Il Pane in Casa:
Le Farine
(Aggiornato il 27/11/2011)
A meno che non ci si voglia limitare a fare il pane più banale, magari l'anonimo pane a cassette che produce la Macchina del Pane, la scelta delle farine è un passo essenziale. Per sapere scegliere la farina giusta o, più spesso, la giusta miscela di farine, bisogna conoscerne le caratteristiche, le proprietà e la resa nella panificazione.
La prima distinzione fondamentale è ovviamente il cereale da cui le farine sono ricavate. Fino al momento in cui scrivo queste pagine, io ho usato farine di grano tenero (
triticum aestivum), di grano duro (triticum turgidum durum), di segale (secale cereale), di kamut® (triticum turgidum tiranicum, Khorasan o grano grosso), di farro (triticum turgidum dicoccum), e recentemente anche di grano saraceno (fagopyrum esculentum). Si può anche usare, con risultati molto meno entusiasmanti, la farina di avena (avena sativa), ma il ruolo di gran lunga principale lo svolgono le farine di grano tenero.

Farina di Grano Tenero

Secondo la legislazione italiana, queste farine sono denominate secondo il livello di raffinatezza, o meglio del contenuto di ceneri, che corrisponde a quanta parte esterna del chicco è stata eliminata prima di ottenere la farina finale.
In questo sito potrete trovare una spiegazione molto dettagliata di tutto quello che io invece riassumerò più brevemente.
La legislazione italiana prevede le seguenti categorie di farine

Denominazione contenuto max di ceneri abburattamento
Tipo 00 0.55% 50%
Tipo 0 0.65% 72%
Tipo 1 0.80% 80%
Tipo 2 0.95% 85%
Integrale 1.70% 100%
L'abburattamento, termine esclusivo dell'industria molitoria, rappresenta la percentuale del chicco utilizzato per quella particolare farina. Per la farina integrale si usa l'intero chicco, e quindi l'abburattamento è del 100%.
Questo valore diminuisce via via che si ottengono farine in cui predomina il contributo della parte centrale del chicco, cioè l'
endosperma.
Questa classificazione non è però sufficiente per definire il comportamento di una farina nel processo di panificazione. Per questo fine sono stati introdotti altri parametri, di cui il più importante è la cosiddetta forza, indicata, quando viene indicata, con la lettera W.
La forza della farina viene misurata con uno strumento chiamato alveografo. Una farina con W più elevato assorbe più acqua, sopporta lievitazioni più lunghe e trattiene di più l'anidride carbonica prodotta dalla lievitazione stessa.
Uno schema di principio dell'uso migliore delle farine in funzione della loro forza è mostrato nel grafico che segue, tratto dal corso di tecnologia dei cereali del Prof. Franco Antoniazzi dell’Università di Parma.
La forza della farina non è però indicata nelle confezioni da un chilo di uso domestico, per cui questo parametro essenziale per la panificazione rimane sconosciuto a chi non può o non vuole approvvigionarsi di confezioni di dimensioni professionali.
Una ragionevole approssimazione si può ricavare dalla percentuale di contenuto di proteine, che molte, ma non tutte, le confezioni casalinghe riportano, secondo la tabella di comparazione posta qui a fianco.
Forza della farina % di proteine Utilizzo
90/130 9/10.5 biscotti
130/200 10/11 grissini, crackers
170/220 10.5/11.5 pane comune, pancarrè, pizze, focacce
220/240 12/12.5 baguette, pane comune ad impasto diretto e biga di 5/6 ore
300/310 13 pane lavorato, pasticceria, biga di 15 ore
340/400 13.5/15 pane soffiato, panettone, biga di oltre 15 ore

Anche se non viene riportata alcuna indicazione nè della forza nè del contenuto di proteine, quando una farina riporta la denominazione Manitoba, ci si aspetta un posizionamento verso la parte alta della scala, come è il caso della farina Manitoba della Spadoni, di cui bisogna rammaricarsi della totale mancanza di informazioni specifiche, che potrebbe anche nascondere una irregolarità di qualità, ma che alla prova pratica mi è sempre sembrata una onesta farina di forza.
Sicuramente è una farina che non eccelle, rimanendo nella qualità media di Supermercato, ma permette una adeguata idratazione e una lievitazione superiore alle 15 ore.

Manitoba è il nome di una regione del Canada, derivato da quello di una tribù indiana, in cui era coltivato un grano di particolare forza, con alto contenuto di glutine.
Oggi spesso vengono chiamate
Manitoba anche farine di W>350, indipendentemente da dove il grano è stato coltivato.

Addirittura fuori scala, secondo la tabella precedente, è questa Manitoba 00 che dichiara un contenuto di proteine del 21.53%.
Nel suo uso ho potuto notare una decisa superiorità nell'assorbimento di acqua, anche del 20% in più, e una maggiore resistenza alle lunghe lievitazioni.
Come effetto secondario ho notato una maggiore doratura della superficie in fase di cottura, che dovrebbe essere sempre dovuta alla maggiore quantità di proteine.
Tutto sommato, il suo maggiore costo me la fa preferire solo per panificazioni particolari, dove una maggiore idratazione può fare la differenza nella qualità finale del pane.

Per le farine di base, da miscelare alla Manitoba per ottenere un composto di forza adeguata al tipo di lievitazione ed idratazione che si vuole ottenere, vi è invece una discreta scelta anche a livello di farine economiche.
Quella che uso più spesso io è la
Farina 0 di Consilia, che ha un onesto 10% di proteine e una resa in panificazione altrettanto onesta, ad un prezzo tra i più bassi in circolazione. Se credo necessaria una qualità maggiore, ricorro alla stessa fonte della Manitoba precedente, con una farina 0 che ha il 10.5% di proteine, o alla farina 0 "per pizza" di Alimonti che ha il 12% di proteine, e non dichiara aggiunta di glutine.
Un'altra farina che uso molto spesso è quella integrale, che proviene sempre dallo stesso distributore. Mi è praticamente impossibile trovare delle alternative, perchè i supermercati della mia zona ignorano il problema della farina integrale, e quando ne ho chiesto un poco ad un famoso panettiere ho ricevuto della banale farina bianca cui era stata aggiunta della crusca.
Ovviamente con quel panettiere ho chiuso anche per le farine, e continuo con questa che sarà magari costosa, ma è ottima.

Le farine integrali hanno un contenuto di proteine maggiore, ma parte di queste derivano dalla crusca, e non contribuiscono alla formazione del glutine. Per questo la lievitazione delle farine integrali è molto più difficile.

La classificazione delle Farine di Grano Tenero in altri Paesi Europei
Anche in altri paesi europei la classificazione delle farine si basa sul residuo di ceneri. In Germania il numero che caratterizza la farina è il numero di milligrammi medio di cenere per ogni 100 gr di farina, mentre in Francia il numero rappresenta i milligrammi medi di cenere in 10 grammi di farina.
Nelle tabelle a fianco sono date le relative classificazioni e una comparazione, ovviamente approssimata, con la classificazione italiana. Le farine di tipo 1 e 2 non sono normalmente disponibili nella distribuzione non professionale, e quindi non ne parlo.
Classificazione in Germania Classificazione in Francia
Tipo
Max % di cenere
405
500
550
630
812
900
1050
1200
1600
1800
1700
<2100
Tipo
Max % di cenere
45
500
55
600
65
750
80
900
110
1200
150
>1400
Italia
Germania
Francia
00
405
45
0
550
55
integrale
1600
150
Voglio aggiungere, perchè è una richiesta che ho ricevuto spesso, che la farina tipo Manitoba non è prevista in Germania. Non ha una denominazione specifica e non è contemplata nelle classificazioni. So per certo che molte persone che la vogliono usare la ordinano via internet da siti italiani. Ovviamente l'unico elemento importante è la "forza" W, ma nessuna confezione al dettaglio la specifica.
Farina di Grano Duro
Ho usato spesso anche la farina di grano duro (Triticum Durum) che è normalmente macinato a grana più grossa e dovrebbe più adeguatamente essere chiamata semola.Una farina a grana più fine è indicata come rimacinata.
Il grano duro deriva direttamente dal
Farro (Triticum Dicoccum), ed è molto simile nel suo comportamento nell'impasto.
Il grano duro contiene più glutine di quello tenero, e più proteine.
La disponibilità commerciale è molto ampia, perchè la semola di grano duro è la base per la preparazione della pasta, mentre è relativamente poco usata per il pane. Le qualità di grano duro attualmente coltivate sono state selezionate, sia con incroci che attraverso mutazioni indotte artificialmente, proprio per la resa nella produzione di pasta, ed in particolare per l'alto contenuto di glutine.
Io ho usato la semola sia in miscela con altre farine, con percentuali tra circa il 30% e il 50%, sia in purezza. Necessita di una quantità maggiore di acqua ed è più difficile da far lievitare, produce un pane molto più compatto e con alveolatura fine, ma con un colore, un sapore e un profumo estremamente caratteristici.
E' il costituente della DOP
Pane di Altamura, che io ho cercato di imitare con il mio Come il Pane di Altamura.
Farina di Segale
Una delle farine meno tradizionali che ho usato più spesso fino a questo momento è quella di segale. E' una farina ampiamente usata per la panificazione nei paesi dell'europa del nord, ma quasi mai in Italia.
Poichè ho passato molti periodi in Germania, ho imparato ad apprezzare anche quel tipo di pane, con la consistenza e l'odore caratteristico della segale, e con dei semi o all'interno o in superfice. La segale, originaria probabilmente dell'Asia Minore, culla dell'agricoltura che si è poi diffusa intorno al bacino del Mediterraneo, sopporta bene i climi freddi e aridi, e la sua coltivazione è ora diffusa specialmente nell'Europa centrale ed orientale, come mangime per animali e per la panificazione.
La farina di segale ha un basso contenuto di proteine e quindi di glutine, e perciò lievita con difficoltà. Ma assorbe l'acqua con grande efficienza, permettendo la formazione di un pane ad alta umidità e a lunga conservazione. Il mio Pane Nero di Tipo Tedesco, con il 15% di farina di segale ed il 25% di farina integrale, si conserva per più di 5 giorni.
Credo che non convenga aumentare la dose di segale rispetto a quello che ho usato io, perchè il nostro gusto non è abituato al suo sapore, ma con quella percentuale si ottiene un risultato che a me pare estremamente gradevole, e un poco esotico.
Farina di Kamut®
Recentemente ho usato la farina di Kamut® per fare una semplice pagnotta. Volevo verificare la resa di questo cereale, molto propagandato, nelle operazioni di panificazione. Il Kamut® è a tutti gli effetti un grano duro, con un maggiore contenuto di proteine dei grani normalmente utilizzati. Regge bene le lunghe lievitazioni e ha un sapore abbastanza caratteristico, profumato di noci e morbido.
Al di là delle solite esagerazioni di chi perde sempre la testa per qualcosa di alternativo, e delle leggende di fantasia che descrivono la sua irrealistica origine, è un buon prodotto, venduto però a più del doppio dei suoi equivalenti.
La farina di Kamut® è una farina molto affidabile, che sostituisce quella di grano duro, sia usata da sola che nelle misture, dando un gusto particolare sia al pane che alla pasta e che rappresenta sicuramente una novità interessante, usata occasionalmente.
La leggenda e la realtà del Kamut®

Voglio dedicare uno spazio speciale a questa farina, e al grano da cui deriva, perchè è un prodotto commercialmente recente, intorno al quale girano troppe leggende ed alcune falsità che possono anche causare danni.
Credo sia quindi bene che ogni sito che parli del
Kamut®, e che sia anche rispettoso della correttezza scientifica delle informazioni che si danno, cerchi di liberare questo prodotto dalla "nebbia ideologica" che troppo spesso lo avvolge.
Incominciamo dal nome:
Kamut® è un marchio registrato, non è il nome del grano, e per questo in queste pagine è sempre accompagnato dal simbolo del marchio registrato ®.
La leggenda della sua origine dice che alcuni chicchi di questo grano, trovato in una tomba egiziana, siano stati inviati da un pilota militare americano durante la seconda guerra mondiale ai propri parenti in
Montana. Già c'è un disaccordo tra i resoconti di questo evento, poichè alcuni parlano di un pilota stanziato in Egitto, e altri di un pilota che stava in Portogallo. In realtà nessuno sa ufficialmente niente, perchè l'unica conoscenza sicura è che questa qualità di grano duro è stata sviluppata da un certo Signor Quinn, un agricoltore del Montana ma non il supposto ricevitore della manata di grani preistorici, che ha poi richiesto il marchio commerciale, il cui uso impone, per chi lo vuole utilizzare, una serie di regole di coltura biologica.
Il grano di per se stesso sembra essere un ibridizzazione, forse naturale, tra una varietà di
Triticum Turgidum Turanicum con un Triticum Turgidum Polonicum, e questo spiegherebbe le iniziali difficoltà di identificazione. La identificazione ufficiale, da parte della società che ne possiede il marchio di distribuzione, lo identifica con un un grano duro "Khorosan", dalla regione orientale iraniana da cui avrebbe avuto origine. La varietà Khorosan, anche se in modo molto minoritario, è ben conosciuta e coltivata nelle zone del Caspio ma anche in Italia, sotto la denominazione Saragolla, però da non confondere con una omonima varietà migliorata di frumento duro ottenuta da incrocio e registrata nel 2004 dalla Società Produttori Sementi di Bologna, ed è anche conosciuta come grano grosso.
Ne consegue che tutti i racconti di un grano di origine egiziana trovato in antiche tombe di faraoni, che ne hanno anche generato il nome, sono pure fantasie, dato inoltre il fatto che un chicco di grano mantiene la sua capacità di germinazione per non più di 200 anni, e che nell'Egitto antico non si è coltivato grano, ma solo
farro.
Evidentemente si tratta di una particolare varietà ibridizzata, si suppone naturalmente, e magari rimasta ai margini della selezione storica dei cereali, anche se la sua eccellente qualità pone seri dubbi sul fatto che fosse sfuggito alla continua ricerca di qualità sempre migliori nutritivamente e come resa.
Forse l'aspetto della resa può essere l'unico che presenta una giustificazione credibile al fatto che un cereale di questa qualità sia stato dimenticato e non sviluppato ulteriormente. Di fatto oggi si riescono ad avere rese accettabili per il
Kamut® solo in alcune zone del Canada e del Nord America tipicamente predilette dai grani duri. Se per il Kamut® l'ambiente è ancora più selettivo che per i suoi parenti, ci potrebbe essere una spiegazione del fatto che nel suo paese d'origine, l'Iran orientale, e nel resto dell'Euroasia sia stato trascurato.
A parte tutto, tenendo conto delle restrizioni alla produzione che il marchio comporta, si tratta sempre di un prodotto di qualità, che però rimane, a tutti gli effetti, un grano duro. Se la sua identificazione è corretta, e non è invece il prodotto di una ibridizzazione recente, come può sempre essere, viene a far parte di quella categoria chiamata dei
semi antichi, perchè utilizzati nel passato, e poi soppiantati dall'uso di varietà di grano di resa maggiore, più adatti a colture intensive, che dominano oggi il mercato internazionale ed il gusto del consumatore. Si tratta di semi come il farro, nelle sue varie specie di farro monococco, dicocco (il farro normale) e spelta, come la segale, l'avena e, in america, il quinoa. Semi che vengono riscoperti sempre più oggi, sia per una maggiore variazione del gusto, sia per la moda dei prodotti rustici, poco industrializzati e spesso a coltivazione cosiddetta biologica.
In questo non c'è niente di male, e il
Kamut® trova a ragione il suo spazio, ma bisogna fare estrema attenzione alle facili mitologie quando si entra nel mondo della salute vera, non di quella salutista.
Per tutti i malati di celiachia il
Kamut® è altrettanto intollerabile di ogni altro grano, con l'aggravante di un contenuto di glutine superiore

[vedi A.R. Piergiovanni, R. Simeone, A. Pasqualone. Composition of whole and refined meals of Kamut under southern Italian conditions. Chemical Engineering Transactions, 2009, vol.17-891,896]

che dà al Kamut® un contenuto di glutine molto più alto di quello del grano tenero.
Per chi ha allergie e intolleranze al frumento, non identificabile con la celiachia, sul web gira la leggenda che il Kamut®, al pari di altri cereali "antichi" come il farro spelta, sia molto più tollerabile. Una frase si ripete identica come un mantra da sito a sito: da analisi effettuate sembrerebbe che il 70% di persone con intolleranze al frumento non hanno dimostrato intolleranza al Kamut®. Questa frase è spesso copiata pedissequamente, e non ho mai, sottolineo mai, trovato un riferimento a queste analisi cliniche che tutti danno per scontate, forse per una inconscia speranza.
In realtà io ho solo trovato dichiarazioni di enti responsabili che sostengono che il
Kamut® e il farro spelta sono cereali come tutti gli altri e non esistono prove che siano meno efficaci nel generare intolleranze.
In realtà le proteine del glutine sono diverse decine, a cui vanno aggiunte le altre che, seppure minoritarie, con quantità minori del 20% delle proteine totali, pure svolgono funzioni essenziali nella panificazione, come le alfa-amilasi e beta-amilasi, e che possono essere fonti di intolleranze che non dipendono dal glutine. Le intolleranze generiche al frumento possono facilmente dipendere da una o più di queste proteine, che sono contenute in modo molto variabile dai vari cereali, con variazioni anche notevoli tra le diverse specie di uno stesso cereale. Questa variabilità può ampiamente spiegare gli effetti personali di disfunzioni ascrivibili ad intolleranze al frumento che possono essere meno sensibili per le specie di cereali che sono state meno utilizzate negli ultimi secoli.
In ogni caso, nonostante le mie ricerche, non sono riuscito a trovare traccia di una documentazione scientificamente accettabile del fatto che il 70% di persone che soffrono intolleranze per il grano normale non le soffrono per il
Kamut®.
E' quindi possibile che il
Kamut®, come il Farro, sia meno efficace nell'indurre intolleranze, ma questo deve essere verificato a livello personale, e non è un aspetto generale da dare per scontato. Troppi siti sul web danno invece un'informazione sbagliata, inducendo al consumo del Kamut® quasi fosse un medicinale. Ma questo è il semplice risultato di una società sempre più ascientifica che sta scivolando nell'antiscientifico.

Farina di Farro
Il Farro è stata l'ultima, almeno per il momento, delle farine che ho usato per il pane. Come ho detto all'inizio di questa pagina, il Farro si presenta in tre distinte varietà ed è un parente molto stretto del grano, che in effetti deriva direttamente dal Farro. Il Farro è definito un "cereale vestito", in quanto dopo la trebbiatura rimane rivestito dagli involucri glumeali, ed è necessaria una decortazione meccanica per liberarne il chicco.
Il
Farro Piccolo, o Monococco (Triticum Monococcum o Einkorn in Inghilerra e Germania) è un diploide, ed è probabilmente il primo cereale coltivato nella storia umana, quasi certamente nella Turchia meridionale, da cui si è espanso negli immediati d'intorni, privilegiando le zone a clima più freddo. La varietà selezionata per la coltivazione è ancora rustica a sufficienza da adattarsi a terreni aridi e a climi asciutti, ma ha sempre avuto una bassissima resa, che lo ha reso quasi sempre una coltivazione minoritaria.
Il Farro Piccolo può essere coltivato in condizioni difficili per i cereali moderni, e ha una notevole resistenza naturale ai parassiti, inoltre è abbastanza accertato un suo ridotto effetto sulla mucosa intestinale dei celiaci, rendendolo se non adatto a tutti, almeno più tollerato nei casi meno gravi. Per tutto questo si stanno cercando di sviluppare delle varietà più produttive, conservando i suoi aspetti positivi, per magari portarlo ad essere una conveniente coltura di nicchia per situazioni particolari. Al momento però la sua commercializzazione è quasi inesistente.

Il Farro (Triticum Dicoccum o Emmer in Inghilterra e Germania) è un tetraploide che si è sviluppato dall'ibridizzazione tra due varietà selvatiche di Triticum e ha una resa molto maggiore del monococcum. Si è diffuso sia in Asia Minore ed in Egitto che intorno al Caspio, da cui poi è arrivato nell'Europa centrale e meridionale. E' stato l'alimento principale dell'Egitto e di Roma, soppiantato solo molto tardi dal grano grazie alla sua maggiore facilità di separazione dalla cuticola e una maggiore resa complessiva. Il grano duro è in effetti un diretto discendente del farro.
Pur se soppiantato dal
grano, il Farro conserva in Italia delle zone di produzione di qualità. Il suo uso nella panificazione è solo occasionale, anche se la sua lievitazione è ragionevole, allo stesso livello del grano duro. Il suo uso si sta però diffondendo, specialmente in chicchi per zuppe di vario genere, ma anche come farina per pane e pasta. Le mie prime prove, come la Pagnotta al Farro o la Baguette al Farro, mi fanno ritenere interessante l'uso di questo cereale che dà un sapore rustico e gradevole al pane.

Il Farro Spelta, o semplicemente Spelta (Triticum Spelta) è un esaploide (come il grano tenero) derivante da una ibridizzazione di una varietà di dicoccum con una varietà selvatica (Aegilops squarrosa). In realtà il grano tenero (Triticum Aestivum) è un parente molto stretto dello Spelta, e gli assomiglia molto cromosomicamente.
Lo
Spelta ha avuto origine intorno al Mar Caspio e si è sviluppato nell'europa centrale e settentrionale, poichè privilegia i climi freddi. In Italia praticamente non esiste. Nelle sue regioni di coltivazione è usato più che altro per alimentazione animale, anche se è possibile usarlo nella panificazione.

Farina di Grano Saraceno
Il Grano Saraceno (Fagopyrun esculentum) non è una Graminacea, ma appartiene alla famiglia delle Polygonaceae. Nonostante sia abbastanza ricco di proteine, non contiene glutine, quindi non può essere usato per la panificazione lievitata in forma pura o predominante, ma può essere aggiunto ad una miscela di farine di forza adeguata. La sua origine è probabilmente dalle pendici himalayane, ma è diffuso allo stato selvatico in ampie zone siberiane. E' usato per l'alimentazione umana sia in chicchi, dalla forma triangolare, che in farina ed è ricco di tutti gli amminoacidi essenziali, compresa la lisina che è scarsamente presente nei cereali. La mancanza di glutine lo rende usabile da parte dei celiaci, ma bisogna anche tener conto che è di per se stesso un potente allergene, per cui può indurre reazioni allergiche anche molto pericolose.
In Italia è normalmente utilizzato per la produzione dei pizzoccheri e della polenta taragna, mentre nella panificazione ha un uso marginale, ma trova il suo spazio per il sapore caratteristico che fornisce anche in dosi moderate.
Le pagine successive sulle tecniche:

Lieviti e Lievitazione
Come preparare la Pasta Madre in Forma Liquida
La Preparazione del Pane

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