Tom Godwin

Gli Esiliati di Ragnarok

Proprio nel momento in cui l'Impero Gern dichiara guerra alla Terra, l'astronave Constellation con a bordo ottomila coloni terrestri diretti sul pianeta Athena viene attaccata dagli incrociatori nemici e costretta a bloccarsi nello spazio con i motori danneggiati e i generatori d'aria fuori uso.
Se i terrestri vogliono sopravvivere non hanno altra scelta che accettare la resa senza condizioni offerta dai Gern. I coloni vengono quindi divisi in due gruppi: uno andrà a lavorare per i Gern, l'altro sarà portato sul pianeta Ragnarok, che i Gern assicurano di tipo terrestre, dove, per sopravvivere, dovranno cavarsela da soli.
Però, quel pianeta di "tipo terrestre" si rivelerà un inferno, e i quattromila coloni saranno a mano a mano decimati dalle belve che sin dal primo giorno li attaccano e dalle terribili e proibitive condizioni climatiche.
Ma se i Gern abbandonando quelle quattromila anime su Ragnarok pensavano di essersene sbarazzati, non avevano fatto i conti con le sorprendenti capacità dell'uomo, non solo di riuscire ad adattarsi agli ambienti più ostili, ma addirittura a evolversi fino a desiderare il ritorno dei Gern per poter vendicare il sacrificio di tante vite innocenti.

Una nuova edizione, con una nuova traduzione, di un vecchio romanzo uscito originariamente su Urania nel 1976 col titolo di I Superstiti di Ragnarok, che a me sembra leggermente piu' consono all'originale Survivors.
Quando l'ho letto per la prima volta, 30 anni fa, non ero certo piu' un ragazzo, e da molto tempo. Ma l'effetto che mi fece fu molto forte, la sensazione del tempo che passava, generazione dopo generazione, e quel gruppo di disperati, lasciati senza praticamente risorse su un pianeta poco abitabile, che diventavano sempre di meno, fino a che l'adattamento e l'intelligenza riuscivano a ricreare delle condizioni di vita accettabili ed il loro numero poteva tornare a crescere. Una specie di epopea che durava le misere 150 pagine dei romanzi di allora.
Riletto oggi, tutto acquista una dimensione piu' modesta. Non solo perche' sono cambiato io, anche se questo conta molto, ma perche' e' cambiato tutto il mondo, e quindi anche il modo di giudicare certe situazioni. Ora le 150 pagine mostrano solo il respiro corto del racconto, il dover saltare da generazione a generazione, sottintendendo molti, troppi passaggi che nei romanzi di oggi sarebbero stati descritti completamente, e il respiro liberatorio, l'ansia della vendetta che tanto mi aveva appassionato all'epoca, sembra ora un aspetto limitato, senza uno sviluppo adeguato. Paradossalmente e' proprio il finale, che mi era sembrato all'epoca un po' troppo ottimista e "facile", oggi mi e' apparso coerente con tutto il resto. Non piu' improbabile, anzi, degli altri avvenimenti narrati.
Rimane sicuramente un romanzo interessante, specialmente se e' inquadrato nel periodo, 1958, in cui e' stato scritto, e altrettanto sicuramente divertente per chi lo legge oggi per la prima volta, anche se lo considerera' non piu' di un racconto non tanto lungo.
Oggi i romanzi hanno ben altra dimensione e ricchezza narrativa.

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