Flessibilita’ o precariato?
Michele Castellano
(03/10/2007)
In questa fine estate 2007 il dibattito politico a sinistra si concentra sul problema del lavoro precario, sulla ormai evidente insostenibilita’ di una vita passata a cercare lavori che durano pochi mesi, ma la discussione avviene piu’ con toni da propaganda che con intenzioni di capire e risolvere il problema.
Inizia Caruso dando degli assassini a Treu e Biagi, lui si’ realmente assassinato, affermazione poi “riaggiustata” in una meno diretta accusa alle leggi ispirate da loro.
A difesa di Caruso, anche se non delle sue parole iniziali, si muove gran parte del popolo della sinistra-sinistra, sostenendo che Caruso, se ha sbagliato i modi, ha pero’ centrato il problema, cioe’ l’identificazione delle leggi che hanno aumentato la flessibilita’ del lavoro con l’aumento degli incidenti mortali sul lavoro stesso, e chiedendo quindi a gran voce la pura e semplice cancellazione della legge Maroni.
Giordano, a nome di PRC, prende le distanze da Caruso, ma dichiara che la legge Maroni deve subire fortissime modifiche altrimenti cadra’ il governo.
Il ministro Damiano risponde che notevoli modifiche della legge sul lavoro sono gia’ in atto, e che quindi il governo ha la coscienza a posto.
La destra chiede semplicemente la caduta del governo, ma difende, ovviamente, la flessibilita’ del lavoro.
I sindacati, come sempre su questo argomento, non sanno cosa fare, tranne che difendere i diritti acquisiti, qualche volta in modo esplicito come nell’ultima decisione della FIOM, anche se un po’ nascosto sotto una montagna di altre rivendicazioni.
In ogni caso, nessuna analisi del problema di cui si chiede la soluzione, e nessuna soluzione concreta proposta.
Io credo che non sia assolutamente un problema facile, sicuramente non puo’ essere risolto con misure drastiche e semplicistiche, ne’ puo’ essere risolto in poco tempo.
Vediamo di partire dall’inizio. Il “pacchetto Treu”, cioe’ la Legge 196 del 1997, cercava di intervenire su quella che era una vera e propria emergenza, e cioe’ che nessun giovane veniva piu’ assunto. La disoccupazione giovanile stava divergendo, e non solo al sud, dove e’ stata sempre molto alta. In pratica, nella media nazionale, nessuna azienda, tranne le piu’ grandi e per semplice turn-over, assumeva persone nuove. Ci sarebbe da discutere molto se quella scelta fosse o meno una vera soluzione o solo una “pezza” messa estemporaneamente sul buco. Sicuramente non e’ una soluzione del vero problema, di cui la disoccupazione giovanile era, ed e’, solo una conseguenza, ma aveva il vantaggio di essere semplice e con possibilita’ di effetto immediato.
Il “paccchetto Treu” ha introdotto una grossa flessibilita’ “in entrata” nel mondo del lavoro, permettendo di assumere per tempi brevi, anche pochi mesi, personale a costo estremamente ridotto, ad esempio attraverso il contratto di Collaborazione Continuata e Continuativa, i famosi co.co.co considerati, dal punto di vista previdenziale e normativo, dei lavoratori autonomi, anche se di fatto, per l’attivita’ svolta, erano dei dipendenti. Oltre ai co.co.co furono introdotte molte altre figure lavorative, cercando di trovare la soluzione piu’ facile per ogni esigenza. Il risultato e’ stato indubbiamente un aumento consistente dell’occupazione, ma con un deciso abuso delle nuove figure professionali, per cui i giovani sono stati in pratica costretti a passare da un lavoro temporaneo ad un altro, senza contributi previdenziali e senza alcun futuro garantito. Il “pacchetto Treu” era passato con un’opposizione di facciata dei sindacati, che si erano opposti ferocemente all’inizio, per poi lasciare tranquillamente passare il tutto, senza cercare di contrattare su quegli aspetti che potevano essere ovviamente pericolosi, fonte di forme di lavoro che scivolano verso il totale sfruttamento, e che la storia ha dimostrato potersi realmente realizzare. Questa e’ stata forse la prima volta che i sindacati hanno dimostrato di avere a cuore solo l’interesse costituito, senza alcuna capacita’ di guardare al futuro. Nonostante cio’, Sergio Cofferati veniva inneggiato come il possibile leader di tutta la sinistra-sinistra, grazie alla strenua difesa che fece dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, una delle ragioni, seppure non la piu’ importante, delle difficolta’ di occupazione. La lotta, che si contrapponeva in effetti ad un tentativo del governo Berlusconi di dividere il sindacato, fini’ con una sconfitta, ma riusci’ ad impedire a quel governo di realizzare completamente quello che voleva, e l’abolizione dell’Art. 18, seppure formalmente approvato, fu poi lasciato cadere. In ogni caso gli interessi dei futuri precari vennero del tutto ignorati. Cofferati e’ ora osteggiato e sbeffeggiato da quegli stessi che lo portavano come unico esempio di sinistra alternativa, a significare della poca capacita’ di analisi politica che hanno certe forze sociali e da come si lascino troppo facilmente trascinare da entusiasmi basati sul nulla.
Tornando al “pacchetto Treu”, ha sicuramente dato una svolta significativa all’occupazione giovanile, anche se forse inferiore alle speranze, ma non avendo posto paletti veri all’uso dei nuovi profili lavorativi, e puntando quasi esclusivamente sul basso costo di queste nuove figure, ha permesso la trasformazione dalla flessibilita’ d’impiego, che era l’obiettivo, nel precariato, che e’ l’infezione che si vorrebbe ora curare.
Il “Libro Bianco” di Biagi, da cui e’ stata derivata la Legge 30, detta anche legge Maroni dal nome del ministro che la ha emanata, oltre ad aumentare ancora di piu’ il numero delle figure lavorative ammesse, nell’illusione che permettendo un profilo per ogni esigenza aumentasse la facilita’ di trovare un lavoro, cercava anche di porre dei limiti agli abusi che si erano evidenziati dall’applicazione del pacchatto Treu, e prevedeva dei consistenti interventi di welfare negli intervalli tra un lavoro ed un altro. La formulazione finale della legge non ha dato forma ai previsti elementi di welfare, ma ha cercato di tamponare l’arbitrarieta’ dei contratti co.co.co., almeno nel settore privato.
Il difetto principale della legge Maroni e’ proprio il fatto che, pur ponendo dei limiti all’uso dei contratti di collaborazione continuata, ne rendevano allo stesso tempo indefinito nel tempo il loro uso. Cioe’ il precariato diventava in prospettiva a tempo indefinito.
Ora, a dieci anni dall’applicazione dell’originale “pacchetto Treu”, in presenza di un sostanziale fallimento della legge Maroni, a parte alcuni aspetti come il lavoro part-time, aumentato numericamente per la possibilita’ introdotta da questa legge di imporre ore di straordinario, dovremmo essere in grado di capire gli aspetti positivi e quelli negativi, e cercare di porre rimedio a quello che e’ risultato sbagliato.
Pero’ credo si debba partire da un’osservazione: le condizioni che hanno forzato il governo Prodi nel 1997 ad emanare il “pacchetto Treu” non sono cambiate molto, per cui e’ ovviamente improponibile la pura e semplice eliminazione di ogni forma di contratto temporaneo. Si tornerebbe ad una situazione di diffusa disoccupazione ed abuso di lavoro nero. Lavoro nero che e’ solo diminuito in questi anni, ma che e’ ancora tanto diffuso da dare l’idea che molte aziende sono ancora sotto il limite di sopravvivenza, e non possono permettersi di “emergere”.
Se si guardano le statistiche [ad esempio in AA.VV “La Legge Biagi Anatomia di una riforma” Editori Riuniti 2006], il problema del cosiddetto precariato sembrerebbe molto sopravvalutato, poiche’ la percentuale di lavoratori a tempo parziale, considerando tutte le diverse tipologie, rispetto ai lavoratori a tempo indefinito risulta ancora inferiore alla media europea. E rimanendo nel settore privato, perche’ per il pubblico c’e’ da fare un discorso a parte, circa la meta’ dei lavoratori cosiddetti precari sono inquadrati secondo i contratti nazionali per i lavori a tempo definito, godono cioe’ dei contributi previdenziali e di tutte le altre tutele sindacali.
Perche’ c’e’ allora la sensazione diffusa di una inarrestabile tendenza al precariato?
Per almeno due ragioni oggettive. La prima e’ perche’ queste forme di lavoro a tempo sono rivolte quasi esclusivamente alle persone giovani, al loro ingresso lavorativo. Per cui la percentuale bassa generale e’ invece una frazione molto grossa se riferita solo a loro. E se non ci sara’ un’indicazione di cambiamento di rotta, il lavoro a tempo determinato perenne tendera’ ad essere la forma di lavoro piu’ diffusa nel prossimo futuro. Inoltre sfuggono alla statistica le false “consulenze”, i falsi autonomi solo dichiarati tali per evitare di versare i contributi, ma di fatto dei veri e propri dipendenti. Solo che questa e’ una vera e propria truffa, come il lavoro nero, e non c’e’ legge che la possa impedire, ma solo ispezioni dirette e verifiche accurate.
La seconda ragione e’ piu’ sottile, ma non meno traumatica. Il settore dove il precariato picchia piu’ duramente e’ quello dei giovani a piu’ alta qualificazione, diplomati ma sopratutto laureati. Per loro si hanno prospettive da co.co.pro. a bassissimo costo e senza contributi previdenziali, o contratti a termine di durata media tra i 3 e i 6 mesi, la cui rinnovabilita’ in principio continua li pone in una situazione di ricattabilita’ totale. Per chi conosce queste realta’, che non sono quelle delle grosse industrie metalmeccaniche i cui sindacati credono di rappresentare tutti i lavoratori, sa benissimo che il ricatto quotidiano porta a orari di lavoro estesi, senza straordinari pagati se non in minima parte, duttilita’ totale alle esigenze della ditta, spesso una microditta. Questa e’ ufficialmente una situazione di sfruttamento che si traduce, alla pari dei co.co.pro., in un costo del lavoro orario estremamente basso.
Perche’ questo e’ in realta’ quello che interessa alla maggior parte dei datori di lavoro italiani, non tanto la flessibilita’, ma il costo ridotto e la totale disponibilita’. Non vi e’ dubbio che anche la piena flessibilita’ in uscita, cioe’ la liberta’ di licenziamento, sarebbe gradita, ma che non sia un elemento fondamentale lo dimostra il fatto che la decisione di principio di abolire l’Art. 18 non sia poi stato formalizzato in alcun modo. E con queste osservazioni arriviamo al cuore del problema del mercato del lavoro italiano.
Perche’ il vero problema, quello fondamentale che dovrebbe essere risolto per risolvere tutti gli altri, e’ l’incapacita’ dell’industria italiana di reggere la concorrenza internazionale senza dover ricorrere massicciamente al basso costo del lavoro e sfruttamento dello stesso. Non tutto e’ cosi’, ovviamente, c’e’ chi ha capacita’ e competenze adeguate, chi poco per volta aumenta la sua presenza sui mercati, anche sfruttando il vantaggio che il costo del lavoro italiano, anche quello ufficiale a tempo indeterminato, offre in ogni caso rispetto alla concorrenza dei paesi industrializzati. Ma la miriade di piccole e piccolissime industrie, che trascinano nella stessa situazione l’insieme dei servizi che da esse dipendono, non sono in concorrenza, se non in estrema minoranza, con i paesi industrializzati, ma bensi’ con quelli in via di sviluppo. Hanno prodotti di bassa tecnologia, non hanno bisogno di personale qualificato, ma solo di lavoro il piu’ economico possibile perche’ spesso il loro unico vantaggio e’ l’uso di macchinari avanzati altamente automatizzati, che richiedono manovalanza per il loro rifornimento. E spesso nemmeno questo e’ sufficiente, per cui incominciano massicce le “delocalizzazioni” in paesi che offrono costo del lavoro ancora piu’ basso e facilitazioni fiscali.
Il pacchetto Treu e la legge Maroni hanno permesso ad alcune di queste industrie e servizi di assumere piu’ personale, scaricando sui lavoratori il costo di questa operazione, in termini di mancanza di contributi, e ricattabilita’ continua, che e’ l’anticamera dello sfruttamento. Ma spesso l’alternativa e’ la chiusura.
E’ in questo panorama che bisogna discutere cosa fare per interrompere la spirale del lavoro precario di basso livello e basso reddito a vita, la mancanza totale di previdenza pensionistica, l’insicurezza sul proprio futuro che sta travolgendo una cosi’ larga parte dei nostri giovani. Situazione che colpisce principalmente le fasce di istruzione maggiore, di cui l’industria italiana ha minore bisogno.
La soluzione ovvia, l’unica che puo’ risolvere veramente il problema, e’ “convincere” la struttura produttiva italiana, industrie e servizi insieme, ad investire pesantemente in ricerca ed innovazione, a concentratsi in unita’ dimensionalmente piu’ ampie, perche’ non e’ piu’ vero, se mai lo e’ stato, che “piccolo e’ bello”. Dimensioni in grado di reggere la concorrenza dei paesi industrializzati, sfruttando inizialmente i vantaggi del mercato del lavoro italiano, ma per essere poi in grado di competere per capacita’ innovativa e manageriale. Assumere personale altamente qualificato, in grado di progettare e realizzare le innovazioni, capace di sfruttare la ricerca messa gratuitamente a disposizione da Universita’ ed Enti di Ricerca, e a cui si possono anche porre richieste specifiche, sapendo cosa chiedere (su questo avevo scritto un articolo precedente). Ma usandolo e pagandolo per la sua competenza, sempre in piena concorrenza con il resto d’Europa, scommettendo sul futuro, nella logica piena di un capitale di rischio. Personale che non puo’ essere precario, per la stessa natura del suo lavoro, che ha il centro del suo valore nelle sue conoscenze, non facilmente sostituibili con quelle di un altro qualunque.
Questa politica presuppone innanzitutto di interrompere gli aiuti “a pioggia” all’industria, come e’ stata anche la recentissima riduzione del cuneo fiscale, e introdurre aiuti condizionati alla soddisfazione degli aspetti detti prima. Ovviamente il raggiungimento di qualche effetto concreto sara’ sicuramente lento, per cui risulta necessario anche intervenire con politiche di pronto risultato, che permetta ancora l’uso dei contratti di lavoro cosiddetti “atipici”, ma ne riduca di molto gli effetti di precarizzazione sui singoli.
Sembrerebbe tutto facile, visto che alcuni forti interventi di welfare erano gia’ stati previsti nel Libro Bianco di Biagi come contrapposto alla drastica diminuizione dei contributi previdenziali a carico delle aziende. Purtroppo tutto questo dovrebbe essere a carico dello Stato e costa, costa ad un livello che attualmente non ci possiamo permettere, date le risorse che lo Stato puo’ mettere a disposizione. Inoltre sarebbe tutto sommato un intervento grosso a favore delle aziende, e quindi ci dovrebbe essere un’altrettanto grossa contropartita in termini di innovazione e qualita’ del lavoro, di cui nel Libro Bianco, in questo molto liberista, non se ne faceva menzione.
Ovviamente una forte variazione delle priorita’ di spesa, spostando risorse da settori come la previdenza o l’assistenza in favore del sostegno alla disoccupazione temporanea e alla previdenza dei precari potrebbe attenuare questa situazione, ma sarebbe solo una guerra tra poveri, e le difficolta’ incontrate semplicemente per portare verso un livello europeo l’eta’ pensionabile degli occupati garantiti dimostra come questa guerra abbia gia’ i suoi capisaldi e le sue roccaforti, estremamente difficili da smantellare, anche se, come azione parallela a quella principale, qualcosa deve essere fatto anche in questa direzione.
Quindi se si vuole realmente modificare la struttura industriale italiana e dare una soluzione duratura al pericolo sociale del precariato a vita, occorre trovare rapidamente nuove sostanziali risorse economiche, ed impiegarle molto oculatamente, dimenticando finalmente clientele ed appetiti vari, facendo tornare la politica al suo ruolo di dare indirizzi chiari all’economia.
Esistono solo due settori da cui e’ possibile trarre risorse aggiuntive che non rappresentino una guerra tra poveri, ed in quantita’ tale da permettere questa politica di incentivazione condizionata insieme ad un massiccio intervento di wellfare in favore della vera flessibilita’, e sono la lotta all’evasione e la riduzione drastica dei costi della politica.
Nessuno dei due settori di intervento si presenta facile, perche’ se sulla lotta all’evasione fiscale si sono sciacquati la bocca in molti, sono molto pochi quelli che hanno fatto realmente qualcosa, con qualche risultato. E negli anni recenti l’unico nome che puo’ essere citato e’ quello di Visco, non per caso oggetto di attacchi di ogni genere in questi giorni.
La lotta all’evasione richiederebbe il supporto consapevole delle aziende, se divenissero coscienti che gli incentivi alla loro modernizzazione possono solo derivare dalle risorse ricavate dal recupero delle tasse di chi non le paga, e dovrebbero accettare anche una profonda revisione della legislatura fiscale, che riduca drasticamente le possibilita’ di elusione ed elimini completamente i vantaggi, oggi estremamente notevoli, del ricorrere al contenzioso fiscale presso la magistratura ordinaria. Aspetti dolorosi per chi ne ha fatto una base quotidiana di guadagno, ma che dovrebbero diventare invece normalita’, e che potrebbero anche essere accettati se fosse chiaro che ogni euro risparmiato o guadagnato sarebbe investito a favore dello sviluppo delle aziende. Diventare delle industrie europee e’ sicuramente faticoso ed anche doloroso, ma non vedo altre alternative allo sprofondare nel marasma del terzo mondo.
Una decisa lotta all’evasione porterebbe alla luce anche l’esistenza di situazioni marginali che solo con l’evasione e con il lavoro nero possono mantenersi. Non credo ci si debba fare intenerire troppo ne’ condizionare dal ricatto sui posti di lavoro che si vengono a perdere, classica argomentazione sindacale per salvere l’insalvabile, e con spese sociali estremamente superiori a quelle che sarebbero possibili con un adeguato livello di wellfare accompagnato da obblighi altrettanto certi da parte di chi ne usufruisce. Il cercare di mantenere attive individualita’ industriali obsolete o anche semplicemente mal gestite costa estremamente di piu’ che mantenere i lavoratori, preparandoli ad un nuovo lavoro che deve ovviamente essere disponibile in breve tempo e deve essere accettato, tranne casi eclatanti. Bisogna pero’ prendere atto che casi del genere esistono, e non sono nemmeno troppo pochi.
La risposta a questa situazione e’ un wellfare adeguato, ed anche l’accettazione che qualche prezzo deve essere pagato, se si vuole modificare una realta’ che si avvia all’incancrenimento. Basta stabilire che il prezzo non lo deve pagare solo la parte piu’ debole.
Mentre qualcosa sul fronte dell’evasione fiscale si sta facendo, anche se ancora troppo poco e sostanzialmente in un modo inadeguato, che lascia intoccate le ragioni e le strade dell’evasione, ancora piu’ difficile risulta l’idea di ridurre drasticamente i costi della politica.
Mi ero riproposto, qualche mese fa, di scrivere un articolo su questo, ma poi il problema e’ diventato di moda, in particolare con la pubblicazione del libretto “La Casta” di Rizzo e Stella, che ha avuto un enorme successo, e anche se il tutto mi sembra sottovalutato quantitativamente e mal valutato socialmente, ho lasciato perdere, perche’ io sono in fin dei conti nessuno, e le mie opinioni non hanno alcuna possibilita’ di essere conosciute.
Rimane il fatto che esiste una vera e propria classe che viene mantenuta con un tenore di vita molto alto dai “costi della politica”. E non si tratta solo dei deputati, sia nazionali che regionali, per non parlare degli europei, o gli eletti negli organismi pubblici comunali e provinciali, nonostante che le denuncie degli sprechi e dei trattamenti economici fuori da ogni confronto con la societa’ normale siano del tutto veritieri. Parlo anche di tutti quei presidenti, amministratori delegati, membri dei consigli di amministrazione di quella pletora assolutamente incontrollabile di societa’ che regioni, province e comuni hanno generato in questi ultimi anni, ufficialmente per gestire delle attivita’ di loro competenza, ma di fatto invece per mantenere una intera classe sociale sostanzialmente parassitaria, e si tratta di decine o centinaia di societa’ per ognuna delle grosse identita’ politiche locali, non bazzecole. E a loro si aggiungono ovviamente gli innumerevoli impieghi che ne conseguono, dalle segretarie, agli uscieri, agli autisti, e anche a chi svolge veramente un qualche lavoro, tutti assunti con scarsa trasparenza e nessuna dimostrazione di utilita’. Inoltre, per chi vive a Roma, come me, basta poi fare un giro nella zona “politica” della citta’ per rendersi immediatamente conto di quanto “indotto” del tutto inutile riesce a generare la politica stessa.
Ma non voglio insistere troppo. Il fatto importante e’ che nessuno conosce realmente, nemmeno per ordine di grandezza, il vero costo degli aspetti che ho elencato. Non esiste una valutazione corretta a livello nazionale. E questo e’ l’indice reale di quanto si stia esagerato, e di quanto si potrebbe risparmiare semplicemento razionalizzando la spesa e ridimensionando gli appetiti. Sono cifre enormi, che anche se solo ridotte in modo ragionevole darebbero risorse in grado di modificare sensibilmente la quantita’ dedicabile ai vari aspetti di assistenza sociale.
Non ho alcun dubbio che queste strade siano estremamenti difficili da percorrere anche per un governo omogeneo e deciso, e quindi ho piu’ che fondati dubbi che questo attuale governo, diviso al suo interno su quasi tutte le linee di azione, sotto ricatto continuo da singoli deputati, al di la’ di qualunque programma e di qualunque volonta’ potra’ fare ben poco in questa direzione. Diciamo pure, del tutto onestamente, che non potra’ fare niente.
Allora la lotta al precariato diventa una parola d’ordine del tutto vuota, quasi populistica, perche’ vengono rese impossibili le vere soluzioni a lunga scadenza, e per l’immediato, nella carenza di risorse che si hanno, sara’ sempre una guerra tra poveri in cui i piu’ deboli, e cioe’ i precari, non potranno che soccombere.
Soluzioni alternative al non far niente al momento attuale non ne vedo, perche’ anche tutti gli interventi palliativi di puro tamponamento delle emergenze, di wellfare potenziato, di assistenza diretta nei casi di interruzione del lavoro, di riqualificazione inutile sotto cui nascondere una forma di assistenzialismo mascherato, perche’ non e’ che manchi la qualificazione, manca il lavoro qualificato, richiedono in ogni caso risorse ingenti, e al di la’ del populismo di alcune forze politiche, risorse di questo livello non vedo come possano essere recuperate senza un violento scontro sociale che causerebbe l’immediata caduta del governo. Caduta che, ovviamente, non risolverebbe il problema perche’ porterebbe prevedibilmente al potere delle forze politiche che fanno del liberismo assoluto la loro bandiera economica. Che poi il liberismo venga negato per le proprie attivita’, rigidamente protette, e’ un’altra storia.
Non e’ una conclusione incoraggiante, quella cui sono arrivato, ma e’ l’unica conclusione razionale e regionevole data la volonta’ elettorale espressa dagli italiani, e data la posizione ufficialmente dalle diverse forze politiche.
Se qualcosa cambiasse, ne sarei per primo estremamente felice.
Un discorso a parte e’ pero’ necessario per la Pubblica Amministrazione.
In linea di principio, la Pubblica Amministrazione (PA) non dovrebbe avere alcun bisogno di lavoro a tempo determinato se non per le occasionali sostituzioni di personale in maternita’, o in malattia lunga, o al massimo per tamponare i ritardi cronici dello svolgimento dei concorsi per nuove assunzioni.
In realta’ la PA italiana e’ caratterizzata da un numero elevatissimo di addetti, e quindi da un costo eccessivo nonostante il basso stipendio individuale, accompagnato da una scarsa efficienza generale dovuta alla cattiva distribuzione del personale stesso e al basso rendimento individuale medio, aiutato da una normativa che impedisce sistematicamente ogni assunzione di responsabilita’ individuale a favore invece di un rigido meccanismo gerarchico del tutto burocratico.
Un serio tentativo di ridurre i costi ed aumentare l’efficienza riducendo il personale, distribuendolo territorialmente secondo le necessita’ e non secondo le comodita’ del personale stesso, cercando di migliorarne la qualita’ lavorativa attraverso corsi di qualificazione e valutazione del merito quale esclusivo criterio di carriera non e’ stato mai effettuato. Ogni tentativo in quella direzione e’ sempre abortito prima di nascere scontrandosi con la struttura clientelare, sia politica che sindacale, dell’intera piramide della PA, a cominciare ovviamente dai vertici fino all’ultimo degli uscieri.
Pero’ il costo sempre crescente ha imposto degli interventi di limitazione delle spese. Nell’impossibilita’ di distinguere dove, quanto e chi tagliare, cosa e come limitare, gli ultimi governi sono stati solo in grado di imporre un generale blocco delle assunzioni per tutta la PA, indipendentemente dai settori, dalle qualifiche e dalle reali necessita’.
Blocco totale superabile solo per piccoli numeri concessi alle singole istituzioni come esenzioni individuali, facilmente gestibili in modo clientelare, e in ogni caso non trasparente.
L’inefficienza gia’ alta e’ cosi’ diventata enorme, perche’ nei settori dove il personale era gia’ scarso era impossibile sostituire anche chi andava in pensione, mentre l’eta’ media aumentava quasi di un anno per ogni anno (non e’ un gioco di parole: se non viene sostituito nessuno e non si assumono nuove persone, per ogni anno che passa i dipendenti, tutti, hanno un anno di piu’, e l’eta’ media aumenta di un anno). Le inefficienze strutturali, dovute alla scarsa preparazione di una larga parte del personale, rimanevano ovviamente intoccate.
In questa situazione si e’ allargata alla PA la possibilita’ di assumere personale a tempo determinato nella forma dei co.co.co. ottenendo il duplice vantaggio di avere persone giovani, motivate, preparate alle nuove tecnologie informatiche che stentavano a farsi strada per l’opposizione e l’incapacita’ di molti, e di pagarli anche estremamente poco, riducendo quindi anche la spesa generale della PA.
Il successo e’ stato tale che anche quando la legge 30 (la legge Maroni) ha eliminato per le imprese private la figura dei co.co.co., ritenuta troppo a rischio di sfruttamento, questa figura e’ stata lasciata per la PA, portando rapidamente il numero dei precari sottopagati, in particolare per l’assenza di ogni contributo previdenziale, a livelli assurdi. Pero’ e’ su di loro che molti uffici della PA si basano per mantenere un minimo di funzionalita’.
Bisogna poi aggiungere che per molte di queste posizioni, specialmente quelle di settori in cui non vi era mai stata una tradizione di “graduatorie”, come e’ invece il caso della scuola, le assunzioni a tempo determinato sono state ancora piu’ clientelari del solito, con concorsi farsa, bandi apparsi il 15 di Agosto ed altre amenita’ del genere.
Ora ci si trova di fronte ad un problema di difficile gestione: di questi precari non se ne puo’ fare a meno, in termini lavorativi, ma stabilizzarli tutti produrrebbe il classico effetto, gia’ verificato nel passato, di temporanea saturazione degli organici, con conseguente deserto di assunzioni per molti anni a venire, la classica “onda anomala”. Per non parlare poi dell’aumento spropositato della spesa per personale. Non e’ un caso che la proposta del Ministro Nicolais sia stata di “prepensionare” 3 persone ormai in eta’ di pensione per ogni posto di nuova assunzione. Una soluzione, se non venisse abusato nell’incentivo alla pensione, non proprio irragionevole.
Rimane il problema apparentemente insolubile che una vera razionalizzazione nella distribuzione del personale, di una sua riqualificazione per l’uso delle tecnologie informatiche, una maggiore distribuzione di responsabilita’ che significherebbe anche meno burocrazia verticale, accompagnata da una violenta introduzione del merito come elemento di carriera sembrano obiettivi lontani e quasi impossibili da raggiungere.
Una possibilita’ sarebbe quella di estendere a tutta la PA il principio della Valutazione, che sta trovando un suo sviluppo positivo nell’ambito della ricerca scientifica. Non credo sia poi tanto difficile determinare dei parametri di valutazione oggettiva dell’efficienza e funzionalita’ dei vari uffici burocratici. E se poi la carriera di tutti gli interessati dipendesse dal risultato globale del loro settore, forse anche la copertura corporativa delle inefficienze personali incomincerebbe a perdere significato.
Purtroppo per il momento rimane il fatto che abbiamo una massa molto grande di giovani precari nella PA, sottoretribuiti e senza prospettive previdenziali, senza i quali la PA sarebbe in difficolta’, ma che difficilmente, per banali ragioni economiche, ma anche di principio, potranno essere tutti stabilizzati, a meno che non se ne escano, o vengano espulsi, un numero molto maggiore di anziani.
Non sarebbe poi male incominciare l’opera di razionalizzazione che e’ diventata assolutamente necessaria, superando l’enorme resistenza della incrostazione corporativa, fatta anche di piccoli e piccolissimi privilegi personali, a cominciare da quelli sindacali.
Ma questo temo sia un discorso per il momento del tutto fantascientifico.