|
Il Pane in Casa:
La Preparazione del Pane (Aggiornato il 30/12/2010) |
||||
| Con un poco di conoscenze sulla qualità delle farine e sui processi chimici che avvengono nella lievitazione, illustrati nella pagine precedenti, si può incominciare a capire anche le differenze tra le diverse tecniche di preparazione dell'impasto e del perchè si ottengono risultati che possono essere molto diversi pur avendo sempre a che fare solo con farina, acqua e lievito. Esistono sostanzialmente due modi di preparare l'impasto per il pane, anche se poi ognuno dei due si suddivide in infinite varianti, e cioè l'impasto diretto e l'impasto indiretto. In questa prima parte tratterò solo di impasti basati sul lievito di birra, e non sulla pasta madre, perché di quest'ultima non ne ho ancora esperienza. Rientra per molti aspetti nel metodo indiretto, ma ha problematiche sue proprie, di cui io non ho alcuna esperienza personale, per cui non ne parlo ora, rimandando a quando, e se, deciderò di avviarmi verso l'impresa di fare, ma sopratutto mantenere, la pasta madre. Si chiama così l'impasto fatto unendo tutti gli ingredienti insieme nella stessa fase e facendo fare una unica lievitazione principale, breve, a cui magari aggiungere solo una lievitazione ancora più breve dopo aver formato i pezzi. Questa tecnica consiste nel fare un primo impasto esclusivamente di una certa quantità di farina ed acqua con pochissimo lievito di birra e lasciare lievitare per un periodo che va da qualche ora fino a 24 ore. Poi viene aggiunta altra farina, sale, tutti gli eventuali ingredienti richiesti e un ulteriore piccola quantità di lievito di birra per fare l'impasto finale che verrà lasciato lievitare per un tempo variabile, ma quasi sempre di poche ore, prima della cottura. Il poolish è un impasto fortemente idratato, con uguale quantità, in peso, di farina ed acqua, risultando in una specie di liquido molto denso. La quantità di lievito dipende da quanto a lungo si vuole far durare la lievitazione: più la si vuole lunga, minore deve essere la quantità di lievito, dell'ordine dell'1% per 6-8 ore di lievitazione. C'è però da considerare che la fortissima idratazione del poolish impone poi l'aggiunta di una abbondante quantità di altra farina al momento dell'impasto finale, in cui il poolish viene ad essere non più del 20-25 %. All'impasto finale andrà aggiunto altro lievito in relazione ai tempi di lievitazione richiesti, e quindi è impossibile definire facilmente il contenuto totale di lievito, ma se la seconda e conclusiva lievitazione deve essere contenuta in 6-8 ore, saremo in ogni caso tra 1% e 1.5%. Sicuramente molto minore di quello dell'impasto diretto. La biga si differenzia dal poolish esclusivamente per la quantità di acqua, che è tra il 45% ed il 55% della farina, sempre in peso. La quantità di lievito segue la stessa regola del poolish: più lunga la lievitazione che si vuole ottenere, minore la quantità di lievito da usare. Il risultato è un impasto piuttosto solido, che richiede una certa attività meccanica per renderlo uniforme, e quindi favorisce l'aggregazione delle molecole delle proteine e l'assorbimento di aria. 200 gr di farina manitoba
dopo 12 ore di lievitazione al coperto e chiusa con pellicola trasparente, è diventata così
ne prendo la metà, la taglio a pezzi
e la uso per l'impasto finale in cui aggiungo 300 gr delle varie farine come richiesto dalla ricetta per una lievitazione finale di 2 ore. Ho provato anche a sciogliere la biga nell'acqua con il lievito, prima di aggiungere la farina e gli altri ingredienti
Non ho notato differenze significative nel risultato, per cui entrambi i sistemi sono accettabili. In questo secondo approccio, che per distinguerlo dal precedente ho chiamato biga a lunga lievitazione, preparo una biga per ogni tipo di pane che intendo fare, con tipicamente 400 gr di farina Per l'inverno ho usato 2 grammi e ora che la temperatura sale sto passando ad 1 grammo. In piena estate probabilmente dovrò usare il frigorifero per una parte del tempo. La biga lievita per 16 ore, e l'uso dell'acqua fredda è proprio per rallentare un poco l'inizio dell'azione di proliferazione dei lieviti. Nella biga metto in modo predominante farina manitoba e tipo 0, ma a secondo del tipo di pane che intendo fare ci può essere anche farina integrale, semola di grano duro o segale. 200 gr di manitoba con 22.5% di proteine Impastato velocemente il tutto, formata una palla e messa in una ciotola coperta da pellicola trasparente, ecco come si presenta all'inizio, dopo un'ora, due ore, tre ore, quattro ore, cinque ore e sei ore
poi c'è stata la notte, e questo è il risultato dopo 16 ore di lievitazione, con la reticolazione che l'impasto ha raggiunto
Questo è invece quello che ho ottenuto, nelle stesse identiche condizioni, con una biga in cui 100 gr di farina 0 sono sostituiti da 100 gr di farina di segale, che tipicamente non produce glutine e fatica a lievitare, come base per un pane nero alla tedesca:
La lievitazione lunga non è quindi influenzata dall'uso di farine "difficili" La mia esperienza, dopo diverse prove, è che nel rinfrescare questa biga al momento di aggiungere il sale e gli altri ingredienti richiesti, insieme ad un poco di acqua è estremamente utile aggiungere ancora un poco di farina, in modo che la ripresa di lavoro dei lieviti e dei lattobacilli, ormai ampiamente sviluppati, abbiano nuova materia su cui "lavorare". In generale le tecniche di lievitazione che ho usato recentemente consistono in una biga fatta con 400/300 grammi di farina, di cui almeno la metà manitoba, fatta lievitare a lungo utilizzando anche il frigorifero per rallentare lo sviluppo dei lieviti, e un impasto definitivo con un ulteriore 100/200 gr di farina, del tipo che normalmente più caratterizza il tipo di pane, e una ulteriore 1-2 gr di lievito, più ovviamente l'acqua richiesta. Il contenuto di lievito totale, inferiore all'1%, è una quantità talmente minima da competere seriamente con la pasta madre vera. L'ultimo impasto risulta piuttosto laborioso, per la poca omogeneità della biga con le ulteriori aggiunte di farina e acqua, per cui c'è necessità di interrompere spesso l'azione dell'impastatrice per rimuovere l'impasto dal gancio e permettere una migliore omogeneizzazione. Lavorando tra velocità 2 del Kenwood e la velocità minima tipica degli impasti del pane, si ottiene alla fine un impasto estremamente soffice ed omogeneo, molto più morbido di quanto il contenuto di acqua possa far prevedere, per cui nelle ricette basate su questo tipo di impasto la definizione della quantità di acqua aggiuntiva mi ha comportato una lunga serie di prove, prima di arrivare a determinare la quantità giusta. Questo effetto potrebbe anche essere dovuto al fatto che il lungo periodo di permanenza in ambiente idratato permette lo sviluppo di una significativa idrolisi delle proteine, cioè la loro scissione in amminoacidi più semplici e più digeribili. Questo processo è dovuto a specifici enzimi contenuti nella farina ma trova ovviamente un limite nella necessità di mantenere una struttura di glutine sufficientemente forte da permettere il contenimento dei gas. Per questo per lievitazioni lunghe l'uso di farine forti ad alto contenuto di glutine, è essenziale. Il pane risultante è molto più morbido, elastico ma non colloso, ben alveolato e leggero. Il migliore che abbia mai ottenuto fin'ora, ed è per questo che per il momento continuo con questa tecnica, cercando di ottimizzarne tutti gli aspetti, che sono ancora tanti da analizzare e sono ancora numerose le prove da fare. Quando la temperatura ambiente supera i 22 ºC, la tecnica illustrata in precedenza per la Biga a Lunga Lievitazione non può più essere usata, perchè anche con quantità di lievito inferiori ad 1 gr la velocità di espansione dei lieviti risulterebbe sempre troppo alta, e l'esaurimento dell'ossigeno avverrebbe troppo presto per una ragionevole espansione anche dei lattobacilli delle farine. In questi casi è necessario ricorrere al frigorifero per rendere compatibili i due tempi di sviluppo. Il metabolismo dei saccaromiceti viene molto rallentato a temperature basse, fino ad essere quasi fermato a 7-8 ºC. I Lattobacilli invece continuano il loro sviluppo, anche se un poco meno attivamente. Un periodo di tempo passato in frigorifero permette quindi di rallentare lo sviluppo dei saccaromiceti rispetto a quello dei lattobacilli, che è in effetti lo scopo della lievitazione lunga con bassa percentuale di lievito.
Le macchie sono gocce d'acqua condensate sulla pellicola. E' evidente che lo sviluppo dei lieviti è stata minima. Lasciato quindi a temperatura ambiente di poco superiore ai 25 ºC, dopo altre 10 ore era nel pieno dello sviluppo, con un'evidente trama interna
Il risultato è stato il solito impasto molto morbido, senza la lievitazione troppo rapida che la temperatura abbastanza alta poteva far temere. Usando con giudizio il frigorifero si riesce a rallentare la proliferazione dei saccaromiceti dando tempo ai lattobacilli di svilupparsi. Quello che ho descritto è la tecnica che ho usato ormai per diversi anni, e che è la base della maggior parte delle ricette presentate. Una sua caratteristica è che la seconda lievitazione è divisa in due fasi: la prima lievitazione della palla ottenuta dall'impasto della biga con altra farina e gli ulteriori elementi, ed una seconda dopo la lavorazione del pane nella sua forma finale fino all'infornatura. In media le due fasi durano un totale di circa due ore, più o meno divise equamente. Il folding parte dall'impasto finale lasciato riposare per circa mezz'ora e poi ripiegato come illustrato:
L'operazione deve essere ripetuta per due o tre volte, lasciando riposare ogni volta per circa mezz'ora e ogni volta incrociando la direzione della piega, come illustrato nel seguito, che è il secondo folding dell'impasto precedente:
Ecco come si presenta l'impasto alla fine e dopo una leggera manipolazione di formatura:
|
||||
| Le altre pagine sulle tecniche:
Le Farine |
||||