Titolo: Oltre le nuvole
Oscar, grandi occhi azzurri e una cascata di
riccioli biondi. Oscar, sguardo spento e tenere labbra eternamente
chiuse, serrate. Oscar, legato, imbavagliato e sbattuto in una macchina di
estranei contro la sua volontà.
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Due uomini sconosciuti lo presero con forza e, senza neanche dargli la
possibilità di chiedere aiuto, lo portarono via, lontano dai suoi affetti,
lontano dalla sua famiglia.
"Ragazzino, non temere, non ti faremo del male!".
Disse sorridente uno di loro mentre, con una mano ruvida, lo teneva
stretto al collo.
"Sei un marmocchio coraggioso, non ti ho ancora sentito
piagnucolare!" sentenziò l'altro, impegnato alla guida del suo furgoncino
bianco e sgangherato, visibilmente trionfante.
"Mamma e papà ti hanno lasciato solo in giardino, eh?" chiese
ironicamente l'altro assalitore e i due esplosero in una crudele e fragorosa
ilarità.
"Lascialo un po' respirare, non vedi com'è pallido? Non possiamo
farlo morire soffocato, il moccioso è una miniera d'oro per noi!"
ruggì l'autista del furgone, senza neanche voltarsi.
"Non credo sia una buona idea, Paolo, se si mette ad urlare…"
"Franco fa come ti ho detto! Sono io a dare gli ordini"
Franco obbedì.
"Oscar, faremo un bel viaggetto noi tre! Vedrai come ci divertiremo…"
disse mentre, con quei suoi esperti tentacoli lo liberava dal bavaglio. Era già
pronto a reprimere un suo innocente tentativo di ribellione ma,
sorprendentemente, Oscar rimase immobile, in silenzio, imperturbabile.
"Che uomo! Che coraggio! Il piccolo Antonioli non chiede dov'è la
mammina!" sghignazzava Franco mentre lo spintonava, facendolo sbattere
ripetutamente contro il finestrino. Continuò: "Chissà che bella vita che
hai? Una grande casa, una piscina, una montagna di giocattoli… Ma con noi
starai meglio, sai? Noi siamo ricchi e potenti, noi…"
"Franco, basta! Ha solo sei anni, non può capire!".
Il piccolo Oscar fissava inerte il panorama che gli scorreva veloce tutto
intorno. Aveva la sensazione di rivivere le scene di un brutto film già visto
migliaia di volte in tv, ma non riusciva ad immaginarne il finale
visto che era lui, ora, il protagonista. Aveva paura, paura di essere
ucciso, paura di non rivedere più gli occhi dolci della sua cara mammina,
paura di non poter più riabbracciare il suo babbo forte e possente, paura che
il suo viaggio finisse lì, in quel casolare sperduto, distante anni luce
dalla tranquillità della sua casa accogliente. Lo condussero in uno stanzino
buio e privo di finestre e, senza trovare alcuna resistenza, lo scaraventarono
a terra. Oscar poté sentire la chiave girare più volte nella serratura: ora era
solo e al buio. Temeva molto il buio e non aveva neanche il suo orsetto
preferito a fargli compagnia, il piccolo vecchio Ted, tempestato di toppe ma
tanto amato. Iniziò a tremare, scosso dal freddo e dall'inquietudine, e tentò
di chiudere gli occhi, di immaginarsi disteso sull'erba tenera del suo
giardino vicino al lago. Sognava di sentire lo sciabordio dell'acqua cullata
dal vento e la voce della mamma che lo chiamava per la merenda. Sognava
di scrutare le nuvole bianche rincorrersi e cambiare forma nel cielo. Chissà
se avrebbe più visto nulla di tutto questo?
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"Non ha chiesto aiuto, non ha urlato, non ha detto una sola parola durante
l'intero tragitto…" rifletté ad alta voce Paolo, riavviandosi, con
mano tremula, la solita ciocca ribelle e smarrendo lo sguardo nelle
infinite scanalature del polveroso pavimento.
"Chi?" domandò distrattamente Franco, versando un po' di whisky in un
bicchiere opaco.
"Pensi che eravamo in molti, in macchina, stasera?".
"Ah… il bambino! Probabilmente è sconvolto!".
"Sconvolto o non sconvolto chiunque avrebbe cercato almeno di farsi
sentire! Anche uno stupido animale braccato!".
Chiuse gli occhi con sofferenza, si massaggiò vigorosamente le palpebre e
proruppe:
"Chissà, forse è muto…".
Franco rischiò l'asfissia con il suo whisky e, tossicchiando convulsamente,
paonazzo in volto rispose:
"Muto? Figurati se il figlio dell'avvocato più in gamba della capitale è
muto!".
Paolo si alzò di scatto, scagliò a terra la sedia, collerico, e sbatté l'uscio
alle sue spalle: lo indignava tanta idiozia! L'altro rimase dubbioso, con il
bicchiere a mezz'aria, tentando di capire cosa avesse detto di tanto insensato
da provocare una così brusca reazione, ma alla fine, vinto, si arrese e
continuò a centellinare placidamente il suo drink.
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Oscar aveva perso la cognizione del tempo ma, considerando le rumorose
richieste del suo pancino, doveva esser molto tardi, anche oltre la mezzanotte.
La mamma era sicuramente disperata a quell' ora! Il piccolo continuava a
sognare il suo letto caldo, la mamma che gli baciava dolcemente la fronte
e gli rimboccava le coperte sussurrando:
"Principino mio, non dimenticare le preghierine e, mi raccomando, fai
tanti bei sogni!".
Lui le sorrideva, la abbracciava forte, si inebriava col suo profumo e deponeva
un bacio delicato sulla guancia morbida. Attendeva poi che il sonno rendesse
pesanti le sue palpebre e lo conducesse lontano, in un mondo nuovo, ricco
di desideri inespressi e di recondite speranze. In quel momento, l'unico vero
sogno era la libertà.
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Smaltita l'ira Paolo rientrò in casa. Lo sguardo torvo aveva lasciato spazio
alle mille preoccupazioni che gli affollavano la mente e che formavano, sulla
sua fronte, tanti profondi sentieri.
"Paolo, sono già passate sei ore dal rapimento: non credi che dovremmo
chiedere il riscatto?".
"Non essere impaziente! Lasciamoli nell'angoscia ancora un pò, anche
un mese, poi potremo passare alle contrattazioni! E finalmente saremo
ricchi!".
Scandì le ultime parole come fossero parte di un misterioso rituale e strinse i
pugni con forza, per dare più intensità al suo sogno di gloria.
"Potremo anche chiedere un mucchio di miliardi?"
Incalzò Franco, ma il suo entusiasmo fu subito arginato.
"Sei proprio un inetto, un miliardo è più che sufficiente! Una telefonata
anonima, un appuntamento al buio e finalmente potremo chiudere per sempre con
questo lavoro meschino!"
Franco annuì e strinse le spalle, poco convinto.
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Oscar lottava contro il sonno incalzante, non avrebbe permesso ai suoi
occhi di chiudersi, neanche per un solo attimo. Doveva vegliare, immerso in
quell' umido silenzio. Vegliare era l'unico modo per domare la paura. In
realtà i due non sembravano intenzionati a fargli del male, ma allora perché
tanto accanimento? Cosa mai aveva potuto fare per meritare ciò? Non riusciva a
capire o forse rifiutava tutte le strane ipotesi che lo tormentavano, per non
aumentare la sua tensione pungente. Avrebbe voluto urlare la sua disperazione
con tutta la voce che aveva in corpo, avrebbe voluto alzarsi e prendere a pugni
quella maledetta porta di legno, veramente troppo massiccia per essere
infranta, ma non ne aveva la forza e poi non sarebbe servito a nulla! Quella
porta, quella dannata porta che lo separava dal suo mondo e dalla sua famiglia!
Oltre quella porta Oscar non riusciva a vedere nulla, proprio come oltre il
varco del suo futuro, buio, incerto e insidioso. Solo un po' di luce ne
filtrava, un bagliore fioco ed effimero, la luce della speranza, del mondo che
lo attendeva al di fuori ma improvvisamene anche quella si spense. Il suo cuore
accelerò i battiti, si ritrasse istintivamente in dolce posizione fetale e
iniziò a tormentare il suo maglione con le mani avide di tutto l'amore di cui,
bruscamente, era stato privato. I suoi occhi lentamente si chiusero, Oscar si
abbandonò con la testa appoggiata al muro freddo e logoro della cascina. Fu la
notte più buia della sua
vita.
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Franco entrò nella stanza. Procedeva con un' andatura ostentata e spavalda, la
stessa irritante andatura degli uomini che si sentono "forti"
solo al cospetto delle creature innocenti e indifese! Sferrò un calcio al
fagottino biondo adagiato sul pavimento. Oscar sobbalzò, spaventato e
dolorante, ma non gli rivolse lo sguardo per timore, per protesta. Quella sua
immobilità risuonò, nella folle mente di Franco, come una sfida o, peggio
ancora, come una dimostrazione di superiorità, perciò gli prese con forza i
capelli e lo costrinse brutalmente a voltarsi. Oscar aveva il volto
coperto di lacrime; il dolore, misto all'umiliazione di essere trattato con
tanta crudeltà, lo ferirono fortemente e non poté più trattenere i singhiozzi.
"Buongiorno sua maestà," e ad ogni parola tirava con più rabbia i
suoi sottili capelli color grano "ha dormito bene sul suo
letto di rose?". Poi sbarrò gli occhi pieni di rancore e disse:
"Oh maestà, lei sta piangendo!Cosa c'è che non va?" e rise forte,
mostrando il suo ghigno invasato e la schiuma agli angoli della bocca che lo
rendeva straordinariamente simile ad una bestia feroce. La risposta che
tanto attendeva non arrivò e Franco mollò un sonoro ceffone sulla rosea guancia
del piccino.
"Non parli? Credi che rimanendo zitto in eterno otterrai qualcosa? Credi
di farmi paura, eh?"
Stava urlando, la mina che aveva nascosta nel profondo era esplosa
violentemente, senza preavviso.
"Potrei rispedirti a casa un pezzo per volta! Potrei torturarti fino a
farti desiderare la morte! Ma non lo farò," gli sferrò un calcio,
"no, non lo farò solo perché mi cambierai la vita!" L'ultimo
calcio arrivò , più forte ed inatteso degli altri, carico di amarezza, di
gelosia, di rabbia verso quel piccolo bambino che, nella sua breve vita, aveva
avuto tutto, compreso l'amore dei suoi cari. Poi il bruto andò via. Oscar
rimase lì, graffiando l'aria, con lo sguardo annebbiato dal pianto. Sentiva
la sua piccola testolina pulsare per il dolore di un così aspro risveglio e per
la stanchezza di una notte passata su quel freddo pavimento. Sentì
un rumore di passi sempre più vicino. Pensò che fosse quell' uomo tornato per
ucciderlo. La porta si aprì. Oscar chiuse gli occhi, nel vano tentativo di
dimenticare lo squallore in cui era inabissato. Sentì il tonfo di un oggetto
leggero lanciato sul pavimento, poco distante da lui. La porta si chiuse, il
rumore di passi divenne sempre più flebile. Oscar si voltò lentamente.
Vide un tozzo di pane, esitò un momento, poi lo afferrò e lo addentò con
avidità.
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"Oscar! Rispondimi, Oscar! Guardami! Oscar, vuoi voltarti?"
Era la voce sonora e cristallina di un bambino. Oscar si guardò intorno con
circospezione, ma non vide nessuno.
- Non c'è nessuno in questa stanza! Sto sognando! E poi, chiunque sia, come
conosce il mio nome? No, mi sarei accorto della presenza di un altro bimbo, non
sono mica sordo? Si guardò ancora un pò intorno, si strofinò gli occhi,
si massaggiò le tempie imitando i gesti consueti del padre di ritorno dal
lavoro.
- La solitudine mi fa vaneggiare, ho talmente bisogno di compagnia che ho
iniziato a sentire le voci. Sto impazzendo?-
"No!", dichiarò divertita la vocina.
- Ma no cosa? E' meglio che mi rilassi un po' altrimenti, se mai uscirò di qui,
sentirò voci per il resto dei miei giorni!-
"Oscar, per favore! Non stai diventando pazzo, io ci sono, guarda un po'
meglio!"
- Adesso basta, mi metto ad urlare! Sono stato rapito, picchiato, minacciato ma
le voci no, non le tollero! -
"Ok testone , ma quando ti guardi intorno ricorda di dare
un'occhiata anche alle spalle!"
Oscar si guardò alle spalle, imbronciato.
- E questo chi è? - pensò tra sé, con una punta di diffidenza verso
il nuovo inquilino. Aveva di fronte un ragazzino pallido e vivace, lo
sguardo fiero e curioso di chi è in viaggio alla scoperta di nuovi
orizzonti, i capelli e gli occhi scuri come la solitudine, il sorriso
illuminato dal rogo splendente e fugace della giovinezza.
"Non importa chi sono, l'importante e che siamo qui e ci facciamo un po'
di compagnia, no? Ho paura anch'io, cosa credi? Ma insieme sarà più facile
superare questo brutto momento!"
- Il bimbo ha ragione! E se invece fosse solo un complice di quei due
mostri?-
L'altro rispose irritato:
"Ma ti sembra possibile che un bambino della mia età sia complice di due
briganti? Sei proprio incorreggibile! Vuoi capirlo che siamo due
moscerini finiti nella stessa ragnatela?"
Solo a quel punto Oscar si rese conto che, nonostante non stesse proferendo
parola, il suo giovane amico stava rispondendo esattamente a tutte le sue
tacite domande. Sbarrò gli occhi con stupore, inarcò le sopracciglia
incuriosito. Com'era possibile un simile prodigio? Arrivò Paolo ad interrompere
la strana
riflessine.
"Piccoletto, cos' hai?" chiese pensieroso il rapitore, il meno
sprovveduto dei due, senza avere risposta. Oscar si rintanò in se stesso,
spaventato.
"Non crederai che vogliamo ucciderti, venderti, oppure
mangiarti?"
Paolo accennò un sorriso, tanto per rassicurare lo sventurato ospite. Fu uno sforzo
vano. Cambiò prontamente tattica…
"Sai Oscar, ci sono degli uomini che, nella vita,
lottano e soffrono per realizzare i propri sogni, un po' come il tuo
babbo che ha sacrificato parte della sua giovinezza per diventare un bravo
avvocato, " guardò il suo interlocutore, per cercare almeno un
minimo segno di interesse nei suoi occhi "e uomini che non sanno che fare
del loro tempo e cercano in continuazione una via veloce per il successo, per
la ricchezza, per la fama. Io e Franco, per esempio, non abbiamo mai
inseguito un sogno ed ora ci ritroviamo prigionieri in un mondo che ti bolla se
non sei perfetto, pieno di risorse e di iniziative..." inspirò
profondamente, il prigioniero continuava ad avere lo sguardo basso, era
intimorito. Franco proseguì con le sue menzogne.
"Così abbiamo deciso di rapirti per racimolare un po' di soldi. Li
toglieremo al tuo babbo, che di soldi ne ha molti, proprio come faceva Robin
Hood! La conosci la storia, no? Toglieva ai ricchi per dare ai poveri! Noi non
ti faremo del male, quando i tuoi ci avranno dato quello che chiediamo potrai
tornare alla vita di sempre, con due amici in più, non è vero?" Il suo
sorriso si fece più radioso, credeva che quel discorso, per quanto astruso e
complicato per un bimbo di soli sei anni, potesse rasserenarlo. Oscar
guardò timidamente il suo pallido amico e lo vide passeggiare con
tranquillità intorno alla stanza, con le mani raccolte dietro alla schiena,
ignaro del lungo e insensato discorso dello sgradito visitatore. Tese la mano
verso di lui, i suoi occhi segnati e il suo volto afflitto chiedevano
solamente un po' di tenerezza. Il giovane compagno afferrò quella sua mano
raminga e la strinse forte al petto, sospirando:
" Ancora per poco, mio alleato! Resisti e saremo di nuovo liberi! Te lo
prometto!"
Il bambino sentì il vuoto dilatarsi nel suo ventre, avrebbe tanto voluto
credere a quelle parole! Trovò la forza di sorridere, improvvisamente
infiammato dalla speranza.
Paolo non
capì.
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"Quel bimbo dev 'essere impazzito! Quando ero lì con lui aveva lo sguardo
fisso nel vuoto, sembrava volesse afferrare qualcosa di invisibile…"
"Vorrei vedere te, dopo giorni di desolazione trascorsi in una
topaia!"
"Sarà! A me sembra completamente fuori di sé!"
E dicendo questo si voltò per contemplare il sole che si rifugiava dietro alla
montagna, lasciando sul paesaggio il suo ricordo ambrato e lasciando negli
animi un dolce languore.
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Fuori era buio, spirava un vento gelido e tagliente. Oscar e il dolce
sconosciuto dormivano accoccolati l'uno all'altro, creando un morbido e
caloroso intreccio. Oscar si liberò dell'abbraccio, si alzò con un
sussulto.
"Oscar, cos 'hai
?" domandò con voce impastata il dormiente.
Il fanciullo rimase immobile . Il suo pugno colpiva ripetutamente la
parete, con rabbia. L'altro lo raggiunse, lo abbracciò intensamente, gli
accarezzò i capelli, ormai crespi per la mancanza di cure. Le lacrime solcarono
copiose il suo viso martoriato, i singhiozzi si trasformarono in gemiti
sommessi, la tempesta che gli scuoteva l'animo era diventata incontenibile.
"Coraggio! Non ci lasceranno qui per sempre! Domani tenteremo la fuga, ok?
Ci penseremo a lungo e troveremo il modo per tornare alla vita! Siamo giovani,
agili e scattanti, non ci sarà difficile!"
Ma Oscar non accennava a calmarsi, il suo pianto divenne ancora più penoso.
"Non devi lasciarti vincere dallo sconforto, ce la faremo! Domani
torneremo a vedere il sole!"
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Paolo riposava abbandonato sul divano, sparpagliati sul pavimento i cocci di un
bicchiere, la televisione aveva il volume altissimo. Quella non era una casa,
sembrava piuttosto il triste scenario di un conflitto appena concluso. E mentre
Franco restituiva alla stanza un aspetto dignitoso la voce di un giornalista lo
svegliò all'improvviso dal suo torpore:
" Cronaca. La celebre famiglia Antonioli è stata colpita da una grossa
sventura. Il piccolo figlio Oscar, affetto da mutismo dalla nascita, è da tempo
scomparso senza lasciare alcuna traccia. Si pensa alla possibilità di un
rapimento. Proseguono le ricerche. Ma ora passiamo allo sport…"
Franco rimase immobile, con la bocca spalancata. Improvvisamente gli sembrò di
crollare sotto il peso di quella scottante rivelazione. Avevano di nuovo
sbagliato! Non si erano accorti che quel bimbo era muto, nonostante lo avessero
seguito a lungo prima di tentare il rapimento. Come era potuto sfuggire un
particolare così saliente? Erano due incapaci, due buoni a nulla… Sempre più
turbato cominciò a schiaffeggiare il suo amico.
"Sveglia! Avevo ragione! Il bimbo è muto!" Paolo aprì gli occhi
lentamente, ancora assopito.
"Vuoi svegliarti, idiota! Il bimbo è muto, capisci? E' muto! Abbiamo
rapito un bambino muto!"
- Gli abbiamo inflitto un'altra pena, come se non bastasse quella che lo
tormenta già dalla nascita!- rifletté segretamente Franco.
"Bene! Dobbiamo festeggiare! Potremo tranquillamente raddoppiare il
riscatto!" si rallegrò Paolo, soffocato dal suo inetto egoismo. Un colpo
secco e inatteso lo fece ripiombare pesantemente sul divano. Fu un pugno
liberatorio, ma non riuscì a placare gli inesorabili sensi di colpa che
stringevano Franco in una morsa fatale.
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"Fammi riflettere! L'unica possibilità che abbiamo di fuggire dipende da
questa porta." sentenziò il piccolo accarezzando quell' unico spiraglio di
libertà che avevano, quasi per cercare di ammansirlo. Oscar viaggiava con la
fantasia, non lo stava minimamente ascoltando.
"Quindi dovremmo cercare di forzarla, ne sei capace?" si voltò con
aria interrogativa.
"Oscar, per favore, puoi scendere dalle nuvole e darmi una mano?"
Silenzio.
"Oscar!!!"
-Ti aiuterei se sapessi cosa fare!-
"Pensa, Oscar! Devi solo pensare!"
-Ci provo!- pensò, stringendosi nelle spalle con rassegnazione.
- Non credi che sia giunta l'ora di dirmi il tuo nome? - aggiunse, con la
mente.
"E tu non pensi che potresti anche provare a parlare? Questo silenzio mi
fa diventare triste!" provocò il piccolo.
- Ma io non so parlare!-
"Neanch 'io so scassinare porte, ma ci sto provando!"
e mostrò la sua lingua simpaticamente.
"Comunque molto piacere, io sono Augusto! Un bel nome maestoso,
vero?" e scimmiottò un buffo e solenne inchino regale.
Oscar ridacchiò divertito. Uno strano "cric" spezzò il silenzio che
regnava nella cella. Il sorriso che illuminava il visetto di Oscar si spense
repentinamente.
- Cos 'è stato? - pensò inquieto, temeva una nuova e violenta irruzione.
"O mio Dio, la porta si è aperta!" urlò felice Augusto.
Oscar alzò i pugni trionfante e gli corse incontro.
"Manteniamo la calma! Ora cercheremo di sgattaiolare fuori senza il minimo
rumore, intesi? Mi raccomando, non una parola! " ironizzò l'aspirante
fuggitivo.
Oscar fece una smorfia, a metà tra la stizza e l' esultanza. Un
frettoloso sguardo al corridoio, e si lanciarono in quella rischiosa
traversata, tenendosi per mano e sussultando ad ogni minimo scricchiolio del
pavimento. Più si avvicinavano alla finestra che dava sul cortile più i loro
cuori sembravano impazziti, irrimediabilmente travolti dalla frenesia di quella
fuga esaltante ma troppo rischiosa. Una sola mossa falsa e avrebbero
dovuto dire addio per sempre alla loro preziosa libertà. Un solo attimo di
disattenzione e sarebbero stati schiacciati dall'ira funesta dei due
malvagi. Ma dovevano tentare, non avevano nulla da perdere.
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Riuscirono a scavalcare la finestra senza alcuna esitazione e corsero. Corsero
lungo il prato della vittoria, corsero verso la vita, corsero perdendo il
ricordo dei tristi giorni di reclusione e ignorando la fatica, e
quei loro respiri che si facevano sempre più affannosi. Corsero con la sete di
allegria, con la voglia di amare ogni attimo della loro vita, calpestando
quella strada bianca e abbandonando la disperazione di quella breve ma
terribile prigionia. Il sole caldo li riscaldò ancora, i loro cuori
rifiorirono, il profumo della libertà li inebriò e volarono insieme più alto
delle nuvole, cercando un villaggio di stelle lucenti, quello dei sogni e delle
speranze smarrite nel grigiore di quella cella. Oscar si voltò, la casa era
finalmente lontana e si lasciò cadere sull'erba, accaldato, esausto e
ansimante. Augusto continuò a correre ancora, ma quando anche le sue energie
vennero meno si tuffò sul prato tenero, chiuse gli occhi e godette del
suo meritato riposo.
"Grazie," pensò tra sé. "Grazie mio Dio"
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"Forza pigrone, ci siamo riposati abbastanza! Questo è solo l'inizio, ci
aspetta una interminabile traversata!"
Disse a gran voce Augusto mentre si dirigeva, con
passo incerto e sfinito, verso il suo compagno di sventure.
-Augusto, ho un gran male alle gambe! Non so se ce la farò a continuare!-
"Sei impazzito, Oscar? Vuoi o no che questo incubo finisca?"
-Lo voglio, ma non ne ho la forza!-
"Va bene, rimani qui, da solo! Io in questo posto non ci resto un minuto
di più!
E si incamminò coraggiosamente verso l'infinito, senza mai guardarsi alle
spalle, fortificato dalla grandezza della missione da compiere e seccato da
tanta viltà.
"Voglio proprio vedere come tornerai a casa… Voglio proprio vedere, sì! Non
sei capace neanche di parlare! Non sai neanche come orientarti!"
Oscar, colpito profondamente da quelle dure parole, si sentì smarrito, raccolse
tutte le sue forze e, con un balzo felino raggiunse Augusto e lo afferrò
saldamente per un braccio. Avanzarono in silenzio, fianco a fianco. Augusto
seguiva le vibrazioni della propria mente.
Con grande stupore si ritrovarono su di una strada affollata. Le macchine
sfrecciavano veloci e ignare, lasciando grosse nuvole biancastre al loro
seguito. Oscar si sentì emozionato di fronte a tanto movimento, per la prima
volta si scoprì innamorato del rombo del motore delle automobili,
letteralmente conquistato dall'odore acre e penetrante dei gas di scarico. Stava
lentamente tornando alla vita anche se, la sua vera oasi di pace, era ben
lontana. Augusto era perplesso, sembrava confuso.
" Biondino, hai idea di come tornare a casa? Mi spieghi chi è quel pazzo
che offrirebbe un passaggio a due ragazzini sperduti?"
Si sedette su di un sasso, assorto nei suoi mille pensieri, il viso sorretto
dal suo pugnetto chiuso. Una piccola sfera azzurra roteò con lentezza di fronte
ai suoi occhieti scuri, era luminosa e grande quanto un pallone da calcio. Si
fermò, dentro di essa una giovane colomba bianca spiccò il volo. Roteò
ancora e stavolta apparve il viso sorridente di un uomo dai folti
capelli cenerini. L'uomo gli parlò:
" Hai dato del tuo meglio, Augusto! Sei un grande collaboratore, ma ora
hai bisogno del mio aiuto. Ascoltami attentamente. Proseguite ancora un po'
verso est e fermatevi davanti alla prima quercia che incontrate. Lì troverete
il modo per tornare a casa…"
" Va bene, ma dimmi qualcos'altro… No! Non andare via!" reclamò il
bimbo.
La minuta sfera, volteggiando, scomparve nel nulla. Oscar si voltò, attirato da
quella sonora protesta, e rivolto verso Augusto, picchiò la manina più volte
sulla sua fronte!
"No, non parlo da solo! Stavo solo riflettendo ad alta voce!" ribatté
Augusto, tentando a stento di giustifi-carsi. Ma il rossore che gli dipinse il
viso lo tradì. Si incamminò verso est e attirò a sé il suo compagno con un
secco sventolare di mano. I loro passi, cadenzati come i palpiti dei loro
teneri cuori, li condussero dritto dritto ad una quercia enorme. Proprio lì
sotto un auto faticava a mettersi in moto.
- E' il segno! - rifletté Augusto.
L'uomo al volante sbraitava come un ossesso ma nessun passante ebbe il
buon cuore di fermarsi per dargli una mano.
"Sia ringraziato il cielo! La macchina è in panne e da solo non riesco a
farla ripartire. Mi daresti una mano bimbo mio?"
Oscar si voltò, intimidito, ma annuì senza esitazione.
"Bravo piccolino, ora cerca di svitare questo bullone, come faccio
io…!" e gli mise in mano una pesante chiave inglese.
Oscar, da bravo soccorritore si diede da fare e, mentre armeggiava con la
chiave inglese rifletté…
-Non capisco perché quest' uomo ha chiesto aiuto a me e ha ignorato del tutto
Augusto…E' vero anche che questi adulti sono imprevedibili…-
Augusto sorrideva, divertito. Conosceva molto bene quell' uomo. Pochi minuti
prima era il volto di una sfera!
*********************
"Grazie amico mio, sei stato veramente gentile! Ce ne fossero di bimbi
come te: disponibili, laboriosi e silenziosi! Scusami se sono stato un pò
superficiale, ma ero così disperato! Per fortuna ora tutto è risolto! C'è
qualcosa che posso fare per te?"
Oscar lanciò uno sguardo smarrito verso Augusto…
"Potresti riportarmi a casa? Da giorni vagabondo senza trovare la giusta
direzione…"
Aggiunse Augusto, correndo in soccorso del piccolo senza parole. Oscar coprì
prontamente la sua boccuccia con la mano per confondere l'ignaro interlocutore,
per illuderlo che quelle parole provenissero proprio dalle sue labbra. Cercò di
dare espressione ai suoi occhi, ma non era molto abituato a
discorrere.
"Oh, povero amico mio…"
Il simpatico autista, sorprendentemente, non pretese altre spiegazioni,
accese il motore e si diresse verso la capitale.
*********************
- A breve sarò a casa, ancora non riesco a crederci!- continuava a ripetersi
incessantemente Oscar. Si voltò per condividere la gioia di quei
momenti con Augusto, ma il suo compagno dormiva beatamente accanto a lui,
stremato dalla fatica di quella fuga.
Donò il suo sorriso all'aria, alla luce, al
tramonto.
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Il viaggio fu lungo, silenzioso e carico di emozioni devastanti. Oscar
riusciva a sentire l'odore dell'erba fresca del suo prato, sentiva l'eco della
voce calda di sua madre che gli ripeteva di fare attenzione, e di non cadere
nel lago di fronte casa. Sorrideva, era felice! Quell'incubo e quel suo
peregrinare erano finalmente archiviati in un polveroso album che non sarebbe
mai più stato sfogliato, per il resto dei suoi giorni. Aveva trovato inoltre un
nuovo amico e questo era meraviglioso. Di amici ne aveva pochi e di amici che
riuscissero a parlare con la sua mente non ne aveva proprio. Non voleva più
pensare a quei giorni orribili. Voleva solo tornare a casa e tuffarsi nelle
braccia di sua madre!
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"E' qui che abiti?"
Oscar annuì estasiato, era di fronte casa sua, non stava sognando! Scese
precipitosamente dall'auto, senza neanche ringraziare e chiudere lo sportello,
corse verso casa, suonò più volte il campanello e non contento tirò calci
e pugni al portone, impetuoso come un uragano. La porta si aprì con lentezza,
il viso pallido e smunto della madre fece capolino e quel viso divenne sorgente
di un inesauribile felicità.
"Mam…ma!"
Pronunciò per la prima volta. Lacrime di gioia lavarono il ricordo di quei
giorni trascorsi nella disperazione, e quella parola, articolata a fatica,
echeggiò come fosse il lieto suono di una campana in festa. Oscar, ancora
scosso dall'emozione, si voltò per cercare il suo fedele compagno di sventura,
ma ormai non c'era più, era svanito senza neanche un stretta di mano. Insieme a
lui quella macchina che lo aveva ricondotto a casa.
*********************
Tutti erano riuniti attorno al fuoco scoppiettante quella sera, seduti su
seggiole malferme, sfogliando vecchie foto e ripercorrendo a ritroso i momenti
più importanti e dolorosi della loro famiglia.
"Augusto!" affermò con sicurezza Oscar, premendo il suo candido
ditino sulla fotografia di un bimbo moro e ossuto.
I genitori si guardarono con aria sospetta, nessuno glie ne aveva mai parlato
ma quel nome era zampillato, nitido e cristallino, dalla bocca del piccolo.
"Vedi amore mio, Augusto era il mio fratellino," disse la mamma
col suo tono pacato e affettuoso
"Un giorno scomparve senza lasciare traccia e fu inutile ogni
tentativo di ricerca. Dopo qualche giorno, dal lago di fronte casa, emerse il
suo corpicino…Fu un dolore immenso per tutti noi, aveva solo sei anni!"
Fece una pausa, erano passati molti anni, ma la ferita era ancora aperta e
sanguinante.
"Adesso Augusto non è più con noi," aggiunse alzando gli occhi al
cielo con dolore "ma sono sicura che ci è sempre molto vicino, e
sicuramente ci dà la forza per affrontare i momenti più difficili! Adesso lui è
in paese lontano, dove non ci sono pericoli e dolori, dove non esiste l'egoismo
e la malvagità e dove tutti si amano."
Prese la mano del figlioletto e lo condusse dolcemente verso la finestra.
"Vedi?" domandò mentre indicava il cielo "Lui è lì, oltre le
nuvole…"