Universita’ e Ricerca: Le Soluzioni Peggiori del Problema

Michele Castellano
(15/01/2006)

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Ho letto il libro di Roberto Napoletano “Fardelli d’Italia”, Sperling & Kupfer editori, 2005.

Napoletano e’ il vicedirettore del quotidiano Il Sole 24 Ore, ed e’ evidentemente un liberista convinto. Il libro appare come un’accusa al governo Berlusconi per non aver fatto abbastanza nel liberalizzare l’Italia, ma in realta’ gli apprezzamenti per le (poche) cose fatte da questo governo tendono a sembrare piu’ importanti delle molte critiche che vi vengono espresse. Come spesso succede ai liberisti, la critica alla situazione esistente e’ acuta, ben documentata e ha molti aspetti condivisibili, solo che le soluzioni proposte sembrano quasi sempre molto peggiori del problema che vorrebbero risolvere. Qui mi vorrei limitare a commentare il breve paragrafo dedicato all’Universita’ e alla Ricerca.

Le principali critiche che Napoletano fa al mondo universitario (sebbene parli anche di ricerca scientifica, trascura completamente gli Enti di Ricerca, o perche’ ne ignora l’esistenza, o perche’ li considera di scarsa importanza, o perche’ li pone nello stesso calderone dell’Universita’), sono sostanzialmente le seguenti:

 -eccessivo nepotismo di tipo “baronale”

-precoce e generalizzato ottenimento di un posto di ruolo a tempo indeterminato da parte dei docenti

-scarsa quantita’ di ricerca scientifica

-eccesso di iscrizioni a corsi di laurea senza, o con scarsa, predisposizione produttiva, come teoria della comunicazione, curatori di beni culturali o ingegneria manageriale.

 Critiche in larga parte condivisibili, almeno in termini estremamente generali. Quando pero’ si vuole cercare una soluzione o, come nel caso di Napoletano, giudicare la soluzione attuata dall’attuale governo tramite il Ministro Moratti, allora si deve partire obbligatoriamente da un’osservazione che Napoletano non fa, molto probabilmente perche’ non e’ in grado di fare. E cioe’ che non c’e’ “una” Universita’, ma ce ne sono molte, e non parlo di sedi universitarie, ma di “forme” diverse di organizzazione, con obiettivi e leggi di comportamento completamente diversi, presenti in ogni sede, ma separate per discipline.

C’e’ l’Universita’ delle professioni, avvocati di ogni genere e grado in primis, ma anche economisti, dai grandi studi di consulenza, gli architetti e gli ingegneri dell’ordine, firmatari di progetti, piu’ una pletora di professioni piu’ piccole e quasi sconosciute. In questo ambiente alligna facilmente il nepotismo, perche’ le “relazioni” contano almeno, se non piu’, della capacita’, e perche’ di ricerca se ne fa poca, a parte quella del denaro, e l’Universita’ e’ il “bollino blu” per una professione redditizia, o il punto di partenza per una bella carriera politica.

C’e’ l’Universita’ della Medicina, che allunga i suoi tentacoli su altre discipline affini, da Farmacia a Biologia Molecolare, ed e’ anch’essa una professione, solo che, trattando della salute della gente, ha una capacita’ enormemente maggiore di condizionare a proprio favore le situazioni, coniugando il potere baronale al potere economico corporativo.

C’e’ l’Universita’ industriale, cioe’ una parte di Ingegneria, Chimica Industriale e poco altro, che, data la situazione industriale italiana, non e’ ovunque sviluppata allo stesso modo, e non e’ quasi mai un elemento veramente trainante.

C’e’ l’Universita’ scientifica, Fisica, Matematica, parte di Chimica e poche altre cose, tra cui una frazione, quella piu’ “di base”, della Biologia Molecolare, che sfugge ai tentacoli della Medicina, ma ne paga il prezzo. Qui fenomeni di nepotismo sono estremamente rari. Piu’ frequente vedere figli che hanno respirato aria scientifica fin da piccoli intraprendere la loro strada, normalmente in settori completamente diversi dai genitori. Sicuramente hanno un piccolo vantaggio, perche’ conoscono l’ambiente e le sue regole, ma poi devono valere qualcosa per loro stessi.

C’e’ poi l’Universita’ letteraria e filosofica, una volta deputata ad acculturare future casalinghe e a preparare professoresse di Lettere e professori di Storia e Filosofia per la scuola (chissa’ perche’, ma questa distinzione di sessi mi e’ sempre sembrata statisticamente evidente … ma forse sono condizionato dai miei ricordi di gioventu’). Ora questa seconda funzione e’ quasi sparita, ed alcuni laureati in Filosofia, a costo di Master all’estero estremamente costosi, si stanno riciclando in economia. Non che un poco di cultura faccia male ad un economista, ma questi ragazzi hanno perso in questo modo quasi meta’ del loro tempo universitario, e rimarranno comunque senza le competenze di matematica sempre piu’ indispensabili per l’economia moderna.

C’e’ infine l’Universita’ delle nuove lauree, quelle che Napoletano stigmatizza come anticamere assicurate per la disoccupazione, sorte come funghi un po’ dovunque, con lo scopo principale di dare uno sbocco di tipo accattivante e dal nome evocativo alla massa di persone che di una laurea con contenuti professionali non ne avranno mai bisogno. Saranno persone lievemente piu’ informate e colte rispetto all’uscita dalla scuola superiore, ma sostanzialmente senza vere competenze. Pero’ la percentuale di studenti dispersi durante il corso di studi diminuisce significativamente, e questo, se non aiuta il paese, aiuta sicuramente le statistiche.

Non dovrebbe essere nemmeno necessario far notare che quella di cui sopra e’ una schematizzazione, e come tale, se pur aderente alla realta’, almeno per la mia conoscenza ed esperienza, ammette purtuttavia ampie possibilita’ di variazioni ed eccezioni, sia in meglio che in peggio.

Alla luce di questa suddivisione dell’Universita’, rivediamo le critiche fatte da Napoletano, ed esaminiamo anche le soluzioni, attuate o proposte, che sono poi quelle della riforma Moratti.

Partiamo allora dall’accusa di essere un luogo di nepotismo sfrenato, in cui non si entra se non essendo figli o parenti (o amanti, aggiungerei io, ma per pudore evidentemente Napoletano ha glissato sulla questione) di chi gia’ c’e’ e vi detiene un potere. Che in certi settori dell’Universita’, quelli delle professioni e della medicina, che rappresentano una parte non trascurabile dell’Universita’, vi siano ampie evidenze di nepotismo, non e’ negabile, anche se, nonostante alcuni esempi eclatanti pubblicati sulla stampa e citati da Napoletano, non e’ una pratica cosi’ generalizzata come sembrerebbe. Nella realta’ ci sono altri vincoli all’accesso che andrebbero valutati meglio, se si vuole rendere piu’ concorrenziale l’accesso stesso, ma che si riportano tutti allo stesso problema corporativo.

In ogni caso il nepotismo presente nell’Universita’ non e’ maggiore di quello riscontrabile, ad esempio, tra i Farmacisti titolari di licenza, o tra i Notai, e basterebbe guardare le targhe degli studi di avvocati o di commercialisti per capire che la tradizione famigliare e’ in realta’ una tradizione molto ben consolitata nelle corporazioni delle professioni, con il tacito ma fattivo avvallo degli Ordini Professionali. Il fenomeno riscontrabile nell’Universita’ non e’ che la conseguenza di quello piu’ generale nel mondo professionale italiano, caratterizzato da corporazioni chiuse, gelose dei propri privilegi e molto attente a difenderli. Cercare quindi di risolvere il problema universitario agendo solo sugli ordinamenti universitari e’ inutile e sbagliato. Bisogna invece che la politica dimostri la forza di rompere l’impenetrabilita’ e l’egoismo delle corporazioni, liberalizzando le professioni a vantaggio della societa’ intera (ma la politica sta diventando essa stessa una corporazione). L’Universita’ ne seguira’ di conseguenza l’esito, magari con piccole regole per le situazioni specifiche. Val la pena di precisare che una delle corporazioni piu’ privilegiate e piu’ chiuse, in cui il nepotismo e’ piu’ la regola che l’eccezione, e’ proprio quella dei giornalisti, ma Napoletano sembra non vedere queste cose.

Dal punto di vista della ricerca scientifica, un intervento liberalizzatore contro il nepotismo porterebbe vantaggio solo ad una parte, seppur consistente, della ricerca in Biologia Molecolare e campi affini che, anche se se ne parla molto ed e’ la disciplina con piu’ prospettive di sviluppo, rappresenta pur sempre una parte piccola dell’intera ricerca scientifica che viene svolta nelle Universita’. In ogni caso, di interventi concreti contro il nepotismo non ve ne e’ traccia nella riforma Moratti, ne’, per quello che ho detto, ce ne era da aspettarsene. Napoletano invece lancia grandi grida di gioia per la “novita’ “del concorso nazionale con idoneita’ a tempo introdotto per l’accesso ai due livelli di docenza. A parte che questo e’ l’unico elemento della riforma cui il mondo universitario si e’ dichiarato favorevole, e quindi non e’ di rottura di nessuna corporazione, si tratta in realta’ di un ritorno all’antico, abbandonato per l’eccesso di “mercato delle vacche” che veniva fatto prima e durante ogni concorso. Il fatto che i concorsi locali si siano dimostrati una soluzione peggiore non da’ alcun elemento di salvificita’ al concorso nazionale, semplicemente tutto tornera’ come prima. La selezione in ingresso e per la progressione di carriera e’ un grosso problema, la cui soluzione richiede una profonda ristrutturazione della struttura gerarchica e delle responsabilita’ individuali. Chi ha letto qualche altro mio scritto in questa sezione sapra’ che io non considero possibile la selezione del “migliore” attraverso un concorso generalista. D’altra parte questo tipo di concorso esiste solo in Italia, e solo per il settore pubblico, poiche’ nessuna realta’ privata si affiderebbe ad un sistema cosi’ inefficente e casuale per selezionare il proprio personale.

Napoletano inpiega poi alcune pagine, e molti dati, per dimostrare che in Italia abbiamo la piu’ alta percentuale di docenti universitari a tempo indeterminato, in confronto a quelli a tempo determinato, rispetto alle altre nazioni. A parte che la cosa e’ vera, al di la’ di indeterminazioni statistiche e fatti contingenti, solo rispetto a USA e Germania, credo che sia tutto da dimostrare che la cosa sia negativa e debba essere modificata, specialmente come cerca di fare la riforma Moratti. In Italia, grazie ai blocchi alle assunzioni e alle riduzioni di finanziamento alle universita’, l’eta’ media dei docenti universitari e’ aumentata enormemente, e ora abbiamo una docenza sostanzialmente vecchia e concentrata sui livelli piu’ alti. Non ci sono giovani in un rapporto “sano” con le fasce piu’ anziane, giovani che sono tipicamente quelli con maggior percentuale di posizioni a tempo determinato, cioe’ precari, per chiamarli con il loro vero nome, per cui e’ anche comprensibile lo squilibrio numerico generale.

Nei riguardi di USA e Germania la differenza e’ invece strutturale, ma le cose vanno analizzate un po’ meglio, prima di concludere che in colpa siamo noi.

E’ vero che negli USA le posizioni universitarie temporanee sono in percentuale maggiori che da noi (nonche’ in ogni altra parte del mondo tranne che in Germania), ma sono anche verificate contemporaneamente tre condizioni:

 

1) le posizioni temporanee sono rinnovabili indefinitivamente, anche fino alla pensione dell’interessato.

2) sono pagate molto bene, con tutti i benefits di una posizione permanente.

3) il mercato fuori dell’universita’, per chi dovesse eventualmente lasciarla, e’ molto ricco, con stipendi anche piu’ alti che nell’universita’, ed un impiego qualsiasi, nel caso di assoluta necessita’, e’ quasi garantito, perche’ la qualificazione universitaria e’ molto richiesta.

 

Queste considerazioni dovrebbero gia’ far capire la logica criminale della riforma Moratti, ma ci arriveremo con calma.

Per quanto riguarda la Germania, c’e’ da osservare invece che vi e’ rimasta la struttura feudale delle “baronie” molto ristrette che era presente anche in Italia prima del ’68. Ritenere quella situazione un esempio da imitare denota prima di tutto una scarsa prospettiva storica, e poi un’assoluta ignoranza delle dinamiche internazionali. Infatti il sistema tedesco sta scricchiolando decisamente, perche’ era stato tenuto in piedi, oltre che dalla passione tedesca per le gerarchie, anche da una continua espansione, per cui non erano mancati mai i posti temporanei da rinnovare, e perche’ l’assunzione nell’industria era sempre comunque garantita da un’economia in cui la ricerca e l’innovazione hanno continuamente avuto un ruolo predominante. Inoltre, il mondo della ricerca tedesca non e’ limitato alle Universita’, ma ci sono anche i laboratori, come la serie dei Max Planck Institutes, che rappresentano i centri di eccellenza ed hanno regole diverse. Un po’ come i nostri Enti di Ricerca, del tutto ignorati da Napoletano. Ora che l’economia sta subendo una stagnazione, e che l’incremento demografico si e’ arrestato, il mondo universitario tedesco sta passando un periodo di turbolenze, forse un presagio di un ’68 ritardato, perche’ il meccanismo sta ponendo sotto pressione tutti gli strati bassi della docenza, che trovano anche meno sbocchi lavorativi al di fuori dell’universita’. In ogni caso un esempio di come ci si puo’ ridurre non adattandosi alle mutazioni della societa’, e non un esempio da seguire.

La soluzione Moratti, che tanto piace a Napoletano, riduce a due i livelli della docenza, spostandone quindi in la’ nel tempo l’accesso, e sostituendo il ruolo dei ricercatori con dei contratti a tempo determinato di cinque anni rinnovabili una sola volta. L’accesso ai ruoli di docenza avviene poi con concorso nazionale che da’ una specie di abilitazione con validita’ limitata a cinque anni, e nell’elenco degli abilitati le varie Facolta’ possono chiamare i propri prescelti.

Un sistema abnorme che genera grossi problemi e non ne risolve nemmeno uno.

E’ vero che mancano i decreti attuativi, senza i quali tutto queste belle cose non sono altro che chiacchere, perche’ non si ha la piu’ pallida idea di come questi “principi” si concretizzeranno in operazioni reali, ma in ogni caso qualche considerazione generale e’ possibile farla.

L’aspetto piu’ evidente e’ la “precarizzazione terminale”. Con questo neologismo intendo un periodo di precariato lungo abbastanza da portare la persona fuori mercato per soluzioni alternative, ma a termine assoluto, cosa che, come avevo osservato nel caso degli USA, non esiste da nessuna parte nel mondo. Uno studente in regola ottiene il dottorato intorno ai 27 anni, che possono facilmente diventare 28 per piccoli sfasamenti tra laurea e dottorato. Dieci anni di precariato, con lo “sfrigo” sempre presente quando si parla di contratti pubblici, che hanno bisogno di molti mesi per operazioni che altrove si completano in una settimana, e si arriva alla soglia dei 40 anni. A quell’eta’, se non si e’ assunti nell’Universita’, istituzione che ha usufruito del lavoro degli anni migliori, non si ha alcuna possibilita’ di trovare un lavoro al di fuori, almeno in Italia. Su questo non credo possano esistere dubbi, anche se spesso si sente dire che la situazione cosi’ e’ insostenibile e deve cambiare. Ebbene, prima la si cambi e poi si precarizzi cosi’ a lungo le persone. Il viceversa significa rovinarne definitivamente la vita. Poiche’ nella realta’ si ha una visione piu’ concreta delle situazioni rispetto a quello che presuppongono le leggi, probabilmente questo schema semplicemente non funzionera’, non verra’ seguito, e si avra’ un ulteriore riduzione dei processi di accesso dei giovani nell’Universita’, ovviamente tranne per quelle situazioni in cui l’accesso all’Universita’ non dipende dalla qualita’ della propria attivita’ nel periodo cosiddetto precario, ma solo dall’appartenenza alla corporazione. Questo aspetto e’ ulteriormente evidenziato dalle nuove procedure di concorso, con l’idoneita’ a tempo. E’ ovvio a chiunque abbia una minima conoscenza dell’Universita’ e dei suoi meccanismi che vincere un concorso senza avere l’appoggio e la decisione della chiamata gia’ in tasca non serve a niente. Gli anni passeranno e l’idoneita’ scadra’. Non sara’ cambiato assolutamente nulla rispetto al vecchio mercato delle vacche cui i concorsi locali avevano sperato di porre un limite. Sara’ un semplice ritorno all’antico, con in piu’ il periodo di “attesa inutile” da parte di chi, per qualche imperscrutabile ragione, abbia vinto un concorso senza il consenso dell’ambiente che lo dovrebbe chiamare sul posto effettivo. Ancora una volta sara’ premiato il meccanismo caro alle corporazioni, altro che lotta alle stesse. Il “nuovo” e’ solo un loro grosso favore, come non poteva essere altrimenti, vista il riferimento sociale di questo governo.

Da buon corporativo per eccellenza, Napoletano non puo’ che esserne contento…. semplicemente confonde, o mistifica, le ragioni per esserlo.

Non che l’Universita’ stessa non abbia contribuito di suo, ovviamente. In molte facolta’ al di fuori dell’area delle professioni, area in cui la carriera e’ spesso determinata dai rapporti di potere ed economici esterni all’Universita’ stessa, la cosiddetta autonomia ed i concorsi locali hanno prodotto molte storture, la piu’ grave delle quali e’ stata la quasi chiusura dell’accesso ai giovani, anche in assenza delle limitazioni e tagli introdotti dall’attuale governo. Il meccanismo e’ stato molto semplice: poiche’ non vi erano piu’ limiti di organico, ma solo limiti di spesa, il semplice fatto che il passare un Ricercatore a Professore Associato, o un Professore Associato a Professore Ordinario, costa, in termini di risorse aggiuntive, molto meno che assumere un nuovo Ricercatore, e a volte puo’ risultare addirittura in un piccolo risparmio (non e’ il caso che dettagli questo fenomeno apparentemente paranormale, ma e’ purtroppo la realta’ dei meccanismi retributivi pubblici), ha comportato una generale operazione di promozione interna, a scapito di nuove assunzioni. D’altra parte, in assenza di poteri extra universitari di controllo e distribuzione di prebende, e’ difficile resistere alla pressione da parte di chi vuole, anche giustamente, fare carriera. Solo che si e’ esagerato, per cui la classica e corretta distribuzione, nei diversi livelli di carriera, a piramide tronca, con una base piu’ ampia ed un vertice piu’ stretto, che era gia’ diventata una specie di botte, con un ventre abnormemente largo per l’immissione in ruolo derivante dai giudizi di idoneita’ degli anni ’70, e’ ora diventata una piramide tronca capovolta, con un vertice ipertrofico sostenuto, in modo traballante, da un’esigua base, risultando alla fine in un aumento di costo per singolo docente, ma non in un aumento dei docenti.

Ovviamente questo non sembra un problema, ne’ per il buon Napoletano ne’ per il Governo che, anzi, ha eliminato del tutto il ruolo dei Ricercatori, cosi’ che non si possa piu’ dire che sono troppo pochi.

Un’altra critica di Napoletano al mondo universitario e’ di avere una scarsa produzione scientifica. La critica, come quasi tutte le altre, e’ corretta e facilmente documentabile. La scarsita’ di ricerca non dovrebbe essere una sorpresa, visto che una larga parte del mondo universitario considera l’Universita’ un trampolino per poter meglio organizzare e gestire i propri affari privati, ma, in ogni caso, come ho detto all’inizio, esiste una ampia fascia che la ricerca la fa, seppure con risultati inferiori a quanto ci si potrebbe aspettare.

Non e’ molto chiaro come Napoletano riterrebbe opportuno risolvere questo problema, ma sembrerebbe che ne dia responsabilita’ al fatto che i docenti universitari arrivano ad una posizione a tempo indeterminato troppo presto, e non ci sia piu’ alcun controllo sulla loro produzione scientifica. Come spero di aver reso chiaro, questo e’ un problema che si riferisce solo ad una parte del mondo universitario, quella che una attivita’ di ricerca in ogni caso la svolge, e non ha affari e commerci di vario genere al di fuori dell’Universita’, entro cui invece svolge l’intera propria attivita’. Un fatto che e’ gia’ di per se’ stesso un merito, non riconosciuto nello stipendio universitario, specialmente dopo gli interventi di questo governo, molto piu’ sensibile alle esigenze delle professioni che a quelle della ricerca. A parte un periodo di inizio carriera, quando si deve ancora chiarire la corrispondenza tra il desiderio personale e le reali capacita’, per cui una posizione a tempo definito e’ sicuramente adatta e permette una scelta consapevole, da entrambe le parti, se e come proseguire una attivita’ scientifica, e l’entusiasmo giovanile fa superare di slancio i problemi posti dall’insicurezza del posto di lavoro, e’ invece universalmente riconosciuto che successivamente un profiquo lavoro di ricerca ha bisogno di una ampia tranquillita’ personale. Sto parlando di un vero sforzo creativo, non di un banale impiego di routine, che spesso e’ presente anche nel mondo della ricerca, sforzo e creativita’ che ha bisogno di tempo, per poter compiere errori e correggerli, per sviluppare un’idea non ortodossa, e che non puo’ adattarsi ai tempi brevi dei risultati immediati, delle pubblicazioni frettolose e in serie necessarie per ottenere il rinnovo del contratto, per superare potenziali concorrenti, per continuare a sperare di avere uno stipendio, poter formare una famiglia, programmare una vita. Tranquillita’ personale che non significa affatto nessun controllo. In realta’ per larga parte della propria carriera, i docenti universitari un controllo lo hanno, nei concorsi per passare ad un livello superiore, ed e’ solo dopo aver raggiunto il livello piu’ alto che effettivamente non vi e’ piu’ alcun riscontro reale dell’attivita’. Non credo non ci sia alcun ostacolo, da parte del mondo universitario che fa ricerca scientifica, a introdurre verifiche periodiche, cui legare gli sviluppi di carriera economica, anche se non e’ poi tanto facile come sembra pensare Napoletano stabilire chi controlla chi, per evitare un lassismo generalizzato ma garantire un controllo di contenuto e non semplicemente formale. Qualche difficolta’ la porrebbe probabilmente quella parte abbondante di universita’ che la ricerca praticamente non sa cosa sia. In ogni caso non e’ questa l’intenzione del governo, che ha invece introdotto un vero e proprio ostacolo a tempo e ha sposato l’idea che una totale insicurezza sia di per se’ stessa foriera di grandi scoperte scientifiche, lasciando la definizione del futuro delle persone alle clientele e al familismo tanto cari alle corporazioni professionali, e chi crede che il concorso nazionale possa rappresentare un ostacolo, evidentemente era distratto o impegnato in altro quando il concorso nazionale era gia’ la regola, e le corporazioni facevano assolutamente quello che volevano.

Lo stesso Napoletano riconosce che gli studiosi italiani che vanno all’estero producono di piu’. Un elemento che lui non mette in evidenza, ma che e’ implicito nelle statistiche che porta, e’ che questo avviene anche per quegli studiosi che, pur avendo una posizione a tempo indeterminato in Italia, vanno all’estero per un certo periodo. Questo significa che non e’ la persona a produrre poco, ma la condizione in cui si trova in Italia, con scarse attrezzature, scarsi supporti tecnici e scarsissime risorse economiche a fare la differenza. Basterebbe l’osservazione che piu’ del 90% delle risorse delle Universita’ sono destinate a stipendi e spese fisse. La ricerca, quando puo’, dipende sostanzialmente da finanziamenti esterni, fondi ministeriali o finanziamenti della Comunita’ Europea per progetti definiti.

Anche in queste condizioni, un poco di ricerca si riesce a fare, specialmente ricerca di base, senza fini applicativi. Per la ricerca di maggior interesse applicativo ci sono altri elementi che la limitano, tra cui sostanzialmente il fatto che non esiste una struttura industriale capace di usarla, se pure venisse fatta, come ho cercato di dire in una nota apposita sul finanziamento della ricerca applicata [http://xoomer.virgilio.it/mikecas/scienza/Investire%20nella%20Ricerca%20Scientifica.html].

Il problema della scarsa ricerca scientifica in Italia non si risolve certo riducendo i ricercatori, assicurando loro un lungo periodo di precariato con nessuna garanzia di poter poi continuare, e perdipiu’ a salario estremamente basso, con difficolta’ nel potersi garantire una pur minima pensione. Il risultato delle ultime riforme sembra il meccanismo del bastone e della carota, dove pero’ la carota non c’e’.

Un’osservazione critica di Napoletano e’ pero’ completamente condivisibile perche’, non portando lui alcuna possibile soluzione, non vi e’ l’ovvio scontro tra una visione totalmente liberista come la sua ed una che lo e’ molto meno come la mia, che apprezza quel minimo di sicurezza che una adeguata solidarieta’ sociale puo’ permettere. L’osservazione condivisibile e’ sul fatto che sempre piu’ studenti si iscrivono a corsi diciamo “innovativi”, come Scienza della Comunicazione, Ingegneria Manageriale, o classici come Giurisprudenza e Psicologia, accomunati dall’essere anticamere per la disoccupazione, mentre sempre meno si iscrivono ai corsi per cosi’ dire “duri”: Matematica, Fisica, Chimica, Ingegneria (i corsi classici dell’Ingegneria). Purtroppo la realta’ e’ effettivamente questa. Napoletano alza alti lamenti, ipotizza declini della nazione, accusa la TV e i miti che esporta, ma non da’ possibili modi di porre rimedio a questa situazione. Il perche’ si ha questa situazione nell’Universita’ e’ invece abbastanza chiaro, e coinvolge l’intero sistema industriale italiano in primis, sistema che sta molto caro a Napoletano, il quale non ritiene debbano essergli ascritti troppo colpe, anzi, pretende ancora piu’ attenzioni per le sue esigenze.

Ma il sistema industriale italiano e’ un sistema ridotto alla canna del gas, un sistema che cerca di fare concorrenza alla Cina sul costo del lavoro, giusto per fare un esempio. Senza una adeguata presenza nei settori di alta tecnologia che sono stati invece abbandonati alcuni decenni fa in favore di rendite di posizione. Un sistema in cui i capitali servono per speculare finanziariamente, non per sviluppare attivita’ produttive. Questa situazione sta arrivando ormai al suo limite, e l’intera nazione ne sta pagando i costi. La struttura industriale italiana attuale non ha bisogno di Ingegneri, ne’ di altre figure culturalmente e professionalmente alte, e per di piu’ non li vuole pagare piu’ dei livelli piu’ bassi. Quindi che serve a fare studiare duramente Chimica, Fisica, Ingegneria, perche’ sono ancora corsi di laurea piu’ duri e selettivi degli altri, quando poi non vi e’ alcuno sbocco lavorativo adeguato agli studi, agli sforzi e alle aspirazioni? (e’ ovviamente un discorso medio…. piccole eccezioni esistono ancora, ma non so per quanto). Il tipico risultato e’ andare a finire in un Call Center  a 800 euro al mese, come co.co.co. o l’equivalente odierno che, avendo i contributi previdenziali (difficilmente unificabili con alcun altro contributo, quindi una beffa) fanno gridare al miracolo di questo governo e della Legge Biagi al buon Napoletano, che tanto a lui il suo ricchissimo stipendio, con tutti gli extra-benefits, non glieli toglie nessuno. O a lavorare in nero in piccolissime imprese, con il titolare anche lui con l’acqua alla gola, per 12 ore al giorno senza straordinari, e con salari che arrivano quando possono. Anche lavori che erano considerati privilegiati pochi anni fa, come l’impiegato di banca, sono ormai, per i nuovi arrivati, allo stesso livello di sfruttamento, temporanei, senza limiti di orario e pagati pochissimo.

Prima di parlare, e di chiedere a gran voce ancora piu’ flessibilita’, piu’ precariato, dall’alto di una posizione intaccabile ed estremamente ben retribuita, bisognerebbe aver vissuto un poco nell’ambiente dei giovani d’oggi. Ma quelli che non sono figli di una corporazione, e devono veramente conquistarsi ogni giorno il necessario per sopravvivere, con la possibilita’ di programmare un minimo del proprio futuro ridotta ormai ad una vera utopia. A questo punto meglio seguire un corso che non insegna niente, ma non fa faticare, e sperare che qualcosa succeda…. magari di vincere il Superenalotto.

E la probabilita’ di ottenere qualcosa in piu’ dalla vita non e’ poi tanto diversa, se l’intero paese non cambia fortemente direzione, incominciando a rigettare le false ricette liberiste, buone solo per rendere piu’ ricchi i ricchi, ma documentatamente incapaci di portare un poco piu’ di benessere per tutti.

Le parole d’ordine di investire di piu’ nell’istruzione, nella ricerca, in produzioni ad alto contenuto innovativo sono sempre valide. Bisogna sapere come realizzarle veramente, costringendo anche tutti a darsi da fare in modo produttivo, penalizzando le rendite e stroncando le corporazioni.

L’Universita’ seguira’ l’andamento generale, e potra’ tornare ad essere un centro di cultura ed innovazione efficiente solo se il paese tornera’ ad essere efficiente.

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