J. C. Grimwood

Fellahin

Ed. Zona 42 2016 (Fellaheen 2003)

 

Le cicatrici gli attraversavano la schiena come una mappa. Un paesaggio di dolore genuino, con crinali di sfregi a collegare la città a forma di stella sulla spalla alle periferie di cheloidi intorno alle costole e all’addome. Per Raf l’unica cosa di una qualche importanza era quanto poco dolore avesse sentito, perché sentire dolore era stato compito della volpe.
Nel corso della sua esistenza Ashraf Bey ha interpretato molti ruoli, parecchi dei quali illegali. Ora, dopo aver dato le dimissioni da Ispettore Capo di El Iskandryia, si rende conto di non avere ottenuto poi molto dalla vita: ha un’amante con cui non ha mai fatto l’amore, una nipote che tutti ritengono poco sveglia e debiti che continuano ad accumularsi. Come se non bastasse, in tutto il Nord Africa tira aria di rivolta e il mondo intero sembra congiurargli contro. L’ultima cosa di cui ha bisogno è il padre che non ha mai conosciuto. Ma quando il capo della sicurezza del vecchio Emiro di Tunisi chiede a Raf di tornare in pista per indagare sul tentativo di omicidio di Sua Eccellenza, l’incontro sarà inevitabile.
In fuga da un presente scomodo, Raf scoprirà sulla sua pelle un passato di cui non aveva idea… e stavolta uscirne vivo sarà difficile.
Il terzo arabesco di Jon Courtenay Grimwood riporta in primo piano la storia di Ashraf Bey, costringendo il suo protagonista a confrontarsi con un misterioso passato nel tentativo di tracciare una nuova rotta per la sua esistenza futura. Fellahin, giustamente riconosciuto dalla critica anglosassone con il premio per il miglior romanzo di fantascienza uscito nel Regno Unito nell’anno della pubblicazione, rappresenta la degna conclusione di un ciclo di romanzi che ha ridefinito i rapporti tra letteratura di fantascienza, ucronia e noir.

Terzo e conclusivo capitolo della trilogia Arabesk, di cui avevo già presentato Pashazade ed Effendi. Questa volta, come anche evidenziato dalla quarta di copertina del libro, si torna al filone principale della vicenda, cioè su chi (cosa) sia Ashraf Bey e cosa significhi il suo passato.
La trama è abbastanza lineare, anche se con alcune tortuosità, ma magari sono state difficoltà mie a fare le necessarie correlazioni, che lasciano alcuni aspetti non del tutto chiari. Lo stile narrativo ritorna ad essere quello concreto del primo romanzo, ma a me rimane qualche perplessità, come se Grimwood non avesse saputo davvero concludere la vicenda, forse più interessato all'ambientazione che aveva creato che a dare una struttura narrativa solita alla storia che voleva presentare. Lo scontro tra Raf e il suo fratellastro è sia scontato che banale, non riuscendo mai a raggiungere livelli di tensione efficaci, e quindi anche tutte le sottostorie di contorno ne risentono.
Mi rendo ben conto di essere probabilmente troppo negativo, perché questo è un romanzo che ho letto con un discreto piacere, ma non posso evitare di far notare un certo senso di disillusione che alla fine mi è rimasto...
O forse era stata troppo alta l'aspettativa data dal primo romanzo della trilogia.
In ogni caso vale sicuramente la pena di leggerlo, e ogni casa editrice seria dovrebbe sempre concludere le serie che incomincia, vero Mondadori e Rizzoli ? (per non parlare di altri più piccoli), per cui lode a Zona 42.

 

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