gli impongono una specie di " sacrificio dell'intelletto " (sacrificium intellectus) che, in realtà, non è affatto necessario, poiché il Nuovo Testamento espone il Kerigma divino in forma di mito, ossia, quel modo di rappresentare il divino come umano, l'al di là come l'al di qua
I miracoli, secondo lui" non sono affatto qualcosa di eccezionale...: sono" elementi mitologici, i quali non possono essere credibili per l'uomo d'oggi.
Conseguentemente, la predicazione del Nuovo Testamento, presentata in forma mitica, se si vuole che sia valida per l'uomo d'oggi, dev'essere "demitizzata ",attraverso l'interpretazione esistenzialistica del mito.
Tra questi " miti " vi è anche, ovviamente, il prodigio del concepimento verginale di Cristo. Anche questo " mito " perciò dovrebbe essere sottoposto al trattamento della demitizzazione: un tale prodigioso concepimento non esprimerebbe altro che la trascendenza del Figlio (la sua origine dal Padre) e la perfetta santità della Madre (la sua purezza morale totale), dimenticando – evidentemente - di riflettere che un tale concepimento verginale è un'esigenza sia della trascendenza del Figlio, sia della perfetta santità della Madre.
Queste idee, espresse da Campenhausen, da Dibelius e da Bultmann, hanno esercitato un influsso nefasto sopra alcuni cattolici "progressisti ".
Per questo la S. Congregazione per la Dottrina della Fede, in una Lettera in data 14 luglio 1966, tra i punti ai quali chiedeva alle Conferenze Episcopali delle varie nazioni una risposta intorno agli " errori " che circolano nei vari paesi, elencava anche quello della " concezione verginale " di Cristo, ridotta - secondo la suddetta Lettera - a " fatto puramente naturale ". È nota la risposta data a tale domanda dall'Episcopato Olandese:
"Per quanto concerne la concezione verginale di Cristo da Maria si deve stabilire anzitutto che tutti coloro che accettano il significato singolare e unico di salvezza di Gesù, ne vedono un'espressione nei racconti dell'Annunciazione di Luca 1 e Matteo. Questi difatti devono essere valutati anzitutto come una confessione di Cristo da parte della novella Chiesa, come anche l'articolo del simbolo apostolico "che è concepito dallo Spirito Santo, nato da Maria Vergine".
" Benché sia significativo che i racconti così differenti di Mt. e Lc. sull'infanzia descrivono ciascuno nel proprio modo la nascita verginale di Cristo, questa tradizione non sembra però farsi strada in tutto il Nuovo Testamento. In favore di una interpretazione letterale dei racconti si ha il fatto che le genealogie di Gesù evitano di nominare Giuseppe padre di Gesù (Mt. 1, 16; Le. 3, 23); contro di essa si sa che la paternità di Giuseppe è espressa altrove senza riserva anche se sempre sulla bocca di altri e non dell'evangelista (Lc. 2, 48; 4, 22 contro Mc. 6, 3; Gv. 1, 45; 6, 42). Ciò che restava indeciso dentro la tradizione biblica e non del tutto deciso anche nella tradizione post-biblica.
Secondo gli autori del Catechismo Olandese " la verginità di Maria, come è stata espressa fino ad oggi dalla Chiesa, dev'essere riveduta e corretta. Le parole del Simbolo della fede " Nato dalla Vergine Maria " applicate a Gesù non sarebbero altro che un'espressione poetica, usata per significare che Egli è venuto al mondo come un singolare " dono " della grazia di Dio.
Si usa dire che i genitori "hanno avuto" un bambino, più che non lo abbiano "fatto".
" Fra tanti figli della promessa di Israele, Gesù è il più eccelso. Quando venne al mondo, era stato implorato da tutto un popolo, promesso da tutta una storia. Figlio di promessa come nessun altro, Oggetto del più profondo desiderio di tutta l'umanità. Nacque per pura grazia, per sola promessa, "concepito di Spirito Santo". Il dono di Dio all'umanità.
C'è una bella riflessione teologica di P. PIET SCHOONENBERG S.J. che, in una intervista radiofonica, osservava che per una retta interpretazione del cosiddetto " Vangelo dell'Infanzia " (Mt. 1, Le. 1-2) andava tenuto presente il "genere letterario ". " Basandoci - diceva - su questa nuova (...) comprensione (del Vangelo), possiamo domandarci se il racconto dell'annunciazione tramandatoci da Luca (1, 26-38) e da Matteo (1, 20-25) debba intendersi in senso letterale (proprio) o figurato " (cfr. I grandi temi del Catechismo Olandese, Brescia, Queriniana, 1968, p. 131-136).
Secondo Schoonenberg, la verginità corporale di Maria non è da ritenersi come dogma, ma come " questione aperta ". " II Nuovo Testamento - secondo lui - nel suo insieme, da l'impressione che la nascita verginale (di Gesù) sia un modo di parlare poetico " (cfr. " De Tijd ", 17 dic. 1966).
IN SINTESI:
Alla base di questa odierna contestazione della verginità di Maria " prima del parto ", stanno le seguenti ragioni:
1 ) vi è la difficoltà di riconoscere il miracolo, ossia, un intervento miracoloso di Dio, al quale " nulla è impossibile " (Lc. 1, 37) nell'ordine della natura corporea: per questa gente il " mito " si identifica col " miracolo ";
2) vi è la tendenza a rendere l'incarnazione più umana, a sottolineare in modo particolare, in Cristo, l'uomo, l'umanità, onde renderlo il più vicino possibile agli uomini, ossia, più umano: un Cristo infatti concepito come tutti gli altri uomini, sarebbe un Cristo più vicino all'umanità; ma costoro finiscono con lasciare nell'ombra la divinità di Cristo, o col negarla;
3) vi è la tendenza a svalutare la verginità, a valorizzare la sessualità, ad esaltare esageratamente l'unione coniugale da parte dell'uomo d'oggi; il quale - a differenza dell'uomo di ieri - vede nel matrimonio un istituto ingiustamente abbassato per elevare lo stato verginale: per il fatto stesso - dicono - che Cristo è il frutto del matrimonio e della procreazione umana, si ha un'esaltazione dello stato matrimoniale. |
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| DOGMI MARIANI: Madre di Dio |
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Proclamato dal concilio di Efeso (431). Maria è Madre di Dio (tzeotokos) perché è madre di Gesù. Infatti, colui che è stato concepito per opera dello Spirito Santo e che è diventato veramente suo figlio, è il Figlio eterno di Dio Padre. E’ Dio egli stesso.
Nota: Il termine 'Madre di Dio' non implica ne vuole affermare che Maria abbia creato o generato Dio o una delle sue persone (ipostasi) o che sia esistita prima degli altri uomini.
Maria ha fatto nascere Gesù Cristo, ovvero L'Incanrnazione del Logos (seconda persona della SS Trinità), non il Logos stesso.
Il dogma fu proclamato contro le eresie nestoriane che affermavano che Gesù esiste in due persone separate, l'Uomo Gesù e il Logos (seconda ipostasi della Trinità) separatamente.
Questo Dogma invece stabilisce che Gesù, come Incarnazione del Logos è UNA PERSONA CON DUE NATURE, una Umana ed una Divina. Quindi Maria è, per estensione, Madre di Dio in quel senso. |
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| Dogmi Teologici: DIO UNO E TRINO |
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Nella storia delle religioni si scoprono un po' dappertutto le triadi degli dèi e talvolta i tre dèi sono perfino ricondotti a una certa unità. Ad opera del sincretismo religioso questi dati offrirono tutti gli elementi di una teologia trinitaria.
In Egitto, per esempio, erano adorati Osiride, Iside e Oro; in Mesopotamia Anu, il dio del cielo, Bel, il dio della terra, ed Ea, il dio dell'oceano:
A Babilonia Marduk diviene il dio principale e le forze della natura furono personificate: la luna come padre, il pianeta Venere come figlio, il sole come madre o spirito.
Per i buddisti l'Essere supremo si chiama Brahma in quanto crea il mondo o, meglio, lo produce per emanazione; Vishnu in quanto lo conserva; Shiva in quanto lo distrugge, anzi lo riassorbe: una forma, tre divinità. In un'epoca più recente si parla anche d'una Trìmurli o Trinità. L'induismo riunì in quest'unico vocabolo Saccidananda, l'Essere puro (Sat), la pura Idealità (Cit), e la pura Felicità (Ananda)
Noi cristiani crediamo nel Padre (che crea), nel Figlio (che redime) nello Spirito (che santifica) e sosteniamo che esse sono tre PERSONE distinte, ma con in comune una sola NATURA, la natura divina. Solo il Figlio possiede anche la natura umana (quindi due nature).
E' un problema capire razionalmente queste cose?
Sì.
Per noi è difficile immaginare un posto (il cielo) dove ci sono tre persone divine di cui una è anche umana che rimangono tre e non diventano quattro e che si distribuiscono i compiti di creare, redimere e santificare. La nostra ragione non riesce a pensare questo in modo esauriente e soddisfacente.
Chi ci crede lo fa per fede.
La fede non è una cosa da ciechi e da ciuchi; non è una cambiale in bianco; non è un salto nel buio. La fede è un dono che ognuno trova dentro di sè quando nasce in un contesto religioso cristiano e che è libero di sviluppare o di rifiutare nello sviluppo della propria personalità.
La fede non è la religione.
Siamo in molti a credere in Dio, in Cristo, nello Spirito, ma siamo di religioni diverse (cattolici, ortodossi, anglicani, protestanti...). |
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| Dogmi Teologici: DIO E' CATTOLICO? |
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DIO E' CATTOLICO?
E' da tempo - da almeno 30 anni - che nel mondo cattolico sentiamo l'esigenza di una fede adulta, di un cattolicesimo non baciapile, di una gerarchia di servizio e non di potere, ma non troviamo il modo di dare un "sistema" ai veri pensieri che circolano numerosi e fecondi in tutto il mondo cattolico. Molti di noi, in sintesi, si chiedono se Dio sia cattolico.
Voglio provarmi a sintetizzare il mio pensiero che, lo ripeto, è sempre "in fieri".
Dio non è cattolico, come non è protestante, anglicano, musulmano, ebreo...Dio è Dio e basta.
Questa prima affermazione mi porta ad una riflessione più profonda: so che parto dal postulato che Dio esista.
Dio esiste come essere supremo, come qualcuno che sta sopra la natura in genere (natura umana compresa) e che è punto di riflerimento non solo del pianeta Terra, ma dell'Universo in cui questo pianeta è inserito.
Sì, lo so: per molti filosofi Dio è un'invenzione dell'uomo.
Molti ritengono che Dio (che potrebbe essere Jawhè, Zeus, Giove, Allah, il Grande Spirito, l'Essere Supremo...) in realtà non ci sia mai stato. Sono gli uomini che si sono inventati una persona (o più persone) che esiste nel cielo e che governa il mondo.
Si rincara e s'aggrava l'affermazione sostenendo che Dio è un'invenzione della casta sacerdotale che, sfruttando la superstizione o comunque il senso di mistero che circonda la vita di ognuno, s'è inventata un Qualcuno di cui essa diventa tramite. Le conseguenze sono inevitabili: la casta tiene in pugno il villaggio, il popolo, la nazione, il mondo e va spesso a braccetto col potere politico che la blandisce quando trova il modo d'accordarsi, la vessa e la persegue quando l'accordo non si trova. Esempi che confortano questa tesi se ne possono trovare a iosa sia nella Bibbia che in altre storie di religioni.
Il "Dio invenzione dell'uomo" sarebbe una "comodità" per tutti. Per l'uomo stesso che lo prega nelle varie forme e secondo le liturgie delle diverse religioni; per la casta sacerdotale che su questo ci campa; per il potere politico che ha costruito le sue fortune sia appoggiandosi su Dio che combattendolo.
Per me Dio esiste. Non l'ho incontrato personalmente perchè finora non mi si è mai materilizzato davanti alcunchè di roveto ardente, vergine piangente, Cristo sanguinante ed altre visioni mistiche del genere, ma lo sento come parte della mia vita quotidiana. A me basta il Cristo di Dio che si è incarnato e che, in tre anni, vagando per le strade della Palestina, ha rivoluzionato il mondo e tuttora sa dare una risposta ai problemi di ogni uomo.
Se di tutti i vangeli, canonici e non canonici, facessimo un libro solo, basandoci sull'essenzialità cristiana, forse verrebbe fuori un volumetto di 30 pagine, ma sarebbe un condensato di spiritualià e di etica tale che farebbe venire la voglia di mandare al macero intere biblioteche. |
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| Dogmi Teologici: INCARNAZIONE DI DIO |
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Dio Trinitario si è fatto uomo in Cristo Gesù, nato a Betlemme di Giudea al tempo del re Erode da Maria di Nazareth, sposa di Giuseppe di Nazareth.
1. Cristo è Redentore dell'Uomo. L'affermazione è scontata verbalmente. Non so quanto lo sia praticamente. Penso che per molti cristiani lo sia pochissimo.
2. Cristo ha sconvolto gli schemi del perbenismo di tutti i tempi. Ecco perchè affascina, ma anche viene lasciato ai margini. Come un bel quadro: lo si contempla, ma lo si lascia al museo. Lì non dà fastidio.
3. Cristo ha lasciato un messaggio:il Vangelo. Sulla storicità del personaggio non vi sono dubbi. Sulla storicità di alcune affermazioni attribuite a Cristo, sì. Ma è importante il nucleo del messaggio, l'Amore. Si dice che solo chi muore,dà la vita; solo chi si fa schiavo, è libero; solo chi sa perdere, guadagna; solo chi serve è signore.
4.Postilla: e CRISTO RE? Cristo re è una festa istituita dalla chiesa per significare la sovranità spirituale di Cristo sul mondo. E' un po' anacronistica, ora, ma per molti esercita ancora un suo fascino. Conclude l'anno liturgico e in genere avviene alla fine di novembre |
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| Dogmi teologici: ASCENSIONE DI GESU' |
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I Vangeli testimoniano che Gesù, 40 giorni dopo la risurrezione, salì al cielo con il proprio corpo.
L'episodio avvenne presumibilmente in zona monte degli ulivi.
Il concetto: Gesù - Dio incarnato che assume la natura umana e quella divina - sale al cielo con il proprio corpo risorto dopo la morte.
Il problema è "dove" è finito quel corpo e se quel corpo è lo stesso che Gesù aveva sulla terra, cioè un corpo come il nostro.
Non credo che sia così.
Credo che Gesù sia salito al cielo con un corpo visibile materialmente ai discepoli, ma incorruttibile ed impalpabile. Credo, cioè, che Gesù abbia voluto significare che tornava da dove era venuto facendosi vedere e con questo ricordare che il corpo materiale e corruttibile, creato da Dio, assumerà dopo la morte un aspetto immateriale anche se riconoscibile. |
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| Dogmi Teologici: I SACRAMENTI |
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"Essi sono segni efficaci della Grazia, istituiti da Gesù Cristo per santificarci"
(Catechismo di Pio X)
1. In genere.
- Segni: cioè simboli, cioè realtà visibili che rimandano a qualcosa di invisibile e di intangibile.
- efficaci: cioè che hanno efficacia, producono qualcosa. Che cosa? Un modo di vivere ispirato al Vangelo. Si può vivere il vangelo SENZA i sacramenti, ma essi aiutano a vivere meglio il messaggio di Cristo.
- della Grazia: in greco si dice kàris (da cui deriva anche carisma) . La Grazia, per chi crede in Cristo, è un modo di essere. Si è in "Grazia" quando si vive il vangelo alla lettera.
- istituiti da Gesù. Qui non è proprio tutto verissimo. Gesù ha invitato a battezzare nel suo nome e basta.
- per santificarci: cioè per aiutarci a vivere in uno stato di Grazia.
2. In particolare.
Sono sette:
- Battesimo: è il segno dell'appartenenza al popolo di Dio. Chi non è battezzato NON appartiene al popolo di Dio? Sì! Vi appartiene perchè Dio non fa differenza di persone, ma chi è battezzato si impegna ad essere testimone del vangelo.
- Confermazione: non fu istituito da Cristo, ma si ispira al fatto che Gesù inviò lo Spirito santo perchè gli Apostoli si sentissero "forti" nell'annuncio della fede.
- Eucaristia: è il segno della presenza reale di Gesù in mezzo a noi, è la memoria reale del suo ultimo gesto di solidarietà prima di morire quando prese il pane ed il vino e li rese segno della sua carne e del suo sangue che sapeva che avrebbe sparso per il bene del mondo
(questi tre sacramenti sono definiti anche dell'iniziazione cristiana)
- Penitenza: è un segno della misericordia di Dio. E' difficile vivere il vangelo e possiamo sempre sbagliare. Attraverso un sacerdote (o personalmente) possiamo chiedere perdono a Dio e riprendere.
- Ordine e Matrimonio: sono due segni della Grazia di Dio per aiutare a vivere meglio uno stato di vita. Non sono incompatibili fra loro.
- Unzione dei malati: è un segno della vicinanza di Dio a chi soffre. |
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| DOGMI ECCLESIALI: Infallibilità pontificia |
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Sì, l'infallibilità pontificia è un dogma della chiesa cattolica codificato da Pio IX nel Concilio Vaticano I.
Il dogma sostiene che il papa di Roma è infallibile quando parla "ex cathedra" in materia di fede o di morale. Faccio un esempio: Pio XII, nel 1954, annunziò come dogma l'Assunzione di Maria. Fino ad allora era possibile credere o no che Maria fosse stata assunta in cielo con il corpo. Da allora è una verità di fede obbligatoria: se non ci si crede si è scomunicati.
Così è per l'infallibilità del papa: per chi non ci crede o non l'accetta vi è la scomunica.
Il mio pensiero.
Si sa dalla storia che l'infallibilità pontificia fu voluta strenuamente dal papa Pio IX (canonizzato da Giovanni Paolo II), ma che non trovò l'unanimità dei consensi dei vescovi a Roma convenuti. Gli eventi storici del tempo (la minaccia dei piemontesi con la breccia di Porta Pia) giocarono un ruolo abbastanza decisivo: la minaccia dell'invasione di Roma fece chiudere il Concilio Vaticano I in fretta ed in furia e con le stesse modalità fu approvata l'infallibilità pontificia.
Va detto che i papi successori di Pio IX non fecero abuso di questa prerogativa, ma bisogna riconoscere che questo dogma è un freno notevole verso il cammino dell'unità dei cristiani come ebbero a riconoscere Giovanni XXIII prima e Paolo VI, poi.
Il dogma è, a mio modesto avviso, l'espressione di una chiesa temporale che intendeva rafforzare il proprio potere, a scapito di una reale ricerca di autenticità. Moltissimi cattolici si ribellarono a questo dogma e nacque la cosidetta chiesa vetero-cattolica che esiste tuttora e che è preconciliare al Vaticano I (accetta il sacerdozio uxorato, non riconosce l'infallibilità, l'Assunzione ecc). Questa chiesa, come si sa, ha propri vescovi e preti in linea con la successione apostolica.
Non credo che Benedetto XVI (anche se dovesse condividere la linea dell'assurdità dell'infallibilità pontificia) abbia la forza di fare retromarcia. Vedo questo pontificato più orientato al mantenimento dello statu quo, piuttosto che a slanci innovativi. Del resto, da Cardinale Prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede, fece ricorso a proclami dogmatici facendoli avallare da Giovanni Paolo II (ricordo, una per tutti, la Dominus Jesus).
Concludo: io non credo che il papa sia infallibile neppure in materia di fede e di morale.
Perchè?
Perchè in materia di fede è già stato detto tutto e si continua a studiare tutto ed il contrario di tutto.
In materia di morale: la morale è da adeguare ai tempi. Bisogna tener fermi i principi, ma calarli nella realtà.
Il mio professore di dogmatica raccontava un aneddoto: ad un suo allievo che gli chiedeva come saranno la fede e la morale nel regno dei cieli, San Tommaso diceva: la fede? Sarà taliter qualiter. E la morale?,incalzava l'allievo. Totaliter aliter, rispondeva il santo. |
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| Verità di fede: I MIRACOLI |
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Il termine deriva dal greco "PARADOXON" (da cui il nostro italiano "paradosso") che letteralmente significa "vicino alla somiglianza", cioè cosa anormale, ma verosimile, ma anche "dimostrazione stupefacente".
Molti non credono ai miracoli dei vangeli. E con questo dicono che Gesù e tutto il resto sono una bufala.
Vedo se ce la faccio ad essere chiaro e semplice.
1. I miracoli non sono esercitazioni di magia. La moltiplicazione dei pani, per esempio, non ha fatto di Gesù il mago fornaio o il mago pescatore: ha semplicemente stimolato una società egoista a condividere. Molti avevano da mangiare, ma non volevano condividerlo con altri. Gesù ha fatto questo miracolo che è molto più importante dell'aver moltiplicato pani e pesci.
2. I miracoli sono segni dell'amore di Dio per l'uomo. Gesù che guarisce il cieco nato o lo zoppo o il lebbroso è un segno dell'amore di Dio per l'uomo. Può essere che non abbia guarito i lebbrosi in senso vero, ma li abbia esortati all'igiene (Lavatevi e poi andate dai sacerdoti) e che la lebbra sia sparita: si sa che una delle cause della lebbra è la carenza di igiene.
3. I miracoli dei santi sono da prendere un po' con le pinze. Ma non è da prendere con le pinze la loro totale dedizione a Dio. |
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| Verità di fede: CULTO DEI SANTI |
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E' giusto esporre un cadavere sull'altare?, mi chiede un lettore.
Messa così, direi di no.
Ma la domanda è opportuna per capire il senso delle feste dei santi o dei beati e, comunque, della venerazione che nel mondo cattolico si dedica a chi in particolare modo ha vissuto radicalmente il Vangelo.
Cominciamo a distinguere tre modi di venerazione che forse nessuno più conosce:
- la latrìa: (dal greco) è il culto di adorazione che si deve solo a Dio
- la dulìa. (dal greco) è il culto di venerazione (non adorazione) che si deve ai santi
- l'iperdulìa: è la venerazione che si deve alla Madonna.
Detto questo veniamo ai "cadaveri esposti in teche", per usare l'espressione del visitatore del mio sito.
Fin dalle origini i cristiani - riprendendo una tradizione del culto dei morti - seppellivano i morti senza cremazione in omaggio alla credenza (per fortuna smontata e smentita) che il corpo doveva riposare in attesa della risurrezione. Nacque poi una forma di venerazione che rasentava la superstizione: sembrava che persone che particolarmente si erano distinte in vita nel seguire e praticare il messaggio evangelico, continuassero, anche dopo la morte, dal sepolcro, ad emanare particolare energia...come dire? ... edificante. Non solo avevano il potere di suggerire di imitare il loro stile di vita, ma anche...in certi casi... di aiutare "materialmente" chi s'affidava a loro (per es. sopportando più serenamente le prove della vita, una malattia...).
Da qui il culto presso queste tombe.
Da qui il passaggio-facile-all'attribuzione di determinati poteri di "ascolto" presso Dio.
Da qui...il passaggio - a volte commerciale - allo stato di culto che arrivava ad esumare il cadavere, imbalsamarlo, operare interventi di maquillage (maschera di cera,ecc) ed esporlo alla venerazione.
Nei secoli, poi, le cose sono degenerate. Si è data maggiore importanza al fatto miracolistico più che alla sostanza della testimonianza della persona e si è arrivati ad una vera e propria "latrìa" che ha pregiudicato la stessa vita di fede.
Rispondo alla domanda iniziale: per me non ha senso esporre la salma di un santo o di una santa. Come non ha senso insistere il fatto che la salma - dopo anni - non ha visto la corruzione, quasi che questo fosse un segno di Dio.
Ha senso riportare il culto della persona a quello che fu: un esempio di vita evangelica vissuta.
A me non sono mai piaciute faraoniche cerimonie con il deus ex machina che fa scendere o salire l'effige del santo o del beato nella gloria del Bernini in San Pietro.
Il messale - più sobrio - ci ricorda, nel prefazio del giorno di Ognissanti, che essi furono "modelli di vita". Basta.
La chiesa gerarchica indica alla chiesa militante alcune persone (intendiamoci: ce ne possono essere moltissime altre che non hanno avuto la fortuna di avere una congregazione o un patrocinatore della causa e che pertanto rimangono sconosciute) che hanno cercato di vivere fino in fondo, con la Grazia di Dio, il messaggio evangelico. Rimangano tali: amici e modelli di vita.
Il resto?
E' solo - duole dirlo - commercio del sacro.
I SANTI SONO SOLO QUELLI DEL CALENDARIO?
Anzitutto diciamo che tutti siamo santi perchè santificati dalla morte e risurrezione di Cristo. Diciamo anche che è nostro dovere tendere alla santità. La Chiesa ha pensato, nel periodo medioevale, di indicare alcune persone che si sono distinte per virtù come modelli di vita. L'inflazione di santi che ha voluto il papa Giovanni Paolo II ha creato non pochi dubbi e molta confusione. |
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LE DIMISSIONI DEL PAPA
(14.4.12)
Si fa un gran parlare delle dimissioni del papa. Il tema è sempre stato all'ordine del giorno non solo con questo pontefice.
Vediamo di capire meglio il significato e le conseguenze di dimissioni papali.
Lo stesso papa Ratzinger, nel libro-intervista con Peter Seewald, parlò di possibilità di dimissioni. Il codice di diritto canonico (can 332) le prevede e si sa che, nella storia, un papa - uno solo - si dimise: Celestino V.
Lo stesso Paolo VI, stremato dalla malattia, stava prendendo in considerazione questa possibilità (morì però in quelle stesse settimane). Infine è stato scritto che Pio XII, minacciato di deportazione dai nazisti, sotto l’occupazione tedesca di Roma scrisse una lettera di dimissioni da rendere pubblica in caso fosse stato fatto prigioniero, affinché Hitler non potesse mai dire di avere nelle sue mani il Vicario di Cristo, ma solo il cardinal Pacelli.
Si ventilò la possibilità di dimissioni anche durante il pontificato di Giovanni Paolo II quando il papa era ormai preda di una terribile malattia.
Il papa può dimettersi, quindi, ma, se si dimette, cosa succede?
Azzerate le cariche di tutti gli altri, il Decano – secondo le norme vigenti – celebra la messa solenne «pro eligendo romano pontifice» e guida le congregazioni all’elezione del nuovo papa. Il CIC non prevede se il pontefice dimesso possa partecipare alle sessioni cardinalizie, ma secondo me non dovrebbe partecipare e ritirarsi senza influenzare nulla.
Verrebbe eletto il nuovo pontefice il quale dovrà rendere omaggio al suo predecessore che, secondo me, non dovrebbe essere più insignito dei titoli tipici del Papa (Servo dei servi di Dio, Romano Pontefice, Primate della chiesa cattolica d'Occidente ecc), ma semplicemente chiamato col nome che scelse quando fu eletto: BenedettoXVI.
Per evitare confusioni, collusioni, dicerie ecc.ecc. il papa che si dimette dovrebbe ritirarsi in luogo appartatissimo ed avere a disposizione il suo segretario e basta.
Alla sua morte, a mio avviso, ha diritto ai funerali solenni del pontefice e di essere sepolto dove vorrà.
Il nuovo pontefice ha da subito pieni poteri.
L'anello piscatorio del pontefice precedente andrà rotto e si dovranno compiere tutte le adempienze che il cerimoniale prevede quando muore il Sommo Pontefice.
Il papa dimissionario può aiutare la sua chiesa in un solo modo: con la preghiera. Non dovrà mai più comparire in pubblico e mai rilasciare interviste o ricevere cardinali di curia o pastori di diocesi.
Il papa che si dimette deve sapere che lo fa per il sommo bene della chiesa e che per questo deve continuare ad essere il servo totale della chiesa che ha governato. Per essere tale ha una sola scelta: la clausura e il silenzio. |
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IL SACRO
Dal sito della rivista Zetesis ho trovato un'interessante riflessione che rielaboro.
l. L'esatto valore del latino sacer può essere precisato in maniera abbastanza agevole. Sacer è ciò che appartiene al dio . Il seguente esempio di Plauto (Trin., 286) chiarisce molto bene i limiti semantici della parola: sacrum profanum, publicum privatum habent. Secondo un procedimento abbastanza usuale, vengono impiegate delle coppie di aggettivi esprimenti l'uno l'esatto contrario dell'altro per esprimere la totalità, così che il contesto viene a significare «non rispettano proprio nulla». È chiaro che, per poter meglio confermare quest'idea, le due coppie di aggettivi devono avere qualche rapporto semantico fra di loro: entrambe devono indicare il tutto, ma da due punti di prospettiva differenti e nello stesso tempo legati da qualche relazione. Sacrum indica la sfera di ciò che ha riferimento col dio, publicum indica la sfera dei rapporti fra gli uomini nell'ambito della collettività e della sua organizzazione: i due piani si integrano fra di loro, e il piano dei rapporti fra gli uomini può essere considerato solamente alla luce del piano dei rapporti fra uomo e dio.
Abbiamo pertanto il seguente schema:
sacer (appartenente al dio) ~ profanus (non appartenente al dio)
publicus (appartenente allo Stato) ~ privatus (non appartenente allo Stato). Nelle due relazioni, publicus si rivela termine intermedio anche nel seguente esempio plautino (Trin., 1044): mores autem rapere properant qua sacrum qua publicum «la morale corrente è quella di impadronirsi di tutto ciò che non appartiene al singolo, sia perché proprietà del dio sia perché proprietà dello Stato» . Ancora, la contrapposizione fra sacer, publicus e privatus, con publicus termine intermedio fra i due, è presupposta nelle espressioni sacra pecunia 'denaro di proprietà del dio' e privata pecunia ‘denaro appartenente al privato' (Quint. IV 2, 8), alle quali si può accostare l'uso di pecunia publica 'cassa comune della collettività (in questo caso l'esercito)'.
2. Ulteriori considerazioni sono possibili alla luce dell'etimologia indeuropea. Sacer risale a una radice sak-, che ha numerosi riscontri nelle lingue italiche : osco sakoro 'sacra' (nom. sing. femm.), sacrid abl., sakrím 'hostiam', sakarater 'sacratur', anche sakaraklum 'sacellum', sakra 'sacras', sacre 'sacrum', ecc. In latino da questa radice abbiamo una formazione in -ro-, sakros (attestato in questa forma nel cippo del Foro), e una formazione in -ri- con allungamento della sillaba radicale sopravvissuta solamente nell'espressione porci sacres. Tra i composti e i derivati basterà richiamare sacerdos (con la radice dhē- di tíqhmi, quindi propriamente 'colui che compie le azioni sacre'), sacrificium 'rito sacro', sacellum (da sakro-lo-), sacrarium, sacramentum, ecc.: come si vede, ognuna di queste parole sviluppa solamente alcuni dei significati che sono compresenti in sacer .
Secondo la definizione di Festo (p. 424 L) homo sacer is est, quem populus iudicavit ob maleficium; neque fas est eum immolari, sed, qui occidit, parricidii non damnatur. L'uomo dichiarato sacer dunque non è giudicabile secondo la legge umana: il fas, che in quanto tale è superiore al ius e comprende dentro di sé le categorie fondamentali secondo cui il ius deve organizzarsi, proibisce la vendetta della persona «sacra» da parte dei tribunali. Nulla meglio di questo indica l'estraneità al ius di ciò che è dichiarato sacer.
E' qui che volevo arrivare. Da questa cultura latina deriva tutta la tutela del sacerdote che si è perpetuata nel diritto civile fino ad oggi.
Tutela che non condivido.
Il sacro appartiene ad una sfera che è intima e persona di ogni uomo, il sacerdote, uomo del sacro, è uomo che deve essere comunque sottoposto alla legge degli uomini fra i quali si trova.
L'essere uomo del sacro non l'affranca da responsabilità personali, nè da leggi, nè da doveri ai quali tutta la comunità che serve in quanto uomo del sacro si deve attenere. |
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SUL VOLTO DI GESU'
(25.01.12)
Al Teatro Parenti di Milano è stata rappresentata la piéce di Romeo Castellucci "Sul vero volto di Gesù". Già contestata in Francia, è arrivata in Italia preceduta dalla fama blasfema con cui un cattolicesimo ancora troppo integralista boccia come oltraggio tutto ciò che non considera doveroso omaggio.
E' sempre accaduto nella storia della religione cattolica: Dario Fo fu "condannato" per "Mistero Buffo" e chi non ricorda le vesti stracciate quando venne presentato nelle sale "Jesus Christ Superstar?" Il gesuita Nazareno Taddei, fra i massimi scienziati della comunicazione, narrava volentieri curiosi episodi di censure che cattolici osservanti sparavano a zero contro Federico Fellini o Pierpaolo Pasolini.
Non ho potuto seguire la rappresentazione di Castellucci e, pertanto, non sono in grado di difenderlo o accusarlo di blasfemia.
Ma vorrei ribadire un concetto che va oltre la piéce teatrale incriminata: un'opera d'ingegno va trattata e rispettata come tale. Da tutti, anche dagli osservanti religiosi cattolici.
Molti cattolici s'indignarono quando si seppe che iman della religione musulmana ordinarono di uccidere Salman Rushdie per i suoi "Versi Satanici" ed invocarono il rispetto delle espressioni culturali, oltrechè l'appello alla difesa della vita di ogni uomo.
Non saranno gli stessi cattolici che oggi biasimano la rappresentazione "Sul concetto di volto di Dio", ma questo non nega il fatto che il livello d'intolleranza sia il medesimo.
Il punto su cui riflettere è proprio questo: ogni religione ha diritto di essere praticata e rispettata, ma gli stessi adepti della religione hanno il dovere di non condannare a priori nessuno.
Non so se nella rappresentazione del "Parenti" qualche pubblico ministero potrà ravvisare il reato di blasfemia, ma so che le mascherate di messe di riparazione celebrate su pulmini improvvisati ed incivili manifestazioni di dissenso che sono giunte fino all'oltraggio personale rivolto a chi si recava a teatro, sono solo il segno pericoloso di un'intolleranza religiosa che molti di noi s'auguravano fosse tramontata.
Da cattolico osservante e praticante ritengo che i miei fratelli nella comune fede nel Dio di Cristo abbiano paura del mondo che Dio ha creato, temano di gettarsi civilmente in una mischia in cui dovrebbero essere seme che marcisce nella terra e sale che dà sapore e, invece di luce sul moggio che illumina tutta la casa, preferiscano difendere il proprio credo con le armi dell'offesa e della discriminazione.
Il volto di Gesù, ancora una volta, esce appannato. Forse per colpa della rappresentazione incriminata, ma - senza forse - per un pericoloso integralismo che neppure il Cristo volle. |
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Riprendo un tema già trattato perchè mi pare che la riflessione sull'essere cattolico in questa chiesa debba continuare.
Piergiorgio Beghin scrive: "Quando l’espressione cattolici adulti fu usata impropriamente per indicare una distanza da certe prese di posizione della Chiesa, io mi definii cattolico infante secondo l’etimologia che mi pare sia balbettante, insomma che fa fatica a parlare. Dissi che io balbettavo come un bambino che aveva pertanto bisogno di stare tenacemente attaccato a sua madre come un’ostrica al suo scoglio. Fu questo l’invito di mio padre, grande uomo di fede capace di impegno religioso e civile nel secondo dopoguerra, indimenticato sindaco di Chioggia per due tornate negli anni della ricostruzione. “E soprattutto siate attaccati alla chiesa come ostriche allo scoglio…” ci disse, e noi ci stiamo provando dentro le circostanze che ci son date e con tutti i nostri limiti. L’altra lezione che mi rende fiducioso come un bambino è la voce di mia madre che mentre c’è l’elevazione mi soffia all’orecchio quella litania che mi rimarrà per tutta la vita: “Mio Signore e Mio Dio!”. E’ l’espressione di un bambino che si china di fronte ad una cosa che non può capire ma che accetta. Io credo che essere adulti significhi proprio accettare queste due lezioni: essere attaccati ad un punto sorgivo ed accettare il Mistero che incombe nella nostra vita…"
C'è chi sostiene che essere cattolici adulti significhi contrastare il Magistero ordinario e solenne. Secondo me è una bufala. Un cattolico è cattolico e basta. Un cattolico non è adulto perchè dissente dal Magistero del papa e dei vescovi e neppure perchè si fa una sua chiesa. Un cattolico è una persona che crede nel messaggio di Cristo, si riconosce appartenente alla Chiesa e con essa dialoga anche in merito a dogmi o leggi incompprensibili cercando di capire e di dare il proprio contributo per migliorare il cammino di ricerca della Verità. Chi si comporta così non è un cattolico adulto: è semplicemente cattolico. Semmai è la gerarchia che deve rivedere certe proprie posizioni dogmatiche e scendere da cavallo. Rimango abbastanza perplesso quando sento parlare di valori non negoziabili. I valori non si negoziano: o sono valori o non lo sono. Se non lo sono, sono disvalori. A mio avviso spesso si confonde l'ossequio al Magistero ed il rispetto per la gerarchia con l'obbedienza ai dettami della gerarchia stessa. Papa e Vescovi vanno rispettati, ma non seguiti ciecamente. Se osserviamo la chiesa delle origini (dove di dogmi non ce n'erano) gli stessi Pietro e Paolo discussero animatamente sul fatto che i pagani che abbracciavano la fede cattolica dovessero essere circoncisi ed osservare pratiche della legge giudaica. Arrivarono ad una conclusione dopo aver pregato ed invocato lo Spirito. Questo si deve fare: mettersi in ginocchio davanti allo Spirito. Tutti lo devono fare per cercare assieme la Verità. Il resto sono solo chiacchiere. |
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| INDISSOLUBILITA'DEL MATRIMONIO |
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"È di nuovo baruffa negli Stati Uniti tra teologi e autorità ecclesiastica. Questa volta a finire in odore di eterodossia sono il francescano Kenneth Himes e il canonista James Coriden, che nel 2004 pubblicarono sul mensile Theological Studies, edito dai Gesuiti a Milwaukee, un saggio che metteva in discussione l'indissolubilità del matrimonio. Nel fascicolo dello scorso giugno, poi, la stessa rivista ha pubblicato un articolo riparatore a firma del gesuita Peter F. Ryan e del teologo morale Germain Grisez che afferma la «assoluta impossibilità di correggere la dottrina del matrimonio indissolubile». A dar fuoco alla santabarbara della polemica, tuttavia, è stato il National Catholic Reporter, autorevole testata di tendenza progressista, che a settembre ha rivelato un retroscena: la rivista è stata «obbligata dalla Congregazione per la dottrina della fede vaticana a pubblicare, con una prassi piuttosto inusuale», l'articolo di replica."
Ho ripreso il testo da Jesus.
Il mio pensiero è molto semplice.
Il testo evangelico sul tema è chiaro:"...perciò l'uomo lascerà suo padre e sua madre..."; e ancora:"...per la durezza del vostro cuore Mosè permise il divorzio, ma all'inizio non fu così".
Credo che per un cristiano il matrimonio debba essere indissolubile e si debba arrivare a questa scelta, se si vuole celebrare il matrimonio sacramentale, con grave assunzione di responsabilità da parte dei due contraenti. Il resto...non c'è un resto. Tralascio quel che può succedere durante il percorso matrimoniale e quindi non entro nel merito di possibili separazioni o di errori commessi nella valutazione della propria vita a due da parte della coppia: la misercordia di Dio supera le leggi ed i dogmi.
Ma il principio deve rimanere: il sacramento matrimoniale è un segno della Grazia di Dio e della Grazia che Dio comunica agli sposi. E' in nome di questa verità di fede che il credente affronta il percorso matrimoniale convinto che le inevitabili difficoltà vadano superate. |
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| PROBLEMI CHE SCOTTANO: E' necessaria la religione? |
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In vari miei interventi ho sempre distinto la religione dalla fede. Più di una volta, nel rispondere personalmente ai miei lettori su vari quesiti, ho insistito sul tema affermando: un conto è la religione, un conto è la fede. La fede è una realtà comune a tutte le persone, di tutti i tempi ed a tutte le latitudini. La religione è una modalità di incarnazione della fede che l'umanità ha realizzato in tutti i tempi ed a tutte le latitudini.
Sorge quindi spontanea la domanda/riflessione: ma la religione è necessaria?
Sì.
La risposta è schietta e, se si vuole, anche brutale. Nessuno può fare a meno di una religione. Anche chi si professa ateo, ha una propria religione, l'ateismo.
Vi sono molti fenomeni che l'umanità non sempre capisce: a questi fenomeni la religione tenta di dare una risposta.
Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo? Perchè io sono nato in quell'anno ed in quel giorno, in quella famiglia, in quella città, in quella nazione e in quel continente, invece di nascere 10,100,1000 anni prima (o dopo), in altra famiglia, città, nazione, continente? Perchè la sofferenza?
Queste ed altre domande tormentano da sempre l'umanità ed ogni religione cerca di dare una risposta a questi interrogativi.
Ogni persona raggiunge (o cerca di farlo, consapevolmente o inconsapevolmente) un proprio livello di coscienza, ma quando si trova di fronte a fenomeni strani che accadono nella propria vita personale o collettiva, non sapendo dare risposta, trova una spiegazione nella religione.
Qualcuno ricoderderà un filosofo greco, Eraclito, che distingueva l'umanità in "svegli" e "dormienti". La distinzione non voleva essere offensiva: Eraclito sosteneva che i dormienti non comprendono lo scorrimento perpetuo degli accadimenti e delle cose e ne rimangono come soggiogati, ostaggi di false (facili) credenze, ognuno creandosi una propria dimensione soggettiva, un proprio mondo. Gli svegli, comprendendo la differenza tra la parola e la cosa, riescono a cogliere l'armonia dei contrari, che è la legge che regola l'universo (enantiodromia).
Gli "svegli" sono pochi, rispetto ai "dormienti" e questi ultimi hanno bisogno di sentirsi tranquillizzati: da qui la necessità di una disciplina che regoli le cose, abbia risposte pronte a fenomeni inspiegabili: la religione, appunto.
Non si può fare a meno della religione, ma si deve essere molto attenti a fruire di essa. Non può essere delegata ai sacerdoti o alle sacerdotesse.
Per essere chiaro: non mi riferisco solo al mondo cattolico, ma a tutto quello che sa di sacro. Ci sono persone oneste che sanno approfondire li sacre scritture, i misteri, i segreti di tante cose inspiegabili e con vero spirito di donazione e di servizio sanno aiutare i loro fratelli, pregare per loro e con loro, condividere con loro gioie e sofferenze. Ma ci sono persone che s'avvalgono della loro posizione per potere e denaro. Le alleanze fra il trono e l'altare sono comuni a tutte le religioni ed a tutte le caste sacerdotali di tutti i tempi e di tutte le fedi. |
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| Problemi che scottano: UNA FEDE ADULTA |
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“Al di sopra del papa, come espressione della pretesa vincolante dell'autorità ecclesiastica, resta comunque la coscienza di ciascuno, che deve essere obbedita prima di ogni altra cosa, se necessario anche contro le richieste dell'autorità ecclesiastica. L'enfasi sull'individuo, a cui la coscienza si fa innanzi come supremo e ultimo tribunale, e che in ultima istanza è al di là di ogni pretesa da parte di gruppi sociali, compresa la Chiesa ufficiale, stabilisce inoltre un principio che si oppone al crescente totalitarismo”. (J.Ratzinger, Commentary on the documents of Vatican II, vol. V, pag. 134, Herder and Herder, 1967-1969, New York).
E’ una lettura che consiglio a certi integralisti cattolici che s’oppongono ad ogni critica costruttiva nei confronti della gerarchia ecclesiastica. In altra parte del mio sito riporto un botta-risposta con il dr.Alberto Giannino, presidente dei docenti cattolici che la pensa diversamente. |
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| Problemi che scottano: IL SEGRETO PONTIFICIO |
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Il segreto pontificio fu introdotto dal papa Paolo VI in una lettera al card. Villot, allora sua segretario di stato. In sostanza: ogni notizia che viene siglata come segreto pontificio non può essere divulgata non solo a forze dell'ordine (polizia, carabinieri, magistrati...) di ogni nazione, ma anche a persone della chiesa stessa.
Il problema si è posto recentemente quando i delitti di pedofilia clericale sono stati posti sotto segreto pontificio (si ricordi la lettera dell'allora acrd. Ratzinger sui "delicta graviora").
Penso che il segreto pontificio debba esistere per quanto riguarda argomenti e temi che riguardano la chiesa nella sua essenza o sotto l'aspetto teologico-dogmantico (es. discussione sulla facoltatività del celibato del clero...), ma non si deve porre sotto segreto pontificio uno studio che riguardi la comunità civile. |
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| Problemi che scottano: LA PENA DI MORTE |
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Fino a poco tempo fa era considerato assolutamente normale che la società si difendesse dai suoi elementi più aggressivi togliendoseli di torno in modo definitivo. Gli antichi regimi, quasi sempre delle teocrazie basate sul principio di autorità, mettevano tranquillamente a morte i nemici dello stato: in Egitto li gettavano nel Nilo in sacchi ben chiusi, in Grecia, più filosoficamente, furono i primi ad interrogarsi sulla liceità di condannare qualcuno a morte (Platone sosteneva che si poteva fare, ma solo in casi veramente gravi), a Roma erano più pratici, e più cattivi: per i reati privati la legge del taglione andava bene mentre per i delitti contro il potere costituito si erano inventati un sacco di pene fantasiose, che andavano dalla decapitazione al taglio degli arti all’annegamento, fino alla sepoltura senza bisogno di essere morti. Per gli extracomunitari (lo erano tutti i non-romani) era prevista la crocifissione. Ai cristiani, considerati non a torto una seria minaccia per la stabilità dello stato, era riservata una pena di morte spettacolare, che fra l’altro consentiva ottimi incassi all’erario: la morte per sbranamento nell’anfiteatro Flavio, o in altri luoghi dedicati.
Il Medioevo fu illuminato dalla sinistra luce dei roghi sui quali bruciavano le streghe: nel celebre “Malleus Maleficarum” (“Il martello dei malefici”), i monaci tedeschi Spranger e Kramer teorizzarono tutti i delitti per i quali migliaia di emarginati, dissidenti, folli e deboli mentali potevano (dovevano!) essere arsi vivi.
Il primo barlume di coscienza civile appare nel XVIII secolo: il secolo dei lumi. Nel 1764 Cesare Beccaria, nel suo “Dei delitti e delle pene”, attacca il concetto di pena di morte: «Parmi un assurdo che le leggi, che sono l'espressione della pubblica volontà, che detestano e puniscono l'omicidio, ne commettano uno esse medesime, e, per allontanare i cittadini dall'assassinio, ordinino un pubblico assassinio.»
Più coraggioso, pochi anni dopo, sarebbe stato Leopoldo I di Toscana, che nel 1796 abolì d’un sol colpo tortura e pena di morte. Peccato che il coraggio gli sia durato solo quattro anni: nel 1790 Leopoldo reintrodusse infatti la pena di morte, per quei re(at)i che potevano toccarlo da vicino, come la sollevazione e la ribellione contro lo Stato. Nei confronti della pena di morte gli italiani avevano dunque cominciato comportarsi alla loro (alla nostra) tipica maniera: all’italiana. Il balletto dell’abolizione-reintegrazione sarebbe durato a lungo. Nel 1889 la pena di morte venne abolita. Poi però, nel 1926, Mussolini la reintegrò, pur se solo per i reati contro il re e la sua famiglia, per quelli contro la sua famiglia (sua di Mussolini), e contro il capo del governo (lui stesso). Giacchè c’era (la pena), Rocco, estensore nel 1930 del codice omonimo, ritenne che valesse la pena estenderla a molti altri reati. Dunque s’era di nuovo da capo. Poi il fascismo cadde, e con lui (de)cadde anche la pena di morte: era il 10 agosto del 1944. Ma la pena capitale non era morta del tutto: rimase infatti in vigore per i reati commessi dai fascisti e dai collaborazionisti. La Costituzione si occupò di sancire la definitiva scomparsa della pena di morte il 27 dicembre del 1947. Definiva definitiva? Ovviamente no: restavano fuori (cioè dentro la pena di morte) i reati commessi in tempo di guerra. La vicenda si conclude in tempi più che recenti: nel 1994 la pena di morte viene abolita nel senso letterale del termine, cioè senza alcun distinguo, e senza alcuna eccezione che confermi la regola.
E' vessatoria e non rende giustizia neppure alla società che è stata offesa da colui che viene giustiziato. Il più celebre condannato a morte della storia, Cristo, subì un processo ingiusto. Altri celebri condannati a morte come Socrate, non furono quasi neppure processati.
Alcuni dittatori furono giustiziati dal furore della folla.
Il credente che sa che Dio è il signore della vita, lascia a Dio la vita di ognuno.
Non è - infine - da trascurare l'errore giudiziario che non potrebbe essere più risarcito. |
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| Problemi che scottano: CONTRACCEZIONE E HUMANAE VITAE |
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LA CONTRACCEZIONE E L’HUMANE VITAE.
1. Da «Renovatio», IV (1969), fasc. 1, pp. 7-8: un commento del card Siri sull'interpretazione dell'Humanae vitae. LA MIE RIFLESSIONI SONO IN MAIUSCOLO
Nell’interpretazione della Humanae Vitae, agli effetti pratici, si è parlato di «coscienza». Non è mancato chi si è chiesto che ruolo poteva giocare la coscienza nel «dispensare» dal seguire il chiaro dettame del romano pontefice, che esclude i contraccettivi. Tutti sanno che cosa si è ritenuto rispondere da talune parti. Non è mancato chi ha conferito alla coscienza la capacità di decidere, se stare o meno al dettato del Papa. Qualcuno insomma ha «liberalizzato» la coscienza.
Può essere liberalizzata la coscienza?
IL PROBLEMA E' MAL POSTO. NON CI SI DEVE CHIEDERE SE PUO' ESSERE LIBERALIZZATA LA COSCIENZA, MA SE PUO' ESSERE FORMATA E COME DEVE ESSERE FORMATA. LA COSCIENZA E' LIBERA, COME LA PERSONA.
Vediamo.
La coscienza è uno strumento della persona umana. Certo, la persona umana è grande. Alla dimensione terrena si è aggiunta la dimensione della grazia e della destinazione alla «gloria» coll’ordine soprannaturale. Nel Credo si dice: «propter nos homines et propter nostram salutem descendit de coelis». La persona ha la autonomia, la libertà. Di grave c’è che alla «persona» ed alla sua libertà vanno sempre unite, per una ragione ontologica inevitabile, due altri concetti: la legge e la sanzione. La persona è libera, ma è moralmente astretta sempre alla osservanza della legge e, se non l’osserva, va soggetta alla sanzione. Sicché la persona è grande, ma è sotto il dominio di Dio che l’ha creata; e se, male usando della sua libertà, offende la legge di Dio o qualunque legge innervata in un modo o nell’altro dalla legge divina, deve aspettarsi la sanzione. È più piccola di Dio, è creata da Dio e, pertanto, né è infinita né può impunemente sottrarsi alla Sua volontà.
IL CARD.SIRI HA SCRITTO UNA SOMMA STUPIDAGGINE CHE MI FA SERIAMENTE PENSARE DELLA SUA TANTO SBANDIERATA INTELLIGENZA. HA CERCATO DI FARE UN RAGIONAMENTO LOGICO, MA DI LOGICA NON C'E' NULLA O QUASI. IL SUO ASSUNTO E':
- LA COSCIENZA E' STRUMENTO DELLA PERSONA
- LA PERSONA E' SOGGETTA ALL'OSSERVANZA DELLA LEGGE DI DIO
- CHI NON OSSERVA LA LEGGE DI DIO O I DERIVATI DA QUESTA LEGGE, VA SANZIONATO.
BREVEMENTE:
- LA COSCIENZA NON E' STRUMENTO, MA PARTE DELLA PERSONA (VEDI LUMEN GENTIUM)
- LA PERSONA E' SOGGETTA ALLA LEGGE SE ACCETTA DI ESSERE SOGGETTA AD UNA LEGGE. POTREBBE ANCHE RIBELLARSI. SE, PER ESEMPIO, VIVESSI IN UN PAESE DOVE MI OBBLIGASSERO AD AVERE UN FIGLIO SOLO E AD ABORTIRE TUTTI GLI ALTRI E IO NON LO VOLESSI, MI RIBELLEREI. SU QUESTO PUNTO (DEI FIGLI E DELL'ABORTO) SAREBBE D'ACCORDO ANCHE IL DEFUNTO CARDINALE, MA SE SI TOCCA LA CONTRACCEZIONE, ALLORA NO. CHE FACCIAMO? SE UNA COSA LA DICE IL CARDINALE ALLORA VA BENE, SE NON LA DICE LUI, ALLORA E' SBAGLIATA?
Sotto questo aspetto, evidentemente, la coscienza non può essere «liberalizzata».
La coscienza è la norma prossima della moralità. La questione è se questa norma prossima possa inventare le leggi, abolirle, sostituirle, deformarle. La coscienza giudica della moralità in concreto. Essa è intelligenza applicata ad un determinato e delicato ufficio. Per giudicare deve avere dei «criteri». Questi criteri li apprende a poco a poco, come apprende tutte le altre nozioni. I criteri sono necessari e, solo quando li ha appresi, la coscienza diviene «formata» ed «informata». Può esistere una coscienza che sia certa e tuttavia non sia «vera». In tal caso essa diventa «erronea» e servirà a scaricare la responsabilità del soggetto, quando esso non porta la colpa di tale errore, ma non sarà mai una coscienza che possa fare testo.
Il passaggio dalla coscienza vera alla coscienza erronea ammette sfumature infinite, come variatissimo può essere il giudizio sullo stato soggettivo della coscienza. Ma la coscienza che conosce la legge chiara e certa non può certo immergersi a bella posta in uno stato di confusione per trovar modo di fare quello che piace, contro la legge. Se lo fa, è colpevole. La coscienza, dinanzi a quello che è chiaro e deciso, è «necessaria» né più né meno dell’intelletto di fronte alla verità. La coscienza può avere degli stati di dubbio ed in tal caso ha il dovere di risolvere in qualche modo il dubbio. Se non lo risolve, il soggetto non può passare all’azione. Tutto questo dice chiaro che la coscienza, questa norma prossima del comportamento, non ê mai arbitraria, non è produttrice delle leggi e queste non può onestamente deformare o adattare ai propri comodi.
Certo, si deve seguire la propria coscienza, ma si deve essere sicuri che la coscienza sia sufficientemente formata ed informata, per avere criteri rispondenti alla verità.
IL CARDINALE DICE IN SOSTANZA: SE LA TUA COSCIENZA E' FORMATA COME DICO IO, ALLORA VA BENE. SE NO…SEI IN ERRORE!
Anche sotto questo aspetto la coscienza non può essere «liberalizzata». Tutti i dati e tutti gli stati soggettivi possono moltiplicarsi all’infinito e potranno servire a scusare un soggetto, non a dire che ha agito in coscienza retta, se così non è.
Esiste una norma morale chiara: le leggi negative agiscono «semper et pro semper». Come può la coscienza cambiare od annullare la norma quando essa è chiara ed è chiaramente espressa dal Magistero?
La coscienza è intrinsecamente legata alla legge e solo l’errore incolpevole o l’ignoranza invincibile potrà scusarla dalla macchia del peccato. Ma tanto l’errore incolpevole, quanto la ignoranza invincibile mai cambieranno la norma.
Ora quando il Papa ha parlato è possibile che la norma sia alterata a piacimento?
SI', E' POSSIBILE PERCHE' IL PAPA NON SI E' PRONUNCIATO EX CATHEDRA (ANCHE SU QUI VI SAREBBE PARECCHIO DA DIRE).
2. Benedetto XVI ha ribadito con forza il ''no'' del Vaticano sull'uso della pillola e di altri contraccettivi anche se, ha denunciato, molti cattolici nel mondo hanno difficolta' a seguire tali insegnamenti e la Chiesa cattolica deve anzi accrescere i suoi sforzi per far comprendere ''la bellezza dell'amore coniugale''. In un messaggio inviato ad un congresso internazionale sui 40 anni dell'Humanae Vitae (l'Enciclica con cui Paolo VI disse 'no' alla pillola), il Papa ha ribadito con forza che la contraccezione snatura ''la verita' intima'' del matrimonio e un eventuale controllo delle nascite puo' avvenire solo attraverso la conoscenza e l'osservazione dei periodi di fertilita' della donna. ''La possibilita' di procreare una nuova vita umana e' inclusa nell'integrale donazione dei coniugi'', ha scritto il Pontefice. ''Se, infatti - ha aggiunto il Santo Padre -, ogni forma d'amore tende a diffondere la pienezza di cui vive, l'amore coniugale ha un modo proprio di comunicarsi: generare dei figli. Escludere questa dimensione comunicativa mediante un'azione che miri ad impedire la procreazione significa negare la verita' intima dell'amore sponsale, con cui si comunica il dono divino''. Benedetto XVI ha poi ammesso che ''nel cammino della coppia possono verificarsi delle circostanze gravi che rendono prudente distanziare le nascite dei figli o addirittura sospenderle''. ''Ed e' qui - ha sottolineato - che la conoscenza dei ritmi naturali della fertilita' della donna diventa importante per la vita dei coniugi''. Il Papa e' cosciente di come la posizione della Chiesa cattolica in materia di contraccezione sia disattesa tra gli stessi credenti, ma cio' non significa cambiare gli insegnamenti dell'Humanae Vitae. Tutt'altro: occorre fare di piu' per convincere le coppie del ''meraviglioso disegno di Dio''. ''Possiamo chiederci - ha sostenuto Benedetto XVI -: come mai oggi il mondo, ed anche molti fedeli, trovano tanta difficolta' a comprendere il messaggio della Chiesa, che illustra e difende la bellezza dell'amore coniugale nella sua manifestazione naturale?''. ''Certo - ha osservato il Pontefice -, la soluzione tecnica anche nelle grandi questioni umane appare spesso la piu' facile, ma la tecnica non puo' sostituire la maturazione della liberta' quando e' in gioco l'amore''. ''Per questo - ha concluso il Santo Padre - il servizio che la Chiesa offre nella sua pastorale matrimoniale e familiare dovra' saper orientare le coppie a capire con il cuore il meraviglioso disegno che Dio ha iscritto nel corpo umano, aiutandole ad accogliere quanto comporta un autentico cammino di maturazione''.
In occasione del 40esimo anniversario dell'Humanae Vitae, Benedetto XVI ha tenuto a precisare la totale chiusura della chiesa cattolica verso ogni metodo artificiale della regolazione delle nascite mostrando due cose:
- l'incapacità della gerarchia di ascoltare i segni dei tempi
- il rifiuto delle posizioni di molti autorevoli esponenti della gerarchia stessa che - come si sa - già 40 anni fa consigliarono a Paolo VI di mostrare maggiore apertura.
Quando ero nel ministero e confessavo ricordo che al mio confessionale ricorrevano diverse persone alle quali i colleghi preti negavano l'assoluzione perchè il penitente o la penitente s'accusava di fare ricorso a metodi contraccettivi artificiali. L'imbarazzo era ancora maggiore perchè il collega chiedeva espressamente se il penitente facesse uso di contraccettivi anche quando questi non faceva cenno alla cosa, mostrando di non aver neppure rispetto non solo per l'intimità, ma anche per la coscienza del soggetto.
Ho sempre assolto tranne nei casi noti: aborto, IUD, legatura delle tube, vasectomia.
Non mi pare, riferendomi al kerygma, che la tradizione ecclesiale abbia dichiaratamente scelto che, per fedeltà al messaggio del Cristo, ogni atto coniugale debba essere aperto alla vita. Mi pare anche più ipocrita che, se si vogliono escludere i figli in un rapporto di coppia, si faccia ricorso ai cosiddetti metodi naturali che, oltre ad aver mostrato spesso la loro inefficacia, sono più immorali dell'uso del preservativo o della pillola o del diaframma o di quant'altro.
E' chiaro per ognuno, infatti, che una coppia di coniugi egoisti che non vogliono figli dal proprio matrimonio e in cui la donna alterna i periodi di fertilità con la precisione di un orologio svizzero, questi possano stare tranquilli in coscienza perchè fanno l'amore senza Control e senza controlli ecclesiali, non contravvenendo ad alcuna norma.
A mio modesto avviso Benedetto XVI questa volta non ha centrato il problema che non è quello che ribadire la posizione anodina del no ad ogni forma di contraccezione artificiale, ma quello di pensare che la vita è un dono di Dio che va qualitativamente vissuta. E come qualitativamente vivano la vita le migliaia di bambini che ogni giorno muoiono di fame, razzolano fra l'immondizia cercando granchi che ingoiano vivi e che sono generati dallo sterco loro o dei loro compagni di sventura, lo lascio immaginare a chiunque.
Chiunque può anche immaginare come si senta una donna che non ha la fortuna di aver sposato un uomo che la rispetta e che la prende come e quando vuole come il gallo fa con la gallina.
Chi ha un po' di dimestichezza con coppie in crisi o matrimoni sulla borderline, sa cosa significhi un rapporto coniugale vissuto a metà per paura di concepire un figlio che, se il matrimonio si spezza del tutto, sarà sballottato tra un padre ed una madre che si possono definire tali solo perchè lo spermatozoo di uno s'è incontrato con l'ovulo dell'altra.
Mi spiace dell'inopportuno intervento papale su un tema tanto serio, delicato, intimo e naturale. Anche perchè gli specialisti sanno che i nn. 12-14 dell'enciclica di Paolo VI hanno lasciato un piccolo spiraglio alla vexata quaestio. |
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| Problemi che scottano: MARIA MADDALENA |
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Era l'amante del Cristo?
Hanno avuto figli?
Le risposte sono pericolose da dare.
Perchè Gesù non avrebbe potuto avere una donna? E perchè non dei figli?
Il vangelo su questo aspetto è reticente.
Perchè?
Perchè edulcorato successivamente o perchè veramente Gesù non ebbe una donna e non ebbe dei figli?
Ci ho pensato spesso e a me non cambierebbe nulla se Gesù avesse avuto una donna e dei figli.
Non amo Cristo perchè fu celibe, ma perchè ebbe il coraggio di dare un messaggio sconvolgente che tuttora fa riflettere a distanza di oltre duemila anni.
Non amo Cristo perchè si astenne dai rapporti carnali (anzi...mi sembrerebbe strano che non avesse avuto delle pulsioni sessuali), ma perchè morì sulla croce fra infinti dolori subendo un processo ingiusto inscenato da un potere sacerdotale egoista e bugiardo.
Non amo Cristo perchè non è stato papà di qualche bambino o bambina, ma perchè ha saputo con la sua vita far capire che chi sta bene deve solidarizzare con chi sta male.
Non m'interessa un Cristo perfetto perchè non è andato a letto con nessuna donna e non s'è sporcato le mani lavando il sedere dei suoi bambini piccoli. Mi interessa un Cristo che è stato perfetto perchè onesto, perchè uomo di Dio, perchè amante dell'umanità, perchè fedele al suo pensiero sulla società e sul modo di cambiarla ha dato la vita, senza paura.
Se Maria Maddalena è stata la sua compagna di vita...beh...è stata fortunata. |
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| PROBLEMI CHE SCOTTANO: Testamento biologico ed eutanasia |
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Sul testamento biologico...
...poche e sagge parole di Paolo VI in una lettera al card. Villot – suo segretario di Stato – nel 1970:
“Pur escludendosi l'eutanasia, ciò non significa obbligare il medico a utilizzare tutte le tecniche di sopravvivenza che gli offre una scienza infaticabilmente creatrice. In tali casi non sarebbe una tortura inutile imporre la rianimazione vegetativa, nell'ultima fase di una malattia incurabile? Il dovere del medico consiste piuttosto nell'adoperarsi a calmare le sofferenze, invece di prolungare più a lungo possibile, e con qualunque mezzo e a qualunque condizione, una vita che non e' piu' pienamente umana e che va verso la conclusione".
EUTANASIA ATTIVA O PASSIVA?
Il caso è quasi semplice: quando la vita di una persona è allo stato terminale, vale la pena continuare a tenerla in vita con mezzi artificiali come sondini nasogastrici, ossigeno, terapie intensive di ogni genere quando, ragionevolmente messe in atto tutte queste terapie, lo stato vegetativo della persona si prolungherebbe sine die?
A questa domanda ne segue un'altra: staccare la spina sarebbe omicidio? E se fosse la stessa persona a chiedere - in tempi non sospetti - di staccare la spina, sarebbe suicidio?
Chiariamo un primo passo: eutanasia passiva significa che, espletati tutti i doveri dell'assistenza medica - anche intensiva - valutato che il paziente è in fin di vita, lo si accompagna fino alla morte, cercando di farlo soffrire il meno possibile. Eutanasia attiva significa che prevedendo che il paziente soffrirà a lungo prima di morire, si aiuta il paziente stesso a morire con mezzi medici (iniezioni o altro).
La mia posizione: sono favorevole all'eutanasia passiva e contrario a quella attiva. |
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| Problemi che scottano: SCIENZA E FEDE |
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Mauro Borghesi è un amico che abita a Rimini. Gli rubo questa riflessione che mi affascina.
Faccio solo una premessa che riguarda l'Italia: Letizia Moratti, quando era ministro (per me un po' nefasto) della P.I. ha proposto di togliere la teoria evoluzionistica dai libri di storia.
Mauro Borghesi non ha certo scritto questo articolo per confutare la Moratti, ma ... le sue riflessioni aiutano
SCIENZA E FEDE
Il sillogismo è semplice
1. c’è una sola verità sulle cose
2. fede e scienza cercano la verità
3. ovvio che prima o poi si dovrebbero incontrare
Perché non accade?
La prima cosa che mi vien da dire è che forse abbiamo troppa fretta e prima o poi si capiranno, ma ancora c’è tanta strada in mezzo. Sono due cose troppo distanti per incontrarsi con facilità, e forse è un bene che non si incontrino mai del tutto, perché in tal caso la fede smetterebbe di essere fede e sarebbe evidenza, e la scienza non avrebbe più nulla da cercare.
Un’altra considerazione a mente fredda è che la scienza è nata come figlia ribelle di una religione che non riusciva a domarla. Con un simile fresco passato è difficile che si riconcili in tempi brevi. Ricordiamo il processo a Galileo, non tanto per assolutizzare un caso, ma perché le motivazioni che vengono portate contro il suo nuovo metodo scientifico, (lui non doveva permettersi di fare affermazioni contrarie a quelle bibliche e a quelle dei Santi Padri), sono emblematiche di un atteggiamento difficile da superare ancor oggi.
Scienza e fede potrebbero darci luci diverse su una medesima realtà, senza entrare in competizione e senza invadere l'una il campo dell'altra. Qualche tempo fa mi è capitato di ascoltare alla radio un esorcista che metteva in guardia dal rivolgersi a psichiatri non credenti, solo un'ora più tardi in televisione uno scienziato parlava delle religioni come di realtà che inevitabilmente prima o poi portano gli uomini alla guerra. Finché scienza e fede continuano questo braccio di ferro e si offendono reciprocamente, perdono di vista la propria singolare missione, e non ci aiutano a crescere, né laicamente, né religiosamente.
La scienza risente ancora molto di uno spirito “scettico”, antireligioso, positivistico, che si porta dietro dalla sua nascita ; la fede, quella cattolica nel nostro caso, è a sua volta ancora troppo timorosa delle ingerenze della scienza, dei suoi studi, dei suoi approfondimenti storici, fisici, archeologici, su questioni che ritiene di sua esclusiva appartenenza, come ad esempio l'interpretazione dei vangeli.
C’è un fatto che mi consola: i grandi credenti ed i grandi scienziati non hanno mai aggredito l’altra parte. Gli attacchi principali vengono sempre o da predicatori fondamentalisti o da scienziati atei che amano più la rissa in televisione che il proprio umile e prezioso lavoro.
Resta comunque il fatto che mentre si discute e si filosofeggia sul rapporto tra fede e religione, qualcuno procede indisturbato sulla strada della clonazione, della fecondazione tra uomo e animale, delle cellule staminali prelevate da embrioni umani appositamente fecondati e conservati in frigo…
Sì, discutiamo pure. Ma la ricerca però non può andare avanti senza regole, guidata unicamente dalle richieste di mercato. Su questo credo che i richiami della Chiesa Cattolica abbiano un senso. Se anche non si vogliono accettare i valori cristiani, si stabiliscano comunque dei valori, un comportamento morale valido per tutti (su questo dovremmo costruire l’Europa, non sull’euro…) come si è fatto ad esempio per il principio della democrazia. Anche la democrazia ha faticato ad imporsi nell’Occidente, mi pare fosse condannata anche nel Sillabo a metà ‘800, però ce l’ha fatta, ed oggi, dopo l’esperienza della seconda guerra mondiale nessuno intende metterla in discussione.
Se questo processo è riuscito per le regole del vivere civile, forse potrà accadere anche per le regole sulla vita che nasce e che muore.
Per quanto risulti “bacchettone” questo intervento, mi rendo conto che non si può prescindere da una morale che regoli anche quello che si può fare con la scienza e la tecnologia.
La scienza in sé è aperta a mille strade del sapere e inevitabilmente qualcuno la deve indirizzare, le deve dire: ricerca in quella direzione e non perdere tempo in quelle altre. Questa è già una scelta etica, anche se non si vuole parlare di etica. Infatti per quale motivo si ricerca in una direzione piuttosto che un’altra? Perché qualcuno ha fatto quella scelta e se anziché uno Stato democratico è una multinazionale che fa capo ad un privato, allora possiamo legittimamente temere, che il suo scopo sia principalmente di profitto economico.
Perché, ad esempio, negli ultimi anni si è sviluppata così tanto la tecnologia dei telefoni cellulari, e così poco quella delle automobili con un propellente alternativo al petrolio? Forse proprio perché non si è voluta fare una scelta etica, e così facendo la scelta l’ha fatta chi ha soldi da investire nei propri affari. La scienza, ci permette di comunicare con facilità a qualunque distanza, ma non si preoccupa dei tralicci di alta tensione che servono per far funzionare il tutto, non si occupa delle onde elettromagnetiche che ognuno incassa tenendo l'apparecchio incollato all'orecchio. La scienza oggi costruisce lo scudo stellare, e non inventa un vaccino per combattere una cosa banale e diffusa come la carie dei denti. Inventa le bombe intelligenti e non sa sfamare i continenti che non hanno da mangiare a sufficienza. Va ad atterrare con le sonde sulle comete per capire come può essere iniziata la vita sulla terra, e produce automobili, fabbriche e sistemi di riscaldamento che distruggono la terra.
Dall’altra parte questo discorso non significa lasciar entrare le religioni nel Parlamento, né pensare da parte della Chiesa, di aver capito tutto, sapere tutto, e non aver più nulla da imparare fuori dalla Scrittura e dal Magistero.
“Compito dell’etica teologica non è solo quello di mantenere precetti divinamente rivelati ma anche quello di indicare come meglio l’uomo può realizzare concretamente il progetto divino per lui, per l’umanità e per il cosmo. (…) Adeguare la valutazione dei comportamenti umani, e la conseguente normativa, all’approfondirsi delle conoscenze scientifiche non è né relativismo, né soggettivismo etico (come molti nella Chiesa temono): è invece l’unico oggettivismo disponibile all’uomo. (…) Chi si acquieta e si appiattisce su quel poco di verità che già crede di conoscere è perduto, come uomo e come cristiano: la verità unica e suprema, non lo interessa”. |
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| Problemi che scottano: "S" COME SCOMUNICA |
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(29 gennaio 2009)
L'argomento della scomunica è tornato d'attualità dopo che i giornali sono usciti con titoloni in prima pagina annunciando che è stata tolta la scomunica ai vescovi ordinati dal dissidente Mons. Marcel Lebfevre.
Qualche giornalista frettoloso e pasticcione (più di uno) s'è affrettato a commentare che in questo modo la chiesa cattolica romana riconosce la Fraternità di S.Pio X e che i sacerdoti ed i vescovi ordinati dal ribelle Lebfevre sono reintegrati a pieno titolo.
Qualche altro giornalista, un po' meno pasticcione, ma sempre frettoloso, ha calcato la mano scrivendo che Benedetto XVI sta facendo del suo pontificato un papato di retromarcia.
Mi sembra giusto, anche perchè sono stato sollecitato da tre amici rete, mettere qualche punto fermo.
Parliamo, anzitutto, della scomunica tolta ai 4 vescovi ordinati da Lebfevre.
Togliere la scomunica non significa dichiarare che essi e la Fraternità di cui sono espressione, siano automaticamente in comunione con la chiesa cattolica romana. Se si fosse meno pasticcioni e frettolosi, si sarebbe potuto facilmente scoprire che Paolo VI (mai abbastanza valorizzato) in accordo con Atenagora, Patriarca di Costantinopoli, tolse le scomuniche alla chiesa ortodossa comminate dai suoi predecessori, così fece Atenagora verso i cattolici romani.
Questo non ha impedito alla chiesa di Roma ed a quella di Costantinopoli di continuare per la propria strada, pensandola diversamente sull'Incarnazione, eleggendo il proprio capo supremo, festeggiando in due date diverse la nascita di Gesù e così via.
I lebfevriani, quindi, non hanno particolare motivo d'esultare dichiarando che così facendo, finalmente Roma ha riconosciuto la legittimità della Fraternità di S.Pio X (già riconosciuta dal Vescovo di Econe) e la bontà delle teorie teologiche e dogmatiche di mons. Lebfevre; ma neppure gli avversari di questo ramo conservatore della chiesa cattolica hanno motivi per dolersi stracciandosi le vesti per questo gesto papale.
Vengo all'istituzione "scomunica" che, si sa, può essere di due tipi: latae sententiae e ferendae sententiae.
Late sententiae è la scomunica che viene comminata automaticamente quando si commette un reato o peccato previsto dal codice di Diritto Canonico (es. aborto, attentato al Papa...); ferendae sententiae è la scomunica che viene comminata dopo che si è preso atto di qualche reato o peccato grave contro la comunità ecclesiale per cui si emette una setenza di scomunica.
A mio modesto avviso questa istituzione è da tempo superata. Sempre a mio modesto avviso non doveva essere neppure contemplata in una comunità ecclesiale fondata sull'amore, come la pensò Gesù Cristo. La scomunica (cioè dichiarare apertamente che una persona o una comunità sono fuori dalla comunione ecclesiale con Roma) è uno strumento di potere (basso potere) di cui i papi-re si sono avvalsi nella storia per affermare più il proprio potere che quello del vangelo.
Sarò ingenuo, ma penso che Benedetto XVI, compiendo questo strano passo, voglia lasciare alla sua chiesa un messaggio: ripensare l'istituzione scomunica fino a toglierla.
Chissà se avrà il coraggio di togliere un'altra scomunica: quella ai preti che lasciano il ministero per sposarsi ed alle loro compagne. |
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| Problemi che scottano: MIO FRATELLO GIUDA |
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Ho preso in prestito il titolo da una celebre omelia di don Primo Mazzolari, un prete che ormai è dimenticato, ma che andrebbe rivalutato.
La domanda: quando Cristo scelse gli apostoli, non poteva non sapere che Giuda l'avrebbe tradito. Ma Giuda non sapeva che avrebbe tradito Gesù.
Allora: perchè Giuda Iscariota ha avuto questo brutto ruolo nella storia del mondo?
Dopo la scoperta e pubblicazione del Vangelo di Giuda qualcuno sta cercando di capire meglio la figura di Giuda Iscariota che non è più visto come un traditore, ma come colui che, rispondendo ad una precisa richiesta di Gesù, ha consegnato il suo Maestro ai Sommi Sacerdoti per permettere che il suo spirito ne lasciasse il corpo mortale.
Nel testo "Narrazione di Giuseppe d'Arimatea" si indica Giuda Iscariota come figlio del fratello del Sommo Sacerdote Caifa, ma non è dato sapere se sia realmente così, non essendoci altre fonti.
1. Narrazione di Giuseppe d'Arimatea:
Gesù fu dunque arrestato tre giorni prima della pasqua, nella sera. Nè Caifa, nè tutto il popolo ebraico volevano festeggiare la pasqua a causa del loro profondo dolore per il furto che era stato consumato nel santuario.
Chiamarono Giuda Iscariota e glielo dissero: egli era, infatti, figlio del fratello del grande sacerdote Caifa; siccome non era uno dei discepoli che seguivano Gesù, tutti gli Ebrei l'istigarono a seguirlo, non per credere ai prodigi che egli operava nè per approvare i suoi discorsi, ma per consegnare Gesù nelle loro mani dandogli una parola menzognera. Per questa bella impresa ricevette due dramme d'oro al giorno. C'era pure, a quanto si dice, uno dei discepoli chiamato Giovanni che aveva passato due anni con Gesù. Tre giorni prima di impadronirsi di Gesù, Giuda disse agli Ebrei: "Su, teniamo consiglio e deliberiamo che non è il ladrone che ha rubato la legge, ma Gesù in persona. Io poi mi incarico dell'arresto".
Quando furono pronunciate queste parole uno di noi, di nome Nicodemo, che custodiva le chiavi del santuario, si rivolse a tutti dicendo: "Non commettete un simile crimine!". Nicodemo era più leale di tutti gli altri Ebrei. Ma la moglie di Caifa, di nome Sarra, gridò: "Parlando in questo luogo santo, Gesù stesso disse: "Io posso distruggere il tempio e ricostruirlo in tre giorni"". Gli Ebrei le risposero: "Noi tutti crediamo alle tue parole!".
Terminato il consiglio, Gesù fu arrestato.
Anna e Caifa ricompensarono segretamente Giuda Iscariota dandogli una somma molto forte e gli dissero: "Parla come ci hai detto: "Io ho visto che la legge è stata rubata da Gesù e non da questa irreprensibile giovane". Giuda rispose loro: "E' indispensabile che tutto il popolo ignori queste raccomandazioni che mi avete fatto a proposito di Gesù. Lasciatelo e io mi incarico di persuadere il popolo che le cose sono così". E, astutamente, misero Gesù in libertà.
Nel quinto giorno, Giuda andò nel tempio e, rivoltosi a tutto il popolo, disse: "Che cosa mi darete s'io vi consegno colui che ha detronizzato la legge e rubato i profeti?". Gli Ebrei gli risposero: "Se tu ce lo consegni, ti daremo trenta denari d'oro".
Il popolo ignorava che Giuda intendeva parlare di Gesù: era, infatti, opinione diffusa che egli fosse figlio di Dio. Giuda si prese i trenta denari d'oro.
Andato al santuario all'ora quarta e all'ora quinta Giuda trovò Gesù che discorreva nell'atrio. Fattasi sera, disse agli Ebrei: "Datemi una scorta di soldati armati di spade e di bastoni, e ve lo consegnerò". Gli diedero così una scorta per prenderlo. Cammin facendo, Giuda disse ai suoi compagni: "Afferrate colui ch'io bacerò. E' lui che ha rubato la legge e i profeti". E avvicinatosi a Gesù, lo baciò, dicendo: "Salve, Rabbi!". Era la sera del quinto giorno.
Afferratolo, lo portarono da Caifa e dai sommi sacerdoti; Giuda disse: "Costui è quegli che ha rubato la legge e i profeti". E gli Ebrei sottoposero Gesù a un iniquo interrogatorio dicendo: "Perchè tu hai fatto questo?". Ma Gesù non rispondeva.
Vedendo questa cattedra di empi, Nicodemo e io, Giuseppe, ci allontanammo da loro, non volendo perderci con il consiglio degli empi.
2.Nascono le domande: Era un predestinato? Poteva sottrarsi a quel ruolo? E' all'inferno? O potrebbe esser stato perdonato?
-Non penso che fosse predestinato a tradire Gesù, né che Gesù l’abbia deliberatamente scelto strumentalizzandolo per il tradimento. Penso che Giuda sia stato affascinato da Cristo e poi deluso dallo stesso Cristo: su questo hanno fatto leva i sommi sacerdoti per sbarazzarsi di Gesù.
-Non so se sia all’inferno, cioè se non goda della piena comunione con Dio. Chi può dire che Giuda non si sia pentito in cuor suo?
-Sì, Dio ha perdonato Giuda, anzi…è il primo della lista dei perdonati, il primo per cui Cristo è morto in croce. |
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| PROBLEMI CHE SCOTTANO: LA SALVEZZA E' SOLO CRISTIANA ? |
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(11.6.2011)
Il tema dell'unicità salvifica è da sempre attuale nelle religioni e, quindi, nelle chiese.
La salvezza è la risposta ad una profonda domana antropologica che alberga nel cuore umano dalla notte dei tempi: c'è un modo per superare le contraddizioni ed i disordini di cui ognuno è testimone sia verificando la propria vita personale che quella sociale?
Anche i filosofi hanno cercato di rispondere a questa domanda, ma qui vorrei trattare di risposte religiose, limitandomi ad un dilemma che dilania la religione cattolica e, purtroppo, divide i credenti.
La risposta dogmatica è: Gesù Cristo è la salvezza dell'uomo e la chiesa cattolica è il mezzo privilegiato per rispondere alle domande di esigenza di salvezza (Costituzione dogmatica sulla chiesa del concilio Vaticano II "Lumen Gentium").
Questo principio modifica una verità dogmatica precedente che si concentrava nell'assunto:"extra ecclesia nulla salus" (fuori dalla chiesa cattolica non c'è salvezza).
I teologi postconciliari hanno cominciato a lavorare su un'altra ipotesi, rispondendo alla domanda: l'unica fonte di salvezza è il Cristo?
Chi ipotizzava che l'adesione ad altre forme di fede (nel Budda, per esempio) fossero comunque strade che aiutano l'uomo a rispondere al proprio bisogno di ricerca di salvezza, doveva misurarsi con gli strali della Congregazione della Dottrina della fede. Non sto ad elencare teologi e teologhe che hanno passato brutti momenti, mi limito solo ad esprimere la mia opinione al riguardo.
Io credo che Cristo sia la risposta più completa all'esigenza di salvezza dell'uomo. I motivi sono tanti e ne sintetizzo solo alcuni:
- ha pagato di persona per la sua proposta di salvezza
- ha ricordato che il suo Dio non è il Dio dei morti, ma dei vivi;
- ha lottato contro un potere ecclesiastico che pretendeva di possedere l'unica chiave salvifica e che obbligava ad una griglia di adempimenti impossibili senza l'osservanza dei quali non c'era possibilità di salvezza
- ha denunciato (discorso con la Samaritana) che i veri adoratori non credono che vi sia un luogo unico nel quale pregare Dio, ma la salvezza autentica sta in coloro che pregano ed adorano Dio in spirito e verità;
- ha indicato il suo "decalogo" di salvezza che non è negativo( non...rubare, commettere adulterio, ecc), ma solo positivo ed impegnativo (beati...i poveri. i miti...).
Detto questo (si potrebbe dire ancora molto altro) è anche vero che altri profeti hanno annunciato percorsi di salvezza nei quali molti uomini di tutti i tempi e di tutte le latitudini si ritrovano.
La salvezza, quindi, non ha un solo padre ed un'unica strada.
Chi è credente nel Cristo e ritiene la sua proposta completa ed appagante deve viverla nella quotidianità e testimoniarla nella sua vera autenticità.
Pretendere che questa sia l'unica strada è solo un problema di potere.
Condannare chi ipotizza percorsi diversi è ancora un problema di potere.
"Neppure io ti condanno...", disse Gesù all'adultera che fu colta in flagrante. |
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| Problemi che scottano: IL PAPATO |
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Di Bernard Haring
Nel suo pellegrinaggio la cristianità entra (e’ gia’ entrata) nel terzo millennio. Essa si trova di fronte a problemi grandi e scottanti. Ma riponiamo la nostra speranza nel Signore della storia e ci apriamo con umiltà al suo Spirito Santo.
Con Giovanni XXIII e con il Concilio da lui convocato, in cui per la prima volta era rappresentata tutta la terra, un'alba luminosa è spuntata. La chiesa cattolica è entrata nell'era dell'ecumenismo. Paolo VI, il suo venerando successore, continuò con tenacia la sua opera. Egli ebbe anche il coraggio di esprimere, davanti al consiglio ecumenico delle chiese il proprio timore che il papato, nella sua forma storica, sarebbe potuto divenire un grande ostacolo sulla via della riunificazione della cristianità. Il suo amabile successore Giovanni Paolo I affermò con chiarezza profetica che la collegialità fra i vescovi ed il papa costituisce la prova ed il sigillo della cattolicità. E aveva anche coraggiosamente riflettuto su ciò che questo dovrebbe significare, per esempio per il modo dell'ufficio dell'esercizio petrino.
Ora è giunto il tempo di fare subito dei passi decisivi.
Il passo più importante consiste anzitutto in una rivisitazione umile e coraggiosa della storia del papato.
In secondo luogo dobbiamo dare chiari segni che sappiamo imparare dalla storia e che vogliamo lasciarci illuminare dalla parola di Dio. Riflettiamo sull'ufficio petrino, così come esso fu delineato da Gesù e si espresse nella tradizione più antica.
Il secondo millennio è l'era delle tristi divisioni della chiesa. Una delle cause furono l'irretimento dei vescovi, in particolare dei vescovi di Roma, in lotte mondane di potere, nonchè idee troppo mondane circa l'esercizio dell'autorità ecclesiale e del potere. Questo provocò una cecità incomprensibile. Con sgomento pensiamo alla tortura, ai roghi degli eretici e delle streghe. I metodi dell'Inquisizione impedirono il dialogo sano e franco nella ricerca di una maggior luce in questioni dottrinali, morali e di disciplina ecclesiastica. Malgrado tutto Dio continuò a far dono alla chiesa romana anche di buoni vescovi. Ma la loro santità e sapienza non riuscì a imporsi in misura sufficiente in seno a strutture fossilizzate. Le chiese si difesero e difesero la loro dottrina e prassi con una specie di mentalità da fortezza assediata. Ogni parte, ed in particolare i papi, rivendicarono una specie di monopolio sul possesso della verità. E così si smise in larga misura di cercare insieme.
Oggi volgiamo comunque il nostro sguardo al futuro, pur nella piena consapevolezza del passato che rimane ancora da superare. Mi limito a menzionare i punti più importanti del programma immediato:
1. Poichè il trono, la corona ed i titoli pomposi sono sintomi patologici, proibisco energicamente di chiamare i vescovi di Roma con titoli antievangelici come "Sua Santità", "Santo Padre"; così infatti Gesù chiama Dio il solo Santo prima della sua dipartita. Ci vergognamo del fatto che il papa abbia permesso ai suoi cortigiani di chiamarlo "Sanctissimus" e "Beatissimus". Non vi saranno più "prelati domestici di sua Santità", nè "porporati". Nè in Vaticano si parlerà più di Eminenze, Eccellenze e cose del genere. Perchè il punto di incontro con Dio, che in Gesù si è rivelato come umiltà, è la coscienza del nostro nulla.
2. Faremo nostri, quanto prima, i risultati sorprendenti dei dialoghi bilaterali e multilaterali e li porteremo al sospirato traguardo. Simbolo di ciò sarà il fatto che il "Segretariato per l'unione dei cristiani" diventerà d'ora in poi una delle autorità principali e sarà trasformato nella Congregazione per l'unione dei cristiani. Per quanto riguarda la ricezione dei risultati, competente non sarà più la Congregazione per la dottrina della fede. Sotto la guida della Congregazione testè menzionata per l'unione dei cristiani si procederà a stabilire strutture corrispondenti, le quali garantiscano che tutto il popolo di Dio, in particolare i vescovi, le conferenze episcopali e le facoltà teologiche, intervengano fattivamente in questo processo importante.
3. Il papa si lega a strutture precise, che esprimono e favoriscono la collegialità. Ciò significa fra l'altro che il sinodo dei vescovi, che si raduna a intervalli regolari, svolgerà più che una funzione di consulenza. Il papa accoglierà le sue conclusioni e di norma le approverà. I punti controversi saranno chiariti con un dialogo paziente e schietto.
4. Per quanto riguarda la scelta e la conferma dei vescovi di tutto il mondo torniamo decisamente alla prassi del primo millennio. Al riguardo possiamo sicuramente molto imparare dalla prassi ininterrotta delle chiese ortodosse e dalle chiese nate dalla riforma protestante, nostre sorelle. Il vescovo di Roma, in corrispondenza al suo compito ecumenico, sarà eletto dai suoi rappresentanti delle conferenze episcopali, secondo modalità che saranno stabilite dal prossimo sinodo dei vescovi. Quanto prima, un sinodo dei vescovi dovrà similmente procedere alla riforma del cosiddetto corpo diplomatico. Già il semplice nome è inaccettabile, perché ricorda troppo strutture del potere statale.
5. Un'accurata interpretazione dei documenti del Concilio Vaticano I e II alla luce della parola di Dio e della tradizione ha sufficientemente dimostrato che l'esercizio della suprema autorità magisteriale del vescovo di Roma è completamente inserita nel tutto della chiesa. Egli non è, per così dire, un maestro che parla dall'alto e dal di fuori, ma è inserito in maniera particolare nel processo di apprendimento con le sue dimensioni ed i suoi organi ecumenici. Suo compito è quello di confermare, mediante l'esempio ed il modo di esercitare la prorpia autorità, la fede del Servo di Dio e Figlio dell'uomo umile e non violento accreditato dal Padre e di contribuire così ad esprimere la fede di tutta la chiesa. Egli fa parte sia della chiesa discente e ascoltante, sia della chiesa docente; con tutti gli altri deve tendere soprattutto l'orecchio alla parola di Dio, osservare e cercare di decifrare i segni dei tempi.
Il vescovo di Roma non può assolvere fecondamente e con fiducia questo compito, in collaborazione con i suoi confratelli nell'episcopato, se in tutta la chiesa non c'è veramente posto per un dialogo sincero.
5. In comunione e con il consenso universale di tutti I successori degli Apostoli abroghiamo le disposizioni del diritto canonico (CIC c. 1371, 1), secondo le quali qualsiasi manifestazione di dissenso nei confronti di dottrine non infallibili del papa è un delitto. Al di fuori dei nostri voti battesimali e della comune professione della nostra fede non esiste d'ora in poi alcun giuramento di fedeltà al papa. "Sia il vostro parlare sì, sì; no, no. Il di più viene dal maligno" (Mt 5,37).
6. Le scottanti questioni ora emergenti, come ad esempio quella del ruolo della donna nella chiesa e della sua eventuale ordinazione sacerdotale, non saranno d'ora in poi più tabù. Esse vanno chiarite nel dialogo intraecclesiale e con disponibilità ecumenica ad imparare, fin quando non saranno mature per essere risolte. Risoluzioni che il papa non prenderà da solo, ma in piena collegialità.
7. La chiesa deve essere luce del mondo e sale della terra. Essa deve e vuole divenire una specie di sacramento della salvezza, della guarigione, della pace e della giustizia universale. Per questo percorriamo il nostro cammino con profonda e sentita solidarietà con tutta la famiglia del genere umano, con tutti i popoli e tutte le culture, non da ultimo anche con le grandi religioni mondiali dell'Oriente.
8. Tutta l’amministrazione dei beni materiali della Chiesa sia completamente e giuridicamente messa nelle mani di Ministri (Deacons) propriamente qualificati ed eletti dalla comunita, con responsabilita’ e trasparenza completa.
9. Sia eliminata ogni segretezza su tutto quello che in qualche modo ha relazione con il ministero la comunita’.
10. Le residenze, costumi, e tutti gli altri spetti esterni dei ministri siano confacenti ed uniformi ai normali e decenti costumi della comunita’. Vestimenti e distinzioni siano ridotte al minimo. I paramenti dei ministri nello svolgimento delle loro ministero dimostrino, non tanto il livello gerarchico, ma la dignita’ e rispetto dei riti e dei sacramenti medesimi.
In unione con tutti intendiamo imparare, vigilare, pregare e lavorare per la soluzione dei problemi più scottanti, affidatici anche dal vangelo come la pace e il lavoro per la pace nello spirito della non violenza evangelica e dell'amore riconciliatore, la giustizia e la conservazione della creazione affidata agli uomini.
Raccomando me stesso e il mio servizio in seno alla chiesa alle vostre preghiere, così come raccomando voi alla grazia e all'amore di Dio nostro Padre e del nostro Signore Gesù Cristo.
Tratto dal libro "Perchè non fare diversamente?"
di B. Haering, ed Queriniana. pg 79-86 |
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Problemi che scottano: CHIESE PATRIOTTICHE
(23.7.11) |
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Era il 610 d.C. quando il vescovo di Roma, comunque sempre riconosciuto come "primus inter pares" venne definito per la prima volta PaPa (che sta per Pater Patruum). L'idea fu dell'imperatore Foca, che prese il potere facendo assassinare il suo predecessore. Per tale atto criminale, il vescovo Ciriaco di Costantinopoli lo scomunicò, ma Foca, per ritorsione, proclamò "papa" il vescovo di Roma, ossia Gregorio I, il quale rifiutò un simile titolo, fedele alla tradizione episcopale della chiesa cristiana dell'epoca. Tuttavia, il vescovo di Roma successivo, cioè Bonifacio III, accettò di avvalersi del titolo di "papa".
Il Cristianesimo antico era nettamente contrario a capi spirituali, l'Autorità era esercitata più o meno democraticamente per mezzo di CONCILI.
La chiesa primitiva continuò ad essere fedele all'esortazione di Gesù: "Ma voi non vi fate chiamare 'Maestro'; perché uno solo è il vostro Maestro, e voi siete tutti fratelli. Non chiamate nessuno sulla terra vostro padre, perché uno solo è il Padre vostro, quello che è nei cieli. Non vi fate chiamare guide, perché una sola è la vostra Guida, il Cristo…" (Matteo 23:8-10).
Questo per dire che agli inizi si cercò sempre di fuggire dal compromesso con il potere politico.
Molti mei lettori sanno che considero il 313 d.C. l'anno della morte della vivacità ecclesiale. Costantino riuscì ad ingabbiare il papa di Roma e da allora è stato un continuo amore-odio fra gli uomini di chiesa e gli uomini di potere in tutti i tempi ed a tutte le latitudini.
Le chiese patriottiche non mi sono mai piaciute. Quando vedo foto degli anni oscuri dell'Europa del secolo scorso con preti e vescovi che fanno il saluto romano o benedico gagliardetti sollevati da soldati armati fino ai denti, mi vergogno di essere cattolico ed anche di essere stato prete della chiesa cattolica.
Non si va mai a braccetto col regime del tempo, non si devono accettare concordati o scritture private che sanno di potere e puzzano di marcio perchè sono frutti di compromessi che poi pagherà l'autentico annuncio del messaggio cristiano.
Vengo al fatto di questi giorni: la chiesa cinese - pronube al regime - ha ordinato nuovi vescovi. Come si sa in Cina (ma non solo in Cina, anche in Russia, per esempio), ci sono due chiese cattoliche, una ufficiale, approvata dai seguaci di Mao, ed una clandestina che imprigiona laici e religiosi e li tortura.
Già con Giovanni Paolo II si operarono tentativi di avvicinamento in nome della salus animarum.
Sono favorevole al dialogo se esso può servire a non lasciare nella sofferenza e nella tortura chi crede e vuole vivere il messaggio evangelico, ma il dialogo non deve deflettere dai principi.
E il principio primo deve essere: libera chiesa in libero stato.
Uno stato deve riconoscere a tutti le più diverse espressioni di fede e di culto. Le diverse espressioni di fede e di culto devono rispettare le leggi dello stato e non cercare adulterii con il potere politico. |
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