Cosa rimane della lotta di classe?

Michele Castellano
(20/04/2008)

Uno dei temi di discussione piu’ ricorrenti nel dibattito politico di questi giorni, ed in particolare all’interno della sinistra, e’ se la lotta di classe, cosi’ come era intesa non piu’ di 50 anni fa, esiste ancora o e’ del tutto scomparsa. Per cercare di dare una risposta bisogna partire dalla definizione di classe, cercando quella che piu’ si avvicina ai giorni nostri.
Immanuel Wallerstein nell’ultimo capitolo del primo volume della sua opera Il Sistema Mondiale dell’Economia Moderna, dove traccia le linee del suo Sistema Mondo che ha completamente cambiato il modo di vedere lo sviluppo del capitalismo, almeno da parte di chi si richiama alla tradizione marxista e non e’ rimasto bloccato all’ideologia di due secoli fa, presenta alcune osservazioni estremamente importanti sul ruolo delle classi sociali nella storia umana.
La sua idea, che non riporto in dettaglio per semplicita’, ma che puo’ essere letta qui, e’ che mentre l’esistenza delle classi e’ sempre possibile “in potenza”, dati i diversi rapporti di produzione coinvolti, la vera differenza che fa nascere una classe a tutti gli effetti e’ il suo divenire autocosciente di esserlo, e di essere portatrice di un modello autonomo di societa’.
Secondo questa definizione, nel corso della storia umana il piu’ del tempo si e’ avuta una sola classe cosciente, quasi mai nessuna e poche volte due. Piu’ di due e’ praticamente impossibile, perche’ la presenza di due modelli di societa’ alternativi provoca un contrasto violento che assorbe in se’ tutte le differenze e le recriminazioni di tutti gli altri ceti sociali che non hanno sviluppato la coscienza di classe, e che quindi non lo faranno.
Ovviamente anche quando e’ presente una sola classe cosciente non mancano gli scontri economici, anche molto violenti, perche’ le esigenze dei diversi ceti presenti sono sempre in contrapposizione, ma semplicemente manca una proposta di struttura sociale diversa da quella “ufficiale”.
Questa interpretazione dello scontro di classe spiega molto bene quello che sta succedendo nei paesi occidentali in questo periodo, dopo che, simbolizzato dal crollo del muro di Berlino, e’ diventato evidente anche a chi non voleva vedere cosa era realmente la societa’ sovietica, ed e’ venuta meno anche la minima speranza di poter ottenere una societa’ socialista seguendo le linee guida del marxismo-leninismo.
In pratica la classe operaia si e’ trovata senza una ragionevole e credibile proposta di societa’ alternativa, ed ha incominciato a perdere l’identita’ di classe.
Non sono scomparsi gli operai, anche se l’inseguimento continuo del minor costo del lavoro ha portato a continue delocalizzazioni di imprese in paesi dove la coscienza di classe, la coscienza di essere un gruppo di persone con interessi comuni espliciti, con una capacita’ di gestire il proprio lavoro in modo autonomo, orgogliosi del lavoro stesso, e per tutto questo orgogliosi di proporre una societa’ alternativa, era assai meno forte. Ma la delocalizzazione avrebbe potuto portare ad un ampliamento ed ad un’estensione della coscienza di classe, che invece si e’ lentamente afflosciata fino a quasi scomparire proprio per la presa di coscienza, spesso dolorosa e qualche volta, almeno per ora, anche rifiutata, del fallimento di quell’ideale di societa’, fallimento che, guardato finalmente con occhi meno ideologicamente oscurati, appare inevitabile e puo’ anche indicare quale potrebbe essere lo sviluppo del capitalismo vicino al culmine della globalizzazione.
Quello che e’ scomparso, anche agli occhi piu’ restii a vedere, e’ la speranza che, attraverso un percorso politicamente percorribile, si potesse creare nella realta’ una societa’ socialista. E poco importa se c’erano feroci discussioni su come quel percorso potesse essere seguito, se solo attraverso l’uso di una forza violenta e rivoluzionaria o attraverso il lento convincimento delle persone finalizzato ad un controllo democratico della societa’. Quello che e’ diventato evidente ai piu’, anche se a pochi ancora sfugge, e’ che quella stessa societa’ ideale non puo’ che essere diretta da una nuova classe di “gestori” del potere. L’inevitabilita’ di questo, nonostante fosse prevista, ha avuto bisogno delle dimostrazioni pratiche nei cosiddetti paesi “socialisti”. E non ha nessun valore la pietosa difesa di una “rivoluzione tradita” che alcuni tentano di fare. Quello che e’ successo e’ esattamente l’unica cosa che poteva succedere, e la nuova classe che ha comandato il mondo “socialista” ha anche dimostrato che quella ipotesi di struttura sociale non solo non rappresentava la liberalizzazione dell’uomo, ma per moltissimi versi ne decretava una servitu’ ancora piu’ forte.
In questa nuova situazione, viene meno la possibilita’ di proporre, anche se solo nel lontano futuro, una nuova societa’, e si diventa coscienti che tutto quello che si puo’ fare e’ “semplicemente” cercare di migliorare l’esistente, di renderlo meno disuguale, meno violento con i deboli. Inoltre e’ fortemente cambiata la struttura sociale dell’operaio occidentale, ormai sempre meno “operaio massa” in giganteschi complessi industriali che, quando esistono, ed esistono, si sono trasferiti nei paesi emergenti dove l’autocoscienza di classe e’ ancora molto lontana. I lavori sottopagati di pura manovalanza sono ancora molto presenti, ma vengono generalmente svolti da immigrati che hanno ben altri problemi di inserimento sociale e di sopravvivenza per preoccuparsi d’altro. Il lavoro operaio in occidente sta scivolando sempre piu’ verso un lavoro piu’ individuale, sia quando si eleva a contenuti tecnici maggiori sia quando rimane un lavoro semplice, sempre piu’ spesso saltuario e con contratti temporanei.
Questa mancanza di una prospettiva ideale, che era si’ spostata nel futuro ma si pensava ottenibile attraverso percorsi definiti, unita alla parcellizzazione del rapporto di lavoro, che e’ sempre piu’ suddiviso e meno “collettivo”, porta anche alla “riscoperta” dell’interesse personale, della sicurezza propria e di chi ci sta immediatamente vicino, mentre allo stesso tempo si restringe il “raggio di solidarieta’ “, cioe’ l’ambiente con cui si hanno interessi comuni e verso cui si e’ disposti a mostrare disponibilita’ di aiuto. Di conseguenza cambia anche, e fortemente, la posizione politica. Ma di questo cerchero’ di parlarne in un altro articolo.
Quella che ho illustrato e’ quella che io ritengo sia la “scomparsa della lotta di classe”, cioe’ la situazione in cui la societa’ umana torna a frammentarsi nelle diverse e spesso contrastanti fazioni, in cui ogni ceto sociale, ogni gruppo che si riconosca tale, ha la propria particolare visione della posizione sociale occupata, porta avanti le proprie richieste e lotta per i propri interessi esclusivi, senza che piu’ nessuno sia in grado di proporre una visione alternativa della struttura sociale realisticamente ottenibile.
Questa situazione confusa e’ resa ancora piu’ tale dal fatto che anche la classe borghese sta subendo grosse trasformazioni, insieme all’intera struttura del capitalismo.
Avevo gia’ parlato di questo in un mio vecchio articolo, “Le Nuove Classi Sociali”, dove avevo affrontato l’argomento in un modo piuttosto provocatorio, perche’ il suo scopo originario era quello di far nascere una discussione, che purtroppo non c’e’ stata.
Ma a distanza di qualche anno non posso che riaffermare quelle prime sensazioni, allora ancora poco analitiche e molto “di pelle”.
Quello che sta succedendo, con lo sviluppo del capitalismo finanziario che sta prendendo il sopravvento su quello industriale, con la diffusione del possesso di azioni di tutte le societa’ piu’ importanti, possesso che e’ anche di istituzioni come i fondi di investimento, per definizione a proprieta’ diffusa, ma anche i fondi pensioni o i sindacati stessi, che sono investitori con alle spalle capitali molto grandi, e quindi non solo piccoli azionisti individuali, che comunque ci sono e continuano a crescere, il ruolo della “proprieta’ “ sta perdendo importanza rispetto a quello del “controllo”, che e’ invece un aspetto fondamentale della moderna economia. E questo nel mondo finanziario-industriale e’ ormai evidente.
Quello che e’ ancora poco visibile, ma sta guadagnando importanza in modo molto rapido, e’ il fatto di importanza fondamentale che per avere un buon “controllo” bisogna avere anche un adeguato “consenso”, senza il quale le tensioni sociali potrebbero diventare troppo forti per essere gestite. Ma il “consenso” e’ il tipico prodotto della politica, per cui si sta avviando una profonda saldatura di classe tra la “casta” politica e quella del “management” inustriale-finanziario, saldatura che, se riuscira’ a completarsi, dara’ origine, secondo me, alla prossima classe dirigente del mondo globalizzato.
E sara’ semplicemente un’evoluzione decisamente migliorata della burocrazia politica che ha diretto il mondo del cosiddetto “socialismo reale” per piu’ di mezzo secolo.
A dimostrazione che l’evoluzione della societa’ umana nei suoi aspetti globali segue percorsi abbastanza simili a quelli dell’evoluzione biologica generale. O perlomeno e’ soggetta ad alcuni meccanismi di sviluppo che ubbidiscono alle stesse leggi casuali selezionate dal miglior risultato pratico.
La situazione sociopolitica attuale, almeno nella realta’ europea, e a maggior ragione in Italia, e’ quindi quella di una scomparsa ormai accentuata della coscienza di classe operaia, con l’abbandono di una proposta di societa’ socialista ottenibile con un percorso politico preciso, con l’effetto di un ritorno al privato e all’interesse individuale.
Nel contempo la stessa classe padronale sta evolvendo verso una situazione in cui il ruolo della politica, e quindi dei suoi professionisti, diventera’ fondamentale, fino a creare la nuova classe dirigente.
In questa situazione e’ ovviamente difficile definire i diversi conflitti tra interessi diversi, che si intrecciano tra i vari ceti sociali, ma e’ anche difficile definire come gestire politicamente questi conflitti, se la politica diventa uno degli attori del processo.
Appare quindi abbastanza ovvio il perche’ l’intera sinistra europea presenti problemi di identita’, per non parlare dell’Italia in cui il mito del socialismo reale era rimasto molto forte e non si e’ mai avuta una struttura politica di dimensione accettabile che avesse la socialdemocrazia come obiettivo principale. Non che la socialdemocrazia, quella che ha avuto un ruolo essenziale nella formazione dell’Europa moderna, sia priva dei difetti che ho illustrato prima, ma penso che sia piu’ “attrezzata” ideologicamente per cercare la nuova strada con il pragmatismo necessario.
Credo che l’analisi di questa situazione e l’elaborazione di risposte adeguate siano assolutamente prioritarie, cercando anche di capire se e come e’ possibile evitare la necessita’ della politica professionale, che sara’, almeno secondo me, il vero prossimo avversario di classe.

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