N. K. Jemisin

La Luna che Uccide

Ed. Fanucci 2014

 

 

Nella antica città di Gujaareh, la pace è l’unica legge. Sui suoi tetti e tra le ombre delle sue strade acciottolate vegliano i Raccoglitori, sacerdoti della Dea dei sogni. Hanno il compito di raccogliere la magia dalla mente dei sognatori perché venga usata per guarire le sofferenze del corpo e dell’anima. E possono uccidere chiunque giudichino corrotto.
Ma una cospirazione è stata ordita proprio nel grande tempio di Gujaareh, ed Ehiru – il più famoso Raccoglitore della città – dovrà mettere in discussione tutte le sue certezze se vuole custodire la pace che gli è stata affidata. Qualcuno, o qualcosa, uccide i dormienti in nome della Dea, e bracca le sue prede sia nei vicoli di Gujaareh che nel regno dei sogni. Ehiru ora deve proteggere la donna che era stato mandato a uccidere o vedrà la sua città divorata dalla guerra.
Un fantasy dall’ambientazione originale e affascinante, in cui i rapporti tra magia e potere, fede e corruzione, disegnano un mondo in cui ogni scelta mette in pericolo il destino di molti, nell’oscurità dei sogni.

Un fantasy decisamente originale, di una scrittrice americana che aveva già raggiunto la notorietà con una trilogia precedente, Inheritance, di cui è apparso in Italia al momento solo il primo volume, I Centomila Regni, pubblicato da Gargoyle. Anche questo La Luna che Uccide, primo volume della trilogia Dreamblood, ha avuto plausi e riconoscimenti, ma a me ha lasciato qualche perplessità che, insieme all'ingolfamento dovuto ai troppi titoli molto buoni che ho letto ultimamente, lo ha portato a essere citato qui e non nella rubrica di consigli mensili. Cosa che permette a questo romanzo di apparire molto prima di altri letti in precedenza e anche giudicati migliori, che sono ancora lì ad attendere il loro mese di turno.
Perché le perplessità? Per diverse ragioni, a cominciare dall'ambientazione, che dovrebbe essere il punto di forza della trilogia. Ma si tratta sostanzialmente dell'antico Egitto, paro paro, e la Jemisin lo ammette chiaramente, solo che non viene esplicitato, non viene mai descritto qualcosa che giustifichi questa identificazione se non le banalità delle piene annuali del fiume e delle collocazioni geografiche delle città che richiamano la situazione di quel periodo. Ho avuto diversi momenti di irritazione perché apparentemente la vicenda sembrerebbe ambientata in un certo periodo storico, ma poi la società che è descritta è proprio un'altra cosa. D'accordo, è un fantasy e il suo mondo è il suo e lo devi ricostruire dalle sue vicende e dal suo interno.
Ma allora non me lo devi fare tanto simile ad un preciso periodo storico umano. In altre parole, la commistione tra storia e fantasia non è affatto ben riuscita: troppo dell'una e troppo dell'altra per rendere la lettura sufficientemente scorrevole, perché il lettore cerca di immedesimarsi in quello che legge, e di estrapolare dai particolari al generale... e qui si trova decisamente in contraddizione.

Il secondo punto di perplessità è nell'aspetto magico della storia. La capacità da parte di alcuni di "raccogliere" l'energia onirica dei sogni, di nutrirsi di questo "sangue onirico", e di saperlo utilizzare per guarire malati ed invalidi, o per accompagnare in un sogno felice i morienti al loro ultimo passo è un aspetto tutto sommato originale. Però mi ha lasciato una sensazione di insoddisfazione per il modo in cui è rappresentato, con troppi aspetti non chiariti, con delle evidenti esagerazioni, come l'enormità del potere che può sviluppare un Mietitore, che trovano una scarsa giustificazione nella natura della magia.
Anche la storia stessa è abbastanza debole, direi povera di struttura, e la tensione narrativa è più apparente, costruita con il linguaggio ottimo della Jemisin, che derivante dai fatti narrati.
Non ho fondamentali critiche a questo romanzo, a parte il potere del Mietitore, ma nel leggerlo ho provato tutta una serie di sensazioni di incompletezza, di poca chiarezza, di mancanza di qualche cosa che non me lo hanno fatto apprezzare completamente.
Tutto sommato un buon romanzo, davvero ben scritto, ma che mi ha lasciato un'impressione meno positiva di altri che ho letto recentemente. È il primo di una trilogia, per cui vale la pena di vedere il seguito.

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