Universita’ di massa e Centri d’Eccellenza
Michele Castellano
(24/12/2006)
Scarica la versione PDF
Negli ultimi mesi sui quotidiani italiani si e’ sviluppato un acceso dibattito sull’universita’ ed i suoi problemi, veri o presunti, a cavallo delle discussioni sulla Legge Finanziaria 2007.
Il via e’ stato dato da un articolo di Mario Pirani su Repubblica del 26/10/2006, seguito da qualche lettera’ e da un’ottima risposta, sempre su Repubblica, di Salvatore Settis del 7/11/2006, recuperabile su rassegna stampa.
Successivamente un articolo di Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera (il 14/11/2006) ha suscitato le risposte contrarie di Figa’ Talamanca su Il Riformista e di Marco Bascetta su Il Manifesto.
Nello stesso tempo c’e’ stato anche un ottimo articolo di Marcello De Cecco su Repubblica.
Questo e’ il panorama al momento, e la discussione e’ interessante e merita qualche commento, perche’ non e’ una polemica contingente, ma riguarda l’intera politica dell’istruzione superiore in Italia ed il futuro industriale del nostro paese.
Partendo dall’inizio, Pirani mette fin troppa carne al fuoco e, tutto sommato, fa anche un po’ di confusione. Al di la’ di alcune scontate frecciate sugli automatismi stipendiali dei professori universitari, la sua tesi principale e’ che, se anche vi sono ragioni per lamentarsi dei tagli proposti dalla legge finanziaria, il diritto a lamentarsi da parte dei sindacati universitari e’ indebolito dal non essersi mai opposti alla proliferazione delle sedi universitarie, spesso per ragioni clientelari. Anche molte “promozioni” a professore universitario di politici o faccendieri in queste sedi di nuova e discutibile istituzione e’ un elemento di dispersione di risorse. Su questo porta diversi esempi concreti.
Il ritenere che sia compito dei sindacati opporsi al proliferare delle sedi universitarie, che comportano anche aumento di posti di lavoro per personale non laureato, non fa onore a Pirani, perche’ tende a favorire l’estensione alla politica dell’attivita’ sindacale che e’ gia’, a mio parere, fin troppo abbondante. Ma non e’ questo il punto principale. Pirani mescola l’ampliamento dell’offerta di istruzione universitaria, l’universita’ di massa, tipico di tutto il mondo occidentale, con il clientelismo politico-faccendiero molto piu’ proprio della societa’ italiana, particolarmente virulento sotto il governo Berlusconi. Sono due aspetti completamente diversi, ed il confonderli non aiuta certo a capire cosa fare per limitarne i danni.
Ha quindi buon gioco Settis a far notare come l’offerta universitaria sia in Italia ancora molto ridotta rispetto agli altri paesi europei, per non parlare degli USA, e quindi il problema non e’ il numero degli atenei di per se’ stesso, ma la qualita’ degli stessi. Settis riporta il dibattito nel solco che io credo corretto, e che sara’ il tema principale di questo commento, e cioe’ come far convivere universita’ di massa e centri di eccellenza.
Va sicuramente osservato che i primi provvedimenti di Mussi come Ministro dell’Universita’ e della Ricerca siano stati di revoca alle autorizzazioni per l’istituzione di alcune universita’ private in cui era eclatante l’aspetto clientelare, nonche’ della forte limitazione di forme di “facilitazioni” al raggiungimento del titolo di studio.
L’intervento di Giavazzi, fortemente provocatorio, o almeno spero che lo sia, e che lui non sia seriamente convinto di quello che ha scritto, e’ solo apparentemente su un tema diverso, perche’ alla fine si arriva allo stesso problema.
Giavazzi, sposando una visione di liberismo sfrenato, si scaglia contro l’essere il costo dell’universita’ a carico della collettivita’ e non dei fruitori, e contro i meccanismi automatici di carriera e del relativo incremento economico del mondo accademico. Meccanismi che tendono a livellare tutto, permettendo anche una vita di puro parassitaggio ed essendo di forte ostacolo allo sviluppo di centri di qualita’ superiore, che dovrebbero essere remunerati maggiormente. La mancanza di concorrenza e’ poi, secondo Giavazzi, la causa principale della stagnazione della ricerca e del corporativismo al ribasso nelle assunzioni dei giovani aspiranti all’attivita’ accademica.
Alle esagerazioni piu’ evidenti di Giavazzi hanno gia’ provveduto a rispondere Figa’ Talamanca e Bascetta, e non vale la pena di ripetere le stesse argomentazioni. Su altri aspetti dell’intervento di Giavazzi, che sono riportabili all’efficienza della struttura universitaria, alle sue regole interne ed alla mancanza di promozione di settori di eccellenza, la risposta va collegata a quella relativa all’articolo di Pirani.
Come ho ormai ripetuto molte volte, ogni universita’ e’ in realta’ composta da molte universita’ diverse, con regole di comportamento proprie, tipiche di quelle parti della societa’ civile cui si riferiscono. Semplificando, e’ facile identificare l’universita’ delle professioni e delle corporazioni, l’universita’ dell’industria e quella scientifica. Ma in realta’ le suddivisioni sono ancora piu’ fini, senza dimenticare il macigno della medicina, che solo formalmente fa parte delle professioni corporative, perche’ in realta’ e’ un intero mondo di per se’ stesso. E a questo proposito basta leggere l’articolo di De Cecco, che illustra solo la pura realta’.
Questo significa che ogni critica all’universita’ va accompagnata dalla precisazione di “quale” universita’ si parla, perche’ lasciando la cosa imprecisata, si ottiene solo il risultato di apparire non credibile agli occhi di chi conosce un’universita’ diversa.
Questo e’ l’errore che fa Giavazzi, che probabilmente concentra le sue esperienze nell’economia, che e’ inoltre un settore ibrido, con i piedi in diverse scarpe. Lui generalizza la sua visione (diciamo un po’ parziale) dell’universita’ che conosce, in cui predomina l’aspetto ideologico, e l’estrapola a tutto il mondo universitario e della ricerca, dando poi una possibile soluzione che e’ ovviamente del tutto ideologica, e ovviamente basata sull’ideologia che piace a lui.
Se il mio giudizio che nell’economia predomina l’aspetto ideologico sembra eccessivo, invito a leggere la relazione del panel di economia nominato dal CIVR e di cui il Prof Giavazzi faceva parte, nonche’ la relazione di minoranza e la relativa controralazione (un breve riassunto e’ ritrovabile in un mio articolo precedente). Un litigio illuminante sulla capacita’ del settore di identificare le attivita’ meritevoli e distinguerle da quelle meno meritevoli.
Nulla che abbia a che fare con la scienza, ma e’ chiaro a tutti, compresi molti economisti, che l’economia non e’ ancora una scienza, e che difficilmente lo sara’ mai.
Bisogna quindi tornare alla corretta impostazione di Settis: il rapporto non facile tra universita’ di massa e centri di eccellenza. In linea di principio un paese a capitalismo avanzato ha bisogno di entrambi gli aspetti. Deve cercare di dare una maggiore istruzione a tutta la sua forza lavoro, ma nello stesso tempo deve mantenere la capacita’ di sviluppare dell’istruzione di eccellenza per le persone piu’ capaci, legata alla ricerca e all’innovazione. Che i due aspetti non potessero convivere nella stessa istituzione e’ diventato chiaro negli ultimi decenni, ma la modifica del sistema dell’istruzione per adeguarsi al cambiamento di prospettiva non e’ uguale nei paesi industrializzati.
La situazione italiana e’ resa ancor piu’ complicata dalla condizione dell’industria nazionale, che non ha assolutamente bisogno, in media, di personale ad alta qualificazione, dato il suo tipo di prodotto.
Questo spiega perche’, nonostante il numero molto ridotto di laureati che il nostro sistema di istruzione produce, non si riesca ad avere un loro totale assorbimento nel mondo del lavoro all’altezza della loro qualifica. E spiega anche il proliferare di corsi di laurea del tutto inutili ma dai nomi accattivanti.
Ma cio' e’ pero’ vero solo per l’universita’ cosiddetta “industriale” e quella “scientifica”. Per l’universita’ delle professioni corporative, le regole sono diverse, e predomina sostanzialmente il nepotismo ed il clientelismo, che sono le regole delle corporazioni che controllano l’accesso alle professioni e ne garantiscono il “rendimento economico”.
La ricetta liberista ad oltranza di Giavazzi risulta quindi del tutto inefficace, perche’ non applicabile ad alcuna delle varie “universita’ “ attuali, nemmeno per il suo microcosmo del settore economico, perche’ tutte sono legate al grande mondo esterno, da cui derivano le proprie regole, e se si vuole cambiare qualche cosa di serio nell’universita’, bisogna cambiare la parte del mondo esterno che ne e’ il “referente”. Pero’, se un richiamo ha ragione d’essere, e’ verso la necessita’ di avere delle scuole di eccellenza, in cui predomini la capacita’ personale, e sia adeguatamente retribuita. Ma allora parliamo di una universita’ diversa, che non esiste, nella realta’ italiana. Esistono, nel mare dell’universita’ di massa, dei gruppi di particolare valore, che riescono a volte a fare anche scuola, ad autoriprodursi e a migliorare. Questi gruppi, se adeguatamente stimolati e finanziati, potrebbero diventare il nucleo di centri di eccellenza. Ma il problema e’ molto piu’ generale, e vale la pena di analizzarne alcuni aspetti.
L’universita’ di massa e’ sorta sotto la spinta di motivazioni non sempre omogenee. Da un lato l’evoluzione del lavoro nel mondo occidentale verso attivita’ a sempre maggiore contenuto scientifico e tecnologico ha spinto ad allargare l’istruzione superiore oltre il precedente limite degli aspiranti, o gia’ appartenenti, alle classi dirigenti. Su questa necessita’ oggettiva si e’ poi inserita una certa spinta verso una maggiore uguaglianza sociale, che richiedeva la possibilita’ per tutti di accedere ai massimi livelli di istruzione. Per un certo periodo di tempo queste due ragioni hanno convissuto, e si e’ avuto l’enorme incremento degli accessi all’universita’ che conosciamo, specialmente negli USA, ma anche in Europa occidentale, seppure in modo minore e con grosse differenze tra i vari stati.
E’ risultato pero’ evidente, specialmente negli USA, che la diffusione dell’istruzione superiore si e’ venuta alla fine a scontrare con il concetto di una universita’ sede contemporaneamente di didattica e ricerca, in cui la didattica di eccellenza trae dalla ricerca le sue motivazioni e le sue metodogie. Il limite incontrato era duplice: da un lato il costo per mantenere un livello di eccellenza in ogni universita’ risultava superiore a quanto il paese (e stiamo parlando degli Stati uniti d’America) potesse sopportare, ma dall’altro risultava sempre piu’ evidente che alla maggior parte degli aspiranti laureandi non interessava assolutamente un livello di eccellenza, che non sarebbero comunque mai stati in grado di raggiungere. Un compromesso e’ stato facilmente raggiunto, con un largo numero di universita’ dedicate ad un’istruzione di livello medio-basso, diffuso pero’ su tutto il territorio, ed in grado di garantire una cultura media accettabile, anche se difficilmente spendibile direttamente nel mercato del lavoro in quanto tale. Questo e’ un discorso complesso e non facile da comprendere, ma il livello culturale raggiungibile con un tipico percorso universitario negli USA in universita’ cosiddette “didattiche” e’ completamente slegato rispetto al mercato del lavoro, per cui un laureato in storia o filosofia facilmente trova l’unica sua possibilita’ di sostentamento nel fare il portiere d’albergo…. sicuramente piu’ colto della media.
Un numero limitato di universita’ e’ pero’ in grado di dare un’istruzione di eccellenza, e, con un efficace sistema di borse di studio, lo permette anche a persone non in grado di pagare le rette astronomiche che rappresentano la vera barriera e selezione d’ingresso. L’aspetto economico esclusivo significa anche, come e’ ormai noto per il caso di Bush, che l’accesso a chi puo’ permettersi di pagare cifre elevatissime o offrire donazioni particolari, e’ possibile anche se non si superano i livelli minimi normalmente richiesti per l’ammissione. Il fatto che si tratti in ogni caso di poche persone non eliminina la sensazione classista. Ma tant’e’.
Una soluzione analoga e’ attuata in Inghilterra. In Francia la tradizione napoleonica delle Grand Ecoles rende in pratica la situazione molto simile, anche se il livello medio delle universita’ e’ ancora abbastanza alto. L’universita’ tedesca e’ rimasta sostanzialmente immutata fin’ora, con la sua struttura ottocentesca, e sta collassando in questi giorni, sia per l’insostenibilita’ dei costi, sia per la struttura professorale del tutto baronale. La discussione su come evitare la sua completa rovina e’ in pieno sviluppo, ma, pur tenendo conto delle forti autonomie dei Land anche in questo campo, non e’ prevedibile una soluzione molto diversa. In Italia la situazione mi sembra assai piu’ complessa. Da un lato predomina la concezione dell’equivalenza di ogni universita’, con un costo di frequenza tra i piu’ bassi del mondo occidentale, e l’universita’ e’ considerata la sede di eccellenza della ricerca scientifica, ma poi i finanziamenti sono cosi’ scarsi da rendere sempre piu’ difficile l’effettuazione effettiva della ricerca stessa. Inoltre, per questa difficolta’ economica, e nonostante la popolazione studentesca italiana sia ancora proporzionalmente inferiore alla media, le universita’ sono costrette a fare a gara per attirare studenti, il cui numero e’ alla base dei finanziamenti statali. Questa rincorsa allo studente si svolge aumentando le offerte di corsi dai nomi e dai contenuti accattivanti, alla moda, e che offrano poche difficolta’ reali. Anche cosi’ pero’ un titolo di studio superiore non riesce ad avere reale attrattiva per la scarsa richiesta del mondo del lavoro, o meglio, per la sua scarsa remunerazione. L’industria nazionale e’ per gran parte piccola, non fa ricerca ne’ innovazione di prodotto, e quindi non ha bisogno di persone di istruzione molto alta. Anzi, ne ha paura anche quando sono disposte ad accettare lavori di livello inferiore alla loro preparazione. Sono questioni che avevo gia’ affrontato in due precedenti articoli, sul finanziamento della ricerca scientifica e sul Dottorato di Ricerca.
Siamo quindi in una situazione in cui ogni universita’ pretende di poter dare il massimo livello di istruzione, ma la realta’ oggettiva del mondo del lavoro e dei finanziamenti dedicati all’universita’ stessa non fanno altro che ridurre continuamente il livello di istruzione medio. Questa spirale perversa sta ormai coinvolgendo anche i pochi livelli di eccellenza che erano riusciti a sopravvivere, in qualche modo, alle ultime ondate di “riforme universitarie”. Ora rischiamo veramente di essere tagliati definitivamente fuori dal mondo della conoscenza e dell’innovazione.
Porre rimedio a questa situazione e’ urgentissimo, ma non e’ con la sordita’ ideologica del Giavazzi di turno che puo’ essere fatto. Bisogna capire la complessita’ del problema, che e’ di tutta la societa’ italiana, dell’industria in primis, ma anche dei valori che vengono considerati “positivi”, della posizione nella scala sociale che ci si puo’ aspettare da questa o quella professione, da questo o quel lavoro. Ed infine e’ un problema di organizzazione dell’universita’ e di una vera decisione sui ruoli e sui rapporti tra l’universita’ di massa, ma di livello adeguato ad un paese che voglia investire nella conoscenza, e i centri di eccellenza con funzioni trainanti. Centri di eccellenza che derivino la propria identita’ dal riconoscimento internazionale, dai risultati certificati da organi di valutazione indipendenti, e non solo, come spesso succede oggi, da una denominazione totalmente autoreferenziale e da un riconoscimento ufficiale troppo ovviamente clientelare per poter essere preso in minima considerazione. Centri di eccellenza che nascano quindi intorno a gruppi che abbiano tradizioni e relazioni internazionali, capacita’ dimostrate negli anni, e a cui si diano le risorse e l’indipendenza decisionale per permettere il salto di dimensione. Non cattedrali nel deserto culturale, decise verticisticamente per gestire finanziamenti pubblici dati con totale discrezionalita’.
Sarebbe ora che la politica, quella vera, che cerca di capire ed affrontare i problemi per risolverli, si renda conto che non vi sono altre alternative per l’Italia che puntare sulla ricerca e l’innovazione, stimolare l’industria perche’ abbia il coraggio di puntare su questo e non sul costo del lavoro sempre piu’ basso, sradichi le corporazioni professionali dalla societa’ italiana, premi in modo concreto chi e’ piu’ capace o semplicemente si sforzi concretamente di fare passi avanti nel mondo della ricerca.
E sopratutto si renda conto che non vi e’ piu’ tempo da perdere.
Cercando di riassumere all’estremo i concetti che ho cercato di esprimere, si puo’ dire che una societa’ corporativa avra’ una universita’ corporativa, e solo rompendo le corporazioni nella societa’ si potra’ avere un’universita’ libera dal loro vincolo. Inoltre non e’ piu’ rimandabile il dover affrontare il problema del rapporto tra universita’ di massa e centri di eccellenza, con particolare attenzione al livello medio dell’istruzione di massa.