Ken Liu

The Grace of Kings

Ed. Saga Press 2015

 

Two men rebel together against tyranny—and then become rivals—in this first sweeping book of an epic fantasy series from Ken Liu, recipient of Hugo, Nebula, and World Fantasy awards.
Wily, charming Kuni Garu, a bandit, and stern, fearless Mata Zyndu, the son of a deposed duke, seem like polar opposites. Yet, in the uprising against the emperor, the two quickly become the best of friends after a series of adventures fighting against vast conscripted armies, silk-draped airships, and shapeshifting gods. Once the emperor has been overthrown, however, they each find themselves the leader of separate factions—two sides with very different ideas about how the world should be run and the meaning of justice.

Fans of intrigue, intimate plots, and action will find a new series to embrace in the Dandelion Dynasty.

Avevo incominciato la lettura di questo romanzo pensando che avrebbe potuto essere uno dei miei consigli di lettura mensili, dato che è stato finalista al Nebula Awards del 2015, ma ho finito per ritenere che era meglio di no. La ragione è che questo romanzo non mi è proprio piaciuto, e quindi non posso raccomandarne la lettura. La storia, pur non presentando particolari aspetti originali, è strutturata in modo ampio, di adeguata complessità e affronta molte problematiche, anche se spesso in modo forzato. Ma è come è raccontata che mi ha colpito in modo decisamente negativo.
Mi rendo ben conto che ci può essere anche qualcuno a cui questo stile narrativo piace, o semplicemente non disturba abbastanza da rendere insignificanti i possibili pregi della storia, come succede invece a me, ma mi risulta difficilmente accettabile una storia completamente "raccontata" come una fiaba, con un totale distacco emotivo dai personaggi descritti, che risultano solo attori della rappresentazione che il Narratore Onnisciente ci mette sotto gli occhi.
Ken Liu era già molto ben noto per i suoi racconti, uno dei quali aveva vinto l'Hugo, e poi per essere stato il traduttore dal cinese di The Three Body Problem di Liu Cixin, romanzo Premio Hugo 2015.
Questo è il suo primo romanzo, inizio di una prevista trilogia che Ken Liu ha etichettato con il neologismo di "Silkpunk", esplicitando il suo richiamo alle tradizioni e ai miti dell'antica Cina. Che l'opera sia attentamente "studiata" e programmata nella sua struttura è molto evidente, e forse anche troppo. Si vede bene che si vuole costruire un mondo che sia un esempio, uno specchio, di una certa realtà umana, con le sue differenze e le sue coerenze, da cui partire per mettere le diverse parti in conflitto, e dimostrare che il conflitto è sia inevitabile che inutile e fonte di dolore. Una specie di base di partenza per un teorema da dimostrare piuttosto che per una storia da far vivere al lettore.
Ma la suddivisione di questo mondo artificiale, di sette isole attaccate una all'altra, con la più grande che potrebbe essere un continente, da come si svolge la vicenda, divise in sette stati, ognuno con un dio che lo protegge, e si tratta di dei che sono attivi nelle faccende umane, anche se un patto tra di loro impedisce un'interferenza diretta, mi ha ricordato troppo direttamente Licia Troisi e il suo Mondo Emerso. Sicuramente Ken Liu non si è ispirato alla nostra Regina del Fantasy, prima di tutto perché ne ignorerà l'esistenza e poi ci sono stati purtroppo ben altri esempi di schematizzazioni così elementari a cui far riferimento che non è proprio il caso di pensare alla Troisi come unica possibile ispiratrice. Ma in ogni caso è stata lei e il suo schematismo geometrico che mi è venuto subito in mente. Debolezze dovute ai problemi del fantasy italiano. Non è però questo schematismo a tavolino che mi ha davvero colpito negativamente, ma un altro elemento sicuramente voluto e studiato da Ken Liu, e cioè, come ho già detto all'inizio, la struttura narrativa basata sostanzialmente sulla predominanza di un Narratore Onnisciente che interviene continuamente per spiegare gli antefatti e le storie personali di ogni personaggio che appare nella vicenda, interrompendo l'azione, interferendo nei pensieri dei personaggi che si trovano occasionalmente ad essere dei Punti di Vista (PoV) da cui la vicenda è osservata e capita. Una struttura narrativa che fa sembrare il tutto una vecchia favola raccontata ai nipoti intorno al focolare, con totale distacco dagli avvenimenti narrati e predominanza del giudizio, morale o sociale a secondo dei momenti, che il Narratore intende sottolineare. C'è poca o nulla magia, in questo mondo, se non quella semidiretta dovuta agli dei. Ci sono strani animali che sembrano mitologici, ma non conosco la mitologia cinese abbastanza da capire se fanno parte dei loro miti come altri animali lo sono per noi. Gli umani sembrano un miscuglio di etnie diverse con poca giustificazione storica per esserlo.
Una narrazione che tutto sommato ricorda molto il Tolkien de Il Signore degli Anelli, che ho dovuto provare per tre volte a leggere senza riuscire mai a superare le prime soporifere cento pagine, e solo dopo aver visto il film, e con la certezza che poi qualcosa sarebbe successo, sono riuscito a superare l'ostacolo, ma senza l'accuratezza nei dettagli di quel mondo davvero unico nella sua coerenza. Liu non raggiunge questi livelli iniziali di noia, ha capito che bisogna interessare il lettore anche nell'introduzione del mondo che ha disegnato, ma mantiene lo stesso stile narrativo e lo stesso passo che, se poteva magari essere accettabile negli anni 30 del ventesimo secolo, non lo è certo più oggi, dopo che la struttura narrativa di un romanzo di genere è stata sviscerata in ogni suo elemento e, seppure in presenza ovviamente di tantissime possibili scelte, quella alla fine realizzata da Liu è sicuramente quella che meno si presta a coinvolgere il lettore in una narrazione attiva. Quindi o Liu voleva scrivere una specie di trattato storico-filosofico travestito da romanzo fantasy, o ha banalmente sbagliato la propria scelta, con il risultato di ottenere una narrazione estremamente lenta, spesso noiosa, in cui il lettore non si può mai sentire coinvolto emotivamente dai vari personaggi, che sembrano sempre delle maschere rappresentative dei valori che Liu ritiene i veri protagonisti della vicenda, e che si scontrano senza ovviamente mai arrivare ad una risoluzione definitiva, perché credo di immaginare che la soluzione finale auspicata da Liu sia una commistione dei vari valori, una loro sintesi finale. Il finale è poi decisamente debole, con continue forzature verso quello che è evidentemente deciso debba essere il nuovo palcoscenico di partenza per il prossimo volume.
Una storia con una morale alla base, legata a valori di una civiltà grande ma passata, con personaggi che non coinvolgono il lettore nelle loro vicende, a mio parere un deciso fallimento. E davvero mi stupisce la nomina a finalista per il Premio Nebula. Ma ormai la politica, in senso lato, influenza tutti i premi.

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