CELIBATO DEL CLERO? E' SOLO UNA LEGGE!

aggiornato: 26.5.2012
LA PEDOFILIA IN ITALIA
(26.5.12)

Il mese di maggio si chiude con un po' di casi eclatanti: il vescovo di Cremona si è visto prescritto il reato di favoreggiamento della pedofilia per casi successi a Savona quando era vescovo là (il reato è prescritto, non cancellato); un prete della diocesi di Como è stato definitivamente condannato; due preti della diocesi di Savona, idem...si potrebbe continuare con un elenco impietoso di reati e di condanne (poche assoluzioni), ma il discorso è più ampio e riguarda il fatto che ho l'impressione che nella chiesa italiana vi siano ottime intenzioni, ma nessun meccanismo concreto per portare alla luce i crimini di pedofilia commessi dal clero attraverso i decenni.
Le Linee-guida “per i casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici”, emesse dalla Conferenza episcopale italiana, deludono quanti dentro e fuori la Chiesa cattolica si aspettavano che anche in Italia l’istituzione ecclesiastica si attrezzasse per rendere efficacemente giustizia alle vittime e scoprire i criminali nascosti al proprio interno. Si fa prima a elencare quello che non c’è nel documento che indicare le novità. Positivo è certamente l’incitamento ai vescovi a essere sollecitamente disponibili ad ascoltare le vittime e i familiari, ad offrire sostegno spirituale e psicologico, a proteggere i minori e a procedere immediatamente ad una “accurataponderazione” della notizia del crimine per aprire altrettanto rapidamente un’indagine ecclesiastica. Poi, se del caso, si passa al processo diocesano, allontanando nel frattempo il prete da ogni contatto con minori per evitare il “rischio che i fatti delittuosi si ripetano”.

L'impressione è che si vogliano chiudere gli occhi di fronte alle esperienze più avanzate realizzate in altri paesi come gli Stati Uniti, la Germania, l’Austria, il Belgio, l’Inghilterra. In Belgio e in Austria hanno formato commissioni di inchiesta nazionali, guidate da personalità laiche indipendenti? Pollice verso dei vescovi italiani.
In Germania esiste un vescovo incaricato a livello federale di monitorare il dossier pedofilia e di intervenire nelle diocesi – diciamo così – poco attente? In Italia non se ne parla nemmeno.
Altrove nel mondo gli episcopati si preoccupano di approntare anche un equo risarcimento per le vittime. Le Linee-guida si preoccupano di proclamare che “nessuna responsabilità, diretta o indiretta, per gli eventuali abusi sussiste in capo alla Santa Sede o alla Conferenza episcopale italiana”. Il culmine del documento si raggiunge nell’affermazione lapidaria che nell’ordinamento italiano il vescovo non riveste la qualifica di pubblico ufficiale e perciò “non ha l’obbligo giuridico di denunciare all’autorità giudiziaria statuale le notizie che abbia ricevuto in merito ai fatti illeciti”.
Questa è ipocrisia allo stato puro.
OGNI SPIRITO DA' LODE AL SIGNORE.
(30.4.12)

C'è un blog : apostati si diventa.
E' interessante da leggere quando si ha un po' di tempo perchè aiuta a riflettere sulle mille posizioni che ci sono fra noi credenti nel Cristo.
Qui riporto alcune affermazioni in merito al celibato ecclesiastico.

"La distruzione del celibato sacerdotale passa attraverso quattro fasi:
- Prima fase: "creazione delle basi teoriche". La dignità sacerdotale viene ridotta da "alter Christus" ad "anzitutto ministro della Parola di Dio" (Concilio Vaticano II, Pastores dabo vobis, n. 26)

MA CRISTO NON ERA LA PAROLA DI DIO? NON E' IL VERBO DI DIO INCARNATO?

- Seconda fase: "svalutazione del diaconato", introducendo (quando non era né necessario né utile) il "diaconato permanente", acquisibile anche da uomini sposati, guadagnabile con studi teologici alquanto approssimativi.

IL DIACONATO (DAL GRECO: DIA-KOINE', AL SERVIZIO DELLA COMUNITA') NON FU ISTITUITO DAGLI APOSTOLI PERCHE' ESSI INTENDEVANO DEDICARSI AL SERVIZIO DELLA PAROLA ED ALLA PREGHIERA?

- Terza fase: "inquinamento del sacerdozio". Campagne ideologiche contro il celibato (chi se lo sposerebbe un vecchio parroco cinquantenne? quanti preti aitanti e virili e vogliosi di sposarsi esistono oggi? sposarsi, dico, non semplicemente fare sesso secondo natura); e poi, recupero di "preti sposati" provenienti dall'anglicanesimo, riduzione del ministero sacerdotale a incarico di parroco, eccetera

CAMPAGNE IDEOLOGICHE CONTRO IL CELIBATO? CHI LE ORCHESTRA?
- Quarta fase: "presentazione della rivoluzione come inevitabile esito". Siccome ora non ci sono più vocazioni al celibato, e siccome i vescovi hanno la sentita urgenza di dover "coprire le parrocchie", si deve "per forza" procedere all'ordinazione sacerdotale degli sposati (cominciando probabilmente dal "parco diaconi permanenti", che non vedono l'ora). Senza contare che sono a portata di mano pure quegli oltre 100.000 "preti sposati" che hanno dovuto lasciare il ministero (un numero considerevole, visto che nel mondo i preti sono poco più 400.000).

IMPRESSIONANTE QUESTA CONCLUSIONE: SICCOME CI SONO POCHI PRETI, ALLORA...COOPTIAMO QUELLI CHE LASCIARONO O ABOLIAMO IL CELIBATO.

"Ogni spirito dà lode a Dio", dice il salmo e quindi non me la sento di ingaggiare una lotta verbale con questi fratelli di fede. Lasciamo allo Spirito - che soffia dove vuole - decidere quando sarà il caso di suscitare una seria riflessione sul sacerdozio ministeriale.
DAL BLOG di FEDERICO BOLLETTIN
"Bianco e Nera"
(20.4.12)

Riporto questa testimonianza che mi pare semplicemente bella:

"La storia: il controesodo di Fabio


Si sa, di cittadini extracomunitari, che decidono di attraversare il deserto o l'oceano per arrivare in Italia in cerca di fortuna, ce ne sono a migliaia. Ma che da Padova decidono di emigrare in Africa o in America Latina e di piantare le radici in un villaggio sperduto di mille abitanti, ne conosco ben pochi. Uno di questi si chiama Fabio Lazzaro, ecco in breve la sua storia. Don Fabio viene inviato in Ecuador come prete missionario fidei donum ma poi sceglie di rimanervi come laico, come uno del popolo. Certo, è difficile togliersi di dosso l'etichetta del gringo, l'uomo bianco che porta sulla pelle il marchio del colonizzatore (o evangelizzatore), dell'arricchito e dell'evoluto. Ma lui ci prova, entrando in punta di piedi nell'ecosistema interculturale ecuatoriano senza scombinare equilibri delicati. Cerca di integrarsi realmente con la mente e soprattutto con il cuore, conoscere e amare. Non può che innamorarsi di una donna afroecuatoriana, che rappresenta la minoranza etnica del Paese e che discende dagli schiavi africani deportati nelle Americhe. Due minoranze che, una accanto all'altra, diventano coppia mista che desta curiosità, ammirazione e nello stesso tempo discriminazione.
Costruiscono la loro casa a nord di Quito, la capitale dell'Ecuador, in un paesino a maggioranza afro. Una casa grande ma sobria, con la stanza per gli ospiti e un salone per gli incontri con i gruppi e le associazioni locali. Il posto più vicino dove fare la spesa è a un'ora di bus. Fabio ha barattato le comodità e lo stress del nostro Nordest con la semplicità di vita e la schiettezza delle persone. “Più che il tuo passato – mi racconta - a loro interessa il tuo presente, come spendi le tue giornate, se sei una persona solidale, accogliente, rispettosa, allegra oppure no. Non mi sento giudicato come l'ex-prete ma sono considerato come una persona straniera che si chiama Fabio e che stranamente ha scelto di vivere con una negra (in Ecuador il termine negro non viene usato in senso dispregiativo) e in un popolo povero di afroecuatoriani”.
Da Padova all'Ecuador, da sacerdote a laico, dalla città al villaggio... una serie di controesodi, di esodi al contrario che Fabio non si vergogna di raccontare nemmeno a quanti si scandalizzano di lui. In questi giorni è tornato in Italia per un saluto a familiari ed amici e per ricordarci che ognuno è chiamato a compiere il proprio viaggio della fortuna. E della salvezza."
MOLTA IRRIVERENZA E POCA SOSTANZA
(14.4.12)

Il blog di mons. Milingo "sacerdotisposatioraitalia" riporta la seguente dichiarazione:

"L'apostata e scismatico è il Sig. Ratzinger, che con la sua arroganza, cattiveria da nazista e crudeltà fa soffrire i suoi sacerdoti con il suo dominio di tiranno a proposito del celibato. E' considerato dal mondo intero il capo degli OMO - PEDO, ed è la vergogna fatta uomo, della Chiesa di Gesù Cristo. Si dovrebbe vergognare è dimettersi immediatamente, perché non è degno di occupare il Seggio di Pietro, Primo Papa Sposato.
Ci sono diversi articoli di cui si dice che il Sig. Ratzinger, ha bloccato i Preti Sposati, che non se ne parla proprio Mi sa che è bloccato il suo cervello malato e perverso, perché, noi Sacerdoti Sposati continueremo a celebrare il Sacrificio Eucaristico tutti i giorni della nostra vita, amministrare i sacramenti della vita cristiana, confessare, ecc. ecc. e i suoi divieti, da un orecchio ci entrano e dall’altro ci escono.
Noi PRETI SPOSATI, difenderemo sempre il Carisma di Sua Beatitudine Emmanuel Milingo, Patriarca d'Africa, mantenendo il Giuramento di Obbedienza, istituito al momento dell’Ordinazione Sacerdotale.
Quindi il conclusione, il Sig. Ratzinger può cantare quanto vuole, noi non ascolteremo……..

CANTA, CANTA CA TI PASSA.

TU TI LA CANTI E TU TI LA SONI."

Non trovo serio da parte dei seguaci di mons. Milingo vituperare così il papa. A me sembra che si possano esporre le proprie idee e difendere i propri convincimenti senza offendere gli altri. Mi sembra che,invece, questo modo di affrontare i problemi sia tipico di certi preti che hanno a che fare con la chiesa cattolica perchè l'hanno lasciata o si sentono lasciati da essa.
Spesso si percepisce acrimonia, offesa.
Mi sarebbe facile irridere il comunicato dei preti sposati di questo blog. Basterebbe partire solo dai titoli onorifici: mons. Milingo che si è autoproclamato Patriarca dell'Africa ed autofregiato dell'appellativo di Sua Beatitudine chiama sig. Ratzinger il papa che, si sa (purtroppo) è l'unico che possa dispensare legittimamente titoli vescovili e patriarcali.
Mi chiedo davvero se fra i seguaci dell'unico Cristo di Dio esista quella virtù per cui il Cristo è morto sulla croce che si chiama Charitas.
IRLANDA: ANCORA RICHIESTE SUL CLERO UXORATO

Una larghissima maggioranza dei cattolici irlandesi si dichiara favorevole ai preti sposati e all'ordinamento sacerdotale per le donne. E' quanto emerge da un sondaggio effettuato dalla Amarach Consulting, secondo il quale l'87% degli interpellati ritiene che i preti debbano essere autorizzati a sposarsi, il 72% che gli uomini gia' sposati possano diventare sacerdoti e il 77% e' favorevole all'ordinamento delle donne.

In un paese a forte tradizione cattolica, l'insegnamento della Chiesa sulla sessualita' e' considerato non pertinente dal 75% delle persone, mentre il 46% condanna l'atteggiamento della gerarchia ecclesiastica che giudica immorale l'omosessualita'.

L'87%, infine, ritiene che i divorziati e i separati debbano poter accedere al sacramento della comunione
Da Adista.

RIFLESSIONE SUI PROBLEMI SESSUALI DEL CLERO

Patrizia Vita mi passa articoli che trova interessanti. Questo è tratto da Adista.
E' un po' lungo e forse un po' difficile da leggere, ma è molto interessante.


La Chiesa, negli ultimi cinquant’anni, ha subito cambiamenti profondi e inevitabili, attraversando anche momenti di grande crisi. Numerosi eventi, raramente disconnessi ma in genere parte di un contesto più ampio, hanno concorso a cambiarne i connotati, lentamente ma inesorabilmente, fino a fare intravedere il volto di una nuova Chiesa. È questo il quadro concettuale entro cui si muove il libro The Emerging Catholic Church: A community’s Search for Itself («La Chiesa cattolica emergente: una comunità in cerca di se stessa», Orbis Books, New York 2011) di Tom Roberts, giornalista del settimanale cattolico statunitense National Catholic Reporter: un libro che prende le mosse da una serie di articoli apparsi nel corso degli anni nella rubrica «In cerca della Chiesa emergente» sulle pagine dello stesso settimanale, relativamente al percorso della Chiesa, in particolare di quella statunitense, alla luce di storie e vicende locali e non solo.


Tra gli eventi analizzati da Roberts maggiormente responsabili di una crisi identitaria della Chiesa, il primo posto spetta – comprensibilmente – alla devastante crisi degli abusi sessuali, esplosa proprio negli Stati Uniti. Roberts, tuttavia, non si sofferma tanto o solo sul mosaico di casi e di personaggi coinvolti, quanto si preoccupa di scavare all’interno del contesto che ha reso possibile il verificarsi di questo fenomeno, il quale ha a molto a che fare con l’uso (e con l’abuso) dell’autorità: quello della cultura clericale. Di seguito, in una nostra traduzione dall’inglese, riportiamo ampi stralci del quinto capitolo del libro, intitolato «Un problema di cultura clericale». (ludovica eugenio)


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UN PROBLEMA DI CLERICALISMO

di Tom Roberts



La crisi degli abusi sessuali non riguarda fondamentalmente il sesso. Tale designazione è un'etichetta di comodo applicata a un problema più profondo e strutturale che, al suo interno, ha a che fare con il potere e l’autorità e con il modo in cui questi vengono vissuti nella Chiesa. La crisi degli abusi sessuali è, per essere più precisi, una crisi della cultura clericale/gerarchica, la quale non può più conservare la propria superiorità con il pretesto dell’autorità o con la rivendicazione di una qualche differenza ontologica rispetto al resto del genere umano.


I vescovi, da quello di Roma in giù, pretendono di esercitare un’autorità assoluta sui dettagli più intimi della vita dei cattolici sotto la loro giurisdizione. (…). Questi sono gli uomini che (sempre di più) decidono chi ha il permesso di parlare dei beni della Chiesa (…). Questi sono gli uomini che possono, con una bolla o una notifica, mettere in discussione una vita di lavoro di un teologo. Questi sono gli uomini che possono dire di conoscere la mente di Dio così bene da dichiarare con certezza che milioni di esseri creati da Dio, gli omosessuali, sono afflitti da un «disordine oggettivo» e quindi condannati a una vita senza intimità sessuale, se non vogliono cadere in un «male intrinseco». Questi sono gli uomini che raccontano alle coppie sposate che c’è un solo modo per prevenire una gravidanza, indipendentemente da altri fattori (…). Che dicono chiaramente ai cattolici che divorziano e si risposano che sono sgraditi alla tavola eucaristica. Questi sono gli uomini che annunciano pubblicamente che individui e istituzioni sono spogliati della loro identità cattolica, espulsi dalla comunità, se assumono in coscienza decisioni strazianti nel momento più estremo della pratica medica. Che dicono di essere i soli e definitivi arbitri nell’interpretazione di una complessa legislazione federale, e dichiarano che i politici in disaccordo con le loro strategie non possono ricevere l'eucaristia. Questi sono gli uomini che possono emarginare, e in casi estremi scomunicare, gli intellettuali della comunità, perché hanno il coraggio di porre la questione dell’ordinazione delle donne o dei preti sposati. Lo stesso destino attende coloro (…) che cercano di vivere la fede e di testimoniare i misteri del cristianesimo in un'epoca di pluralismo globale.


Questi sono gli uomini che hanno tutte le risposte, che decidono cosa si può e non si può dire, con chi possiamo avere intimità, come deve essere portato avanti il nostro matrimonio, quali pensieri e domande possiamo o non possiamo fare. Eppure essi ci chiedono (...) di moderare la nostra indignazione sul problema degli abusi sui minori, considerando che esiste ovunque nella società. Gli stessi uomini che denunciano la secolarizzazione della cultura, la scomparsa del trascendente dalla nostra vita, sono quelli che riducono l'abuso sui minori ad una minaccia non ai fondamenti della dignità umana che diciamo di avere così a cuore, ma piuttosto al loro ufficio e alla reputazione dell'istituzione. I vescovi diventano così i praticanti del relativismo che condannano a voce alta negli altri.


Sono consapevole del fatto che il quadro che dipingo è senza sfumature e che manca una precisazione essenziale: che la maggior parte dei vescovi non tiene comizi lanciando anatemi. (…). So anche che diversi di loro vorrebbero gettare il guanto della sfida, ma che la cultura in cui si trovano immersi li obbliga al silenzio. I prìncipi della Chiesa non si calpestano i piedi a vicenda. Di conseguenza, negli ultimi anni la minoranza rumorosa ha incontrato poca resistenza nel portare avanti, come fosse la norma, ciò che un commentatore chiama “cattolicesimo dei talebani”. (…).


Non è che io sia contro la gerarchia o che odi i vescovi. Piuttosto è vero il contrario. Sono convinto che le istituzioni siano essenziali per il progresso degli esseri umani nel regno spirituale e in quello secolare. Noi non siamo angeli; non comunichiamo telepaticamente, abbiamo bisogno l'uno dell'altro, abbiamo bisogno di istituzioni in cui ritrovarci e sostenerci a vicenda. Abbiamo bisogno di comunità che non siano caotiche, ma ben ordinate, con una leadership solida e sana. Abbiamo bisogno di guide valide che capiscano ed esercitino l'autorità in modo autentico, che comprendano come la prudenza sia una virtù indispensabile. (…). È altresì importante precisare che sono anche consapevole del fatto che tutte le istituzioni umane, anche quelle che mediano il divino in mezzo a noi, sono imperfette. (…). Eppure, quando si parla di quella comunità cristiana chiamata cattolica, ci viene chiesto di sottoporci ad un’autorità assoluta, senza possibilità di chiedere conto del suo operato.


UNA PATOLOGIA SILENZIOSA E NASCOSTA


Uno studio del «Pew Forum» può documentare che la crisi degli abusi sessuali non è stata la ragione immediata per cui la maggior parte delle persone ha lasciato la Chiesa, ma chiunque abbia speso del tempo con coloro che l’hanno abbandonata sa quanto lo scandalo abbia corroso i legami che una volta univano le persone all'interno della comunità. Chiunque abbia trascorso del tempo all'interno delle strutture parrocchiali, tra alcuni dei lavoratori più dediti, sa che, per andare avanti, gli operai della vigna devono cacciare la realtà dello scandalo sullo sfondo. Si tratta di una patologia silenziosa, nascosta, che divora l'anima della comunità in modi ancora sconosciuti. (…).


La difesa, da parte dei vescovi, è cominciata quando si è parlato di «poche mele marce», suggerendo che pochi erano i sacerdoti coinvolti negli abusi e che i media esageravano e facevano del sensazionalismo. È questo l’approccio che si è colto nelle parole, che oggi suonano infami, del card. Bernard Law, quando reagì nel 1992 alla copertura stampa del caso del pedofilo p. James Porter. «Con tutti i mezzi», tuonò Law, «invochiamo la potenza di Dio sui media, in particolare sul Globe», riferendosi agli articoli apparsi sul Boston Globe.


Siamo poi passati attraverso la fase straziante delle scuse, esemplificate al meglio dalle parole del card. Edward Egan, in una lettera alle parrocchie di New York del 2002: «Se, col senno di poi, scopriamo che potrebbero anche essere stati commessi errori per quanto riguarda la rimozione tempestiva dei sacerdoti e l'assistenza alle vittime, sono profondamente dispiaciuto». Il card. Roger Mahony è riuscito, a partire da questa affermazione, attraverso interminabili manovre legali, a eludere l’accordo elaborato dai giudici, che prevedeva la consegna di migliaia di documenti riguardanti gli abusi sessuali e la loro gestione nella diocesi di Los Angeles. Nel 2009 ha dato mostra ancora una volta della logica gerarchica di porre noti molestatori a contatto con bambini: «Abbiamo detto ripetutamente che la nostra comprensione di questo problema e il modo in cui viene affrontato oggi si sono evoluti, e che tanti anni fa, decenni fa, la gente non capiva la gravità, e così, invece di allontanare direttamente e del tutto le persone dal ministero, ci si limitava a spostarle».


E poi c'è il cardinale pentito, profondamente addolorato per la “tragedia” dell’abuso sacerdotale, ma convinto che il vero pericolo in tutto ciò sia l’anti-cattolicesimo latente: «L’abuso su bambini e giovani è una tragedia di proporzioni illimitate e i vescovi devono assumersene la responsabilità, ma questa è stata anche un'occasione per dare via libera a quell'anti-cattolicesimo rimasto sempre sotto la superficie della storia degli Stati Uniti», ha scritto il cardinale di Chicago Francis George. Nella stessa sezione del suo libro, George, personaggio di rilievo che è stato presidente della Conferenza episcopale dal 2007 al 2010, fa un’altra strana associazione. «Lo scandalo degli abusi sessuali è stato trasformato in uno scandalo di leadership ecclesiale, di autorità ecclesiale». «Meritatamente, perché i vescovi hanno fallito, ma anche intenzionalmente», afferma, accusando di questa trasformazione i grandi media laici, in particolare il New York Times. «Per alcuni – continua – i soli buoni cattolici, sono quelli in disaccordo con i vescovi». Egli castiga le «sedicenti voci profetiche nella Chiesa di oggi», caratterizzandole come «pro-aborto, pro-contraccezione, pro-divorzio, pro-matrimonio gay, pro uno qualsiasi degli altri elementi della lunga lista di libertà sessuali e culturali oggi rivendicate. Questa è la voce della cultura dominante, e coloro che la articolano ricevono la loro ricompensa, almeno sulle pagine culturali del New Tork Times».


Si tratta, come minimo, di uno sfogo confuso, ma la tattica è chiara: screditare coloro che potrebbero chiamare i vescovi a dar conto della loro gestione dello scandalo, mescolandoli indiscriminatamente con tutti i mali e le tensioni culturali considerati come minacce alla Chiesa.


(...) Lo stesso card. George esprime il desiderio di un cattolicesimo senza la conflittuale divisione sinistra-destra, in cui i cattolici non stiano con il fiato sul collo dei vescovi. (…). I cattolici liberali, ha detto, criticano l’autorità «malgrado la usino quando sono al potere». I conservatori lo fanno in misura minore, «ma dipendono ugualmente da essa». Ognuna delle due parti, ha detto, è scontenta dei vescovi o perché hanno l’autorità o perché non la utilizzano abbastanza. «Entrambi stanno definendo se stessi rispetto ai vescovi piuttosto che rispetto a Cristo, che utilizza i vescovi per reggere la Chiesa. (...).


George vede come terza opzione quella di un «semplice cattolicesimo» né progressista né conservatore. Si tratta di un cattolicesimo visibile «nella vita dei cattolici comuni, che danno per scontato il fatto di andare a messa e di recitare il rosario, senza pensarci troppo. Che danno il loro contributo a enti di beneficenza cattolica e si prendono cura del prossimo in modi del tutto spontanei». Questo stile di pratica religiosa, ha detto, era quello della sua giovinezza a Chicago. Certo, ciò avveniva molto prima che le donne cominciassero ad esercitare ruoli di maggiore responsabilità nella società e nelle istituzioni religiose. Era un'epoca in cui i gay erano ancora nascosti. Era molto prima che il ruolo dei laici fosse trattato in un modo completamente diverso da quello delle epoche precedenti, sia nel diritto canonico che nei documenti della Chiesa.


George esprime il desiderio di molti di un rapporto più semplice, più organico all'interno della Chiesa. Egli desidera un modo meno conflittuale di vivere e di esprimere l’identità cattolica. Si sospetta, però, che se i vescovi stanno «cercando di lavorare» sul loro ruolo (…), certamente anche i laici si stanno ponendo domande simili. Come fanno ad abbracciare un nuovo senso della vocazione, del sacerdozio, se l'idea del cardinale dell’essere “cattolici e basta” implica una passività preconciliare che li tiene distanti dai processi in cui vengono prese le decisioni che riguardano la loro vita? Come possono i laici assumere un ruolo più attivo nella Chiesa quando l'evidenza suggerisce, di volta in volta, che il loro lavoro può essere capovolto e distrutto dal capriccio di un nuovo parroco o di un nuovo vescovo? (…).


UNA CULTURA IN DISFACIMENTO


La crisi degli abusi sessuali e la concomitante crisi finanziaria hanno condotto ad una crescente pressione a favore del cambiamento e della riforma. Questa cultura, a quanto pare, non è più in grado di reggere.


Fr. Donald Cozzens, della John Carroll University, ha scritto con rara schiettezza e profondità dall'interno di questa cultura. In Faith That Dares to Speak egli sostiene che oggi «stiamo assistendo nella Chiesa istituzionale al disfacimento dell’ultimo sistema feudale in Occidente». Nella versione ecclesiale del feudalesimo, il papa, come sovrano o re, «concede benefici», cioè diocesi, ai vescovi, che «a loro volta promettono obbedienza, rispetto e lealtà». I vescovi poi concedono i benefici delle parrocchie ai loro sacerdoti, che promettono anch’essi «obbedienza, rispetto e lealtà al pastore capo della diocesi». (…).


L’economia feudale antica dipendeva dalla promessa di terra in cambio di obbedienza. Nella versione della Chiesa, questa «offre un’economia di grazia, promettendo la salvezza attraverso l’economia dei sacramenti. Una transazione sottile si svolge tra fedeli e sacerdoti, intesi come custodi dei sacramenti. Praticando la propria fede, cioè conducendo una vita di rettitudine morale e di fede ortodossa, obbedendo al magistero della Chiesa e sostenendola finanziariamente, i cattolici ricevono in cambio la garanzia della grazia divina, della salvezza per sé».


Se questa cultura si sta disfacendo, lo fa, secondo Cozzens «a singhiozzo». Risulta inoltre oggi che più la cultura avverte dall'esterno la pressione al cambiamento, maggiore è la resistenza in alcuni settori. Si constata così un aumento di certi comportamenti tipici della corte. Alcuni siti chiamano ora i vescovi “Sua grazia”, e le denominazioni più familiari di “eccellenza” e “Sua Eminenza” non suscitano più l'imbarazzo di qualche decennio fa. (…). Stanno tornando in auge le cappe magne, lunghi e fluenti mantelli che rimandano alla regalità di un'epoca precedente. I prìncipi della Chiesa di questo orientamento destinano cappelle al culto tradizionalista. (…).


Tollerare la celebrazione della messa antica latina non significa necessariamente suggerire che questa sia l'onda del futuro. (…). Al tempo stesso, però, non si può ignorare ciò che tali rituali rappresentano. Essi incarnano, nella loro ecclesiologia implicita ed esplicita, le stesse idee sul sacerdozio - la distanza della cultura clericale da quella dei fedeli, i simboli dell’autorità, del potere, del privilegio e del dominio detenuti all'interno di una società chiusa da cui i comuni mortali sono esclusi - che hanno fornito un terreno fecondo allo scandalo degli abusi sessuali del clero.


Cozzens cita le parole del vescovo Nestor Ngoy Katahwa del Congo nel corso di una conferenza del 2001 in Vaticano sull'episcopato. Come «prìncipi della Chiesa», ha detto il vescovo, «noi siamo più a nostro agio con i potenti e i ricchi che con i poveri e gli oppressi. E il fatto che noi soli conserviamo il potere legislativo, esecutivo e giudiziario è una tentazione per agire in maniera dittatoriale, tanto più in quanto il nostro mandato non ha limiti».


L'esempio moderno più drammatico del tipo di corruzione che può prendere piede in una cultura di privilegio isolato e di potere illimitato è il caso del defunto p. Marcial Maciel Degollado, fondatore della congregazione, un tempo potente, dei Legionari di Cristo. (...).


OPINIONI DIVERSE


(…) P. James Connell è una voce relativamente nuova sulla questione degli abusi negli Stati Uniti, e le sue domande, derivanti dal suo personale contatto con coloro che sono stati vittime degli abusi, costituiscono la rara prova di un cambiamento di prospettiva all'interno della cultura clericale. Come ha dichiarato, nel gennaio del 2011, ai membri dell'Alleanza dei sacerdoti dell’arcidiocesi di Milwaukee, «che sia compiuto con violenza o con la seduzione, ogni atto di abuso sessuale di un minore da parte di un sacerdote è un crimine, sia per il diritto civile che per il diritto della Chiesa. Senza dubbio, la maggior parte delle persone comprende il significato della parola “stupro”. Infatti, dall’adolescenza in poi, la gente sa che l'attività sessuale tra un adulto e un minore è sbagliata, dal punto di vista legale e morale. Così, quando si parla di abusi sessuali su minori da parte di sacerdoti non si parla delle azioni di un bullo. Si parla delle azioni di un criminale. Questo deve essere il punto di partenza per affrontare tale crisi».


(…) Egli tocca un punto particolarmente scottante per la gerarchia, quando racconta ai suoi confratelli come un parrocchiano gli avesse fatto presente che «dei genitori non avrebbero mai permesso che i loro figli stessero accanto a un violentatore, a prescindere dallo stato della prescrizione o dalla consulenza degli psicologi. Perché i vescovi non si sono comportati da genitori? Perché non hanno protetto i bambini?».


La conclusione a cui giunge Connell è che il problema oggi «non sono gli attuali protocolli, né il volume di dati forniti ai giudici. Piuttosto, è la risposta data dalla Chiesa nei primi anni della crisi degli abusi sessuali dei sacerdoti, e l’impatto di quegli anni nella vita di alcune vittime/sopravvissuti, così come della comunità della Chiesa e della comunità civile».


Che effetto potranno avere le parole di un parroco di due chiese a Sheboygan, nel Wisconsin, relativamente al cambiamento della cultura gerarchica, resta da vedere, ma nelle dichiarazioni, nei discorsi, nelle interviste e almeno in una lettera pastorale, i vescovi di varie parti del mondo, oltre agli Stati Uniti, hanno cominciato a sollevare questioni che interpellano la Chiesa. Le loro domande riguardano anche il fatto che qualcosa di intrinseco alla Chiesa cattolica romana - forse la sua cultura clericale, il suo modo di governare, la maniera in cui i vertici esercitano la loro autorità, o una combinazione di questi fattori - ha causato o favorito la tragedia degli abusi sessuali. Dal Sudafrica all’Australia, dall’Austria all'Irlanda, i prelati suggeriscono che, forse, le abitudini profondamente radicate diventate tipiche del comportamento clericale e gerarchico, ma contraddittorie rispetto al messaggio annunciato dalla Chiesa, hanno contribuito alla profondità e alla portata dello scandalo.


La discussione portata avanti dai leader della Chiesa in altre parti del mondo è notevolmente, e in alcuni casi drammaticamente, diversa dall’analisi del problema e dalle risposte avanzate dai vescovi degli Stati Uniti. Una delle analisi più formali ed ampie è quella della lettera pastorale per la Pentecoste di mons. Mark Coleridge di Canberra e Goulburn, Australia, nel maggio 2010, dal titolo «Vedere i volti, sentire le voci: Lettera di Pentecoste sugli abusi sessuali su minori nella Chiesa cattolica». (…). La lettera denota la consapevolezza crescente di Coleridge del problema, a partire dall’incontro e dall’ascolto delle vittime fino alla lettura delle trascrizioni di processi e al lavoro condotto in Vaticano. Tale consapevolezza lo ha condotto ad abbracciare un punto di vista che in un primo momento aveva rifiutato, cioè che l'abuso sui bambini da parte di preti fosse «culturale piuttosto che meramente personale, almeno nel contesto australiano». «Sono giunto a pensare che il problema fosse in qualche modo culturale, ma ciò ha suscitato l’ulteriore questione di come, di che cosa avesse permesso a questo cancro di crescere nel corpo della Chiesa cattolica, non solo qua e là, ma in generale. (…). Non c'è un unico fattore a rendere l'abuso dei giovani da parte del clero cattolico, in un certo senso, il prodotto di una cultura. Mi sembra piuttosto una complessa combinazione di fattori che non pretendo di aver compreso appieno, anche se ora ne capisco più di prima».


Tra gli elementi elencati da Coleridge che possono aver contribuito ad alimentare la cultura che ha permesso alla crisi di marcire e proliferare, vi sono i seguenti:


- «Una scarsa comprensione e comunicazione della dottrina della Chiesa sulla sessualità, come dimostra in particolare un atteggiamento rigorista riguardo al corpo e alla sessualità».


- Il fatto che il celibato ecclesiastico (…) «possa anche aver esercitato un’attrattiva per uomini con tendenze pedofile che potrebbero non essere state esplicitamente riconosciute dagli stessi uomini quando sono entrati in seminario».


- «Un certo tipo di formazione in seminario, che non è riuscito a tenere in debito conto la formazione umana e ha promosso, quindi, una sorta di immaturità istituzionalizzata».


- «Il clericalismo inteso come gerarchia di potere, non di servizio (…)».


- «Un certo trionfalismo, una sorta di orgoglio istituzionale. Ci sono molte cose nella Chiesa cattolica, nella sua cultura e nella sua tradizione, delle quali si può essere giustamente fieri… Ma ci può essere un lato oscuro che spinge a proteggere la reputazione della Chiesa a tutti i costi».


- «La cultura del perdono della Chiesa, che tende a vedere le questioni in termini di peccato e perdono, piuttosto che di crimine e punizione».


- Una «cultura della discrezione», che «ha subito una deformazione quando è stata utilizzata per nascondere il crimine e proteggere la reputazione della Chiesa o l'immagine del sacerdozio, in un Paese che non ha mai conosciuto l’anticlericalismo virulento di altri contesti».


Se Coleridge ha avuto l'opportunità di assistere allo sviluppo dello scandalo da diversi punti di vista - ha trascorso diversi anni presso la Segreteria di Stato del Vaticano prima di essere nominato vescovo nel 2002 - anche altri, vittime del fuoco incrociato delle polemiche, hanno emesso dichiarazioni forti. (...).


Il termine “cultura” compare in molte delle analisi condotte dai vescovi. Pur non venendo mai definito con precisione, è spesso usato in modo da dare per scontata la comprensione del significato da parte dei cattolici. Un esempio è contenuto nel comunicato diffuso dai vescovi irlandesi, riuniti nel dicembre 2009, in cui essi rispondono alle dettagliate prove di abuso diffuso e di copertura del rapporto Murphy, risultato di un'indagine governativa nell'arcidiocesi di Dublino: «Ci vergogniamo della portata degli insabbiamenti degli abusi sessuali su minori nell’arcidiocesi di Dublino e riconosciamo che ciò rimanda a una cultura diffusa nella Chiesa. Evitare gli scandali, conservare la reputazione degli individui e della Chiesa ha avuto la precedenza sulla sicurezza e il benessere dei bambini».


Mons. Diarmuid Martin, per molto tempo funzionario vaticano, nominato a Dublino nel 2004, è stato un insolito difensore di una piena trasparenza. Ha anche cercato, senza successo e dietro le quinte, di ottenere le dimissioni di un certo numero di vescovi irlandesi, tra cui due dei suoi ausiliari implicati negli ultimi insabbiamenti.


In seguito alla pubblicazione del Rapporto Murphy, Martin ha dichiarato alla Associated Press che i suoi colleghi nella gerarchia irlandese dovevano «dire tutta la verità» su decenni di coperture della Chiesa oppure affrontare indagini più ampie da parte del governo. A tal fine, ha volontariamente consegnato oltre 70mila pagine di documenti relativi ad abusi e insabbiamenti. (…).


Sulla scia di quelle rivelazioni, Martin ha sottolineato l’importanza della formazione sia dei sacerdoti che dei laici per il lavoro pastorale. Il 4 aprile 2011, durante una conferenza alla Marquette University Law School, Martin ha detto che stava lavorando sul progetto di condividere con seminaristi, futuri diaconi e laici che si preparano ad essere operatori pastorali «alcune parti dei loro studi, al fine di creare una migliore cultura del ministero collaborativo. La cultura limitata del clericalismo deve essere superata». (…). Ma, prima che si registri un rinnovamento, le persone devono essere consapevoli della sua necessità, e Martin ha lamentato «l’infinito stillicidio di rivelazioni di abusi sessuali e il modo disastroso in cui la crisi è stata gestita. Ci sono ancora forze influenti che preferirebbero che la verità non emergesse... Ci sono segni di negazione inconscia da parte di molti circa l'entità degli abusi verificatisi... e il fatto che siano stati coperti. Ci sono altri segni di rifiuto di un senso di responsabilità per ciò che è successo». (…).


Alle orecchie dei cattolici degli Stati Uniti, la schiettezza di Coleridge e di Martin, e in particolare la cooperazione di quest'ultimo con le autorità civili, suonava come un approccio completamente diverso da quello adottato dalla maggior parte dei prelati americani. (…).


Le conclusioni, però, convergono su alcuni punti fondamentali: la Chiesa non è riuscita a denunciare i crimini alle autorità civili e nella maggior parte dei casi ha agito per tutelare gli interessi dell'istituzione e l’immagine del sacerdozio piuttosto che operare nell’interesse delle vittime. Martin sembra rifiutare le familiari difese della gerarchia quando scrive che, se l'abuso sessuale dei bambini da parte dei preti «costituisce solo una piccola percentuale degli abusi sessuali dei bambini nella società in generale», questo fatto «non dovrebbe mai apparire in alcun modo come un tentativo di sminuire la gravità di ciò che è avvenuto nella Chiesa di Cristo. La Chiesa è diversa, la Chiesa è un luogo in cui i bambini dovrebbero essere oggetto di una speciale protezione e cura. Il Vangelo ci presenta i bambini in una luce speciale e riserva le parole più severe a coloro che li ignorano o li scandalizzano in un qualsiasi modo». (…). Ammettendo che l'abuso sessuale su di essi possa essere stato visto in modo diverso in epoche passate, Martin si chiede tuttavia come la Chiesa abbia potuto voltare le spalle ai bambini. «È difficile capire perché ..., nella gestione da parte delle autorità ecclesiastiche di casi di abusi sessuali sui bambini, questi ultimi siano stati per molti anni raramente presi in considerazione». (…).
LA COLPA DEL VESCOVO
(18.03.12)

La storia dell'economo della diocesi di Como che adescava ragazzine sta facendo il giro della penisola e, di volta in volta, si arricchisce di particolari. Se prima la ragazzina era una sola, adesso cominciano ad essere quattro; se prima sembrava ci fosse una sola ragazzina e poi qualche altra ragazzina, adesso si aggiungono donne non minorenni; infine, cosa gravissima, sembra che il parroco fosse stato segnalato già nel 2008 al vescovo di Como da alcuni genitori che notarono atteggiamenti molto disinvolti verso le proprie figlie da parte del parroco stesso che si giustificò dicendo che aveva bevuto un po' troppo.
E' su questo fatto che mi voglio fermare: il vescovo di Como sapeva fin dal 2008 della disinvoltura con cui un suo prete si rapportava con ragazzine e ha accettato le spiegazioni del prete stesso. Non solo: l'anno successivo l'ha promosso economo della diocesi di Como.
Parliamoci chiaro: qui c'è un vescovo che non sa essere padre della comunità affidatagli e quindi è bene che si provveda al più presto per una sua nuova collocazione .
Dalla notizia appresa dalla stampa sembra che mons. Coletti abbia chiesto spiegazioni a don Marco e questi gli abbia risposto che riconosceva il fatto, ma a sua giustificazione rispondeva d'aver bevuto un po' troppo. "Che sarà mai? - si sarà detto mons. Coletti - Un bicchiere di vino in più gli ha fatto allungare le mani su una ragazzina! Questi genitori! Dovrebbero tener più a bada le loro figlie!" E il caso è stato chiuso con la nomina di don Marco ad economo della Diocesi.
Eh, no! Anzitutto un buon padre sa che: in vino veritas. Quindi:
a) è estremamente disdicevole che un prete si lasci andare all'alcool. La cosa torna a disdoro del prete stesso.
b) se il prete che, bevuto un bicchiere in più, libera i propri freni inibitori palpando ragazzine minorenni, significa che non possiede una completa e seria maturazione affettiva. In vino veritas.
Quel prete va tenuto sotto controllo e non promosso ad economo diocesano.
Il vescovo Coletti non solo non ha saputo gestire il fatto in sè, ma ha aggiunto l'aggravante di promuovere il sacerdote palpeggiatore. Infine, venuto a conoscenza dell'ultimo fatto, s'è presentato spontaneamente in Procura. Altro errore: ha salvato la faccia, ma non il prete. Don Marco non doveva essere sospeso da ogni incarico DOPO l'arresto, ma molto prima: appena il vescovo era venuto a conoscenza della cosa. Pare, invece, che su questo fatto abbia sorvolato, premendogli maggiormente la sistemazione di una situazione economica grave creatasi nella parrocchia di Sondalo dove il parroco andato in pensione ha lasciato un buco superiore al milione di euro.
Ci sono un po' di cose che non vanno in questo pastore catapultato alla chiesa di Como da Livorno. Appare un tipo brillante e sulle prime cattura l'attenzione e la simpatia, ma, recita un adagio, il cavallo si vede sul percorso lungo. Il vescovo Diego (così amano firmarsi e farsi chiamare i vescovi oggi) qualche grossa cavolata l'ha infilata nel suo ministero pastorale. A cominciare da Livorno: un prete della diocesi gli aveva comunicato il suo sentimento per una donna e la sua intenzione di sposarsi. Non avrebbe voluto lasciare la parrocchia scappando e il vescovo Diego aveva preso l'impegno di essere presente alla celebrazione eucaristica non per mostrare pubblicamente la sua approvazione al fatto, ma per condividere con la comunità il doloroso stupore che la scelta del sacerdote avrebbe immancabilmente creato.
All'omelia, come mi è stato riferito, ha demolito in pieno quel prete che gli si era aperto, lasciando basito il prete stesso.
Adesso...basita...è la comunità diocesana di Como. Il vescovo Diego non ha neppure avuto il coraggio di parlarle: ha affidato una scarna comunicazione giuridico-culturale al vicario episcopale per la cultura.
LA COLPA DEL PRETE
(13.3.12)

Il mio confratello nel sacerdozio don Marco Mangiacasale, economo della comunità diocesana di Como, ha ammesso davanti al giudice di aver avuto rapporti con una ragazzina ancora minorenne. Non è dato sapere, dalle cronache, se tali rapporti siano stati sessualmente completi, ma se anche così non fosse rimane il fatto che don Marco ha continuato per quattro anni a plagiare una ragazza che ha incontrato quando questa aveva poco più di 13 anni.
La colpa del prete ha destato stupore ed indignazione non solo in città, dove don Marco è conosciuto ed apprezzato per come ha condotto il proprio ministero sacerdotale fino al 7 marzo scorso, ma anche fuori dalla comunità diocesana perchè i media si sono gettati a capofitto su questa ennesima storia di miseria clericalsessuale.
Don Marco non è l'ultimo di una serie di preti protagonisti di simili, squallide vicende e, in attesa del prossimo scandalo che coinvolgerà qualche altra comunità cattolica ed il suo prete, mi sembra opportuno riflettere sul caso della pedofilia clericale e monacale che, com'ebbi a scrivere qualche anno fa, sembra la vera peste della chiesa cattolica del terzo millennio.
Potrei stare a sottilizzare ricordando che casi del genere ci sono sempre stati e che solo adesso emergono prepotentemente e pruriginosamente dall'omertà in cui furono tenuti sia per il coraggio di alcuni cattolici americani, sia per la forza con cui l'allora card. Ratzinger prese posizione non solo meditando pubblicamente sulla "sporcizia della Chiesa", ma promuovendo azioni disciplinari ad hoc. Potrei anche distinguere fra preti e suore che s'infatuano di un ragazzino o di una ragazzina e, riconosciuta l'enorme offesa arrecata alla persona ed il proprio disordine morale, chiedono perdono alla vittima ed a Dio da preti e suore che vivono una vita sessuale ed affettiva molto disordinata e libertina. Addentrarsi in simili distinguo, però, non aiuta a cogliere il nocciolo della questione che rimanda ad un problema ecclesiale profondo e mai risolto: l'educazione all'affettività.
Quando scoppiano questi casi (e purtroppo scoppiano frequentemente), subito si cerca nel celibato obbligatorio o nel voto di castità il motivo della colpa e si ritiene che, abolendo questi, si risolva quello.
E' un falso modo di affrontare la questione perchè celibato e voto di castità sono scelte che appartengono alla vita dell'uomo o della donna che decidono di consacrare la propria vita a Dio e che in genere sono liberamente abbracciate.
Se l'uomo o la donna religiosi, non si sentono più di vivere in tale stato, è sufficiente che si liberino da tale vincolo e vivano la propria sessualità ed affettività come ritengono di fare.
La perversione sessuale, la ricerca del piacere proibito, il godimento di una sessualità disordinata a danno di ragazzini o ragazzine o di persone deboli psicologicamente sfruttando il ruolo che la posizione di religioso o religiosa conferisce, sono indizio di una maturità affettiva mai raggiunta e di sforzi ascetici mai intrapresi o intrapresi con scarsissimo successo al punto che il religioso o la religiosa dovrebbe confrontarsi duramente con il proprio direttore spirituale o superiore religioso.
Ecco la vera colpa del religioso: aver confidato solo su se stesso. Nel caso concreto: sembra che don Marco fosse apprezzatissimo per le straordinarie capacità comunicative ed organizzative e per il carisma naturale che catalizzava credenti di ogni età e di ogni cultura. Servito e riverito, osannato e celebrato, ha sempre più continuato a credere in se stesso e,forse, a vivere schizofrenicamente una vita in cui da una parte era un ottimo funzionario di Dio, dall'altra un frustrato pieno di contraddizioni che nascondeva anche a se stesso.
Càpita non solo ai preti ed alle suore, ma anche a decine e decine di persone che calcano la scena sociale: sono avvocati di grido o chirurghi di fama, chiarissimi professori o celebri attori, hanno una splendida famiglia ed un'intensa vita sociale e, paghi di quello che la società ha loro regalato, sono convinti di essersi meritato tutto questo per le proprie qualità. Sentendosi superiori ai propri simili, ritengono che tutto sia lecito, anche l'illecito e, non avendo mai il coraggio di guardarsi allo specchio e riflettere sulle proprie contraddizioni, vivono in un delirante castello di piccola onnipotenza che, quando una pietra si stacca, rovina loro addosso.
Il mio confratello don Marco ha commesso questa colpa e adesso, per questo, sta pagando.
Ma è solo la colpa del prete?
UN PRETE DI COMO ARRESTATO PER PEDOFILIA
(9.3.12)

Ieri è stato arrestato, con l'accusa di pedofilia, il direttore dell'ufficio amministrativo della diocesi di Como, don Marco Mangiacasale.
Il mio cellulare è stato tempestato da telefonate di giornalisti che chiedevano commenti alla cosa e che, evidentemente, ho deluso perchè non ho avuto l'onore della pubblicazione.
Essi si aspettavano, probabilmente, che il fatto desse la stura a chissà quali mie invettive sul vaticano, il celibato ecc.
Quando ho semplicemente ribadito quello che scrivo e dico da anni che il celibato è una cosa e la pedofilia un'altra e che un prete che si sposa, se è sessualmente pervertito, può essere pedofilo come lo sono migliaia di persone, maschi e femmine, di ogni ordine e grado e ad ogni latitudine e longitudine, ho deluso i cronisti avidi di scoop e di frasi ad effetto.
Noi preti sposati contestiamo la legge celibataria, non contestiamo la virtù di castità. Noi preti sposati non riteniamo che se il prete si sposa sia per questo libero da tentazioni di adulterio o di pedofilia o da altre tentazioni.
Il caso dell'economo della diocesi di Como, ultimo di una lunga serie che purtroppo non sembra destinata ad esaurirsi, non deve assolutamente essere adootto a favore del celibato dei preti, nè contro questo.
Sono due argomenti distinti che non debbono essere confusi.
C'ERA BISOGNO ANCHE DI QUESTO SCANDALO?
(18.2.12)

Riporto un articolo inviatomi da Patrizia Vita.
Lascio il commento a chi lo legge.


Il prete che ha fatto vergognare la Chiesa
di DONATO DE SENA

E’ morto nel convento dei frati Francescani a Fiesole (Firenze), l’ex sacerdote fiorentino Lelio Cantini che nell’ottobre 2008 era stato ridotto allo stato laicale dal Papa dopo essere stato riconosciuto colpevole ‘di abuso plurimo e aggravato nei confronti di minori.
Nato nel 1923 Cantini, deceduto per un malore ma da tempo con problemi di salute, era ‘ospite’ del convento. Fino al 2005 era stato parroco alla Regina della Pace, nel quartiere di Rifredi a Firenze.
La storia del sacerdote fiorentino è uno di quegli intrecci di violenze e strani affari nei quali ogni credente e praticante cattolico non vorrebbe mai vedere coinvolti le proprie guide spirituali.

SESSO CON MINORENNI - Abusi sessuali, falso misticismo e plagio sono le accuse più gravi per le quali l’ex parroco alla Regina della Pace, nel quartiere di Rifredi a Firenze, deceduto nella tarda serata di ieri, è stato prima indagato e poi condannato dal Tribunale della Chiesa. Tuttocominciò nell’aprile del 2007, quando alcuni ex parrocchiani dell’allora ottantenne don Lelio scrissero alla Curia fiorentina e al Papa per denunciare le molestie e la violenza psicologica compiute su di loro dal sacerdote nel periodo che va dal 1973 al 1987 e per chiedere nei suoi confronti l’applicazione delle sanzioni previste dall’ordinamento ecclesiastico. Gli abusi del prete – stando a quanto raccontavano le vittime – avevano costretto intere famiglie a devolvere denari e beni per un progetto di Chiesa contrapposto a quella ‘corrotta’. E don Cantini – si accusava – aveva minacciato le famiglie qualora non avessero obbedito alle sue imposizione tra le quali c’era la richiesta di sesso a ragazze dai 12 ai 17 anni.

VIA DALLA PARROCCHIA - Non era la prima volta che si facevano vive le vittime. Già nel gennaio 2004 alla Curia fiorentina erano cominciate ad arrivare denunce, culminate poi con una prima missiva inviata a Benedetto XVI, datata marzo 2006. Davanti a quelle testimonianze la Chiesa non potè far altro che prendere provvedimenti. Nel settembre 2005 il cardinale di Firenze Ennio Altobelli decretò l’allontanamento di don Cantini dalla sua parrocchia.



LA CONDANNA - Poi arrivò la condanna. Ed annessa pena, “esemplare” per le autorità ecclesiastiche, troppo tenera, invece, per le vittime: per cinque anni privazione della facoltà di confessare, proibizione di celebrare la Santa Messa in pubblico, proibizione di celebrare altri sacramenti, proibizione di assumere incarichi ecclesiastici. “Don Lelio Cantini è stato riconosciuto responsabile di delittuosi abusi sessuali su alcune ragazze negli anni che vanno dal 1973 al 1987, di falso misticismo, di controllo e dominio delle sentenze”, recitava la sentenza del Tribunale della Chiesa dell’aprile 2007 resa nota da Altobelli. Spiegava l’arcivescovo:


Nell’estate del 2005 mi è pervenuto un dossier di lettere firmate, con accuse di gravi delitti nei confronti di don Lelio. Dopo ponderata valutazione, ho deciso un primo intervento. Ho chiesto e ottenuto la rinuncia scritta all’ufficio di parroco, permettendo a don Lelio di andare ad abitare in una casa isolata a Mucciano nel Mugello, senza alcun incarico pastorale.

E ancora:


Dopo qualche mese mi sono reso conto che bisognava affrettare altri provvedimenti. Alcuni degli accusatori mi sono venuti a trovare e altri li ho chiamati io stesso. Ho constatato la loro sofferenza che si era riacutizzata dopo tanti anni. Ho chiesto a don Lelio di andare ad abitare in una casa di accoglienza per sacerdoti. Non avendo lui accettato, gli ho ordinato di lasciare comunque la casa di Mucciano, di proprietà diocesana, e di allontanare la sua collaboratrice domestica. Allora si è trasferito a Viareggio in una casa di amici. A titolo cautelare gli ho proibito, fino a nuova disposizione, di celebrare la Messa in pubblico e di confessare.

FESTINO A LUCI ROSSE - Quando, poi, a pochi mesi dalla condanna del Tribunale della Chiesa, nel settembre 2007, della vicenda degli abusi durati 14 anni cominciò ad occuparsi la procura di Firenze, emersero particolari ancora più scottanti di quelli denunciati fino a quel momento dalle vittime. Nella storia degli abusi fu coinvolto anche il vescovo ausiliare Claudio Maniago. Secondo alcuni testimoni Maniago, allievo predileto di don Lelio, era a conoscenza delle attività di Cantini e avrebbe partecipato anche a festini a luci rosse. Un teste, Paolo C., allora quarantenne, parlò di un festino sadomaso avvenuto, nel 1996, in una parrocchia vicino a Cecina a cui avrebbe partecipato Maniago. E che in cambio del silenzio gli furono stati donati circa tre milioni di lire:


Era agosto 1996 e io, che sono omosessuale, avevo messo un annuncio su un giornale, nella rubrica “incontri sadomaso”. Attraverso il fermo-posta fui contattato da una persona che mi diede appuntamento alla Certosa. Quando arrivò mi accorsi che era un sacerdote. Mi portò in una parrocchia vicino Cecina dove c’era anche un dormitorio estivo. Mi disse di chiamarsi don Andrea. Lì trovammo un altro prete e due ragazzi, certamente meridionali. Ebbi con lui un rapporto sessuale, poi rimasi la notte. Il giorno dopo mi dissero che sarebbe arrivato quello che loro chiamavano “il padrone”. La sera ci fu l’ incontro di gruppo, quel sacerdote l’ho riconosciuto in fotografia. Era Claudio Maniago.

Dopo la decisione di Paolo di allontanarsi dalla Certosa e dopo il tentativo di don Andrea di ricontattarlo, accadde, poi, che sul conto correnti del ragazzo furono versati dei soldi:


Mi offrirono dei soldi, poi mi fecero un bonifico. Avevo paura che si potesse pensare a una sorta di estorsione per comprare il mio silenzio, ma loro mi dissero che volevano farmi soltanto un’offerta.

GLI IMMOBILI REGALATI ALLA CURIA - E non c’erano solo le storie di abusi e festini a luci rosse nelle carte dei magistrati che cercavano di ricostruire ogni tassello della vicenda di don Lelio. Cantini – si scoprì – si era fatto consegnare dai fedeli denaro e proprietà. Su quel punto i pm decisero di verificare eventuali ‘coperture’ che gli avrebbero garantito l’impunità. Le verifiche accertarono che la curia fiorentina aveva beneficiato di eredità e donazioni e che possedeva circa 2mila immobili. Palazzi e terreni che, – accusarono due dipendenti e due sacerdoti – il vescovo ausiliare Maniago avrebbe gestito in maniera disinvolta.

LA REAZIONE DELLE VITTIME - Nel 2008 Benedetto XVI ridusse don Cantini allo stato laicale. Nel giugno dello scorso anno l’attuale arcivescovo di Firenze, monsignor Giuseppe Betori, organizzò una veglia di preghiera alla quale parteciparono alcune delle vittime di Cantini come “atto di penitenza e di purificazione, in riparazione delle offese perpetrate” ma anche per chiedere – come disse nell’occasione – “la conversione dei peccatori e la riconciliazione delle vittime e per sperimentare la grazia della rigenerazione delle comunità ecclesiali in una rinnovata speranza”. Oggi la Chiesa prega per “affidare” l’anima del sacerdote alla Misericordia di Dio. Le vittime, attraverso il loro portavoce Francesco Aspettati, dicono che “di fronte alla morte di un uomo, che per il male compiuto ha segnato per sempre la vita di tante persone, noi che con determinazione abbiamo ricercato la verità e la giustizia, non possiamo che tacere di fronte al giudizio di Dio davanti al quale adesso lui si trova”. “La sua definitiva scomparsa – ha aggiunto Aspettati – ci auguriamo spezzi per sempre ogni legame con chi ancora credeva in lui”. Don Cantini si è spento in seguito ad un malore nel convento dei Frati Francescani di Fiesole del quale era ‘ospite’.
MILINGO TORNA A FARSI VIVO
(18.2.12)

"Contesto la scomunica, anche se non ha mai ucciso nessuno. Anzi in virtù di questa è come se avessi più forza perché mi hanno dato l'aureola del martire.
Data l'età media di preti e suore, fra 20 anni ci saranno pochissimi preti. Ci sono 25mila sacerdoti sposati in Usa e circa 150 mila in tutto il mondo che non possono essere usati perché la chiesa applica una regola medioevale che ha imposto il celibato.
Io non cerco il Papa, il Papa non cerca me e comunque io ho ragione.
Prima di tutto Cristo ha scelto dei preti sposati. San Pietro era un uomo sposato. I primi secoli della Chiesa hanno visto Papi, vescovi, preti e diaconi sposati. Nel Rito Latino il presbiterato uxorato ha prosperato per i primi dodici secoli. "


Prendo la dichiarazione dal nuovo blog dei seguaci del vescovo Milingo. Dice cose ovvie e risapute e quindi non c'è nulla di nuovo. C'è solo il fatto che da un paio d'anni, Milingo s'è proclamato Patriarca dell'Africa. A tale proposito gli scrissi e mi rispose.
A me sembra che invece di creare chiesuole nella chiesa ed erigere insulsi patriarcati, potrebbe muoversi in Vaticano a favore dei preti sposati. Non lo fa e non vuole neppure cercare canali riservati pur sapendo che potrebbe ottenere udienza più di chiunque altro.
Evidentemente preferisce crogiolarsi sotto insegne patriarcali piuttosto che impegnarsi fattivamente per una riforma della chiesa, almeno in questo senso.
SUMMIT IN VATICANO SULLA PEDOFILIA
(14.2.12)

Una assise senza precedenti, presieduta dal cardinale americano William Joseph Levada, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede (l'ex Sant'Uffizio), al quale in apertura Benedetto XVI ha inviato un messaggio sostenendo che "bisogna procedere con un profondo rinnovamento della Chiesa a ogni livello", attraverso "l'aiuto alle vittime,


l'ascolto, e una vigorosa cultura di prevenzione". Concetti e propositi - che non escludono la collaborazione con le autorità civili - già varati da Benedetto XVI nelle linee guida varate lo scorso anno sulla spinta delle migliaia di casi di abusi denunciati negli Usa e in Europa. Dal cardinale Levada è arrivata l'ammissione che nella Chiesa si è affrontato questo problema con un "ritardo ed impreparazione, rendendo noto, tra l'altro, che in 10 anni alla Congregazione sono arrivate denunce per più di 4 mila casi. Ora la Santa Sede chiede che devono essere le Conferenze episcopali a dotarsi di normative ad hoc nell'ambito delle linee guida pontificie e, ha ricordato Levada, tali norme dovranno pervenire in Vaticano entro la fine del prossimo mese di maggio. La Santa Sede, nel frattempo, oltre alle norme antipedofilia a carattere generale, ha favorito un "Centro per la protezione dei bambini" (dotato anche del sito: http://elearning. childrenprotection, com) a disposizione dei vescovi di tutto il mondo.

La testimonianza choc. Ieri al simposio è intervenuta la signora Marier Collins, violentata da un prete quando aveva 13 anni, mentre era malata in ospedale. Una esperienza devastante che ha portato a conoscenza degli oltre 100 delegati, tra i quali molti si sono commossi. ''E' stato importante - ha detto - per me oggi parlare davanti ai vescovi ed essere ascoltata da loro, anche se è stato difficile, sono contenta di averlo fatto''. La signora Collins ha parlato nel suo intervento insieme all'altra relatrice, la psichiatra Sheila Hollins, dei danni psicologici più comuni nelle vittime di abusi. ''La giustizia - ha confermato Hollins - è una necessità per le vittime degli abusi sessuali del clero''. Marie Collins ha parlato per la prima volta delle violenze subite solo quando aveva 47 anni, e ne ha aspettato altri 10 per ritrovare il coraggio di denunciare: la prima volta infatti i vertici della sua Chiesa, pur di fronte alla confessione dell'abusatore, insabbiarono la vicenda, ''consentendogli così di far del male ad altri bambini''. I disagi mentali successivi alla violenza subita, ha raccontato Collins, l'hanno perseguitata per tutta la vita, anche dopo il matrimonio d'amore a 29 anni e la nascita di un figlio. Solo con la confessione e l'arresto del suo aggressore, ha iniziato a superare i disturbi psicologici. ''E' importante - ha ribadito - che i colpevoli chiedano perdono e la Chiesa chieda perdono per non aver protetto i bambini, il Papa lo ha fatto, i vescovi seguano il Papa. Sta poi alle vittime decidere se concedere o no questo perdono''. ''E' impossibile dimenticare - ha aggiunto Marie Collins - anche se sono passati quasi cinquanta anni, e non posso mai sfuggire ai suoi effetti''. ''Il fatto che colui che abusava di me fosse un prete aumentò la grande confusione che avevo in testa: quelle dita che volevano abusare del mio corpo la notte precedente erano le stesse che il mattino successivo tenevano e mi offrivano la sacra ostia; le mani che tenevano la macchina fotografica per riprendere il mio corpo denudato, alla luce del giorno reggevano un libro di preghiere quando veniva ad ascoltare la mia confessione''.

''Mi avevano insegnato che i preti - ha lamentato la signora - erano al di sopra degli uomini normali, e questo non faceva che aumentare il mio senso di colpa e la convinzione che quanto era avvenuto fosse colpa mia e non sua''. Oltre ai problemi di depressione e ansietà che dai 17 anni l'hanno accompagnata per quasi trenta, Collins ha descritto ai leader della Chiesa l'importanza del ruolo della stampa: a 47 anni, aiutata da un medico, aveva denunciato il suo stupratore, ma la Chiesa aveva insabbiato tutto. Ma, dieci anni dopo, sull'onda dell'esplodere dello scandalo in Irlanda e in altri paesi, Collins decise di parlare. ''Sono certa - ha poi commentato con i giornalisti - che ho fatto bene ad essere qui oggi, a parlare ai vescovi, e che loro mi abbiano ascoltato; il mio scopo è proteggere il futuro dei bambini, visto che per il passato non possiamo fare niente; avverto oggi una consapevolezza nuova nella Chiesa. E io voglio contribuire a questo cammino''.
Solo un problema americano? Quando lo scandalo della pedofilia è esploso nella Chiesa statunitense nel 2002, "molti paesi dicevano 'qui il problema non c'è, è un problema americano'. Poi è emerso anche in Irlanda, e dicevano 'è un problema del mondo anglofono'. Poi sono stati coinvolti paesi come Italia, Germania, Francia e dicono 'è un problema occidentale'". E' la testimonianza choc portata al simposio da monsignor Stephen J. Rossetti, sacerdote della Catholic University of America ed esperto di contrasto agli abusi sessuali,. "Ho incoraggiato i vescovi - ha detto il prelato in una conferenza stampa - di andare a chiedere alle persone impegnate nel campo della protezione dei bambini: ho detto loro che scopriranno che ci sono più abusi si quanto pensano".
UNA TESTIMONIANZA FRA MOLTE

Riprendo l'articolo dal sito giornalettismo. Il titolo è un po' scandalistico, ma la testimonianza è una delle tante che aiuta a riflettere.

Volevo farmi suora, un prete si è fatto me”

La terribile storia di Emanuela Violani in un libro verità sulle violenze ecclesiastiche. Lasciata sola, da tutti. Violentata per anni da un sacerdote, dal quale voleva soltanto un po’ di sostegno, di compagnia, magari qualche abbraccio. E lui, invece, voleva da lei soltanto sesso, rubato nei cimiteri o nei letti delle canoniche. Emanuela Violani è uno pseudonimo, e nel libro intitolato “Diario Segreto dei Miei Giorni Feroci”, riportato in stralci da Marco Politi sul Fatto Quotidiano, racconta la sua storia quotidiana di violenze, durata cinque anni, in un paesino di campagna: fino a quando si è ribellata, ma allora era troppo tardi. E pensare che da giovane si voleva fare suora. Ragazza fragile, in una famiglia che non le dava l’affetto che sentiva di meritare, Emanuela ha fatto presto a cercare sostegno altrove.
"Ho iniziato a fare direzione spirituale quando avevo 18 anni e la storia è iniziata quasi subito. Il don aveva capito il mio punto debole, la carenza d’affetto e, piano piano, lavorando sulla mia psiche fragile, è riuscito a mettermi in testa che l’amore, l’affetto, è un bene che si può vendere e comprare. La nostra frase era “Cinque minuti di quello che vuoi tu in cambio di cinque minuti di quello che voglio io”. Io volevo solamente sfogarmi, parlare dei miei problemi ed essere abbracciata, volevo essere messa al centro dell’attenzione, cosa che non accadeva mai nella mia famiglia. La prima volta è stato così. “Ti porto in camera, ci sdraiamo sul letto così ti abbraccio meglio”. Ero talmente inesperta che non avevo mai visto un pene in vita mia, non sapevo come si facevano certe cose, ma poi ho dovuto imparare per forza. Stavamo su quel letto, c’erano volte in cui io dovevo semplicemente stare ferma e lui mi ravanava dappertutto e volte in cui si sedeva sul mio collo e io avevo paura di soffocare. In camera sua c’era un crocifisso di legno pesante, proprio sopra il letto. Io avevo il terrore che quel crocifisso potesse cadermi in testa. Poi lui si rivestiva in fretta, mi buttava i vestiti e mi diceva di andarmene, aveva fretta di liberarsi di me".
Emanuela, alcoolizzata, divenne facile preda del famelico giovane prete.
Era prete da poco. Ogni tanto andavamo al parcheggio del cimitero ed era sempre la solita storia: ho dovuto pagare tutto quello che mi ha dato. Ogni tanto mi portava al cinema o a mangiare una pizza. Io ero contenta perché non uscivo mai, solo che poi al ritorno andavamo a finire sempre in qualche parcheggio isolato e lì non mi doveva abbracciare per cinque minuti, dovevo subito iniziare. Per due anni mi sono ubriacata quasi tutti i fine settimana e quando non bevevo, andavo dal don perché avevo bisogno di riempire il vuoto della mia anima. Capivo che lui mi stava usando, ma io volevo stare con qualcuno. Ho anche avuto disturbi alimentari, mi nutrivo quasi esclusivamente di latte e nell’estate 2003 sono arrivata a pesare 41 chili. Era agosto, faceva caldo, stavo talmente male che non mi interessava della mia verginità, avrei dato tutto pur di essere presa in braccio e coccolata per qualche minuto, ma quando mi sono accorta che faceva sul serio, mi sono spaventata, ho iniziato a sentire male e gli ho detto di fermarsi. Lui (cento e più chili contro i miei quarantuno) con una mano mi teneva ferma e con l’altra mi tappava la bocca, poi ricordo il sangue, un “vaffa n c u l o ” detto da me e un “lo volevi anche tu” detto da lui.
Ci ho messo un anno a capire che cosa mi era successo veramente, ho capito che razza d’uomo era solo quando ci siamo rivisti dopo diversi mesi e mi ha sbattuta fuori casa perché non volevo fare porcate con lui
Non che gli altri sacerdoti a cui si è rivolta per trovare sostegno le abbiano dato una qualche tipo di mano, o di aiuto: solo odio, solitudine e disprezzo.
Mi sono confessata da don D. Ho detto che avevo commesso un solo grande peccato: “Atti impuri con un prete” e lui mi ha detto cose orribili, mi ha detto che io ero il demonio sulla terra, che se quel prete dava la comunione dopo essere stato con me rovinava la sua comunità. Ero lì in ginocchio in quella chiesa scura con un pretino anziano che mi faceva cadere addosso dei massi enormi e non sapevo come difendermi. Non voleva darmi l’assoluzione , ma poi si è convinto e mi ha detto di non rifare più certe cose. Io sono uscita dal confessionale di corsa perché lui voleva vedermi, facevo fatica a stare in piedi, facevo fatica a parlare, ero sbiancata.
La ragazza, disperata, ad un certo punto si è anche gettata da un ponte.
Don Virginio Colmegna,che a Milano dirige la Casa della Carità, afferma di aver letto ildiario di Emanuela con“fatica, disgusto e conatidi vomito”, augurandosi che il violentatore“ammantato di potere religioso” si assuma le sue responsabilità e decidadi “rompere la coperturaipocrita del silenzio”.
Nel diario,Emanuela scrive di un incidente. A me ha confessato di essersi gettatada un ponte.Venti giorni dopo l’operazione, venti giorni soltanto dopo che mi hanno apertola testa, mi hanno ricostruita con il metallo e con le viti, mi hanno tirato fuori le ossa della faccia che erano entrate…venti giorni dopo don G. mi ha detto che non ero più buona neanche a fare pompini.
Il commento del Vaticanista del Fatto è senza appello. “Mi ha detto al telefono che per anni, dopo che si rifiutava di vedere il suo violentatore, il prete l’ha perseguitata con messaggini”, scrive Politi. “Finalmente lo ha denunciato per violenza. In Questura le hanno risposto che era passato troppo tempo. È andata dal vescovo. Il tribunale ecclesiastico doveva intervenire, ma nulla è successo. Il prete ha confessato di avere compiuto un “atto di debolezza”, ora è parroco. Le hanno proposto di versare una somma di denaro a un’associazione benefica da lei indicata. Così, per non dovere ammettere pubblicamente responsabilità, Emanuela ha rifiutato. In Vaticano l’altro giorno hanno organizzato una veglia per le vittime, ma discutono ancora se rendere obbligatorio o no che il vescovo denunci i preti criminali”.
IL PRIMO PRETE ORTODOSSO DEL TICINO

Domenica 5 FEBBRAIO diventerà il primo sacerdote ortodosso a essere ordinato in Ticino. Il diacono Gabriel Popescu, 35 anni, una moglie e due figli, è pronto a ricevere il sacramento dell’ordine nella chiesa del sacro Cuore a Lugano. Di origini rumene ma residente a Milano, affiancherà padre Mihai Mesesan alla guida della comunità cristiano ortodossa della Svizzera italiana, che conta oltre 7.000 membri. “Una comunità molto eterogenea – ammette Popescu –, eppure unita. Serbi, russi, greci… Ma anche ticinesi. Sarà una bella sfida”.

Lei è sposato, è padre, ha un lavoro come informatico. Eppure ha deciso di seguire il Signore…
"A 15 anni ho letto la Bibbia per la prima volta e dentro di me è maturato qualcosa. Ho sentito come una vocazione interiore crescere giorno dopo giorno, una vocazione che mi ha spinto anche a studiare teologia".

La Chiesa ortodossa accetta il matrimonio dei sacerdoti?
"Se avviene prima dell’ordinazione, sì. Nel mio caso dunque non ci sono problemi. È una scelta libera, alcuni apostoli di Gesù tra l’altro erano sposati e questo non è stato loro d’impedimento".

Si presenti alla sua nuova comunità.
"Sono nato in Romania, a Craiova. Ma da 10 anni vivo in Italia, Paese in cui sono arrivato dopo avere terminato gli studi in informatica, matematica e teologia. Attualmente lavoro in un’azienda informatica a Milano e da domenica sarò anche a disposizione degli ortodossi ‘ticinesi’ come spalla di padre Mesesan".

Anche?
"Sì, almeno per ora infatti ho deciso di non abbandonare il mio posto di lavoro. Ho pur sempre una famiglia da mantenere. Sono dunque a disposizione dei fedeli al sabato e alla domenica e in occasione dei festivi infrasettimanali".

Sarà una specie di sacerdote part-time?
"Il punto di riferimento è e resterà sempre padre Mesesan. Io rappresento un aiuto che farà la spola tra Milano e il Ticino. Darò una mano alla comunità nel celebrare le messe, nel preparare le feste, eccetera".

Domenica le mani di Iosif Pop, arcivescovo e metropolita dell'Europa Occidentale e Meridionale del Patriarcato di Romania, la ordineranno prete.

Quali sono le sue sensazioni?
"Sono felice, molto sereno. Quando mi hanno chiesto di servire la comunità ticinese ho subito accettato con entusiasmo. Non vedo l’ora di iniziare la mia nuova avventura".

NON E' UNA NOTIZIA NUOVA, MA E' UNA NOTIZIA-SEGNO: NEL CATTOLICO TICINO SI INSERISCE UN PRETE ORTODOSSO CON FAMIGLIA, MA SOPRATTUTTO PART TIME. E' LA CHIESA DEL FUTURO: IL PRETE LAVORA, CONDIVIDE IN TUTTO E PER TUTTO LA VITA DELLE PERSONE CON LE QUALI CONDIVIDE ANCHE LA FEDE E L'ANNUNCIO EVANGELICO.
UN SONDAGGIO.

L'amica Patrizia Vita - preziosa fonte di informazione - mi gira questa notizia:
"II 60% degli italiani è favorevole a eliminare il vincolo del celibato (anche per il Papa). Ma la pedofilia non c’entra. (Sondaggio a cura di IPSOS)

Il Papa lo ha detto chiaramente: “II celibato dei sacerdoti è sacro”. Eppure, nella Chiesa, dopo lo scandalo dei preti pedofili in Germania, il dibattito sul tema dei celibato è riaperto. Ma che cosa ne pensa la gente? Secondo il nostro sondaggio la maggior parte degli italiani (60%), in particolare chi vive al Centro-Nord, nei grandi centri urbani e gli elettori di centrosinistra, è favorevole alla soppressione del vincolo del celibato. Tra i fedeli, invece, prevalgono, anche se di poco, i contrari (51%). Anche se, in generale, l’argomento non è più un tabù. Per la maggior parte dei favorevoli all’abolizione del celibato (56%), inoltre, è giusto permettere a tutti i preti di sposarsi, indipendentemente dalla posizione occupata nella gerarchia ecclesiastica, per il 39% di loro dovrebbero farlo solo i sacerdoti. I tempi sembrano maturi anche per far cadere un altro tabù, quello dell’accesso al sacerdozio da parte delle donne: lo chiede il 68% degli intervistati, il 7% in più rispetto a un nostro sondaggio del 2006. Sono d’accordo anche i fedeli, cioè coloro che vanno a messa frequentemente (almeno una volta a settimana). Quanto al problema della pedofilia, per il 31% sarebbe causata dell’impossibilità di potersi sposare e, quindi, di avere una vita sessuale normale. Tuttavia, il 59% degli intervistati rifiuta questa “equazione”: non c’è relazione tra celibato e i recenti casi di pedofilia."

Sono convinto che i tempi siano maturi, ma sono anche convinto che non sia convinta la Gerarchia cattolica che continua a mantenere la testa sotto la sabbia. Il sacerdozio cattolico, non mi stancherò mai di ripeterlo, va rivisto nella sua essenza ontologica, dogmatica, spirituale e pastorale. Non deve essere più un sacerdozio solo maschile perchè Dio ha creato la persona umana (maschio e femmina).
Non deve essere più un sacerdozio inteso come luogo del sacro misterico e misterioso perchè Dio è vicino a tutti e proprio per questo s'è fatto uomo. Non deve essere più un sacerdozio maschile e celibe perchè Dio creò l'uomo e la donna e vide che era cosa buona.
I sondaggi non sono da prendere come oro colato, ma sono da considerare come tendenze d'opinione che possono aiutare a capire come gestire la pastorale. Occorre verificare, dibattere, avere il coraggio di sperimentare e di creare esperienze verificabili in comunione con i Pastori. Il continuo niet che viene da Roma non aiuta a crescere, ma solo a mortificare.
OMBRE SUI ROGAZIONISTI DI ORIA

La notizia circola in rete, ma per ora non si fanno nè nomi, nè cognomi. L'accusa è grave e getta un'ombra su un centro educativo considerato di tutto rispetto. Per adesso è meglio solo leggere e non giudicare.

BRINDISI – E’ come un velo squarciato, uno strappo su un manto di silenzio che ha avvolto un indicibile orrore su cui solo ora, timidamente, si proietta un incerto fascio di luce. C’è un’altra bambina nel novero delle possibili vittime del sacerdote oritano indagato dalla Procura di Brindisi per presunti abusi su una piccola di 4 anni. Toghe, inchieste e divise stavolta non c’entrano. E’ lei a farsi avanti, a parlare. Anzi a scrivere. La sua lettera è comparsa ieri sul sito di informazione locale online “La Voce di Manduria”. Parole e pensieri affidati di getto a una email con un solo nome in calce: Eleonora. Probabilmente non è il suo vero nome. Preferisce non divulgarlo, non rivelare la sua identità. Ma la sua storia sì, quel passato con cui si è trovata nuovamente a fare i conti quando sfogliando giornali e pagine web ha letto di quel prete rogazionista finito nel mirino della magistratura brindisina con l’accusa di pedofilia. Avrebbe cioè abusato, o comunque rivolto “attenzioni particolari” a una delle bambine ospiti della comunità rogazionista di Oria. Un centro cui vengono affidati i bambini sottratti dai tribunali ai genitori naturali, per difficoltà giudiziarie o sociali di varia natura. Lei, Eleonora, in quel centro ha trascorso un lembo della sua giovane esistenza. E ne è certa: “Il sacerdote che ha abusato di questa bambina – scrive – deve essere lo stesso che mio padre ha denunciato più volte e che la Procura di Brindisi ha sempre archiviato il caso; finalmente adesso è scoppiata la bomba”. Eleonora non ha la certezza che il suo presunto molestatore e il giovane sacerdote indagato a Oria siano le stessa persona. Ma per lei i conti tornano così. L’alternativa, ancora più agghiacciante, è che di presunti preti pedofili in quel centro ve ne siano più di uno. E una simile eventualità forse non vuole neanche metterla sul piatto. “Io auguro a questa a bambina – scrive ancora Eleonora – che per il futuro abbia una grande felicità. Da parte mia spero che il tribunale di Taranto non faccia più errori nel definire i sacerdoti come persone buone quando ecco i risultati”. E conclude: “Voi sapete bene sul mio caso di maltrattamento a me e hai miei fratelli”. Quindi non solo lei. Ma per Eleonora la giustizia non ha fatto il suo corso. Almeno nel suo caso, quello dei suoi fratelli, e di chissà quanti altri bambini. Forse tanti, forse nessuno. Perchè quel che conta, e cioè la prova, manca. Il castello indiziario costruito in questi mesi di indagini attorno al giovane sacerdote oritano è debole, debolissimo. Gli investigatori hanno mosso i primi passi dalla denuncia fatta dai genitori cui la piccola di quattro anni era stata in affidamento, che le avevano sentito dire in riferimento al sacerdote: “Lui è un monello”. Poi il racconto confuso di gesti, atteggiamenti, che potrebbero celare molestie, violenze. Ma nulla di più. Niente di concreto, di certo. In paese la caccia al nome del sacerdote oggetto dell’indagine è durata poche ore. Dopo un giorno di smarrimento e nomi estratti al caso dal calderone del pettegolezzo, in tanti sono certi d’aver capito chi sia il rogazionista inquisito. A Napoli, dov’è stato trasferito alcuni mesi fa, per mera coincidenza in concomitanza all’avvio delle indagini, non è più nella comunità rogazionista del capoluogo partenopeo. E’ tornato a Oria: indice di come non esista alcun provvedimento di “esilio” nei suoi confronti. Così come non v’è traccia sul corpo della bambina di alcun segno di violenza. Le indagini tuttavia proseguono, condotte a Oria dai carabinieri coordinati dal comandante Roberto Borrello. Il pubblico ministero Valeria Farina Valaori ha disposto l’incidente probatorio per sgomberare il campo da ogni dubbio e chiudere al più presto una vicenda che tante ombre e sospetti getta su una comunità, quella dei padri rogazionisti, fin’ora distintasi per meriti riconosciuti da ogni tribunale. E forse anche per questo gli stessi responsabili, come il vescovo Vincenzo Pisanello, preferiscono tacere, commentare, lasciare che la giustizia faccia il suo corso. Qualunque sia la strada imboccata.
dal sito:www.ildialogo.org

UNA TESTIMONIANZA INTERESSANTE

A proposito di un gruppo di sostegno sul problema del celibato

di DEBRA WEINER (NYTiimes)

Pubblicamente è un religioso di un ordine della chiesa cattolica romana.
In privato, nonostante i voti di povertà, castità e obbedienza, racconta di aver sofferto a 23 anni di una dipendenza dal sesso, aggirandosi di nascosto nei bar, nei parchi e nella riserva naturale di Cook County per rimorchiare alla svelta.
Sei anni fa i suoi superiori lo hanno scoperto ed incoraggiato a cercare aiuto. Egli acconsentì prontamente e trascorse i sei mesi successivi in terapia intensiva presso una clinica residenziale a nord di Toronto dedicata a chierici donne e uomini con problemi psicologici e di dipendenza.
Fra Patrick era sempre stato casto (il nome è fittizio nel rispetto della sua richiesta di anonimato). Oggi 49enne, nato in California con una voce cantilenante e occhialetti tondi stile John Lennon, è uno dei membri fondatori di uno dei rari gruppi di sostegno nel paese sul tema del celibato riservato a preti e religiosi.
Allan Schnarr, psicologo e docente alla Loyola University di Chicago, nonché ex prete e religioso dell'ordine dei Risurrezionisti per dieci anni, ha dato vita al gruppo nel 2009 su richiesta del primo cliente, un prete.
Da allora due lunedì mattina al mese Fra Patrick e altri tre tra religiosi e preti del gruppo di supporto, si incontrano all'interno di Hyde Park al Claret Center, che offre servizi psicoterapeutici e direzione spirituale.
Seduti in cerchio nella sala conferenze del centro, discutono dei problemi e delle gioie spirituali ed emotive legat alla fedeltà ai loro voti.
"Purtroppo la chiesa ha adottato la disciplina secondo la quale una volta che hai scelto quesa professione, la tua sessualità scompare", afferma Fra Patrick. "Ma non è così. Dio non vorrebbe mai una cosa tanto assurda".
Specifica invece che occorre incanalare la sessualità in modi differenti. "Se però non puoi parlarne o hai timore di farlo, e la tua sessualità diventa un grande, sporco segreto, sarà gestito , in un modo o nell'altro, in modo insano".
Il Rev. Shawn McKnight, direttore esecutivo del Segretariato per il Clero, la Vita Consacrata e le Vocazioni presso la Conferenza Episcopale statunitense ha dichiarato che il celibato, obbligatorio per i preti e i religiosi della chiesa cattolica romana, è "l'impegno a rinunciare al proprio diritto naturale al matrimonio e a vivere una vita casta per il Regno di Dio".
"Pensieri erotici, tentazioni e attrazioni sono parte della vita umana", afferma McKnight, "ma tutto dipende da come questi si gestiscono. Non ci lasciamo prendere da situazioni in cui l'obiettivo sia la gratificazione sessuale".
Tuttavia A.W. Richard Sipe, psicoterapeuta ed ex monaco benedettino, prete per 18 anni, in uno studio etnologico sul celibato e il comportamento sessuale del clero cattolico americano dal 1960 al 1985, riferisce che la metà tra preti e religiosi erano sessualmente attivi. Sipe, autore e co-autore di molti testi sul tema, afferma che i numeri oggi non sono molto diversi.
La masturbazione è l'attività più frequente, seguita da relazioni con donne, con uomini e dalla pornografia via Internet.
"Il sesso è ad un passo dalla dipendenza. E' un impulso che non sparisce. Se ne fai a meno, non potrai vivere come una persona normale. Non puoi un giorno dire 'Sono celibe'; il celibato è un processo. La mancanza di formazione è una parte essenziale del problema".
La chiesa ha avuto a che fare per anni con famosi casi di preti che abusavano sessualmente di minori e, di frequente, li ha coperti. Lo studio commissionato dalla Conferenza Episcopale statunitense nel 2004 al John Jay College of Criminal Justice riferisce che circa il 4% dei preti ordinati tra il 1950 e il 2002 ha subito accuse di molestie sessuali su minori. Un rapporto più recente ha parlato di una percentuale vicina al 5%.
Per il 61enne P. Lawrence (il suo nome dopo l'ordinazione), altro membro del gruppo di sostegno di Fra Patrick, il silenzio che circonda il celibato è l'altro annoso problema. "Come puoi sapere quale sia la maniera migliore per seguire la disciplina celibataria se non puoi neanche parlarne?"
Quando P. Lawrence si trovava in seminiario negli anni '70 chiese in che modo poter gestire le pulsioni sessuali e i pensieri erotici. Gli fu risposto di andare a confessarsi. Oggi, se prova a parlare dell'argomento con i suoi confratelli, questi tacciono. "Quando è scoppiato lo scandalo della pedofilia hanno incominciato a parlare, ma esclusivamente dei casi giuridici, delle questioni legali, quanto sarebbe costato alla chiesa", aggiunge P. Lawrence. "Solo nel gruppo di sostegno, con i membri di vari orientamenti sessuali, può condividere i dettagli sul suo modo di approcciare il celibato senza paura di essere giudicato o senza "scontrarmi con la linea religiosa".
L'Arcidiocesi di Chicago approva l'esistenza del gruppo di sostegno. "Tutto ciò che può aiutare i preti sulla questione del celibato è benvenuto dalla chiesa", ha detto il Rev. John Collins, vicario per il clero dell'arcidiocesi.
Per quanto alcune tesi discusse dai membri del gruppo di sostegno sono contrarie all'ortodossia cattolica romana. "Il celibato è un ideale irreale con aspettative irragiungibili che non hanno nulla a che fare con l'essere un buon prete. Credo che debba essere facoltativo." afferma P. Lawrence che è stato innamorato due volte ma dichiara di non aver mai "saltato il fosso".
"Prendo sul serio il mio voto. Ho avuto tentazioni? Sì. Provo attrazione per qualcuno ogni giorno. E ringrazio Dio per questo poiché mi dice che sono un essere umano normale".
Il Sig. Schnarr, il facilitatore del gruppo di sostegno, afferma che la sfida è trovare un modo per essere pienamente umani nel celibato.
"L'approccio tradizionale conservatore riguardo al celibato è quello di soffocare tutto ciò che può provocare istinti sessuali. Ciò significa spegnere le emozioni e mantenere una distanza professionale in ogni relazione".
Durante gli incontri il gruppo ingaggia conversazioni aperte e personali su dove tirare una linea che separi una sana intimità e il celibato, su chi possa definire quale sia tale linea, su "come accettarsi ed amarsi quando si è a corto di ideali o insicuri del fatto che Dio ci accolga".
"Per via dei casi di pedofilia, i preti hanno subito una terribile caduta in disgrazia. La pressione su di loro è aumentata", afferma Schnarr. "Quando parli apertamente con gli altri su ciò che davvero ti accade nel profondo, ti aiuta a guarire dal senso di vergogna e paradossalmente favorisce la tua fedeltà agli impegni assunti".

Testo Originale
Reperimento testi di Patrizia Vita
Traduzione di Stefania Salomone
da Adista

CARD. DIAS A SORPRESA: MA SÌ, I PRETI SPOSATI
FACCIAMOLI LAVORARE NELLE PARROCCHIE
36348. ROMA-ADISTA. Stando alle rivelazioni del Catholic Herald, potrebbe riservare qualche sorpresa la figura del card. Ivan Dias, ex arcivescovo di Mumbai, fino al maggio scorso prefetto della Congregazione di Propaganda Fide. Il quotidiano inglese ha infatti preso visione, e quindi divulgato (29/9), i contenuti di una lettera in cui il cardinale afferma che i sacerdoti che hanno chiesto – e ottenuto – la dispensa ecclesiastica dal celibato e hanno contratto matrimonio, dovrebbero avere la possibilità di essere maggiormente coinvolti nella vita parrocchiale.



Secondo quanto riporta il Catholic Herald, la lettera, datata 2 febbraio, quando Dias era ancora alla guida di Propaganda Fide, è stata inviata a un sacerdote, che aveva scritto alla Congregazione per conto di una società missionaria australiana impegnata nell’allentamento delle proibizioni nei confronti dei sacerdoti “dispensati”. Il card. Dias risponde confidando di avere fiducia nel fatto che il Vaticano approverà riforme che rendano possibile a questi sacerdoti una vita più attiva all’interno della Chiesa, sotto la guida del proprio vescovo.



Il rescritto della Santa Sede, che consente a un sacerdote la dispensa e ne determina quindi la dimissione dallo stato clericale, impedisce all’interessato di dire messa, di pronunciare omelie, di amministrare l’eucarestia, di insegnare o lavorare nei seminari, e pone restrizioni all’insegnamento nelle scuole e nelle università cattoliche. Restrizioni che, secondo quanto il cardinale scrive nella lettera, dovrebbero ricadere almeno in parte sotto il potere discrezionale del vescovo locale.



Posizioni che sembrano in netto contrasto con quelle espresse dallo stesso Dias in una lettera aperta al clero della Repubblica Centrafricana del 18 maggio 2009 e relative alle risultanze di un’inchiesta condotta dall’allora segretario di Propaganda Fide, mons. Robert Sarah, che portarono alle dimissioni “forzate” dell’arcivescovo di Bangui, mons. Paulin Pomodimo, e di mons. François-Xavier Yombandje, vescovo di Bassangoa e presidente della Conferenza episcopale della Repubblica Centrafricana. Di Pomodimo, l’inchiesta avrebbe rivelato che «manteneva una attitudine morale non sempre conforme alla sua decisione di seguire Cristo in castità, povertà e obbedienza»: in pratica, “teneva famiglia”. Inoltre, nella sua diocesi, proseguiva l’indagine, si riscontrava un’altissima presenza di «sacerdoti del clero locale che hanno compagne e figli», (v. Adista n. 64/09). «Accanto al buon grano che con fierezza costatiamo – scriveva Dias allora –, c’è della zizzania, che nuoce alla causa del Vangelo e della Chiesa di Gesù Cristo. Soprattutto, c’è lo stato morale di alcuni sacerdoti che tradiscono la loro sublime vocazione di essere guide spirituali del popolo di Dio sulla via della santità». Da qui l’inchiesta condotta da mons. Sarah, che «purtroppo ha potuto costatare la profondità del malessere tra il popolo di Dio a causa della condotta poco esemplare di certi membri, anche qualificati, del suo clero, sia autoctono che missionario». La Santa Sede, conludeva, «si è sentita obbligata a prendere le misure necessarie per porre rimedio alle situazioni irregolari in cui i pastori tradivano i loro impegni presi davanti a Dio e alla Chiesa… scandalizzando il gregge». Decisioni che non erano state accolte favorevolmente dal clero locale che, in una lettera diffusa a margine degli avvenimenti, attaccava «quei religiosi, religiose e vescovi europei che si sono lanciati in una campagna di maldicenze, calunnie e delazioni di ogni genere contro il clero autoctono». «Deploriamo il fatto – proseguivano – che certi missionari si stiano accaparrando tutti i posti di responsabilità nella Chiesa centrafricana, in modo da guidarne il destino». «Coloro che credevamo nostri collaboratori (i missionari, ndr) si sono rivelati nostri carnefici», «siamo stanchi di queste campagne di diffamazione, basate unicamente sul celibato. Altrove succede di peggio… Non confondete la correzione fraterna con l’umiliazione fraterna». (i. c.)
LETTERA APERTA AL CARD.BAGNASCO

Il caso è molto grave. Ma...i vescovi non credono che lo sia.

A Sua Eccellenza Cardinal Angelo Bagnasco
E per conoscenza
A Sua Santità Benedetto XVI
Al Cardinal Tarcisio Bertone
Alla Congregazione dei Vescovi

Eccellenza Reverendissima, siamo qui a chiederLe conto della mancata applicazione delle linee guida emesse dalla Santa Sede, ad oggi mai applicate. Nulla oramai ci stupisce vedendo il comportamento omertoso dei Vescovi italiani, dal momento che il primo a non rendere effettivo alcun provvedimento emesso dalla Santa Sede, è proprio il Presidente della Conferenza Episcopale Italiana.

Tengo ad elencarLe una serie di segnalazioni effettuate recentemente da parte delle associazioni a tutela dei minori di cui io sono il portavoce per le quali non solo non è mai pervenuta alcuna risposta, ma non è mai stato preso alcun provvedimento; 27-10-2010 denunzia alla Congregazione dei Vescovi per favoreggiamento alla pedofilia nei confronti di Vittorio Lupi, Giulio Sanguineti, Dante Lafranconi, Domenico Calcagno. 31-5-2010 richiesta di intervento nei confronti dei pedofili Nello Giraudo, Giorgio Barbacini, Luciano Massaferro. 05-08-2011 richiesta di sconsacrazione dei luoghi di culto dove sono avvenuti i crimini di pedofilia (masturbazioni, sodomizzazioni, rapporti orali) i luoghi in oggetto, Seminario Vescovile di Savona, chiesa della S.S. Annunziata Spotorno, chiesa della Madonna del Colletto Valdieri, chiesa di S. Lorenzo Orco Feglino, chiesa della colonia minorile di Padre Cocchi Garessio. 05-04-2010 denuncia nei confronti di diversi pedofili savonesi e Vescovi che hanno fornito loro tutte le coperture necessarie, le quali hanno permesso gli abusi per più di 25 anni. 20-06-2009 e 11-06-2010 ulteriore richiesta di intervento nei confronti del pedofilo Nello Giraudo. 30-05-2011 diverse richieste da parte dell’associazione che chiedono di produrre le prove a sostegno delle dichiarazioni del Vescovo di Savona riguardo all’avvenuta riduzione allo stato laicale di, Giorgio Barbacini, Nello Giraudo, Attilio Cotta ex presidente della CARITAS di Savona.

Delle richieste sopra elencate non abbiamo mai ricevuto alcun riscontro, tranne la ricevuta di ritorno delle raccomandate. 17-06- 2011 durante il nostro incontro presso l’Arcidiocesi di Genova ho segnalato altre situazioni infami e altri sacerdoti pedofili savonesi, per i quali il Vescovo di Savona ha ricevuto testimonianza diretta da parte delle vittime, ma a oggi i sacerdoti a Lei segnalati restano al loro posto, sempre a contatto con minori. Le situazioni infami sono invece giunte alla conclusione Eccellenza, mi riferisco in particolare all’estorsione ai danni del sacerdote Carlo Rebagliati, testimone in procura dei crimini perpetrati da sacerdoti savonesi, a questo sacerdote, come Lei sa bene sieropositivo e costretto a dialisi, il Vescovo Vittorio Lupi ha estorto le dimissioni minacciando “o firmi o ti tolgo lo stipendio”. Nel mio caso, invece ho ricevuto avviso di sfratto, sia dal legale della Diocesi, sia dal Vescovo Vittorio lupi. Per quanto riguarda il sacerdote pedofilo Nello
Giraudo, avevo già lamentato il fatto che lavorasse ancora per il clero savonese, la situazione resta tutt’ora invariata.

Purtroppo sembrerebbe che contrariamente alle linee guida emesse dalla santa sede che promettono sostegno alle vittime e prevenzione, a Savona e non solo si da sostegno ai pedofili, non alle vittime. Ho elencato solamente le richieste inviate dall’associazione, ma non sono le uniche, richieste analoghe sono state fatte da diverse vittime italiane, come le vittime dell’istituto cattolico per sordomuti Antonio Provolo di Verona, tutte rimaste inevase. Come comunicato in data 09-09-2011 il giorno 22 settembre ho iniziato un pellegrinaggio con l’obbiettivo di raggiungere Roma per arrivare al cospetto del Papa, nel primo giorno di cammino, tra Savona e Cogoleto ho raccolto nuove vittime e la segnalazione di un nuovo sacerdote pedofilo, recentemente spostato dal Vescovo di Savona, ma non rimosso.

Nel secondo giorno tra Cogoleto e Sampierdarena sempre più ombre emergono, da qui la mia decisione di fermarmi proprio a Genova per qualche giorno, allo scopo di fare chiarezza. Eccellenza, una Sua frase ricorrente è “un grande dolore”, mi perdoni ma alla luce di quanto sopra, non solo a me sfugge il motivo del suo dolore, forse la Sua frase va ricollegata alla gaf freudiana di sabato 24 settembre 2011, mentre diceva messa nella parrocchia di don Riccardo Seppia, io presente in prima fila, Lei disse questa significativa frase “I provvedimenti subiti,…… subito presi” non lascia molti dubbi sul Suo reale pensiero Eccellenza.

Cordialmente Francesco Zanardi, Portavoce Rete L’ABUSO IT- Associazione Piccolo Alan Onlus IT– Comunità Il rifugio di Alan Onlus IT – Fondazione Protege A Tus Hijos SP.
IN MARGINE ALL'INTERVENTO DEL CARD. PIACENZA
(23.9.11)

Riporto da "Il Messaggero":

Doccia gelata sui cattolici tedeschi alla vigilia del viaggio in Germania del Papa speravano in uno spiraglio di dialogo sulla questione delle donne prete e del celibato sacerdotale. Il prefetto della Congregazione del Clero, il cardinale Mauro Piacenza, strettissimo collaboratore di Benedetto XVI, ha argomentato tutti i ’no’ della Chiesa in materia. La questione, dice, è chiusa. Con buona pace dei moltissimi gruppi organizzati attorno a Wir sind Kirche che avrebbero voluto ascoltare aperture su questo fronte o, almeno, iniziare un confronto. E’ chiaro che i cattolici più liberal dovranno aspettare ancora, così come dovranno pazientare anche gli oltre 300 preti austriaci che alcuni mesi fa avevano minacciato di uscire dalla Chiesa se non si fosse intrapreso un colloquio. Nella patria di Joseph Ratzinger c’è parecchio subbuglio e persino alcuni vescovi gradirebbero intravedere mutamenti all’orizzonte, ma a Roma nessuno ci pensa. Il cardinale Piacenza in una intervista all’agenzia cattolica Zenit ha fatto capire chiaramente che non ci saranno svolte.

Il sacerdozio femminile è una questione dottrinale insormontabile (anche se questo non vuol dire che le donne non possano avere un ruolo importante). Quanto all’abolizione del celibato «non si tratta di una semplice legge». Ma molto di più. «E’ Gesù steso che dice: chi può capire capisca. Il sacro celibato - spiega Piacenza - non è mai superato, anzi è sempre nuovo, nel senso che, anche attraverso di esso, la vita del prete è rinnovata, perché sempre donata, in una fedeltà che ha in Dio la propria radice e nella fioritura della libertà umana il proprio frutto». Per il cardinale il punto è un altro. «Il vero dramma è nell’incapacità contemporanea a compiere scelte definitive, nella drammatica riduzione della libertà umana che è divenuta così fragile da non perseguire il bene nemmeno quando è riconosciuto ed intuito come possibilità per la propria esistenza. Non è il celibato il problema, né possono essere le infedeltà e la debolezza di taluni sacerdoti il criterio di giudizio». Inoltre il porporato ha sfatato la falsa credenza che abolendo il sacerdozio aumenterebbero le vocazioni. «Non è vero». Basta vedere le altre confessioni cristiane che permettono ai preti di sposarsi quanto sono in crisi. «Così come c’è crisi del sacramento del matrimonio uno ed indissolubile. La crisi, dalla quale, in realtà, si sta lentamente uscendo, è legata, fondamentalmente, alla crisi della fede in Occidente. È a far crescere la fede che ci si deve impegnare».

Non mi aspettavo che le istanze seriamente proposte da Win sir Kirke e da moltissimi cattolici d'oltralpe, fossero accolte in toto da papa Benedetto XVI mentre si trova nella sua terra d'origine.
Ma non m'aspettavo neppure che il card. Piacenza andasse giù piatto lanciando secchiate d'acqua gelida su temi seri e sentiti da moltissimi cattolici quali quello del sacerdozio uxorato e del sacerdozio femminile.
Definire una questione insormontabile quella del sacerdozio femminile senza fermarsi a discutere sulle argomentazioni addotte, è semplicemente autoritario, non autorevole. Penso che sia giunto il momento in cui le verità proclamate ex cathedra senza alcuna possibilità di replica da parte di chi non condivide debba essere riconsiderato e chiuso.
Al cardinale correi dire che non c'è più nessuno che ritiene che facendo sposare i preti ci siano più vocazioni e che chiudere alle donne prete significa ribadire la mentalità maschilista che una chiesa del terzo millennio deve riuscire a sfatare.
IL VESCOVO DI CREMONA SUL CELIBATO

Mons. Dante Lafranconi, vescovo di Cremona, ha rilasciato a Giovanni Panettiere un'intervista in cui tocca molti temi che scottano: il celibato, il preservativo, i divorziati risposati.
Il vescovo di Cremona fu mio insegnante di morale e storia della chiesa. E' una persona seria e preparata. Non ho più avuto modo di reincontrarlo dopo l'anno di ordinazione, ma ho sempre seguito i suoi interventi.
Mi fermo a considerare quanto ha dichiarato a Giovanni Panettiere:"Non esiste nessun dogma in merito al fatto che i preti si possano sposare".
La dichiarazione ha fatto scoppiare i titoli delle agenzie di stampa. Uno di questi è: un uomo con sette figli può diventare prete.
La bomba avrà messo in allarme i capi di Lafranconi il quale s'è trovato costretto a diramare, attraverso la curia, il solito comunicato di precisazione. Che, ovviamente, è una retromarcia.
Eppure - a ben vedere - mons. Lafranconi non ha detto nulla di eretico: da studioso di storia della chiesa ha comunicato quello che storicamente è inconfutabile e da studioso di morale ha precisato che non sarebbe un ostacolo pensare a preti sposati anche se, ha aggiunto, egli è personalmente contrario.
Il discorso sul celibato coatto del clero sta riaffiorando da più parti in questi periodi: in Irlanda parecchi preti hanno sollecitato i vescovi a considerare il problema, in Germania il papa si troverà ad affrontare anche questo tema che viene insistentemente proposto dai dissidenti, in Brasile una nutrita folla di laici, preti e suore insiste su questo tema e su quello del sacerdozio femminile.
La chiesa di Roma che fa?
Ignora tutte le istanze.
Nel mio libro - ormai datato - ho proposto che il tema fosse affrontato con serietà ed impegno. Affrontare un tema con serietà ed impegno non significa dall'oggi al domani abolire il celibato del clero ed aprire al sacerdozio femminile. Significa - semplicemente - coinvolgere attorno ad un tavolo di studio persone disposte a riflettere sugli aspetti teologici, sacramentali, spirituali e pastorali su un problema che la chiesa non può continuare ad ignorare. Ma il tema (anzi...i temi) scottano e le paure di altri scismi lebfevriani fanno novanta in Vaticano, con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti: il continuo scollamento fra la base ecclesiale e i suoi vertici. Hanno un bel scrivere i laudatores dei pontefici che il papa continua a riempire le chiese, le piazze e gli stadi, portando a giustificazione l'ultima GMG di Madrid! Non sanno, costoro, che il papa fa comunque audience e notizia? Quanti accorrono per "vedere" il papa, ma non "ascoltano" il papa?
Personalmente sono molto amareggiato perchè quando affronto il tema del celibato con persone della gerarchia trovo sempre una cordiale disponibilità che si traduce anche in aiuti: ci sono vescovi che accolgono preti sposati nelle loro diocesi, danno loro una mano indicandoli per l'onsegnamento della religione oppure s'impegnano per inserirli in strutture diocesane o vicine alla chiesa in modo che possano avere una casa ed un lavoro. Quando si tratta di uscire allo scoperto, spendersi in prima persona, impegnarsi fattivamente...incontro una reticenza che sconfina nella riottosità.
Per tornare a mons. Lafranconi: è un vescovo italiano, controllato dalla curia vaticana e dalla CEI più di altri suoi confratelli di altre nazioni. Ha espresso un pensiero in modo serio e corretto, ma ha dovuto rettificare.
Così non si va da nessuna parte: del resto il papa, ai nuovi vescovi che hanno seguito un corso presso la congregazione ha detto una cosa chiara:"Valorizzate i carismi, ma i carismi debbono sempre essere sottomessi alla chiesa ed ai pastori".
Fino a quando i pastori s'arrogheranno il diritto che nessuno ha loro conferito di essere arbitri del quel che si deve dire e non si deve dire, si può e fare e non si può fare, salvo poi a ritrattare qualche decennio dopo quel che prima era non negoziabile ed irricevibile, non saremo mai una chiesa viva, carismatica, evangelica.
INUTILE GIUBILARE A MADRID!
(19.8.2011)

Riporto una notizia trovata in rete.

"Ben cento nomi, tanti ne contiene ’ «archivio dei preti gay» finito sul tavolo dei magistrati della procura di Isernia. E un nuovo, temibile scandalo sessuale - soprattutto quello dei preti pedofili - travolge i sacerdote e coinvolge la Chiesa, che da tempo deve fronteggiare questa “emergenza” internazionale. E nell’inchiesta di Isernia quelle ombre minacciose si addensano sul clero italiano. I magistrati ci lavorano da tempo e il 26 luglio scorso quel lavoro ha portato in carcere due uomini, accusati di estorsione ai danni dei religiosi. Rivela tutto il settimanale «Panorama» nel numero in edicola oggi. Da questa inchiesta emerge appunto un mondo inquietante fatto di ricatti, relazioni occasionali e prestazioni sessuali intrecciate attraverso il web. E un numero impressionante di sacerdoti travolti dallo scandalo, intercettati in tutta Italia, da Biella a Palermo.

A casa dei due indagati - Diego Maria Coggiano e Giuseppe Trementino - la polizia giudiziaria ha sequestrato filmati hard su computer e su cellulari, sms imbarazzanti e rubriche telefoniche: tutti elementi che delineano uno scenario definito dagli investigatori appunto «inquietante». I sacerdoti finiti nella rete, sostengono gli inquirenti intervistati da «Panorama», sembrano collegati tra loro in un network vero e proprio dove ci si ritrova e ci si scambia informazioni sugli amanti occasionali incontrati nella rete. Secondo l’accusa, i due indagati avrebbero contattato le loro “vittime” attraverso Facebook, inducendole a rapporti sessuali virtuali, e poi le avrebbero ricattate con filmini e messaggini. Il settimanale ha anche intervistato, attraverso il suo legale, uno dei due indagati, Trementino, trent’anni e un lavoro per un corriere espresso. «Tutto è iniziato dalla storia che ho avuto con un prete», racconta l’uomo, «con il quale facevo sesso e che mi dava dei soldi di sua spontanea volontà. Da qual momento sono stato letteralmente preso d’assalto da decine di sacerdoti».

Sacerdoti che pagavano migliaia di euro per prestazioni sessuali delle varie vittime adescate in rete, soldi rastrellati dai fedeli, invocati per opere di carità e di aiuto e usati in questo modo. Lo documenta la risposta di uno dei preti ascoltato dagli investigatori che, alla domanda dove avesse trovato i settemila euro pagati per alcuni incontri particolari, ha risposto candidamente: «Non ho avuto gravi difficoltà economiche, grazie anche alla generosità dei fedeli che in questo periodo con la benedizione delle case hanno elargito grandi somme di denaro». E non contento il religioso ammette che aver usato quei settemila euro per sollazzarsi con ragazzi vari gli ha impedito «di fare le opere di bene che faccio di solito, del tipo aiutare economicamente parrocchiani in difficoltà».

Non so come si possa avere il coraggio di continuare su questa strada. Non so davvero come sia possibile essere a Madrid a celebrare una GMG mondiale coinvolgendo giovani di tutto il mondo per presentare una chiesa viva e credente gioiosamente nel Cristo e tollerare i continui scandali non solo a sfondo sessuale che accadono ogni giorno.
Non so proprio come sia possibile che il card. Bagnasco stigmatizzi l'evasione fiscale, il malcostume ed altro ancora quando in una diocesi come quella di Isernia sta succedendo quello che succede e un prete dichiari senza mezzi termini che ha usato i soldi della benedizione delle case (7000 euro) per pagare le sue prestazioni sessuali.
C'è un limite alla vergogna?
C'è un limite all'ipocrisia?
Se non si pone rimedio in modo esemplare con una rivoluzione ecclesiale totale e totalizzante succederà ai gerarchi cattolici quello che sta succedendo ai gerarchetti italiani e successe ai vari Hitler, Mussolini, Pinochet, Ceausescu ecc.
IL GIOVEDI' SANTO

E' con profonda nostalgia che parlo di questo giorno che la religione cattolica dedica al sacerdozio ministeriale.
In questo giorno avvengono due celebrazioni solenni: al mattino, nella cattedrale - chiesa madre di ogni diocesi - il vescovo raduna tutti i presbiteri e consacra gli oli del crisma, dei catecumeni e degli infermi.
Alla sera, in ogni comunità, viene celebrata la messa "In coena Domini" in cui si ricorda l'istituzione dell'Eucaristia.
Ricordo con nostalgia questo giorno perchè per anni - da cerimoniere maggiore - fui regista di queste celebrazioni, poi vi partecipai da sacerdote e poi ogni anno, ricordando la mia ordinazione sacerdotale , faccio il posssibile per essere presente in cattedrale se pressanti impegni di lavoro non m'impediscono di realizzare il desiderio.
Allora rifletto su alcune cose.

Gli Oli Sacri.
La cerimonia della consacrazione è accompagnata da un antichissimo canto:"O Redemptor, sume carmen, temet concinentium" (O Redentore, accogli il canto di coloro che cantano proprio Te). Fra gli oli si consacra il Crisma che serve per ungere e battezzati (segno di partecipazione al sacerdozio di Cristo) e le mani dei diaconi che saranno consacrati preti e dei preti che saranno consacrati vescovi (segno che questi fratelli partecipano più intimamente al sacerdozio del Cristo). Mi viene spontaneo pregare perchè il sacerdozio ministeriale sia svestito dall'aura sacrale che lo avvolge. Oddio! A pensarci bene i preti ci mettono del loro per svestirsi dall'aura sacrale: vestono molto laicamente (quando non sciattamente), infilano parolacce nei loro eloqui (quando non pesanti volgarità) e sembrano spesso più funzionari del sacro che testimoni viventi di una Santità. Ma queste sono derive impazzite di un concetto più profondo che fatica a maturare: il sacerdozio è un dono che Cristo ha fatto a chi sceglie di credere nel suo messaggio perchè si perpetui la memoria di un Dio Incarnato che riscatta la persona dalle grandi contraddizioni e dai cocenti conflitti che l'attanagliano. Così inteso, il sacerdozio perde la propria aura sacrale d'incomprensibile mistero e s'avvicina ad un popolo che crede nel messaggio di Cristo che indicò le contraddizioni che distinsero la sua esistenza: solo chi muore, dà la vita; solo chi sa perdere, ama; solo chi serve, è Signore; essere liberi è farsi schiavi fino alla morte per la persona che si ama.
Così inteso il sacerdozio dei fedeli non sarà più solo e rigorosamente maschile, solo e rigorosamente celibe, solo e rigorosamente sacrale.
Il Crisma, con il quale si unge la testa di un battezzato a simbolo della sua partecipazione al sacerdozio del Cristo, diventa segno di un dono che è per tutti coloro che si sentono vocati a spezzare per i fratelli il Pane della Parola e della Vita.

L'Eucaristia.
Per me cattolico è segno della presenza viva del Cristo e non solo ricordo di una Cena. Ma è anche segno di comunione con i fratelli. Mi duole vivere una realtà eucaristica dove m'accorgo che - siccome non la penso con chi pensa di detenere il potere ecclesiastico - posso essere messo fuori dalla comunità. Salvo poi (casi tipo Galileo, Bruno ecc.ecc.) riconoscere post mortem che non ero così fuori dalla comunione.
Proprio la sera del giovedì santo si canta un antico inno: Ubi charitas et amor, Deus ibi est.
Mi basta
Da IL TIMONE.

CONFUSIONI FRA VERGINITA' E CASTITA'?

E' un articolo da leggere per la capacità dell'articolista di arrampicarsi sui vetri per sostenere il suo argomento : il celibato è e deve restare obbligatorio.
Mi fa tenerezza vedere come ci siano ancora persone così bolse.

"C'è una parola che, al di fuori degli ambienti strettamente religiosi, suscita insieme curiosità e diffidenza, stupore ma anche perplessità. Ed è "castità". Non me ne meraviglio, anzi credo che queste reazioni siano normali. La castità come scelta di vita, cioè la rinuncia a sposarsi e ad una propria famiglia per dedicare interamente la propria vita a Dio e, di riflesso, ai fratelli è effettivamente uno scandalo perché è qualcosa che sembra andare contro la stessa natura umana. Eppure, pur con modalità diverse, è una scelta che accomuna parecchi percorsi spirituali anche non cristiani. Perché, come dice Gesù di questo stato di vita: «Non tutti possono capirlo, ma solo coloro ai quali è stato concesso. Vi sono infatti eunuchi che sono nati così dal ventre della madre; ve ne sono alcuni che sono stati resi eunuchi dagli uomini; e vi sono altri che si sono fatti eunuchi per il regno dei Cieli. Chi può capire, capisca» (Mt 19,11-12).
Chiariamo subito una cosa. In realtà, a proposito di questa scelta di vita sarebbe meglio parlare di "verginità", essendo in qualche - modo la castità (intesa più in generale come custodia del cuore, come purezza da applicare ad ogni atto della vita) un impegno e un atteggiamento che dovrebbe riguardare chiunque creda e si sforzi di seguire gli insegnamenti evangelici e l'esempio di Gesù. E anche per restare al campo più strettamente sessuale, non è che agli sposati o ai non sposati in attesa di trovare un partner sia concessa ogni libertà. La sessualità, infatti, va comunque vissuta in modo ordinato e conforme al disegno di Dio sull'uomo perché possa trovare la sua migliore realizzazione.
Se, dunque, dopo questa precisazione, impieghiamo il termine un po' improprio di "castità" è perché questo è l'uso invalso nella Tradizione. D'altra parte, sempre nella stessa Tradizione, la castità non viene mai considerata da sola, ma strettamente unita ad altri due elementi che la accompagnano, cioè la "povertà" e "l'obbedienza". Questo perché si è sempre reputato che questi tre aspetti si aiutino e si sostengano a vicenda: non può reggere a lungo una vera castità chi non sia anche povero nello spirito e, quantomeno, parco nella vita, come chi non sia davvero obbediente e disponibile alla volontà di Dio anzitutto, ma anche alla materna guida della Chiesa ed, eventualmente, alla comunità nella quale è inserito.
Ma perché questa scelta - così anticonformista soprattutto oggi - che, proprio perché tale, non a tutti è dato capire? Che cosa c'è dietro, che cosa la muove e la sostiene? C'è l'intuizione - ma forse sarebbe meglio dire l'illuminazione - che Dio è Tutto e che, al contempo, è Amore. Un Tutto, un Amore che già di per sé riempie in modo così pieno la vita al punto che quest'ultima gli può essere, fin da qui, interamente dedicata. «Dio sarà tutto in tutti" ci dice s. Paolo riferendosi al Paradiso. Ecco. il vergine è stato così folgorato da questa rivelazione da volerla anticipare, da cercare di viverla con la maggior pienezza possibile fin da ora. La sua è, dunque, al contempo, una scelta e una testimonianza: quella che si può vivere di Dio rinunciando anche a gioie terrene lecite e giuste come quelle che nascono dall'amore di una famiglia umana. Non rinunciando, invece, a praticare un amore casto verso i fratelli in umanità, anzi dedicandosi totalmente ad essi come è più facile fare, con cuore indiviso, nella verginità e nel celibato.
Si tratta di una vocazione di minoranza. La chiamata al matrimonio è la più diffusa ed è altrettanto nobile e importante, dal momento che è attraverso di essa che vedono la luce i nuovi figli di Dio. Però è una vocazione preziosa perché, anche attraverso lo scandalo che suscita, ma pure per i frutti spirituali che produce. è una testimonianza e al contempo un simbolo molto forte. Una sorta di piccolo faro che illumina e fa pensare.
Una vocazione che nel tempo ha assunto forme diverse. Monaci e monache ritirati nei loro monasteri, dai quali ci garantiscono un ricordo costante nella preghiera. Solo in Cielo sapremo quanto dobbiamo a questi fratelli che vegliano lodando e impetrando Dio per noi così indaffarati in tutti i nostri numerosi impegni. Religiosi e religiose di vita attiva dediti alle più varie opere sociali e di apostolato. E, da ultimo, laici che in forme diverse e spesso non rinunciando ad una professione testimoniano in mezzo a tutti questa loro scelta portandola, come testimonianza umile ma preziosa. fin dentro agli ingranaggi della vita. Confusi in mezzo agli altri, professionalmente impegnati ma, al contempo.
presenza che richiama alla consapevolezza che tutti. vergini e non vergini. siamo incamminati verso una meta preziosa. Una meta dalla quale a essi viene speranza e linfa e che, proprio per questo, dimostra come non tutto si esaurisca nei gesti e negli eventi di questa vita.
Forse a questo punto ci è più facile capire perché la Chiesa latina insista - anche contro una opinione pubblica spesso contraria - nel mantenere il sacerdozio ministeriale legato ad una scelta di verginità. Non sarebbe indispensabile. Si tratta infatti di una legge ecclesiastica e non di diritto divino. Tuttavia - al di là dei problemi pratici che il matrimonio comporterebbe per un prete: il mantenimento di una famiglia. la cura da dedicare a moglie e figli, che molto toglierebbero alla disponibilità di tempo per i fedeli - ciò che la Chiesa ha voluto sempre sottolineare è la testimonianza di un cuore sacerdotale che. similmente alla scelta fatta da Gesù, si offre totalmente a Dio ed ai fratelli con cuore indiviso, in un servizio di dedizione generosa e piena. Certo, molti di loro potranno qualche volta cadere, come del resto può succedere a tutti noi. ma è la meta che conta.
La misericordia di Dio è a loro disposizione come per ogni cristiano. Per questo possono rialzarsi anch'essi e ripartire con coraggio e speranza. È segno di poca comprensione delle radici profonde della scelta della Chiesa affermare, per esempio. che se i preti si sposassero sarebbero più equilibrati sessualmente e tra loro ci sarebbero meno pedofili. Occorre scegliere bene i candidati. questo sì, escludendo ovviamente le patologie. Occorre seguire bene la formazione dei sacerdoti - ma più in generale di chi abbia questa vocazione alla verginità - perché maturino la loro umanità in modo giusto e diventino capaci di fare una corretta sublimazione della loro energia sessuale e affettiva. Ma pensare che il rimedio alle difficoltà sia abbassare la grandezza della meta è togliere speranza alla fede e a tutta la lunga e gloriosa esperienza della Chiesa. Lo Spirito, che aiuta tutti a santificarsi nel modo più adatto a ciascuno, non può certo abbandonare questi suoi figli che ha chiamati ad un ruolo e ad una testimonianza speciali. Coraggio. dunque, a tutti loro. che oggi più che mai remano contro corrente, e a noi, chiamati a stimarli profondamente e a sostenerli con la nostra preghiera.
La cultura di oggi vuole convincerci che rinunciare al sesso, al denaro. ad una libertà quasi senza limiti sia una scelta assurda, incomprensibile, addirittura malata. E qualche volta rischia di riuscirci o, quanto meno, di insinuarci dei dubbi. È un fatto che oggi. anche in famiglie di credenti, spesso si lotta contro eventuali vocazioni verginali dei figli.
Eppure, al di là di ogni ragionevole aspettativa. ad ogni generazione, anche oggi, si ripete questo meraviglioso evento, quasi un miracolo che sempre provoca stupore: che un giovane (o anche un meno giovane) rispondano "sì" alla chiamata divina a seguire Gesù in povertà. castità, obbedienza. A seguirlo per testimoniare di un Amore che ha O;) illuminato il loro cuore e che lo ha totalmente conquistato. Nuovi figli di Dio che vanno ad unirsi alla schiera dei vergini che nella Chiesa, pur con i loro limiti, cercano di anticipare coraggiosamente il Regno e aiutano tutti noi a ricordare la giusta gerarchia delle cose, il primato di Dio su tutto, la speranza che nasce dalla fede, la meta che ci attende.
UNA LETTERA CHE FA RIFLETTERE

Lettera a Mons. William Morris da parte del “Réseau Culture et Foi”

Benché il Canada sia molto lontano dall'Australia, desidero informarla che un gruppo di cattolici del Canada sono stati delusi e addolorati nell'apprendere che papa Benedetto XVI l'ha fatta dimettere dal suo incarico episcopale, apparentemente a causa della sua lettera pastorale dell'Avvento 2006, nella quale lei diceva che, di fronte alla grave penuria di preti che colpisce l'Australia, la Chiesa cattolica dovrebbe forse prendere in considerazione delle soluzioni come l'ordinazione di uomini e donne sposati se la celebrazione dell'Eucaristia deve restare il rito essenziale in una comunità cristiana.
La nostra associazione, che porta il nome di “Réseau Culture et Foi” (rete cultura e fede), vuole essere un luogo di incontro che rende possibile, all'interno della Chiesa , l'esercizio dell'indispensabile funzione critica, ed è un luogo di parola libero e di rinnovamento del discorso teologico e del linguaggio liturgico della nostra Chiesa. Il nostro sito web è molto popolare ed accoglie ogni giorno un gran numero di visitatori dal mondo intero: www.culture-et-foi.com.
Siccome lei era vescovo di Toowoomba da 18 anni e godeva del sostegno della maggioranza dei suoi fedeli e dei suoi preti, la sua revoca è stata, per noi, fonte di profonda tristezza. Il Papa avrebbe preso questa decisione, sembra, dopo aver ricevuto delle denunce contro di lei da un gruppo di dissidenti. Confermava in questo modo che il rifiuto della Chiesa di ordinare delle donne fa parte delle verità che non si possono discutere, dopo che papa Giovanni Paolo II ha affermato nel 1994, nel documento Ordinatio sacerdotalis, che l'insegnamento della Chiesa su tale questione era definitivo ed infallibile. Siamo profondamente convinti che un'ampia maggioranza di donne ed un gran numero di uomini sono dell'avviso che l'ordinazione delle donne dovrebbe essere una questione aperta alla discussione. Crediamo anche che il vescovo di una diocesi goda di una legittima autorità magisteriale e che non dovrebbe essere revocato fintantoché è in piena comunione con il Papa e con gli altri vescovi con i quali condivide la responsabilità di tutta la Chiesa. A seguito della sua lettera pastorale dell'Avvento 2006, il Vaticano l'ha informata, nel marzo 2007, che ci sarebbe stata una visita apostolica nella sua diocesi. Nell'aprile 2007, mons. Charles Chaput, arcivescovo di Denver, è arrivato da lei per la visita annunciata, e secondo quanto abbiamo appreso, ha avuto un incontro sia con lei che con dei membri dell'amministrazione e dei fedeli della sua diocesi. Nel maggio dello stesso anno, ha inviato il suo rapporto alla Congregazione per i vescovi a Roma, senza che le fosse permesso di prendere visione di tale rapporto. Come il Consiglio nazionale dei preti d'Australia, anche noi siamo costernati per la mancanza di trasparenza e per il modo in cui si è giunti alla decisione delle autorità della Chiesa. Siccome lei non ha mai potuto leggere il rapporto del Visitatore apostolico, non ha potuto godere della naturale giustizia, dato che non le è stata data la possibilità di presentare i suoi argomenti ed una difesa appropriata. Troviamo deplorevole che il diritto canonico non preveda la possibilità per i vescovi di difendersi quando sono messi in causa. Il Papa ha quindi totale libertà di nominarli e di revocarli. Noi abbiamo una grande ammirazione per lei e per i principi che lei difende. Siamo pienamente d'accordo con lei quando afferma che la Chiesa è il popolo di Dio, come è stato stabilito chiaramente dal Concilio Vaticano II: «Lo Spirito dimora nella Chiesa e nei cuori dei fedeli come in un tempio e in essi prega e rende testimonianza della loro condizione di figli di Dio per adozione. Egli introduce la Chiesa nella pienezza della verità, la unifica nella comunione e nel ministero, la provvede e dirige con diversi doni gerarchici e carismatici, la abbellisce dei suoi frutti. Con la forza del Vangelo la fa ringiovanire, continuamente la rinnova e la conduce alla perfetta unione col suo Sposo. Poiché lo Spirito e la sposa dicono al Signore Gesù: « Vieni ». Così la Chiesa universale si presenta come « un popolo che deriva la sua unità dall'unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo» (Costituzione dogmatica Lumen Gentium, 4). Come vescovo, lei teneva a che il popolo di Dio nella sua diocesi avesse una voce e che tale voce fosse sentita nella Chiesa e nel mondo, affinché apparisse chiaramente che lo Spirito è all'opera in tutta la Chiesa e non solo in alcuni. È in questo spirito che lei ha incoraggiato il dialogo e la collaborazione in tutta la sua diocesi con dei provvedimenti come la creazione di un Consiglio del personale per consultare le parrocchie prima di raccomandare la nomina di un prete come pastore, e l'autorizzazione della celebrazione della penitenza comunitaria e dell'assoluzione generale. Anche se lei è stato destituito dal suo incarico di vescovo per aver espresso l'opinione che la nostra Chiesa dovrebbe un giorno studiare la possibilità di ordinare degli uomini e delle donne sposati,
molte persone, compresi preti e vescovi, pensano che tale opzione sia veramente possibile o probabile, ma che essa si realizzerà solo quando Roma l'autorizzerà. Dato che “la celebrazione dell'Eucaristia” ha sempre occupato e continuerà ad occupare il posto centrale nella comunità cristiana, molti cambiamenti che ora sembrano impossibili potranno diventare realtà.
Réjean Plamondon, a nome del “Réseau Culture et Foi”

TROVO QUESTA LETTERA DEL TUTTO CONDIVISIBILE E SOTTOSCRIVIBILE. E' VERAMENTE INDEGNO CHE UN VESCOVO SIA RIMOSSO SENZA NEPPURE POTER VISIONARE IL RAPPORTO DEL SUO ISPETTORE.
Dal blog di Panorama:

LA PAPESSA TEDESCA
(di Silvia Grilli)

Potremmo chiamarla «la papessa» dei protestanti tedeschi, anche se il suo incarico durerà sei anni e non a vita. Potremmo anche definire il luogo dove ci incontriamo il «Vaticano» della Germania. Ma, nazionalità a parte, non c’è nulla di più distante da Benedetto XVI di questa donna piccola dagli occhi vivaci, 51 anni ben portati, forse anche per via di quel suo taglio corto alla maschietta. E non c’è niente di più lontano dagli sfarzi della Santa sede di questo suo spartano Vaticano, un edificio piccolo e squadrato in una stradina di Hannover, città che sta in alto nelle mappe di Germania, quasi completamente ricostruita dopo i bombardamenti della Seconda guerra mondiale. Lei si chiama Margot Kässmann, il 28 ottobre è stata eletta con larghissimo consenso a capo di 25 milioni di fedeli delle Chiese riformate. Non è stata un’elezione qualsiasi, è stata una rivoluzione. Perché lei è donna, ha quattro figlie, è divorziata, è stata operata per un tumore al seno, è ospite frequente dei talk-show, è autrice di libri che scaldano il cuore e, già quando era vescovo, la chiamavano «vescovo pop».
Sono le 11 di una grigia mattina della Bassa Sassonia quando Kässmann, in tailleur pantalone nero, ma vezzosa camicetta azzurra, mi accoglie nel suo studio. «Ma come fa a camminare con quei tacchi?» si sorprende e con rimpianto mi indica i suoi austeri mocassini neri. «Non posso permettermi stravaganze» ammette, poi confida di avere molto invidiato le babbucce in pelle rossa di Benedetto XVI.
Dentro la congregazione, la descrivono come un incrocio tra Madre Teresa di Calcutta e Demi Moore. Lei sostiene di non aver saputo chi fosse Demi Moore finché ha telefonato alle sue figlie: «Mamma, tranquilla, è un complimento» l’hanno rassicurata le ragazze. Le chiedo se crede di essere una rivoluzionaria, lei, donna, in un ruolo che fu solo di uomini. Risponde lievemente infastidita da una domanda che evidentemente la perseguita: «La gente potrà anche essere sorpresa, chiedersi: “Come può essere?”.
Ma già all’inizio del XVII secolo le Chiese luterane e protestanti della Riforma decisero che non c’erano né ragioni teologiche né bibliche per non avere donne nel ministero. Una è biblica: Gesù ha mandato prima le donne ad annunciare i Vangeli. Martin Lutero disse che c’è un sacerdozio di tutti i credenti e già l’apostolo Paolo sostenne che per Cristo non c’è differenza tra uomini e donne. Nel 1992, ad Amburgo, è stata eletta la prima donna vescovo. La ragione teologica è che se possono esserci pastori donne, certamente possono esserci vescovi donne. E io, nel 1999, sono stata la seconda donna vescovo, la prima sposata e con figli». Questa, però, è la prima volta in una posizione così alta. «Quello che decidemmo molto tempo fa, ora è più visibile» taglia corto.
Il mondo però è ancora una partita per uomini. Dopo l’elezione di Kässmann, il patriarca ortodosso Kirill I ha annullato la visita per celebrare i 50 anni del dialogo tra le due confessioni.
Lei parte lancia in resta: «Ha sostenuto che c’erano problemi di protocollo ad avere una donna al suo stesso livello. Ho risposto, irritata, che l’avevo già incontrato quando ero vescovo di una Chiesa di 3 milioni di fedeli. Abbiamo differenti opinioni: io non credo debbano esserci patriarchi e loro non credono possano esserci donne nei ministeri. Ma, per favore, non tirino in ballo il protocollo». Dopo avere proclamato «con l’aiuto di Dio, io accetto», il giorno dell’elezione ha fatto un discorso e tutti si sono alzati ad applaudirla. Nel ricordare che cosa disse, parte alla lontana: «Che sono grata alla mia Chiesa, perché ciò che sono oggi è grazie a essa». Deve avere aggiunto anche qualcosa che ha scalfito i cuori, perché qualcuno ha pianto. Lei procede lentamente: «Poi che sono felice di avere quattro ragazze ormai grandi e meravigliose. La prima è nata quando avevo solo 23 anni ed ero ancora una studentessa, l’ultima ne ha 18, studia e vive ancora con me. Poi ho aggiunto che sono divorziata. Per me sarebbe stato meraviglioso avere un matrimonio che dura un’esistenza intera. Ma ci sono cose nella vita che non puoi riuscire a ottenere. È stato un regalo avere quattro figlie, ma l’altro regalo non mi è stato concesso».
Spiega che per la confessione protestante il matrimonio è un meraviglioso modo di vivere una vita tra un uomo e una donna. «Ma non è un sacramento. Abbiamo persone che vivono da singoli, che convivono, che vivono nel matrimonio o che sono divorziate». Eppure due anni e mezzo fa, quando si è separata, sarebbe stata pronta a lasciare il suo ufficio, se glielo avessero chiesto. Ma la sua Chiesa le ha risposto: «Se non sei stata tu a rompere il matrimonio, se non hai avuto tu una relazione extraconiugale, resta. Trattiamo te come trattiamo tutti i pastori». Riflette: «Nella tradizione della Riforma non esistono persone che non sbagliano. Siamo tutti peccatori. Nessuno ha scampo. Prendi l’ottavo comandamento, “Non mentire”: ma molta gente mente. C’è il comandamento “Non uccidere”, ma i soldati cristiani vanno in guerra. Così c’è anche gente che sbaglia non mantenendo la promessa di rimanere insieme sino alla fine della vita. Lutero direbbe che non esistono i santi e che le buone azioni non sono un bonifico per conquistarsi il Regno dei cieli. Solo la fede, il dialogo con Dio te lo permettono».
Le domando se avrebbe potuto salvare il suo matrimonio o se almeno ci ha provato. Risponde precipitosamente, quasi con stizza: «Posso dire che ho provato, ma non ho avuto alcuna possibilità di salvarlo». Poi s’interrompe. Trascorre qualche istante di silenzio fatto di nostalgia indicibile, il tempo necessario per asciugare in fretta una lacrima veloce e ritornare la guida spirituale.
Non è solo la posizione sul divorzio a differenziarla dai cattolici romani. Käss-mann critica gli insegnamenti del Papa sull’omosessualità, l’ordinazione delle donne, l’uso degli anticoncezionali, quello dei preservativi per combattere la diffusione dell’aids in Africa, il celibato dei sacerdoti, l’eutanasia. «Per noi riformati, essere genitori è una questione di responsabilità. Ho visto una donna morire in uno dei nostri ospedali in Etiopia perché era al suo dodicesimo parto. Ed è ancora una questione di responsabilità usare i condom per prevenire l’infezione. Quanto all’eutanasia, in certi casi la morte può essere un’amica. Una persona ha la libertà di decidere di non volere essere alimentata da una macchina».
Riconosce che se in Germania ci fosse un referendum per erigere più minareti, anche qui la gente voterebbe contro. «Ma io credo che occorra combattere per la libertà di culto» sostiene. Le chiedo come prega. Risponde che lo fa nell’adorazione. «Poi al mattino, ogni giorno, leggo un verso dal Vecchio e dal Nuovo Testamento».
Dopo, riflette sul senso della vita. Ogni tanto si rifugia in uno dei 18 monasteri attorno a Hannover. «Ma soprattutto prego mentre faccio jogging. I mistici dicono che, quando il tuo respiro diventa regolare, la tua mente si libera».
Le domando come ha vissuto il cancro al seno. Sostiene che la vita diventa più profonda e più preziosa quando capisci quanto possa essere limitata. «Sono grata di quell’esperienza. Ma a volte è molto più facile essere malata, perché in quel momento tutti ti sono accanto, che divorziare, quando tutti ti attaccano».
Prende dalla libreria il suo ultimo libro, Nel mezzo della vita. Con orgoglio m’informa che è al terzo posto nella classifica dei best-seller. Non mi stupisce, visto che tocca ogni corda possibile del cuore: la fede, i figli, il matrimonio, il divorzio, la malattia, il bilancio della vita di una cristiana di mezza età. Le domando se si risposerà. «Non ho tempo» mi dice «ma dal punto di vista teologico potrei farlo».
Fuori dal suo studio c’è il ritratto di Lutero, con la frase: «Ogni persona ha bisogno di qualcuno che le indichi per prima la verità». Ma Lutero scrisse anche che bisognava dare fuoco alle sinagoghe, perché gli ebrei erano figli del demonio. Kässmann ammette che bisogna essere molto critici sull’ultima parte della vita di Lutero. «Quelle affermazioni hanno deviato le nostre Chiese. Gesù era un ebreo». Quando, nel 1945, le truppe americane occuparono Hannover, erano rimasti 100 ebrei dei 4.800 che vi avevano vissuto. Nella piazza dell’Opera, un monumento ne ricorda la persecuzione. La Chiesa del Mercato, in quel poco che resta della città vecchia, è invece dove Kässmann celebra le funzioni.
Da qui è partito il corteo per Robert Enke, il portiere della nazionale tedesca che si è suicidato. Al discorso del funerale, Margot ha detto che può esserci molta solitudine anche dietro il successo. Poi confida: «Da tempo ho imparato che bisogna sviluppare l’abilità di saper camminare soli». E non parla di Enke, ma di se stessa.
SE FOSSE VERO...SAREBBE DA BRIVIDO!
(16.6.11)

Riporto una notizia. Riguarda don Riccardo Seppia, il prete genovese omosessuale, spendaccione e...tutto...meno che prete.
"...curava da otto anni l’Hiv al Galliera, l’ospedale della Curia. Nonostante questo, il prete ha continuato a ricoprire il suo incarico nella parrocchia di Santo Spirito, a Sestri. È stato lo stesso religioso ad ammetterlo nel corso di un interrogatorio, da cui emerge un nuovo inquietante interrogativo: la terapia svolta proprio in quell’ospedale poteva essere un’avvisaglia della condotta del sacerdote? E i vertici della chiesa genovese - presidente del Galliera è sempre il cardinale del capoluogo ligure - potevano esserne informati, o le rigidissime regole che disciplinano la tutela della privacy hanno impedito qualsiasi informazione? Il nuovo risvolto investigativo emerge dai verbali d’un confronto fra il prete (in cella per droga e prostituzione minorile da quasi un mese) e il pubblico ministero Stefano Puppo. passim ....
. «Ha avuto rapporti non protetti con persone che non sapevano del virus?».
«Ho avuto rapporti non protetti, ma solo dopo aver palesato la mia condizione e soltanto con persone malate come me». ...passim...Ma aldilà degli aspetti strettamente penali, è indubbio che don Ricardo Seppia non si curava in un ospedale qualunque, per un prete. Per volere della Duchessa di Galliera, che lo donò alla città, l’istituto di Carignano (sul piano tecnico un «ente ospedaliero di diritto pubblico») deve avere sempre come presidente l’arcivescovo pro tempore di Genova, oggi il cardinale Angelo Bagnasco. E questi, in seno al cda, dev’essere affiancato in ogni mandato dal priore della Fondazione magistrato di misericordia, un ente religioso".

Vengono i brividi: il prete era in cura per HIV presso un ospedale presieduto dal vescovo pro tempore di Genova e nessuno sapeva che aveva contratto il virus a causa della sua vita sregolata? Nessuno lo teneva sotto controllo al punto che egli poteva andare e venire da Milano a procurarsi droga e ragazzini?
Ma soprattutto: nessuno ha pensato di togliergli l'esercizio ministeriale attivo?
Siamo alla ipocrisia folle o alla follia ipocrita!
Se un prete nel ministero vuole sposarsi con una donna e mettere al mondo figli...viene radiato dall'albo, non gli si dà una mano neppure per uno straccio di casa o di lavoro (non sempre e non per tutti è così, ma succede); se un prete contrae l'HIV per frequentazioni pedofile reiterate ed ossessive, s'infila per i bordelli di Milano, si procura e spaccia droga...viene curato e lasciato ad esercitare il ministero?
Il card. Bagnasco ci deve spiegare le motivazioni di questo suo comportamento. Non può trincerarsi dietro la riservatezza e la privacy e neppure invocare il principio della condanna dell'errore e della misercordia per l'errante!
Il presidente dei vescovi italiani, che ha l'obbligo di vigilare su tutti i suoi colleghi che nelle diocesi sia applicata rigorosamente l'ultima circolare vaticana in merito alla pedofilia (la pubblico qualche articolo sotto in questa pagina) per primo ha contravvenuto (se le notizie sono vere) alle disposizioni della circolare stessa!
Mentre sto scrivendo mi vengono i bividi perchè sono testimone di tanti casi dolorosi. A parte quello vissuto sulla mia pelle (lasciai il ministero e mi sposai dovendo ricostruirmi una vita e fui bandito dalla mia diocesi!), posso parlare di preti e donne che hanno vissuto momenti drammatici; di preti che sono sospesi e lasciati nel limbo solo perchè hanno detto la verità su un loro rapporto sessuale (nato e chiuso) ai loro superiori; di donne che stanno allattando un figlio avuto da un prete il quale non si fa più vivo e non si interessa di nessuno dei due; di preti che tengono sulla corda una ragazza per anni adducendo motivazioni fra le più disparate e poi s'eclissano in paesi lontani.
Mi vengono i brividi solo al pensiero che vi siano responsabili di comunità cristiane che coprono situazioni come quella descritta e penso che il monito del profeta che lancia un "guai" ai pastori che non si prendono cura del gregge, sia quanto mai attuale in questa chiesa santa e peccatrice, casta meretrice, nave sempre più in tempesta che si culla fra culti di santi e beati di fresco sforno e documenti che hanno sempre più il sapore di grida manzoniane.
IL CELIBATO E' AD UN BIVIO
(11.6.11)

I distrastrosi fatti accaduti non solo in Italia e la pedofilia clericale dilagante, stanno facendo discutere e tornare alla ribalta il tema del celibato ecclesiastico imposto per obbligo ai sacerdoti della chiesa cattolica occidentale. Negli ultimi mesi, sono state anche tre uscite pubbliche, considerate in alcuni ambienti vicini alla sensibilità di Papa Ratzinger come un tentativo programmato a tavolino per cercare di far pressioni sul Pontefice, al quale non sarebbero estranei esponenti della Chiesa cattolica in Germania.
Il 21 gennaio otto politici della CDU, hanno indirizzato una lettera ai vescovi tedeschi, affermando come il celibato sacerdotale non sia più conforme ai tempi, almeno in Germania, e tenga i fedeli lontani dalla Chiesa. Secondo i firmatari, il cattolicesimo tedesco dovrebbe dunque emanciparsi dalle posizioni di Roma e ordinare uomini sposati.
L’eco di questa iniziativa si stava spegnendo, quando, una settimana dopo, ecco che il quotidiano Süddeutsche Zeitung ha ripubblicato un documento del 1970, noto da decenni e firmato da vari teologi, nel quale l’allora professor Joseph Ratzinger sembrava mostrarsi possibilista sull’eventualità di discutere il celibato.
A rafforzare, in alcuni ambienti vaticani, l’ipotesi di una regia comune dietro questi avvenimenti, è l’uscita, appena settimana dopo, di un terzo documento, sottoscritto da 144 teologi tedeschi, austriaci e svizzeri, che hanno chiesto al Pontefice riforme precise in senso progressista, affermando che la «la Chiesa ha bisogno anhe di preti sposati e di donne nel ministero ecclesiale».
Episodi isolati o sapientemente coordinati? Non esiste in realtà alcuna prova che si sia trattato di un piano preordinato, anche se qualcuno nei sacri palazzi tende ad accreditare l’ipotesi.
Ad affermare per la prima volta di una regia unica e interessata a far pressioni sul Papa dietro queste richieste, è stato un articolo pubblicato sull’edizione online del quotidiano tedesco Bild, il 5 febbraio scorso, nel quale si parlava di una «lotta sul celibato» in atto nella Chiesa cattolica.
L’articolo in questione, firmato da Einar Koch è rimasto consultabile in rete solo per mezz’ora, prima di essere ritirato e definitivamente cancellato. L’autore del pezzo aveva ipotizzato che nella campagna contro il celibato potesse avere avuto un ruolo anche il portavoce dell’episcopato tedesco, il laico Mathias Kopp, a sua volta legato al segretario della Conferenza episcopale, il gesuita Hans Langendörfer. Kopp ha però sempre negato qualsiasi coinvolgimento. E il piccolo «giallo» del ritiro dell’articolo dal sito della Bild può avere diverse spiegazioni: potrebbe essere stato provocato da una richiesta dei protagonisti citati o dal fatto di non essere stato ritenuto sufficientemente fondato.
Quello che è certo è che Benedetto XVI non pare intenzionato ad aprire un dibattito sull’attenuazione della regola del celibato in vigore nella Chiesa latina. Anche se, grazie all’istituzione degli ordinariati anglo-cattolici dopo la promulgazione della costituzione Anglicanorum coetibus, per la prima volta l’esistenza del clero uxorato è stata riconosciuta, seppure nelle intenzioni in via transitoria, nella Chiesa di rito latino.
Siamo ad un bivio?
Forse, sì.
Io lo spero.
LETTERA CIRCOLARE DELLA CONGREGAZIONE DELLA DOTTRINA DELLA FEDE
PER AIUTARE LE CONFERENZE EPISCOPALI NEL PREPARARE LINEE GUIDA PER IL TRATTAMENTO DEI CASI DI ABUSO SESSUALE
NEI CONFRONTI DI MINORI DA PARTE DI CHIERICI

(IL MIO COMMENTO E' IN MAIUSCOLO)

3 maggio 2011
Tra le importanti responsabilità del Vescovo diocesano al fine di assicurare il bene comune dei fedeli e, specialmente, la protezione dei bambini e dei giovani, c’è il dovere di dare una risposta adeguata ai casi eventuali di abuso sessuale su minori commesso da chierici nella sua diocesi. Tale risposta comporta l’istituzione di procedure adatte ad assistere le vittime di tali abusi, nonché la formazione della comunità ecclesiale in vista della protezione dei minori.
IL PRINCIPIO E' CORRETTO. NEL TESTO NON TROVO INDICAZIONI PER FORMARE LA COMUNITA' ECCLESIALE.
Detta risposta dovrà provvedere all’applicazione del diritto canonico in materia, e, allo stesso tempo, tener conto delle disposizioni delle leggi civili.
I. Aspetti generali:
a) Le vittime dell’abuso sessuale:
La Chiesa, nella persona del Vescovo o di un suo delegato, deve mostrarsi pronta ad ascoltare le vittime ed i loro familiari e ad impegnarsi per la loro assistenza spirituale e psicologica. Nel corso dei suoi viaggi apostolici, il Santo Padre Benedetto XVI ha dato un esempio particolarmente importante con la sua disponibilità ad incontrare ed ascoltare le vittime di abuso sessuale. In occasione di questi incontri, il Santo Padre ha voluto rivolgersi alle vittime con parole di compassione e di sostegno, come quelle contenute nella sua Lettera Pastorale ai Cattolici d’Irlanda (n.6): "Avete sofferto tremendamente e io ne sono veramente dispiaciuto. So che nulla può cancellare il male che avete sopportato. È stata tradita la vostra fiducia, e la vostra dignità è stata violata."
b) La protezione dei minori:
In alcune nazioni sono stati iniziati in ambito ecclesiale programmi educativi di prevenzione, per assicurare "ambienti sicuri" per i minori. Tali programmi cercano di aiutare i genitori, nonché gli operatori pastorali o scolastici, a riconoscere i segni dell’abuso sessuale e ad adottare le misure adeguate. I suddetti programmi spesso hanno meritato un riconoscimento come modelli nell’impegno per eliminare i casi di abuso sessuale nei confronti di minori nelle società odierne.
c) La formazione di futuri sacerdoti e religiosi:
Nel 2002, Papa Giovanni Paolo II disse: "Non c’è posto nel sacerdozio e nella vita religiosa per chi potrebbe far male ai giovani" (n. 3, Discorso ai Cardinali Americani, 23 aprile 2002). Queste parole richiamano alla specifica responsabilità dei Vescovi, dei Superiori Maggiori e di coloro che sono responsabili della formazione dei futuri sacerdoti e religiosi. Le indicazioni fornite nell’Esortazione Apostolica Pastores dabo vobis, nonché le istruzioni dei Dicasteri competenti della Santa Sede, acquistano una crescente importanza in vista di un corretto discernimento vocazionale e di una sana formazione umana e spirituale dei candidati. In particolare si farà in modo che essi apprezzino la castità e il celibato e le responsabilità della paternità spirituale da parte del chierico e possano approfondire la conoscenza della disciplina della Chiesa sull’argomento. Indicazioni più specifiche possono essere integrate nei programmi formativi dei seminari e delle case di formazione previste nella rispettiva Ratio institutionis sacerdotalis di ciascuna nazione e Istituto di vita consacrata e Società di vita apostolica.
QUI C'E' UN PROBLEMA: PERCHE' SI DEVE PER FORZA FORMARE ALLA CASTITA' E AL CELIBATO? NON ERA MEGLIO PARLARE DI UNA COMPLESSIVA EDUCAZIONE ALLA SESSUALITA'?
Inoltre, una diligenza particolare dev’essere riservata al doveroso scambio d’informazioni in merito a quei candidati al sacerdozio o alla vita religiosa che si trasferiscono da un seminario all’altro, tra diocesi diverse o tra Istituti religiosi e diocesi.
d) L’accompagnamento dei sacerdoti:
1. Il vescovo ha il dovere di trattare tutti i suoi sacerdoti come padre e fratello. Il vescovo curi, inoltre, con speciale attenzione la formazione permanente del clero, soprattutto nei primi anni dopo la sacra Ordinazione, valorizzando l’importanza della preghiera e del mutuo sostegno nella fraternità sacerdotale. Siano edotti i sacerdoti sul danno recato da un chierico alla vittima di abuso sessuale e sulla propria responsabilità di fronte alla normativa canonica e civile, come anche a riconoscere quelli che potrebbero essere i segni di eventuali abusi da chiunque compiuti nei confronti dei minori;
PER ESPERIENZA PERSONALE DI CASI CHE HO SEGUITO, NON HO VISTO CHE IL VESCOVO E' PADRE E FRATELLO.
2. I vescovi assicurino ogni impegno nel trattare gli eventuali casi di abuso che fossero loro denunciati secondo la disciplina canonica e civile, nel rispetto dei diritti di tutte le parti;
3. Il chierico accusato gode della presunzione di innocenza, fino a prova contraria, anche se il vescovo può cautelativamente limitarne l’esercizio del ministero, in attesa che le accuse siano chiarite. Se del caso, si faccia di tutto per riabilitare la buona fama del chierico che sia stato accusato ingiustamente.
e) La cooperazione con le autorità civili:
L’abuso sessuale di minori non è solo un delitto canonico, ma anche un crimine perseguito dall’autorità civile. Sebbene i rapporti con le autorità civili differiscano nei diversi paesi, tuttavia è importante cooperare con esse nell’ambito delle rispettive competenze. In particolare, va sempre dato seguito alle prescrizioni delle leggi civili per quanto riguarda il deferimento dei crimini alle autorità preposte, senza pregiudicare il foro interno sacramentale. Naturalmente, questa collaborazione non riguarda solo i casi di abusi commessi dai chierici, ma riguarda anche quei casi di abuso che coinvolgono il personale religioso o laico che opera nelle strutture ecclesiastiche.
II. Breve resoconto della legislazione canonica in vigore concernente il delitto di abuso sessuale di minori compiuto da un chierico:
Il 30 aprile 2001, Papa Giovanni Paolo II promulgò il motu proprio Sacramentorum sanctitatis tutela [SST], con il quale l’abuso sessuale di un minore di 18 anni commesso da un chierico venne inserito nell'elenco dei delicta graviora riservati alla Congregazione per la Dottrina della Fede [CDF]. La prescrizione per questo delitto venne fissata in 10 anni a partire dal compimento del 18° anno di età della vittima. La normativa del motu proprio vale sia per i chierici Latini che per i chierici Orientali, sia per il clero diocesano che per il clero religioso.
Nel 2003, l’allora Prefetto della CDF, il Card. Ratzinger, ottenne da Giovanni Paolo II la concessione di alcune facoltà speciali per offrire maggiore flessibilità nelle procedure penali per i delicta graviora, fra cui l’uso del processo penale amministrativo e la richiesta della dimissione ex officio nei casi più gravi. Queste facoltà vennero integrate nella revisione del motu proprio approvata dal Santo Padre Benedetto XVI il 21 maggio 2010. Nelle nuove norme, la prescrizione è di 20 anni, che nel caso di abuso su minore, si calcolano a partire dal compimento del 18° anno di età della vittima. La CDF può eventualmente derogare alla prescrizione in casi particolari. Venne anche specificato il delitto canonico dell’acquisto, detenzione o divulgazione di materiale pedopornografico.
La responsabilità nel trattare i casi di abuso sessuale nei confronti di minori spetta in un primo momento ai Vescovi o ai Superiori Maggiori. Se l’accusa appare verosimile, il Vescovo, il Superiore Maggiore o il loro delegato devono condurre un’indagine preliminare secondo il can. 1717 CIC, il can. 1468 CCEO e l’art. 16 SST.
Se l’accusa è ritenuta credibile, si richiede che il caso venga deferito alla CDF. Una volta studiato il caso, la CDF indicherà al Vescovo o al Superiore Maggiore i passi ulteriori da compiere. Al contempo, la CDF offrirà una guida per assicurare le misure appropriate, sia garantendo una procedura giusta nei confronti dei chierici accusati, nel rispetto del loro diritto fondamentale per la difesa, sia tutelando il bene della Chiesa, incluso il bene delle vittime. E’ utile ricordare che normalmente l’imposizione di una pena perpetua, come la dimissio dallo stato clericale, richiede un processo penale giudiziale. Secondo il diritto canonico (cf. can. 1342 CIC) gli Ordinari non possono decretare pene perpetue per mezzo di decreti extragiudiziali; a questo scopo devono rivolgersi alla CDF, alla quale spetterà il giudizio definitivo circa la colpevolezza e l’eventuale inidoneità del chierico per il ministero, nonché la conseguente imposizione della pena perpetua (SST Art. 21, §2).
Le misure canoniche applicate nei confronti di un chierico riconosciuto colpevole dell’abuso sessuale di un minorenne sono generalmente di due tipi: 1) misure che restringono il ministero pubblico in modo completo o almeno escludendo i contatti con minori. Tali misure possono essere accompagnate da un precetto penale; 2) le pene ecclesiastiche, fra cui la più grave è la dimissio dallo stato clericale.
In taluni casi, dietro richiesta dello stesso chierico, può essere concessa pro bono Ecclesiae la dispensa dagli obblighi inerenti allo stato clericale, incluso il celibato.
L’indagine preliminare e l’intero processo debbono essere svolti con il dovuto rispetto nel proteggere la riservatezza delle persone coinvolte e con la debita attenzione alla loro reputazione.
A meno che ci siano gravi ragioni in contrario, il chierico accusato deve essere informato dell’accusa presentata, per dargli la possibilità di rispondere ad essa, prima di deferire un caso alla CDF. La prudenza del Vescovo o del Superiore Maggiore deciderà quale informazione debba essere comunicata all’accusato durante l’indagine preliminare.
Compete al Vescovo o al Superiore Maggiore il dovere di provvedere al bene comune determinando quali misure precauzionali previste dal can. 1722 CIC e dal can. 1473 CCEO debbano essere imposte. Secondo l’art. 19 SST, ciò deve essere fatto una volta iniziata l’indagine preliminare.
Va infine ricordato che, qualora una Conferenza Episcopale, salva l’approvazione della Santa Sede, intenda darsi norme specifiche, tale normativa particolare deve essere intesa come complemento alla legislazione universale e non come sostituzione di quest’ultima. La normativa particolare deve perciò essere in armonia con il CIC / CCEO nonché con il motu proprio Sacramentorum sanctitatis tutela (30 aprile 2001) così come aggiornato il 21 maggio 2010. Nel caso in cui la Conferenza decidesse di stabilire norme vincolanti sarà necessario richiedere la recognitio ai competenti Dicasteri della Curia Romana.
III. Indicazioni agli Ordinari sul modo di procedere:
Le Linee guida preparate dalla Conferenza Episcopale dovrebbero fornire orientamenti ai Vescovi diocesani e ai Superiori Maggiori nel caso fossero informati di presunti abusi sessuali nei confronti di minori, compiuti da chierici presenti sul territorio di loro giurisdizione. Tali Linee guida tengano comunque conto delle seguenti osservazioni:
a.) il concetto di "abuso sessuale su minori" deve coincidere con la definizione del motu proprio SST art. 6 ("il delitto contro il sesto comandamento del Decalogo commesso da un chierico con un minore di diciotto anni") , nonché con la prassi interpretativa e la giurisprudenza della Congregazione per la Dottrina della Fede, tenendo conto delle leggi civili del Paese;
b.) la persona che denuncia il delitto deve essere trattata con rispetto. Nei casi in cui l’abuso sessuale sia collegato con un altro delitto contro la dignità del sacramento della Penitenza (SST, art. 4), il denunciante ha diritto di esigere che il suo nome non sia comunicato al sacerdote denunciato (SST, art 24);
c.) le autorità ecclesiastiche si impegnino ad offrire assistenza spirituale e psicologica alle vittime;
d.) l’indagine sulle accuse sia fatta con il dovuto rispetto al principio della privacy e della buona fama delle persone;
e,) a meno che ci siano gravi ragioni in contrario, già in fase di indagine previa, il chierico accusato sia informato delle accuse con l’opportunità di rispondere alle medesime;
f.) gli organi consultivi di sorveglianza e di discernimento dei singoli casi, previsti in qualche luogo, non devono sostituire il discernimento e la potestas regiminis dei singoli vescovi;
g.) le Linee guida devono tener conto della legislazione del Paese della Conferenza, in particolare per quanto attiene all’eventuale obbligo di avvisare le autorità civili;
h.) in ogni momento delle procedure disciplinari o penali sia assicurato al chierico accusato un sostentamento giusto e degno;
i.) si escluda il ritorno del chierico al ministero pubblico se detto ministero è di pericolo per i minori o di scandalo per la comunità.
Conclusione:
Le Linee guida preparate dalle Conferenze Episcopali mirano a proteggere i minori e ad aiutare le vittime nel trovare assistenza e riconciliazione. Esse dovranno indicare che la responsabilità nel trattare i delitti di abuso sessuale di minori da parte dei chierici appartiene in primo luogo al Vescovo diocesano. Infine, le Linee guida dovranno portare ad un orientamento comune all’interno di una Conferenza Episcopale aiutando ad armonizzare al meglio gli sforzi dei singoli Vescovi nel salvaguardare i minori .
Dal Palazzo del Sant’Uffizio, 3 maggio 2011
William Cardinale Levada
Prefetto + Luis F. Ladaria, S.I.
Arcivescovo tit. di Thibica
Segretario

IN GENERE IL TESTO E' BUONO, MA E' TROPPO GIURIDICO E POCO PASTORALE. SOPRATTUTTO E' UN TESTO CHIUSO SU SE STESSO, INCAPACE DI VISIONI PIU' AMPIE E RIGIDAMENTE NORMATIVO.
SEMBRA QUASI CHE SIA UNA CAPTATIO BENEVOLENTIAE PER PORRE UNA PIETRA SUI DISCORSI PIU' AMPI CHE POSSONO ESSERE AFFRONTATI, IN PRIMIS QUELLO DI UNA RVESIONE TEOLOGICA, SPIRITUALE E GIURIDICA DEL MINISTERO SACERDOTALE
NON C'E' SOLO GENOVA
(25.5.11)

"Cinque ore di interrogatorio per ammettere di aver fatto conoscere a don Riccardo Seppia ragazzi minorenni, per confessare di aver avuto rapporti sessuali con un quattordicenne che chiedeva l'elemosina sul sagrato della chiesa, Emanuele Alfano, l'ex seminarista ventiquattrenne arrestato giovedì scorso per induzione alla prostituzione minorile, non solo ha risposto alle domande del pm Stefano Puppo ma ha chiesto di dire di più. «Voglio parlare - ha detto - delle cose terribili che succedono in seminario, dove sono stato un anno prima di andarmene perché non ce la facevo più». Non ha potuto, i suoi avvocati difensori lo hanno fermato e lo stesso pm è andato oltre senza approfondire perché quello che succedeva, secondo Alfano, in seminario non è materia dell'inchiesta".
Il fatto che il pm non abbia insistito perchè quello che non è materia di inchiesta non gli compete, non significa che la piaga del sesso disordinato del clero non esista. Di più: non esiste solo a Genova, non è solo italiana o europea.
La notizia non deve rimanere fine a se stessa. Non ci deve interessare il caso del prete pedofilo e cocainomane - questa è roba da gossip che per un po' terrà banco su rotocalchi nazionali ed internazionali - ma il caso di una classe dirigente (leggi: gerarachia) che continua ad affrontare il problema in modo che è eufemistico definire maldestro.
Sì, ho scritto "classe dirigente" non Pastori del gregge come sono solito scrivere perchè tale si sente questa parte del popolo di Dio che s'arroga, in nome del diritto divino, di governare milioni di fedeli imponendo "pesi che lei stessa non tocca nemmeno con un dito".
A causa della pedofilia del clero, della sessualità sfrenata e disordinata di alcuni preti (quanti sono? il 10 per cento o il 50 ed oltre per cento?) intere diocesi statunitensi si sono ridotte sul lastrico per versare risarcimenti ed indennizzi; vescovi e cardinali si dimettono dalla carica (sì, dalla carica, non dal servizio pastorale); moltitudini di fedeli sono sempre più sconcertate e si chiedono cosa stia succedendo.
Sta succedendo che il giocattolo del sesso come tabù, della sessualità vissuta come sublimazione "per il regno dei cieli", del celibato e della verginità imposte per legge s'è rotto. E ne stanno uscendo tutti i pezzi che questa maldestra classe dirigente non sa più mettere assieme e, bluffando, si trincera dietro volti atteggiati a mestizia, celebrazioni eucaristiche di riparazione, dichiarazioni improbabili sul tema che hanno il sapore di grida manzoniane.
Monsignor Giacomo Babini, Vescovo emerito di Grosseto, intervistato in proposito, ha dichiarato: "Comprendo la linea del cardinal Bagnasco a Genova, io avrei fatto la stessa cosa. Andare in parrocchia, celebrare messa e chiedere scusa ai fedeli. Ma questo non implica una uniformità di condotta e non dimentichiamo che il caso di Genova non viene da una denuncia di Curia, ma da investigazioni della Magistratura. Ha fatto bene Bagnasco a chiedere scusa se quel prete é venuto meno al suo ruolo e alla sua missione. A me non sono capitati casi di pedofilia del clero. Certamente il Papa attuale ha preso una via giusta di repressione del fenomeno, spinto anche dal puritanesimo aggressivo degli Stati Uniti. Ma io da Vescovo non denuncerei un prete pedofilo e credo che nel passato, se hanno taciuto dei Vescovi, hanno...operato con prudenza".
Bene! Troncare e sopire (il Manzoni conosceva bene il clero di allora che è uguale a quello di oggi) e non incidere il bubbone, non prendere in mano la situazione una volta per tutte, lasciare andare le cose perchè...il tempo è medico.
E' così che il messaggio evangelico si appanna sempre di più!
E' così che lo sforzo di milioni di persone appartenti al popolo di Dio di ogni età e ad ogni longitudine e latitudine perdono il senso di un'appartenenza universale (cattolica!) ad un mistero che il Dio di Cristo continua a rivelare!
E' così che si butta a mare un patrimonio di valori e si vive di rendita celebrando sontuosi pontificali e riempiendo le nazioni per giornate mondiali della gioventù e della famiglia, ma non fermandosi ad ascoltare quanto direbbe Lui, il Cristo.
La chiesa non è marketing, ma mistero e il mistero non richiede faraoniche adunate o clamorosi compianti quando ci sono problemi, ma preghiera, riflessione e capacità di decisione. Gesù fuggiva la folla e diceva ai discepoli:"Venite in disparte, riposatevi un poco".
Ma Gesù aveva il senso della chiesa, i dirigenti di questa chiesa, no.
I PRETI SPOSATI: CHI SONO, DOVE SONO, COSA FANNO...
Vi sono nel mondo circa 100.000 preti che hanno lasciato il ministero per sposarsi. Il numero non è preciso per una serie di motivi che sarebbe lungo elencare.
Chi volesse documentarsi un poco potrà visitare il sito www.clerus.org (sito ufficiale vaticano) dove trova una statistica abbastanza attendibile.

Da anni i preti che si sposano hanno cercato di organizzarsi in movimenti nazionali ed internazionali con fortune alterne per ragioni economiche (in genere i preti non sanno far soldi e quindi non hanno molte disponibilità per convegni ecc.), pratiche (difficile riuscire ad organizzare logisticamente un convegno) e ideologiche (è un'orchestra in cui ognuno suona il proprio strumento e che non trova un direttore). Nel mondo vi è un'associazione che si chiama Ministerium Novum (sito www.pretresmarieés.eu)

a) In Italia
Due sono i punti di riferimento:
- Vocatio (www.vocatio2008.it), storica associazione alla quale anch'io partecipai per qualche anno
- Associazione Sacerdoti Lavoratori Sposati (http://sacerdotisposati.splinder.com)

b) Europa e Mondo:

- Moceop [ES] Ramón Alario c/ San Roque 17 E-19171 Cabasillas del Campo (Guadalajara) +34 949332224
- Prêtres en foyer [FR] Michèle et Claude Bertin rue du Romarin 100 F 13270 Fos-sur-Mer +33 (0)442 05 25 04
- Effata [FR] Emmanuel et Sophie Binder 9, rue Jean Rostand F-38150 Salaise-sur-Sanne +33 (0)474 11 02 92
- Prêtres mariés - France Nord [FR]
Marcel Brillant Allée des chardonnerets 12 F-94470 Boissy Saint Léger
+33(0)145692926
- Hors-les-murs [BE] Pierre Collet
rue Barbette, 3 B-1404 Nivelles +32(0)67 21 02 85
- Advent [GB] Joe Mulrooney 7 Baring Road, New Barnet, Cockfosters
EN4 9AN London +44(0)20 8440 6771
- Vereinigung Katholischer Priester und ihrer Frauen [DE] Claus Schiffgen
Zum Schlangengraben 5 D-64750 Lützelbach +49 6165 389242
- Priester ohne Amt [AT]
Ennio Bolognese Mühlgasse 70 A-2380 Perchtolsdorf +43 1 869 7107

Vi sono anche associazioni femminili. In Italia non ne conosco. Elenco quelle straniere.

- Francia. Plein Jour e Les Réseaux du Parvis
- Svizzera:Zöfra
- NL. Magdala
- UK. Womenpriests
- Canada : Femmes et ministères
- Germania: Zölibat betroffener Frauen
- USA. Children of catholic Priests
- Spagna: Redes cristianas
- Belgio:Réseau PAVÉS

Infine vi sono movimenti ecclesiali che sono sensibili al tema: Noi siamo chiesa (movimento internazionale), Mocova (Italia), Evangelo dal basso (Italia), Comunità di base...
PRETI CATTOLICI SPOSATI IN ITALIA
La chiesa cattolica italo-greca o italo-bizantina o italo-albanese è organizzata in Italia in tre principali istituzioni ecclesiastiche territoriali, corrispondenti alle diocesi della chiesa cattolica:

* l'abbazia di Grottaferrata, nel Lazio, gestita dai monaci basiliani;
* l'eparchia di Lungro, tra la Calabria e la Basilicata, con due parrochie in provincia di Lecce e Pescara;
* l'eparchia di Piana degli Albanesi in Sicilia.

Papàs Nicola Cuccia è un prete della Comunità cattolica italo-albanese che celebra la liturgia nel rito bizantino. Presso queste comunità cattoliche, presenti in Italia da cinque secoli, possono essere ordinati sacerdoti anche uomini sposati. Si tratta di un’antica tradizione, derivata dalla Chiesa ortodossa.
Papàs Nicola si è sposato nel 1984 con Tania che ha sempre condiviso la sua vocazione sin dai tempi in cui Nicola aveva iniziato gli studi teologici presso il Collegio Greco di Roma, mentre Tania intraprendeva i suoi studi universitari a Palermo. Oggi vivono a Contessa Entellina (Palermo): lui è parroco della chiesa della Santissima Annunziata, lei lo segue nelle attività pastorali, canta nel coro in lingua greca e si occupa del catechismo dei bambini. Hanno una figlia di 17 anni, Angelica, che frequenta il quinto anno del liceo classico.

"Il sacerdozio uxorato», spiega Papàs Nicola, «è un modo di concepire un dono di Dio in aggiunta o in un servizio diverso rispetto al clero celibatario, è uno stato di vita chiaramente inserito in un contesto teologico ben preciso, quale è la teologia della famiglia, che va a definire come una famiglia cristiana possa anche scegliere in maniera comune di poter servire la Chiesa in una forma diversa».
Gli abitanti di Contessa Entellina vivono con assoluta normalità la realtà che un sacerdote della chiesa cattolica orientale abbia una sua famiglia, in quanto rientra nella cultura religiosa del rito greco-bizantino. Contessa Entellina, inoltre, rispetto agli altri paesi dell’Eparchia (diocesi), ha avuto una tradizione costante di presenza del clero uxorato, almeno così è nella memoria: Papàs Gaspare Schirò è morto nel 1975 e Papàs Nicola è stato ordinato nel 1984, quindi c’è stata solamente un’interruzione di nove anni. «Tutti hanno conosciuto Papàs Gaspare», racconta Papàs Nicola: «quando eravamo bambini siamo cresciuti con la consapevolezza di cosa fosse un Papàs sposato, realtà conosciuta e inserita nel giusto equilibrio e armonia di vita familiare di tutti gli abitanti del paese. Papàs Gaspare abitava nella piazza antistante alla chiesa della Santissima Annunziata e, nei pomeriggi d’estate, usciva regolarmente in pantaloncini e maglietta: per noi bambini non c’era nulla di scandaloso».
IL PRIMO ORDINARIATO ANGLICANO CATTOLICO
(14.01.2011)
In seguito alla pubblicazione della Anglicanorum coetibus, stanno prendendo forma gli aspetti disciplinari della ammissione dei preti sposati anglicani che si "convertono" al cattolicesimo.
La nascita ufficiale del primo Ordinariato per gli ex-fedeli anglicani che hanno deciso di tornare al cattolicesimo, frutto della costituzione apostolica di papa Benedetto XVI Anglicanorum Coetibus dello novembre 2009, e’ imminente. Domani la Congregazione vaticana per la dottrina della fede pubblichera’ il decreto che erigera’ un ”Ordinariato personale per i fedeli e il clero anglicani” dell’Inghilterra e del Galles. Il 15 gennaio 2011, infatti, nella Cattedrale di Westminster, tre ex vescovi anglicani verranno nuovamente ordinati preti dal primate cattolico d’Inghilterra, mons. Vincent Nichols, entrando cosi’ a a far parte del clero cattolico e diventando i primi membri del nuovo Ordinariato, che permettera’ a loro e ai fedeli che vorranno seguirli di conservare alcuni aspetti chiave della loro tradizione anglicana. I tre ex-vescovi avevano annunciato gia’ in novembre la loro volonta’ di tornare a Roma usufruendo della possibilita’ offerta da papa Ratzinger con Anglicanorum Coetibus. John Broadhurst, Andrew Burnham e Keith Newton, insieme alle mogli di due di loro e a tre suore, sono gia’ entrati ufficialmente nella Chiesa cattolica il primo gennaio. Con l’assenso della Santa Sede, saranno ri-ordinati diaconi domani per ricevere poi la nuova ordinazione sacerdotale sabato. La stessa procedura, con tempi ancora da definire, verra’ applicata anche per due vescovi anglicani gia’ in pensione che aveva annunciato la loro decisione insieme ai tre. Uno di loro, con ogni probabilita’ Broadhurst, anche se sposato, potrebbe diventare il primo Ordinario – una carica che anche se aperta a un semplice prete, e’ equiparata a quella di un vescovo – e quindi di partecipare di diritto ai lavori della Conferenza episcopale inglese. Come spiegato da un ampio documento preparato proprio dai vescovi inglesi, a guida dell’Ordinariato deve esserci ”un prete o un vescovo”. Anche se saranno riordinati preti, i due ex-vescovi sposati non potranno pero’ diventare vescovi nella Chiesa cattolica finche’ la loro sposa rimane in vita. ”Un aspetto chiave dello stabilimento dell’Ordinariato da parte di papa Benedetto – osserva la nota – e’ che permette a gruppi di ex anglicani e al loro clero di restare insieme”. ”E’ piuttosto innovativo – prosegue il testo – perche’ in precedenza gli ex sacerdoti anglicani che erano ordinati nella Chiesa cattolica erano separati dalle loro comunita’, anche se alcuni membri di queste diventavano anch’essi cattolici”, e quindi ”e’ necessario un calendario diverso per questo nuovo aspetto”. ”Per tale ragione”, afferma la nota, ”le ordinazioni dei primi sacerdoti dell’Ordinariato avranno luogo mentre la loro formazione e’ ancora in atto, per permettere loro di guidare le proprie comunita’ verso la piena comunione con la Chiesa cattolica”. Per mons. Nichols, arcivescovo di Westminster e presidente della Conferenza dei Vescovi Cattolici di Inghilterra e Galles, quello della nascita del primo Ordinariato per gli ex-anglicani ”e’ un momento unico e la comunita’ cattolica in Inghilterra e Galles ha il privilegio di partecipare a questo evento storico nella vita della Chiesa universale”. Il presule ha espresso gratitudine per ”la profondita”’ della ”ferma, positiva e continua” relazione esistente tra la Chiesa cattolica e la Comunione anglicana, che e’ ”il contesto dell’importante iniziativa di sabato”. In particolare, ha menzionato la ”sensibile leadership dell’Arcivescovo di Canterbury”, che ”riconosce generosamente l’integrita’ di quanti cercano di unirsi all’Ordinariato e ha assicurato loro le proprie preghiere”. Per mons. Nichols, Benedetto XVI e’ stato chiaro nello spiegare le ”proprie intenzioni”: ”Che l’Ordinariato possa servire alla piu’ ampia causa dell’unita’ visibile tra le nostre due Chiese, dimostrando nella pratica quanto dobbiamo donarci l’uno all’altro nel servizio comune del Signore”.
Rimangono aperti un po' di problemi di tipo teologico-sacramentale-giuridico.
Il primo: la riordinazione dei preti e vescovi ripartendo dal diaconato.
E' un errore teologico-sacramentale e un poco anche giuridico. Teologico-sacramentale perchè la chiesa anglicana ordina validamente preti e vescovi: si staccò da Roma per quanto riguarda problemi dottrinali, ma i vescovi e i preti allora ordinati validamente (intendo prima che l'imperatore si proclamasse capo della chiesa) continuarono ad ordinare validamente a seguire. Di più: sia la teologia cattolica che quella anglicana riconoscono la validità del "carattere" a tre sacramenti che non sono più repetibili nella vita: Battesimo, Confermazione, Ordine.
Ma l'errore è anche giuridico: si tratta di un bis in idem: il prete già ordinato prete, si ritrova disciplinarmente un'altra ordinazione presbiterale. Se "impazzisse" potrebbe alternarsi fra clero anglicano e clero cattoanglicano o anglocattolico! Un bel "busillis" che nel tempo non mancherà di recare grane.
Il secondo problema è quello del matrimonio: è semplicemente vergognoso che i due vescovi sposati non possano entrare nella piena comunione cattolica finchè la loro sposa rimarrà in vita. Mi stupisco che i vescovi anglicani abbiano accettato questa condizione umiliante per loro e la loro moglie, ma mi stupisco ancor di più che sia stata imposta da noi cattolici.
Il terzo problema riguarda i beni delle comunità: anche qui qualche problema giuridico ci sarà. Ci saranno parrocchie che nasceranno ex novo oppure saranno smembrate da quelle esistenti?
Come si sistemerà la questione economica?
Il quarto problema è pastorale: se un prete anglicano decide di farsi cattolico e rimane nella sua parrocchia trovando qualcho o molti seguaci, che succederà? Chi vorrà rimanere anglicano dovrà rivolgersi altrove per la sacramentalizzazione?
L'iter è lungo e tortuoso e, rebus sic stantibus, non mi pare che le premesse teoligico-sacramentali-giuridiche siano ben impostate.
BIBLIOGRAFIA SUI PRETI SPOSATI
Il lavoro non è mio, ma lo copio tal quale da un sito trovato in rete e ringrazio davvero chi ha compiuto questo sforzo.
Ogni comunicazione può essere fatta
direttamente sul sito direzioneostinata.wordpress.com o all'indirizzo aruberti@libero.it.

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PONTIFICIO CONSIGLIO PER L'INTERPRETAZIONE DEI TESTI LEGISLATIVI, «Preti sposati e celebrazione
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F. ROMITA, «La perdita dello stato clericale», in Monitor ecclesiasticus 97(1972)128-136

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E' il mio libro sul tema. E' un po' datato, ma ha avuto un certo successo. Non si trova più in giro, se non presso l'editore: www.florentibus.com
RICETTE PER LA CRISI CELIBATARIA
(13.02.2011)
Continua a fare discutere l’appello degli oltre 150 teologi tedeschi, austriaci e svizzeri che in risposta alla “crisi” della chiesa cattolica in Europa (crisi di vocazioni e di fedeli) propone una riforma della chiesa che ha, tra i suoi caposaldi, la revisione del celibato ecclesiastico. In Italia un esperto del tema è il docente di Morale alla Facoltà teologica dell’Italia centrale (Firenze) Basilio Petrà. Dice: “Nel memorandum dei teologi non viene usata mai la parola celibato. Parlano delle difficoltà nelle parrocchie per il rapporto sempre più sproporzionato tra il numero di fedeli e sacerdoti. Così dicono che ‘la chiesa ha bisogno anche di preti sposati e di donne nel ministero ecclesiale’. La frase, detta così, può significare tante cose. Come sappiamo la chiesa cattolica è una comunione di chiese. Ci sono molte chiese cattoliche di rito orientale dove uomini sposati sono ordinati preti; nella stessa chiesa cattolica di rito latino si hanno sacerdoti sposati: si tratta in questo caso di ministri sposati di confessioni non cattoliche che sono stati ordinati al momento della loro conversione al cattolicesimo. Per quanto riguarda il ministero femminile, è largamente accettata la tesi che si possa arrivare, come era nelle comunità antiche, all’ordinazione diaconale delle donne. Sono realtà già esistenti o possibili; se dunque i teologi tedeschi si riferiscono all’ampliamento o all’attuazione di queste realtà non dicono cose scandalose. Se invece intendono altro, e cioè che i preti celibi si possano sposare e che le donne siano ordinate preti, allora propongono una prassi che oggi non esiste in nessuna chiesa della comunione cattolica e nemmeno nelle chiese ortodosse”.
Alla domanda se a Roma esistono pressioni contrarie a una ridiscussione del celibato, Petrà risponde che molti ritengono che il celibato sia una specie di conditio sine qua non della chiesa cattolica di rito latino. Ciò porta a misure strane. Se viene in Italia un sacerdote ortodosso per servire i propri fedeli emigrati viene aiutato. Se invece viene un prete greco-cattolico sposato non solo non gli si permette di essere inserito nell’Istituto di sostentamento del clero, si arriva al punto che la Cei non gli dà il permesso di esercitare il suo ministero.
Petrà ricorda come il celibato sia un’imposizione che comincia a strutturarsi nell’XI secolo anche se si realizza in modo pieno solo con il Concilio di Trento. I sostenitori del celibato ricordano che precedentemente esisteva la lex continentiae secondo la quale quando uomini sposati venivano ordinati erano tenuti ad assumere l’impegno di interrompere ogni rapporto sessuale con le proprie consorti. Si hanno prove della presenza di questa prassi in diverse parti dell’occidente (e qualcuna d’oriente) almeno dal IV secolo. All’inizio non si esigeva la separazione dalle mogli; poi la separazione fu sempre più richiesta. Con la riforma dell’XI secolo venne attaccato il clero uxorato perché non rispettava la separazione e la continenza e si venne introducendo la legge del celibato.
Il documento firmato dai teologi d'Oltralpe fa discutere, ma il vero problema è un altro: occorre che i Pastori abbiano il coraggio di dialogare con la base come propongono da tempo movimenti come Noi siamo chiesa.
Fino a quando non scenderanno dalla cattedra, il cammino sarà sempre irto di difficoltà
Mia relazione ad un convegno sul tema EROS e AGAPE.

Questo è il mio corpo dato...
Relazione di Ernesto Miragoli
Nello svolgere il tema assegnatomi, per una comune riflessione sull'amore, inteso nella sua globale, affascinante e totalizzante esperienza umana e cristiana, voglio precisare il tema della riflessione, proprio per la sua vastità ed ampiezza, non è certamente esauribile nel tempo a disposizione. Mi limiterò a suggerire delle riflessioni che mi sono sorte spontanee, quando ho cominciato a pensare qualche idea da condividere.
Una premessa: chi vi parla è un prete sposato, dal cui matrimonio sono nati tre figli ed è contento, con la propria sposa, della scelta fatta. Mia moglie ed io, infatti, non ci siamo sposati perché un giorno io sono andato a sbattere contro due occhi azzurri e mi sono fatto male, ma perché insieme con mia moglie abbiamo scoperto e sofferto (dapprima nella clandestinità, poi alla luce del sole) la bellezza dell'amore, inteso come donazione reciproca, scambio di tenerezze. Amore che per noi è stato colpa felice, travaglio nascosto, generatore di forti tensioni emotive.
Così è nato e così tuttora vive: il nostro essere, inteso come corporeità, spiritualità, donazione totale e profonda, al punto di dirci: «Questo è il mio corpo che è tutto tuo».
1. Ti dono il mio corpo: segno-simbolo dell'amore di Dio
L'amore non è una scelta, ma un bisogno naturale dell'uomo. Anche l'egoista ama. È quindi fatale che, al momento della piena maturità, l'uomo cerchi l'amore. Nessuno dimentica la propria esperienza di scoperta, di ricerca, di sviluppo dell'amore. Essa è assolutamente personale, irrepetibile, intima, esaltante e deludente insieme, piena e vuota e poi ancora piena di un «tu»; l'amore è una realtà che ci fa giocare i migliori anni della nostra vita. I greci hanno tre sostantivi che rendono bene i momenti della vita dell'amore umano: eros, filìa, agàpe.
Eros, il dio dell'amore che suscita la passione e il desiderio e lancia frecce mortali, dalle quali neppure gli dei possono scampare; è l'amore passionale, erotico appunto, I'amore del desiderio carnale.
Filia, è l'amore di amicizia, l'amore che lega due persone al di là dell'esperienza erotica, l'amore che crea una sostanziale intesa, che fa camminare assieme per una lunga parte della vita.
Cicerone scriveva: «Idem velle, atque idem nolle: ea demum firmo amicitia est».
Agàpe, è l'amore di condivisione che è poi stato scelto dagli apostoli e dai Padri come termine più espressivo del concetto dell'amore in Cristo.
Quando un uomo ed una donna si incontrano e realizzano nella comunione di vita la donazione reciproca, diventano, nell'ottica cristiana, il segno-simbolo dell'amore di Dio.
Il nostro contesto culturale, riguardo al concetto di segno-simbolo in senso religioso, ha espresso una serie di interpretazioni che sono diverse, non ambigue, ma reciprocamente integrantesi.
Il segno-simbolo è stato spiegato come la manifestazione di un desiderio represso (Freud); come veicolo indifferente di un significato di origine puramente sociale (Durkeim); come epifania del sacro nell'uomo (R. Otto); come espressione di nuove situazioni limite dell'uomo, riproposte in successivi contesti culturali (M. Eliade); ma tutte queste interpretazioni hanno contribuito a far considerare il segno-simbolo come un momento di piena realizzazione dell'uomo, nella sua apertura al trascendente, ove si «esprime la sostanza stessa della vita spirituale e l'esistenza umana trova il suo radicamento ed il suo equilibrio» (Ch. A. Bernard, Panorama des études symboliques, in Greg. 55, 1974, 379-392).
La Bibbia conosce appena il concetto di simbolo (Os. 4,12; Sap. 2,9 e 16,6), mentre usa spesso (80 volte nell'A.T., 70 volte nel N.T.) il termine segno (in ebraico 'ot; in greco: semèion).
Occorre, però, andare oltre i termini e cercare di cogliere l'aspetto più profondo: il linguaggio simbolico è profondamente connaturale alla mentalità semitica ed è una delle caratteristiche fondamentali della Sacra Scrittura: la «pedagogia dei segni» è una costante dell'azione del Dio vivente in mezzo al suo popolo.
È in questo contesto della pedagogia dei segni che vorrei riflettere con voi sul segno più grande: l'Eucaristia, il dono del pane e del vino che sono segno del corpo e del sangue (cioè della totalità di una persona) di un Dio che si fa carne (ò lògos sarks eghènneto - Gv. - Prologo) e ama e muore e risorge e vuole essere riamato.
Il dono della totalità di se stessi ad un altro è una caratteristica peculiare del messaggio cristiano: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la propria vita».
Leggiamo Gv 21,15-17: "Quando ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone di Giovanni, mi vuoi bene tu più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci i miei agnelli».
Gli disse di nuovo: «Simone di Giovanni, mi vuoi bene?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci le mie pecorelle».
Gli disse per la terza volta: «Simone di Giovanni, mi vuoi bene?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli dicesse: Mi vuoi bene? e gli disse: «Signore, tu sai tutto; tu sai che ti voglio bene»".
Se prendiamo il testo greco, troviamo che il verbo «mi vuoi bene» è espresso con due verbi greci: agapào e filéio.
Immaginiamo la scena: in riva al lago, dopo la risurrezione, Gesù appare agli apostoli e, dopo un frugale pasto, chiede a Pietro «agapàs me pleòn touton?» Pietro risponde «filo se»;
per la seconda volta «agapàs me?» Pietro risponde « filo se»;
per la terza volta Gesù chiede «fileis me?» Pietro risponde «filo se».
Solo Gesù usa il verbo agapào le prime due volte. Pietro usa sempre il verbo filèo.
Alla terza volta Gesù sembra adeguarsi e usa il verbo filèo.
L'esegesi tradizionale commenta che qui Gesù ha voluto riabilitare Pietro dopo il triplice tradimento e conclude che in questi versetti si fonda teologicamente il primato di Pietro e dei suoi successori.
Ci va benissimo. Ma poniamo l'attenzione sui due verbi: agapào e filèo. Filèo è meno forte di agapào.
Filèo ha la radice di filìa: amicizia. Agapào ha la radice di agàpe: amore, amore che condivide.
Gesù vuole che chi ha il compito di pascere le pecorelle ami di un amore di condivisione, di un amore totalizzante, di un amore che vada ben oltre l'amore di una forte amicizia. Conclude: pasci i miei agnelli, dove è implicito che il pastore (l'aveva detto prima) dà la vita per le pecore.
Amare per Gesù significa condividere tutto, al punto di dare il proprio corpo, la propria vita.
Vorrei trarre una prima conclusione: l'amore di due esseri umani, di un uomo e di una donna che si incontrano è un amore che si dona, che si fa corpo unico nell'amore fisico, che si realizza ed amplifica nella costante donazione della vita nella quotidianità, cioè è dono all'altro del proprio corpo e del proprio sangue, perché dall'unione del sangue dei due può nascere un nuovo essere, con un nuovo corpo ed un nuovo sangue, esattamente come è successo a Cristo che, donando il suo corpo ed il suo sangue ai fratelli, ha dimostrato di amarli fino in fondo e ha generato un nuovo essere, la Chiesa. Il segno-simbolo di questo amore è l'Eucaristia.
2. Ci doniamo per i fratelli
Domanda: è azzardato affermare che anche nella donazione reciproca di un uomo e di una donna, che si amano condividendo anche a livello fisico la propria sessualità, intesa come espressione di un amore profondo e non solo sfogo di istinti; che si amano donandosi sessualmente, come espressione di amore totale e non solo di momento di sfogo della propria libidine (il famoso concetto di matrimonio come remedium concupiscientiae); che si amano nella fusione dei propri corpi, aperti anche a generare una vita perché fecondi come Dio li ha voluti; è azzardato affermare che anche in quel momento essi fanno Eucaristia?
Non vorrei essere troppo provocatore, ma se Eucaristia significa:
- Rendimento di grazie.
Prendiamo Lc 22,14: Gesù si siede a tavola per consumare l'ultima cena con gli apostoli e dice: «epitzumia epetzumèsa, desiderio desideravi, ho ardentemente desiderato».
Nel verbo greco c'è la radice «tzum»; essa si trova in tutti i verbi e sostantivi che significano ardere, bruciare, bramare, avere voglia. Gesù brama, ha voglia di essere con gli apostoli. L'amore brama l'amato, ha voglia dell'amato (ricordiamo il Cantico dei cantici). In questo contesto: eucaristèsas, gratias egit, rese grazie. In questo contesto fa Eucaristia.
Non si bramano forse reciprocamente due amanti? Non vogliono, forse, i due amanti, essere assieme, vivere assieme? Non sono vogliosi di dimostrarsi reciprocamente quanto si amino, quanto uno sia importante per l'altro e, donandosi, di ringraziarsi reciprocamente per questo amore?
- Fecondità ecclesiale.
Prendiamo Gv 17,20: «Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me». Gesù sapeva che il fuoco dello Spirito avrebbe spinto i discepoli a fare proseliti, cioè a non vivere egoisticamente l'amore sperimentato, ma ad essere fecondi: il fuoco dell'amore porta a conoscere l'amato ed a farlo conoscere. L'Eucaristia fa la chiesa e continua ad alimentarla. Un uomo ed una donna che si amano rendono sempre più fecondo il proprio amore in due modalità: accrescendolo come coppia e quando da questo amore sboccia una vita.
«Scenda su questi sposi la ricchezza delle tue benedizioni, perché nel dono reciproco dell'amore allietino di figli la loro famiglia e la comunità ecclesiale» (Preghiera sugli sposi: Messale romano, Messa rituale del matrimonio).
- Morte per la vita.
È il fulcro rivoluzionario del messaggio di Cristo: in un contesto culturale di schiavitù e di egoismo, il Verbo incarnato ha proclamato che è signore solo chi serve, che farsi schiavo è libertà, che vive appieno la vita solo chi muore.
Un uomo ed una donna che vivono il proprio amore sono costretti a morire ogni giorno ai propri egoismi: a sacrificare i propri spazi per l'amato o per il frutto dell'amore che sono i figli.
Un uomo ed una donna che si donano reciprocamente sanno che, morto il gesto profondo ed appagante dell'amore fisico, può nascere una vita.
Essi sanno che farsi schiavo l'uno dell'altra è libera scelta di amore; che essere attenti al proprio amato è essere signore dell'amato stesso.
Essi sanno che il loro essere coppia è segno-simbolo di un amore che, se vissuto profondamente, non può rimanere chiuso fra le mura domestiche, ma è naturalmente traboccante verso chi ha bisogno di amore.
Siamo a due passi da Ravenna, dove Dante è sepolto. Tutti sappiamo che ha vissuto molto intensamente e che ha tradotto in un capolavoro la sua intensa vita. Anche Dante ha amato sua moglie, Gemma Donati, le «donne dello schermo» ed una donna sopra tutte: Beatrice. Forse nella sua vita non l'ha toccata nemmeno con un dito, ma nel pensiero l'ha desiderata, voluta, bramata.
È questa donna che, nel viaggio immaginario nel Paradiso, lo porta ad elevarsi dalle passioni, dalle piccole cose.
È quel corpo che, in Paradiso, gli farà cogliere la pienezza dell'amore nella contemplazione della Candida Rosa.
Quando Beatrice volge lo sguardo a Cristo e Dante così la scorge, si sente come flagellato dalle ortiche, come una quercia sradicata dal vento. Tutto ciò che prima aveva amato ora lo odia; la coscienza delle sue colpe gli trafigge il cuore e cade a terra, ma dice:.. quale allora femmi salsi colei che la cagione mi porse (Par., 3 1,29).
Nella Commedia, a mio avviso, nulla è paragonabile al vigore di questa scena: è il punto cruciale del poema.
Qui l'eros è cresciuto e maturato oltre il suo soggettivismo per assumere la forma dell'obiettivismo sacramentale, qui, viceversa, la forma sacramentale ecclesiastica è resa nota, giustificata e credibile in quanto amore.
Questa è ecclesiologia nel senso più moderno del termine.
(H.U. Von Balthasar, Stili Laicali, Gloria, vol. III, Jaca Book, Milano 1976, pagg. 50-64).
LA TEOLOGIA DI RAZTINGER SU SACERDOZIO E CELIBATO
L'arcivescovo di Ratisbona, mons. Gerhard Ludwig Muller, ha presentato in Vaticano il IX volume , in lingua tedesca, dell'Opera Omnia di papa Benedetto XVI, intitolato "Teologia del sacramento dell'Ordine".
"Dove crolla il fondamento dogmatico del sacerdozio cattolico, non si estingue soltanto la fonte da cui si alimenta un'esistenza al seguito di Gesu', ma vien meno anche la motivazione a rinunciare al matrimonio per amore del Regno dei Cieli, e con la forza dello Spirito Santo accettare con gioia e convinzione il celibato come un rimando escatologico al futuro mondo di Dio", così mons. Muller sintetizza il pensiero del teologo Ratzinger sul sacramento dell’Ordine.
Il papa teologo non si è nascosto la domanda che sale da più parti nella chiesa sulla crisi del sacerdozio cattolico e così scrive nel volume: …"la crisi del sacerdozio che ha colpito l'Occidente negli ultimi decenni, e' anche il risultato di un fondamentale disorientamento del cristiano di fronte a una filosofia che trasferisce l'intimo significato e l'obiettivo ultimo della storia e di ogni esistenza umana in una dimensione mondana, sbarrandogli in tal modo l'orizzonte trascendente e recidendone la prospettiva escatologica.
Riporre ogni aspettativa in Dio e fondare l'intera esistenza su Colui che in Cristo ci ha dato tutto: solo questa puo' essere la logica di una scelta di vita che si pone con assoluta dedizione al seguito di Gesu' e partecipa alla sua missione di Redentore del mondo, da lui adempiuta con la passione e crocifissione ed inequivocabilmente rivelata con la sua risurrezione dai morti".
Conscio di pretendere troppo da me stesso e di poter essere tacciato di presunzione, voglio comunque dare una mia lettura/risposta alle considerazioni di Benedetto XVI.

1. Il fondamento dogmatico del sacerdozio.
Da teologo dogmatico (e di quale spessore!) il papa sostiene che se crolla il fondamento dogmatico del sacerdozio si estinguono sia la fonte primaria dello stesso sacerdozio (Cristo Gesù) che le ragioni del celibato.
Mi chiedo il motivo per cui il papa scrive queste cose. Penso che il sacerdozio prima che sul dogma elaborato successivamente nella chiesa cattolica (quando si sentì la necessità di normare ogni cosa) si fondi su Cristo il quale pensò a perpetuare la sua opera di evangelizzazione affidandola agli apostoli. Gesù non individuò una teologia dogmatica sul sacerdozio, e neppure ne elaborò una in proprio: semplicemente chiamò un po’ di persone (sposate e non, uomini e donne) e disse loro di continuare la sua missione evangelizzatrice. Se il concetto di sacerdozio cristiano (cioè la capacità di perpetuare il sacro messaggio dell’Amore di Cristo) può avere un fondamento, questo va cercato nei vangeli che ci tramandano un solo dato essenziale: i discepoli siano uniti e perfetti nella Verità, solo così il mondo potrà credere che Cristo è il mandato da Dio. Non riesco a capire la correlazione dell’affermazione papale: se crolla il dogma del sacerdozio, crolla Gesù Cristo. Mi sembra un discorso talmente fuori da ogni logica che fatico ad attribuirlo al teologo Ratzinger sempre così rigoroso e consequenziale.

2. Le ragioni del celibato.
Il medesimo ragionamento vale per il celibato. Mi piacerebbe chiedere a Ratzinger o a Muller:”Perché se metto in discussione il fondamento dogmatico del sacerdozio, crolla anche il celibato? Per circa mille anni (dalla Risurrezione in poi) il celibato non fu legato consustanzialmente al sacerdozio e tuttora vi sono fratelli di fede cattolica e di rito orientale che sono sacerdoti non celibi. Di più: con la Anglicanorum coetibus lo stesso papa Benedetto XVI (cioè il teologo Joseph Ratzinger) accoglie nella chiesa di Roma (celibataria per quanto attiene il sacerdozio ministeriale) preti anglicani che celibi non sono. E allora?”
La domanda attende una risposta molto autorevole, ma mi prendo la libertà di cominciare a darmene una da solo.
Il celibato non crolla se si mette in discussione il dogma del sacerdozio cattolico, semplicemente diventa facoltativo e svincolato addirittura dal sesso che determina l’accessibilità della persona al sacerdozio. Non crolla nulla di sostanziale (per inciso ricordo che di sostanzialità, nel sacerdozio di tutti i credenti nel Cristo – Lumen Gentium – v’è solo l’annuncio del messaggio dell’Amore di Dio a tutti gli uomini), crollano solo gli orpelli che sono stati cuciti addosso ad un sacramento che da segno della Grazia è diventato segno di Potere.

3. La mondanità.
Il papa accenna al :”… disorientamento del cristiano di fronte a una filosofia che trasferisce l'intimo significato e l'obiettivo ultimo della storia e di ogni esistenza umana in una dimensione mondana…”
Sì, concordo. Ma dov’è il problema? E’ colpa del cristiano se le teorie che cercano di dare una risposta alle domande fondamentali dell’uomo esplicitando una tesi diversa da quella del messaggio dogmatico cattolico sono più affascinanti e meglio rispondenti alle esigenze di verità dell’uomo contemporaneo o è colpa di chi, facendosi depositario unico, apodittico, intoccabile di dogmi creati lungo il corso della storia del cristianesimo ha continuato a sostenere, per esempio, che il sole gira attorno alla terra mettendo a morte chi -senza per questo mettere in dubbio l’esistenza di Dio – sosteneva con prove scientifiche che era il contrario?
I teologi dogmatici di tutti i tempi e papi e vescovi di tutti i tempi non debbono proprio rimproverarsi nulla in proposito?

Non so se riuscirò a leggere il volume di Ratzinger, mi piacerebbe farlo, ma rimango della mia idea: scriviamo di meno, ascoltiamo di più e – soprattutto – stiamo più in mezzo alla gente con il vangelo in mano.
ANNA E NATALE DI NAPOLI
ESPERIENZA DI UNA COPPIA
(Anna e Natale da Napoli)

L’esperienza della nostra coppia nasce con premesse definite . Personalmente ero disponibile, anche se a malincuore, a sopportare la limitazione del celibato pur di realizzare la vocazione sacerdotale. Ero entrato da ragazzo e avevo vissuto tutto sommato una positiva esperienza religiosa, di studio e di socializzazione. Superata con successo la maturità classica, dentro di me mettevo in discussione la
prosecuzione del seminario.
Mentre pensavo e ripensavo i pro e i contra come per avventura, fui coinvolto in una attività, per la
verità non scelta, ma ugualmente molto travolgente. L’azione cattolica della mia parrocchia era condotta da un Prete, grande trascinatore di giovani e ragazzi. Mi affidò di punto in bianco quaranta ragazzi, divisi in quattro squadre, perché con “la tua esperienza – diceva - di cultura e di pallacanestro passeranno bene l’estate” , “farai il GREST” (Gruppo Estivo). Laconico! Detto da un personaggio come lui, severo ed esigente, suonò come sfida e come atto di grande fiducia. Sotto gli occhi di tutti inizialmente scettici cominciai con intelligenza e serietà. Proseguii con l’entusiasmo di chi si vede
circondato d’affetto, di stima, di attese. Le cose dovettero andare proprio bene se l’Assistente, così era chiamato il nostro sacerdote in Azione Cattolica, con mia somma sorpresa, dato il caratteraccio che si ritrovava, mi salutò con tenerezza e mi disse: “adesso che torni a studiare in seminario (Lui lo dava per
scontato io non tanto) non ti dimenticare dei tuoi ragazzi. Tutto quello che impari o impari a fare è per
loro. Da quel anno non ho mai più smesso di fare il GREST.
Era il 1964. Diventai Sacerdote nel 69 in un bagno di folla e di entusiasmo collettivo. In 6 anni i quaranta si erano moltiplicati a dismisura. Le cose in questo campo dovettero andarmi proprio bene anche in seguito (Movimento Studenti, comunità giovanile di Nostra Signora del S. Cuore). Non a caso l’ultimo incarico ricoperto in ministero fu quello di Assistente Diocesano dei Giovani
dell’Azione Cattolica. Intanto avevo seguito con attenzione critica gli eventi del Concilio e sul piano teologico culturale non mi sono mai sentito un convertito, come tanti che prima si sono convertiti al Concilio e poi pentiti.
Le cose (teologie biblico teoretiche/liturgiche e pastorali) le ho imparate come prima e unica verità
credibile di una chiesa autorevole conciliare. In questo senso nutrii la speranza che anche la
limitazione del celibato fosse presto eliminata. Intanto, in una mini inchiesta sul celibato, effettuata tra
gli ordinati dell’ultimo anno e quelli che sarebbero stati ordinati nei due anni successivi, la mia classe compresa, inserii una domanda apparentemente innocente: “Se domani fosse eliminata l’obbligatorietà del celibato, saresti in grado di delineare i tratti di una donna adatta a fare la moglie del Prete?” “Ne
hai mai avuto una idea concreta?”. 35 su 36 risposero affermativamente.
Quando presentai questo compitino nell’ora di Pastorale e ne esposi i risultati, si fecero un sacco di
risate. Eravamo tutti “spiritualmente” fidanzati. Dopo qualche anno anch’io passai dal fidanzamento”spirituale” a quello reale. Mi innamorai di una
persona che veramente a distanza di oltre trenta anni è la donna più idonea a fare la moglie di un prete.
Anna ha condiviso le mie scelte e non per farmi piacere, perché ci crede più di me nella necessità di seguire il Signore a partire dagli ultimi. Sapevo che mi avrebbero tolto l’esercizio pubblico dei
sacramenti e questo mi è costato non poco. Sia mio padre che il Cardinale Ursi rassegnati hanno
affermato che ero stato un “Buon Prete”. Sapete perché? Perché facendo il prete non mi ero fatti i soldi! Ma che avessi contratto un legame con una donna era una cosa normale per l’uno e … un po’ anche per l’altro.
Ursi si premurò di disporre la pratica per la dispensa. Seguii a malincuore le istruzioni, ma dopo mesi arrivò la risposta negativa del “Prefetto” Ratzingher attuale Papa. Motivazione: dagli atti risulta che è uno dei migliori preti della diocesi e non è bene che se ne vada..
Per continuare ad essere un “Buon Prete” correvo il rischio di non essere nemmeno cristiano. Certe
testardaggini non le capisco e non le capirò mai. Bando alle chiacchiere, decidemmo di sposarci ugualmente e
con la benedizione di tantissimi che si erano legati a me e ad Anna come in un abbraccio forte di famiglia. Mi sono convinto presto che se vuoi fare il prete non sempre è urgente e indispensabile che tu sia abilitato a celebrare pubblicamente i sacramenti, finchè ci sono ancora quelli che lo fanno con il beneplacito della chiesa.. Non ho mai fatto folla per riprendere a celebrare da sposato.
Anna ed io, liberi da impegni istituzionali, ci siamo dedicati alla lettura collettiva della Parola , alla
pastorale familiare con l’accoglienza e il servizio silenzioso, concreto e continuo alle coppie e alle
famiglie in difficoltà senza alcuna preclusione. Tutto questo senza interrompere la frequenza
domenicale e la collaborazione in parrocchia, quando richiesta e nei limiti assegnati. In questo periodo,
mentre Anna cresceva in competenza pastorale, io a fatica imparavo a fare il marito e l’impiegato,
smettendo il ruolo del “saputo” e del pretino (non ho detto cretino!) servito e riverito. Nel nostro nuovo lavoro di “volontariato” pastorale, due esperienze riteniamo veramente forti: l’aiuto alle parrocchie con parroci molto anziani o malati e la costituzione della Comunità famiglie.
Nel primo caso siamo stati accolti con amore e grande rispetto. Per intenderci facevo con Anna tutto quanto ritenessimo necessario per una moderna comunità parrocchiale. Talvolta il successo delle
iniziative attirava l’attenzione un po’ contrariata dei “potenti” della Chiesa, ma ogni volta ci salvava la
inflessibile tenacia dei nostri parroci anziani e la buona fama che godevamo e spero godiamo ancora
tra amici arrivati in alto loco, Cardinali, Arcivescovi e Vescovi anche famosi. In ambedue i casi, durati uno 10 anni e l’altro 8, i rispettivi successori, preti giovani in carriera, che Dio ce ne liberi, hanno fatto di tutto, spesso in modo subdolo, perché “mi facessi i fatti miei” facendomi sentire ospite indesiderato
in una chiesa che pretendo sia anche casa mia.
Queste due storie hanno fatto maturare in noi e nei nostri figli, ormai cresciuti e inseritisi senza problemi nel comune lavoro pastorale, di ricercare una continuità nel servizio al Signore e ai
fratelli, nel potenziamento delle iniziative della Comunità (CFC, Comunità Famiglie Camaldoli). E’
ovvio che se decidi di correre da solo, la corsa è sempre in salita. Non hai più gli appoggi politici e economici di cui godi in ministero e nelle istituzioni. Anzi devi solo sperare che non ti pongano il bastone tra le ruote. Come è anche naturale che alcuni amici diventino “vecchi” amici. Non tutti se la
sentono di associarsi a te, di seguire le tue scelte e la tua sorte.
Timorosi di dispiacere ai personaggi della “chiesa” istituzione, fanno finta di non capire e di non …vederti.
TITOLO
Gentile direttore, grazie per la risposta a “Zapping” la settimana scorsa. Posso esprimere qualche riflessione in merito al caso Milingo? Premesso che sono un prete sposato, mi sembra, commentando il tormentone religioso di questa breve estate calda, che siano necessarie alcune schematiche considerazioni. 1) quando un chierico attenta matrimonio (cito il Codice di Diritto Canonico) incorre “ipso facto” nella scomunica “latae sententiae” (per i profani: è scomunicato di diritto). Così è successo a me, ai circa 100 mila preti sposati del mondo (ventina di vescovi compresi). Così non è successo al nostro monsignor Milingo il quale - dopo aver dato qualche pensiero ai nostri pastori trasgredendo regole importanti e regolette pur sempre da rispettare - è convolato a nozze e quindi ha bussato alla chetichella al portone di Castelgandolfo, è stato ricevuto, si è spiegato, ha congedato la moglie e sicuramente sarà reintegrato a tutti gli effetti. Spero che risparmi altre capocciate future. 2) Lungi da me valutare la vicenda Milingo con invidia: io da anni cerco un colloquio serio con la gerarchia per l’impostazione di una pastorale per i preti in crisi e che lasciano il sacerdozio sia per contrarre matrimonio che no. Ho scritto anche un libro in proposito (dal titolo “Non siamo lebbrosi”). Ma evidentemente non sono fortunato. Non pretendo di bussare al portone di bronzo e di incontrare il Papa con il quale parlare 46 minuti del problema del celibato e dei preti che lasciano il ministero. Solo di creare una commissione paritetica che studi ed imposti il problema. Non è invidia, la mia. E’ solo amarezza. Amarezza di constatare che bisogna essere un po’ “birichini” nella Chiesa per ottenere qualcosa. Anche un’istituzione seria, moralmente autorevole come la Chiesa cattolica, viaggia a due velocità. Chi come me non conta nulla, non trasgredisce regole riempiendo gli stadi con celebrazioni controcorrente, chi - come me - ha solo scelto di essere coerente con un sentimento d’amore scoperto ed assecondato... è lasciato solo... non ha ascolto... ha fatto la fame e si dibatte fra i problemi quotidiani... non è neppure presa in considerazione la propria disponibilità a cercare di risolvere positivamente un problema annoso e penoso. Non c’è da essere amareggiati? 3) Scrivo a caldo e non so gli sviluppi del caso Milingo, ma mi sembra che alcune cose vadano dette: Milingo si è impegnato con una persona coinvolgendone la vita. Spero che non ci sia in ballo un figlio se no sarebbero due le persone che ha coinvolto. Tutto sarà cancellato? Come? In nome di quale principio? E questo principio - se c’è - trova le sue fondamenta nel Vangelo? Milingo - passato l’anno sabbatico - tornerà a svolgere il proprio ministero. Come? Celebrando messe e guarigioni di massa con pingui offerte relative? Oppure questi ultimi vent’anni saranno cancellati con un colpo di spugna e considerati una spiacevole parentesi di un caso istituzionale ecclesiale? Quali siano le risposte, almeno un dato è certo: il problema non è stato affrontato in modo serio. Ho avuto l’impressione che l’anima dell’intera vicenda sia stata ispirata al “troncare e sopire” del Conte Zio di Manzoni. Ma troncando e sopendo i problemi non si risolvono, si accantonano.

Ernesto Miragoli

Como

(21-8-2001
CARLO CASTELLINI INTERVISTA ME
Una mia intervista rilasciata a Carlo Castellini e pubblicata sul sito Il Dialogo. Non si tratta solo il tema celibatario.

ERNESTO MIRAGOLI – INTERVISTA DI CARLO CASTELLINI

1. Perché ti sei fatto prete? Quando sei stato ordinato? Dove? Da chi?

Mi sono fatto prete perché da bambino frequentavo la parrocchia ed ero affascinato dalla figura del sacerdote che mi appariva come un uomo diverso, in contatto con la divinità. Sono entrato per questo in seminario a Como nel 1965 in prima media. Lungo il cammino ho scoperto sempre più la figura di Gesù che mi ha affascinato e continua a farlo. Ho deciso che sarei stato prete di Cristo più o meno in II liceo classico. Sono stato ordinato il 23 giugno 1979 nella cattedrale di Como da mons.Teresio Ferraroni, vescovo di Como.

2. Qual è stato il rapporto con il tuo vescovo e con i confratelli presbiteri?

Molto buono con tutti. Appena ordinato fui inviato in una parrocchia alla periferia di Como, Breccia. Ero il primo prete giovane (non v'erano mai stati coadiutori in quella parrocchia) e mi entusiasmai nel creare iniziative. Subito mons. Ferraroni mi volle segretario della Commissioni diocesane di Arte Sacra, Liturgia e Comunicazioni Sociali. Collaboravo anche con un quotidiano locale ed una TV interprovinciale e a Breccia fondai una Radio. Con i confratelli mi trovavo bene, come mi trovo tuttora.

3. Come hai vissuto i tuoi primi sette anni di impegno come responsabile della Commissione per l’Arte, per la Liturgia, per le Comunicazioni?

Lavorando per creare occasioni in cui la diocesi fosse vicina alla gente. Con un po' di fatica perché trovai qualche commissario e qualche vecchio prete ancorati al passato. Ma ce la feci perché ho un carattere abbastanza gioviale. Belle furono le esperienze del Cineforum cittadino (oltre 3000 iscritti per trenta proiezioni in quattro sere della settimana), del giubileo per il centenario della diocesi e della riscoperta dell'Arte Romanica lombarda in Como che mi portò a Raitre.

4. Ci sono stati momenti di crisi nella tua vita di liceale, di teologo? O hai sempre camminato dritto?

No.Sono arrivato sicuro (troppo sicuro?) alla meta. Ho avuto un momento di crisi nel IV anno di teologia non per ragioni celibatarie, ma per ragioni di inserimento nella chiesa. Improvvisamente mi apparve una chiesa vecchia, sorda al dialogo col mondo, ma andai avanti perché ero sicuro che l'avrei cambiata.

5. Poi arrivò Paola: colpo di fulmine? Cristo Risorto sulla via di Damasco? O Provvidenza che scrive sopra le righe degli uomini?

Paola fu un colpo di fulmine in quanto per la prima volta m'accorsi di guardare con occhi diversi una donna rispetto alle tante altre che vedevo ogni giorno. Non mi buttò da cavallo, ma devo dire che per me fu provvidenza in quanto mi aiutò ad aprire la finestra su aspetti della vita ecclesiale che, pur conoscendo, non considerai mai appieno.

6. Quando ti sei innamorato e sentito sicuro dei tuoi sentimenti, quali difficoltà hai incontrato?

Di Paola m'innamorai a poco a poco e, quando m'accorsi del sentimento, glielo dichiarai. Ero pronto a sentirmi rispondere che per lei non era così. Sarei rimasto al mio posto. Difficoltà ne ho incontrate molte, sia a livello personale che interpersonale. A livello personale ho vissuto per un po' di mesi un dilancerante conflitto interiore che mi impediva di vivere con gioia il mio ministero come avevo fatto fino a quel momento. Mi sentivo ambiguo ogni volta che celebravo un sacramento. E per me l'ambiguità è il difetto peggiore. Non sopporto gli ipocriti, gli ambigui, i diplomatici.

7. Quando il tuo rapporto con il vescovo si è incrinato a motivo del tuo innamoramento?

Il mio rapporto con mons. Ferraroni non s'è incrinato, quando gli comunicai le difficoltà della situazione che stavo vivendo. Egli mi "promosse" alla sede di Sondrio con incarichi abbastanza prestigiosi perché pensava che "lontano dagli occhi, lontano dal cuore". Paola ed io accettammo questa proposta perché volevamo verificare che quel che stavamo vivendo fosse un vero sentimento e non un capriccio. Il mio rapporto con il vescovo s'è incrinato nel momento in cui gli comunicai che avevamo deciso di sposarci. Dal 7 luglio 1986 mons. Ferraroni non fu più rintracciabile.

8. C’è stato un chiarimento con la tua comunità di appartenenza?

Sì. Ho avvertito i sacerdoti di Sondrio ed alcuni amici con i quali sono ancora in rapporto. Ho avvertito persone della comunità di Breccia con le quali ci siamo incontrati subito in quel luglio 1986 e ho avvertito anche la mia comunità di origine di Como S.Fedele. Non ho scelto la strada del pulpito o delle dichiarazioni ai giornali, ma semplicemente quella di telefonare, scrivere o comunicare a voce.

9. C’è stato un chiarimento con i tuoi confratelli e direttore spirituale o professori?

No. Ho comunicato ai miei compagni di messa la cosa. Ci credi che non mi hanno neanche risposto? Nessuno si è fatto vivo. Solo qualche vecchio professore di seminario con il quale c'era un rapporto di stima reciproca si è fatto vivo qualche tempo dopo venendo a casa nostra perché da me incontrato ed invitato.

10. Quali sono state le prime forme di aiuto che ti hanno dato? Ti sei dovuto arrangiare da solo?

Non solo mi sono dovuto arrangiare da solo perché non ho ricevuto alcuna forma di aiuto, ma ho anche dovuto chiudere le orecchie davanti alle menzogne che mi è toccato sentire. Del tipo: mons. Ferraroni gli ha trovato un posto alla banca popolare di Lecco; oppure: la curia gli ha procurato una casa…No. Paola ed io siamo stati da subito soli. Soli per sposarci civilmente e procurare tutti i documenti, soli per cercare la casa, soli per il trasloco, soli quando abbiamo scoperto che aspettavamo Emmanuele, soli per la ricerca di un lavoro. Abbiamo trovato accoglienza, fredda, ma accoglienza nelle nostre famiglie.

11. Quando hai parlato per la prima volta alla radio del problema dei preti sposati che cosa hai detto?

Per la prima volta parlammo dei preti sposati alla trasmissione di Canale 5 condotta da Rita Dalla Chiesa che era Forum. Parlammo in contradditorio con il Preside della Facoltà di Teologia dell'Agostinianum di Roma. Avemmo successo perché io affrontai il problema della chiesa matrigna e Paola parlò delle difficoltà piscologiche di una ragazza che scopre di amare un prete.

12. Ricordi la tua prima comparsa in televisione: come ti sei sentito? Che cosa hai testimoniato?

Dalla trasmissione di Canale 5 fu tutto un invito. Andammo a Rete 4, a Raitre, a Raidue, a Raiuno, a Telemontecarlo, Telelombardia, alla Tv svizzera più volte. Fui spesso contattato da radio nazionali e locali e da media nazionali e locali. Io mi sento bene in Tv ed alla radio: il mondo dei mass media è il mio mondo. La mi testimonianza è sempre la solita: un prete è un uomo che può scoprire d'amare una donna. Il celibato imposto è anacronistico. Occorre una pastorale per i preti che lasciano il ministero. Sono disposto a collaborare con i Pastori per trovare una strada che riveda il concetto di sacerdozio solo maschile, celibatario forzato e depositario del sacro.

13. Secondo la tua esperienza e le tue conoscenze coloro che entrano troppo presto in seminario non restano immaturi e imbrigliati più degli altri? nel sistema di educazione già estremamente selettivo? (vita di relazione, educazione sessuale, mondo esterno, studi ecc.?

Sì. Il seminario che ho vissuto io era molto imbrigliante, selettivo e poco aperto. Credo che adesso non sia più così. Per quanto mi riguarda, però, debbo dire che arrivai al sacerdozio convinto della scelta sacerdotale e celibataria. Non perché non fossi mai stato in contatto con ragazze, ma perché esse non m'interessavano. Non ho mai vissuto nella mia vita di giovane e di uomo maturo il rapporto con una donna come qualcosa di diverso da cui per forza deve scapparci la possibilità di finire in una relazione sessuale anche fuggevole. Per me uomo e donna sono persone. Anche adesso sono in contatto ogni giorno con donne giovani e meno giovani, attraenti o meno, ma non le guardo con lo stesso spirito con cui guardai e guardo mia moglie.

14. AUSILIA RIGGI, afferma che spesso le donne che “scodinzolano” attorno al prete sono poco sincere e poco autentiche, succubi e sottomesse: cosa ci puoi dire tu?

A me questa esperienza non è mai capitata o, se mi è capitata, non me ne sono accorto. Potrebbe essere vero anche il contrario: che ci siano dei preti che fanno i "machi" con le donne.

15. Quando ti sei accorto di essere innamorato quali problemi ti sono apparsi come prioritari da risolvere?

Il primo problema è stato quello di risolvere la lotta che da quando ho il lume della ragione ingaggio con me stesso ogni mattina davanti allo specchio quando mi rado: poter guardare senza arrossire la persona che sta nello specchio. Il tormento interiore di non essere coerente, di non essere limpido, di predicare una cosa e viverne un'altra è un qualcosa che mi ha trasmesso mio padre con il DNA.
E ti assicuro che non ho vissuto mesi facili e neanche anni facili quando accettai di andare a Sondrio.
Cercai aiuto nel direttore spirituale, ma mi accorsi solo allora che era un quaquaraquà: voleva che troncassi e basta. Il mio parroco che stimavo molto mi spronava sulla stessa strada. Siccome ho un caratteraccio mi feci ricevere dall'allora Prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede, card Joseph Ratzinger. Da qui, però, preferisco non continuare per ragioni che ti stesso capisci.

16. Quando sei divenuto giornalista pubblicista? Quando ti sei iscritto all’albo? Hai una lingua che è come una lama: cosi’ di lingua come di carattere?

Giornalista pubblicista sono diventato nel 1978 in seguito ad esami (come si usava allora e non come si fa oggi). La mia lingua è una lama? E' espressione del mio carattere. Ti cito un episodio. Durante gli anni di teologia, in seminario, avevo due insegnanti che notoriamente non andavano d'accordo. Uno insegnava teologia dogmatica e l'altro filosofia teoretica. Erano anche due menti a livello nazionale. Noi ci divertivamo a chiedere qualcosa all'uno, avere la risposta e poi chiedere la stessa cosa all'altro che dava una risposta diversa. Riferivamo la risposta del primo e godevamo come bambini che slurpeggiano la marmellata nelle polemiche che seguivano. Un giorno incontrai i sue professori che passeggiavano nel chiostro e li guardai appositamente stupito. Quello che dogmatica (con il quale ero più in confidenza e che poi ha celebrato il nostro matrimonio) mi chiese:"Che c'è?" "Nulla, risposi, stavo solo pensando che stanno arrivando i tmepi messianici".
"Perché", insistette il professore. "Beh – risposi – non dice Isaia che quando arriverà il Messia il lupo pascolerà insieme all'agnello e il bambino potrà mettere la mano nel covo dell'aspide? Chi di voi due sia il lupo e chi l'agnello – conclusi ridendo – lo lascio scegliere a voi".
"Miragoli, sei sempre la solita linguaccia" m'apostrofò seccatissimo il prof.

17. Come si è comportato con te il tuo vescovo Alessandro Maggiolini? Come pastore buono o come giudice severo? O come freddo spettatore?

Mons. Maggiolini mi ha ricevuto su mia richiesta e ti dirò che mi ha stupito. In un paio d'ore abbiamo parlato di tante cose e mi ha rivelato anche cose riservate. Credevo d'aver instaurato un rapporto. Mi ero sbagliato. Non fu pastore, né giudice. Fu solo spettatore.

18. Quando e perché hai deciso di continuare a fare il prete? E’ stata una decisione per forza di cose? per forza di inerzia? Per mancanza di identità? Si è trovata d’accordo con te anche la tua Paola?

Ti dirò,Carlo, che io non ho deciso di continuare a fare il prete, se con quest'affermazione s'intende celebrare i sacramenti ecc.ecc. Anzi. Io rispetto il Diritto Canonico che vieta l'esercizio attivo del ministero al prete che si sposa. Io continuo a fare il prete perché mi sento vocato all'annuncio del vangelo. La scelta per Cristo, l'opzione fondamentale che feci quando da giovane scelsi di essere strumento di Dio per i fratelli è per me e per Paola una scelta tuttora valida. Non mi sento in crisi di identità. Sono una persona di questo mondo che s'è trovata a nascere nella seconda parte del secolo scorso, in un contesto cristiano cattolico e ho cercato di rendere valori autenticamente miei quei valori che ho respirato nell'aria del mio mondo familiare e sociale. Sono stato attivo nel ministero quando mi era consentito farlo. Poi più, ma se qualcuno ha bisogno di me o se posso essere d'aiuto per cercare assieme come vivere meglio il vangelo…io sono ancora quello. Non me la sento di celebrare i sacramenti perché non voglio creare confusioni. Paola ed io siamo d'accordo su questo. Anzi…anche lei è "preta" se mi si passa l'espressione perché anche lei se può e come può si mette a disposizione annunciando con la vita prima che con le parole il dono di Dio.

19. Sei divenuto padre di tre figli¨che cosa ha aggiunto la tua paternità fisica alla tua paternità spirituale?

Moltissimo. Paola ed io siamo orgogliosi dei nostri figli. Non solo perché sono bravi ragazzi che studiano, fanno il loro dovere, aiutano in famiglia, hanno delle buone relazioni sociali, ma anche perché sono liberi. Si sentono liberi. In ogni cosa. Anche nell'andare alla messa o meno. Sono liberi nelle scelte e nel pensiero. E in casa di discute, ma MAI si litiga. E' bellissimo. Penso che la mia paternità fisica sia solo un complemento di quella spirituale.

20. I preti sposati non rischiano di perseguire una doppia identità psicologica, fisico, psichica, quasi si aiutassero entrambi a tenere in piedi il presbitero? Perché alcuni decidono di dimenticare tutto?

E' una domanda complessa che richiede una risposta articolata. Poi la limerai tu.
Parto dall'ultima: alcuni decidono di dimenticare tutto per una serie di motivi. Il primo è che sono stati lasciati soli dalla propria comunità ecclesiale e la cosa ha loro bruciato. Convengo che è brutto sentirsi definire reprobi solo perché si è scelto di sposarsi ed avere dei figli. Ma la reazione mi sembra sproporzionata all'azione. I complessati sono i confratelli che ti lasciano sulla strada, il vescovo che se ne frega; gli antievangelici sono loro, non tu. Loro che continuano a predicare un amore che non vivono, una carità che non praticano. Loro che impongono pesanti fardelli che non osano toccare nemmeno con un dito. Il secondo motivo è psicologico: i preti che decidono di dimenticare tutto lo fanno perché vogliono rimuovere dalla loro vita una parte che sanno che li renderebbe difficilmente accettati in questa società perbenista. Temono che il marchio del prete che ha lasciato per fare sesso sia il leitmotiv che fa da sottofondo musicale pruriginoso ad ogni nuova relazione sociale che hanno. Il terzo motivo è che può essere la loro stessa donna a volerlo. Ella ha conquistato quel che voleva ed ora vuole tutto per sé il suo lui e non è disposta a dividerlo con nessuno. Ogni ritorno al passato è un modo per perdere qualcosa di lui e quindi spronano a dimenticare, a tagliare i ponti… E' un errore frequente ed è uno dei motivi per cui sostengo che il sacerdozio uxorato funziona se uno dei due sa che l'altro o l'altra non può essere esclusivamente suo. La donna del prete o l'uomo della sacerdotessa devono sapere che non possono tenere tutto per sé il proprio lui o la propria lei. Essere preti significa essere per gli altri, condividere le gioie ed i dolori che gli altri dicono solo a te e che non vorrebbero condivisi con tua moglie o tuo marito. Se il partner o la partner di un prete non accettano questo, meglio il celibato o il nubilato.
Per quanto riguarda i preti sposati in genere che rischiano di avere una doppia personalità "schizofrenandosi" fra quel che erano e quel che sono, non mi preoccupo: il mondo è pieno di schizofrenici (non conclamati, beninteso). Sta a loro sapere che dal momento che fanno la scelta di sposarsi non godranno più di quella riverenza sociale che ancora si riserva al sacerdote. Se non accettano questo, avranno vita dura e la renderanno dura alla propria moglie ed ai propri figli.Se s'accorgono di questa schizofrenia è un buon segno perché possono porvi rimedio.

21. Hai letto la tesi di MICHELE MASOTTO? Quali sono le tue opinioni in proposito?

La tesi di Masotto mi pare ben fatta con le caratteristiche tipiche della scientificità di una tesi. Se conoscessi personalmente Michele lo inviterei a riprenderla per ampliarla e lanciare da lì provocazioni per un rinnovato dibattito ecclesiale sulla figura del sacerdozio.

22. Leggendo le nostre e vostre storie mi sono accorto che ogni prete fa storia a sé: ogni storia è indivisibile e incomunicabile come l’individuo. e il suo carattere. Però vi sono grandi differenze generazionali: ne convieni?

Sì. In parte questo è dovuto alla formazione ricevuta: un prete è formato per essere un capo e quindi per essere davanti agli altri e non per condividere con gli altri. Quando lascia il ministero fatica a fare gruppo con i confratelli che pure hanno la stessa esperienza. Vi sono grandi differenze generazionali che sono imputabili sia all'anagrafe, sia alla formazione. Per quanto riguarda l'età la spiegazione è evidente e non riguarda solo i preti, ma ogni realtà. Per quanto riguarda la formazione, invece, devo dire che non si tratta di chi ha fatto il seminario prima o dopo il Vaticano II, ma di come ha accettato la novità del proprio stile di vita e di come la moglie vive accanto ad essi. Ho visto dei preti per i quali la moglie è praticamente una perpetua, altri che sono dominati da lei…tutto questo influisce anche nei rapporti interpersonali.

23. Hai reagito in maniera stizzita contro l’atteggiamento di SANTE SGUOTTI, e hai gridato allo spot in occasione della pubblicazione del suo libro: sembri quasi intollerante: o vorresti aggiustare le cose in maniera diversa?
Semplicemente non mi è piaciuta come è stata gestita la cosa. Andare in TV più volte (e prendere soldi. Preciso: io non ho MAI voluto un soldo per i miei interventi. Richiesto del mio compenso ho sempre e solo voluto che mi si pagassero le spese di viaggio e soggiorno. A volte – come nel caso di interventi ad Antenna 3 Nord Est – neanche quello), organizzare un libro con un editor che lo coordina e un markting pubblicitario per la diffusione…mi è sembrato un chiasso sproporzionato alla realtà dei fatti. Nell'anno in cui Sguotti lasciò, vi furono altri sei preti in Italia che lasciarono e due in Francia (che conosca io) e non fecero quel battage pubblicitario che poi ha lasciato il tempo che ha trovato perché basta visitare il sito Internet che è fermo da tempo.
Sì, io vorrei aggiustare le cose in maniera diversa. A me non piace che si faccia casino. Preferirei che un prete che lascia per sposarsi lo segnali, dica i motivi e poi lavori per la causa comune. Ma, almeno in Italia, questo per ora è quasi impossibile: i preti sposati sono spesso litigiosi e procedono divisi alla meta.
24. Il suo libro ha contenuti molto diversi dai tuoi; ma anche tu sei molto diverso di carattere e di età; lui ha detto alcune cose in tivu’, e tu nei hai dette altre; Non è forse anche la diversità a dettare cose diverse sullo stesso tema? Perché per es. non hai preso posizione contro il suo vescovo, alquanto rozzo e autoritario? (FINE DELLA PRIMA PARTE DELL’INTERVISTA).CARLO CASTELLINI.
Pubblicamente non ho preso posizione contro Mons. Mattiazzo, ma gli ho scritto. Il vescovo Mattiazzo s'è comportato male non solo con Sguotti, ma anche con altre persone. E l'ho scritto a lui. Posizione avrebbe dovuto prenderla la Cei o il Vaticano e rimuoverlo.







25. Cosa hai provato alla nascita del primo figlio? Ti sarebbe piaciuto battezzarlo?
Perche è i genitori, che sono ministri nella cerimonia del matrimonio, non possono diventare ministri anche nella somministrazione del Battesimo? Non sarebbe una cosa più coinvolgente nella fede?
Ho provato gioia alla nascita di tutti e tre e un po' di sgomento non quando è nato Emmanuele, ma quando ho saputo che Paola aspettava un bambino. Ho temuto di non saper essere all'altezza della situazione, di non poter essere un buon padre. Poi mi sono tranquillizzato pensando che Dio mi avrebbe aiutato.
Sì, hai ragione: avrei voluto battezzare i miei figli, celebrare il funerale dei miei genitori e concelebrare al mio matrimonio. Per quanto riguarda la faccenda dei ministri qui sei in errore: il ministro è il garante – per il Codex Juris Canonici – della celebrazione di un sacramento o di un sacramentale. Il garante viene definito dal Diritto sulla base della Dogmatica. E la teologica Dogmatica fonda il matrimonio cristiano nell'amore reciproco fra i coniugi (ecco perché sono ministri) ed il battesimo cristiano nell'appartenza ad una comunità di fede (il cui garante è il sacerdote). Cambiare queste cose è possibile, ma credo che non sarebbe più coinvolgente per la vita di fede.

26. Il tuo spirito di missione solidale si è espresso nella direzione spirituale e nel confessionale: ora aiuti laici, preti e suore in difficoltà: ci puoi dire qualcosa? Lo trovo molto interessante. Cosa ci dici?
E' semplicemente l'essere prete in modo diverso. La struttura ecclesiale spesso confina il prete in parrocchia riducendolo ad essere un funzionario di Dio che celebra messe, matrimoni, funerali e battesimi, privilegiando la sacramentalizzazione all'evangelizzazione. Il prete risulta così sempre più uomo del sacro, ma di un sacro inteso come etereo, inavvicinabile, misterioso, tremendo che è possibile raggiungere, chetare attraverso quest'uomo mediatore. Quest'uomo mediatore che celebra una messa – dietro compenso (mi viene in mente la "venal prece del santuario" vituperata dal Foscole ne "I Sepolcri"), che alza una mano benedicente spazzando via peccati veri e presunti, che impone le candele incrociate per la benedizione della gola. Ma Gesù non sacramentalizzò. Gesù evangelizzò chiamando beati i poveri, i miti, i pacificatori… Quando dico e scrivo che forse la mia vocazione è quella che sto vivendo, non credo d'essere presuntuoso. Scelsi Cristo e lo servii per un po' come ufficiale di carriera. Forse con il matrimonio mi buttò giù da cavallo e mi fece capire che mi voleva su questa strada. Tu non immagini quanti clienti o fornitori che sanno che fui prete e si rivolgono a me per problemi. Se li invito a rivolgersi al loro parroco…preferiscono di no. Molti vorrebbero che li assolva ed io mi rifiuto. Mi piace pensarmi così: strumento di Dio in un contesto quotidiano che i preti miei confratelli non immaginano nemmeno come sia.

27. Possiedi un sito brillante: cosa ti costa in termini di soldi e di tempo? Quali storie raccogli?
Non sarebbe utile raccogliere le storie più interessanti e darle alle stampe?
Il sito non mi costa nulla perché è un sottodominio di Alice della Telecom. Mi occuperebbe tanto tempo, ma mi sono proposto di dedicarvi non più di tre ore la settimana. Ogni giorno, invece, dedico un'ora alla corrispondenza. Non raccoglierò mai nessuna storia e non la pubblicherò mai, neppure sotto mentite spoglie. Quando ricevo confidenze scritte, rispondo via mail e poi cancello la mail. Mi sembra che sia più serio.

28. Che cosa pensano i tuoi figli di te? Della tua attività? E cosa pensa tua moglie? Riesci a fare un sacco di cose. Sei un tipo manager organizzato e organizzatore. E’ così?
Che sia un organizzatore ed ami organizzarmi è vero. Paola mi è vicina e mi capisce e non solo sa stare al suo posto, ma se la coinvolgo per aiutare soprattutto donne di preti in crisi, si rende disponibile con esse al punto che io poi non seguo più il caso, lo segue lei e sa che io non voglio sapere delle confidenze che riceve. I miei figli? I miei figli rispettano il mio lavoro. Non mi sottraggo ad essi per il mio lavoro. Tutti in famiglia ci siamo dati come punto di riferimento la sera a cena. In cucina non c'è la Tv e per quell'ora si parla di un po' di tutto. Se poi serve si prosegue dopo cena con Paola o con qualcuno di essi o con tutti e tre.

29. Se tu fossi a capo della nostra “Chiesa in cammino”, quali proposte introdurresti?
Una sola: trovare un modo per raccogliere un gruzzolo da tenere da parte per individuare un luogo di prima accoglienza per preti in crisi e preti sposati. Un luogo fisico dove possano trovare spazio tutti i movimenti di preti sposati italiani (che sono un arcipelago) e battitori liberi come me. Un luogo che possa essere centro di studi e proposte ai Pastori i quali non lo debbono vedere come una chiesuola (le loro sono spesso chiesuole povere e disadorne) ma come centro in cui lo Spirito soffia per un rinnovamento ecclesiale in questo campo. Con Umberto Lenzi parlavo solo di questo. Mi piaceva la sua idea commerciale dei parampoli. Poi tutto è naufragato sempre per personalismi. Io penso che se tutti i preti sposati d'Italia potessero dare anche solo 40 euro all'anno in un paio d'anni si metterebbe lì un piccolo capitale che potrebbe servire per avviare un'attività in cui potrebbero trovare un primo lavoro preti che lasciano il ministero, con i proventi della quale si potrebbe pensare ad un piccolo centro d'accoglienza, di riflessione, studio e preghiera. Per far questo ci vuole tempo e il tempo, per adesso, non ce l'ho: devo pensare a lavorare per mantenere la famiglia, ma…non demordo.

30. La tua battaglia a favore del celibato opzionale: cosa si può fare che non riusciamo ancora a realizzare?
Caro Carlo, sarò franco e ti stupirò: nulla. Non ci possiamo fare nulla. A mio avviso abbiamo sparato tutte le cartucce. Con i Pastori abbiamo scritto, colloquiato, ci siamo resi disponibili…E loro? Al di là della disponibilità ed accoglienza di facciata, non ci coinvolgono neanche per sentire un parere.
Ci siamo organizzati in movimenti (penso a Hoc Facite, a Or.Ma., a Vocatio, a Chiesa in Cammino, a Sacerdoti Lavoratori Sposati e a CHIF, a Sorrivoli) che rappresentano meno di un decimo dei preti sposati italiani e non credo che a livello internazionale vada meglio.
Una chance poteva essere Milingo che non riesco mai ad incontrare per capirlo meglio.
Io penso che dal punto di vista umano la mia fantasia sia esaurita.
Però c'è sempre Dio ed il suo Spirito. E siccome sono certo che i suoi pensieri non sono i nostri pensieri e le sue vie non sono le nostre vie…mi fido di Lui. Per adesso continuiamo su questa nostra strada irta di personalismi, incomprensioni, divisioni, difficoltà…dal roseto spinoso sboccerà qualcosa prima o poi.

31. Come si può ipotizzare un dialogo a livello diocesano per recuperare diaconi e presbiteri che hanno lasciato; Como, dopo l’era Maggiolini, cosa prevede come cammino di Chiesa locale con i presbiteri sposati?
Due risposte. Prima: Como. Como non prevede nulla. Coletti mi ha ricevuto, mi ha dato il suo cellulare e la sua mail. Ho continuato il rapporto, ma lui non risponde e non dà cenno d'aver ricevuto nulla. Maggiolini era più educato, almeno rispondeva alle lettere ed alle mail oppure telefonava. Coletti mi pare uomo di facciata: si presenta bene, sembra brillante, ma poco concreto su questo punto, almeno. Non ha intenzione di coinvolgerci perché non mi sembra un tipo profetico.
A livello nazionale: con Bagnasco cosa vuoi fare? Non ti basta vederlo? E' un bel manichino! Hai visto qualche iniziativa particolarmente profetica da quando siede sulla ex poltrona di Ruini?

32. Cosa vedi negli attuali gruppi di movimenti ecclesiali: non ti sembra che soffino solo in alcune direzioni? Catecumenali, rinnovamento nello spirito, Ac, Acr, Scout, Focolarini, ecc:, non si tratta forse di una spiritualità a senso unico? Un po’chiusa e di ispirazione gerarchica?
Hai già dato tu la risposta. Sono chiusi, legati alla gerarchia e tutti presi a non guastarsela con essa. Del resto l'unico movimento profetico che tentò qualche strada nei tempi passati fu l'A.C. che presto fu messa in riga. Sulla loro spiritualità non mi pronuncio perché credo che un gruppo abbia diritto ad una proprio spiritualità con la quale identificarsi, a patto che non la rivendichi come unica ed esclusiva interpretazione del rapporto con Dio. Ma sul loro piattume mi pare di poter dire che peggio di così non si può. C'è da dire che vi sono altri movimenti non organizzati e non ufficiali che forse vivono meglio la dimensione profetica. Penso a gruppi familiari locali, a movimenti spontanei di volontariato sportivo, assistenziale… dove magari chiamano il sacerdote per celebrare la messa e, se lui si lascia coinvolgere, l'accolgono, se no…vivono bene anche senza.

33. Che cosa ti manca della tua esperienza di presbitero? Eri un uomo in posizione di prestigio, di eccellenza; ti manca il confessionale, l’eucarestia, la preghiera, il contatto con le persone?
La posizione di prestigio non mi manca e neppure il contatto con le persone. Mi manca la mia vecchia giornata che era ritmata dal breviario, dalla messa e dagli ammalati. Ho sempre dedicato almeno un'ora al giorno all'ospedale o agli anziani in casa. Adesso prego ogni giorno, ma solo al mattino ed alla sera (e devo spegnere il cellulare perché se no sono seccato anche lì). Ma prego male perché penso a quello che devo fare o a quello che ho fatto. Non riesco più ad andare in chiesa ogni mattina in silenzio perché le chiese sono chiuse e la mia giornata inizia prima delle sei e finisce dopo le otto. Ogni tanto mi viene in mente Lutero che diceva:"Oggi devo lavorare otto ore, ne pregherò almeno quattro". Se non ha detto balle, lo ammiro. Io non ce la faccio. Un'altra cosa che mi manca è la predica. Mi piacerebbe poter predicare ancora, soprattutto quando sento certe prediche!

34. Hai qualche domanda che non ti ho formulato e a cui vorresti rispondere?
Sì.
Non mi hai chiesto:
- come vivo il mio essere prete in famiglia.Rispondo:i miei figli sanno da subito che fui prete. Qualcuno li prende ancora in giro per questo (anche le vergini consacrate che insegnano – anzi, insegnano male – religione). Ma a noi tutti…frega poco.
- in che rapporti sono con i preti sposati . Rispondo: buoni con chi li vuole mantenere.
- se per me ha ancora senso la morale cattolica soprattutto in merito al sesto comandamento. Sì. Rispetto ogni idea, ma credo molto all'indissolubilità matrimoniale, alla fedeltà matrimoniale, ad una sessualità coniugale non vissuta sfrenatamente.

35. Hai letto la storia di Federico BOLLETTIN? Che cosa ti ha impressionato della sua vicenda?
Non mi sembra una storia particolare. E' una come tante. Mi piacerebbe conoscere lui e la sua famiglia.

36. Perché la Chiesa ufficiale e gli ordini religiosi non forniscono il numero esatto di coloro che abbandonano? Vivono quasi come una sconfitta questa realtà della defezione o meglio della scelta che cambia come dice MICHELE MASOTTO?
La chiesa ufficiale fornisce il numero esatto attraverso il sito www.clerus.org. Va detto che lì sono segnati solo coloro che chiedono la dispensa. Chi lascia e non chiede la dispensa non è segnato. Ma la colpa non è della chiesa ufficiale, ma delle curie diocesane. Se un prete se ne va e non fa domanda di dispensa dagli oneri sacerdotali, non viene più inserito nell'annuario diocesano, ma non viene segnalato che se n'è andato. Masotto ritiene che non lo facciano per non ammettere una sconfitta, ma a me non pare.

37. Questo silenzio reticente non permette forse di coprire altre cose di piccola gestione del potere nel rapporto con le istituzioni o altro?
Può essere. Ma la cosa non mi preoccupa. Il problema di non fare chiarezza non è mio, ma di una struttura di potere che punta sull'immagine più che sulla sostanza. Sono d'accordo che i panni sporchi non si lavano in piazza, ma penso anche che afferrare il toro per le corna sia il modo migliore per risolvere i problemi. La politica dello struzzo non mi è mai piaciuta.

38. Ieri come oggi, la figura del prete è ancora molto circondata da un alone di falsa mitizzazione che è anacronistica e superata. Perché mantiene immaturo e separato il laico ed il prete in una posizione narcisistica e solitaria. Il prete è ancora così oppure no? La stessa cosa si dica del missionario
Cosa fare per cambiare mentalità? che purtroppo fa comodo ad entrambi perché favorisce pigrizia e regressione, che è il contrario di ricerca.
Distinguerei per aree. Preti che esercitano in grandi agglomerati urbani a prevalenza cattolici o in
Regioni dove la religione cattolica è in minoranza o la libertà religiosa conculcata, non sono circondati dal mitico alone di cui parli, sia perché essi capiscono che non possono farlo, sia perché, se lo facessero, sarebbero snobbati. Tale figura mitica, misteriosa, sacrale è invece molto presente nel tessuto sociale di piccole parrocchie o di piccoli centri urbani. Convengo che tale immagine del prete sia superata ed anacronistica.
Cosa fare? La strada è lunga. Il primo a scendere da cavallo deve essere il prete. Ma anche qui bisogna trovare un prete intelligente. Se per sfatare il mito il prete si fa i tatuaggi e sniffa coca…beh…non sfata il mito, solo lo appanna. Il prete potrebbe cominciare a farsi prossimo condividendo i problemi della sua gente e frequentando le famiglie che non vede in chiesa. Quando ero a Breccia c'era un grosso condominio di oltre 90 famiglie che era stato costruito dal Pci e vi erano solo comunisti d.o.c. Ogni martedì dalle 18,00 in poi mi posizionavo nel grande spazio comune, senza pretese. Stavo lì. Per un bel po' non mi filava nessuno, ma poi cominciarono a parlare e io ascoltavo e dicevo la mia sulla Fiat, sul lavoro, sulla scuola…S'accorsero che non ero uno stregone, ma uno di loro con i loro problemi e le stesse difficoltà. Mi sono rimasti amici ancora. I loro figli mi cercano su Facebook.

39. Ti piace citare Graham Green e Francois Mauriac: per quale scopo? Cosa ti ricordano?
Caro Carlo…tocchi un tasto nevralgico. Tutta le letteratura di quel tempo non c'è più! Oggi c'è Moccia! I Green, i Mauriac, i Bernanos, i Guitton, i Cronin, i Marshal e via elencando non li trovi più. Dove trovi oggi un "Cani perduti senza collare", "Le stelle stanno a guardare", " A ogni uomo un soldo", "dialoghi con Paolo VI", "La Farisea", "Groviglio di vipere" ecc.ecc. ecc.? Li cito perché hanno saputo tradurre in romanzo i casi della vita e mi ricordano momenti di giovinezza in cui leggevo e rileggevo in un mese tre o quattro romanzi, oltre a studiare teologia e lettere classiche, a sentire musica classica e a scrivere per i giornali, a dibattere di politica con i giovani Dc e a raccogliere la carta, fare catechismo, organizzare l'oratorio per i ragazzi…Mi ricordano tempi che non verranno più. E mi spiace.

40. Cosa manca oggi ai vari movimenti nazionali e internazionali in cui si organizzano i preti sposati? Come vanno oggi le cose?
L'ho già detto: a mio avviso, male. Ma mi fido di Lui.

41. Che cosa contiene “LA LETTERA APOSTOLICA” DELLA Santa sede? Perché l’hai tirata fuori?
L'ho tirata fuori perché è emblematica di un modo di fare che non mi è mai piaciuto: io comando, io dispongo.
Il "santo subito" ha scoperto che c'erano un bel po' di domande di dispensa dal celibato e – genio dei geni – invece di affrontare il problema chiamando i preti che chiedevano la dispensa ha pensato di picchiare il pugno sul tavolo e congelare ogni risposta (come avrebbe fatto ogni santo, tipo don Guanella che vedeva i suoi preti in crisi uno per uno). Poi ha stilato la lettera che ammette che vi è un gran numero di preti che chiedono la dispensa e allora…allora, cosa? Allora ha pensato che era meglio normare la faccenda, come si sa.
L'ho tirata fuori perché il mio processo di riduzione allo stato laicale è stato celebrato dopo la lettera del "santo subito". Lo sai che mia moglie (con la quale convivevo da oltre 5 anni e con la quale avevamo fatto 2 figli) non è stata nemmeno sentita? Può darsi che lei non volesse sposarsi in chiesa. Può darsi che lei non avesse neppure più voluto sposarsi con me. Ma a lui…che gliene fregava di mia moglie? Forse per lui non era cristiana, ma solo Eva con in mano la mela.
L'ho tirata fuori perché fra le altre cose si esorta l'ex prete a sposarsi in luogo lontano dal posto in cui è conosciuto e si subordina la dispensa a questo. Io ho risposto subito che mia moglie, i miei figli ed io a Como "manebimus optime", per cui…se andava bene mi sarei sposato in chiesa a Como, avremmo fatto la comunione a Como, frequentato la messa a Como…se no…arrivederci e grazie comunque. Il vicario generale era quel professore che mi diede della linguaccia, ma era un tipo tosto con il quale mi sono sempre trovato bene. Ci ha sposato lui.
42. Che cosa vuoi dire al lettore cui ti rivolgi nel tuo libro?
Solo che rifletta sul caso dei preti sposati. Se è bigotto impari a non demonizzare loro, le loro spose ed i loro figli. Se è agnostico, può farsi una cultura sul tema. Se ha voglia di lavorare per la riforma della chiesa, lì può trovare uno spunto.

43. Le cifre statistiche di CLAUDIO BALZARETTI a che cosa vogliono mirare?
Non credo che vogliano mirare a nulla. Sono dati che devono far riflettere.

44. Perché continua anche nella chiesa la battaglia dei numeri rispetto ai preti che abbandonano?
Perché come ho detto sopra le cifre non sono sempre complete e precise.
45. Che cosa vuoi dire con “naufragium feci, bene navigavi”. Non sai nuotare?
A parte che davvero non so nuotare, sia in acqua che nella vita. Non sono mai stato un buon navigatore. Ma il detto mi piace perché per i più, lasciando il ministero ed una carriera, ho fatto naufragio. Però sono approdato su un'isola che per un po' mi ha costretto a fare Robinson Crosuoe e questo mi ha aiutato molto a capire me stesso, la vita, la chiesa, il vangelo. Mi ha aiutato ad abbandonare le sicurezze e cercare altre certezze. E' stato un bel naufragio, tutto sommato. E vuol dire che ho navigato bene perché ho sempre cercato d'essere autentico.

46. D’accordo sull’ordine che imprime il carattere; ma per uno che si è sposato anche un figlio lascia un segno indelebile; se poi ne ha fatti tre? Nel primo caso vedo molta enfasi, con rispetto parlando.
Non provocarmi. Lo sai che il carattere sacramentale è legato al Battesimo, Confermazione ed Ordine. Sacramenti irrepetibili nella vita cristiana. Il carattere è un segno che ti aiuta ad avvicinarti a Dio. I figli ti lasciano un segno, ma diverso. I figli sono parte di te, con il carattere tu sei parte di Dio. I figli sono un segno di te nel mondo, con il carattere tu sei un segno di Dio nel mondo, anche per i tuoi figli. Per me non c'è enfasi, solo profonda spiritualità.
47. Ultima tua riflessione? Grazie ERNESTO PER LA TUA CHIAREZZA E PER LA TUA INCISIVITA’.( FINE DELLA SECONDA PARTE DELL’INTERVISTA). CARLO CASTELLINI.
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ARTICOLI DI COMMENTO
COLPEVOLE SILENZIO
L'ultima notizia di cronaca del 51enne prete genovese che da oltre vent'anni conduce una vita sessuale e morale molto disordinata dovrebbe far riflettere i Pastori sul loro colpevole silenzio quando si tratta di intervenire senza "se" e senza"ma", soprattutto senza pietà, per troncare scandali che offuschino non l'immagine della chiesa istituzione, ma l'immagine della chiesa mistero che, per il mondo, è sacramento dell'incontro con il Dio di Cristo.
La chiesa istituzione ha molto da farsi perdonare: da quando s'alleò col potere politico (313 d.C) ha inanellato una serie di ciclopiche gaffes che solo il mistero dello Spirito ha saputo arginare nonostante tutto e tutti. Il potere temporale (tuttora vigente inteso come potere politico, finanziario, diplomatico e anche maneggione) ha voluto cosucce come l'Inquisizione, il soffocamento di movimenti di ricerca di spiritualità, il bando di teologi
MALEDETTI GENITALI!
IL CARD.PIACENZA SUL CELIBATO
(15.5.11)
Commenti alla lezione del cardinale.

Alberto Melloni:
Il cardinale Mauro Piacenza parla nella sua lezione davanti a dei seminaristi e, per questo motivo, una lettura che reputo cortissima della storia, ovvero il pansessualismo post sessantottino citato come il nemico della chiesa cattolica rispetto al quale solo la scelta celibataria del clero rappresenta una contro offensiva adeguata, può forse essere giustificata. Però resta il fatto che una visione così chiusa e monolitica del sacerdozio e insieme l’ossessione per una società che sarebbe iper-eroticizzata sono punti di partenza ormai perdenti, sorpassati non solo da chi per numeri e freschezza è anni luce avanti a noi, le chiese evangelicali, ma anche dal Papa e dalla sua visione”.
Alberto Melloni, storico del cristianesimo di sponda dossettiana, legge così le parole che Piacenza ha dedicato a sessualità e castità. E dice: “Si tratta di una visione nostalgica di un’età dell’oro oggi perduta, un’età che oggi non si riesce più a trovare e che, proprio per questo, si cerca di riproporre in continuazione a furia di intimidazioni: o sei celibe o non sei prete”. Le chiese evangelicali hanno superato la chiesa cattolica? “E’ evidente. Hanno un clero orizzontale e flessibile che noi non abbiamo. Cioè un clero fatto indistintamente di uomini (anche sposati) e donne presentissimi sul territorio. Mentre noi per difendere il celibato vediamo che la maggioranza delle nostre parrocchie è senza prete. Il loro è un clero orizzontale e cioè tutto formato allo stesso modo. Il nostro invece era così fino al Concilio di Trento dove si sancì che tutti i sacerdoti uscivano dalla medesima scuola, mentre oggi no. Oggi ci sono vescovi tenuti sotto scacco da movimenti che impongono che vengano ordinati sacerdoti con il proprio carisma. Così preti diversi tra loro come erano Luigi Giussani, David Maria Turoldo, Lorenzo Milani e Giovanni Battista Montini, diversi ma accomunati dal fatto di essere usciti tutti dalla stessa ‘fabbrica’, ovvero i seminari diocesani, non possono più esistere. Per difendere il celibato dei preti la chiesa si affida ai movimenti e, di fatto, distrugge il suo clero”. Però più volte Benedetto XVI ha parlato in difesa del celibato sacerdotale. “Non nego”, dice Melloni, “il valore del celibato. Sono contrario alla fossilizzazione del tema. Cioè al fatto che solo il celibato ci salverà dal sesso e dalla società che distribuisce immagini pornografiche. In troppi dentro la chiesa dimenticano chi è Benedetto XVI. E’ il Papa che ha voluto l’Anglicanorum Coetibus, la costituzione apostolica che ufficializza la legittimità dei preti sposati nella chiesa cattolica. Con un paradosso pazzesco. Pensiamo un momento di essere un padre di famiglia inglese. Nella mia parrocchia muore il parroco cattolico. Io, padre di famiglia, se la chiesa cattolica me lo permettesse potrei sostituirlo nelle sue funzioni. Invece non posso. Ma cosa succede? Succede che un prete sposato anglicano divenuto cattolico prende legittimamente il posto del parroco e così io, che sono un cattolico sposato, vengo sorpassato. Mi sembra assurdo. In questo modo si nega la funzione di servizio propria del sacerdozio. Il sacerdozio è un servizio, non è un’istituzione divina. Non è materia di fede, è una prassi voluta dalla chiesa e come tale questa prassi può essere ridiscussa”.

Gianni Gennari.
Rispetto il cardinale Piacenza, ma condivido a metà il suo testo. Giusto elogiare il “carisma” del “sacro celibato” e della castità, ma la chiesa dice “casta” anche una vera unione coniugale vissuta nella luce del dono totale, fedele e responsabile. La castità, uso retto della sessualità, è richiesta anche agli sposi, e il matrimonio è più che sacro: un sacramento. Chi pensa che “castità” è solo il non uso della sessualità è fuori strada. Va anche detto che l’attuale “pansessualismo violento” non minaccia solo i celibi, ma anche gli sposati, uomini e donne… Perciò l’insistenza sui pericoli drammatici della realtà sessuale, con l’eco di paure e reticenze antiche non solo da superare, ma già superate dallo stesso magistero della chiesa, mi pare eccessiva. Penso infatti ai testi conciliari sul matrimonio, alla definizione di sessualità nel “Persona humana” del 1975 e soprattutto alle grandi catechesi del beato Giovanni Paolo II con il definitivo superamento della tesi sulla superiorità della verginità rispetto allo stato matrimoniale.
Non contesto la validità della legge del celibato: da quando c’è e finché c’è va osservata da tutti i preti di rito latino che ne fanno promessa: chi pensa di non osservarla è tenuto a cessare l’esercizio del ministero presbiterale. Osserverei tuttavia che oggi i pericoli per la santità presbiterale non vengono solo dal “pansessualismo violento”, ma anche da superbia, carrierismo, denaro, potere sulle coscienze altrui e pretesa di comandare anche dove dovremmo ascoltare e servire… Il “peccato delle origini” non ha reso “fragile” l’uomo, celibe o sposato, solo nella sessualità…

Pensare perciò che per la chiesa cattolica la prima cosa da curare oggi sia concentrarsi sull’aspetto della “genitalità” e della sessualità dei preti non mi pare giusto. E questo è il punto fondamentale. Dal senso globale del testo, da ripetuti interventi espliciti e – “voci” torinesi – anche da un passo fuori testo di questo intervento è chiaro che per l’autore sacerdozio cattolico e celibato si chiamano a vicenda in modo “necessario” e sostanziale. Per lui un sacerdozio cattolico non celibe non dovrebbe esser neppure concepibile. Lo ha chiaramente scritto sull’Osservatore e per dare manforte alla sua tesi, con obiettivo diretto un mio scritto qui sul Foglio, un altro illustre ecclesiastico di recente ha sostenuto sull’Osservatore Romano (29 aprile, pagina 1) fin dal titolo che “Il celibato non è una imposizione, ma un dono” e per provarlo ha subito citato un testo del Concilio, ove però testualmente leggo che “il celibato prima veniva raccomandato ai sacerdoti, in seguito è stato imposto (sic!) per legge nella chiesa latina”. L’eccessiva sicurezza fa brutti scherzi…
E questo è decisivo: la storia della chiesa, anche del suo magistero, dimostra che è sempre esistito, onorato e legittimo, l’esercizio del sacerdozio cattolico di uomini sposati. Per secoli la chiesa universale ha avuto preti, vescovi e Papi sposati, e ancora oggi le chiese cattoliche d’oriente hanno preti sposati che il Vaticano II ha detto “non meno preti, né meno buoni preti” rispetto ai celibi. Proprio perciò i preti di rito latino non fanno promessa di celibato nell’ordinazione presbiterale, bensì nel conferimento del suddiaconato. Perciò nella “Missa chrismatis” del Giovedì Santo il rinnovamento della volontà di ministero fedele non fa cenno al celibato. Anche lo scorso Giovedì Santo, nell’omelia di Benedetto XVI, non si parla del celibato.

Ultima nota: l’Osservatore Romano (19 marzo, pagina 5), proprio in occasione del ritorno della discussione sulla legge storica del celibato, ha ripubblicato un intervento del teologo Joseph Ratzinger del 28 maggio 1970 – Titolo: “Il ministero sacerdotale” – circa “l’essenza del ministero presbiterale”, ove non c’è alcun accenno al celibato. Si dirà che nel 1970 il teologo Ratzinger sull’Osservatore, e oggi Benedetto XVI nella “Missa chrismatis” del 2011, hanno ignorato proprio un aspetto essenziale del sacerdozio cattolico?

Lucetta Scaraffia.
Parlare di celibato ecclesiastico, oggi, è una delle imprese più difficili e controcorrente che si possa fare: ne è consapevole il cardinale Piacenza nel suo bel testo indirizzato ai seminaristi, in cui misura le forze contrarie alla castità, che sono ormai diventate “cultura condivisa”. E’ proprio su questo tema – che è stato del resto già al centro della contesa con i cristiani riformati nel XVI secolo – che si gioca il conflitto più aspro fra chiesa e modernità. Ancora più aspro di quello, già forte, che riguarda il comportamento sessuale dei laici. Il pericolo, come segnala il cardinale, è addirittura quello di non vedere più il problema, di “essere anestetizzati attraverso una sorta di flebo che ‘goccia a goccia’ mondanizza”. E di non accorgersi che il problema non investe solo la sfera psicosessuale, ma “l’intero ambito relazionale delle persone”. Ci vuole molto coraggio e libertà intellettuale per scrivere, oggi, frasi così chiare. E per dichiarare senza mezzi termini che “il cuore dell’uomo è fatto per la definitività” in un tempo in cui la relatività di ogni scelta sembra essere divenuta la garanzia della libertà di ogni essere umano.

Ma soprattutto è profonda e carica di significato la parte propositiva del testo, quella in cui si rivendica il celibato come centrale nella vita di un sacerdote, come garanzia della sua vocazione e della sua capacità di stare sempre in contatto con Dio. Perché il celibato si può sostenere solo se aiutati dalla grazia divina, e per ricevere la grazia i sacerdoti devono lasciare spazio, nella loro giornata, al rapporto con Gesù, quindi all’orazione e all’adorazione. Lungi da ogni interpretazione psicologica, di ogni discorso sociale, il cardinale riporta il mistero del celibato al suo significato profondo, nel cuore del rapporto con Cristo.
Con uno sguardo più secolare, si potrebbe ricordare anche che il celibato ecclesiastico costituisce una testimonianza vivente della diversità umana dalla natura animale: una prova del fatto che l’uomo è creato da Dio, e non è solo frutto di una evoluzione del mondo animale, come oggi si preferisce pensare. Una prova concreta ed evidente, quindi, dell’incommensurabile valore di ogni vita umana.
BERTONE: GLI ANGLICANI CATTOLICIZZATI NON SI SPOSERANNO
(1.5.11)
C'é continuità tra Giovanni Paolo II e Benedetto XVI "nell'accoglienza in seno alla Chiesa Cattolica di ex pastori anglicani già sposati, consentendo loro di vivere nel matrimonio", afferma il segretario di Stato Tarcisio Bertone nel libro intervista "Un cuore grande. Omaggio a Giovanni Paolo II". "Un'accoglienza - spiega il porporato - che continua ancora oggi e che la recente Costituzione apostolica estende a gruppi di persone e a parrocchie, pur mantenendo fermo il valore del celibato dei sacerdoti che viene riaffermato con forza, richiedendo che in futuro i preti sposati non diventino la norma in tali Ordinariati".

Il card. Bertone, come tutti i laudatores di Giovanni Paolo II, cerca linee di continuità fra due pontificati che sicuramente ci sono, ma che non per questo giustificano la bontà delle scelte.
Non solo: si permette di mettere un'ipoteca sul futuro. Auspica che i prossimi ordinariati anglicani NON prevedano l'ordinazione di preti sposati o che i preti si sposino dopo l'ordinazione.
Secondo il cardinale questo sarebbe quello che avrebbe voluto il beato Woityla e sarebbe quello che vuole il papa Benedetto XVI.
Nulla da eccepire sulle intenzioni dei papi beatizzati , di quelli felicemente regnanti e dei loro segretari di stato.
Tutto sa ridire su quello che sarebbe per loro il bene della chiesa.
SEX AND THE VATICAN

NUOVO LIBRO SUL TEMA
All'ombra del Vaticano la doppia vita dei sacerdoti
Secondo alcuni studi, in Germania un prete su tre vive con una donna. In Austria la metà vuole l’abolizione del celibato. In "Sex and the Vatican" Carmelo Abbate racconta le notti proibite dei religiosi. Con dati impressionanti.
Ecco un estratto.
Per documentare le mie giornate romane tra sacerdoti, festini omosessuali, escort e liturgie, ho fatto ricorso a una telecamera nascosta. Avevo bisogno di prove certe e inconfutabili. In caso contrario sarei stato massacrato. Infatti. E` il 23 luglio 2010. Il news magazine per cui lavoro, Panorama, pubblica una parte dell’inchiesta e delle immagini in mio possesso.
In copertina, su sfondo nero, le mani giunte di un prete stringono un rosario. Le unghie dell’uomo sono laccate di rosa. Titolo: Le notti brave dei preti gay.
La prima dichiarazione della Chiesa di Roma è rilasciata all’agenzia di stampa Ansa. “Anonime fonti vaticane” bollano l’inchiesta come "priva di fonti concrete e circostanziate" e la declassano a un "tentativo di trovare a ogni costo argomenti forti per svegliare i lettori sotto l’ombrellone".
Il direttore di Panorama, Giorgio Mulè, reagisce. "Desidero rassicurare le anonime fonti vaticane invitandole in edicola per leggere l’inchiesta. Ove non fosse possibile sarò lieto, se dovessero decidere di rendersi palesi con la direzione del giornale, di fornire loro nomi, cognomi e 54 indirizzi dei sacerdoti che hanno compiuto atti sessuali, peraltro documentati da riprese video incontrovertibili".
Avevo bisogno di prove certe e inconfutabili. Qualche ora più tardi viene diffusa una nota ufficiale a firma del cardinale Agostino Vallini, vicario di papa Benedetto XVI. "La finalità dell’articolo è evidente: creare lo scandalo, diffamare tutti i sacerdoti sulla base della dichiarazione di uno degli intervistati secondo il quale 'il 98 per cento dei sacerdoti che conosce è omosessuale', screditare la Chiesa e fare pressione contro quella parte della Chiesa da loro definita 'intransigente, che si sforza di non guardare la realtà' dei preti omosessuali".
I fatti raccontati non vengono più messi in discussione dal Vaticano. Sempre Vallini: "I fatti raccontati non possono non suscitare dolore e sconcerto nella comunità ecclesiale di Roma, che conosce da vicino i suoi sacerdoti non dalla 'doppia vita', ma con una 'vita sola', felice e gioiosa, coerente alla vocazione, donata a Dio e a servizio della gente, impegnata a vivere e testimoniare il Vangelo e modello di moralità per tutti. Questi sono gli oltre 1.300 sacerdoti delle 336 nostre parrocchie, degli oratori, delle molteplici opere di carità, degli istituti di vita consacrata e delle altre realtà ecclesiali operanti nelle università, nel mondo della cultura, negli ospedali e sulle frontiere della povertà e del degrado umano, non solo nella nostra città ma anche in terre lontane e in condizioni assai disagiate. Chi conosce la Chiesa di Roma, dove vivono anche molte centinaia di altri preti provenienti da tutto il mondo per studiare nelle università, ma che non sono del clero romano impegnati nella pastorale, non si ritrova minimamente nel comportamento di costoro dalla 'doppia vita', che non hanno capito che cosa è il 'sacerdozio cattolico' e non dovevano diventare preti. Sappiano che nessuno li costringe a rimanere preti, sfruttandone solo i benefici. Coerenza vorrebbe che venissero allo scoperto. Non vogliamo loro del male ma non possiamo accettare che a causa dei loro comportamenti sia infangata la onorabilità di tutti gli altri".

In buona sostanza, secondo il Vaticano il problema evidenziato dall’inchiesta esiste. Su questo almeno non c’è più alcun dubbio. Conclude la nota del vicariato: "Dinanzi a simili fatti aderiamo con convinzione a ciò che il Santo Padre Benedetto XVI ha ripetuto più volte negli ultimi mesi: 'I peccati dei sacerdoti' ci richiamano tutti alla conversione del cuore e della vita e a essere vigilanti a non inquinare la fede e la vita cristiana, intaccando l’integrità della Chiesa, indebolendo la sua capacità di profezia e di testimonianza, appannando la bellezza del suo volto. Questo vicariato è impegnato a perseguire con rigore, secondo le norme della Chiesa, ogni comportamento indegno della vita sacerdotale".
Ora, si può discutere sulla forma e se vogliamo sulla crudeltà dell’inchiesta, ma la sostanza delle cose raccontate c’è tutta. Tanto che il vicariato con rigore esorta i preti omosessuali a uscire allo scoperto, a lasciare la tonaca e abbandonare la Chiesa (....).

Reperire dati utili a inquadrare il fenomeno è impresa difficile. Difficile perché, com’è ovvio, non ci sono studi e tabelle ufficiali. Ci si deve accontentare di stime ufficiose, parziali, confutabili. Che non hanno certo la pretesa di assurgere a verità scientifica, ma possono aiutare a capire quanto è grande il terreno su cui camminiamo.
I tentativi più articolati arrivano dagli Stati Uniti. Secondo gli innumerevoli studi dello psichiatra Richard Sipe, ex monaco benedettino ed ex sacerdote, il 25 per cento dei preti americani ha avuto relazioni con donne dopo l’ordinazione.
Il 30 per cento è gay. Un altro 20 per cento è stato coinvolto in relazioni omosessuali, o ha avuto un conflitto riguardante un’attività sessuale periodica, o si è sentito spinto verso un’attività omosessuale, o si identifica come omosessuale, o ha almeno avuto una serie di dubbi riguardo il proprio orientamento sessuale.
Richard Sipe ha dichiarato al Boston Globe: "Se dovessimo eliminare tutti quei preti che hanno tendenze omosessuali, il numero sarebbe così alto che risulterebbe una bomba atomica. Significherebbe le dimissioni di un terzo dei vescovi in giro per il mondo".

Cambiamo pagina. Il sociologo e scrittore James G. Wolf stima che il 48 per cento dei preti americani sia gay. Nelle sue ricerche, condotte attraverso questionari rivolti ai sacerdoti, è arrivato a queste conclusioni: il 58 per cento pensa che il celibato sia un ideale piuttosto che una legge alla quale obbedire.
Il 35 per cento pensa sia un impegno a non sposarsi piuttosto che a non avere alcuna attività sessuale. Il 41 per cento considera la sua vita sessuale separata dalla vita da prete. Nell’autunno del 1999, il Kansas City Star ha mandato un questionario a tremila preti sparsi per gli Stati Uniti.
Quelli che hanno risposto sono stati 801. Il 75 per cento ha dichiarato di avere una tendenza omosessuale, il 15 per cento si è dichiarato apertamente omosessuale, il 5 per cento bisessuale.
Nel 1990 il reverendo Thomas Crangle, francescano, ha mandato cinquecento lettere ad altrettanti preti selezionati a caso. Quelli che hanno risposto sono stati 398: il 45 per cento ha dichiarato di essere gay. In Brasile, Il Centro de Estati Lstica Religiosa e Investigacoes Sociais (Ceris), ha svolto un’indagine anonima su un campione di 758 preti cattolici brasiliani: il 41 per cento ha ammesso di avere avuto rapporti sessuali. La metà di loro si è detta contraria al celibato.

Veniamo all’Europa. Eugen Drewermann, scrittore, critico, teologo ed ex sacerdote, studi alla mano sostiene che in Germania, su un totale di diciottomila sacerdoti, almeno seimila vivono con una donna. Sul giornale austriaco Osterreich, il teologo Paul Zulehner, dal 2000 al 2007 preside della facoltà di Teologia cattolica dell’Università di Vienna, ha dichiarato che il 22 per cento dei preti austriaci porta avanti relazioni con donne.
Zulehner accenna anche ad altre ricerche in cui la percentuale sale al 50 per cento. Fa poi riferimento a un’inchiesta recente realizzata su un campione di cinquecento preti: l’81 per cento dei sacerdoti intervistati auspica l’abolizione dell’obbligo del celibato, il 51 per cento è favorevole all’introduzione del sacerdozio femminile.
Continuiamo la nostra carrellata. Il 59 per cento dei sacerdoti austriaci vuole l’abolizione del celibato obbligatorio: è quanto emerge da un sondaggio effettuato dai ricercatori dell’Università Keplero di Linz su 406 preti cattolici.
Il quotidiano The Guardian ha parlato di mille casi di figli di preti cattolici in Gran Bretagna. Secondo Pat Buckley, vescovo irlandese che ha messo in piedi un gruppo di supporto per amanti di preti, almeno cinquecento donne in Irlanda hanno una relazione con un prete cattolico.
In Svizzera, stando a quanto dichiara un gruppo di aiuto di amanti di preti, ci sono cinquecento donne che vivono una relazione con un prete, su un totale di millenovecento sacerdoti attivi. Circa duecento bambini sarebbero nati da queste relazioni. Stando a una ricerca dal titolo Radiografía del clero diocesano español fatta dalla rivista cristiana spagnola 21rs, il 52 per cento del clero vorrebbe che il celibato fosse facoltativo.
E in Italia? Nulla di nulla. Nessuno ha mai provato ad abbozzare qualche studio. E guai a contattare i sacerdoti psichiatri che seguono i casi più difficili di preti coinvolti in affari sessuali. Ti evitano come fossi la peste. Hanno paura. Si può parlare di tutto tranne che di sesso.
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CELIBATO? SI', MA...FORSE NO
(9.4.11)

Il celibato sacerdotale sembra una delle più dolorose spine che rende difficile la vita alle gerarchie cattoliche e vaticane. Eppure la soluzione c'è sempre stata, è lì bell'è pronta: basta tornare alle origini della chiesa lasciando perdere tutti gli orpelli che un mondo sempre più falso ha continuato ad apporre all'originale messaggio di Cristo.
Dico questo perchè il dibattito sul tema continua ad essere acceso e spento, come ad un gioco fra bambini con l'interruttore della luce di casa: nessuno avrebbe mai immaginato che intorno ad un tema così delicato si sarebbe potuto scatenare una guerra sotterranea all'interno della Curia vaticana e nel Collegio cardinalizio, spaccato tra due fazioni che da tempo ormai si stanno confrontando quasi a muso duro.
Ci sono due "partiti" contrapposti formati da cardinali favorevoli e contrari all'obbligo del celibato .Ancora più sorprendente è il fatto che echi della guerra in corso tra i cardinali di Santo Romana Chiesa siano stati avvertiti anche fuori dai sacri palazzi e persino sulle pagine dell'austero Osservatore Romano, il quotidiano della Santa Sede.
Nei giorni scorsi è apparso un lungo editoriale a firma del card. Mauro Piacenza, prefetto della Congregazione per il Clero, scritto col chiaro intento di stoppare qualsiasi eventuale apertura futura alla liberalizzazione del celibato tra i preti. Un intervento pubblicato - certamente non a caso - lo stesso giorno in cui, aprendo i lavori della Conferenza episcopale austriaca, convocata eccezionalmente a Bressanone (Bolzano), il cardinale di Vienna Christoph Schoenborn - ex allievo di Joseph Ratzinger che anche da papa lo tiene in grande considerazione - aveva auspicato ''un dibattito aperto'' nella Chiesa , anche su ''temi controversi'' come il celibato. Posizione, poi, confermata anche all'agenzia cattolica Kathpress dallo stesso Schoenborn aveva ribadito che ''nella Chiesa occorre un dibattito aperto, anche sul tema del celibato'', pur ritenendo che esso ''mostra di basarsi su motivi fondati''. A stretto giro di posta, sulla prima pagina dell'Osservatore Romano, è arrivato lo stop della Curia vaticana, tramite il cardinale Mauro Piacenza, secondo cui ''il dibattito sul celibato, che periodicamente nei secoli si è riacceso, certamente non favorisce la serenità delle giovani generazioni nel comprendere un dato così determinante della vita sacerdotale''. Da qui, la convinzione del porporato che "sarebbe dannosa l'eventualità di riaprire la discussione sul tema", invitando per di più i membri della Chiesa a non lasciarsi ''condizionare o intimidire da chi non comprende il celibato e vorrebbe modificare la disciplina ecclesiastica, almeno aprendo delle fessure''. ''Residuo preconciliare e mera legge ecclesiastica.
Sono queste, in definitiva, le principali e più dannose obiezioni che riaffiorano nel periodico riaccendersi del dibattito sul celibato sacerdotale'', ha scritto il capo-dicastero vaticano. ''Eppure - prosegue -, niente di questo ha reale fondamento, sia che si guardi ai documenti del Concilio Vaticano II, sia che ci si soffermi sul magistero pontificio. Il celibato è un dono del Signore che il sacerdote è chiamato liberamente ad accogliere e a vivere in pienezza''. Secondo il cardinale Piacenza, per il quale esiste una ''radicale continuità tra il magistero che ha preceduto il Concilio e quello successivo'', ''solo una scorretta ermeneutica dei testi del Vaticano II - a cominciare dalla Presbyterorum ordinis - potrebbe condurre a vedere nel celibato un residuo del passato di cui liberarsi. E una tale posizione, oltre che errata storicamente, teologicamente e dottrinalmente - aggiunge -, è anche dannosa sotto il profilo spirituale, pastorale, missionario e vocazionale'', pur rendendosi conto che ''in un mondo secolarizzato è sempre più difficile comprendere le ragioni del celibato''. L'altolà del cardinale Piacenza - a quanto si è saputo Oltretevere - non ha suscitato eccessivi entusiasmi nella Curia vaticana e tra i cardinali, dove il gruppo di porporati vicino alle posizioni di Schoenborn non sembra intenzionato ad arrendersi tanto facilmente.
E la chiesa gerarchica continua a baloccarsi fra celibato,sì, celibato,no; preservativo, sì, preservativo,no...
Il problema di questa gente è il sesso: un dono di Dio all'uomo che essi continuano a stupirsi che Dio stesso abbia fatto.
DIBATTITO SUL CELIBATO SOFFOCATO SUL NASCERE
(30.3.11)

La curia non riesce a impedire il dibattito sul celibato. Questa volta è stato l’arcivescovo di Vienna, Christoph Schoenborn, a riproporre la necessità di discuterne, e il nuovo prefetto della congregazione per il clero, il cardinale Piacenza, gli ha subito chiuso la porta in faccia. Ma anche Shoenborn è un principe della chiesa. Abbiamo così voluto sentire l’opinione di uno dei teologi moralisti più apprezzati in Italia, il professor Giannino Piana. Partendo da una domanda molto semplce:

il celibato dei sacerdoti ha un fondamento teologico?

“Assolutamente no, per il semplice fatto che il celibato è stato introdotto nella chiesa catolica latina esclusivamente per motivi pastorali e giuridici, non ha mai comportato un problema teologico il fatto che ci fossero preti sposati nelle chiese cattoliche orientali e che a loro fossero affidate le loro comunità.”

Si potrebbe pensare a un celibato opzionale?

“Sì, certamente. Si potrebbe pensare di cominciare ordinando persone sposate, persone che hanno dimostrato nella loro vita e con la loro vita una capacità di guida e attaccamento ai valori cristiani. Ma poi si dovrebbe passare necessariamente ad un sistema simile a quello che vige nelle chiese cattoliche orientali, dove i preti che vivono a contatto con la comunità cristiana sono sposati, mentre quelli che scelgono liberamente il celibato possono essere assegnati ad altri compiti, chiamiamoli più profetici, comunque non esclusivamente di servizio all’interno della comunità.”

Perchè la resistenza a superare il celibato è così forte?

” Si può facilmente pensare che cambiare dopo tanti secoli può preoccupare, magari qualcuno teme problemi di rapporto con la comunità dei fedeli, ma io credo che il problema principale sia un altro: il clero sposato sarebbe più autonomo, più vicino al sentire comune diffuso nella comunità e questo potrebbe portarlo a dissentire dalle posizioni dottrinali espresse dalla gerarchia.”



PS: Scrive Umberto Marchese

Si ribellanoi tunisini, insorgono gli egiziani, rivoluzionari in Libia, massacri in Yemen e Baharen........era ora che in Vaticano qualcuno alzasse la voce!
Chi li bombarda per primo?

Umberto Marabese
PRETI E DIACONI SUICIDI
(25 marzo 2011)

Preti, novizi e diaconi suicidi negli ultimi mesi:

1) 09/09/2010 Rabanser Emanuele Maria (Novizio francescano) – Ferrara
2) 23/09/2010 Diletti Matteo - Bergamo
3) 27/11/2010 Recanati Sergio - Bergamo
4) 28/11/2010 Seidita Luca (diacono) – Orvieto
5) 28/02/2011 Galizia Franco - Palermo
6) 08/03/2011 Rossi Gianfranco (Franco) – Lucca (Viareggio)
7) 14/03/2011 Fiore Enzo – Bari

I motivi del suicidio sono diversi e comunque a noi non precisamente noti perchè quando una persona arriva ad un gesto simile solo lei stessa sa il vero motivo.
Ma è comunque un dato sul quale riflettere perchè coinvolge uomini votati a Dio, al Dio della vita, al quale sicuramente si saranno rivolti nella preghiera prima di togliersi la vita ed al quale si saranno rimesse durante il gesto estremo.
Impressionante è il silenzio che c'è sull'argomento. Il fatto è successo ed è archiviato.
Il vero tema su cui discutere è proprio questo: perchè la gerarchia ha scelto il silenzio?
Quali storie ci sono dietro questi diaconi e preti (tutti giovani)?
A chi imputare la colpa di simili gesti?
Alla formazione rcevuta, ad educatori malaccorti, ad incmprensioni?
CELIBATO:DOGMA SI'...DOGMA NO
(25 marzo 2011)

"Il celibato dei sacerdoti "non è un dogma", e il calo delle vocazioni potrebbe indurre la Chiesa a "riflettere su tale questione". Faranno sicuramente discutere le affermazioni del cardinale Claudio Hummes, il porporato brasiliano nominato il 31 ottobre scorso da Benedetto XVI nuovo prefetto della Congregazione per il Clero. Partendo per Roma per assumere il suo nuovo incarico, Hummes, grande amico del presidente brasiliano Lula, in un'intervista al quotidiano 'Estado de Sao Paulo' ha affermato che "anche se i celibi fanno parte della storia e della cultura cattoliche, la Chiesa può riflettere sulla questione del celibato, perché non é un dogma, ma una norma disciplinare".

Con un articolo di prima pagina sull''Osservatore romano' il cardinale Mauro Piacenza, prefetto della Congregazione del clero, torna a ribadire la validità del celibato sacerdotale. "Residuo preconciliare e mera legge ecclesiastica. Sono queste, in definitiva, le principali e più dannose obiezioni che riaffiorano nel periodico riaccendersi del dibattito sul celibato sacerdotale", ha scritto il porporato. "Eppure, niente di questo ha reale fondamento, sia che si guardi ai documenti del concilio Vaticano II, sia che ci si soffermi sul magistero pontificio. Il celibato è un dono del Signore che il sacerdote è chiamato liberamente ad accogliere e a vivere in pienezza". In particolare, è sbagliato, spiega Piacenza, considerare il celibato "un residuo del passato di cui liberarsi. E una tale posizione, oltre che errata storicamente, teologicamente e dottrinalmente, è anche dannosa sotto il profilo spirituale, pastorale, missionario e vocazionale".

Due posizioni diverse : quale delle due?
Tutte e due sono corrette.
Il celibato non è un dogma (e lo sanno tutti), ma è una legge della chiesa che la chiesa cattolica stenta a rivedere.
Quali i motivi?
Li abbiamo già descritti decine di volte e non li ripetiamo.
Riteniamo solo che l'ostinata chiusura verso un tema da affrontare seriamente e non solo a livello istituzionale, sia segno di una paura di uomini che, come Pietro sull'acqqua, non si fidano del loro Signore.
TEOLOGI D'OLTRALPE INVITANO A RIVEDERE ANCHE LA LEGGE CELIBATARIA
(10 febbraio 2011)

Come successe al giovane Ratzinger, che firmò un appello per la riforma della chiesa ed anche della legge celibataria, 150 teologici indirizzano una lettera ai propri vescovi.
Era qualcosa che non accadeva da almeno vent’anni: 150 professori della facolta’ di teologia cattoliche della Germania, della Svizzera e dell’Austria – piu’ di un terzo del totale – hanno firmato un documento, intitolato ”Chiesa 2011 – una svolta necessaria” che chiede riforme profonde della Chiesa cattolica, a cominciare dall’obbligo del celibato per i preti di rito latino. A dare notizie del documento, elaborato da un gruppo di otto teologici e quindi fatto circolare nelle universita’, e’ il quotidiano bavarese Suddeutsche Zeitung. ”Ci saremmo accontenti di una cinquantina di firme”, ha spiegato Judith Koenemann, che insegna pedagogia della religione a Muenster. Le adesioni sono state tre volte tante, e molti – scrive la Suddeutsche – sono quelli che in privato hanno espresso il loro consenso ma non hanno firmato per timore di ritorsioni da parte del loro vescovo. Il testo e’ ”attento e sofisticato”, nota il quotidiano bavarese, e loda l’appello dei vescovi tedeschi ad un dialogo aperto: ”Noi consideriamo la nostra responsabilita’ di contribuire ad un autentico nuovo inizio”. La tesi fondamentale del documento e’ che la Chiesa puo’ annunciare solo ”il Dio Gesu’ Cristo che libera e ama” solo quando ”essa stessa e’ un luogo e un testimone credibile del messaggio di liberta’ del Vangelo”. Deve quindi riconoscere e incoraggiare ”la liberta’ degli esseri umani come creature di Dio”, criticando dove necessario la concezione superficiale della liberta’ quando questa porta a calpestare ”la dignita’ delle persone”. Di qui la richiesta di una ”profonda riforma della Chiesa”, organizzata in una serie di punti – definite ‘’sfide” fondamentali per il futuro: dall’adozione di ‘’strutture piu’ sinodali a tutti i livelli della Chiesa”, al coinvolgimento dei fedeli nella selezione dei pastori e vescovi. Serve anche l’apertura ai ”preti sposati” e alle donne ”nel ministero della Chiesa”, perche’ con il calo delle vocazioni che carica sempre piu’ di impegni i sacerdoti che restano sono sempre piu’ oberati di impegni e vanno facilmente in ‘burnout’. La ”difesa del matrimonio” e del celibato non deve portare, secondo i teologi, ad ”escludere le persone che con amore, fedelta’ e cura reciproca vivono in un’unione omosessuale e come divorziati risposati”. Questo perche’, scrivono, ”un rigorismo morale arrogante non fa bene alla Chiesa”. Dopo la ”tempesta” dello scandalo pedofilia non puo’ seguire la quiete, perche’ in questo momento sarebbe solo ”la quiete della tomba”: ”Ora – argomentano i teologi – c’e’ bisogno di cercare soluzioni in uno scambio di opinioni di libero e onesto, per tirare fuori la chiesa della sua paralizzante autoreferenzialita”’. Il documento dei teologi e’ stato accolto con entusiasmo dal movimento riformatore cattolico ‘Noi Siamo Chiesa’, che lo descrive come un ”promemoria e di un segno di speranza al tempo stesso”. Cauta apertura al dialogo, invece, da parte della Conferenza episcopale tedesca, che in una nota firmata dal suo segretario, il gesuita p. Hans Langendoerger, che sottolinea come il ‘memorandum’ dei teologi contribuisca a quel dialogo ‘’sul futuro della fede e della Chiesa in Germania” chiesto dagli stessi vescovi e che ha bisogno di intuizioni e idee stimolanti e positive. Tuttavia, aggiunge, il documento e’ ‘’solo un primo passo” e le sue tesi sono ”in disaccordo con le convinzioni teologiche e le dichiarazioni della Chiesa al massimo livello”. C’e’ quindi ”urgente bisogno di ulteriori chiarimenti”. Pero’ i vescovi riconoscono che e’ necessario affrontare ”gli errori e i fallimenti delle politiche del passato, cosi’ come il deficit e il bisogno di riforme del presente. Non bisogna scappare dalle questioni ingombranti” perche’ ”la paura non e’ una buona consigliera”. ”La prossima plenaria della Conferenza episcopale tedesca elaborera’ a sua volta proposte che auspicabilmente saranno positive e stimolanti”, conclude Langendoerger. La richiesta di riforme da parte dei cattolici tedeschi e’ sempre piu’ forte. Poche settimane fa i vescovi avevano dovuto rispondere alla richiesta dei principali politici cattolici del partito conservatore di governo Cdu di sollevare la questione dei ‘viri probati’ – uomini sposati di una certa eta’ da ordinare come sacerdoti – in occasione della prossima visita di papa Benedetto XVI in Germania. Una simile presa di posizione da parte dei teologi cattolici tedeschi non si registrava dal 1989, quando 220 professori firmarono la cosiddetta ‘Dichiarazione di Colonia’ contro la nomina di Joachim Meisner ad arcivescovo di Colonia decisa da Giovanni Paolo II. Il cardinale Ratzinger, allora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, rispose con l’istruzione ‘Donum veritatis’ che regola il rapporto tra teologi e il magistero della Chiesa.

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IL PAPA FIRMO' UN APPELLO SULLA FACOLTATIVITA' DEL CELIBATO

Sta impazzando da ogni parte un appello del giovane gruppo di teologi tedeschi che nel 1970 indirizzarono all'episcopato in favore della facoltatività del celibato. Una delle firme è di Joseph Ratzinger.
Riporto l'appello tal quale con un breve commento in calce.

Otto teologi tedeschi nel 1970 ritenevano il celibato una legge da mettere in discussione
Memorandum per la discussione sul celibato di alcuni teologi tedeschi indirizzato ai vescovi tedeschi

I firmatari, chiamati grazie alla fiducia dei vescovi tedeschi a far parte, da teologi, della Commissione per le questioni relative alla fede e ai costumi della Conferenza Episcopale Tedesca, si sentono in obbligo di presentare ai vescovi tedeschi le seguenti considerazioni.
Le nostre riflessioni riguardano la necessità di un’approfondita verifica e di un’analisi articolata della legge sul celibato della Chiesa latina per la Germania e la Chiesa universale nella sua globalità (non si possono infatti separare completamente i due punti di vista). Che si chiami questa nuova verifica «discussione» o meno è un problema secondario, di ordine terminologico. Qui di seguito si parlerà di come sia da compiere questa verifica (cfr. in particolare n. V).
1. L’urgente esigenza di una tale verifica non pregiudica affatto una decisione relativa a che cosa risulterà o si produrrà concretamente. Questa petizione non è una rivendicazione compiuta da avversari del celibato sacerdotale. I firmatari, fino a questo momento, non sono nemmeno pervenuti a una visione comune su quali siano le loro rispettive opinioni sulla questione specifica. Ma sono tutti convinti che sia opportuno, anzi necessario compiere una tale verifica a livelli ecclesiali alti e altissimi. È solo di questo che si parlerà qui di seguito, e non del contenuto concreto di una tale «discussione». I firmatari chiedono ai vescovi tedeschi di non fraintendere le riflessioni qui presentate, interpretandole come una lotta contro il celibato. Siamo convinti non solo che lo stato celibatario volontario nel senso di Mt 19 rappresenti una ragionevole possibilità di vivere da cristiani, cosa in ogni tempo indispensabile alla Chiesa come segno del suo carattere escatologico, ma persino che ci siano buone ragioni teologiche per collegare il celibato volontario e il ministero sacerdotale, dal momento che tale ministero mette in modo definitivo e generale chi ne è portatore al servizio di Cristo e della Sua Chiesa. In questo senso approviamo quanto affermato recentemente dalla Lettera dei vescovi tedeschi sul ministero sacerdotale (Schreiben der deutschen Bischöfe über das priestliche Amt, cfr. n. 45, par. 4; n. 53, par. 2). E in questo senso siamo anche convinti che il sacerdozio celibatario, qualunque sia l’esito della discussione, rimarrà una forma essenziale del sacerdozio della Chiesa latina. È inoltre chiaro che nella nostra Chiesa, a differenza della prassi protestante, per il clero secolare non può andare perduta nemmeno sul piano psicologico e su quello sociale e pubblico la possibilità autentica e concreta di un sacerdozio celibatario, nel quale ci si impegni pienamente in questo genere di vita anche dinanzi alla Chiesa. Senza dubbio, poi, i sacerdoti già ordinati, come è ovvio, non possono essere semplicemente e globalmente esonerati dalla promessa fatta al momento dell’ordinazione, ricorrendo a una legislazione nuova o eventualmente modificata, qualsiasi aspetto essa assuma. In linea di principio, il celibato, una volta scelto liberamente, ha carattere vincolante e non può essere ridotto ad obbligo revocabile. Sulla base di queste ragioni, un’autentica discussione della legge sul celibato non ha bisogno di aumentare la confusione nei nostri seminari fino a creare una situazione insostenibile, né di indurre i giovani a sospendere ogni decisione. La nostra richiesta, dunque, non va nemmeno identificata con il tipo di dibattito o di «soluzione» della questione che ha luogo in Olanda, anche se non si possono ignorare la comune necessità e l’urgenza del problema per tutta la Chiesa universale.
2. La domanda relativa alla verifica nel senso qui inteso è, quindi, soltanto se la modalità di realizzazione dell’esistenza sacerdotale utilizzata possa essere e debba rimanere, nella Chiesa latina, l’unico stato di vita. Le obiezioni spesso sollevate contro una tale verifica sono note: ci può essere, concretamente, soltanto uno stato di vita sacerdotale; nel caso in cui se ne ammettano altri c’è da aspettarsi che il sacerdote celibe si estingua. Non disconosciamo questi motivi. Ma chi fin dall’inizio, per tali ragioni, considera superfluo un chiarimento ci sembra avere poca fede nella forza di questo consiglio evangelico e nella grazia di Dio, della quale, pure, altrove si sostiene che è essa – non dunque la mera «legge» – a operare tale dono di Cristo.
3. Una verifica come questa può avvenire. Sul piano teologico, è senza dubbio errato pensare che in nuove situazioni storiche e sociali non si possa sottoporre a verifica, e in questo senso a «discussione», qualcosa che da un lato è una legge umana (precetto del celibato) nella Chiesa e che dall’altro esiste come realtà riconosciuta ed esercizio concreto in altre realtà della Chiesa (cfr. le Chiese orientali). Sostenere il contrario manca del sostegno di qualsiasi seria argomentazione teologica. Se si affermasse che il pastore supremo della Chiesa vieta una tale «discussione», avendo per questo, almeno sul piano psicologico, ragioni molto buone e dunque anche di un certo rilievo (perché, cioè, una nuova discussione minerebbe di fatto il celibato nella Chiesa), su tale argomentazione andrebbe detto quanto segue:
a) Data la posizione assegnata loro dalla dottrina ecclesiale del Concilio Vaticano II, i vescovi non possono, con una tale dichiarazione del Papa (una volta ammessa nel senso di cui sopra), essere privati della responsabilità di ripensare questo problema anche in autonomia e originalità; una responsabilità da cui neppure il pPpa può liberarli. I vescovi non sono funzionari del papa o semplici esecutori della sua volontà, ma, collegialmente (insieme al successore di Pietro), sono essi stessi portatori, nella Chiesa, del supremo potere decisionale. Formando questo collegio essi sono consiglieri del papa, cui è opportuno quanto meno prestare ascolto (anche là dove il papa faccia uso del proprio potere primaziale!), persino nel caso in cui il loro consiglio sia ascoltato malvolentieri (cfr. Paolo e Pietro: Gal 2). Ma per compiere questa missione i vescovi devono esaminare il problema tra di loro e collegialmente, di propria iniziativa. Se già il semplice sottoposto ha il diritto e il dovere di chiedersi, quando si tratti di faccende di una certa importanza, se non possa e debba presentare al superiore le proprie riserve e i propri moniti senza esserne richiesto, tanto più ciò è valido per i vescovi della Chiesa cattolica, anche di fronte al papa. Tutto ciò permette ed esige una verifica autonoma del problema. Sarebbe stato molto meglio che i ministri responsabili nella Chiesa di tali questioni avessero preso in serio e attento esame già diversi anni fa la situazione che si era venuta a creare. In questo caso, le necessarie riflessioni avrebbero probabilmente avuto luogo in un’atmosfera più favorevole, non così carica di emotività. Ma questo non tocca per niente il fatto che la citata verifica, oggi, è diventata ancora più urgente.
b) Come è noto, una discussione è già in fieri, e che questo confronto continua è un fatto con cui bisogna fare i conti in modo rigoroso e spassionato. Se non viene proseguita a livelli alti e altissimi, lo sarà di sicuro ai livelli più bassi (per non parlare dei mass media). Ma se la si prosegue soltanto qui, c’è da attendersi che assuma delle forme che porrebbero i vescovi dinanzi a situazioni estremamente difficili, situazioni impossibili da ammettere a cuor leggero – come ad esempio votazioni pubbliche – che ne comprometterebbero l’autorità in misura estrema: disobbedienza che si esprimerebbe sul piano collettivo con sacerdoti che abbandonano in massa il ministero ecc... Come mostra già l’esempio di Roboamo nell’Antico Testamento, non è neppure vero che la durezza nel conservare una posizione porti sempre alla vittoria e il «cedimento» sempre alla sconfitta (cfr. 1 Re 11-12). Coloro che appoggiano con decisione le leggi attuali sul celibato avrebbero dovuto impegnarsi, negli ultimi anni, con più coraggio ed impegno personale, anche facendo uso di argomenti convincenti sul piano pratico, facendo insomma uso di una tattica «offensiva». Invece si è preferito trincerarsi in gran parte dietro la «legge», facendo combattere concretamente al fronte gli esponenti più spirituali della Chiesa e altri. La situazione viene ora allo scoperto e sprona irresistibilmente a dare una risposta genuina.
4. Queste riflessioni nel senso di una verifica vanno fatte. Non è vero che la questione sia del tutto chiara o certa e che non si debba fare altro che attenersi alla prassi attuale, confidando in Dio e avendo coraggio. Bisogna francamente ammettere che l’enciclica Sacerdotalis Coelibatus del 24 giugno 1967 tace su molte cose di cui dovrebbe parlare e che per certi aspetti è ferma alla teologia preconciliare (senza considerare il linguaggio con cui tratta la faccenda). In ogni caso, essa è restata assai inefficace, risvegliando nei giovani preti più che altro l’impressione che si voglia difendere qualcosa che è destinato prima o poi a finire, come nel caso di alcune battaglie di retroguardia compiute dalla Chiesa ufficiale (cfr. ad esempio le diverse fasi della riforma liturgica). Sotto l’aspetto psicologico, sociologico, giuridico, spirituale, morale e teologico e con un occhio ai problemi – troppe volte ignorati – del concreto stato di vita dell’attuale sacerdozio celibatario (fino a toccare le questioni relative ad alcune situazioni, del tutto irregolari, nelle quali avviene la dispensa agli obblighi del celibato), ci sono moltissime cose da meditare con più accuratezza.
Non si vuole nemmeno affermare che l’intero problema della crisi delle vocazioni sia irrilevante nel contesto di queste riflessioni. Ovviamente, la crisi delle vocazioni non è dovuta soltanto agli obblighi del celibato; ha anche molte altre, più profonde ragioni. Tuttavia, sarebbe sbagliato sostenere che le due cose non abbiano nulla a che fare l’una con l’altra. Se non si riesce ad ottenere un numero sufficiente di nuovi sacerdoti senza cambiare le leggi sul celibato – e questa, anche per il nostro paese, è una questione ancora minacciosamente aperta – allora la Chiesa ha il puro e semplice dovere di realizzare il cambiamento. Essere convinti che Dio, con la Sua grazia, farà comunque in modo che ci sia in ogni tempo un numero sufficiente di sacerdoti celibi è una speranza buona e pia, ma teologicamente indimostrabile, che per riflessioni come queste non può rimanere l’unico e determinante punto di vista. Sono proprio i giovani preti, che hanno ancora davanti a sé gran parte della propria vita sacerdotale e si vedono sempre più impegnati nel servizio alla Chiesa, a chiedersi, di fronte a una crisi delle vocazioni che si fa sempre più acuta, come si possano gestire questi vitali problemi della Chiesa e del proprio ministero tra qualche anno, quando saranno loro a dover assumere maggiori responsabilità. A loro non basta lo sguardo ideale all’indietro, anche restando fedeli allo stato di vita che hanno scelto.
È poi urgente mettere in guardia dall’argomentazione secondo cui la quantità di cattolici autentici, in futuro, diverrà presto tanto esigua da rendere sufficiente anche un clero celibe numericamente piccolo. Anche se, per i motivi più diversi, ci fosse possibile prevedere un’evoluzione di tal genere, non possiamo fare di una cosa come questa la ragione di un rassegnato disfattismo o di un’ideologia del «piccolo resto». La Chiesa deve avere forze missionarie destinate all’offensiva, ovunque questa offensiva sia possibile. Le attuali leggi sul celibato, in ogni caso, non possono trasformarsi nell’assoluto centro di gravità di ogni riflessione, al quale debba esclusivamente adeguarsi ogni altra considerazione di ordine ecclesiale e pastorale. Se, pur con tutti i suoi «forti dubbi», persino il Papa, evidentemente, non rifiuta a priori e in modo assolutamente indiscutibile l’idea di ordinare uomini sposati di una certa età (viri probati) – cosa che avviene, in alcuni casi, già adesso –, questo significa anche che si possono sottoporre a verifica le attuali leggi e l’attuale prassi relative al celibato attraverso nuove riflessioni. Dobbiamo poi confessare – se conosciamo abbastanza bene i nostri studenti di teologia – di avere spesso l’impressione che le disposizioni attuali portino tra noi, e in misura non irrilevante, non solo a una diminuzione quantitativa dei candidati al sacerdozio, ma anche a un calo delle loro qualità, e dunque, di fatto, di quanto si può esigere e ci si può aspettare dai preti che in futuro saranno ancora a disposizione; questo vale nonostante la presenza di un’assai esigua quantità di teologi molto dotati, che non di rado giungono a noi dopo aver compiuto altri studi universitari. Chi assicura al proprio vescovo di non avere alcuna difficoltà ad accettare il celibato non dimostra ancora con ciò la propria idoneità all’ordinazione.
E qui, poi, resta aperta la questione se si facciano dichiarazioni come queste davvero senza alcuna riserva interiore e se i vescovi le possano prendere sul serio. Le esperienze più recenti mostrano quasi ovunque che si tratta di un problema reale. I risultati – quelli già noti o quelli che saranno diffusi – delle votazioni relative al celibato compiute tra i convittori danno a loro volta luogo a serissime riserve. La situazione reale, nella maggior parte dei collegi e seminari, è estremamente allarmante.
5. Quando si considera una questione che non è un dogma in senso stretto, anche il legislatore cristiano ha il dovere di tenere in adeguata considerazione gli effetti della propria legislazione (incluso il fatto di una legislazione). Si deve pensare in primo luogo a quegli effetti che da un lato sono prevedibili e dall’altro producono un danno maggiore (rispetto alla bontà delle loro intenzioni). Tutto ciò è valido anche nel caso in cui questi effetti, «in sé», potrebbero non esserci e in un certo senso rappresentino la reazione – che non dovrebbe esserci – di coloro che sono toccati da una «legge» come questa. Nemmeno un legislatore cristiano può semplicemente dire: la nostra «legge» e le nostre intenzioni sono in sé e per sé buone per contenuto e formalmente legittime, e possono soltanto avere conseguenze positive, nella misura in cui la «legge» viene rispettata (come dovrebbe essere). Ogni legislatore deve inoltre tener conto delle effettive conseguenze delle sue disposizioni. Queste semplici considerazioni, di primo acchito apparentemente astratte, ma per nulla marginali, non sembra siano state compiute ovunque in modo sufficiente. Abbiamo preso in considerazione la questione in modo oggettivo dal punto di vista del compimento della missione ecclesiale e del ministero (primato del servizio pastorale di salvezza, crisi delle vocazioni, disposizioni qualitative per i preti, ecc.). Su questo problema, però, bisogna riflettere anche a partire dalla realizzabilità della vita celibataria del giovane sacerdote di oggi (cfr. ad esempio la questione della presenza di colf , le cosidette “perpetue”; la crescente solitudine e la perdita di vero spirito comunitario tra molti preti in molte comunità; l’ambiguità dell’immagine del prete; la debolezza nel prendere decisioni e la labilità psichica di molti giovani nel condurre una «sana» vita celibataria in una società sessualmente esaltata come quella odierna, ecc.). Che la situazione sia fortemente mutata sotto ogni punto di vista non è ancora un’argomentazione abbastanza convincente a sfavore della legge sul celibato; tuttavia implica che si esamini la questione con grande serietà da moltissimi punti di vista.
1. La nuova verifica della questione del celibato dovrebbe innanzitutto avere luogo tra i vescovi tedeschi, al loro interno. Come è ovvio, a tal scopo si dovrebbe ricorrere ad esperti di tutte le discipline che possano contribuire a chiarire il problema. Sarebbe poi ingiustificabile che non si ricorresse anche a rappresentanze imparziali, non manipolate ma reali, dei sacerdoti, soprattutto di quelli più giovani. In caso contrario, l’episcopato darebbe l’impressione di non credere veramente alla forza interiore del consiglio evangelico del celibato «per il Regno dei Cieli», ma solo al potere di un’autorità formale. È necessario fare un punto della situazione come questo, positivo, e riconsiderare il problema anche per il fatto che la faccenda stessa del celibato, così come è percepita oggi nell’opinione pubblica e nella società, va spiegata – nella misura in cui questo è possibile – in modo comprensibile e ragionevole, pur senza affatto ignorare i limiti di questo sforzo. Resterà uno «scandalo», ma ciò non esonera dall’esortare di spiegarlo con le migliori ragioni, nel caso in cui se ne faccia una seria verifica e sia possibile giungere a risultati positivi (cfr. anche sopra, par. I). Anche se sappiamo che il celibato è in primo luogo il frutto di un’esperienza spirituale, da esponenti della scienza teologica abbiamo il dovere di porre l’attenzione su questa funzione positiva, chiarificatrice e imprescindibile di una verifica.
2. Siamo inoltre convinti che l’episcopato tedesco debba impegnarsi presso Paolo VI in un serio esame delle leggi sul celibato e delle proprie dichiarazioni e disposizioni. I vescovi ne hanno il diritto, e secondo noi, nella situazione attuale, anche il concreto dovere. Una vera «discussione», che già da tempo avrebbe dovuto prendere il posto delle chiacchiere della pubblica opinione, senza alcun pregiudizio verso una soluzione negativa della questione. Una tale verifica non dovrebbe compiersi sulla base del presupposto che la Chiesa e il Papa si trovino semplicemente davanti a un dilemma, quello di «abolire» il celibato oppure mantenere senza sfumature le attuali leggi e l’attuale prassi. Il dilemma, in questa forma, non esiste. Siamo convinti che Roma possa chiarire la questione soltanto collaborando in modo autentico e collegiale con l’episcopato mondiale. Ogni altro passo fatto nello stile di quelli più recenti mette in estremo pericolo l’autorità effettiva del ministero ecclesiale (del Papa e dei vescovi). Preghiamo i vescovi tedeschi, di fronte agli sviluppi più recenti avvenuti in questo contesto, di intervenire al più presto a Roma. Le esperienze fatte finora con l’Humanae vitae e anche con il problema di cui stiamo trattando (in particolare negli ultimi dieci giorni) mostrano che cosa avviene e come quasi tragicamente aumentino le difficoltà quando manca una tale collaborazione. Un’opinione come questa non contesta né limita il primato del Papa. Si tratta soltanto di dare applicazione alla ragionevole massima secondo cui anche il Papa, per prendere le decisioni giuste, deve far uso delle apta media. Nella situazione attuale, una simile collaborazione con l’episcopato mondiale – che non è un mero «combattimento simulato» – sul piano pratico, per quanto riguarda faccende come queste, fa parte di queste apta et – hodie necessaria – media.
Forse la nostra presa di posizione verrà giudicata come discordante o addirittura contraddittoria e come tale contraddetta oppure ignorata. Le reali difficoltà, tuttavia, vanno cercate nella situazione oggettiva, altamente confusa, la quale è il risultato di molti fattori. Abbiamo voluto confrontarci con questa situazione senza ignorare la forza e le esigenze dell’evangelo. Non abbiamo da dare disposizioni ai vescovi tedeschi. Ma abbiamo il diritto e il dovere, in questa situazione straordinaria, di invitare i membri della Conferenza Episcopale Tedesca, in base al nostro ministero di teologi e alla nostra competenza di esperti, nel profondissimo rispetto del loro alto ministero e della grande responsabilità ad esso legata, a prendere nuove iniziative sulla questione del celibato e di non sentirsene esonerati né per via della prassi attuale né delle sole dichiarazioni del Papa.

9 febbraio 1970

Ludwig Berg, Magonza, Alfons Deissler, Friburg, Richard Egenter, Monaco, Karl Lehmann, Magonza , Karl Rahner, Münster-Monaco, Joseph Ratzinger, Ratisbona ,Rudolf Schnackenburg, Würzburg , Otto Semmelroth, Francoforte

Sì, il papa riteneva che l'obbligatorietà del celibato dovesse essere riconsiderata. Non era solo, ma in ottima compagnia. I firmatari dell'appello sono tutti teologi di altissimo livello che hanno contribuito molto positivamente allo sviluppo della teologia cattolica.
Adesso ha cambiato idea?
Può darsi.
Ma può anche darsi che il papa, sentendosi investito del mandato papale, la pensi ancora così, ma non abbia il coraggio di mettere in moto una macchina che non riesce a prevedere dove andrebbe a sbattere.
MILINGO E LE SCUSE
(30.12.10)

Secondo quanto riferisce l'ADN Kronos sembra che mons.Milingo abbia scritto a Benedetto XVI : 'Santo padre, le ho dato tanti grattacapi'.
Il vescovo africano, ridotto allo stato laicale dalla Santa Sede, dopo essersi sposato con la coreana Maria Sung secondo il rito del rev.do Moon, aver ordinato (non è proprio così, ma...) 4 vescovi sposati, aver fondato l'organizzazione "Married Priest Now", non aveva mai mostrato segni di cedimento dai propositi che lo hanno portato fuori dalla Chiesa. Non solo: in corrispondenza con il sottoscritto ha sempre manifestato l'idea di continuare in quella che ritiene la sua missione, essere il vescovo dei preti sposati; missione per la quale s'è autoproclamato Patriarca per l'Africa.
Potrebbe essere un sussulto di resipiscenza da parte di mons. Milingo che è un bel po' che non fa parlare di sè e che sembra si trovi in condizioni economiche alle quali non è abituato, ma potrebbe essere un modo per tornare alla ribalta della cronaca.
Propendo per questa seconda ipotesi: mons. Milingo non ama rimanere un quidam de populo fra i vescovi.
Il problema nasce se il papa prende in considerazione la cosa: che succederà?
Milingo lascerà Maria Sung e si ripresenterà la telenovela di lei che non si schioda da piazza san Pietro mentre lui viene relegato in qualche monastero da cui poi scapperà? Oppure questa volta Milingo farebbe sul serio?
Se facesse sul serio, cosa ne sarebbe dei vescovi da lui ri-ordinati e del movimento da lui fondato?
Al di là che il papa, se dovesse prendere in cosiderazione la cosa (che questa volta non delegherebbe a Bertone visto il fiasco che ne è derivato da come condusse le cose alla prima resipiscenza) vorrebbe garanzie che non siano solo promesse e parole (visto che la parola di mons. Milingo non sembra essere molto affidabile), mi chiedo che ruolo avrebbe nella chiesa un vescovo che si sposa, torna alla chiesa, si scusa, ritorna dalla moglie, ordina vescovi e preti, fonda movimenti di preti sposati, si proclama Patriarca dell'Africa, si riscusa...
Se il papa lo riprende in seno come il padre della parabola evangelica, a me andrebbe bene per Milingo che si sentirebbe in pace con Dio, con se stesso e con la chiesa di cui rimane vescovo, ma mi chiedo come potrebbe giustificarsi il comportamento che la chiesa continua a tenere verso preti che lasciano il ministero per contrarre matrimonio.
Come scrissi allora, quando Milingo andò e tornò, ci troveremmo di fronte al caso di una chiesa che va a due velocità.
E la cosa non mi piace per nulla
SUICIDA PER OMOSESSUALITA'
(29 novemebre 2010)

La notizia è sconvolgente: un prete di Caravaggio (BG), 51 anni, dopo essere stato scoperto omosessuale e messo in rete da "Le Iene" , s'è ucciso scegliendo una delle morti più atroci: lasciarsi travolgere da un treno.
La notizia apre diversi argomenti di discussione collaterali all'omosessualità clericale cattolica: il senso della vita per un prete esposto alla gogna mediatica, il senso di alcune trasmissioni, il senso della percezione di uno status incoerente con i precetti che si insegnano.
Un prete s'è ucciso perchè in TV hanno mostrato che è omosessuale, perchè il vizio da cui non ha mai saputo liberarsi è stato reso pubblico, perchè non ha retto alla vergogna. Per questo prete la reputazione presso la società in cui viveva è stata più forte del dono della vita che il Dio che ha predicato e pregato per lunghi anni gli aveva donato. Si è punito facendosi triturare la carne: una ricerca di pena del contrappasso per redimere un peccato della carne che non era ancora riuscito a vincere e, forse, pregando il Dio della vita di accoglierlo nella sua misericordia mentre la sua carne veniva macerata fra le rotaie.
Il perbenismo di una società cattolica e benpensante ha fatto premio sul radicalismo del messaggio evangelico: "Voglio la misericordia e non il sacrificio, non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori".
Giudicare il gesto del prete sarebbe facile e si potrebbe indulgere alla giustificazione o accanirsi sulla persona. Ma il prete è morto ed ora, nella luce di Dio, vede con chiarezza quel che la carne non gli consentiva di vedere. Meglio giudicare gli uomini che hanno spinto il prete a questo supremo gesto di disperazione.
Come gli sono stati vicini i suoi confratelli, i suoi superiori, quando le immagini che hanno fatto il giro di molte case italiane hanno inequivocabilmente condotto a quel confessionale? Come l'hanno guardato i fedeli che regolarmente s'accostavano a lui per chiedere il perdono di Dio, dopo che il sussurro sulla sua omosessualità è diventato un grido d'accusa mediatico? Come si sente il giovane che ha fatto da esca per smascherare un turpe vizio consumato nella sacralità di un gesto di perdono? Come ci sentiamo noi, tutti noi, con i nostri peccati e le nostre virtù davanti all'accusa che questa morte ci lancia?
Sì, all'accusa. Se il prete suicida s'è mascherato per anni dietro la sacralità di un gesto per dare sfogo ai propri istinti carnali, noi ci nascondiamo facendo finta di non vedere e non sapere perchè uscire allo scoperto ci obbliga a metterci in gioco ed a comprometterci disturbando il nostro quieto vivere. Noi, tutti noi che siamo una comunità cristiana, davanti a questo cadavere disfatto non possiamo far finta di nulla.
Ma la verità è che faremo finta di nulla: ricorreremo alle frasi di circostanza e il giorno del funerale pregheremo Dio perchè l'accolga nella sua grande misericordia invocandolo perchè ci aiuti a capire i suoi imperscrutabili disegni. Due spruzzate d'acqua santa prima di un'incensata al feretro e...domani è un altro giorno.
Inserire testo
PRELATURA NULLIUS O CAUTA APERTURA?
(9 novembre 2010)

La notizia che 4 vescovi anglicani siano passati alla chiesa cattolica e siano ufficialmente vescovi della nostra chiesa mantenendo tutti i diritti e le tradizioni della chiesa anglicana (compreso il matrimonio del clero), pone a molti interessati un interrogativo non ozioso: sarà una prelatura nullius (formula giuridica - che in questo caso sarebbe anche nuova dal punto di vista del Diritto Canonico - per cui un vescovo non ha una diocesi, ma è pastore di un gregge sparso) o cauta apertura verso una sperimentazione "di rimbalzo" del sacerdozio uxorato in vista di un possibile reinserimento del medesimo nella chiesa cattolica romana d'Occidente?
Le trattive, sicuramente, sono iniziate dopo la Anglicanorum Coetibus, ma è significativo che tale evento abbia avuto luogo quasi immediatamente dopo la chiusura del Sinodo delle Chiese Orientali durante il quale, ancora una volta, è emerso il tema del sacerdozio uxorato.
La mia sarà una lettura ottimistica, ma intendo questi passi della Santa Sede come un tentativo d'apertura verso il sacerdozio uxorato nel senso di verifica di un'esperienza che può essere monitorata nel tempo.
Sarà ottimismo il mio?
Forse. Ma questo ottimismo ha un precedente personale vecchio di quasi 26 anni.
Quando decisi di sposarmi, vedendo che nella mia diocesi non venivo a capo di discorsi costruttivi (l'unica parola che sentivo ripetere alla noia era "scandalo") pensai di puntare in alto ed ebbi la fortuna di trovare un autorevolissimo interlocutore con il quale rimasi in corrispondenza ed anche colloquiai personalmente (e che non rifiutò di ricevere anche colei che sarebbe stata mia moglie).
In quei colloqui spesso affrontai con insistenza il tema del sacerdozio uxorato e, con mia moglie, ci dichiarammo disponibili ad un'esperienza monitorata. E' evidente che, nonostante la disponibilità al dialogo, ottenemmo un diniego, ma gettammo un seme perchè, successivamente, seppi di riservate riunioni in cui si parlò di celibato facoltativo.
Non fummo certo noi ad aprire una strada, ma mi piace pensare che questo "episcopato cattoanglicano o anglocattolico" sia un segno di cauta apertura verso un primo passo nella riforma del sacerdozio cattolico. Un primo passo che si chiama celibato facoltativo.
Poi ce ne dovranno essere per forza altri. Si dovrà considerare la persona umana (maschio e femmina), si dovrà pensare ad una teologia del sacerdozio che non si fonda sul sacro inteso come "numen" o come "tremendum" o come "pontifex"fra due mondi, ma come servizio ad una comunità di credenti che insieme condividono la Parola ed il Pane di Vita coordinati da una persona che vive meglio, per sensibilità e per vocazione, la stessa Parola e lo stesso Pane.
La strada, insomma, sarà ancora lunga.
Ma un lungo cammino inizia sempre con un piccolo passo.
Lo Spirito, che soffia dove vuole, sa come fare la sua parte
PAROLE IN LIBERTA' DI VITTORINO ANDREOLI
(10 settembre 2010)

«Non conta se ci sono state epoche in cui era possibile essere preti e sposi, - riflette lo psichiatra - il fatto è che oggi e da molti secoli, il matrimonio è altro rispetto al sacerdozio e allo stato religioso, che diventano un legame "matrimoniale" con il Signore e la Chiesa. Questo dato fa sì che ogni legame tra un prete e una donna vada visto non come un legame naturale ma come condizione di consumo sessuale. Anche se si tratta di vero amore, - ragiona Andreoli - dal popolo viene percepito come un tradimento e questo fa scandalo. "
Su "Il Corriera della Sera" edizione del Veneto lo psichiatra Vittorino Andreoli (noto per aver trattato in passato il tema del celibato del clero ed oggi alla ribalta della cronaca per il suo libro "Preti di carta") ha commentato così il tema del celibato.
Sono parole in libertà che non rispecchiano assolutamente la realtà con cui il popolo percepisce il forzato abbandono del ministero attivo di un prete che si sposa.
Lo pischiatra rincara la dose affermando che non importa il travaglio interiore del prete e della sua donna, ma come il gesto viene percepito dalla gente.
Mi ripeto: sono parole in libertà.
Gravi e pesantissime se si tiene conto della personalità che le ha pronunciate: Andreoli non è un "quidam de populo", ma luminare della psichiatria.
Il prete che si sposa non è uno che predica bene e razzola male, sempre per contestare Andreoli, ma un uomo che compie, con la sua donna, una scelta coerente e ha il coraggio di intraprendere un nuovo cammino che uno pischiatra dovrebbe conoscere quanto possa essere traumatizzante per la persona e per la coppia.
Sembra che ad Andreoli interessi più l'eco sociale che può avere il gesto di un prete che lascia il ministero che la tranquillità, la serenità e la coerenza del prete e della donna stesse. Per Andreoli è più importante lo sconcerto del popolo che la coerenza di vita.
Sono parole in libertà che ritengo l'illustre psichiatra abbia pronunciato a caldo, magari fra un impegno ed un altro.
Andreoli non può non sapere che il popolo - passati lo stupore e la sorpresa - continua la propria vita, anche di fede e non può ignorare che lo scandalo spesso fu profetico anche nella storia della chiesa.
Francesco d'Assisi e Giovanna d'Arco, assieme a tantissime altre persone, furono uno scandalo per la chiesa dei loro tempi, solo successivamente la gerarchia capì la loro scelta di vita.
I preti che lasciano il ministero e sono spesso lasciati dalla chiesa che hanno servito con dedizione totale solo perchè intendono vivere la pienezza dell'amore nella vita matrimoniale, non hanno solo voglia di sesso - come sembra far intendere Andreoli - ma di autenticità e di coerenza di vita con gli ideali del Vangelo che continuano a vivere.
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IL CALICE DOLCEAMARO
(30 OTTOBRE 2010)

Ieri per me è stata una giornata importante: due sacerdoti, che ho seguito in questi mesi, hanno lasciato il ministero. Entrambi hanno una ragazza, entrambi dovranno ricostruirsi una vita.
Uno è al Nord, l'altro è al Centro d'Italia.
Attendevo con trepidazione l'esito del colloquio che uno di questi avrebbe avuto con il suo vescovo. Prima del colloquio mi ha inviato un messaggio: prega per me. Non mi sono recato in chiesa perchè da troppi anni sono abituato ad una casa di Dio che si chiama ufficio o cantiere, ma mentre in cantiere attendevo una commissione di periti ho pregato:"Dio, fa' che il vescovo sia un segno del tuo amore per..." e ho infilato con calma un po' di Pater, Ave, Gloria.
Il calice del sacerdote del Centro è stato dolce: il vescovo l'ha ricevuto, l'ha ascoltato, gli ha chiesto cosa avrebbe fatto e dove sarebbe andato. Avuta risposta che non avrebbe saputo dove alloggiare perchè famiglia ed amici gli hanno chiuso le porte, ha alzato il ricevitore e chiamato un responsabile diocesano: avrà un tetto sulla testa, un assegno mensile per un anno e potrà cercarsi un lavoro, una casa in cui vivere con la sua donna una vita d'amore.
Sono contento per lui e per lei.
L'altro non è gestito dal vescovo, ma dai suoi vicari i quali mi sembrano un po' degli invertebrati. Per adesso non sanno ancora aiutarlo, nè comportarsi come s'è comportato il vescovo del Centro. Lui e lei soffrono, pregano, si amano. Stanno bevendo un calice amaro.
Vorrei proseguire il discorso intingendo la penna nel miele per l'uno e nel curaro per l'altro dei vescovi. Mi appagherebbe, ma non servirebbe.
E' meglio pensare che la chiesa gerarchica è matrigna al 50% con il clero che è obbligato a lasciare il ministero per amore di una donna? Stando ai casi in questione, sì.
Ma la riflessione è un'altra: altri due preti avrebbero potuto continuare l'annuncio evangelico testimoniando l'amore di Dio per l'Uomo con la propria compagna di vita accanto. Li conosco: compiono questo passo perchè con la propria donna hanno capito che possono amarsi per tutta vita, ma si sentono chiamati al ministero sacerdotale.
Le loro donne lo sanno e per questo soffrono con i loro amati, magari tormentate dal dubbio che in una vita futura assieme ogni tanto riaffiorerà la nostalgia per una missione che i loro compagni hanno scelto con l'entusiasmo sanamente ingenuo della giovinezza.
E sanno, queste donne, che proprio in quei momenti dovranno essere loro più vicine.
I due amici sanno che ci sarà questo ritorno nostalgico (l'ho detto loro più volte), ma sanno anche che devono guardare avanti e vivere il proprio sacerdozio in una chiesa che è fatta di puzzo di fabbrica e di fratelli che sono molto diversi da come li hanno visti sui banchi della messa domenicale. La loro chiesa sarà fra le mura domestiche e i loro fedeli saranno la moglie, i figli, gli anonimi che incontreranno sul bus, i colleghi di un lavoro che a loro sembrerà strano, meccanico, routinario, pedissequamente materiale.
Auguro loro una certezza: debbono sapere che sono un seme che deve morire per germogliare una chiesa nuova, la chiesa del Cristo che proclamò:"Voglio la misericordia e non il sacrificio, non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori".
Il vescovo del Centro l'ha capito. Quello del Nord...lui è il "giusto" funzionario di Dio che il dì di Ognissanti rivestirà gli abiti pontificali e salirà l'altare fra canti ed incensi proclamando, ex cathedra, che Dio è Santo e tutto il suo popolo è Santo. E sarà appagato dalla sua cecità di guida cieca.
LA PESTE DELLA PEDOFILIA

Il caso pedofilia clericale si sta rivelando la vera peste del 20esimo secolo per la chiesa cattolica. Sembra che si sia aperto il vaso di Pandora: per anni, per decenni tutto è stato messo a tacere esercitando un'omertà impressionante, sconvolgente e gravissimamente colpevole. Adesso tutto salta fuori. Ultimo caso del 20 ottobre 2010: circa 10.000 pagine di documenti interni e riservati della diocesi di San Diego, rivelando un caso precedentemente sconosciuto e vecchio di decenni, in cui ad un sacerdote che era sotto inchiesta della polizia venne permesso inspiegabilmente di lasciare gli Stati Uniti dopo l’intervento della diocesi.
Dopo una battaglia legale durata oltre tre anni contro la diocesi, un giudice della Corte Suprema di San Diego ha stabilito che i “file” personali relativi a 48 sacerdoti che erano accusati o condannati per abusi sessuali o nominati in una causa civile potevano essere resi pubblici. I 144 querelanti contro la diocesi, complessivamente, hanno richiesto alla diocesi californiana nel 2007 un risarcimento per circa 200 milioni di dollari, ma l’accordo prevedeva che un giudice indipendente avrebbe riesaminato i casi “secretati” per determinare se potessero essere resi pubblici.
I file evidenziano come la diocesi sapesse della condotta criminale dei suoi sacerdoti da decenni, prima che qualsiasi notizia fosse stata resa pubblica dalle stesse vittime.
Un altro caso descritto nel materiale reso noto, coinvolge il reverendo Robert Nikliborc, che fu stato inviato ad un istituto di trattamento psichiatrico nel 1950 dopo che la diocesi ricevette numerose denunce, poi però divenne direttore di una struttura cattolica romana residenziale per ragazzi difficili chiamata Boystown nel deserto di Banning in California. I ragazzi che vivevano lì nel 2007 hanno intentato cause contro Nikliborc. Il sacerdote è morto mentre era in corso la causa. In una lettera scritta a Nikliborc nel 1956 mentre era in quel “posto speciale”, Buddy faceva riferimento a due incidenti che coinvolgevano il prete senza descriverli, e chiedeva a Nikliborc di decidere se stare con Dio o contro di lui.
Questa peste della pedofilia clericale o comunque legata ad istituzioni religiose cattoliche deve essere letta come un invito alla catarsi da parte di tutti i credenti. Non si tratta di celibato sì o di celibato no. Non è un problema di obbligo del celibato, ma di formazione di persone mature e di capacità di valutare la maturità di soggetti preposti ad essere guida delle comunità. Non solo: i laici debbono acquistare maggiore consapevolezza del proprio ruolo e non sentirsi asserviti al chierico che sta a gestire una parrocchia. Esso non è il potere religioso, ma il servo della Parola e del Pane di Vita che è l'Eucaristia.
Occorre una nuova mentalità che già il Concilio Vaticano II auspicò nella Lumen Gentium e in tanti altri documenti che però sono rimasti lettera morta: il regno di Verità e di Vita, di Santità e di Grazia, di Giustizia, di Amore e di Pace non lo costruisce il papa con i suoi cardinali, vescovi, preti, diaconi e suore, ma il popolo di Dio di cui questi (vocati ad essere pastori del gregge) sono solo un elemento complementare e non dispotico.
La peste pedofiliaca sta ammorbando la chiesa cattolica a tutte le latitudini e longitudini: sarebbe grave se non si trovasse l'antidoto. Sarebbe grave se tutto il popolo di Dio pensasse che l'antidoto lo deve trovare il papa. Quando una comunità è affetta da un virus, tutti si debbono attivare affinchè il male sia debellato. I pastori (molto colpevolmente) hanno pensato che la soluzione fosse di nascondere la sporcizia sotto il tappeto. Si sono meritati il rimprovero di Cristo:"Guide cieche! Ipocriti che hanno filtrato il moscerino mentre ingoiavano il cammello!" Adesso tutti dobbiamo attivarci perchè con l'acqua sporca (e che acqua! e che sporca!) non si butti via il bambino che è il valore del messaggio cristiano che trascende questi miseri preti con i loro miseri vescovi e cardinali che li hanno coperti.
San Leone Magno, nell'esortazione natalizia che molti preti leggono nell'ufficio di letture del breviario (se usano ancora praticare quest'esercizio di pietà) dice:"Agnosce, cristiane, dignitatem tuam! Riconosci, o cristiano, la tua dignità!" Tutti noi dobbiamo avere un sussulto di dignità e rimboccarci le maniche evidenziando che questi lupi hanno divorato innocenti pecore del gregge, ma anche testimoniando con la vita che il gregge di Dio è da Lui guidato e che il suo messaggio non è vessatorio, ma liberante; i suoi pascoli sono verdi e non steppe bruciacchiate; le sue sorgenti sono acqua pura e non pozze torbide.
DRAMMI DI PRETI CHE LASCIANO

Quello dei sacerdoti che “gettano alle ortiche” la tonaca per motivi «amorosi», nella Chiesa cattolica romana, è un problema che potremmo dire ormai più che secolare.
Calcolarne il numero non è affatto semplice.
Esistono cifre ufficiali, diffuse dallo stesso Vaticano, ma si tratta solo di numeri indicativi a causa dell’oggettiva difficoltà a reperire i dati.
L’Annuarium Statisticum Ecclesiae che la Santa sede edita ogni anno, ad esempio, fornisce i numeri relativi alle defezioni del clero: il termine include anche coloro che hanno lasciato per motivi diversi dal matrimonio. A tale proposito si può visitare il sito : www.clerus.org.
Secondo il canonista Vincenzo Mosca, sarebbero più di mille, ogni anno, le defezioni sacerdotali (diocesane e religiose) nel mondo. Con tutti i limiti della statistica: per ogni otto nuovi sacerdoti, almeno uno abbandona il ministero.
I sacerdoti “laicizzati” viventi nel mondo, sempre secondo Mosca, sarebbero quindi più di 50 mila, ma i dati vengono desunti da preti che rivolgono alla santa sede la domanda di dispensa dagli oneri sacerdotali. Vi sono però preti che non hanno intenzione di mettersi in pista ad affrontare un processo canonico e quindi non possono essere contabilizzati come preti che lasciano il ministero. Io stesso ne conosco quattro.
Le storie sono moltissime e la gerarchia è matrigna.
«Quando sono andato dal mio vescovo per dirgli che mi ero innamorato e che volevo lasciare il ministero, lui mi ha risposto che per bere un bicchiere di latte non era necessario mettersi una capra in casa. Allora ho capito che la mia compagna era la cosa più pulita che mi fosse rimasta».
Ha voglia di raccontare e raccontarsi Paolo, ma a patto che il suo vero nome non venga fuori. «Se sanno che ho parlato con un giornalista – spiega – mi tolgono la cattedra di religione che mi hanno dato per vivere, dopo che ho lasciato il ministero».
Come lui, anche gli altri preti sposati, in un viaggio in una sorta di Chiesa diversa e forse più autentica, hanno accettato di parlare, con la condizione che non venisse fatto il loro nome e che non fossero resi riconoscibili dalle storie che raccontavano.
Perché hanno paura delle ritorsioni da parte della gerarchia. Sembrerebbe che una “certa” cultura si sia insinuata anche nei rapporti fra pastori e sudditi. Ci sono anche numerosissimi casi di vescovi che seguono con particolare attenzione le vicende dei sacerdoti che smettono la tonaca.
Alcuni (pochi) preti sposati nelle città ci sono e dicono pure messa nelle loro case.
Le chiamano «chiese domestiche», con tanto di fedeli e sacramenti, compreso il battesimo e la confessione. Alcuni di loro concelebrano anche, ma con discrezione, nelle parrocchie di presbiteri amici. Eppure pochi sanno che esistono e non se ne parla mai sui mezzi d’informazione cattolici, naturalmente.
«Quando te ne vai – dice uno di loro – in mano ti trovi solo una laurea in teologia, un titolo che lo Stato non riconosce neppure. E, con la tua nuova situazione, spesso con un bimbo in arrivo, magari a quarant’anni suonati, non puoi fare lo schifiltoso. Accetti le loro condizioni e ti metti in un angolo. Perché è questo quello che vogliono: che tu scompaia».
In genere, infatti, le cattedre vengono assegnate in diocesi vicine dove non sono conosciuti.
Ma non tutti ottengono l’insegnamento.
«Dipende – spiega Salvatore – dalla rapidità con la quale ottieni la dispensa per sposarti, perché, finché il processo canonico non si chiude, non puoi fare nulla. Io, ad esempio, ho fatto i lavori più umili per diversi anni perché la mia richiesta non era “spinta” a Roma da nessuno. E poi dipende anche dal vescovo perché è lui che patrocina il tuo caso e, se non siete in buoni rapporti o non ti stima, ti devi rassegnare e cambiare aria».
Ma ci sono anche quelli che non ci riescono ad attendere i tempi, è il caso di dirlo, biblici, circa dieci anni, e che perdono la fede o cambiano Chiesa.
È il caso di Mauro che, dice lui, in un momento di disperazione è diventato pastore in una Chiesa protestante.
«Quando sanno che hai abbandonato il ministero – racconta – sono i primi ad aprirti le porte». Adesso Mauro è rientrato nella Chiesa cattolica, ma è considerato un apostata e i tempi del suo processo si stanno sensibilmente allungando.
Fausto ha 37 anni, e ha lasciato l’abito dopo un solo anno dall’ordinazione. È sposato con una fervente cattolica. Ma solo in municipio: davanti a Dio non può, perché aspetta da anni una dispensa papale che non arriva mai. Vive con sofferenza l’impegno che profonde con la moglie in parrocchia. Sono peccatori e non possono accedere ai sacramenti. Neppure alla confessione: per la Chiesa, chi si sposa davanti al sindaco è un concubino.
Don Franco Maggiotto, 70 anni, sposato da più di trent’anni, vive ad Alpignano, vicino Torino.
«Innanzitutto – esordisce – rifiuto decisamente la qualifica di ex prete. Al momento della mia ordinazione, mi hanno ripetuto fino alla nausea che sarei stato sacerdote in eterno. Sono prete, non ho mai smesso la tonaca, e sono felicemente sposato». Non ha ovviamente alcun rapporto con la curia vescovile di Torino, ma a lui questo non importa. È animatore di tre comunità di base, una a Finale Ligure e due in provincia di Torino. Ha rotto con la chiesa ufficiale dopo una drammatica esperienza vissuta da un suo confratello verso la fine degli anni ‘60. Un prete si innamorò perdutamente di una giovane donna. Per le pressioni e le violenze subite da entrambi, questo prete si impiccò e la ragazza impazzì.
«Per me – racconta don Franco – fu un’esperienza terribile che mi portò a rifiutare un modo di intendere il sacerdozio antiumano, non biblico, perché in realtà proibisce all’uomo di incontrare l’altro. Nella Bibbia si afferma che “Non è bene che l’uomo sia solo”, sono le gerarchie cattoliche ad essere nell’errore non i preti che si sposano». Ma la critica di don Franco si accentra principalmente su quello che lui definisce “il sistema platonico”, quel sistema che, rinchiudendo l’uomo su se stesso, ne impedisce appunto l’incontro con l’altro e quindi gli fa negare l’essenza stessa del messaggio di Cristo, facendolo diventare pedofilo oppure omosessuale. «Questa realtà – afferma don Franco – la si può toccare nell’elevato numero di preti gay o pedofili di cui in Italia non si parla, ma che riempiono le cronache giornalistiche di altre nazioni».
Paolo Falcone è un prete sposato della diocesi di Roma. «Spesso nei discorsi tra vescovi e preti sposati – ricorda – si sente dire “continua a pregare, ti ricordo nelle mie preghiere, il Signore ti accompagni” e via con altre balle spaziali. Una cosa che non si sente mai è “ti aiuterò per i tuoi diritti, parlerò della tua situazione economica al commercialista o all’economo della diocesi, tutelerò i tuoi diritti acquisiti…”». «Io per lo meno – sottolinea – sono stato abbandonato completamente. Sono stato nel ministero dal 1988 al 1996. Poi dopo tre anni di esercizi spirituali, senza una storia, sono venuto via dal ministero pastorale. Nessuno che mi abbia dato nessuna possibilità. Dopo un po’ scrissi a tutti i cardinali residenti a Roma chiedendo di aiutarmi a sopravvivere. Mi dissero che non conoscevano nessuno, che non avevano nessuna possibilità nemmeno di ascoltarmi e che comunque avrebbero pregato per me». «Dopo anni di stenti e ancora grosse difficoltà – aggiunge –, sto vivendo un momento con mia moglie abbastanza sereno, anche se sempre sul “trapezio”. Vorrei chiedere a chi conosce meglio questa realtà, se esiste un modo per avere i contributi previdenziali e i versamenti del Tfr previsti dalla legge italiana». «Ho un grande sogno – confessa –, costituire un sindacato preti sposati per iniziare una trattativa con la Cei per chiedere i nostri diritti maturati e avere per lo meno il trattamento di fine rapporto, oppure iniziare una serie di vertenze al giudice del lavoro visto che alla chiesa gerarchica abbiamo dato i migliori anni della nostra vita e abbiamo ricevuto “calci in faccia” e belle parole».
Ma ci sono anche le donne dei preti: le «tentatrici», le «rivali di Dio». Come le ha chiamate qualcuno.
Rosa è una libera professionista, affermata e stimata, ha un fidanzato col quale progetta di sposarsi, ma quando era ancora una studentessa ha avuto una storia con un giovane prete.
«Un giorno, però, ho scoperto che aveva anche altre ragazze, cinque o sei – ricorda –. Poi è scoppiato lo scandalo subito coperto dalla Curia. Lo hanno mandato fuori a meditare e studiare, poi è tornato qui a continuare quello che faceva prima, adesso so che l’hanno spedito per punizione a fare il vice parroco in un’altra diocesi. Tutto questo mi è servito a capire che certi uomini non pagano mai per i loro errori, a patto però che siano ecclesiastici».
Già non molto considerate all’interno della Chiesa, le donne che si innamorano dei preti vengono spesso maltrattate.
È il caso di Gianna, sposata, un marito lontano, e due figli già grandi, che ha commesso l’errore di aspettare un bambino da un parroco di frontiera. Lui ha improvvisamente scoperto la vocazione missionaria, e per questo è stato spedito in America Latina, mentre lei si è trovata a gestire da sola una situazione drammatica. La Curia è intervenuta per darle una mano soltanto quando lei ha minacciato di fare scoppiare lo scandalo. Prima l’avevano liquidata come «pazza».
Situazione simile a quella di Laura che, stanca di essere relegata al ruolo di amante con un bambino di pochi mesi da crescere, un giorno ha preso «il frutto del peccato» e lo ha portato nella chiesa dove il suo lui celebrava. Vedendolo così solenne e ieratico che benediceva, racconta, non ce l’ha fatta più ed è esplosa. Com’è finita? Il reverendo, notissimo teologo di orientamento progressista, è andato a insegnare in una prestigiosissima istituzione accademica ecclesiastica in un’altra città, a lei è stato promesso un “sostegno” purché tacesse. Situazione che ha accettato ma, commenta, con il cuore davvero a pezzi. Storie di sofferenza, quindi, di umiliazioni e di abbandoni che raramente approdano alle pagine dei giornali o all’attenzione dei media in un Paese, l’Italia, in cui la Chiesa cattolica ha un enorme potere come in nessun altro oggi.
È vero, ammette il teologo e storico della Chiesa don Francesco Michele Stabile «il problema è che non se ne parla perché a “certe cose” non bisogna neppure far cenno se non nel chiuso delle Curie. I vescovi, infatti, non comunicano in Vaticano nemmeno i numeri degli abbandoni. E quelli che lasciano vengono ridotti al silenzio ed emarginati».
Basterebbe, suggerisce Giovanni Franzoni, ex abate benedettino e uno dei protagonisti del rinnovamento conciliare nella Chiesa, «ritornare alla semplicità evangelica d’altronde applicata senza problemi dalle Chiese Orientali, dai Protestanti e persino dai cattolici della chiesa romana di rito orientale: il prete deve avere la libertà di vivere la propria vocazione di servizio o nel celibato scelto liberamente o nel matrimonio. L’amore umano non è concorrenziale all’amore per Dio».
A conferma di ciò, scorrendo i dati relativi alle defezioni degli ultimi anni, salta subito all’occhio l’assenza di abbandoni nella piccola ma antichissima eparchia greco-cattolica di Piana degli Albanesi, in provincia di Palermo, in Sicilia.
«Noi seguiamo la consuetudine della Chiesa dei primi secoli e di quella Ortodossa – spiega l’eparca Sotìr Ferrara. In dieci anni di episcopato, non ho mai avuto un prete che lasciasse perché da noi possono diventarlo anche gli uomini sposati. Anzi, questi, come dice esplicitamente San Paolo, sono anche i migliori presbiteri perché più realizzati umanamente e affettivamente più sereni. La Chiesa latina, invece, nonostante l’emorragia continua di chierici, si ostina a mantenere una legge che è solamente umana e che non ha nessun fondamento né nel Vangelo né tantomeno nella Tradizione».
In verità, una speranza in passato si era intravista quando il primate d’Inghilterra, il cardinale Basile Hume, scomparso, aveva proposto allo stesso Papa di concedere, in occasione del giubileo dell’Anno santo del 2000, “un’amnistia verso i preti sposati” riammettendoli al ministero. Il porporato inglese aveva presente la situazione, che costituiva quasi un precedente giuridico, di numerosi preti passati dalla Chiesa anglicana a quella cattolica con tanto di moglie e figli. La richiesta però era stata fatta cadere nel vuoto.
Dialogo a distanza tra Alex e Mauro sul celibato
Lettere scritte nel 1999

Ciao Alex,

ho letto la tua lettera sul sito di Vocatio con molto interesse. Sono contento di vedere questa voglia di dialogo su questioni delicate come l'obbligatorietà o meno del celibato per i preti. Sono contento, dicevo, perché mi pare che sia una questione sulla quale si parla poco in modo maturo e contemporaneamente si dicono tante sciocchezze.

Anch'io sono un prete che ha lasciato il ministero. Non sono sposato (purtroppo) ma la questione mi interessa. Penso comunque che sia un pò riduttivo legare l'abbandono del sacerdozio unicamente al problema affettivo. Si può lasciare anche perché non se ne può più di una certa pastorale, si può lasciare per smettere di fare cose inutili, contro producenti. Si può lasciare perché si è ancora in tempo per evitare un esaurimento nervoso... e spesso quando si lascia per una donna, il vero motivo non è la donna. Bisogna chiedersi perché quel prete prima era disposto a vivere da celibe e poi, all'improvviso non lo è più. Credo che il vuoto che un certo modo di essere prete crea, talvolta porti all'innamoramento, o comunque all'abbandono, anche persone che forse, oltre alla vocazione al sacerdozio, avevano anche quella al celibato.

Mauro Borghesi, Rimini

Ciao Mauro,

e grazie per avermi contattato. Trovo molto giuste le tue osservazioni sulla crisi del sacerdozio oggi, il prete sposato è solo un aspetto di questa crisi ed è vero che a volte si sposa perché non riesce più a vivere da solo nella frustrazione, sentendo inutile quello che fa o peggio. Credo però che per cambiare qualcosa da qualche punto bisogna partire.

Il problema dei preti sposati, che la gerarchia tratta tanto duramente, potrebbe essere il motivo per iniziare un dialogo con la gerarchia stessa e spingerla a considerare il problema seriamente. In fondo il prete sposato con tanto di famiglia potrebbe anche essere il nuovo modo di vivere il sacerdozio nelle difficoltà e aridità del mondo di oggi. Una moglie che ti ama è un sostegno potente per superare le gravi difficoltà del ministero, senza per questo escludere in alcun modo il valore del celibato. Allevare dei figli ti mette spesso in discussione e ti aiuta a crescere nella pastorale degli altri "figli" che ti sarebbero affidati. In fondo ad essere in crisi è principalmente il ruolo sociale del prete che una volta era un vero capo della comunità, riverito e servito, appagato negli affetti dall'importanza sociale che deteneva. Oggi si è isolati e soli, a fatica si riesce a svolgere la routine e la società si scristianizza ogni giorno di più. Per continuare a fare i preti bisogna essere o eroi (pochi) o degli incoscienti (molti) che credono di vivere in un mondo che va in un certo modo, ma che in realtà non esiste più.

Alex, Ticino

Ciao Alex,

e grazie per la tua disponibilità a scambiare quattro chiacchiere. Sai di queste cose non si riesce a parlarne proprio con tutti. Sono interessato dicevo, a questo tipo di dialogo, perché spesso incontro persone rigide agli estremi opposti. Da una parte la santa inquisizione che non riesce ad andare oltre al categorico "traditore!", e dall'altra parte una marea di laici delusi che hanno chiuso il discorso con la chiesa e se stimolati ti tappano la bocca dicendo: "per me, facciano pure quel che gli pare".

No, io sono uscito da quella veste, ma ora non dico "facciano quel che gli pare". Anzi, ora che ho un pò più di tempo per leggere e riflettere, lo dico meno di quando facevo il prete.

Tu dici: da qualche parte bisogna cominciare, e visto che ora hai una famiglia mi pare giusto che desideri partire dalla tua condizione di prete sposato. Questo mi va benissimo. Però attenzione ai modi. Attenzione a non fare nuove crociate che portano tanti morti e nessuna vittoria. Qui non stiamo decidendo una tattica per "convertire la chiesa" cominciando da qualche parte. Io prima di tutto cerco di convertire me stesso, non quella entità astratta che è la chiesa. Io ho delle idee, porto con me una storia, delle delusioni e delle gioie, ma non mi pongo assolutamente nella posizione di chi finalmente ha capito tutto ed adesso spiega al papa e ai vescovi cosa devono fare. Credo che nessuno abbia la scienza infusa: ne io, ne te, ne loro. Questo mi pare vada ricordato ogni tanto altrimenti predichiamo il dialogo e poi non lo facciamo con chi la pensa diversamente da noi. Promuoviamo la democrazia e poi tiriamo sassi a chiunque puzzi un pò di alta gerarchia.

Io dico sempre alle persone che incontro che il mio pensiero è solo il mio pensiero, non sono sicuro al 100% di avere ragione, e se qualcuno mi fa capire dove sbaglio, ben venga. Questo atteggiamento mette a proprio agio parecchia gente. E forse è il più cristiano.

Perchè tutto questo discorso? Perchè, caro Alessandro, sono stufo di convegni, di assemblee nazionali, di documenti pieni di parole. Ho lasciato la veste anche per un forte desiderio di passare dalle parole ai fatti (lavoro in una comunità di disabili mentali). Sono sempre più convinto che se qualcosa convincerà il vaticano a rimettersi in discussione non saranno i nostri anatemi nei loro confronti (ridicoli quanto i loro), ma la nostra vita. Quando vedranno, come mi pare talvolta accada, che le famiglie dei preti sono famiglie belle, cristiane, aperte, quando si renderanno conto che quegli ex preti forse ora sono più preti di prima, perché ascoltano, parlano, credono, vivono per la stessa eucarestia che celebravano prima...; quando insomma vedranno che l'allontanamento che il codice di diritto canonico ha tentato di fare non ci ha affatto allontanato da Dio, allora, tra tutti salterà fuori un vescovo, o magari un papa, che ci guarderà con occhi diversi.

Il celibato deve slegarsi dal sacerdozio, necessariamente, per il bene del celibato e per il bene del sacerdozio. Ma tutto questo deve camminare insieme ad una visione più serena della sessualità e ad un concetto più paritario della donna. Mi sembra importante, come dici tu su internet, rispondendo a quel (ex) prete chiamato Luca, non dimenticare il passato. Il celibato stesso, infatti, secondo me, si può comprendere e riproporre in modo adeguato solo conoscendone la storia. A tale proposito tra gli altri ho riportato questo passo di B. Haring che mi pare interessante:

...In una famiglia vi erano dalle otto alle dieci nascite. Solamente un figlio e una figlia potevano sperare di fondare una famiglia. Due o tre bambini morivano giovani. Gli altri avevano la possibilità di trovare domicilio come celibi nella casa del fratello oppure di scegliere lo stato religioso o presbiterale, dove salivano automaticamente nella scala sociale. Questa forma del celibato ecclesiastico era, in ambienti molto religiosi, molto più attraente che non il celibato di fratelli celibi o sorelle nubili che vivevano comunque come appendice di una famiglia. Generalizzando si può dire che il celibato ecclesiastico ha avuto un alto grado di accettazione dal punto di vista della storia della cultura fino all'epoca più recente. Causa di questo fu in parte anche il fatto che, nonostante la dottrina prodottasi della sacramentalità del matrimonio, la sessualità era vista comunque sotto molte riserve. Dopo Agostino, il rapporto coniugale in sé era disprezzato e , "giustificato" solamente con il fine diretto della generazione. Aggiungiamo che questa visione non era né l'unica né quella decisiva. Tuttavia essa valeva in ampie cerchia, soprattutto del clero. Le premesse storico-culturali sono oggi molto diverse.

Se le cose stanno davvero così allora diciamocelo e voltiamo pagina con molta serenità.

Mauro Borghesi, Rimini

Ciao Mauro

Concordo sostanzialmente con quanto mi hai scritto: non serve fare guerre o crociate che distruggono anche quello che c’è di valido e soprattutto mettono in cattiva luce la Chiesa stessa. Quindi bisogna scegliere i "modi giusti".

Il problema, difficile da risolvere, è la mancanza completa di dialogo da parte della Chiesa ufficiale. Viene attuato un pesante ostracismo nei confronti del prete che lascia, soprattutto quello sposato, che impedisce qualsiasi contatto a quest'ultimo con la Chiesa ufficiale. Per il prete sposato c'è prima la scomunica, poi, anche se riesci ad ottenere la dispensa, devi restare nell'anonimato riguardo alla tua precedente condizione, non puoi insegnare, avere responsabilità pastorali e altre assurde limitazioni che ti tagliano fuori completamente dalla vita ecclesiale. È come se avessero un terrore folle del prete fuori dai ranghi. Quindi forse si tratta di un problema di potere, di controllo, più che di celibato.

Credo che uno dei modi per superare questa "morte" sociale nella Chiesa sia quello invece di mostrare che si è vivi, facendosi vedere, mettendosi in mostra nell'ambiente ecclesiale nel quale si vive, non per scandalizzare, ma, come dici bene anche tu, per testimoniare che si vive una bella vita cristiana, sorretti da una fede che non solo si è affievolita a causa della condanna canonica, ma anzi si è rafforzata grazie al matrimonio, e soprattutto, è il tuo caso, a causa di una scelta di vita più vera e sentita. Questo significa a volte subire umiliazioni e "cacciate" da parte di preti giustizieri e a volte forse gelosi perché incapaci di superare il loro triste stato attuale. Però bisognerebbe anche riunirci e ritrovarci per testimoniare apertamente che siamo tanti in questo stato, mentre la gerarchia cerca di minimizzare il fenomeno degli abbandoni.

Alex, Ticino

Ciao Alex

sono contento di questo dialogo a distanza e volentieri trovo tempo per risponderti. Nella tua email tocchi parecchi punti. Sostanzialmente vedo che siamo daccordo anche se rimane vero che solitamente le divergenze vengono fuori quando si costruisce qualcosa insieme, e non tanto quando ci si lamenta insieme. Inevitabilmente i nostri discorsi, infatti, lasciano trasparire una certa delusione. Penso che sia importante non tanto darci ragione a vicenda, quanto sostenerci, starci vicino, creare una rete di rapporti e formulare proposte positive, concrete. Io posso fare anche un bel sito in cui ne dico di tutti i colori della chiesa e ricevere tonnellate di complimenti, ma cosa ci guadagno? E' forse la mia piccola vendetta? In fondo quello che mi interessa è essere cristiano, ... anche nei confronti della chiesa. Ho l'impressione che internet sia proprio il luogo in cui ognuno viene fuori così come è veramente, non ci sono filtri, non ci sono padroni, leggi, non bisogna rendere conto a nessuno e tutti possono dire quello che vogliono. Questo però non significa che vengano fuori automaticamente rose e fiori. Tante volte vedo solo una gran rabbia e voglia di sfogarsi, e non solo in campo ecclesiale. Mi sembra importante non cadere in questa tentazione e insistere molto più con proposte alternative piuttosto che con denunce di cose non fatte o fatte male.

In questo senso vedo molti limiti anche nel mio sito che è nato diversi mesi fa guidato forse più dalla rabbia e poi pian piano si sta purificando di tutte quelle cose che distruggono solo e non servono a costruire nulla di nuovo. Penso sarebbe bello poter raccontare in rete le nostre storie, più che le nostre teorie. La storia di una persona è sempre interessante ed è un buon veicolo per comunicare anche le idee. Che ne pensi? La tua storia, ad esempio, non si potrebbe raccontare? Raccontare la propria vicenda non è importante tanto per elencare nomi e cognomi di chi ci ha fatto soffrire, quanto per mostrare ai più che non si è arrivati a quella scelta così all'improvviso senza una ragione, o banalmente "per andare a donne". Ci sono dietro spesso anni di fatiche, di domande, di tentativi. Più di una volta mi è stato detto: tu non prendi la tua croce. Anche da persone care. Forse se gli racconto come sono andate le cose qualcuno di questi "giudici" cambierà idea e la prossima volta ci penserà due volte prima di giudicare.

Caro Alex, scusami sto andando per conto mio quasi senza tener conto di ciò che mi hai scritto. E' il mio carattere focoso e istintivo che mi porta a dire ciò che mi passa dentro a volte senza considerare bene se sia il caso o no. Mi dici che il vero problema è la mancanza di dialogo. Sì, è vero, anche se il dialogo poi è solo una faccia della carità. Se ci si vuole bene allora di conseguenza c'è anche dialogo.

La mancanza di dialogo poi è sintomo pure di mancanza di sicurezza. Io non parlo di ciò di cui non sono sicuro. Non voglio mostrare infatti la mia debolezza. Sono invece un'oratore spedito in ciò che ormai "possiedo" bene come vocabolario e come contenuti. Io per esempio parlo poco di politica perché non sono riuscito a farmi un'idea chiara delle varie posizioni attuali e con difficoltà prendo una posizione precisa. Mi pare che a parole abbiano tutti ragione e poi i fatti non arrivano mai, con qualunque governo. Sono invece un appassionato di stelle e leggo riviste scientifiche che mi spiegano alcuni misteri del cosmo. Il fascino dell'argomento unito a quel pò di concetti che ho imparato mi danno sicurezza e spesso parlo di ciò che si vede (o non si vede, ma c'è) in cielo. Perchè dico questo? Perchè a volte ho proprio l'impressione che la Chiesa tema di mostrare le sue incertezze. Per questo diventa rigida. Dialogare non si può se si mettono in discussione i cardini portanti di questo impianto ecclesiale. Perchè la sola idea del dialogo presume che siano possibili strade migliori di quella intrapresa, e questo non è accettabile dalla gerarchia. Se accettassero questo perderebbero la propria identità che purtroppo è vissuta molto come "autorità ispirata da Dio". Se essere vescovo significasse essere servo della verità allora non ci sarebbe nessuna vergogna ad ammettere i propri limiti ed i propri errori. Siccome invece essere vescovo è vissuto come essere "guardiani" della verità, essa rimane soffocata e chiusa nel loro recinto e non respira con il pensiero di ogni cristiano.

E' chiaro che non si può mettere in discussione tutto come l'informazione laica tende a fare. Cristo è Cristo, non si discute. Ma è pure chiaro che di fronte a tante provocazioni del pensiero moderno ci si sta chiudendo, da persone deboli, dietro certezze categoriche ed indiscutibili che escono dal campo della dogmatica ed invadono la morale, la genetica, la pastorale... Tutte cose che possono cambiare mille volte al millennio.

A proposito di temi "indiscutibili" vorrei riprendere il discorso sul celibato che abbiamo già affrontato altre volte. Abbiamo detto che non è l'unico fronte su cui lottare, ma resta comunque una questione urgente che sta creando parecchi emarginati all'interno della chiesa. Io penso che sia giusto lottare perché il matrimonio non sia visto come ostacolo del sacerdozio, ma casomai come prezioso arricchimento. Per fare questo però, se da una parte occorre dire chiaramente che il matrimonio è una gran bella cosa, dall'altra bisogna continuare a sostenere che pure il sacerdozio è un dono meraviglioso al quale non vogliamo rinunciare. Ho paura di certe riduzioni allo stato laicale. Mi pare di aver capito che se uno non accetta più il celibato, allora non è più prete! Ma come, il sacerdozio ed il celibato non erano due vocazioni diverse? Oggi se un prete chiede di potersi sposare in chiesa deve ammettere e dimostrare che la sua ordinazione sia stata nulla, non valida. Questo è un vero abominio. Io non faccio altro che dire che ero ben cosciente di quello che facevo quando sono diventato prete il 9 maggio del 92, e che sono orgoglioso di questa bella vocazione. Io non "faccio" più il prete, ma lo "sono". Ed il mio parlare, il mio ascoltare, il mio agire è lo stesso di quando ero vestito di nero.

Mauro Borghesi, Rimini

Caro Mauro

Per quel che riguarda il tuo ultimo messaggio devo dirti che hai toccato un punto dolente e importante del problema preti sposati: la dispensa. Sto infatti vivendo in prima persona questa esperienza: ho richiesto la dispensa e ho subito otto mesi fa il processo canonico nel quale è stata analizzata la mia vocazione sacerdotale.

Non è però come dici tu necessario dimostrare la nullità dell'ordinazione, fatto comunque rarissimo, solo è richiesto che le motivazioni portate per chiedere la dispensa, ad esempio disordini affettivi o incertezze, dubbi, problemi di discernimento non completamente libero e così via, fossero già presenti prima dell'ordinazione. Quello che la gerarchi non ammette è che uno possa cambiare idea, oppure che sorgano dopo l'ordinazione dei problemi.

Praticamente si concede la dispensa solo a chi dimostra che ha sbagliato qualcosa prima dell'ordinazione, come se non fosse diventato poi un vero prete, mentre se qualcuno ha avuto in seguito delle difficoltà, ma risulta la piena integrità della sua ordinazione, resta relegato per sempre nel gruppo dei "cattivi".

La Chiesa vuole così mostrare che nessun vero sacerdote viene meno al suo compito, pretesa assurda e che va contro la libertà dei figli di Dio riguardo alla loro vocazione.

Io in realtà leggo in modo molto diverso da quello del diritto canonico la mia storia. Sento che Dio mi ha chiamato ad essere contemporaneamente sacerdote e padre di famiglia e voglio impegnare tutto me stesso perché la Chiesa riconosca legittima questa vocazione e mi permetta di tornare a vivere quella sacerdotale, visto che quella matrimoniale non può impedirmi di viverla. Oggigiorno lo Spirito Santo sta donando molti carismi nuovi alla Chiesa. Ma la gerarchia si è fossilizzata nei tradizionali carismi ormai superati dal corso della storia. Sono sicuro che prima o poi, proprio perché vengono da Dio, questi riusciranno a essere vissuti nella loro pienezza portando i loro frutti nella storia della Salvezza.

Cosa ne pensi di tutto ciò?

Un caro saluto e a presto.

Alex, Ticino

Ciao Alex.

Ultimamente ho ricevuto parecchia posta elettronica riguardante il sito che io ed un altro prete abbiamo costruito riflettendo sulle scelte della chiesa cattolica. Questo mi ha obbligato a riflettere maggiormente sul disagio nascosto che viaggia abbastanza liberamente via internet. Mi sto accorgendo dell'esistenza di una problematica, anzi un vero mondo di cui prima non ne sapevo nulla (parlo dei preti sposati, ma non solo, anche di tutti quei consacrati e consacrate che in un modo o nell'altro abbandonano la scelta celibataria per vivere il vangelo "in proprio"). E' un mondo vasto, dicevo. Un mondo che diventa ancora più vasto se si aggiungono quei preti e quelle suore che sono daccordo con noi, pur continuando a vivere in modo "canonico" la propria vocazione.

A questo proposito mi piacerebbe dialogare anche con altri preti che viaggiano via internet mettendo a disposizione tonnellate di materiale pastorale (disegnini, meditazioncine, canzonette...) e si sprecano ben poco, però, in una riflessione ecclesiologica che vada oltre ciò che è già ovvio.

Parlando, leggendo e scrivendo mi sto rendendo conto che i tempi sono più maturi di quel che sembra. Sono davvero tanti quelli che hanno qualcosa da dire, che stanno stretti, che sentono dentro di sé una vocazione che ancora la chiesa non ha previsto o approvato. Mi pare sia necessario organizzare queste voci in modo armonico, farle emergere dal buio. Sono certo, guardando ad esempio il mio caso personale, che se stessi zitto il mio abbandono non sarebbe un grande problema per la chiesa, mi "digerirebbero" in fretta: dal "non c'è più" sarebbe breve il passo verso il "non c'è mai stato". Invece se uno parla, e cerca di motivare quello che dice, incontra le persone e cerca di impostare un rapporto critico, ma pacifico, allora qualcosa nel sistema comincia a scricchiolare, le domande di uno cominciano ad essere le domande di dieci, e se non si cade nella tentazione di dare risposte affrettate, la cosa cresce, si sviluppa, si arricchisce di nuove storie e nuovi contributi. Nella mia diocesi sta accadendo questo. Finché le persone rimangono isolate ed immerse nelle cose da fare si sentono deboli, piccole ed incerte. Quando invece riusciamo, preti e non preti, ad alzare lo sguardo, a tenerci in contatto, a dire qualcosa insieme, allora la cosa cambia, ci si fa coraggio e quei sentimenti di rabbia e di smarrimento si purificano e pian piano diventano proposte, idee nuove, arricchimento reciproco.

So per esempio dell'esistenza in rete di un "presbiterio virtuale" costituito da preti italiani connessi in rete. Forse dovremmo fare qualcosa di simile anche noi, non credi? Raccogliere indirizzi elettronici e non, di tutti coloro che stanno stretti in questo impianto ecclesiale e ciò nonostante non vogliono abbandonare la Chiesa Cattolica.

Vorrei riprendere anche il discorso che mi hai fatto sulla dispensa.

Fermo restando che il celibato è solo la punta di un iceberg ben più grande, mi pare importante anche la lotta che qualcuno come te sta portando avanti per poter un giorno ricevere tranquillamente i sacramenti accanto alla propria compagna. In questa lotta però non ci si deve fare fregare. Tu che te ne intendi certamente più di me mi dici che "non è necessario dimostrare la nullità dell'ordinazione", ma poi ammetti che per ottenere la dispensa bisogna documentare come certe crisi o debolezze affettive ci fossero anche prima dell'ordinazione. Poi concludi dicendo

"Praticamente si concede la dispensa solo a chi dimostra che ha sbagliato qualcosa prima dell'ordinazione, come se non fosse diventato poi un vero prete, mentre se qualcuno ha avuto in seguito delle difficoltà, ma risulta la piena integrità dell'ordinazione, resta relegato per sempre nel gruppo dei "cattivi".

Scusami tanto, ma allora sei d'accordo con me. Stiamo dicendo la stessa cosa. Cosa significa dimostrare che hai sbagliato qualcosa prima dell'ordinazione, se non che per colpa tua l'ordinazione non è valida? Questo modo di procedere mi pare insidioso. E' come se, in cambio della dispensa, ci chiedessero di ammettere pubblicamente che ci siamo sbagliati a diventare preti e chiediamo umilmente perdono perché finora li abbiamo presi sempre in giro.

No, invece! Io questo non lo dirò mai.

Io ero contento e sereno quando sono diventato prete. Non mi sono sbagliato a diventare prete! Io negli anni del seminario mi sono fatto conoscere abbondantemente, ho detto a più riprese, cosa significava per me essere prete, ho detto chiaramente cosa non avrei accettato della vita del prete e quindi ora non si devono scandalizzare se me ne vado per non morire soffocato! Quando io sognavo una chiesa dove ci fosse posto anche per i miei sogni e le miei aspirazioni, non mi hanno detto "vattene, non fa per te", no, assolutamente, mi hanno piuttosto sorriso e detto "fidati, vai avanti". E io mi sono fidato. Allora, adesso, dopo aver perso gli anni migliori della mia vita, in cui avrei potuto studiare altro, trovare una professione e farmi una famiglia come tutti, dopo aver visto che ho fatto male a "fidarmi" di una chiesa che nel frattempo non è affatto cambiata, ma ha solo continuato a chiedere a me di cambiare; dopo l'isolamento, la solitudine, la precarietà della mia nuova condizione, dopo aver cercato, nonostante tutto di rimanere cattolico e dopo aver cercato con altri amici nuovi modi per annunciare lo stesso vangelo dei vescovi; dopo tutto questo io devo anche chiedere scusa? Scusa di cosa? Di essere quello che sono sempre stato? Scusa perché dovevo immaginare prima che non ce l'avrei fatta, quando tutti i miei superiori mi dicevano bonariamente "ce la farai"?

No, caro Alex. Io non chiedo scusa, anzi, mi piacerebbe tanto che qualcuno mi venisse a dire: "scusa se ti abbiamo illuso". Io oggi chiedo scusa solo a Dio. E chiedo perdono dei miei peccati che, visto che sono un essere umano, c'erano prima dell'ordinazione e ci sono stati anche dopo. Io, questo tipo di dispensa, non la voglio. Io sono prete, questo non me lo caveranno mai con il mio consenso. E se un prete sposato senza questa dispensa non può accostarsi ai sacramenti accetterò anche questa batosta, quando sarà l'ora, ma non cederò al ricatto.

Scusami. Ti saluto e aspetto tue notizie.

Mauro

Carissimo Mauro,

Mi accorgo che il nostro piccolo scambio di opinioni e tutte le e-mail che pubblica il sito di Vocatio costituiscono una vera ricchezza che, se saremo in grado di raccogliere e sintetizzare in una linea di pensiero, potremo utilizzare quale valido contenuto di testimonianza per il rinnovamento della Chiesa, almeno per quel che riguarda il sacerdozio. La piena libertà di espressione senza censure di internet permette di comunicare i veri contenuti del cuore di ciascuno, ci si accorge allora che i credenti, preti e no, sperimentano in questi ultimi tempi un grande disagio nel vivere la loro fede nelle strutture tradizionali, e per strutture intendo anche in senso lato tutta la vita cristiana con i suoi valori, i suoi comportamenti, il suo modo di comunicare e sostenere la fede. Ci sono nuove sfide (omosessualità, divorzio, genetica, ecc.) che richiedono risposte adeguate. Ci stiamo accorgendo in tanti che, come dici giustamente, "i tempi sono più maturi di quel che sembra" per trovare nuove vie slegate da una cultura che ormai è passata, non esiste più. Dobbiamo liberarci da certi schemi che hanno avuto il loro valore, ma che ormai non dicono più nulla.

Il fatto che la nostra scelta ci abbia portati ad essere emarginati dalla vita ecclesiale, ci ha donato però una grande libertà nel rifondare la nostra vita cristiana, l'abbandono ci ha costretti ad essere forti nel cammino, contando solo sulla nostra fede e i nostri poveri mezzi, senza i mille artifici e sostegni della vita cristiana "normale": devozioni, liturgie, sermoni, processioni, ritiri ecc. che sono diventati "la vita cristiana" invece di essere aiuti alla ricerca della Verità e dell'Amore (oggi poi non sono più nemmeno aiuti). Se noi riusciremo a comunicare questa nostra esperienza alla Chiesa potremmo veramente donarle nuove strade e nuove speranze.

Il problema vero è come agire, come comportarsi perché la gerarchia non indurisca il proprio cuore di fronte a queste proposte di rinnovamento, dobbiamo infatti evitare uno scontro, una divisione all'interno della Chiesa stessa, non dobbiamo, come dice San Paolo, scandalizzare i deboli. Qui deve concentrarsi la nostra riflessione e la nostra preghiera. Qualcosa stiamo facendo, ma è ancora poco.

In questa direzione va benissimo il tuo impegno, il non tacere, il sito internet per testimoniare il proprio pensiero, ecc. Sono ancora più d'accordo per la creazione di una diocesi virtuale, come la chiami: è importantissimo unirci, conoscerci e comunicare. Come vedresti però praticamente la realizzazione di tale obiettivo? Non si tratta solo di tenere una lista di indirizzi, tra l'altro difficili anche questi da ottenere, ma di creare qualcosa di più attivo. Sto riflettendo parecchio sulle opportunità e gli sviluppi che la rete internet offre, ma c'è bisogno di quello che gli americani chiamano un "brain storming", una tempesta di cervelli, di idee, per creare nuove opportunità e c'è bisogno dell'aiuto di tutti.

Per quel che riguarda la dispensa sono perfettamente d'accordo su quello che dici, non rinnego niente del mio passato e della mia ordinazione che sento valida e vera, anzi, vivo sicuramente la mia vita sacerdotale più ora che sono in "esilio" di quanto non facessi quando esercitavo il ministero ufficiale. Però ritengo anche, è una scelta personale tengo a sottolineare, che il fatto di rientrare nella piena comunione della Chiesa dia più forza al proprio impegno per il rinnovamento della stessa e nel caso specifico del prete sposato diventi una forte testimonianza della positività del matrimonio del prete oggi. È vero che vengono imposte molte limitazioni alla vita cristiana del prete sposato, ma non hanno alcun valore in quanto è in nome del battesimo stesso che non è possibile sottostare a tale limitazioni. In quanto credente e battezzato io sento dentro la necessità di annunciare il Vangelo, di fare apostolato, di partecipare alla vita della comunità. Se ti impongono di stare nell'ombra mentono al Vangelo stesso, oppure non è vero che sei in piena comunione con la Chiesa.

Comunque il problema "dispensa" dovrebbe essere uno dei primi da affrontare con la gerarchia per chiedere che si smetta di imporre tante menzogne e limitazioni ai preti sposati. Sarebbe una conquista importante in vista dell'accettazione del matrimonio dei preti. Avrei tante altre cose da dire, ma preferisco sentire prima le tue riflessioni prima di proseguire nella esposizione.

Un caro saluto e a presto

Alex

Ciao Alex,

sono Mauro e oggi ti rispondo con una certa fatica. Fatica ad essere breve, a non essere ripetitivo

(ormai di cose ne abbiam dette!), fatica a fare proposte concrete, fatica ad andare in profondità con una persona che in fondo non conosco… Una fatica comunque utile che vale certamente la pena di affrontare.

Innanzi tutto ti faccio i migliori auguri per la dispensa ottenuta, so che per te questo è un passo importante e condivido la tua gioia. Non posso negarti però che mi piacerebbe leggere i termini di tale dispensa. Se concedono una dispensa dal celibato perché "poveretto, non poteva fare meglio" non è una gran bella cosa, se invece riconoscono il fatto che una donna non è antagonista di Dio e che il celibato non è necessario al sacerdozio, allora bisogna fare davvero una grande festa. Ma non voglio nuovamente dilungarmi su questo argomento, probabilmente io faccio attenzione a particolari che la maggior parte della gente non vede. Probabilmente il fatto stesso che ti possa sposare in chiesa sarà per i presenti un segno di apertura e di speranza più importante dei termini con cui si è arrivati ad ottenere tanto.

Nella nostra ultima chiacchierata cercavamo dei modi per spingere la chiesa in una certa direzione senza violenza, cattiveria e presunzione. Data la vastità della Chiesa e la distanza nostra, gli uni dagli altri, credo che il primo mezzo sia proprio una rivista. Io all’interno vi metterei, insieme, articoli semplici e di immediata comprensione con articoli più approfonditi. Lo spedirei a tutti i vescovi o a tutte le diocesi d’Italia sperando di riuscire a mantenere il bilancio con qualche sponsor e l’abbonamento di chi lo desidera. Il maggior ramo di diffusione resterebbe internet. Potrebbe essere anche un rilancio di quella rivista "Sulla Strada" legata a Vocatio di cui ho sentito parlare ultimamente. Mi pare importante uno strumento di questo tipo. Si potrebbe chiedere ad Adista di aiutarci nella diffusione di qualche numero "lancio". Mi piace lo stile di Noi siamo Chiesa che potremmo adottare. Fare cioè lettere aperte ai pastori della chiesa, "lettere dal gregge", appunto, visionate e redatte da noi e firmate senza paura. Forse proprio Noi siamo Chiesa potrebbe farci da cassa di risonanza diffondendo alcuni nostri scritti. E’ comunque necessario dire qualcosa. Se staremo zitti passeremo per persone che si erano sbagliate a diventare preti e che ora non si interessano più di nulla che possa riguardare il vangelo e la chiesa. Se invece cercheremo punti d’incontro un primo risultato sarà senz’altro quello di sorprendere l’opinione pubblica. E’ importante dire che ci teniamo a questa chiesa, che non ne approviamo alcune scelte, ma la amiamo e siamo uniti a lei nella sostanza dell’annuncio di fede. Io direi con una certa precisione anche quanti siamo.

Raccogliere indirizzi email potrebbe essere un’altra pista: visto che i "preti on line" non ci vogliono "per evitare confusione", così mi hanno scritto, arrangiamoci e facciamone un sito simile dicendo che anche noi siamo preti on line.

Auspico l’avvento di un modo coordinato ed intelligente di espressione, anche perché altrimenti rischiano di fare "clima" soltanto alcuni sporadici interventi singoli, sia sui giornali che in Internet, letti più come sfoghi o pianti solitari che altro. Non approvo un certo modo di parlare della Chiesa e di sé stessi su un settimanale laico, non mi sembrano utili neppure certi interventi che si trovano su Vocatio. Si trovano, infatti, qua e là, molti capi d’accusa contro un colpevole vago, chiamato "chiesa", o "vaticano", o "il papa" che nulla hanno di costruttivo. Forse non è il caso di mettere in rete certe dichiarazioni che espresse in modo così istintivo e viscerale andrebbero bene solo in un rapporto a due, di amicizia, dove sai che colui che ti ascolta non ti prende alla lettera, ti vuole bene e non cambia "fede" per le tue dichiarazioni. Insomma voglio dire che certe "testimonianze" non aiutano a cambiare la chiesa, la giudicano solamente. Tanto meno aiutano chi è lontano da essa, ad avvicinarsi. Se Lei ha puntato il dito contro di noi, dobbiamo fare attenzione a non ricambiarla con la stessa moneta, cadremmo nel suo stesso errore e non avremmo nulla di nuovo da dire al mondo. La logica della vendetta è molto umana, è comprensibile quando si è feriti, ma, inutile negarlo…, non giova a nulla. Gesù non è sceso dalla croce, pur potendolo fare, dicendo "Brutti bastardi, adesso vi faccio vedere di cosa sono capace!" No, ha perdonato. Sto leggendo "Via col vento in Vaticano" dei Millenari, ed in mezzo alla denuncia di tanti fatti realmente accaduti e vergognosi, non avverto, nello stile, nessun amore per la Chiesa stessa: a che serve un’opera così?

Io dico spesso che se qualcosa faremo per un rinnovamento della Chiesa ed un ripensamento della legge sul celibato, sugli omosessuali, sui divorziati risposati, sul sacerdozio alle donne… non sarà grazie agli insulti ed ai "contro-anatemi" che lanciamo alla gerarchia, ma grazie alla nostra testimonianza di vita. Quando vedranno che nonostante tutto quello che abbiamo subìto amiamo il vangelo, amiamo la chiesa, amiamo la moglie, i figli e non fuggiamo dalle situazioni difficili, allora qualche alto prelato si ravvederà, e comincerà a chiedersi se per caso un po’ di Spirito Santo abita anche nelle nostre case. Siamo nel tempo della svalutazione della parola: l’umanità, stordita dai buoni propositi, ha sete di fatti.

A volte leggo testi di preti che si vantano di essersi innamorati e sposati, urlano ai quattro venti il loro diritto di amare e di essere riamati da una donna. Attenzione, mi permetto di dire!

Attenzione a non fare "americanate". Attenzione a non far leva solo sulla molla emotiva. Attenzione a non finire in una telenovela o in una replica di "Uccelli di rovo".

Con tutto il rispetto che si deve a chi fa una scelta di questo tipo non bisogna dimenticare che, ahimé, noi non abbiamo mantenuto una promessa fatta al Signore. Sarà tutto vero quello che diciamo, ma resta il fatto che quando siamo diventati preti non ci ha obbligati nessuno, e quei "si, lo voglio", davanti a Dio, li abbiamo detti noi, con la nostra voce e con la nostra testa.

Non mi fraintendere. Questo non toglie validità ad una lotta per far sì che i preti possano sposarsi e che certi giuramenti cambino radicalmente direzione, però onestamente bisogna riconoscere che avevamo preso una strada, avevamo fatto delle promesse e poi abbiamo fatto marcia indietro, almeno sul celibato, abbiamo cambiato rotta perché ci siamo accorti che non ce la facevamo più. Allora, dico, andiamoci piano con i giudizi e con lo sbandieramento della nostra vicenda.

Questo non significa che dobbiamo batterci il petto tutto il giorno dicendo "Quanto sono peccatore!", no, però la nostra riflessione deve tenere conto di come sono andate realmente le cose e non dobbiamo neppure cadere nell’eccesso opposto dicendo che abbiamo fatto la cosa più bella del mondo, che il Signore applaude la nostra scelta, e che non c’è nulla di più naturale che lasciare una vocazione per abbracciarne un’altra.

Abbiamo tanto da dire, probabilmente, pur con tutta la nostra debolezza ed i nostri limiti, il Signore ci sta usando per indicare alla chiesa una strada nuova, ma rimaniamo umili: ho paura di chi si sente troppo sicuro di essere nel giusto (magari contro tutti!). Siamo in bilico tra l’eresia e la profezia e non dobbiamo permettere al nostro orgoglio e alla nostra rabbia di avere la meglio proprio adesso: ci farebbero cadere dalla parte sbagliata.

Mauro

Carissimo Mauro,
eccomi di nuovo in rete per continuare il nostro dialogo ormai diventato lunghissimo. Appena avrò un po' di tempo mi piacerebbe fare un riassunto dei temi principali e lo stesso vorrei fare per il dibattito in corso sul sito (di Vocatio). Penso che chiarirebbe il filo del discorso e darebbe nuovi spunti. Ma veniamo a ciò che mi scrivi nell'ultima e-mail

Non posso negarti però che mi piacerebbe leggere i termini di tale dispensa.

Prossimamente ho intenzione di pubblicare sul sito di Vocatio le condizioni per la dispensa contenute nel rescritto che si riceve dalla Santa Sede, tradotte in italiano (le originali sono in latino) in modo eccellente nel libro di Ernesto Miragoli, così potrai giudicare direttamente le assurdità che ti impongono. A tali assurdità non mi sento assolutamente obbligato, anche se ho firmato il documento, in quanto contrastano con i diritti/doveri derivanti dal battesimo il cui esercizio nessuno può impedire, così come non si può cancellare il battesimo. Inoltre non ho firmato liberamente, in quanto costretto per il bene di mia moglie e dei miei figli, perché potessero tornare a vivere con pieno diritto la vita ecclesiale; la mancanza di libertà toglie perciò ogni obbligatorietà a quanto imposto nella lettera: principalmente il divieto di insegnare, di avere responsabilità pastorali, non rivelare chi si è (io lo dico a tutti con gioia e orgoglio!), celebrare il matrimonio in sordina (la mia sarà una bellissima festa!) e altro ancora!

Se concedono una dispensa dal celibato perché "poveretto, non poteva fare meglio" non è una gran bella cosa, se invece riconoscono il fatto che una donna non è antagonista di Dio e che il celibato non è necessario al sacerdozio allora bisogna fare davvero una grande festa.

La dispensa te la concedono proprio perché ti ritengono un fallito, ma nel sacramento del matrimonio c'è l'incontro degli sposi con Cristo: come non gioire per questo? Poi non mi interessa che cosa pensano "loro", io so che quello che mi è accaduto è per volontà di Dio, il quale mi chiama ad essere un prete sposato; non è un incidente di percorso, ma la mia vocazione.

Nella nostra ultima chiacchierata cercavamo dei modi per spingere la chiesa in una certa direzione senza violenza, cattiveria e presunzione. Data la vastità della Chiesa e la distanza nostra, gli uni dagli altri, credo che il primo mezzo sia proprio una rivista.

Concordo con tutto quanto proponi, ora si tratta di porre in atto queste proposte. Per la rivista stiamo cercando di fare qualcosa, perché la rivista "Sulla strada" è un vero disastro, continuo a ricevere lamentele di persone che sono abbonate e non la ricevono. Per internet sto cercando di raccogliere indirizzi e-mail e vorrei organizzare una specie di rivista on-line che una volta la mese verrebbe spedita a tutti i "simpatizzanti" del sito di Vocatio, ai giornali e alle televisioni, ai siti cattolici e alle curie vescovili, ai sacerdoti delle parrocchie e religiosi. Si tratta di organizzarla perché porti dei contenuti seri e importanti, frutto del contributo di tutti coloro che seguono il sito.

Non approvo un certo modo di parlare della Chiesa e di sé stessi su un settimanale laico, non mi sembrano utili neppure certi interventi che si trovano su Vocatio. Si trovano, infatti, qua e là, molti capi d'accusa contro un colpevole vago, chiamato "chiesa", o "vaticano", o "il Papa" che nulla hanno di costruttivo. Forse non è il caso di mettere in rete certe dichiarazioni che espresse in modo così istintivo e viscerale andrebbero bene solo in un rapporto a due, di amicizia, dove sai che colui che ti ascolta non ti prende alla lettera, ti vuole bene e non cambia "fede" per le tue dichiarazioni. Insomma voglio dire che certe "testimonianze" non aiutano a cambiare la chiesa, la giudicano solamente. Tanto meno aiutano chi è lontano da essa, ad avvicinarsi. Se Lei ha puntato il dito contro di noi, dobbiamo fare attenzione a non ricambiarla con la stessa moneta, cadremmo nel suo stesso errore e non avremmo nulla di nuovo da dire al mondo.

Anche qui sono perfettamente d'accordo con te, però Vocatio si pone come movimento che lascia piena libertà di espressione a chiunque, anche agli "estremisti", tanto che si apre anche la strada alla messa in discussione dei dogmi cattolici del "Credo". Personalmente penso che sia estremamente inutile questo modo di porsi perché se si può dire tutto e il contrario di tutto e non si prendono mai posizioni da condividere, non succede mai niente, il movimento stesso è inutile e sterile. Esiste e basta. Questo non vuol dire che non c'è libertà di pensiero o di fede, solo che bisognerebbe trovare delle basi comuni alle quali ispirarsi se non altro in decisioni operative, ad esempio porre come obiettivo di ottenere la liberalizzazione delle dispense dal celibato e per questo obiettivo porre in atto delle azioni, degli interventi ecc.

Io dico spesso che se qualcosa faremo per un rinnovamento della Chiesa ed un ripensamento della legge sul celibato, sugli omosessuali, sui divorziati risposati sul sacerdozio alle donne non sarà grazie agli insulti ed ai "contro-anatemi" che lanciamo alla gerarchia, ma grazie alla nostra testimonianza di vita. Quando vedranno che nonostante tutto quello che abbiamo subìto amiamo il vangelo, amiamo la chiesa, amiamo la moglie, i figli e non fuggiamo dalle situazioni difficili, allora qualche alto prelato si ravvederà, e comincerà a chiedersi se per caso un po' di Spirito Santo abita anche nelle nostre case. Siamo nel tempo della svalutazione della parola: l'umanità, stordita dai buoni propositi, ha sete di fatti.

Anche qui sono d'accordo con te, dobbiamo però trovare il modo di rientrare nella vita ecclesiale senza essere emarginati copme ora, altrimenti a chi daremo testimonianza? Questo potrebbe essere un altro obiettivo su cui impegnarci.
Chiudo salutandoti con un abbraccio e attendo una tua risposta, soprattutto sull'idea di lanciare una rivista on-line.

A presto
Alex

Ciao Alex, eccomi nuovamente da te.

Questo lungo dialogo ha bisogno effettivamente di un pò di ordine e spero davvero in una tua prossima sintesi. Nonostante però la grande mole di pagine ormai archiviate ho notato che parlando tanto del celibato abbiamo rischiato di vederlo solo dal nostro punto di vista, e cioè come un impedimento, un laccio che impedisce alla nostra umanità di esprimersi nella sua interezza.

Purtroppo in tanti casi è proprio così e la chiesa non prevede eccezzioni: dice bruscamente "prendere o lasciare". Ma è interessante anche vedere come un certo tipo di celibato sia negativo e per niente evangelico al contrario di un altro, decisamente vissuto con maggior convinzione e serenità. Intendo dire che bisogna allargare il nostro discorso anche a tutti quei sacerdoti che sono effettivamente chiamati al celibato, ma che non è detto riescano a viverlo automaticamente come un dono. Non solo la Chiesa dovrebbe dare la possibilità ai preti di sposarsi e agli sposati di essere preti, ma ancor prima di questo passo, sarebbe auspicabile riuscire a proporre il celibato stesso in modo diverso. Attualmente esso è una condizione che più o meno tacitamente viene accettata come "normale" dai novelli sacerdoti, è una condizione che la chiesa chiede senza riuscire neppure lei stessa a spiegarne chiaramente i motivi. Invece esso andrebbe proposto come una vocazione vera e propria, indipendente dal sacerdozio e capace di una fecondità, nello Spirito di Dio, molto grande. Sono certo che in molti casi il celibato diventa un problema perché viene identificato come un "vivere da soli", mentre non è questa la sua caratteristica. Ci sono preti che accettano volentieri il celibato, ma hanno comunque bisogno di una famiglia attorno a sè, di un contesto caldo, vivo, dinamico. Ci sono preti che vivono pienamente il loro celibato trasformando, là dove il vescovo lo concede, la propria canonica in una casa famiglia. Ci sono altri preti, ne conosco diversi, che desidererebbero vivere insieme, non nel vecchio rapporto di "parroco e cappellano", ma come collaboratori alla pari. Vorrebbero fare una vera convivenza presbiterale, in cinque, sei o anche più dividendo il lavoro pastorale in modo diverso, a seconda delle proprie capacità, per una zona che può raggruppare anche tre o quattro parrocchie. Oltre ad un tipo di pastorale diversa ne verrebbe fuori una figura di prete che ha la sua famiglia, e non un orso solitario con la vecchia sorella zitella che gli scalda la cena.

Insomma: essere celibi non significa assolutamente essere soli. Rinunciare all'esercizio della propria genitalità può aver senso solo per amare altrettanto profondamente in un modo diverso. Non sposarsi e non fare figli non può significare vivere soli. Mi pare che da questo punto di vista ci siano parecchie esigenze dei preti che non vengono prese in considerazione dal vertice. Non so se sei daccordo con quanto dico, ma mi pare importante discuterne. In fondo il problema dei preti sposati o dei preti che hanno una donna in segreto è solo una fetta del problema più grande chiamato "celibato". Ci sono anche tutti quelli che lo accettano amorevolmente come una chiamata di Dio e senza sacrificio, ma soffrono comunque di solitudine e abbandono! Mi sembra anti evangelico vivere soli. La casa è il primo fondamentale luogo in cui si manifesta l'amore di Dio. Ognuno dovrebbe avere qualcuno in casa con sè, sposato o non sposato. Il vangelo parla di un Gesù che si manifesta dove "due o tre" sono riuniti nel suo nome, dice che "da come vi amerete capiranno che siete miei discepoli". Gesù chiamò gli apostoli a vivere con sè ancora prima che predicare e convertire i popoli. Sarebbe bello che su questo argomento intervenissero anche preti contenti del proprio celibato, ma scontenti della propria solitudine.

Ho voluto iniziare con questo argomento perché mi frullava nel cervello da un pò di giorni e mi preme parecchio. Ora passo a quello che stavamo dicendo sulla rivista on line. Ho già detto che è un'idea che appoggio, come pure la raccolta di indirizzi ed ogni forma di comunicazione protesa ad una fraterna correzione dell'attuale impianto ecclesiale. Vorrei suggerirti di fare attenzione al linguaggio che verrebbe usato con uno strumento di quel tipo. A volte ho l'impressione di leggere (e scrivere) con un vocabolario ancora troppo ecclesiastico e specialistico. Diamo scontati contenuti che agli occhi di un navigante in rete non lo sono affatto e sembra comunque un discorso per preti o ex preti, piuttosto che per cristiani. Io penso che sarebbe utile un discorso a più livelli di profondità. Trovare il modo per dire qualcosa ai più semplici, un linguaggio adatto a chi non ha studiato teologia, uno adatto a chi è interessato alla chiesa e alle nostre idee, ma ancora non sa se essere cristiano o no, uno poi anche per preti e vescovi. Il tutto deve essere altamente propositivo, non dobbiamo rischiare di allontanare dalla fede persone incerte e dubbiose. Come ho già detto parecchio tempo fa credo molto nel racconto di vere storie, che spesso sono più dirette ed incisive delle teorie e dei concetti. Mi pare che tra Noi siamo Chiesa, Vocatio, le Comunità di Base, Partenia ed altro ancora c'é sul web tanto fermento. Mi piacerebbe vedere tutte queste energie riunite per dire con una sola voce alcuni elementi di fondo. Ognuno rimarrebbe se stesso, con la sua identità specifica, ma non farebbe male ogni tanto, un appello, un documento, uno studio fatto insieme.

Bene, Alex, ora ti saluto. Scusa il ritardo, ma questo è un impegno che si aggiunge a tanti altri e facciamo quel che si può. Spero che tu e tua moglie stiate bene. Vi auguro di volervi un gran bene e di rimanere aperti alle richieste del Signore. Di solito sono delle gran belle avventure! Sono contento per questo tipo di corrispondenza "on line" perché vedo che suscita un interesse che non avrei immaginato, non ti nascondo che però mi manca l'aspetto personale di questo rapporto. Parliamo sempre di ciò che pensiamo sulla chiesa o sul celibato e non parliamo mai di noi stessi. Pazienza, facciamo quel che si può. Forse con il tempo ci sarà posto anche per quello. Non credi?

Mauro

Carissimo Mauro,

Innanzitutto grazie per i tuoi continui contributi veramente graditi e ricchi di contenuti. Presto metterò anche in atto la raccolta di indirizzi e-mail e presenterò la proposta per la rivista on-line.
Ecco ora alcune mie considerazioni sul tema del celibato di cui parli nella tua ultima lettera.
Non credo che il celibato sia più accettabile se lo si vive in compagnia di altri celibi, come suggerisce Mauro nella sua ultima lettera.
Il cuore della vita celibataria è la donazione totale a Dio, il sentire che lo si ama così intensamente da riuscire a vivere solo per Lui e per il suo Regno. In questo atteggiamento l'affettività trova la sua realizzazione nell'amare tutti con eguale intensità, come se tutti fossero la propria moglie o il proprio marito, senza ricevere nulla in cambio. E' evidentemente un ideale di vita molto impegnativo, anzi impossibile senza l'aiuto della grazia di Dio, che dona questa capacità di amare in modo totale e disinteressato solo a pochi eletti. Tra questi eletti, e solo tra di essi, la Chiesa Cattolica vuole, da alcune centinaia di anni, scegliere i propri sacerdoti. Sembrerebbe una grande prospettiva e i sacerdoti così scelti dovrebbero essere totalmente dediti alle cose di Dio. Ma nella realtà succede che l'amore del celibe per il Regno dei cieli invece di andare verso l'alto, cioè amare tutti con la massima intensità possibile, va quasi sempre verso il basso, cioè ama di meno perché non riesce a realizzare la sua vocazione all'amore, perché non ha ricevuto il dono del celibato.
Si comincia a dover escludere metà dell'umanità, cioè il sesso opposto, quantomeno a tenerlo a distanza, perché altrimenti la tentazione avrebbe il sopravvento. Mi chiedo se un uomo felicemente sposato e innamorato della propria moglie abbia dei problemi a frequentare delle altre donne. No, certamente e lo fa con piena libertà e serenità, proprio perché non teme di tradire la propria moglie che ama intensamente. Quindi questo è un primo segno che l'amore totale verso Dio non c'è, niente di cui vergognarsi, ricordiamo che è un dono speciale, perciò raro e prezioso.
La formazione nei seminari cerca inoltre di distruggere l'affettività, mettendo in cattiva luce e scoraggiando amicizia e rapporti interpersonali: "bisogna amare solo Dio" si continua a ripetere, ma nella Bibbia si dice che non si può amare Dio se non per mezzo dei fratelli. Eppure dai seminari si esce come splendidi modelli di isolamento e solitudine, incapaci di entrare in vera e profonda relazione con gli altri. Questo è un secondo segno che qualcosa non va: si deve reprimere perché non esploda il bisogno di amare e di essere amati, centro dell'essere dell'uomo.
Un altro segno della non presenza del dono del celibato è l'estraniamento dalla vita reale: non si comprendono più gli altri perché la propria vita diventa un'aberrazione, un ghetto, riempito solo di culto, astratte considerazioni culturali, problemi insignificanti e marginali; di solito poi i sacerdoti e i religiosi, in barba ai voti e alle promesse di povertà, non hanno nessun problema economico, perciò si arriva allo spreco di denaro e di mezzi dei quali non si comprende il valore, mentre si ignora la fatica che costa ottenerli a una normale famiglia.
Ora, se non si è ricevuto questo grande dono, l'affettività umana, il nostro bisogno di essere amati e considerati da qualcuno, emerge per forza, proprio perché l'uomo è stato creato così (si vedano i primi capitoli 2 capitoli della Genesi al riguardo), e allora ci si trova di fronte a due strade: si comprende che non esiste il dono del celibato e sinceramente si segue la propria vocazione all'amore verso una donna, scelta che richiede grande coraggio e onestà, oppure si resta nella struttura celibataria sopprimendo la propria vocazione all'amore, autocastrandosi insomma (e il celibato per il Regno dei Cieli è l'opposto della castrazione), e si tira avanti. Nel secondo caso non si cresce nell'amore, perché per resistere contro la propria natura, bisogna erigere muri e difese che portano la persona a inaridirsi, a diventare egoista, a sublimare in altri campi la propria affettività insoddisfatta. Vedremo allora i preti intellettuali, artisti, eruditi, imprenditori, costruttori e così via.
Il problema è che, sulla strada del dono del celibato che non c'è, vengono indotti in tanti, forzati a questo con il sottile ricatto del "lasciare tutto per Cristo", anche se spesso non si lasciano le cose che sarebbe invece bene abbandonare (egoismo, superbia, voglia di carriera e di potere, lussuria che tormenta tanti poveri preti, ecc.) e si abbandonano quelle che ci realizzerebbero come uomini e cristiani.
Credo che di fronte a questa situazione di grande scollamento tra ideale e realtà, il rendere facoltativo il celibato per il sacerdozio non porterebbe che benefici, perché solo chi realmente ha questo dono sceglierebbe, senza fatica e sofferenza, di non sposarsi, mentre chi sente in sé il desiderio di servire fino in fondo il Signore, ma non riesce a vivere da solo, può esercitare il ministero da sposato. Questa liberalizzazione porterebbe anche benefici frutti nella formazione del presbitero, rivalutando valori grandissimi come l'amicizia, i rapporti interpersonali, l'amore sponsale, perché cadrebbe il timore, e chi sceglie il celibato, poiché lo farebbe veramente con libertà, avendo solo buoni frutti dai valori che ora apprenderebbe, senza timore di perdere il suo dono.
La soluzione di riunire i preti per eliminare la solitudine proprio non regge, io stesso provengo da un istituto religioso nel quale si viveva in comune, ma eravamo solo tante piccole isole riunite insieme, senza vero amore, senza vera comunicazione, vi assicuro che è peggio che vivere soli. Il problema è ancora e sempre la formazione.
Comunque ci sono sicuramente altri risvolti da analizzare e mi sembra importante continuare a rifletterci.
Un caro saluto e a presto

Alex Faggian

Ciao Alex,

trovo il tempo di scriverti un pò a fatica, questa volta, ma lo faccio volentieri e non tanto perché sia convinto che queste parole raggiungeranno un vasto pubblico, quanto perché questa riflessione aiuta me, in prima persona. Ho visto che le mie ultime tesi sul celibato non ti hanno trovato pienamente daccordo e credo che a questo punto, per capirci, diventi rilevante conoscere il tipo di esperienza che ci portiamo alle spalle. Tu vieni da una vita comunitaria deludente, io da un celibato solitario. Credo che come legittima reazione sia comprensibile da parte tua desiderare un pò di sana solitudine (non totale, ovviamente) e da parte mia un pò di sana compagnia. Io volevo nella mia lettera prendere un attimo in considerazione coloro che effettivamente hanno la vocazione al celibato, ma non per questo si trovano a loro agio da soli. La rinuncia ad un affetto particolare e ai relativi figli naturali non può voler dire rinuncia ad ogni forma di convivenza. Esistono preti che desidererebbero condividere maggiormente la loro quotidianità. Esistono preti che pur reggendo una parrocchia vivrebbero volentieri in una casa famiglia, magari con una o die coppie sposate (io sarei stato volentieri uno di quelli), ed esistono infine preti (ma qui parliamo della chiesa del 3000!) che vivrebbero bene il loro sacerdozio accanto alla loro chiamata ad essere mariti e padri. Unità della fede e varietà di forme: se non ci entra in testa questo continueremo a guardare la chiesa ottusamente, ognuno dal suo limitato punto di vista. Tu dici una cosa perlomeno discutibile nella tua definizione di "celibato":

In questo atteggiamento l'affettività trova la sua realizzazione nell'amare tutti con eguale intensità, come se tutti fossero la propria moglie o il proprio marito, senza ricevere nulla in cambio.

Io non credo che sia proprio così. Io credo che per un celibe l'amore per Dio superi ogni altro richiamo affettivo e sia la lente con cui guardare ogni persona. Ma questo non significa amare tutti con la stessa intensità e tanto meno significa non "ricevere nulla in cambio". Credo che Dio, quando chiama alcuni figli al celibato, non abbia in mente degli esseri soprannaturali, super risistenti, super equidistanti e capaci di nutrirsi del suo solo Amore. No, ha in mente delle persone normali, che hanno esigenze normali. Amare tutti allo stesso modo non è una cosa normale, è una assurdità, anzi dirò di più: è un modo sottile per non amare profondamente nessuno. Io credo che i preti debbano smettere di pensare alla parrocchia come un luogo di 6000 cristiani battezzati vagabondi che non vengono a messa. Occorre pensarci in piccolo, come le prime comunità, che avevano in mente, sì, il mondo intero, ma badavano anzitutto di amarsi tra di loro. La fede cristiana deve rievangelizzare l'occidente proponendo una fede personale ed un vero amore per l'uomo in quanto tale, con le sue esigenze e le sue qualità. Amare tutti, mi diceva un vecchio amico: "lo fanno solo i preti e le puttane", e questa non è una gran bella prospettiva. Il sacerdote celibe, a mio parere deve poter vivere la propria affettività e non negarla in un "fantomatico" amore a tutti. Viverla, concludendo, significa, laddove uno rinuncia ad una sua famiglia, avere relazioni significative, uniche, importanti. Avere una casa e qualcuno in casa con cui confrontarsi, prendere decisioni, condividere scelte. Avere, fuori casa anche molte relazioni, ma non tutte sullo stesso piano: alcune possono essere più intense di altre, come tutti nella vita ci avviciniamo più ad alcuni ed abbiamo un rapporto più superficiale e distante con tutti gli altri. E' chiaro che se il celibato è quello che dici tu finisce inevitabilmente per distruggere le persone. Sono daccordo, tra l'altro, che esso viene proposto dalla chiesa più secondo la tua definizione che secondo quella che ho espresso io qui. Sono daccordo quando dici che il seminario tende a soffocare l'affettività, tende a reprimerlo fino a sfociare inevitabilmente nella falsità e nei sensi di colpa. E' pure vero, come prosegui, che un celibato mal proposto e mal vissuto evita un confronto con la realtà, allontana dai problemi della gente. I preti, occupati ad accendere e spegnere candele in chiesa, spesso non sanno cosa vuol dire non arrivare coi soldi al 27, non sanno cosa vuol dire non avere un lavoro. E' pure vero che però non tutti i preti sono così. Cerchiamo almeno ora di guardare onestamente la realtà: ci sono molti preti in gamba, preti che prendono posizione contro la mafia e rischiano la vita, preti che difendono i diritti degli ultimi, preti che credono profondamente nella loro missione, denunciano i ritardi della chiesa e restano comunque al loro posto. Non saremmo onesti se non riconoscessimo questo. E' chiaro che il celibato opzionale sarà un bel passo in avanti nel lasciare libere le persone di essere veramente quello che vogliono, ma questa ancora è fantascienza: siamo troppo lontani, a mio parere da quel giorno. Quello che invece potrebbe essere vicino e possibile anche in tempi brevi è quello che ho appena detto. Una proposta di celibato più umano, che non significhi "castrazione", o equidistanza da tutti soprattutto le donne. Quello che è possibile è creare piccole comunità di credenti che hanno voglia di fare un cammino serio, mollando la presa su quelle parrocchie immense in cui si rincorre sempre l'ultimo defunto e l'ultima funzione e così non si cura profondamente il rapporto con le persone. La chiesa di oggi forse non ascolterà il nostro diritto al matrimonio, Alex, e noi pazientemente, le daremo il tempo che le serve. Ma quello che può sicuramente capire e fare è accogliere almeno il grido di coloro che sono ancora preti, che sono ancora legati alla propria scelta celibataria e chiedono però che venga rispettata anche la propria umanità ed il proprio bisogno di essere visti come persone normali. La chiesa farà un gradino alla volta, se deciderà di camminare anche nel nuovo millennio, e noi dobbiamo avere l'intelligenza di non proporle l'impossibile, ma ciò che sta nel prossimo gradino.

Buon Natale, Mauro
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