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| Profilo linguistico della Sardegna |
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| PROFILO LINGUISTICO DELLA SARDEGNA
Capitolo II
Tratti tipici della lingua sarda
La lingua storica della Sardegna è il sardo, un tempo parlato in tutto il territorio dell’Isola. Le diverse vicende storiche hanno dato luogo all’impianto o alla formazione di altre lingue nel territorio isolano. Nel territorio della Gallura – già da epoca preromana in contatto culturale con la Corsica, contatto, anche linguistico, poi rimasto endemico per tutto il medioevo e oltre – si è infatti impiantato a partire dai secc. XIV-XV il dialetto corso *meridionale; l’area linguistica gallurese, nelle cui parlate è comunque presente una consistente porzione di lessico sardo-logudorese, occupa una superficie di kmq *** e interessa circa 100.000 parlanti. Nell’area sassarese (Sassari, Porto Torres, Sorso Stintino), a partire dalla città di Sassari si venne formando nei secc. *XIII-XIV una parlata mista, a base grammaticale e lessicale toscana (pisana) ma largamente compenetrata dall’elemento sardo logudorese; l’area linguistica sassarese occupa una superficie di kmq *** e interessa circa 170.000 parlanti. Ad Alghero (40.000 abitanti) si impiantò, a partire dalla conquista aragonese nel sec. XIV, il catalano; mentre nell’isola di San Pietro, fino ad allora completamente disabitata, fu fondata, in epoca sabauda nel *1738 dai coloni liguri provenienti dall’isola di Tabarca (prospiciente la costa africana tunisino-algerina); *il dialetto tabarchino si estese poi a Calasetta, nella parte settentrionale della vicina isola di Sant’Antioco: questa varietà ligure interessa circa 10.000 abitanti.
La lingua sarda, testimoniata dalle scritture fin dagli ultimi decenni del sec. XI, non ha mai conosciuto una varietà sovralocale, se si esclude la coinè letteraria a base logudorese, impiegata, soprattutto ma non solo, da poeti e letterati a partire dal tardo sec. XVI fino ai primi decenni del Novecento e anche oltre, mentre la variante cagliaritana ha spesso funto da variante ‘colta’ nella metà meridionale dell’Isola.
Le differenze areali sono già tendenzialmente presenti fin dalle prime manifestazioni scritte (che peraltro, come proprio e ovvio di ogni registro scritto, tendono a occultarle) del sardo e sono andate progressivamente aumentando nel corso della storia linguistica sia per i diversi contatti linguistici del sardo con altre lingue, sia per differenti modalità evolutive delle medesime diverse aree linguistiche.
Tuttavia queste differenti aree geolinguistiche sarde condividono un buon numero di fenomeni:
Fonetica. βγδ
Il sardo presenta un sistema vocalico a cinque elementi fonematici tonici con varianti metafonetiche per la vocali medie e ed o. In pratica mentre nella più gran parte delle aree romanze la Ĭ e la Ŭ (brevi) latine hanno dato luogo, confluendo rispettivamente con la Ē e con la Ō lunghe, ad é e ad ó (fonologicamente) chiuse, in sardo tali vocali sono rimaste inalterate: nìe (< NĬVEM) ~ it. néve; pilu (< PĬLUM) ~ it. pélo; durche (< DŬLCEM) ~ it. dólce; bucca (< BŬCCAM) ~ it. bócca. Non si ha dunque opposizione è ~é, (e aperta ~ e chiusa) né ò ~ó (o aperta ~ o chiusa).
Le vocali medie e ed o sono soggette al fenomeno della metafonesi per cui esse hanno timbro chiuso se ad esse segue una vocale chiusa i o u; (da questo punto di vista il sardo mostra congruenza trasparente con i dialetti italiani meridionali, congruenza opaca con il portoghese e il provenzale, congruenza indiretta ma storicamente ricostruibile con il castigliano): bónu ~ bòna; sòno ((io) suono) ~ (su) sónu ((il) suono); (su) témpus ((il) tempo) ~ (sos) tèmpos ((i) tempi); su pórcu (il porco) ~ sos pòrcos (i porci); fémina; ómine. Tale fenomeno comporta riflessi a livello fonologico nel campidanese, in quanto la neutralizzazione e riduzione, propria di quest’area dialettale, dei fonemi vocalici -e ed -o finali di parola in -i e –u, che non agiscono metafoneticamente chiudendo le medie toniche (p. es. is bòis e is pròccus (i buoi e i porci) = log. sol bòes e sos pòrcos; is fròris bèllus (i bei fiori) = log. sos fròres bèllos) rispettivamente fonematizza le varianti medio alte e medio basse di e e di o toniche: (su) témpus (< TEMPUS, ‘il tempo’) ~ (is) tèmpus (< *TEMPOS, ‘i tempi’); sònu (‘(io) suono’) ~ sónu (‘(il) suono’); òllu (< * VOLEO = ‘(io) voglio’) ~ óllu (< OLEUM (‘olio’); òru (< it. oro) ~ óru (< ORUM (cfr. DES, s.v. óru) = ‘orlo, bordo’); bèni (‘bene’) ~ béni (‘vieni’, imperativo 2)° persona. Salde sono in genere le vocali atone, per quanto non sia disconosciuta la caduta:
neula < NEBULA, fàula < FABULA.
La presenza di vocali paragogiche, in genere di durata più breve del normale fin quasi all’impercettibilità, dopo consonante in pausa o dopo vocale finale accentata: Maria a lavau sas tassasa (Maria ha lavato i bicchieri), e itt’è: no pappasa/pappaa? (e che: non mangi/mangia?), poitt’est ca no l’a allegau? Ca lu timee (perché non gli ha parlato? Perché lo teme); su caffei/su caffeu (il caffé), perou (però), nou!/nono (no!), su gattou (il (dolce) croccante).
Indebolimento delle consonanti occlusive intervocaliche: il sardo mostra, da un punto di vista della classificazione tipologica e della comparazione interlinguistica romanza, una situazione mediana e non omologabile con quella di altre aree. Infatti da un lato la più gran parte delle parlate sarde mostrano il digradamento delle occlusive sorde in posizione intervocalica a fricative sonore, così come avviene nell’Iberia e nella Gallia, con l’Italia del nord, e a differenza dell’Italia centromeridionale dove tale fenomeno di digradamento, se pure presente, è per lo più un fatto di variazione fonematica (nel senso che i suoni indeboliti e sonorizzati covariano con quelli sordi), mentre nelle parlate sarde i suoni indeboliti e sonorizzati acquistano valore e statuto di fonema (es. pìku (il piccone) ~ pìu ((io) prendo), sòka (fittone di una pianta)~ sòa (laccio, frusta), kòka (oca) ~ kòa (strega, fattucchiera), fàta (fatta) ~ fàa (fatakùpa (bracere)kùa (botte), skročài (scortecciare) ~ skrožài (sbucciare); anche con valore morfonematico: (ìssu) pàpa kàzu (ind. 3a sing. = (egli) mangia del formaggio) ~ pàpa àzu! (imp. 2a sing.= mangia formaggio!) essendo la sorda il risultato di -T#+Coccl. sor.+V, e la fricativa sonora il risultato di V#+Coccl. sor.+V). Il fonema fricativo sonoro si oppone poi anche, sia pure con basso rendimento, alle sonore occlusive corrispondenti (sàa (sapa, mosto cotto dolce) ~ s’àbba (l’acqua), aùdhu (cacchione, larva dell’ape) ~ abbùdhu (l’abbuffarsi); saràu (sacro) ~ s’aggràu (soddisfazione, gradimento); e si veda almeno un caso di opposizione a tre elementi: akàtu (accoglienza, rispetto) ~ aàtu ((io) trovo) ~ aggàtu ((io) schiaccio), ed anche i termini della succitata coppia aùdhu ~ abbùdhu potrebbero aver un terzo elemento oppositivo con l’occlusiva sorda: a pudhu (a(l) pollo).
D’altro canto però le fricative sonore sarde mostrano al contempo uno statuto di variabilità: nel senso che esse – a livello però morfonemico e non fonologico – sono varianti fonematiche in fonetica sintattica e in morfotassi: infatti una occlusiva sorda in posizione di inizio di parola rimane intatta dopo pausa o dopo parola uscente in consonante, ma digrada nella corrispettiva sonora fricativa qualora essa stessa si venga a trovare in contesto intervocalico (es. pèna, sas penas :: sa èna; tèrra, is terras :: sa èrra; kùssu, a kussu (< AD (EC)CU IPSUM) :: de ùssu; čélu, in čélu :: de žélu). Da questo punto di vista dunque, il sardo è congruente con l’italiano centromeridionale, e si separa dall’occidente romanzo con cui era invece legato per il precedente aspetto. Il fenomeno in questione è in rapporto con quello dell’esito della correlazione di geminazione, ed inoltre, in maniera diacronicamente e diatopicamente connessa, esso, come si diceva ed è noto, non si verifica in tutte le parlate sarde: infatti le parlate delle zone centrali (Nuoro e la Barbagia quivi circostante, la zona bittese e la Baronia) non conoscono (o conoscono parzialmente) il digradamento delle occlusive sorde intervocaliche che tendono a rimanere intatte: e tuttavia la correlazione di geminazione in quest’area rimane anche se la sua effettiva realizzazione fisico-fonica resta difficile e diseconomica dal punto di vista acustico. L’articolazione di -K-, –P-, -T- originarie latine, in posizione intervocalica, è infatti, nelle zone centrali diversa da quella di -KK-, -PP-, -TT- originarie latine (primarie o secondarie, cioè come risultato di fenomeni di assimilazione consonantica), o derivate da prestiti esogeni: nel senso che le scempie sono pronunciate con un energia maggiore e uno stop glottidale che ne abbrevia la durata, al contrario delle geminate originarie che non sono realizzate con tale articolazione (sìKu (seguo) ~ siku (secco), fàTa (fata) ~ fàta (fatta) mùTu (muto) ~ mùtu ((particolare schema metrico di) strofa), corrùTu (cornuto)~ korrùtu (lutto, duolo), lùTu (fango, melma) ~ lùtu (lutto), de Kussa Terra (di quella terra) ~ a (<AD) kùssas terras (a quelle terre); o magari si veda la coppia quasi minima kùPa (botte) ~ kùpu (tino, attingitoio); né va dimenticato che i documenti medievali mostrano oscillazione fra occlusiva mantenuta e occlusiva indebolita e sonorizzata. Il digradamento sardo ha potuto trovare diacronicamente dunque una via di realizzazione forse proprio a partire da questa diseconomia originaria. Pertanto il sardo sotto questo aspetto si pone in una via mediana fra occidente e oriente neolatino in quanto da un lato presenta la fonematizzazione del suono fricativo sonoro derivato da un originario occlusivo sordo, ma d’altro lato le fricative mantengono più che la traccia dello statuto di variante fonematica del corrispettivo sordo, come s’è visto; e se è vero che le varianti diatopiche possono considerarsi la proiezione di ciò che una volta erano state varianti diastratiche o diafasiche in sincronia, possiamo pensare che la situazione odierna dei dialetti centrali sia almeno simile a ciò che dovette essere all’origine la situazione nelle altre regioni dell’Isola: ossia una situazione conservativa ma con una realizzazione fonetica particolare delle occlusive sorde scempie in posizione intervocalica, realizzazione che ‘naturalmente’, per ragioni puramente fonico-articolatorie, e indirettamente, per ragioni ‘economiche’, spingeva verso la sonorizzazione.
Il mantenimento della -S finale con le già viste ricadute morfologiche per ciò che concerne la marcatura dei plurali e le desinenze della coniugazione. In tale ambito il sardo è congruente con le lingue occidentali (Sardo, Ibe., Gallia).
Mantenuta è pure la -T finale, anche se essa non è mai realizzata in superficie come tale: infatti o essa è seguita da parola iniziante per vocale, oppure, specie in pausa, da vocale paragogica: e allora la -T viene lenita in δ (VENIT> béniδi, VENIT AD DOMUM > béniδ a domu); oppure, se seguita da parola iniziante per consonante, la -T si assimila a quest’ultima (VENIT PAULUS > beni pPaule). Va comunque osservato che nei dialetti nuoresi, dove le occlusive sorde intervocaliche non vengono lenite, la -T che precede (parola iniziante in) vocale mantiene l’articolazione sorda, vista qui sopra, propria delle occlusive sorde scempie (beniTi; beniT a domu)
La questione dell’indebolimento delle occlusive sorde intervocaliche, qui sopra appena trattato, ci ha posto a metà strada fra questioni relative alla classificazione del sardo all’interno dell’universo romanzo e a fatti di diatopia interna allo spazio del sardo medesimo, oltre che di fronte a questioni di ristrutturazione interna. Un qualcosa di simile ci si presenta riguardo al problema dell’evoluzione delle velari originarie latine k e ĝ di fronte alle vocali anteriori e ed i: CAELUM > nuor.-log. kelu, camp. čelu; CENTUM > nuor.-log kentu, camp. čentu; FALCEM > nuor.-log. farke/falke, camp. farči/frači; PACEM > nuor. pake, log. paγe, camp. paži; SALICEM > nuor. sàlike, log. sàliγe, camp. sàliži. Il fenomeno è stato in genere considerato un tratto arcaico di quasi esclusività sarda; ed è pure nota la distribuzione areale di tale stesso fenomeno: che è presente nei dialetti centrali e nel logudorese, mentre il campidanese (comprese le aree ogliastrina e barbaricina inferiore) presenta la palatalizzazione dei fonemi velari come tutta la Romània. Tradizionalmente, in parte fino ad oggi, si ammette la conservazione di tali fonemi velari come una continuazione ininterrotta dei suoni originari latini, mentre la palatalizzazione campidanese sarebbe il risultato di una influenza toscana sull’area meridionale dell’Isola in epoca basso medievale. La situazione è però più complessa di quanto non si sia detto. Espongo prima sinteticamente la mia tesi, porterò poi a sostegno alcune argomentazioni sia testimoniali sia di metodo. Sono dell’avviso che la palatalizzazione in sardo campidanese sia indipendente, nella sua genesi almeno, dall’influsso toscano e che il germe sia stato tutto indigeno e compartito in tutto il dominio sardo, comprese quindi le aree centrosettentionali. L’intacco (l’intacco almeno) delle velari, diffuso ovunque, avrebbe avuto però, e mantenuto a lungo, lo status di variante fonematica e non quello di fonema: solo successivamente si sarebbe operata una scelta o a favore della variante conservativa nel settentrione, o nel meridione invece, a favore della variante innovativa palatalizzata. Possono avvalorare questa ipotesi intanto alcune testimonianze medievali: forme come batuier per batugher nel CSPS o ieneru per ĝeneru nel CSPS e nel CSNT, in cui la i < C+E,I fa pensare a un suono con intacco palatale. D’altra parte nella Barbagia meridionale (Aritzo, Désulo), ai limiti dell’area campidanese l’esito di C+E,I è una palatale ć (o ģ in posizione intervocalica, in Ogliastra poi evolutasi in ğ: paği): ćelu, paģe; diversamente dal campidanese comune che presenta invece l’alveopalatale č (o ž in posizione intervocalica): ciò che fa pensare che la Barbagia meridionale mantenga il primo intacco palatale latino, poi evolutosi ulteriormente e diversamente in campidanese.
Ma anche forme del CSMB come anzilla/angilla, bingi/bingindellu, kergidore danno da pensare e non si possono ritenere come voci isolate e casuali; esse sono comunque la spia di un qualcosa. Come risulta dagli esempi citati, queste strane forme con g anzi che con k velare sordo (binki, ankilla, kerkidore) (una g che presumo palatale (ğ), e le varianti anzilla/angilla per il più consueto ankilla conferma ciò) presentano tutte una g postconsonantica, e occorrono dopo n e dopo r. Ora è noto che in sardo i nessi nj e rj evolvono in nğ e rğ attraverso una fase in cui la g palatale non ha ancora raggiunto la fase alveopalatale (un suono intermedio ģ, quale potrebbe essere documentato per altro nello stesso CSMB, dalle scritture Murghia (172) e venghio (174) anziché Murgia e bengiu). Queste scritture di cui diciamo (bingi, angilla, kergidore) possono insomma rappresentare proprio questi suoni intermedi nģ e rģ: nella fase medievale tali suoni intermedi potevano confondersi con le realizzazioni palatali – non ancora alveopalatali – ć, di nk e rk originarie che evolvevano appunto verso nć e rć, dove. Insomma, nel caso delle nostre grafie bingi, angilla, kergidore, tale suono intermedio ć poteva essere realizzato come sonora ģ per il doppio influsso della sonorità delle liquide n e r e per la assimilazione di nć e rć con i tipi da nj e rj realizzati appunto nģ e rģ. Oltre che queste grafie medievali, possono suffragare l’ipotesi in questione determinate varianti dialettali, presenti in Barbagia e in Arborea, come ĝenna per ğenna < JENUA o ĝiniperu per ğiniperu < JENIPERU per JUNIPERU; si tratta, come si vede, di evoluzioni inconsuete in quanto J latina non dà di regola una velare sonora ĝ, ma semmai una palatale ğ: orbene solo a partire da forme con intacco palatale ma non ancora pienamente svolte (solo cioè da forme come appunto ģenna o ģiniperu) si poteva per così dire, retrocedere a forme con la velare ĝenna o ĝiniperu; e, inoltre, solo nel caso che il suono con intacco palatale a partire da suono velare fosse una variante alternante col suono velare medesimo; né va poi dimenticato che le parlate meridionali rendono con č (palatale) il nesso kj degli imprestiti medievali dal toscano, p. es. aparičài, béču, sìča rispettivamente da apparecchiare, vecchio, secchia: ciò si può spiegare col fatto che tale suono kj toscano andava a confondersi e a sovrapporsi all’originario suono velare con intacco palatale ć, per cui essendo quest’ultimo passato poi a č (palatale) forse proprio per influsso toscano, tanto il suono originario latino con intacco quanto quello degli imprestiti toscani con kj finirono per confluire nell’esito č palatale.
Del resto i dialetti arborensi mostrano, tanto oggi quanto nella fase medievale, la rottura di una simmetria secondo la quale laddove i nessi originari latini C,T+J evolvono in > t (pùu/pùtu, àa/àta) si ha la conservazione delle velari (come nei dialetti logudoresi e nuoresi), mentre laddove i nessi originari latini C,T+J evolvono in ts (pùtsu, àtsa) le velari sono palatalizzate; in Arborea abbiamo invece da un lato la conservazione delle velari di tipo settentrionale, dall’altro il passaggio di C,T+J in ts di tipo meridionale. Segno questo di un conflitto diacronico, di cui tratteremo un po’ più diffusamente qui sotto, ma che mostrano comunque come le velari logudoresi sarde non siano il supino proseguimento conservativo delle velari latine, così come le palatali campidanesi non siano il mero risultato di un influsso esogeno. Si può invece pensare a una più o meno lunga fase predocumentaria e altomedievale, in cui siano coesistite due varianti, quella velare e quella palatale, ciascuna magari con annessa valutazione sociolinguistica (forse alta per le velari e bassa per le palatali), e che ciascuna delle due macroaree del dominio sardo abbiano a un certo momento categorizzato una delle due varianti in gioco: così i dialetti settentrionali hanno optato per le velari, forse considerate di maggior prestigio o tradizione, mentre i dialetti meridionali avrebbero optato per la variante palatale, questa volta sì, si può ammettere, per propulsione del toscano, il quale dunque non avrebbe generato il fenomeno della palatalizzazione campidanese, ma lo avrebbe solo reso categorico a partire da una situazione di variabilità in cui alternavano velari e palatali; si può così spiegare, senza tema di contraddizione, il fatto che i più antichi testi campidanesi mostrino anch’essi chiara testimonianza della conservazione delle velari.
Tutto ciò restituirebbe alla lingua sarda la figura di una storia più mossa e dinamica di quanto in genere non si ammetta, per cui l’idea tradizionale di un conservatorismo trasparente e lineare del sardo sarebbe quantomeno da rivedere alla luce di un andamento evolutivo complesso e non così rettilineo come si è voluto.
D’altra parte non così trasparente e pacifica è l’opinione che vuole i dialetti logudoresi e ancor più i nuoresi sempre e comunque conservativi contro i dialetti campidanesi invece sempre innovativi e inclini all’influsso straniero. Molte volte è vero invece proprio il contrario. E non sto a dire di opinioni che ritengo veri e propri feticci folcloristici – ma che hanno però influsso sulla prassi e sul pensare comuni – opinioni relative a pretese purezze e fedeltà linguistiche contro compromissioni e incaute aperture a corruttele di influsso straniero. Per esempio lo sviluppo di –L- intervocalica latina in campidanese, sviluppo che si realizza come [b.], [ŗ], [w], [gw] è a mio parere il riflesso di una più antica latina realizzazione della [l] che era velare e non dentale; mentre l’esito ll campidanese a partire dal nesso latino LJ –anziché [ğ] o [dz] del logudorese (p. es. fìllu contro fìğu o fìdzu) – è in connessione, attraverso un processo lungo e complesso, che non posso riassumere qui, proprio con gli esiti di -L-. E ciò per stare solo ad alcuni fatti fonetici; ma potremmo aggiungere quanto meno il mantenimento campidanese della LL geminata originaria latina nei pronomi atoni dhu e dhi (< (I)LLUM, (I)LLI) contro l’esito innovativo logudorese lu e li (< (IL)LLUM, (IL)LI) che mostrano lo scempiamento della LL geminata originaria.
Morfologia.
L’articolo determinativo continua il latino IPSUM e non ILLUM: l’articolo determinativo è dunque in sardo su (m. sing.), sa (f. sing.), sos (m. pl.), sas (f. pl.). Nel dominio meridionale del sardo, l’articolo plurale è però is, invariabile per maschile e femminile (is óminis e is féminas = gli uomini e le donne): tale forma neutralizzata rispetto al genere pare essere di origine greco bizantina (cfr. G. Paulis).
Come già rilevato nel paragrafo relativo alla fonetica, il sardo mantiene le consonanti finali latine, con le ben ovvie ricadute sulla morfologia. La -s finale funge da marca del plurale (s’ómine/-i (l’uomo) ~ sos ómines/is óminis (gli uomini), sa roda (la ruota)/ sas (o is) rodas (le ruote), sa tassa (il bicchiere)/ sas (o is) tassas (i bicchieri); ma anche come marca verbale: canta (canta: imperativo 2a pers.) ~ cantas ((tu) canti: indic. pres. 2a persona) ~ canta(t) ((egli) canta: indic. pres. 3a persona). La -t finale funge da marca della 3° persona singolare, già l’ultimo esempio qui sopra lo domostra; va comunque detto che nella catena parlata, la -t non si dà mai come tale: infatti o essa è seguita da vocale paragogica con (nella stragrande porzione del territorio sardo) lenizione in δ: per cui da CANTAT, VENIT, TIMET si ha càntaδa, béniδi, tìmeδe; la lenizione della -t si ha anche davanti a parola che cominci per vocale: [àndaδ a domo] = (egli) va a casa), [krazi béniδ Antoni] = domani viene Antonio. Oppure si assimila alla consonante iniziale della parola successiva (che non subisce pertanto lenizione): canta ssèmpere, contro [canta zèmpere] = canta (imper. 2°) sempre; béni kkitzi ((egli) viene presto), contro [béni γitzi] (vieni presto) time ttottu ((egli) teme tutto), contro [time δottu] (temi, abbi paura di tutto). In pausa non è esclusa la caduta, in alternativa al mantenimento con lenizione e aggiunta della vocale paragogica: [a nau chi no beni] accanto a [a nau chi no benδi] = ha detto che (egli) non viene. Per quanto concerne la 3a persona plurale, va ricordato che mentre le parlate meridionali mantengono la -t con eventuale paragoge: (càntant(a), bénint(i), timint(i)), le parlate settentrionali mostrano la caduta della -t (ed eventuale paragoge): (càntan(a), bénin(i), tìmen(e)).
Andrà infine osservato il mantenimento dei neutri latini in -us: su témpus (< TEMPUS, pl. sos/is tèmpos/-us), su córpus (< CORPUS, pl. sos/is còrpos/-us), unu ladus (< LATUS, = una metà; pl. duor lados/dus ladus = due metà).
Il diasistema settentrionale (ma in epoca storica anche il campidanese) mantiene le forme originarie dell’imperfetto congiuntivo: cantare /-s /-t /-emus /-eis /-en(e): no kerìo chi issos cantarene = non volevo che essi cantassero; contro campidanese no bolia chi issus cantessint(i).
L’imperativo negativo è formato dalla negazione seguita dal congiuntivo presente: no tìmas, no timais (non temere, non temete).
Il sardo forma il futuro e il condizionale mediante la perifrasi del presente del verbo avere + a + infinito per il futuro; e la perifrasi dell’imperfetto del verbo avere + a + infinito per il condizionale, o, soprattutto nella metà settentrionale, della forma abbreviata dell’imperfetto del verbo dovere + infinito: app’ a fàghere (farò); at a cantare (canterà), eus a bènni (verremo); iast’a nai (diresti), iant a cantai (canterebbero) diais kèrrere (vorreste), diat èssere (sarebbe).
Marcatura dell’oggetto indicante nome di persona mediante la preposizione a: appo bidu a Maria (ho visto Maria), anda a pigare a Juanne (vai a prendere Giovanni)), intende a babbu tuu (ascolta tuo padre). Caratteristica che il sardo condivide con lo spagnolo e diversi dialetti meridionali.
Condivisione che si estende al fenomeno, tipologicamente affine, della mancanza di declinazione del pronome personale tonico di terza persona: il sardo presenta infatti la forma unica issu (-a,-os,-as) mostrandosi congruente con l’Iberia e l’Italia meridionale, di contro alla Gallia e all’Italia settentrionale (toscano ivi compreso, e dunque italiano letterario e standard), aree nelle quali di tale pronome, vengono opposte forme al nominativo a forme all’oblliquo: egli~lui/lei, il~lui (/a.fr. li).
Tali congruenze si ampliano poi all’assenza del partitivo: anche qui il sardo si colloca nella zona meridionale della Romània (Iberia e Italia del sud) in quanto non fa uso di partitivo: daemi pane (dammi del pane); mi paret d’aer intesu ómines toccande a sa janna (mi pare di aver sentito degli uomini bussare alla porta); fiat sidiu e at buffau acqua frisca (aveva sete e ha bevuto dell’acqua fresca).
Pratica assenza degli avverbi in –mente e uso avverbiale dell’aggettivo neutro, il sardo mostra congruenza col rumeno e in parte con l’italiano meridionale.
In sardo, lingua cosiddetta pro-drop, non è obbligatorio l’uso del pronome soggetto, in caso di assenza di un soggetto esplicito: cantas ((tu) canti); mandigamus ((noi) mangiamo); no creu chi bengiat (non credo che (egli) venga); est arribau innanti chi aeren accabbau de pappare (è arrivato prima che (essi) avessero finito di mangiare).
Non sarà inutile ricordare, in una prospettiva tipologico-comparativa, che il sardo si allinea alle lingue dell’area italoromanza e galloromanza, distinguendosi dunque dall’area iberoromanza, per ciò che concerne l’uso degli ausiliari essere/avere e l’accordo del participio col soggetto. L’Italiano tutto e la Gallia in senso ampio fanno uso dell’ausiliare essere con verbi intransitivi (è andato, è venuto, è arrivato, è caduto, è nato), e così pure il sardo: est andau, è bénniu est arruttu, es nàsciu/naschìu. Altrettanto il sardo accorda il participio dipendente dal l’ausiliare essere col soggetto: Maria è bennia, sos pitzinnos son arribaos, cussus óminis funt arruttus (= quegli uomini son caduti), pessao chi Frantzisca e Juanna esseren giai bennias (= pensavo che Francesca e Giovanna fossero già venute); is mànus ancora no si dhas fìat sciakwàdas (= le mani non se le era ancora lavate). Contro tutto ciò si veda p. es. lo spagnolo a ido, Maria a caido, los hombres an llegado.
Per quanto riguarda il passato remoto, se nel medioevo e ancora in epoca più tarda, il sardo manteneva il perfetto latino, il sardo moderno lo ha invece eliminato sostituendovi le forme perifrastiche del passato prossimo o del tra passato prossimo. Fanno eccezione alcune aree del logudorese e i registri poetico-letterari a base logudorese.
***Va osservato che gli ultimi tre parametri sono visti dalla ricerca linguistica attuale in campo romanzo (cfr. La Fauci, Zamboni) come interconnessi sia dal punto di vista diacronico, sia dal punto di vista tipologico; infatti l’opposizione d’uso degli ausiliari essere ~ avere mantiene l’originaria opposizione diatesica latina attivo ~ medio, che, nella tarda latinità, veniva messa in crisi proprio dall’accordo del participio passato sia col soggetto dei verbi medi sia con l’oggetto dei verbi attivi. A questa crisi le lingue iberiche reagiscono diversamente: e cioè eliminando l’accordo del participio passato con l’oggetto, mantenendo il perfetto latino non perifrastico, così quindi marginalizzando il nuovo perfetto perifrastico, e infine non accettando una distinzione oppositiva degli ausiliari essere ~ avere. I dialetti italiani meridionali solo parzialmente si radicalizzano in questa scelta processuale evolutiva, accettando la marginalizzazione dei nuovi perfetti perifrastici, ma non accettando la soluzione radicale iberica del non accordo del participio e l’uso dell’ausiliare avere esteso anche agli intransitivi e medi; i dialetti dell’Italia del sud stanno, relativamente a questi tre parametri in questione, in posizione mediana rispetto alle due opposte posizioni coerenti: da un lato quella delle lingue centrali (Gallia, Italia settentrionale con italiano standard contemporaneo e sardo) iberoromania dall’altro. [dire meglio e più sinteticamente]
Sintassi.
Dal punto di vista sintattico ricorderemo innanzi tutto che il sardo, tanto medioevale quanto odierno, è, come già detto sopra, una lingua pro-drop, ossia a soggetto nullo, al pari del meridione romanzo (ossia dell’area italiana centro meridionale, toscana compresa, e dell’area iberoromanza); osserveremo ancora che il sardo medievale, come tutte le lingue neolatine in tale fase storica, ha attraversato una fase tipologico sintattica con sogetto postverbale (tipo VSO); e infine ricorderemo che il sardo è stato anch’esso soggetto alla legge Tobler-Mussafia.
Il sardo si caratterizza, inoltre ieri come oggi, per alcuni tratti:
L’accordo del verbo non solo con il soggetto, come ben ovvio per ogni lingua indoeuropea, ma anche con altri argomenti che dal predicato verbale dipendono, e in primo luogo con l’oggetto, accordo che si realizza tramite i clitici, di cui il sardo fa largo uso, dando luogo a costruzioni endofrastiche; nel senso che la frase elementare [(S)VOX(X)(S)] è costituita da un verbo accompagnato da clitici che anticipano la realizzazione lessicale dei suoi argomenti facenti parte della sua rappresentazione lessicale profonda; e d’altra parte, ancora, il verbo può essere accompagnato da clitici anche in assenza di realizzazioni lessicali. Frasi come imoi mi dha papu una/karki pira (ora me (la) mangio una/quqlche pera), li kerìa regalare una prenda a Maria ((le) voleva regalare un gioiello a Maria), mi ’nci seu andendi a Milis ((ci) sto per andare a Milis), ndhi seu torrau de Nùoro ((ne) sono tornato da Nuoro), (n)ke soe torrau dae Kastedhu ((ne/ci) sono tornato da Cagliari), ’nd’anti sciusciau su ponte ((ne) hanno buttato giù il ponte) mostrano una anticipazione, che potrebbe apparire pleonastica o parassitaria, degli argomenti lessicali del verbo, ma frasi del genere sono del tutto normali in sardo, tanto più che verbi accompagnati da clitici sono normali anche senza successiva realizzazione lessicale degli argomenti: kalanci (scendi), beninci/benitike (vieni), (‘n)k’ada a torrare crasa (tornerà domani), ‘nde kalat ((egli)scende), ‘nci apu bogau totu sa burrumballa (ho fatto piazza pulita di tutto l’inutile).
2) La forma progressiva del tipo essere + gerundio (del tipo seu andendi, soe fachindhe, ecc.) come forma non marcata (cfr. sardo est sèmpere mandigandhe petta ~ it. mangia continuamente/spesso carne; kussu piccioku est sèmpri gioghendi ~ it. quel ragazzo gioca in continuazione/è un giocherellone; fizu miu est istudiende in Pisa ~ it. mio figlio è studia/è studente fuori sede a Pisa).
3)L’infinito non controllato, ossia la possibilità di proposizioni infinitive con soggetto esplicitato o non esplicitato e, qualora esplicito, sempre in posizione post-verbale; quel che va soprattutto notato è che in tale tipo sintattico il soggetto non è controllato da alcun elemento della proposizioni reggente: p.es.: no kerzo a k’imbolare nudha (non voglio che si butti via niente), no bollu a mi triulai accanta is pipìus (non voglio che i bambini facciano chiasso accanto a me), no bollu a bessiri (non voglio che escano/che si esca). Tali frasi possono anche essere costruite, nel logudorese, tramite una sorta di infinito personale e/o congiuntivo imperfetto introdotto da preposizioni che generalmente introducono l’infinito: babu mi naraìa sèmpere a no imbolaremus nudha (babbo mi diceva sempre che non buttassimo via nulla), no kerìo a mi triularen accanta sos pitzinnos (non voglio che i bambini facciano chiasso accanto a me), depìa torrare a domo innanti de ghiraret frade miu (dovevo tornare a casa prima che tornasse mio fratello).
4) La vasta accessibilità del ramo sinistro (in termini generativisti) della struttura frasale, ossia l’ampia possibilità di riempire con materiale frastico il nodo SpecC (Specificatore del Complementatore). L’eventuale materiale frastico collocato in tale posizione non necessariamente copre le funzioni di focalizzazione contrastiva, ma può assumere la funzione anche ‘solo’ di ‘mise en relief’: per esempio, una sindria mi papu imoi, sa scivedha est sciaquendi Giuanni, is ogus ‘nci aìa ghetau a pitzus Efis; il valore di tali frasi con oggetto anteposto è spesso anche quello della frase scissa, benché senza valore contrastivo; le frasi sopra esemplificate possono però avere diverse sfumature: per esempio, una sindria mi papu imoi può valere ‘ciò che mangio è un’anguria :: ecco ciò che voglio mangiare: un’anguria:: ecco qua un’anguria, quasi quasi me la mangio’; sa scivedha est sciaquendi Giuanni potrebbe significare ‘ciò che Giovanni sta lavando è il catino :: guarda, che cosa sta lavando Giovanni: il catino :: a proposito di quel catino, Giovanni lo sta lavando, ora’; is ogus ‘nci aìa ghetau a pitzus Efis può valere ‘Efis ci aveva proprio messo gli occhi sopra’. L’anteposizione serve insomma a tematizzare l’elemento anteposto (o magari il microcontesto in cui esso si trova inserito): nell’espressione del tipo cussa lìtera lìtera est iscriendi totu su mengianu non vi è ovviamente una dislocazione a sinistra dell’oggetto in quanto non v’è copia clitica di esso, né una frase simile necessariamente ha la funzione di focalizzare l’oggetto medesimo, ma può significare che il soggetto della frase è occupato tutta la mattina (proprio) a scrivere (proprio) quella lettera/quella lettera che sappiamo doveva scrivere; e il gioco delle sfumature può proseguire con vasta gamma di plasticità: iscriende cussa lìtera est totu su manzanu, cussa lìtera lìtera iscriende est, totu su manzanu. Una frase come sa domu at sciusciau Baingiu oltre che poter portare su di sé la funzione focalizzante più o meno contrastiva, può anche significare ‘Baingiu ha buttato giù la casa: e chi se l’aspettava?! // Baingiu ha buttato giù la casa: proprio quello che doveva/non doveva fare!’; oppure la frase in questione (sa domu at sciusciau Baingiu) potrebbe essere una risposta alla domanda, magari implicita nel discorso, “perché Baingiu è senza domicilio?” risposta che parafrasata sarebbe “ora Baingiu non ha domicilio/non sa dove stare perché ha buttato giù la casa, ossia il luogo dove poteva risiedere/ricoverarsi”; a una domanda come “perché c’è questa corrente d’aria?” si può dare certamente una risposta come an apertu sa ventana, ma una risposta come sa ventana an apertu aggiunge implicitamente il significato ‘è da lì, (proprio) dalla finestra (che hanno aperto/che è aperta), che entra la corrente d’aria che ti infastidisce’ .
Ultimo ma non per ultimo la posizione del soggetto, che in sardo che può stare alla fine della frase: quasi una sorta di grammaticalizzazione della posizione strutturale e/o pragmatica della cosiddetta ‘coda’ o ‘afterthought’, con effetti e sfumature di senso che vi possono stare connesse, quali quelle di focalizzare o defocalizzare il soggetto. Due frasi simili ma con diversa collocazione del soggetto possono avere implicazioni pragmatiche diverse: p. es., a una implicita domanda ‘perché sei allegro’, si può rispondere ca Maria at cantadu una cantzone, oppure ca at cantadu una cantzone Maria: nel primo caso viene a dirsi che l’allegria è dovuta al fatto che Maria, proprio lei, ha cantato/che è stata Maria a cantare, mentre nel secondo con soggetto in coda si vuol dire che l’allegria è dovuta al fatto che sia stata cantata una canzone, la quale canzone, più o meno incidentalmente per il soggetto ascoltante, è stata cantata da Maria.
Allo stesso fenomeno (ossia lo spostamento di materiale frastico a inizio di frase, in SpecC) si ascrive poi la ben nota posposizione dell’ausiliare rispetto al participio passato nei tempi composti, nelle espressioni interrogative o asseverative: bénniu est Andria? Eja, bénniu esti (È venuto Andrea? Sì, è venuto), Inténdia dh’aias a mamma tua tzerriendudì? ((l’)avevi sentita tua madre che ti chiamava?), andau ci fiast a sa festa? Nossi, andau no ci seu, perou ’nd’appo inténdiu fuedhai meda (sei stato alla festa? No, non ci sono andato, però ne ho sentito parlare assai).
Capitolo III
I dialetti della lingua sarda
Come già detto sopra il sardo non ha mai avuto una unità linguistica, almeno per quanto riguarda l’uso comune e diffuso; il sardo ha semmai avuto, come pure abbiamo ricordato sopra, una coiné letterario poetica basata sul logudorese (o, per la precisione, sulla variante logudorese che ha come centro areale Bnorva, e che da un punto di vista lessicale tende verso l’introduzione di materiale esogeno, soprattutto italiano, ma pure iberico, catalano e castigliano); mentre la variante cagliaritana ha spesso, funto, e in certa misura ancor oggi funge, da variante sociolinguistica colta urbana in buona parte del meridione isolano.
La lingua sarda presenta una fondamentale e storica bipartizione che divide linguisticamente l’isola in due metà, l’una che potremmo dire latamente logudorese a nord e l’altra latamente campidanese a sud: differenziazione già evidente a partire dalle prime manifestazioni scritte, che cominciano ad apparire nel tardo sec. XI, del medioevo sardo.
Difficile dire le ragioni e le cause storiche di questa primaria divisione areale, in buona parte immerse nella ‘protostoria’ della Sardegna medievale, per lo più ancora immersa nella nebbia in misura ben maggiore che per le altre aree o regioni storico linguistiche italiane europee (occidentali); e in particolare, soprattutto perciò che qui maggiormente ci riguarda e ci preme, misteriosa è l’origine dei giudicati, le quattro entità storico politiche, in cui era divisa la Sardegna nel medioevo, entità sovrane spesso in competizione e in guerra fra loro. Sembrerebbe certo che queste entità affondino la loro origine primaria nella politica bizantina e che il giudice fosse il rappresentante in Sardegna dell’imperatore di Bisanzio. Ma resta oscuro quale fosse il processo di progressivo distacco della Sardegna dall’impero d’oriente (forse mai formalmente consumato e consumato solo di fatto intorno alla metà del sec. XI), e soprattutto quale fosse stato il processo storico di quadripartizione del territorio sardo. Tale divisione in quattro parti fu immediata? O vi fu una primaria partizione nord-sud, a partire dalla quale ciascuna delle due parti si suddivise a sua volta in due: giudicato di Cagliari e giudicato d’Arborea a sud, giudicato di Torres e giudicato di Gallura a nord? Quanto questa divisione politica medievale influì, nel momento iniziale, sulla configurazione dialettale dell’Isola, ancor oggi in buona parte permanente nelle sue linee essenziali? Certo è che molti odierni confini di fenomeni dialettali (isoglosse) coincidono fondamentalmente non soltanto con gli antichi confini giudicali, ma anche con i confini delle antiche curatorie, ossia con gli antichi confini dei diversi distretti amministrativi in cui era diviso ciascuno dei quattro giudicati.
In ogni caso un fascio di isoglosse divide il territorio della lingua sarda in due metà:
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- ¬¬mantenimento delle velari originarie latine a nord contro loro evoluzione in palatali a sud: CENTUM > kéntu /čéntu, CAELUM > kélu / čélu, CILIUM > kidzu / čillu, CEPULLAM > kiβudha / čiβudha, CENĀ PURĀ > kenàβura /čenàβ(u)ra (venerdì), ACETUM > aγédu /ažédu, TENACEM > tenaγe / tanaži (picciolo), VOCEM > bòγe /bòži, SCIRE > iskire /širi, PASCERE > pàskere /pàširi GENERUM > ĝéneru / ğéneru GELARE > ĝelare /ğelai, GINGIVA > ĝìnĝi(v)a (o ĝinĝìa) / il meridionale sìntz(i)a ha un evoluzione particolare parzialmente influenzata dallo spagnolo encía, STRINGERE > istrìnĝere / strìnğiri, SPARGERE > ispàrĝere /sparğiri (o spràžiri con metatesi), nuor. fùγere (< FUGERE) o fuγìre (< FUGIRE) (il log. antico fùere e il log. moderno fùere, così come le forme fuìre/-i, mostrano la caduta della ĝ intervocalica, come generalmente di norma per tutte le consonanti occlusive sonore nel logudorese e nel campidanese);
- mantenimento di ¬-E ed -O di sillaba finale a nord contro passaggio in -i ed -o a sud (tali -i ed -o non provocano la chiusura metafonetica delle vocali medie toniche /e/ ed /o/: FLOREM > fròre / fròri, PORCOS > pòrcos / pròkus, TENACEM > tenaγe / tanaži (picciolo), HODIE > ò(j)e / òi, FUNEM > fùne / fùni, PANES DULCES > panes durkes /panis dručis, TIMES, -ET > times, -et / timis, -it, -ARE > -are / -a(r)i, ′-ERE > ′-ere /
′-i(ri), -IRE > -ìri, -ì(ri);
come detto sopra, questa particolarità del dominio meridionale comporta la fonematizzazione delle varianti [è] ed [é] e delle varianti [ò] ed [ó], che vengono a trovarsi in opposizione fonematica sia pure a basso rendimento, sì che si creano un certo numero di coppie minime: témpus (< TEMPUS) ~ (is) tèmpus (< *TEMPOS); scnu (‘(io) suono’) ~ sónu (‘(il) suono’); òllu (< * VOLEO = ‘(io) voglio’) ~ óllu (< OLEUM); òru (< it. oro) ~ óru (< ORUM); bèni (‘bene’) ~ béni (‘vieni’, imperativo 2° persona);
- mantenimento dell’opposizione di genere – maschile/femminile – delle forme del plurale dell’articolo determinativo (sos/sas) a nord, contro loro neutralizzazione in is a sud: sos ómines ~ sas féminas / is ómini ~ is féminas, sos bòes ~ sas bakas / is bòis ~ is bakas, sos panes friskos e sas piras sikas / is panis fiskus e is piras sikas; (postilla su eventuale origine bizantina di is, cfr. Paulis);
- regolarità della prostesi di i davanti a S (iniziale) + consonante a nord, contro opzionalità di tale vocale prostatica (con maggiore opzione per la sua assenza) a sud: iskòla / (i)skòla, iskire / (i)širi, istókku /(i)stókku (< it. stucco), ismurdzare / (i)smurdzai (< sp. almorzar, ‘far colazione’), iskivu / (i)šivu (< SCYPHUM, ‘catino, mastello), istèrrere / istèrri(ri) < STERNERE, ispina / (i)spina, ispantu / (i)spantu (sp. espanto, ‘spavento, meraviglia, sorpresa’), istrìnĝere / (i)strìnğiri;
- regolarità della vocale prostetica (nella più gran parte del dominio meridionale tale vocale è a-, ma nelle zone più conservative di tale dominio – Ogliastra, Barbagia inferiore – la vocale è -a, -e, -o in funzione della vocale susseguente a R-), contro sua assenza a nord: arrana, arramu, arranda (< sp. randa ‘pizzo, trina, merletto), arrosa/orrosa, arrìu/errìu > RIVUM ‘fiume, corso d’acqua’), arrìri//errìere/irrìere (< RIDERE), arruiri/orruiri (< RUERE ‘cadrere’), arrù/orrù (< RUBUM ‘rovo’), arrùβiu/orrùβiu (< RUBEUM ‘rosso’) arroγu/orroγu (< ROTULUM ‘pezzo, frammento’); di contro abbiamo nel dominio centro-settentrionale: rana, ramu, randa, rosa, riu, rìdere, rùere, rù(βu), ruju, rukru (nuor., ‘sasso grande’)/rujòne (log. ‘pezzo grande’).
Il percorso di questa isoglossa è leggermente più a nord rispetto a quello relativo alla prostesi di i- davanti a s+consonante, sicché v’è una zona territoriale intermedia in cui sono presenti entrambi i fenomeni di prostesi.
Questi dati fondamentali farebbero pensare ad una maggiore conservatività dell’area settentrionale rispetto a quella meridionale, e così sono stati, in genere, valutati e interpretati. L’area settentrionale sarebbe stata, a differenza di quella meridionale, meno esposta geograficamente ai contatti con l’esterno, avrebbe mantenuto i caratteri più arcaici della prima latinità introdottavi fin dalla prima, antica, romanizzazione, mentre l’area meridionale, geograficamente più aperta e dunque storicamente più esposta al contatto con genti, lingue, e culture esogene avrebbe mutato, in seguito a questo contatto, alcune delle caratteristiche e dei caratteri originari. Tuttavia diverse considerazioni portano a modificare un quadro interpretativo come questo qui sopra enunciato.
Già s’è visto, a proposito dell’esito delle consonanti velari latine K e Ĝ, che, davanti alle vocali palatali E ed I, esse vengono mantenute tali nel dominio settentrionale (kélu, kidzu, kéntu, nuor. pake / log. paγe, nuor. luke / log. luγe, kìnĝere, ĝelare, nuor. fùĝere/fugìre), mentre vengono palatalizzate nel dominio meridionale (čélu, čillu, čéntu, paži, luži, čìnğiri, ğelai). E abbiamo pure visto che, se l’interpretazione tradizionale vedeva le palatalizzazioni meridionali come il risultato dell’influenza italiana nel medioevo sardo quando il meridione (ma anche il settentrione!) sardo era esposto all’influsso, anche linguistico pisano (diversi sono infatti i prestiti lessicali pisani passati al sardo in quest’epoca), tuttavia, ancora dicevamo sopra, più d’un dubbio può opporsi a questa prospettiva diacronica e le palatalizzazioni meridionali paiono essere il frutto di un’evoluzione tutta indigena e non indotta dall’influsso del superstrato medievale toscano, sebbene a lungo, anche nel meridione, pare siano potute coesistere due varianti, una conservativa velare e l’altra innovativa (ma indigena) palatale, come le scritture medievali indurrebbero a pensare; ed alcuni lapsus calami farebbero pensare che anche nel settentrione vi sia potuta essere anticamente una variazione di tal genere, come pure s’è detto.
Per quanto riguarda il mantenimento di -E finale nel dominio settentrionale, rispetto al suo passaggio ad -i nel meridione si ha la sensazione che tale mantenimento sia dovuto più a un fenomeno di ipercorrezione che non a un mantenimento ab antiquo: infatti forme come u(β)e (e inue) < UBI e iβe < IBI o la forma del Condaghe di Santa Maria di Bonàrcado Frotoriane (l’odierna Fordongianus) < FORUM TRAIANI, con la originaria -I del gentivo mutata appunto in -e, fanno pensare appunto a un fenomeno di tal genere.
Si ha insomma l’impressione che l’area settentrionale della Sardegna, se pur non latinizzata più tardi, il che cozzerebbe contro molte evidenze storiche, sia stata sottoposta a una seconda ondata di latinità che da un lato aveva dei caratteri scolastico-standard di ‘tipo’ tradizionale e conservativo, dall’altro aveva già acquisito e immesso in tale standard, alcune innovazioni più tarde che invece non sono penetrate né tutt’oggi presenti nell’area meridionale. Si pensi per esempio al fatto, già qui sopra accennato, che il meridione mantiene le forme più antiche del pronome atono di terza persona dhu, dha, dhus, dhas, dhi, dhis < (I)LLUM/-AM/-OS/-AS, (I)LLI/-IS (nelle scritture medievali sono presenti anche le forme piene illu/-a, ecc., illi) contro il dominio settentrionale che presenta invece le forme innovative con scempiamento della -LL-: lu, la, los, las, li, lis. Si pensi ancora al trattamento della -L- latina intervocalica che nella più gran parte del dominio meridionale presenta come esiti evolutivi ora β, ora (γ)w, ora ŗ (r uvulare), ora ¿ (occlusiva laringale o ‘colpo di glottide’), quando non la caduta: SALE > saβi/saŗi/sa¿i/sai; MELA > meβa/mewa/meγwa/meŗa/me¿a: variante tutte quante, queste, che presuppongono una originaria Ł (L velare, che ancora pare udirsi nella pronuncia popolare cagliaritana) che era la variante della latinità più antica (cfr. VAANANEN), cui fu sostituita nella latinità seriore e nella Romània più moderna la L dentale che è quella che appunto troviamo nel dominio settentrionale del sardo e nelle aree più periferiche del meridione (Ogliastra, Barbagia inferiore): sale, mela.
D’altra parte il dominio meridionale conserva il già trattato fenomeno della prostesi vocalica davanti a R- iniziale con rafforzamento di quest’ultima consonante (arrana, arrìu, arrosa) che pare essere proprio un fenomeno da ascrivere al sostrato iberico preromano, presente nel Guascone in cui tale influsso è ben evidente e noto, fenomeno assente invece nel dominio settentrionale. E la stessa della prostesi di i- davanti a S preconsonantica, che troviamo con regolarità a settentrione, contro una non regolarità meridionale, è propria della latinità più tarda. (cfr. Lausberg). Quanto all’influsso del sostrato preromano nel meridione si potrebbe obiettare che un altro fenomeno, ascrivibile a tale influsso preromano, come la caduta di F- iniziale (FOCUM > óku, FILIUM > ìdzu, FURCA > ùrka), sia proprio di un’area periferica, chiusa e conservativa quale la Barbàgia, tuttavia (cfr. Paulis) tale fenomeno si spiega oltre che con l’influsso predetto anche con determinate condizioni della struttura fonologica dei dialetti di quell’area, condizioni assenti invece altrove. Ed anche il fenomeno della caduta della -N- intervocalica con relativa nasalizzazione della vocale precedente, propria di tanta parte dell’area meridionale (CANEM > kãi, MANUM > mãu, FUNEM > fũi, VINUM > bĩu, *MANEANUM > menğãu; fenomeno radicato anche nei prestiti: it. maglione > malliõi, it. pet(r)oniciano (‘melanzana’, cfr. DES s.v. melindzàna) > perdinğãu, it. melone > moβõi, cat. trona (‘pulpito’) > trõa), potrebbe, sia pur con molta prudenza, essere accostato a diverse parlate e dialetti (quali? guascone, asturiano,) pirenaici o dell’Iberia settentrionale (Portogallo), oltre che allo stesso basco.
Questi ultimi fenomeni, ascrivibili con molta probabilità al sostrato iberico preromano (affine al basco, lingua con la quale il sardo presenta più di un riscontro lessicale e toponomastico, come s’è visto nel capitolo iniziale), danno all’area meridionale della Sardegna un colorito di arcaicità e di forte conservatività; così come gli altri fenomeni, più sopra trattati, danno l’impressione di una latinità più antica. E sembrerebbe così doversi invertire il luogo comune, anche scientificamente ammesso e diffuso, che vuole il meridione più innovativo rispetto al settentrione. ‘Luogo comune’ che ha una storia antica e generata, inizialmente, nella stessa cultura sarda, quando una certa conservatività dei dialetti del nord dell’Isola, e comunque una loro maggiore aderenza a un aspetto più standard-scolastico della latinità, veniva interpretata come un dato di maggior ‘pregio’ linguistico: secondo una concezione, prescientifica (sec. XVI-XIX), retorica e puristico-erudita della lingua, che tra l’altro mirava a giustificare il logudorese, più vicino al latino, quale variante colta e letteraria della lingua sarda. Ciò in una temperie storico-culturale in cui i tentativi, in parte anche riusciti, di costituire un registro colto e di dare propulsione a una letteratura in lingua sarda provenivano proprio dal settentrione isolano, i cui intellettuali, spesso, puntavano ad opporre un primato culturale del nord, quale contropartita dell’accentramento del potere politico, e spesso anche economico, nel sud dell’Isola, e a Cagliari in particolare.
Un tale ‘luogo comune’ ebbe poi diritto di cittadinanza anche in sede scientifica, rafforzato da un più o meno consapevole ‘desiderio’ di esoticità: il mito di una Sardegna forte, resistente e impermeabile agli apporti esterni, arroccata sulle sue montagne e sulle sue tenaci tradizioni, mito già preparato ed elaborato ‘in casa’ e rafforzato poi nel tardo Ottocento quale puntello delle istanze identitarie (cfr. Susanna), fece presa poi anche sugli intellettuali e sugli studiosi ‘allogeni’, e in particolare su M. L. Wagner, pur sommo e geniale, oltre che tenace, linguista e vero conoscitore della lingua e della realtà sarde, cui tanto la linguistica sarda (e, certo, non solo sarda) - e più in generale la Sardegna tutta - deve. Faceva presa e soprattutto affascinava, nell’Europa ‘decdentista’, l’immagine di una Sardegna, già tutta quanta e di per sé antica e tradizionale, che si manteneva più fedele a se stessa nel suo settentrione e che aveva un cuore ‘duro e puro’, e magari ‘barbarico’, (emblematica è a questo proposito la poesia e la poetica del nuorese Sebastiano Satta, vissuto a cavaliere dei secoli XIX e XX) proprio in Barbàgia, che sarebbe rimasta scevra e più indenne da ‘inquinamenti e compromissioni’ con l’esterno, e dunque più rappresentativa della Sardegna ‘più vera’ e alfiere della genuina sardità.
Non si vuole qui comunque ribaltare alcun mito, magari per contrabbandarne un altro: ed è certo un dato di fatto che, per tantissimi aspetti, il settentrione sardo, e la Barbàgia più in particolare, presentano tanti aspetti di conservatività e magari pure di arcaicità linguistica (e antropologica), e che il meridione ha sviluppato in sé, o acquisito dall’esterno, diverse innovazioni. Tuttavia questa non deve, né può essere la chiave che apra ogni porta e che spieghi ogni variazione e ogni differenza interna al sardo.
La storia e la storia linguistica della Sardegna sono articolate, complesse, mosse e dinamiche più di quanto questo schema interpretativo non riesca ad ammettere. E dunque anche ciò che appare più consono a un aspetto più tradizionale del latino non è detto che sia la prosecuzione, senza soluzione di continuità, di un dato importato ab origine in Sardegna ed ivi, soprattutto a settentrione e/o nel centro montano, perpetuatosi ininterrottamente; né è vero che quel che, apparentemente, si discosta da un tale esser conforme alla latinità, sia innovazione tout court (si pensi appunto ai già citati e apparentemente ‘aberranti’ esiti di -L- in campidanese, che però presuppongono una più antica, e latina, Ł velare), né la conservatività è solo conformità alla latinità, ma è anche persistenza di dati e fenomeni prelatini, i quali sono diffusi, pur, talvolta, diversamente, nell’Isola, meridione compreso. E d'altronde lo stesso Wagner, a veder bene, ci fornisce tanti ulteriori dati che mostrano come il logudorese abbia ricevuto ben più di un influsso dal toscano, tanto a livello lessicale quanto a livello fonetico, come meglio si vedrà qui di seguito.
E allora, per tornare sul filo del discorso, come spiegare questa primaria bipartizione diatopica che divide la Sardegna in due metà, nord-sud? Certo a grandi linee tale scissione diatopica pare essere ben antica, se è vero, come è vero, che alcune isoglosse coincidono con gli antichi confini giudicali: per esempio l’isoglossa che divide l’area (‘innovativa’) palatalizzate dall’area (‘conservativa’) di mantenimento delle velari coincide nel suo tratto orientale col confine che separava il Giudicato di Cagliari da quello di Gallura; l’isoglossa che separa l’area in cui i nessi TJ e CJ evolvono, a sud della linea, in ts (affricata dentale sorda) dall’area in cui evolvono in th (fricativa interdentale sorda) nel nuorese e negli antichi documenti logudoresi, suono che evolve successivamente in t (o tθ precisare: affricata interdentale?) nel logudorese moderno, tale isoglossa coincide con precisione quasi assoluta con l’antico confine che separava il giudicato d’Arborea da quello di Torres o Logudoro; isoglossa che per altro coincide, nel suo tratto occidentale, quasi perfettamente con quella che separa l’area in cui, a sud, il pronome atono di terza persona mantiene, come visto, la geminata LL, pur risolta nella cacuminale dh ((I)LLUM > dhu, nei documenti medievali illu/llu), dall’area in cui la geminata originaria latina è, a nord, ridotta a L scempia ((IL)LUM > lu; e così già nei documenti medievali); tale isoglossa coincide poi, non solo con l’antica divisione giudicale che separava il Giudicato d’Arborea da quello del Logudoro, ma anche con la divisione, sempre medievale, che separava il Giudicato di Cagliari da quello di Gallura. Le altre isoglosse qui sopra considerate passano all’interno del territorio di quel che fu l’antico giudicato d’Arborea e, parzialmente, all’interno del territorio dell’Ogliastra, già curatoria entro del Giudicato di Cagliari; per meglio precisare è soltanto l’estremo lembo settentrionale dell’Ogliastra, contiguo alla Barbàgia, che si discosta dal campidanese, fatta salva l’evoluzione di TJ e CJ che in tutta l’Ogliastra si risolvono in ss, particolarità che merita un discorso a se stante, come vedremo.
Come dunque spiegare, insistiamo ancora, questa suddivisione diatopica che appare essere antica? Si può pensare a una proiezione nello spazio geografico di variazioni che all’origine erano diastratiche e/o diafasiche? E se così, come spiegare le differenti scelte, volta per volta, dell’una e dell’altra di queste due metà? Ancora una volta tutto resta avvolto nella notte che, dicevamo, avvolge, senza luce o quasi, la storia della Sardegna nell’alto medioevo dal VII secolo fino al finire dell’XI, e si può solo procedere per via induttiva.
Si proponeva poco sopra l’ipotesi di una seconda ondata di latinità che avrebbe investito il nord dell’isola, una latinità che da un lato presentava ‘tipi’ linguistici tradizionali, nel senso però di conservazione non cronologica, bensì diafasico/diastratico (per esempio la conservazione delle velari, o delle vocali finali -E ed –O), e dall’altro presentava innovazioni ormai acquisite allo standard della tarda latinità (per esempio il passaggio di L da velare a dentale, o la prostesi di -i davanti a S preconsonantica, e il rifiuto della prostesi vocalica davanti a R- iniziale, intesa probabilmente come rustica e volgare, o ancora lo scempiamente di LL nel clitico di terza persona derivato da ILLUM). Perché tali scelte in quest’area? Perché, vogliamo dire, la scelta di questo nuovo standard in parte ‘scolastico’ e in parte innovativo? Si deve forse pensare che questa metà, per quanto già certo romanizzata, lo era però in maniera e in misura inferiore, meno profonda rispetto al meridione? E in questo processo, non già di ri-romanizzazione, ma di rafforzamento di una romanità già esistente, ma forse più labile, ha giocato un ruolo (ed eventualmente quale?) il/un nuovo assetto, politico e amministrativo, imposto dalla romanità bizantina a partire dal VI-VII secolo? E la cristianizzazione ha giocato un ruolo in questo processo? Questa ‘seconda’ latinizzazione, che a livello di massa fu forse la prima, fu operata eminentemente da tale processo di cristianizzazione? Si deve pensare a una (ri)latinizzazione operata da missionari-predicatori, messa in opera, forse, non tanto da elementi extra-isolani, ma da elementi indigeni (o naturalizzati) già cristiani? Domande cui non è possibile dare una risposta soddisfacente, mentre semmai è forse proprio la linguistica a poter dare almeno qualche, pur modesta, indicazione agli storici.
Sta di fatto comunque, per tornare di nuovo sulla via del nostro discorso, che fra le due metà linguistiche del dominio del sardo, si frapppone come una zona cuscinetto intermedia, più marcata, in questa *‘medianità’, nella sezione occidentale, in quella regione che faceva già parte del Giudicato d’Arborea e che potremmo individuare come il territorio compreso fra due isoglosse, una che parte più a sud e che segna il limite della palatalizzazione delle velari Ĉ+E,I, l’altra, a nord, che segna il limite dell’area in cui i nessi latini TJ e CJ evolvono in ts (al di sopra di tale isoglossa, settentrione, i nessi in questione evolvono in tt/tθ (logudorese) o in th (nuorese): le due isoglosse convergono poi in quello che è il centro geografico dell’Isola, nella regione del Mandrolisai (grosso modo potremmo dire fra Sòrgono (che resta inclusa dentro l’area) e Tonara (che ne è parzialmente esclusa in quanto ha il fenomeno di TJ,CJ>ts, ma ha uno statuto di variabilità per quanto concerne la palatalizzazione delle velari). Quest’area, che chiameremo arborense (e che non coincide né con l’Arborea storica, né con l’Arborea geografica) mostra la rottura di una simmetria fonologica infatti laddove, a nord, le velari sono mantenute integre i nessi TJ e CJ evolvono, come già visto, in th, oppure in t/tθ, in suoni cioè [–diesizzati], ossia non palatali, come non palatale è l’esito di Ĉ+E,I e Ğ+E,I originari; mentre laddove TJ ed CJ danno ts, suono [+diesizzato] palatale, Ĉ e Ğ +E,I evolvono in suoni anch’essi distinti dal tratto [+diesizzato] palatale, ossia in č o ğ. Nell’Arborea (linguistica) si ha invece TJ/CJ > ts, come nel meridione isolano e il mantenimento di Ĉ e Ğ +E,I, come nel settentrione. Se si considera che l’evoluzione di ciascuno dei due suoni originari latini è posta dalla linguistica diacronica in correlazione reciproca, e più in particolare che fu l’evoluzione di TJ/CJ > ts (č <ć) a spingere verso la (completa) palatalizzazione di Ĉ+E,I in č + e,i, (<ć+e,i, suono ancora presente nella Barbagia inferiore, come visto) si può allora pensare che, se tutta l’area meridionale evolse secondo le linee di tutta la Romània, ossia palatalizzando – magari con ritardo e/o con più lungo perdurare della coesistenza in variazione (diastratico-diafasica?) degli esiti k/č – tanto TJ/CJ quanto Ĉ+E,I si può allora pensare che, se e quando nel settentrione isolano fu (re)introdotto, come sopra si ipotizzava, un registro ‘standard-scolastico’ in cui le velari erano mantenute integre, con suono [–diesizzato] k/ scalzando l’incipiente suono palatale, anche gli esiti di TJ e CJ si assestarono in un suono th [–diesizzato] (>t), forse già presente nelle abitudini articolatorie prelatine (e il suono tθ, dentale con successiva effricazione interdentale, diffuso in Logudoro (accertarsi) potrebbe essere un compromesso, forse già antico, fra th e ts). Fa eccezione appunto l’Arborea, dove possiamo supporre un ‘conflitto’ fra vecchio e nuovo, conflitto che se da un lato vedeva introdursi o meglio essere resi categoriali, nel suo territori, i suoni velari ‘restaurati’ k e ĝ (alternanti con ć e ģ) dall’altro questa stabilizzazione categoriale non fu in grado di scalzare il suono palatale [+diesizzato] ts ormai già da tempo stabilizzatosi.
Ma un’altra disimmetria è presente in un pur piccolo territorio arborense. (Narbolia, Milis, San Vero Milis, *Zeddiani), qui infatti troviamo L che muta in ŗ (r uvulare) o β (fricativa bilabiale sonora) secondo la norma del campidanese rustico, mentre LJ muta in dz (affricata dentale sonora); mentre la norma sarda è ancora bipartita, a nord (logudorese e nuorese) L > l ed LJ > ğ > dz, a sud invece L (o meglio Ł velare originaria latina) evolve in un suono [+grave], appunto ŗ (r uvulare) o β o (g)w o anche ? (colpo di glottide) mentre LJ > ll. Le ragioni possono essere trovate ancora una volta nella romanizzazione standard-recente del settentrione che sostituì alla più antica Ł velare la L dentale, e poiché il sardo rifugge dall’opposizione scempia ~ geminata, LJ qui non si trasformò il ll ma in ğ poi evoluto ancora in dz. L’eccezione arborense può dirci ancora di un conflitto, per cui se da un lato poté rendersi standard il suono dentale della laterale l che innescava il passaggio LJ > ğ (documentato anche dai testi arborense medievali), tuttavia i suoni ŗ (r uvulare) e β potevano rimanere come variante locale ‘più bassa’ e tali permangono nella piccola area sub-arborense in questione, ma forse un tempo più ampia come parrebbero dimostrare alcune tanto sporadiche quanto significative attestazioni arborense medievali in cui l > r (uvulare?)) che sembra testimoniare del conflitto linguistico che attraversava l’Isola e la scindeva in due metà.
E comunque tutte le isoglosse, fin qui considerate, che dividono il nord dal sud della Sardegna passano all’interno di quest’area arborense che abbiamo qui sopra ritagliato.
Ci pare che ci siano elementi sufficienti per fare di quest’area una varietà dialettale individuata e individuabile tanto sul piano sincronico quanto su quello diacronico e storico.
Altra area intermedia è quella dell’Ogliastra che, se da un alto appare aver evoluto secondo il tipo meridionale, essa costituiva infatti una curatoria del Giudicato di Cagliari, tuttavia questa regione presenta alcuni tratti tipici suoi propri sia perché mostra alcuni esiti fonetici che paiono essere lo stato più antico del campidanese generale poi ulteriormente evolutosi, sia perché mostra alcuni esiti che l’accomunano al tipo settentrionale dell’Isola, sia perché mostra alcuni esiti suo peculiari. In Ogliastra l’esito delle consonanti velari sorde è č dopo pausa o dopo consonante, come in tutto il meridione, ma in posizione intervocalica si ha sì la sonorizzazione non però il digradamento a fricativa: l’esito è cioè ğ, e non ž come nel resto del dominio meridionale: nuği, deği, àğina (< ACINA ‘uva’), su ğelu (‘il cielo’), funti ğentu (‘sono cento’), contro nuži, deži, àžina, su želu, funti žentu. Ciò fa pensare a uno stadio più antico rispetto a quello generale meridionale campidanese, direttamente evolutosi dallo stadio di primo intacco palatale ģ ancora in epoca moderna presente nella Barbagia inferiore, in Ogliastra più a lungo conservatosi, mentre il Campidanese avrebbe evoluto in ž, non, forse, senza l’ausilio della propulsione del toscano nel maturo medioevo.
Particolari e diversi sono gli esiti di LJ: in alcuni centri, Jerzu e Ulassai si ha il mantenimento del nesso con la trasformazione di J in ğ: FILIUM > filğu, PALEAM >palğa, OLEUM > olğu, MULIEREM > mulğeri; andrà osservato che i documenti meridionali campidanesi registrano grafie come muliere e filiu (difficile dire quale fosse a quest’epoca il reale valore della i successiva alla l, forse già consonantizzata) che sembrano rispecchiare queste pronunce ogliastrine odierne. Da questa pronuncia evolvono due esiti diversi: o la palatalizzazione di l in ľ fiľu, paľa, oľu, muľeri a Seui, Ussassai, Osini e Perdasdefogu; oppure il passaggio del nesso a ž (Villagrande Strisàili, Àrzana, Elini, Lanusei, Ilbono, Loceri): fižu, paža, ožu, mužeri, o in ğ (Baunei, Triei, Lotzorai, Talana, Urzulei): fiğu, pağa, oğu, muğere; i centri della fascia costiera (Girasole, Tortolì, Gairo, Barisardo, Tertenia), ma anche Sàdali, Seulo, Esterzili mostrano l’esito campidanese generale ll: fillu, palla, ollu, mulleri. La laterale L originaria mostra esito dentale [–grave], e non l’esito [+grave] (β, (g)w, ŗ, ?) del campidanese il che fa pensare che anche l’Ogliastra, territorio periferico e appartato, abbia subito una romanizzazione più tarda del tipo di quella del settentrione dell’Isola; d’altronde tutta l’Ogliastra ha, come il settentrione, l’evoluzione delle labiovelari QW e GW in b: LINGUA > limba, AQUA > abba (ma QUATTUOR > kattru).
Particolare l’esito dei nessi TJ e CJ che evolvono in ss: *PETTIA > pessa (‘carne’), *ACIA > assa (‘(filo della) lama’), PUTEUM > pussu; tale esito, eccentrico rispetto a quello (ts) dei dialetti campidanesi, è invece tipologicamente a quello dei dialetti nuoresi, th (e del resto il lembo settentrionale dell’Ogliastra ha proprio th), in quanto si tratta di un suono [+continuo] come th; ma può, nei suoi tratti distintivi, essere pensato come un compromesso fra l’esito nuorese (th [+continuo], [–stridulo]) e quello campidanese (ts [+stridulo], [–continuo]) in quanto seleziona i tratti marcati di entrambi gli esiti: ss [+stridulo], [+continuo]: se è vero che il suono th rappresenta un’antica abitudine articolatoria prelatina, allora il suo passaggio a ss rappresenta un adeguamento parziale al suono [+stridulo] ts del campidanese.
Infine l’Ogliastra condivide, con il settentrione, e in particolare col nuorese , il passaggio di s in r davanti a consonante sonora ir binus = is binus (‘i vini’), ir dentis = is dentis (‘i denti’) (ecc. vedi altri); mentre l’isoglossa relativa alla forma is dell’articolo plurale (contro sos/sas) e quella della prostesi di i davanti a S + consonante corrono dentro il territorio ogliastrino, che poi presenta, tutto quanto, il fenomeno della prostesi vocalica (a, e, o) davanti a R-: arrana, erriu, orrosa.
Dunque anche l’Ogliastra si presenta come un territorio linguistico ben marcato individuato, benché non mostri quelle disimmetrie proprie dell’Arborea, né la medesima fittezza dell’accavallarsi e dello stratificarsi delle isoglosse.
All’interno dello spazio settentrionale della lingua sarda si ritaglia assai bene un’area dai caratteri evolutivi ben individuati; è l’area nuorese (che non corrisponde alla totalità della Barbàgia) caratterizzata dal mantenimento delle consonanti occlusive sorde e, in genere di quelle sonore, dal passaggio dei nessi TJ e CJ in th e dalla caduta di F- iniziale: le isoglosse di questi tre fenomeni coincidono in maniera praticamente perfetta, se si esclude il fatto che la prima di esse sborda nel territorio dell’Ogliastra settentrionale.
*PETTIA > petha (‘carne’), *ACIA > *PETTIA > pessa (‘carne’), *ACIA > assa (‘(filo della) lama’), PUTEUM > pussu, *POTEO > potho, LACEUM (< LAQUEUM) > lathu;
NEPOTEM > nepote, FOCUM > oku, LUCEM > luke, FRATREM > frate, CUPAM > kupa, PEDEM > pede, CABALLUM > kabadhu, FUGERE > fùĝere; SARTAGINEM > sartàine/-a, *MEDULLU (per MEDULLA) > medùdhu/midùdhu NIGELLUM > niédhu. È da osservare che il mantenimento di tutte le consonanti non si osserva in tutto il territorio(la -T- è la consonante maggiormente lenita in δ: è la Baronia l’area maggiormente conservativa sotto questo rispetto; inoltre in un certo numero di centri (tra cui Orgosolo, Oliena, Gavoi Ollolai Olzai Fonni, Mamoiada, Ovodda) la k passa all’occlusiva laringale o ‘colpo di glottide’ ?: su ?ane = su kane, o?u = foku, pol?u = porku, pi?are = pikare, ?antu ?erese = kantu kerese;
FILIUM > idzu, FACERE > àkere, FOCUM > oku, FAMILIAM > amilia, FERRUM > erru.
Tolta l’area nuorese così definita, lo spazio settentrionale della lingua sarda è costituito dalla variante logudorese i cui tratti principali sono costituiti dalla lenizione delle consonanti occlusive sorde intervocaliche P > T > Ĉ > NEPOTEM > neòe, LUCEM > lue, FOCUM > fou, FRATREM > frae, ACINAM > àina, LATUS > laus, PAUCUM > pau, LUTUM > luu, CUPAM > kua, SAPAM > saa SAPOMEM > saone; la lenizione avviene anche in posizione intervocalica (originaria) in fonetica sintattica: su ane, dogna rea (‘ogni pietra’), sa erra, de ottu, sa osa, deo erdzo (‘io voglio’).
Di norma è la caduta delle consonanti occlusive sonore: PEDEM > pè, CABALLUM > kadhu, FUGIRE > fuìre, OVUM > óu, *MEDULLU (per MEDULLA) > meùdhu/miùdhu, NIGELLUM > niédhu.
I nessi TJ e CJ evolvono in tt o in tθ: *PETTIA > petta/petθa, *ACIA > atta/atθa, PUTEUM > puttu/putθu.
Il passaggio, in buona parte del dominio, di R preconsonantica, anche in fonetica sintattica, alla laterale l: PARTEM > palte, PORCUM > polku, MORTEM > molte, SURDUM > suldu, sol bentos (‘i venti’), sal dentes (‘i denti’), sol boes (‘i buoi’).
Buona parte del dominio logudorese conosce la palatalizzazione dei nessi di consonante occlusiva e F + J, evoluzione dovuta ad influsso pisano, sconosciuta ai documenti medievali più antichi e presente a partire dalle attestazioni tardo quattrocentesche e cinquecentesche: PLENUM > pjénu, FLAMMAM > fjamma, FLOREM > fjore, PLUS > pjus, CLAVEM >ğae, UNFLARE > unfjare, *CLOMPERE (per COMPLERE) > ğòmpere, OC(U)LM > oğu/oju, GENUC(U)LUM > benuğu/benuju, UNG(U)LA > unğa, MASC(U)LUM > mašu.
Con il dialetto nuorese, il logudorese condivide il mantenimento delle consonanti velari davanti a vocale palatale (che però in logudorese vengono lenite se intervocaliche): CENTUM > kentu, CERA > kera, sa era, ACINAM > àina, tue ilkasa (‘tu cerchi); il passaggio della labiovelare (se non già ridotta a velare nel latino volgare) a bilabiale sonora: QUATTUOR bàttoro QUINQUE > kimbe, LINGUA > limba, AQUA > abba, COACTILE > battile; l’evoluzione di LJ in dz: FILIUM > fidzu, OLEUM > odzu, MULIEREM > mudzere, ALIENUM > andzenu. Il mutamento di S davanti a consonante sonora: r in nuorese e, per lo più, l in logudorese: sor binos/sol binos, sar dentes/sal dentes, sor boes/sol boes, it. sbaglio > irballu/ilballu, la prostesi di i davanti a S + consonante: ispina, iscola, ispìnĝere, iscala.
Tutto ciò fa pensare che si possa considerare, in linea di massima, il nuorese come una fase evolutiva anteriore del logudorese: i documenti medievali logudoresi testimoniano infatti il mantenimento integro delle occlusive sorde e il passaggio TJ/CJ > th, dati fonetici evolutisi poi, come di sopra visto, in logudorese. Più propriamente nuoresi sarebbero il dileguo di F- iniziale e l’occlusiva laringale [?] che sostituisce la velare sorda originaria.
Per sintetizzare tutti questi dati, diremo che lo spazio della lingua sarda si divide in due metà fondamentali, una a settentrione e una a meridione; la metà settentrionale si suddivide a sua volta in due aree, logudorese e nuorese; la parte meridionale, o campidanese, ha al suo interno un’area, l’Ogliastra, fortemente caratterizzata e peculiare; infine s’individua un’area mediana, l’Arborea in cui si stratificano le lingue di confine linguistico e che presenta alcune ‘disimmetrie’ fonologiche.
Diamo qui di seguito il sunto delle varietà (e sub-varietà), diatopiche sarde con i loro caratteri fonetici fondamentali:
LOGUDORESE:
- mantenimento delle consonanti velari: CENTUM > kentu, CRUCEM > rue;
- lenizione delle consonanti occlusive sorde e caduta delle sonore in posizione intervocalica: NEPOTEM > neòe, LUCEM > lue, FOCUM > fou, FRATREM > frae, LATUS > laus; PEDEM > pè, CABALLUM > kadhu, FUGIRE > fuìre, OVUM > óu, NIGELLUM > niédhu;
- TJ e CJ> tt o tθ: *PETTIA > petta/petθa, *ACIA > atta/atθa, PUTEUM > puttu/putθu;
- prostesi di i davanti a S + consonante: ispina, iscola, ispìnĝere, iscala;
- passaggio della labiovelare (se non già ridotta a velare nel latino volgare) a bilabiale sonora: QUATTUOR bàttoro QUINQUE > kimbe, LINGUA > limba, AQUA > abba; EQUAM > ebba;
- evoluzione di LJ in dz: FILIUM > fidzu, OLEUM > odzu.
Sub-varietà logudoresi:
logudorese centrale che si estende lungo una direttrice sudovest-nordest da Bosa verso Olbia, passando attraverso le regioni di Bonorva-Giave, Pattada-Buddusò, Monti-Berchidda. Il logudorese centrale è caratterizzato, oltre che dai tratti comuni qui sopra esposti, da:
- palatalizzazione dei nessi di consonante + J, evoluzione dovuta ad influsso pisano: PLENUM > pjénu, FLAMMAM > fiamma, CLAVEM >ğae, OC(U)LM > oğu/oju, MASC(U)LUM > mašu.
- passaggio di R + consonante a l + consonante: PORCUM > polku, MORTEM > molte, SURDUM > suldu, sol bentos.
- logudorese nord occidentale che comprende la porzione nord-occidentale del dominio logudorese (centri maggiori sono Ozieri, Ìttiri, Chiesi, Plaghe, Àrdara), e si estende verso nord-est fino al Coghinas (Tula), è limitato a sud da una linea che va da Nughedu San Niccolò a Monteleone Roccadoria (centri compresi all’interno di questa sub-varietà); all’interno di quest’area troviamo Ósilo, presso Sassari, che è una “enclave” del logudorese centrale. Il logudorese nord occidentale è caratterizzato, oltre che da i tratti condivisi col logudorese comune e dalla palatalizzazione dei nessi di Consonante + L propria anche del logudorese centrale (vedi qui sopra), eminentemente dal fenomeno di assimilazione dei nessi di L, R, S + Consonante (fenomeno della lisca), le realizzazioni variano da centro a centro, ci limitiamo a segnalare alcuni fenomeni più significativi:
L, R, S + Ĉ > (fricativa velare sorda rafforzata): PORCUM >pou, PISCEM PISCEM > pie, FALCEM > fae; ma possono esservi varianti del tipo poĹku, (Thiesi, Cherèmule, Bonorva ), poįĹku (Cossoìne) e faĹke (Giave, Bonorva, Thiesi,
Cherèmule) faįĹke (Mara, Pozzomaggiore);
L, R, S + G > ġġ (costrittiva postalveolare sonora, lunga e fortemente fricativa): LARGUM > laġġu, ALGAM > aġġa; con varianti tipo laįlgu/laįγu (Pozzomaggiore, Mara, Thiesi, Cherèmule, Giave);
L, R, S + T > Ĺt (laterale sibilante sorda, seguita da t più o meno debolmente articolata): ALTUM > aĹtu, HORTUM > oĹtu, FORTEM > foĹte, (EC)CU ISTUM > kuĹtu (‘questo’), STARE > i Ĺtare;
L, R, S + T > Ĺd (come nel caso precedente, con la differenza che qui la dentale d è sonora): SURDUM > suĹdu, it. soldato > soĹdau;
L, R, S + P o B > įlp (< R, L + P)/įpp o įbb/v (L, R + B): CULPAM > kuįppa/kuįlpa, CORPUS > koįppus/ koįlpus, SPINAM > ippina, VESPAM> e(į)ppe BARBAM > baįbba/bava, HERBAM > eįvva; ALBATA > rivada/av(v)aδa (l’area di įpp è alquanto più ridotta rispetto agli altri fenomeni qui in questione)
L, R, S + dz (< J, DJ) > žž:: HORDEUM > ožžu, VARIAM > ažža.
- logudorese sud-orientale comprendente il Màrghine e il Goceano con estensione fino a Posada (e Torpè??): caratterizzato, oltreche dai tratti che condivide con il logudorese comune, dal passaggio di L a t e nel passaggio di S a r davanti a consonante sonora tratti condivisi coi dialetti nuoresi, non presenta neppurela palatalizzazione dei nessi di Consonante + L: prenu, prus, frore, maskru, oγru (< OC(U)LUM), forte, morte, largu, porku, sor binos, sar dentes.
NUORESE
- mantenimento delle consonanti velari: CENTUM > kentu, CRUCEM > ruke; ACINAM > àkina;
- mantenimento delle consonanti occlusive sorde e sonore in posizione intervocalica: NEPOTEM > nepòte, LUCEM > luke, FOCUM > oku, FRATREM > frate, LATUS > latus; PEDEM > peδe, CABALLUM > kaβadhu, FUGERE/-IRE > uγere/uγìre, OVUM > óβu/ovu, NIGELLUM > niγédhu;
- TJ e CJ> th: *PETTIA > petha, *ACIA > atha, PUTEUM > puthu;
- prostesi di i davanti a S + consonante: ispina, iscola, ispìnĝere, iscala;
- passaggio della labiovelare (se non già ridotta a velare nel latino volgare) a bilabiale sonora: QUATTUOR bàttoro QUINQUE > kimbe, LINGUA > limba, AQUA > abba; EQUAM > ebba;
- evoluzione di LJ in dz: FILIUM > fidzu, OLEUM > odzu;
- passaggio di L preconsonantica a r: ALTUM > artu, CULPAM > kurpa, FALCEM > arke;
- dileguo di F- iniziale prevocalica: FILIUM > idzu, FOCUM > oku, FACERE > akere, FORTEM > orte, FUGIRE > uìre, FARINA > arina, FAMILIA > amilia; ma FRUCTUM > fruttu, FRIG(I)DUM > frittu; a Ovodda F- iniziale prevocalica dà luogo all’aspirata h: hidzu, hakere, ecc.; a Orotelli può aversi φ (bilabiale fricativa sorda): φidzu, φakere, ecc..
Andrà comunque osservato che la conservazione integra delle occlusive sonore è massima nell’area bittese e nella Baronia, mentre frequente è il passaggio di -T- in δ. Inoltre, come già visto sopra, in un certo numero di centri (tra cui Orgosolo, Oliena, Gavoi Ollolai Olzai Fonni, Mamoiada, Ovodda) la k passa all’occlusiva laringale o ‘colpo di glottide’ ?: su ?ane = su kane, o?u = foku, pol?u = porku, pi?are = pikare, ?antu ?erese = kantu erese. Anche th in alcuni centri (Nùoro, Dorgali) evolve in tt (atta, puttu, petta per atha, puthu, petha).
CAMPIDANESE
- neutralizzazione, in sillaba finale, di e ~ i in i, e di o ~ u in u: HOMINEM > ómini, HOMINES BONOS > óminis bònus, BENE > bèni, MALE > mali, FLOREM/-ES > fròri/-is, NEPOTEM/-ES > neòi/is, STATARIOS > strantažus (‘ritti, in piedi’), FOCOS MAGNOS > fògus mannus; CANES MALOS > kanis malus; tali -i ed -u finali non hanno effetti metafonetici sulla tonica che, come sopra si diceva, rimane di timbro aperto: il che genera delle coppie minime è ~ é ed ò ~ ó: bèni (< BENE) ~ béni (< VENI), sònu (< SONO, ‘(io) suono) ~ sónu (< SONUM, ‘il suono’) šètti (< EXCEPTEM, ‘fior di farina’) ~ šétti (< EXCEPTIS, ‘soltanto’) òllu (< *VOLEO, ‘io voglio’) ~ óllu (< OLEUM, ‘olio’));
- palatalizzazione delle consonanti velari: CENTUM > čentu, CIRCARE > čirkai, CERTARE > čertai, CRUCEM > cruži, LUCEM > luži, ACINAM > àžina;
- lenizione delle consonanti occlusive sorde e caduta delle sonore in posizione intervocalica: NEPOTEM > neòi, NUCEM > nuži, FOCUM > fou, FRATREM > frai, LATUS > laus; PEDEM > pèi, CABALLUM > kwadhu, FUGIRE > fuìri, OVUM > óu, NIGELLUM > niédhu;
- TJ e CJ> ts: *PETTIA > petsa, *ACIA > atsa, PUTEUM > putsu;
- non obbligatorietà (ma non esclusione) della prostesi di i davanti a S + consonante: (i)spina, (i)scola, (i)strinğiri, (i)scala;
- prostesi vocalica davanti a R- iniziale: arrosa, arriu, arruiri (< RUERE ‘cadere’), arrana;
- mantenimento della labiovelare (se non già ridotta a velare nel latino volgare): LINGUA > lingwa, AQUA > akwa EQUAM > ewa;
- evoluzione di LJ (e LĞ) in ll: FILIUM > fillu, OLEUM > ollu, MULIEREM > mullèri, MELIUS > méllus, FOLIAM > folla, MULGERE > mulliri;
- neutralizzazione morfologica del genere nelle forme del plurale dell’articolo determinativo: is pičokus ~ is pičokas (‘i ragazzi ~ le ragazze’), is beččus ~ is beččas (‘i vecchi ~ le vecchie’), su muru ~ is murus (‘il muro ~ i muri’) // sa ventina ~ is ventànas (‘la finestra ~ le finestre’).
Sub-varietà campidanesi:
- campidanese rustico comprende una vasta area del meridione sardo, dalla prossimità di Cagliari, si estende in tutta la pianura vera e propria del Campidano in direzione nord-ovest fino a Oristano, e ingloba anche la Trexenta e la Marmilla, e l’area collinare montana del villacidrese. Le principali caratteristiche sono la caduta di -N- intervocalica con paritetica nasalizzazione della vocale precedente (CANEM > kãi, VICINUM > bižĩu, BNUM > bõu, it.calzoni > kratzõisi UNUM > ũ(u), LUNAM > lũa), il passaggio di -L- intervocalica a β o w, o anche il dileguo (SAL > saβi/sai, MALUM > maβu/mau, it. melone moβõi/mowõi, it. fucile > fusiβi, FILUM > fiu, PILUM > piu, ??CHALARE > kaβai, FEL > fèβi); frequente le metatesi di r (presente per altro, sia pur con meno regolarità, anche altrove), generante anche gruppi consonantici meno consueti, anche a cavallo del sintagma articolo determinativo + sostantivo (PETRAM > preδa/perda, PRATUM > pardu/paδru PORCUM > proku, ??it. burla > brulla, ABSCONSORIUM > skruzožu (‘tesoro (nascosto)’), AREOLAM (> arğola) > ažròa, s’arba (‘la barba’) > s’raβa, s’erba (‘l’erba’) > s’reβa, marğani (‘volpe’) > mrežãi, ??SULCUM > sruku ??SERVIRE > sreβiri, LARGUM > lragu, it. borgo > bruγu, FALCEM > fračči CULPAM > kuppa, ??CERVELLUM > čroβedhu); frequente assimilazione di r preconsonantica, primaria o secondaria, alla consonante (specie T) successiva (ALTUM > attu, SALTUM > sattu, MORTEM motti, it. porta > potta, it. portare > pottai, FORTEM > fotti, ??CIRCARE > čikkai); plasticità del vocalismo atono che risente dei fenomeni di assimilazione e dissimilazione fra vocali, o dell’assimilazione alle consonanti circonvicine (CENĀ PURĀ > čenàβ(u)ra/čanàβ(u)ra/čanàβara (‘venerdì’), it. melone moβõi, TENACEM > tenaži/tanaži, paràkwa/peràkkwa, it. ragione > režõi, it. dottore > dottori/dattori, ??CERVELLUM > čerbedhu/čroβedhu).
- sulcitano, nel Sulcis, regione a sud ovest dell’Isola, caratterizzato dal passaggio di TJ/CJ e ts a č: *PETTIA > pečča, PUTEUM > pučču, it. calzoni > kraččònisi; frequente il passaggio di L in r fare esempi;
- in una zona che circonda il campidano rustico a mo’ di falce, già a partire dalla periferia e dall’ hinterland di Cagliari, nel Parteolla, nel Gerrei, nel Sarcidano, e poi ancora a Milis in Arborea, si ha il passaggio di -L- intervocalica a ŗ (r uvulare): MALUM > maŗu, SAL > saŗi, aggiungere esempi; tale suono è comunque recessivo e in molti centri ormai completamente sostituito da una L intensa (MaLu, saLi ecc.), tanto che quest’area può dirsi ‘a macchia di leopardo’);
- nel Sàrrabus e parte del Gerrei, a sud-est, è da segnalare l’occlusiva laringale o ‘colpo di glottide’ quale risoluzione della -L- e, con nasalizzazione della vocale precedente, della -N- originarie latine intervocaliche: sa?i< SAL, sa ?ũ?a < LUNAM, ažĩ?a < ACINAM, ma?u < MALUM, mã?u < MANUM.
Vi sono poi le aree mediane di cui già si diceva:
l’Arborea caratterizzata dalla rottura della simmetria per cui si ha il mantenimento delle velari (kentu, luγe) e l’evoluzione a affricata dentale sorda dei nessi TJ e CJ: putsu, petsa, atsa; tale area, come pure si diceva, è attraversata dalle principali isoglosse che dividono il settentrione dal meridione dell’Isola;
l’Ogliastra, area che si può ascrivere al campidanese, dal quale, s’è detto, si discosta per alcuni tratti di conservatività e per alcune peculiarità sue proprie:
- ğ (e non ž, come nel resto del dominio meridionale) quale esito della -Ĉ (velare) + E,I e preceduta da vocale: nuği, deği, àğina (< ACINA ‘uva’), su ğelu (‘il cielo’), funti ğentu (‘sono cento’);
- LJ > lğ/ľ/ž/ll : FILIUM > filğu, PALEAM >palğa, OLEUM > olğu, MULIEREM > mulgèri (Jerzu e Ulassai), fiľu, paľa, oľu, muľeri (Seui, Ussassai, Osini e Perdasdefogu); fižu, paža, ožu, mužeri (Villagrande Strisàili, Àrzana, Elini, Lanusei, Ilbono, Loceri); fiğu, pağa, oğu, muğere (Baunei, Triei, Lotzorai, Talana, Urzulei); fillu, palla, ollu, mulleri (Sàdali, Seulo, Esterzili, Girasole, Tortolì, Gairo, Barisardo, Tertenia);
- la laterale L originaria mostra esito dentale l: mela, sali, malu ;
- risoluzione dei nessi TJ e CJ in ss: *PETTIA > pessa, PUTEUM > pussu, ACIA > assa;
- risoluzione delle labiovelari QW e GW in b: LINGUA > limba, AQUA > abba (ma QUATTUOR > kattru);
- prostesi vocalica davanti a R- arrana, erriu, orrosa.
Posizione particolare ha anche la Barbagia inferiore (Aritzo, Belvì, Désulo, Tonara, e per alcuni tratti anche Làconi e Meàna altri??) in cui, pur avendo ciascuno dei centri esiti particolari, possiamo distinguere come tratti propri:
- ć (definire) < -Ĉ (velare) + E,I iniziale o postconsonantica: CENTUM > ćentu, FALCEM > farći; ģ > -Ĉ (velare) + E,I preceduta da vocale: nuģi, deģi, àģina; particolare la posizione di Tonara in cui si oscilla fra il mantenimento e la palatalizzazione delle velari, o si riscontra anche il passaggio a ts (VINCERE > intsere, DULCEM > durtse??)
- LJ > ğ FILIUM > fiğu, PALEAM >pağa, OLEUM > oğu, MULIEREM > muğère (ma a Làconi e Meàna si ha ž: fižu, paža, ožu, mužère)
- risoluzione di TJ e CJ in ts: *PETTIA > petsa, PUTEUM > putsu, ACIA > atsa; a Désulo però si ha č: peča, puču, ača) ;
- risoluzione, in tutti i centri, delle labiovelari QW e GW in b: LINGUA > limba, AQUA > abba (ma QUATTUOR > kattru); la labiovelare risoltasi in velare nel tardo latino, qui evolve in palatale č: nel pronome interrogativo: čine (= campidanese kini: čine ses? ‘chi sei?’), o nella congiunzione či (= campidanese ki: creo či no bènğaδa ‘credo che non venga’);
- mantenimento di -E ed -O in sillaba finale: kanes malos, frore bellu, andare bene;
- prostesi vocalica davanti a R- arrana, erriu, orrosa.
Capitolo IV
Le altre lingue della Sardegna
1. Il gallurese
Da sempre in contatto endemico con la Corsica, la Gallura, regione costantemente a bassa intensità demografica, ci viene testimoniata, dal Fara nel sec. XVI, abitata da genti corse di consistenza numerica limitata, che si può calcolare intorno ai 7.000 abitanti, e di insediamento sparso nel territorio; ma la presenza corsa nella Gallura medievale e moderna può ritenersi più antica, e risalire alla fine del sec. XIV o al principio del XV (M. Maxia). Gli apporti demografici provenienti dalla Corsica continuarono poi anche successivamente e si intensificarono soprattutto nel Settecento, quando la demografia cominciò a prendere consistenza di un qualche rilievo e il corso-gallurese si diffuse e prese piede anche in territori fino a quel momento sardofoni. Rimangono comunque logudoresi Luras e Olbia (l’antica Terranova) dove comunque il gallurese è compreso e in qualche misura parlato.
• La marca del plurale, asigmatica, è -i, per entrambi i generi, a causa del passaggio di -e finale (marca del plurale dei femminili in -a), come in italiano e nel corso settentrionale) in -i: (ghjanni o polti (‘porte’), la tarra / li tarri, la donna/li donni, li campi come in corso ed in italiano, e non la -s come in sardo (sas jannas, sas terras, sas femminas, sos ómines).
• Assenza totale, a differenza del sardo che invece, come s’è visto, le mantiene, delle consonanti finali.
• Futuro di tipo italiano e corso, in cui la perifrasi di infinito + HABEO dà luogo a una, nuova, forma sintetica: lu faraghju (‘lo farò’), mentre in sardo è mantenuta la perifrasi: l'appo a faghere.
• La presenza del fenomeno fonetico della apofonia ?? metafonia (cambio vocalico): pinsà/eu pensu, faiddà/eu faeddu, steddu/stidducciu, etc, comune al corso.
• La conservazione del finale in -u atona, caratteristica comune al còrso e al sardo.
• Gli articoli determinativi m. sing lu, f. sing. la, m e f.o pl. li esattamente come in corso antico, nell'odierno capocorsino e nella parlata di Porto Vecchio (nella restante Corsica oggi sono "u", "a", "i", "i") originati dal latino ille, mentre in Sardo sono "su", "sa", "sos", "sas" (dal latino ipse);
• Evoluzione di LL e di LJ in -dh- cacuminale: pidhà (‘pigliare’), castedhu (‘castello’), bedhu (‘bello’), niedhu (< NIGELLUM, ‘nero’), stedha (‘stella’), come in corso meridionale (mentre é "piglià, "castellu", "bellu", "neru/niellu", "stella" in corso settentrionale); in sardo, si ricorderà, LL > dh e LJ > log. nuor. ğ > dz e camp. ll. La qu- > k- all'inizio di diverse parole: cattru, chici, chiddu, candu per il corso quattru, quici, quiddu/quillu, quando, sul modello del sardo cussu, cando, ma talvolta presente anche al sud della Corsica;
• L'esito dell'iniziale in c- palatale /ʧ/: "centu" (cento), "cincu" (cinque), "centru" (centro), "citài" (città) come in còrso e toscano a differenza del sardo che mantiene la /k/ velare o -nelle innovazioni- la trasforma in /ts/ ("chentu", "chimbe", "tzentru"/ant."chentru", "tzitade/ant."chitade");
• -r- preconsonantica muta in l, come in logudorese e a differenza del corso, : poltu (‘porto’), palchì (‘perché’), cialbeddu (‘cervello’) ;
• La -b- al posto della -v- ("abà, abali" [adesso] per il corso "avà, avali/avale");
• Elisione di v- in posizione intervocalica in fonetica sintattica: lu entu", iddu è (v)ecchjiu, fenomeno comune al sardo (su entu, issu est (b)etzu), (su entu, issu est (b)etzu), mentre in coso si ha più generalmente u ventu, iddu è vechjiu;
• Caduta di -v- e di -g- intervocaliche: nii (‘neve’), ghjoanu (‘giovane’), Ghjuanni (‘Giovanni’), chjai (‘chiave’), taula (‘tavola’), teula (‘tegola’), aè (‘avere’) ugualmente presente nel sardo, eccettuando il nuorese ("nie/nii", "zoanu", "Juanne/Juanni", "crae", "mesa", "teula", "aere") e in alcune variètà del còrso;
• La presenza dei suoni occlusivo-palatali ("intricciati") -chj- /c/ e -ghj- /ɟ/ ("ghjesgia" [chiesa], "occhji" [occhi], "aricchji" [orecchie in Italiano pl. irr.], "ghjnocchji" [ginocchia in Italiano pl. irr.]), "ghjattu" [gatto], "figghjulà" [guardare], "chjamà" [chiamare], "chjodu" [chiodo] come in corso, a differenza dal sardo in cui non sono presenti ("cresia", "ogros", "oricras", "gattu", "bidere", "abbochinare", "tzou") come pure nei dialetti sassaresi e di transizione; Il gruppo ghj- in posizione iniziale viene talvolta eliso e pronunciato come "i" semiconsonantica (/je:ʒa/, /jat:u/ per "ghjesgia", "ghjattu" ma ugualmente trascritto nel testo), come nel corso meridionale;
• La presenza di suoni in -sgi- /ʒ/ ("casgiu" [formaggio], "ghjesgia" [chiesa], "basgiu" [bacio]) come in corso e diversamente dal sardo ("casu", "cresia", "basu");
• Il passaggio a -rr- del gruppo -rn- ("turrà" [tornare], "carri" [carne]) come nel corso meridionale e nel sardo ("torrare", "carre" (carne umana));
• Il passaggio a -ss- del gruppo -rs- ("cossu" [corso], "videssi" [vedersi]); il fenomeno è assente in corso (cfr. "corsu"), mentre è presente in sardo (cfr. "cossu").
• Il trattamento di -gn- e -ng- come nei dialetti corsi e toscani: "castagna" (castagna), "Saldigna" (Sardegna), "tigna" (tigna), "linga" (lingua); Il fenomeno -gn- si presenta sporadicamente anche in sardo (ad es. "Sardigna/Sardinnia", mentre invece "castanza"/ant."castanja", "tinza" e "limba", voce tipica e comune con il rumeno);
• La conservazione della distinzione latina tra vocali toniche e atone -i-/-e- e -u-/-o- come presente sia nel còrso meridionale che nel sardo: "pilu" (pelo) rispetto a "tela" (tela), "gula" (gola) rispetto a "soli" (sole);
• L'assenza del fenomeno della lenizione per le consonanti -t- e -c-, ("andatu" [andato]), ("locu" [luogo]) come nel corso meridionale, presente invece nel sardo e in alcune varietà di corso settentrionale ("andadu", "logu").
• Il terminale di vocaboli in -ai ("citai" [città], "trinitai" [trinità]), come in corso antico ma ancora in uso in alcune varietà (sartinese), in sardo "tzitade" e "trinidade";
• La pronuncia di -dor- al posto della -tor- "imperadori" [imperatore], "cacciadori" per il corso "imperadori/imperatore", "cacciadori/cacciatore", analogamente anche alla pronuncia sarda "imperadore", "catzadore";
• La terminazione del gerundio presente in -endi, mentre in corso è -endu/-andu, similmente a quanto avviene con -ende nel sardo;
2. Il sassarese
Ancora in parte da stabilire, e da lungo tempo oggetto di giudizi e valutazioni anche diverse, è l’origine storica e dunque il ‘tipo’ stesso del dialetto sassarese. Certamente per le sue caratteristiche morfologiche (articolo derivato da ILLUM (lu, ru se preceduto da vocale) e non da IPSUM (su); plurale non sigmatico di tipo italiano e differente dunque dal plurale sigmatico del sardo; assenza di marche morfologiche consonantiche, futuro del tipo infinito + HABEO in forma sintetica, di tipo italiano, e diverso quindi dal tipo perifrastico sardo del tipo HABEO + a + infinito, clitici posposti all’infinito e non preposti come in sardo) il sassarese non può certo far parte del novero dei dialetti della lingua sarda, ma rientra semmai nell’ambito dei dialetti italiani; più complesso è invece il discorso intorno alla fonetica, dove accanto a una indubbia componente di tipo italiano, è presente pure una palese e cospicua componente di tipo sardo, come pure per quanto attiene al patrimonio lessicale.
Alcuni cenni storici relativi alla Sassari medievale vanno comunque premessi. La prima attestazione storica di Thathari (nome antico, sardo medievale, di Sassari, Tattari negli odierni dialetti sia logudorese che sassarese) risale al 1112 quand’essa è ancora soltanto un piccolo villaggio del giudicato di Torres nella curatoria della Flumenargia, e ancor prima sarebbe stata, secondo M. Tangheroni, una curtis del monastero di San Pietro di Silki (nota Ortu Tangheroni). Posta in una regione economicamente vivace, aperta a mercanti pisani e genovesi, Thathari fu eletta a sede principale dei giudici turritani, e forse proprio a partire da questo dato, incominciò la sua evoluzione in senso urbano e a estendere la sua influenza sul territorio circostante, in concorrenza con Torres, da cui dista circa 20 Km (l’odierna Porto Torres e l’antica Turris Lybissonis, fondata dai Romani nel 46 a. C., ancora nel sec. XI il principale centro del giudicato), e con Ampurias porto e mercato situato nell’Anglona sulla costa settentrionale sarda. Già frequentatori del nord ovest sardo fin dai secoli XI e XII, i mercanti pisani e genovesi, a partire dal principio del XIII secolo, erano presenti a Sassari costituendone una consistente componente della popolazione, che si affiancava e si fondeva con l’elemento indigeno sardo: il quale, grazie a questo contatto demografico e civile, andava mutando le proprie prospettive rispetto a una vita e soprattutto a un’economia troppo costretta entro i confini, angusti e arcaici, dello stato giudicale. Sassari si avviava così a diventare una città mercantile, fortemente legata, anche economicamente, al suo retroterra rurale di cui diveniva il mercato della produzione da esportare, oltre che centro di afflusso delle importazioni d’oltremare. Vivace fu la lotta fra le consorterie pisane da un lato e genovesi dall’altro che si contendevano il controllo della città e del Logudoro, lotta durante la quale venne ucciso il giudice Barisone III. Nell’ottavo decennio del sec. XIII, sotto il governo podestarile pisano (1272-1283), furono gettate le basi dell’elaborazione degli Statuti cittadini, a noi conosciuti nella redazione, in sardo, del 1316, quando la città è sotto influenza genovese, redazione che traduce una precedente versione in latino. A partire dal 1294, Sassari è sotto protezione di Genova di cui riconosce la Signoria. Tali Statuti mostrano il Comune di Sassari non completamente autonomo, ma soggetto per taluni aspetti alla potestà di Pisa prima e di Genova poi: tuttavia questi ordinamenti statutari rivelano un originale amalgama di principi e norme giuridiche italiane e di consuetudini tradizionali sarde. Caduto, alla morte di Adelasia, sorella di Barisone III scomparsa senza eredi nel 1259, il giudicato di Torres, Sassari inquadrò nella sua giurisdizione un ampio territorio, comprendente l’antica Torres, che fungeva ormai da porto cittadino, da Sorso e da parte della Nurra: ed è questa, se vi includiamo anche Stintino, l’area linguistica odierna del dialetto sassarese.
Come dunque si vede, la storia, soprattutto delle origini urbane, di Sassari vede una città in cui convivono dinamicamente l’elemento sardo originario e l’elemento ‘continentale’ delle due repubbliche marinare tirreniche; mentre l’economia e le istituzioni giuridico-politiche si diversificano ampiamente da quelle dell’antica civiltà sardo medievale (di cui pur mantiene alcune consuetudini) più arcaica e tradizionale, mentre l’assetto sociale ed economico era ormai mutato rispetto a quello del Giudicato. E dall’autorità e sovranità giudicale, Sassari, poi costituitasi in Comune e successivamente in Repubblica, voleva svincolarsi trovandole inadeguate alla nuova realtà più moderna ed evoluta. Ma ciò che costituisce l’originalità sassarese è l’amalgama non solo demografico, ma anche giuridico e istituzionale dell’elemento sardo e di quello italiano, pisano-genovese: fatto praticamente unico nella Sardegna del medioevo, specie se lo si confronta con le altre due importanti città medievali, Cagliari e Villa di Chiesa (poi, e fino a oggi, Iglesias), dove l’elemento italiano aveva legami meno stretti con quello locale, che restava comunque escluso dal governo della città.
È da questa situazione, storica e civile, che origina, secondo Antonio Sanna (Il dialetto di Sassari (e altri saggi), Cagliari, Edizioni “3T” (Trois), 1975), il dialetto sassarese, frutto di un tale amalgama e di una tale fusione fra sardi e italiani, e dunque fra lingua sarda e lingua italiana, per opera di un ceto medio borghese in cui confluivano elementi di entrambe queste componenti civili e linguistiche. Per cui se, linguisticamente, l’impianto del sassarese risponde, nella sua morfologia, alla lingua di maggior forza e prestigio, ossia l’italiano pisano con successivi innesti genovesi, tuttavia dal punto di vista fonetico e lessicale, la componente sarda resta assai forte; per cui quello che a Christian Gartmann (Die Mundart von Sorso, Zürich, 1967) appariva un Doppelentwicklung, un doppio sviluppo, è, secondo A. Sanna, il risultato, sul piano della lingua, di questa fusione che vede l’apporto di parole sarde evolute secondo le linee proprie del sardo e di parole pisane. Andrà pertanto distinto nel sassarese l’originario elemento sardo, partecipe fin dal principio della sua costituzione, da quello acquisito successivamente, così come andrà distinto l’apporto italiano originario dal posteriore apporto del superstrato italiano comune a tutta la Sardegna.
Dialetto ‘misto’ e borghese quello di Sassari alle sue origini, e non dunque bifronte né, come voleva la prospettiva ottocentesca (P. Tola), popolare o plebeo. Certamente poi le vicende storiche della Sardegna e di Sassari fecero sì che la componente italiana del dialetto di questa città rimanessero bloccate e discoste dall’evoluzione dell’italiano, e il sassarese, nel lungo e trisecolare momento storico catalano-aragonese e spagnolo della Sardegna, rimase lingua non riconosciuta, in una marginalità ancora più accentuata di quella in cui di fatto si trovava la lingua sarda, sulla quale almeno si riflettevano i pur attenuati riverberi del suo passato statuale e della sua tradizione giuridica, oltre che i primi, magari ancor timidi, tentativi di codificazione ed elaborazione letteraria. Peraltro il ceto nobiliare sassarese, di origine e di radicamento extracittadino, impiegava normalmente per lo più il logudorese per gli usi comuni e pragmatici, e le due lingue iberiche come lingue di prestigio e di più alto registro, lingue che costituivano, specie il catalano, pure il registro alto e/o extralocale della borghesia mercantile e artigiana; mentre fra gli intellettuali era conosciuto anche l’italiano e, ovviamente, il latino. Il dialetto sassarese rimase così la lingua ‘intima’ della cittadinanza: lingua popolare.
βγδ
Vocalismo tonico eptavocalico secondo la norma italiana, ma con Ĭ > è (aperta), Ĕ ed Ē > è (e chiusa); Ō ed Ŭ > ò (aperta), Ŏ > ò (o aperta).
Ĭ > e (e aperta): VITRUM > bredu, DEINTRO > drentu, FIDEM >fedi, NIVEM > neβi, PICEM > pedzi, SICCUM > sekku AURIC(U)LA > arečči, CIRC(U)LUM > čečču. L’esito è i per le parole di origine logudorese: BIBERE > bì, CIRRUM > kirru, TIMET > timi, FURCILLAM > fuχχidha, ed anche ECCE ILLU, ECCE IPSU > kidhu, kissu
Ĕ ed Ē danno in genere luogo a e chiusa: ACETUM > adzeddu FESTAM > feĹta, FEL > feri, PELLEM > pedhi, VIDERE > vidé, EXIT > éši; tuttavia si registrano casi di ę: EQUAM > ebba, LEPOREM > leparu, MENSAM > meza, SEPTEM > sette, e alcune parole prestito come iĹtella ‘stella’, sedda ‘seta’, bedhu ‘bello’.
Ŭ e Ō > o (o aperta): AUGUSTUM > aoĹtu, DUPLUM > doppju, JUVENEM > ğòβanu, MUSCAM > moχχa, NUCEM > nodzi, PULPAM > poįppa; VOCEM > vodzi, NEPOTEM > neβoddi, MONSTRAT > moĹtra (a Sorso non mancano casi di Ō > o (chiusa): SPONSAM > ippoza, SOLUM > soru, CO(N)STAT > koĹta). Ma anche qui, come s’è visto per Ĭ > i, si hanno diversi casi di Ŭ > u, in parole di origine logudorese: LUCEM > ludzi, CULPAM >kuįppa, IN UBI > in ui, RUBEUN > ruju, JUGUM > ğuβu.
Ŏ > o (o chiusa): COLLIGIT > akkoľi, DOLET > dori, OSSUM > ossu, VOLUNT > vorini; non mancano casi di o (o aperta): MOLAM > mora, FOLLEM > fodhe.
Ī > i: ANTICUM > antiggu, SPINAM > ippina;
Ū > u: FRUCTUM > fruttu, FUMUM > fumu, JUNCTAM > ğunta.
-P-, -T-, -Ĉ- intervocalici danno in genere luogo a una consonante intensa sonora: CAPUT > kabbu, APEM > abba, CAPISTRUM > krabbiĹtu, FICUM >figga, DICO > diggu, PERSICUM > pessiggu, CUCULLUM > kuggudhu. Non mancano tuttavia voci con la consonante non intensa: PACARE > paγà, CREPARE > kribà, SCOPAM > iχχoba; o voci culte o di imprestito col mantenimento integro della consonante: lupu, pippa, lèparu (cfr. sardo lèpore), attoppu ‘incontro’ (< sp. atopar), loku (< sp. loco), akkudì (< sp. acudir), vizita, butirru, ingratu.
-B-, -V- intervocaliche > β: FABAM > faβa, HABERE > aβè, CAVARE > kaβà, NIVEM > neβi, CLAVEM > čaβi; non mancano casi di caduta, specie in vicinanza di vocale velare: BIBERE > bì (cfr. log. bìere), FABELLARE > faidhà (cfr. sardo faedhare), RUBUM > arrù (cfr. sardo (ar)rù), it. cavo > kau, LABORARE > laurà, NUBEM > nui.
-D-. intervocalica per lo più si mantiene: PEDEM > pedi, CREDERE > kridì, NUDUM > nudu.
-G + A, O, U preceduta da vocale in genere cade: A(U)GUSTUM > aoĹtu, LIGARE > lià, JUGALEM > ğuari; nei prestiti si mantiene, talvolta rafforzata: sp. sosegarse > assussiggassi, cat caragol > karagoru ‘morsa’.
C (iniziale o postconsonantico) + E, I > ts: CENTUM > tsentu, CAELUM > tseru, CER(E)BELLUM > tsaįbedhu, CEPULLAM > tsiodha, CINGERE > tsiñì, DULCEM > dotsi, TORCERE (< TORQUERE) > tuttsì; C (intervocalico) + E, I > dz: VOCEM > bodzi, COCERE (< COQUERE) > kudzì, DECEM > dedzi, LUCEM > ludzi, PICEM > pedzi, RADICEM > radìddza, SOCERUM > sòdzaru; si hanno alcuni casi con l’esito sordo ts: JUDICEM > ğuditsi, PULICEM > pùritsa. Anche in questo caso non mancano voci d’origine e con l’esito velare logudorese: CILIUM > kidzu, ??CITIUS > kitzu ‘presto’, CINISIA > kižìna ‘cenere’, SUBJICERE > suiĝĝì ‘lavorare la pasta’, JANUA + suffisso diminutivo -ICELLAM > ğanniĝedha ‘porticella’, PETRA + suffisso diminutivo -ICINAM > pridhiĝĝìna, DISCENTEM > diχχenti ‘apprendista’.
Anche G + E, I dà in genere esito palatale: GENERUM > ğènnaru, GELUM > ğeru, GYRARE > ğirà, ma inĝirià dal log. inĝiriare, FRIGERE > friğğì, FUGERE > fuğğì, LEGERE > liğğì; in posizione intervocalica è frequenta la caduta della consonante: NIGELLUM > niedhu, SAGITTAM > saetta, DIGITUM > diddu.
-F- intervocalica > v o vv: TRIFOLIUM > trivoľuru, it. garofano > garovvaru; si mantiene nei prestiti: cat. escarxofa > iχχatsofa, it. sufa > iĹtufa sp. afinco > affiku; si veda pure TRIUFURCIUM > triutsu (cfr. sardo triutsu).
V- iniziale presenta un doppio esito: o il mantenimento v, oppure il passaggio, di tipo sardo, in b: VALLEM > vadhi, VALERE > varì, VENTUM > ventu, VIVERE > viβì, VIDERE > vidè, VACCAM > bakka, VOCEM > bodzi, VOCARE > buggà ‘levare, portar via’ (cfr. sardo log. boγare/ camp. boγai.
Mutamento di -l- intervocalica in -r-: carori ‘calore’, sori ‘sole’, scora ‘scuola’, ara ‘ala’, mera ‘mela’, ru/-a/-i (articolo determinativo in posizione postvocalica) (cfr. gallurese calori, soli, scola, ala, mela, lu; Tale caratteristica non è presente nel castellanese.
J iniziale e intervocalica > ğ: JAM > ğà, JANUAM > ğanna, JURARE > ğurà, JUSTUM > ğustu, MAJOREM > mağğori, MAJUM > mağğu, PEJUS > peğğu; ma vedi CONJUGARE > kujà (cfr. sardo log. kojuare/camp. kojài) ‘sposare’.
Evoluzione di LJ in ľ: FILIOLUM > figľoru, FOLIAM > foľa, MULIEREM > muľeri, MELIUS > meľiu, *PILIARE > piľà (cfr. gall. fidholu, medhu, pidhà e il sardo fidzu (ant. fiju/figiu), mendzus (ant. mejus/megius)). Diverse sono le voci logudoresi con l’esito in dz: CILIUM > kidzu, ALIENUM > andzenu, LILIUM > lidzu, PILLEUM > pidzu.
Evoluzione di TJ e CJ in ts: FACIO > fotsu¸ *ILICEUM > litsa, *ALTIARE > atsà, *MATTEOLA > matsora. Non mancano voci logudoresi col normale esito tt: ipparradittu, CALCEOLAM > kattola.
Palatalizzazione dei nessi di consonante + L: PLANUM > pjanu, PLENUM > pjenu, FLATUM > fjaddu, CLAVEM > čaβi, CLAMARE > čamà, GENUC(U)LUM > ginocchi, SPEC(U)LUM x log. ispiju > ippičču, MINT(U)LAM > minča, PEDUC(U)LUM > pidočču, VET(U)LUM > večču. In parole logudoresi -C’L- > ğğ: CAPITULUM > kabbiğğu (‘capezzolo’), CRATIC(U)LA > kradìğğa, *HINNIC’LARE > anniğğà (‘nitrire’), MUNTIC(U)LUM > muntiğğu.
I nessi L, R, S + consonante danno gli stessi esiti del logudorese settentrionale (vedi sopra): SCRIBERE > iχχribì, CASCARE > kaχχà (‘sbadigliare’), CALCARE > incaχχà, sp. escobiar > iχχubià, PER QUID > paχχì (‘perché), sp. buscar > buχχà, ALTUM > aĹtu, HORTUM > oĹtu, Porto Torres = PoĹtu Torres, A(U)GUSTUM > aoĹtu, LARGUM > laġġu, PURGARE > puġġà. Tali esiti si riscontrano anche davanti a C+ E,I > SCINTILLAM > iχχinkidha, FALCE + INU > faχχìnu, INFERCIRE > infiχχì ‘innestare’. L, R, S + consonante affricata provoca l’assimilazione a quest’ultima: CIRC(U)LUM > čečču, sp. colcha > kočča, cat. esmorzar > immudzà ‘far colazione’, HORDEUM > odzu.
La S- iniziale seguita da consonante è preceduta, come in logudorese, da una i prostetica, il nesso S + Consonante evolve nei modi qui sopra indicati, uguali del resto, come pure detto, al logudorese settentrionale: SCRIBERE > iχχribì, SCHOLA > iχχola, it. strada > iĹtrada, SPINAM > ippina, SCINTILLAM > iχχinkidha, it. stella > iĹtella.
• Presenza di un gran numero di termini logudoresi adattati, non presenti nel gallurese: "inogghi" (quì, sardo inoghe, gall. chici), "pizzinnu" (ragazzo, sardo pitzinnu, gall. steddu), "ighibi" (là, sardo igue, gall.culà), "giàiu" (nonno, sardo jaju, gall. minnannu), "mesa" (tavolo, sardo mesa, gall.banca), etc.
Morfologia italiana del sassarese anche per la caduta delle consonanti finali, ampiamente presenti in sardo;
3. Il catalano di Alghero
Città di origine e fondazione genovese, Alghero, secondo una tradizione raccolta dallo storico sardo cinquecentesco Giovan Francesco Fara, poi a lungo accettata, sarebbe stata fondata nel 1102 ad opera dei Doria, così come alla stessa data e sempre ad opera dei Doria sarebbe stata fondata Castelgenovese (poi Castelaragonese, oggi Castelsardo); ma tanto per l’una quanto per l’altra città le notizie storiche certe datano soltanto a partire dagli ultimi decenni del secolo XIII, e, per quanto riguarda Alghero, i dati archeologici della città medievale non risalgono indietro oltre la seconda metà di tale stesso secolo; indubbiamente di tipologia genovese appare comunque agli urbanisti la topografia urbana di Alghero.
Situata sulla costa nord-occidentale della Sardegna, Alghero si trova in posizione propizia per essere raggiunta dalla navigazione catalana e costituiva una importantissima testa di ponte per la penetrazione e per l’attestarsi in Sardegna da parte dei catalano-aragonesi; inoltre la città costituiva un caposaldo che rafforzava la diagonal illenca, ossia la spina dorsale dell’impero economico militare catalano-aragonese. Alghero suscitava pertanto, nel 1353, l’interesse del re d’Aragona Pietro IV, circa trent’anni dopo la prima campagna militare sarda. Dopo la battaglia navale di Porto Conte (27-30 agosto 1353) che strappa la città ai Genovesi, e dopo la ribellione dell’elemento cittadino che si unisce alla resistenza sarda antiaragonese, il re d’Aragona personalmente conduce la campagna militare che cinge la città d’assedio dal 24 giugno al 22 dicembre del 1353; Alghero infine capitola ed entra pienamente sotto la potestà aragonese, mentre la comunità cittadina originaria, composta da più di un migliaio di persone, viene scacciata, e la città – S’Alighèra in sardo, ossia ‘luogo delle alghe’, ‘luogo, costa o fondale algoso’, L’Alguer in catalano; [lalĝè] secondo la fonetica del dialetto algherese – conosce il primo ripopolamento costituito in maniera esclusiva da Catalani. Il sovrano largisce ai nuovi cittadini di Alghero privilegi diversi, amministrativi, commerciali, e pure relativi al culto; ed anche durante la lunga campagna militare, che dura – fra guerra di conquista e ribellione endemica dei Sardi – più di centocinquant’anni dal 1323 al 1478, perfino in quei momenti in cui all’Aragona non restavano in mano che Cagliari e a appunto Alghero, il sovrano stimola l’apporto di ulteriore popolazione iberica durante tutto il Trecento. Certo vi saranno poi apporti demografici di altra provenienza, a cominciare dai Sardi stessi che pian piano ma ininterrottamente e inesorabilmente, seppure sul principio in posizione sociale più che subalterna, rientrano ad Alghero, ma v’è pure un certo apporto italiano, soprattutto ligure e napoletano, ed anche ovviamente castigliano. Intanto nel 1501 Alghero ottiene ufficialmente il titolo di città e nel 1503 assurge a sede vescovile.
La configurazione sociologica cittadina rimane comunque a lungo polarizzata, con l’elemento catalano originario che difende i propri privilegi e detiene e mantiene il governo della città, conservando le proprie tradizioni, e fra queste la lingua catalana, anche quando il ricordo delle origini catalane sarà più che sbiadito. Per cui «se pian piano si stempera la coscienza della sua derivazione da un sistema statuale, civile ed economico collocato sull’altra riva di quel Mediterraneo, resta invece l’orgoglio municipale del luogo “separato”, diverso»; separatezza rafforzata «sin dall’inizio da questa condizione di avamposto in una terra ostile e dalla rigorosa esclusione di chiunque non parli (e non sia) catalano», ma una catalanità che col tempo dimentica la banda de Ponent da cui proviene e si trasforma in ‘algheresità’ tout court. (M. Brigaglia Alghero: la Catalogna come madre e come mito, in I Catalani in Sardegna, a cura di J. Carbonell e F. Manconi, Consiglio Regionale della Sardegna – Fundació Enciclopèdia Catalana, Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo, 1984, pp. 171-182, la citazione è a p. 176)
Dunque nella storia della città da un lato v’è sì un successivo apporto demografico non catalano (la ricerca storica sulla demografia algherese ha mostrato che nel tardo Cinquecento e nel Seicento, metà dei cognomi della popolazione de L’Alguer è di origine sarda, mentre è di origine catalana una percentuale del 25-35%, il resto dei cognomi è d’origine italiana): ma d’altro canto l’integrazione dei ‘nuovi arrivati’ può avvenire solo con la ‘catalanizzazione’, anche e soprattutto linguistica, di questi ultimi: in una città che mantiene il ricordo e la ‘psicologia collettiva’ municipale di città in armi, in opposizione a un esterno, anche sardo, sentito sempre come ostile ed ‘altro da sé’; una città che costruisce la propria identità e il proprio mito cittadino sulla conservazione delle proprie tradizioni originarie e su un’operazione che amalgama, per il tramite di queste ultime, gli ‘estranei’ che vogliano ‘diventare’ algheresi (e gli algheresi più anziani ancor oggi ricordano che, fino almeno agli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento, non si entrava né si stava nei salotti buoni che, in città, contavano, se non vi si sapeva parlare il catalano-algherese). Ciò anche quando le origini iberiche, catalano-aragonesi, sue proprie erano «più un mito fascinoso che una realtà storico-istituzionale operante» (ibidem). I legami storico culturali fra le due sponde mediterranee sardo-algherese e catalana verranno recuperati soltanto a partire dalla fine del XIX secolo, sull’onda del risveglio e della Renaixença – nazionalista, culturale e linguistica – catalana, che in Catalogna si affermava riscoprendo il proprio passato e riappropriandosi della propria storia e della propria geografia, all’interno delle quali si collocava pure L’Alguer, la ‘Barceloneta’. De la banda de ponent/hi ha una terra llunya llunya/ès la nostra Catalunya/bella, forta y renaixent, recita una composizione – quasi un inno della e alla ‘ritrovata’ (da entrambe le sponde) catalanità di Alghero – di Antonio Ciuffo, più noto con lo pseudonimo di Ramon Clavellet, intellettuale fra i maggiori ‘catalanisti’ algheresi.
Sono questi due elementi, e cioè in primo luogo il (ri)popolamento ‘originario’ iniziato nel 1354 e continuato poi nei decenni successivi fino al XV secolo da parte dei catalani a spese dei sardo-genovesi che vennero espulsi; e successivamente l’amalgamarsi e l’integrarsi dei non-catalani che fecero propria la memoria “catalana” in cui si depositava «il senso dell’appartenenza a questa “cosa” specifica che è Alghero» (ibidem): sono principalmente questi due elementi dunque ad aver prodotto quella ‘stranezza’, che a taluni è parsa una sorta di miracolo, del mantenimento fino ai giorni d’oggi della lingua catalana in terra sarda – l’unica terra, fuori dall’Iberia, in cui il catalano si sia mantenuto: in una Sardegna in cui né il castigliano né lo stesso catalano, al di fuori di Alghero, mai riuscirono, pur influendo assai sul sardo, ad imporsi, e dove gli stessi Piemontesi dovettero penare assai per diffondere l’italiano.
Che poi oggi il numero dei parlanti catalano ad Alghero vada sempre più riducendosi ed assottigliandosi, è un altro discorso: un discorso che accomuna tutte le lingue locali, regionali o municipali, più o meno ovunque, sotto l’influsso della moderna omologazione culturale; un fatto che riguarda tutti i ‘dialetti’, quale anche l’algherese di fatto è. Perché se anche ormai la coscienza della catalanità storica e linguistica di Alghero è stata recuperata ed è da tutti riconosciuta, tutto ciò si limita o, da un lato, a un pur importante fatto di mera diffusa consapevolezza, o, dall’altro, all’essere oggetto d’interesse da parte della cultura intellettuale; mentre, nonostante diversi buoni propositi, non vi è stata, né da parte catalana né da parte sardo-italiana nessuna seria politica linguistica che mantenga e rafforzi il catalano/algherese in Alghero.
Il catalano algherese, che non è facile collocare nella tipologia diatopica del catalano forse anche a causa della diversa provenienza geografica dei primi popolatori, presenta, all’interno delle parlate catalane, alcune caratteristiche che possono raggrupparsi in diverse tipologie: fatti di conservatività, evoluzioni e sviluppi peculiari dell’algherese, apporto e influenza della lingua sarda, apporto e influenza della lingua italiana.
Fra i tratti dell’algherese andranno segnalati il mantenimento della é chiusa latino volgare, come in Valenzano préba < PĬPER, nyénya < LĬGNA; in posizione atona la vocale neutra -ë (< e, a) muta in a: vira (= viure < VIVERE) mentre -o, -u sono neutralizzate in -u: pusar (= posar); la desinenza atona della 5a persona è in u come in rossiglionese (contro la più diffusa in eu): cantàvu (= cantàveu), il dittongo íu si semplifica in i: vira (= viure < VIVERE); ps e cs, primari e secondari, evolvono in ts: CAPSA > catsa; TEMPUS > temps > tentz, fenomeno accostabile al balearico e al rossiglionese.
Tipici fenomeni algheresi sono:
La perdita dell’elemento palatale delle consonanti palatali ľ, ñ, š in posizione finale o davanti a consonante,: cavall > caval, mateix > mates, any > an, budells, > burelts.
Le desinenze di 4a e 5a persona mostrano l’asimmetria -em / -au: cantem ‘cantiamo’ / cantau ‘cantate’ (contro i più diffusi -am / -au o -em / -eu).
Le desinenze ‘anomale’ dell’imperfetto in -eva e –iva, che mostrano l’inserimento analogico di v, analogico sulle desinenze della prima coniugazione: cadeva ‘cadeva’ (= queia), rumina ‘dormiva’ (= dormia), feva ‘faceva’ (=feia).
Le forme del futuro e del condizionale interpongono un elemento consonantico g a partire da infiniti di tipo volgare, presenti in alcuni dialettilocali continentali, come vulguer (= voler), poguer (= poder), donde le forme di futuro vulgaré ‘vorrò (= vulgaré), pugaré ‘potrò’ (= podré), mulgaré ‘macinerò’ (= moldré), dungaré ‘darò’ (= donaré), tangaré ‘terrò’ (= tindré); e così i condizionali dungariva, pugariva, ecc.
Di una certa consistenza sono gli apporti dal sardo, innanzitutto quelli lessicali: murruntjà ‘brontolare’ (sardo murrunğài), maquini ‘follia’ (sardo makìne), polcrabu ‘cinghiale’ (sardo porkàβru/ porlkàβru), antjoni ‘agnello’ (sardo anğòni/andzòne).
Ma si registrano anche fenomeni morfosintattici:
il comparativo di minoranza è més poc, sul calco del sardo prus pagu (letteralmente ‘più poco’), nel senso di ‘meno’: més poque pratic ‘meno pratico’;
l’iterazione dell’aggettivo col valore di superlativo assoluto, calcata sul sardo (p. es. pagu pagu ‘pochissimo, assai poco’): trenda trenda ‘tenerissima’ (= tendissima), groc groc ‘molto giallo’ (= molt groc);
calacata sul sardo è la formazione degli ordinali, p. es. lu da vuit (sardo su de ottu) ‘l’ottavo’, lu da quinza (sardo su ’e bìndiγi) ‘il quindicesimo’;
l’azione iterata è espressa con la posposizione al verbo dell’elemento avverbializzato tona, calcato sul sardo torna: (e)ixí tona (sardo bessire torra) ‘uscire nuovamente/un’altra volta’.
Di una qualche consistenza è pure l’elemento lessicale italiano: ufici (= officina), bumbaldá (= bombardejar), txiviltat (= civilització), astampel•las ‘stampelle’ per il catalano muretas, fé curasió ‘far colazione’ per almolzá, matxel•laiu ‘macellaio’ per calnisé.
(I dati sull’algherese sono tratti da E. Blasco Ferrer, Il dialetto catalano di Alghero, in I catalani in Sardegna, cit., pp. 167-170; per maggiori approfondimenti sull’argomento vedi, ID. ….) |
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| LA ROSA DI RENART
……l’estre,…son covine…
……a rose is a rose is a rose is a rose ……
Il punto centrale del romanzo, quello la cui comprensione determina, o in ogni modo apre la via all’intelligenza del testo tutto intero, è certamente l’episodio della visita che il Siniscalco dell’imperatore Conrad rende alla madre dei due protagonisti, Lienor e Guillaume, e del dialogo che fra i due personaggi s’intrattiene. Riteniamo dunque utile e necessario riportare la parte saliente di quest’episodio (che citiamo dall’edizione di F. Lecoy).Dopo che il Siniscalco ha chiesto alla madre di poter vedere Lienor, e dopo che la madre ha rifiutando opponendo la ragione que nul hom ne la puet veoir/puis que ses freres n’est çaienz (vv.3338-40), il Siniscalco così risponde, e così prosegue poi il testo:
- Dame, de ce sui ge dolenz,
mes il m’estuet a soufrir.
Par vostre amor, que ge desir
a avoir tant com ge vivrai,
dame douce, si vos lerai
cest mien anel par drüerie.»
La dame nel refusa mie,
qu’il l’en tenist a mainz cortoise.
S’el le meïst en une poise,
si pesast li ors .V . besanz;
et la pierre en ert mout vaillanz,
que c’estoit uns balaiz rubiz.
«Sire, fet ele, granz merciz:
ce sachiez que ge l’ai mout chier.»
Ain z qu’en montast por chevauchier
Le son cheval qu’en tint au soleil,
li ot ele dit a conseil
tot son estrë et tot son covine.
Uns beaus dons a mout grant mecine,
qu’il fet maint mal plet dire et fere.
Si li a conté tot l’afaire
De la rose desor la cuisse:
«Ja mes nuls hom qui parler puisse
ne verra si fete merveille
com de la rose vermelle
desor la cuisse blanche et tendre.
Il n’est mervelle ne soit mendre
a oïr, ce n’est nul doute.»
La grant beauté li descrit tote
et la maniere de son grant.
Mout en est li lerres en grant
de tot enquerre et encerchier;
quant il n’i ot mais q’empeschier
q’en peüst par reson savoir
par oïr dire sanz veoir,
lors dit a la dame «il est tart.»
La dame lesse, si s’en part,
et dit qu’il ert a toz jors soenz.
Chetive vielle hors dou sens
Si mar vit cel jor et cele heure!
(vv. 3340-3379)
R. Dragonetti, interpretando l’intreccio e l’azione del Roman de la rose di Jean Renart, reputava esserci una macchinazione ordita… ‘ai danni’ dell’imperatore Conrad da parte della madre di Lienor e di Guillaume de Dole, oltre che di questi ultimi, in modo da farlo cadere nella rete che lo conduca al matrimonio con la stessa bella Lienor. Ma il piano non andrebbe in porto a causa della reticenza del messaggero Nicole: cosa che ci pare faccia una certa difficoltà anche ad una lettura immediata, come spiegare infatti l’atteggiamento e il fare di questi, cui il testo non sembrerebbe dare alcuna giustificazione? Se così fosse, Jean Renart si rivelerebbe essere un narratore debole e poco accorto, in quanto la reticenza del personaggio in questione si rivelerebbe essere soltanto un espediente narrativo ad hoc poco integrato sul piano dell’intreccio ; e bisognerebbe pertanto adire ad altre ipotesi: forse il piano iniziale non è stato ben attuato? Nicole non ha ben compreso?
D’altra parte, se è vero che Lienor ‘troppo in fretta’ concepisce il proprio piano di riabilitazione rispetto alla calunnia con la messa in scacco del Siniscalco – ciò che farebbe certamente sospettare, col Dragonetti, ad un piano anticipatamente pensato – allora si dovrebbe pensare che anche ‘troppo in fretta’ la madre di Lienor e Guillaume pur messa in sospetto dall’inattesa e strana visita del Siniscalco, concepisce il proprio piano e tranello, raccontando (del)‘l’affaire de la rose’. Come infatti poter verosimilmente pensare in anticipo la bugiarda vanteria del Siniscalco tesa a mandare a monte il matrimonio e ad evitare la mesalliance? Solo perché ‘un Siniscalco’ è uno stereotipo e la madre ben saprebbe intuitivamente il di lui comportamento? – e non sarebbe più il pubblico fruitore che non la madre a sapere tutto ciò?
E se è vero che, come sappiamo, Conrad è colui che, bovariano ante litteram, vorrebbe far coincidere letteratura e vita di sì, dovremmo perciò stesso concludere che anche il Siniscalco - nel ‘vero, reale’ - sia un personaggio che si comporta secondo il cliché letterario? Sembrerebbe di sì, almeno così ci indurrebbe a pensare il narratore presentandocelo come più falso e maldicente di Keu: ma allora dove sta la differenza fra letteratura e realtà che il nostro romanzo farebbe assurgere ad oggetto principale di rappresentazione? Il fatto è che i piani, quello della rappresentazione e quello metarappresentativo, sono incrociati e sovrapposti e ci troviamo allo stesso tempo di fronte a un Siniscalco che è ad un tempo un cliché, e, insieme, una figura ‘realista’ e di buon senso che vede la follia letteraria di Conrad e vuole parare il colpo: così il testo gioca sul droit nient (un ghiribizzo letterario dell’imperatore); e il Siniscalco è presentato, rivestendo un doppio ruolo, come persona avveduta che ben capisce la situazione reale e vera, e dall’altro come uno stolido sciocco che ha timore niente di meno che della…..letteratura, di questo niente che altera il ‘retto’ andamento delle cose, tanto ch’egli finisce per assumere il volto che il cliché gli attribuisce, e per diventare una figura iperrealista cui si potrebbe attaccare un cartello con la scritta ‘Siniscalco’. Il testo gioca fra finzione letteraria e realtà, fra diverse modalità e….capacità di percezione che il lettore possiede. Lettore che si vede così, nei diversi personaggi, rappresentato – ma proprio in quanto ‘lettore’, in quanto metatestualmente lettore– proprio mentre legge, nell’intrico e nel labirinto da cui cerca di uscire. La madre insomma ci pare abbia paura più del Siniscalco reale che di quello letterario.
Allora che dice/di che parla la madre con il Siniscalco? Quale segreto gli svela? Questa è la domanda: perché su questo inespresso, su questa reticenza gioca tutta la macchina narrativa del renardiano Roman de la rose e del suo senso. E l’ingranaggio di questa macchina funziona tramite la commistione celata, non dichiarata, del discorso diretto, del discorso indiretto e dell’indiretto libero. Quando nel testo viene detto che la madre racconta al Siniscalco tot son estre et tot son covine (vv. …), sono, queste, parole della madre riferite dal narratore tanto indirettamente quanto oggettivamente, o sono la ‘sintesi’ a posteriori di quest’ultimo e/o del discorso narrativo? E ciò in quanto sono il commento e la definizione dell’atto di parola della madre che è rimasta sottaciuto tra le pieghe della rappresentazione. Come d’altronde potrebbe essere il beaus don a mout grant mecine , Il tutto gioca sul doppio senso della parola son, che significa tanto ‘suo’ quanto ‘secondo’ e che pertanto è reversibile sui due piani, discorsivo e metadiscorsivo, e ciò rende la mecine un pharmakòs nella sua doppia accezione, ‘medicina’ e ‘veleno’. E cos’è poi questo affaire de la rose? Perché i lettori dovrebbero capire la stessa cosa che capisce il Siniscalco, che ne informa poi Conrad, la stessa cosa che ha poi tradizionalmente compreso la critica?
In realtà le parole della madre hanno tutto l’aspetto di un’ellissi mimetica: sono proprio quelle e solo quelle riportate dal testo in discorso indiretto? Appare un po’ strano, parrebbe più un sunto del narratore: il discorso sarà pur stato introdotto in qualche modo, da qualcosa d’altro, si sarà pure arrivati all’ ‘argomento’ in qualche modo; e sono poi parole della madre quanto riportato ai vv.3362-3367, come certamente intende F. Lecoy nella sua edizione del romanzo, che a lei le attribuisce ponendole fra virgolette? Mentre potrebbero essere invece parole del narratore, ossia un seguito immediato del suo discorso indiretto in parte, e in parte indiretto libero che continua quello precedente, ed è allo stesso tempo un άίcommento della voce narrante: una parola discorsiva che in parte sì riferisce le parole della madre, ma non già quelle ch’ella riferisce al Siniscalco suo interlocutore, bensì quelle che ella pensa tra sé o che riferiscono la sua filosofia la sua covine……’son’ covine e ‘son’ estre; e cos’è allora questa rose? Un particolare (una particolarità?!) anatomico, un segno sulla carne/il segno della carne?
L’attenzione critica andrebbe, a questo, punto a posarsi sui verso 3366-67: Il n’est mervelle ne soit mendre/a oïr , ossia ‘non c’è meraviglia che sia minore(!) da udire’: minore, appunto, e non c’è, né può dunque esserci alcuna iperbole sulla meraviglia della…..’rosa’, semmai proprio il contrario. La cosa ha tanto più valore e significato che ciò che segue, che la meraviglia è cioè tale soltanto all’ ’udire’, al sentir dire: è facile insomma cadere in meraviglia, cedere alla meraviglia, essere indotti a credervi, quando vi si sia trascinati dalla parola riferita più che dall’esperienza diretta. E’ questo, noi crediamo, il senso, specificamente contestuale di oïr del verso 3367.
Questa ipotesi si sostiene con due fatti, uno prossimo, l’altro generale e diffuso: 1) il Siniscalco si congeda quando non ha più q’empeschier/qu’en peüst par rason savoir Par oïr dire sans veoir (vv. 3372-74), dove il sentito dire viene appunto opposto al vedere, diretto e materiale, e suggerisce l’illusione in cui è facile, fin troppo, incorrere quando si parla di….certe cose! ma 2) questo sapere, per l’udito e non per la vista, non è forse la radice tematica che regge tutto il romanzo, oltre che la letteratura tutta? Non è Conrad che si è innamorato per ‘sentito dire’, senza aver mai visto l’oggetto del suo amore? E il Siniscalco, allora, non cade in quella stessa trappola in cui era caduto il suo signore, quella stessa trappola che egli vorrebbe invece sventare? Il n’est mervelle ne soit mendre a oïr viene detto, poi si aggiunge ce n’est nul doute (v. 3367); espressione, quest’ultima attribuita dal Lecoy alle parole, direttamente espresse, della madre, ma sulla validità della cui attribuzione già abbiamo detto; se le parole sono invece della voce narrante il tutto significherebbe ‘non c’è meraviglia (illusione) più facile da credere (in cui cadere): questo è fuor di dubbio, è più che ovvio!'.
Resterebbe lo scoglio del beaus don (che – fatto ovviamente salvo ogni accidente di copia - è al nominativo, e quindi a è 3a sing. ind. pres. di avoir e il que successivo del verso 3359 è esplicativo del precedente mout mal mecine del verso 3358). Di quale dono si tratta dunque? Dell’anello che il Siniscalco ha appena donato alla madre, o il beaus don avvelenato (cfr. Dragonetti) è quello che la madre dà al Siniscalco, e cioè la confidenza che ella si lascia sfuggire? Qualunque però sia l’ipotesi che si voglia assumere, rimane però il fatto della reticenza del testo, e il dubbio di chi legge su ciò che abbia detto, conté, la madre al Siniscalco; tutto sembra meno spiegato che suggerito e il lettore sembra trovarsi nella medesima situazione e condizione del Siniscalco medesimo: nella necessità medesima di trovare un indizio, un appiglio concreto che possa conquistare un minimo di certezza. E’ tutto uno slittare intorno a un referente che non giunge mai all’evidenza, né tanto meno a una definizione, e intorno al quale diversi sensi possono ruotare e ipoteticamente formularsi: come, tanto per cominciare, quelli stessi che le diverse letture critiche interpretative hanno proposto (la ‘rosa’ è una macchia sulla coscia, oppure qualcosa di più voluttuoso, anche se più banalmente carnale). Ma v’è di più: la critica tradizionale ha inteso la rose desor la cuisse una macchia sulla pelle della coscia di Lienor sulla base di una serie di dati letterari precedenti, su un topos insomma presente nei romanzi del cosiddetto ‘ciclo della gageure’ (e così pure forse era indotto a fare anche il lettore/fruitore dell’epoca); l’interpretazione di un frammento (ma quanto importante!) del nostro romanzo è indotta, riguardo alla sua verosimiglianza referenziale così volutamente sfuggente, da un dato di intertestualità, tramite il rimando ad altri testi, più che non attraverso una oggettiva proposizione; un rimando però destinato e voluto al fine dell’inganno. Non tanto dunque la dialettica fra testi, o il gioco jaussiano della domanda e della risposta; o non solo questo, ma anche la mise en abyme del lettore attraverso il personaggio del Siniscalco: il quale, così come il lettore, ‘legge’ le parole della madre secondo un cliché***; ci troviamo, insomma, davanti alla rappresentazione, metatestuale, dell’azione del topos letterario sulla lettura della ‘realtà’, e all’assurgere dell’intertestualità a ruolo tematico del discorso narrativo.
Se anche si vuole, con M. Zink, battere la via interpretativa del realismo psicologico, si corre il rischio di cadere nella banalità psicologica, o addirittura nell’inverosimiglianza. Certamente lo Zink ha ragione nell’attribuire un doppio senso alla rose e nel suggerire il pericolo di una interpretazione disimmetrica, ma ci si deve chiedere se la disimmetria si ponga fra la parola della madre e l’interpretazione del Siniscalco, o se invece essa non si ponga tutta quanta nel testo e a carico del lettore. Come ormai già visto infatti il discorso della madre viene riferito dalla voce narrante tanto indirettamente quanto assai poco innocentemente: se è vero che la madre dice, parla, racconta dell’affaire de la rose, non viene certo detto che cosa sia questo affaire, in che cosa esso consista, in quali termini e con quale tenore esso sia da lei esposto al suo interlocutore. Infondo ogni questione d’amore è un dell’affaire de la rose, ma non necessariamente in una tale questione si deve, si va a parlare della ‘rose’.
Ancora i versi 3368-69 sono ambigui: la grant beauté che la madre descrive a che/a chi si riferisce? alla rose? Un po’ strano sarebbe se si pensa all’interpretazione dello Zink, il quale ritiene che la madre stia qui lodando le doti e la bellezza della propria figlia; tanto più strano in quanto lo Zink vorrebbe interpretare il significato del grant del successivo verso 3369 come ‘misura’, ‘taglia’: il grant della rose niente-di-meno! . Ma può mai esser possibile che la madre, per quanto donna pratica e sbrigativa, violi, e per di più con un estraneo, e d’alto rango, un tabù tanto linguistico quanto concettuale e relativo al normale codice di comportamento? Può essere cioè possibile che ella vada a dire ciò che non si può normalmente dire, e che lo dica, per di più, con tale dovizia di particolari? Il riferire un tale dettaglio avrebbe semmai senso se si intendesse la rose nel senso che la critica ha tradizionalmente inteso, e cioè in quello di una macchia sulla pelle. Va inoltre notato che tutto il passo ripete, quasi ossessivamente, la parola grant che ovviamente si presta all’equivoco, avendo essa il significato tanto di ‘grande’ (aggettivo), quanto quello di ‘taglia’, ‘misura’, quanto ancora di ‘desiderio’, ‘preoccupazione’, souci’ (estre en grant de). Ancora una volta ci si deve chiedere: di chi/che parla la madre? Di quale grant? Della sua propria preoccupazione, del proprio desiderio di vedere sistemata la figlia, della cui riservatezza è per altro giustamente preoccupata? E ciò in quanto la bellezza di lei, della figlia, va di pari passo con la sua reputazione. Tutto questo è son estre e son covine, che significano appunto la sua preoccupazione (cfr. Perceval e anche qui il nostro romanzo). E d’altra parte che sia questo, l’illibatezza della figlia, il suo maggior pensiero lo conferma il testo medesimo: sicché nessuno, nuls hom qui parler puisse (v. 3362), potrà mai vedere si fete mervelle, la mervelle della rose. E così il termine mendre ‘minore’ - che abbiamo visto fare una certa difficoltà nel contesto (che sia quest’ultimo un discorso diretto o che sia invece indiretto) -acquista una maggiore plausibilità se gli si attribuisce il valore di ‘a minor prezzo’, ‘più a buon mercato’. Questa mervelle così difficile da vedere, è assai più a buon mercato da udire; questa mervelle di cui tanto facilmente, e a buon prezzo si parla (e che con tanta parsimonia si può vedere) suscita il grant, la preoccupazione, il pensiero, ….il desiderio del Siniscalco- il grant di ciò di cui si parla ma che non si può vedere (e tanto più se ne parla quanto meno si lo vede) genera lo slittamento semantico nella ricezione del Siniscalco: slittamento per contiguità!
Ma altro dato ambiguo - e quanto! e che può suscitare e rafforzare l’ipotesi di un tono da commedia basata sull’equivoco – è costituito dalla maniera con cui viene poi riferito e ridetto l’affaire de la rose; prima dal Siniscalco a Conrad, poi da quest’ultimo a Guillaume. Nel primo caso la parola del Siniscalco è riportata indirettamente: et por ce que croire l’en puisse/de la rose desor la cuisse/li a dit mout veroie ensaigne (vv. 3587-89); la seconda volta il discorso è diretto, così dice Conrad a Guillaume: «Savez qui fet la chose aperte?/qu’el a sor la cuisse la rose,/n’onques nule si bele chose/ne fu en rosier n’en escu »(vv. 3724-27). In entrambi i casi la parola rose è preceduta dall’articolo determinativo, cosa che non può non dar di che pensare: se la rose è una macchia, un segno sulla pelle, perché la rose, e non une rose? L’ambiguità appare voluta e palese. Il lettore malizioso potrebbe infatti attribuire all’articolo determinativo un valore singolativo e di proprietà inalienabile (la testa, la mano, gli occhi, la….rose) e la rose così assumerebbe valore fisico e corporale. Ma allora quale segreto, quale rivelazione sarebbe mai quella per cui Lienor, così come ogni rappresentante del bel sesso, ha non una, ma la rose?
Gli affari del testo sono però meno banali di quanto fin qui non sia potuto apparire. Il determinativo del primo passo sta, come s’è visto, all’interno di un discorso indiretto: se il lettore si è già formato un’idea su quale sia il referente della rose, l’articolo determinativo gliela conferma, altrimenti è proprio il determinativo a indirizzarlo verso il ‘giusto’ significato e verso la referenza corporale. Nel discorso diretto pronunciato da Conrad, l’articolo determinativo si spiega quando si tenga conto che per lui, così incline, ben lo sappiamo ormai, a proiettare la rappresentazione letteraria sulla realtà, e a trasferire la realtà nell’ambito della letteratura, per lui la rose è quella di cui parlano i racconti della gageure. Il lettore più accorto, malizioso e smaliziato, non può però fare a meno di vedere tutta l’ambiguità contenuta e atta a muovere il (sor)riso, tanto più quando faccia reagire questi passi con tutto l’episodio, della madre e del Siniscalco, di cui sopra si discuteva.
E allora così come prima dovevamo domandarci che cosa avesse detto la madre al Siniscalco, altrettanto dobbiamo ora chiederci che cosa abbia detto quest’ultimo a Conrad.
La comicità ritorna poi ai versi 3828-31 che fanno parte delle battute del dialogo in cui Guillaume mette a parte il nipote sul ‘segreto della rose’: Coment le sait il?, chiede allo zio il nipote, cui quegli risponde: Par la rose/qu’il me dit qu’el a sor la cuisse/si ne sai coment ge m’en puisse,/ fet il [Guillaume], vengier, s’en plorant non; anche qui è ben facile cadere nella comicità del truismo.
Certo, a questo punto, fanno una qualche difficoltà, rispetto alla linea che andiamo seguendo, i versi 3732-33 che riportano indirettamente il pensiero di Guillaume dopo che egli è stato informato da Conrad intorno al segreto della rosa: Il cuidoit nuls n’en seüst mot/fors sa mere et il solement . Egli è a conoscenza del segreto, e dunque, vi è, parrebbe proprio, un segreto: ma quale? Un/il segno sulla pelle? o forse Lienor non è pucele, come soltanto Guillaume e sa mere, e non altri, avrebbero dovuto sapere? Ma si dovrà forse meglio pensare che le parole qui sopra appena riprese siano un discorso indiretto riportato da un narratore che vede ‘dal di fuori’, con gli stessi occhi di Conrad; e del lettore.
Ma vediamo come Lienor medesima parla della propria onta, e come la parola di lei venga riportata dal testo. Dopo aver rivelato la propria identità – rivelazione che, come noto, dimostra la mendacità del Siniscalco – Lienor svela il retroscena dell’incontro avutosi fra il soniscalco e la madre con ueste parole:
«Et cil [il Siniscalco], qui soit de males armes
despeciez si que ge le voie,
si fist au plessié une voie
par qu’il deçut ma bone mere,
qui li dit tot coment il ere
de la rose desor ma cuisse.
Biau sire Dex, ausi en puisse
Ge cest jor venir au deseure,
q’encor nel savoit a cele heure
que mon frere et ma mere et gie!
N’est nervelle se ge marvie
qui vos racont ici ma honte.»
(vv. 5046-5057)
La parola di Lienor è anch’essa ambigua: l’espressione coment il ere de la rose desor ma cuisse, ancora una volta non viene a dirci, oggettivamente, che cosa sia la rose; ‘coment il ere’, e non ‘que il ere’: il verbo ‘essere’ , preceduto com’è da ‘coment’, sembrerebbe qui avere il senso non già di ‘esserci’, non dunque la madre avrebbe detto che ‘c’era’ una rose; l’espressione ci pare significare ‘com’era della rose’, ‘come andava, come stava, quale e quanta importanza avesse il fatto,...l’affaire de la rose’. [estre de impersonalmente significa ‘importare’]. E ambigua ci pare anche l’espressione par qu’il deçut ma bone mere del verso 5049. L’interpretazione più ovvia del testo datoci dal Lecoy dovrebbe essere che il Siniscalco fece visita al plessié e con ciò/per cui egli (par qu’il] ingannò la bone mere; ci chiediamo però se il par qu’il non debba/possa essere letto come un par qui.l, dove qui ha valore di cui, obliquo forte del pronome relativo e .l sarebbe l’oggetto del clitico di terza persona in forma contratta. Se così fosse il soggetto dell’inganno, il Siniscalco, e l’oggetto di esso la bone mere, si scambierebbero le parti: non quegli avrebbe ingannato lei, ma ne sarebbe stato invece ingannato e lo ha ingannato proprio sul coment il ere riguardo alla rose desor la cuisse. Pertanto, continua Lienor invocando il buon Dio, «aussi en puisse /ge cest jor venir au deseure» (vv. 5052-53). ‘possa io trionfare, venirne fuori, al di sopra [di questo inganno]’. Anche il fatto che cui preceduto da preposizione è più raro e così anche la riduzione del clitico le a .l in enclisi non dovrebbe comportare difficoltà, se le parole di Lienor e di…..Jean Renart vogliono essere ambigue, dette e non dette, fatte comprendere di traverso a chi sa e può.
Tornerebbe così il problema relativo al contenuto delle parole rivolte dall’anziana madre al Siniscalco intorno alla rose, e ancora del come ed eventualmente del perché questi è stato da lei ingannato. Interpretare, come qui sopra abbiamo fatto, il par qu’il come par cui.l sembrerebbe poter dare ragione all’ipotesi del Dragonetti: l’artefice dell’inganno, che sarebbe, allora, voluto e premeditato, è la madre: non verrebbero cancellate però tutte le obiezioni che abbiamo finora avanzato sull’inverosimiglianza di un tale premeditato disegno, e sull’ambigua opacità – questa sì voluta e premeditata dall’autore - dell’episodio in questione e delle (modalità in cui sono riportate le) parole del dialogo che si è svolto tra i due personaggi.
L’aporia di tutto ciò potrebbe risolversi ipotizzando che c’è stato, sì, un inganno della madre nei confronti del Siniscalco, ma che quest’inganno non è stato né volontario, né premeditato; il Siniscalco, invece, recatosi in visita al plessié con la determinata intenzione di ingannare, è invece rimasto ingannato: da se stesso e dalla situazione, senza l’intervento e/o la volontà di nessuno. La vecchia madre - potremmo insomma supporre e proporre – presa alla sprovvista dall’inaspettata visita di una persona di così alto rango, al corrente dei propositi matrimoniali della figlia e dell’imperatore, desiderosa, certo, di poter far concludere tale matrimonio, avrà magari, da donna pratica e spiccia qual è, lodato la sua bella Lienor, anche nelle e per le sue qualità fisiche, usando magari la metafora/metonimia della rosa, tanto abusata sia sul piano letterario sia su quello dell’espressione ordinaria, e magari sarà anche venuta fuori la connessa espressione desor la cuisse (in quali termini sia poi avvenuta tale connessione, ovviamente non possiamo saperlo, data – la cosa ormai è nota e ci si è soffermati innanzi- obliquità e l’opacità testuale riguardo a tutto l'affaire, e a come esso ci è stato riferito nel/dal testo): ma - ahimè, e mal per lui! - il Siniscalco, vera replica inversa del suo signore che traspone tutto in metafora letteraria, non (vuol) comprende(re) la metaforicità del linguaggio, e interpreta la parola non metaforicamente, ma alla lettera, donde il tragicomico equivoco. E il doppio inganno: quello del Siniscalco, ingannato dalla madre perché lui stesso s’è ingannato mal interpretando le parole di lei; e quello della madre che s’è ingannata, nell’imprevisto della situazione, usando una parola che non doveva essere usata con un interlocutore di tal genere e di tal e mal comprendere, e di tale mala intenzione.
Un fraintendimento dunque, vero clou di tutto il testo narrativo che ha per tema e per oggetto principale di rappresentazione la parola e i suoi effetti, l’immediatezza o l’obliquità del suo riferimento e del suo referente. Non per niente la voce narrante così esclama dopo aver riferito il dialogo fra i due personaggi e quando il Siniscalco sta per andarsene: Chetive vielle hors dou sens/si mar vit cel jor et cele heure! (vv.3378-79). La vecchia è ‘fuori dal senso (comune, diretto, ovvio?)’: per questo ella è chetive, ‘disgraziata’. Per questo, appena poco appresso, quando i due si sono ormai congedati e il Siniscalco è già sulla via del ritorno, la voce narrante può aggiungere: Ci aprés vient grant encombriers/a son [del Siniscalco] hoés et a hoés autrui (vv. 3388-89): grande intralcio sta per frapporsi, gran danno sta per ricadere a svantaggio suo e d’altri, e proprio a causa di questo fraintendimento; commento che potrebbe avere anche un significato di una prolessi metatestuale, l’encombrier può ben essere l’inciampo interpretativo in cui sta per incorrere, inevitabilmente, il lettore .
Quanto poi al fatto che, secondo le parole di Lienor, nessuno encor a cele heure, tranne la madre, il fratello e lei stessa, nel savoit (v. 5054), tutto ciò potrebbe non tanto riferirsi, ci pare, alla rose (qualunque ne sia il senso: segno/macchia o…. la chose), quanto potrebbe riprendere anaforicamente il precedente coment il ere de la rose, quanto importante fosse l’affaire…de la rose, fatto che prima riguardava soltanto l’intimità personale o familiare. E non sarà forse da sottovalutare come questa espressione corrisponda semanticamente a quella sopra riportata e relativa alla maniere de son grant (v. 3369), dove coment può corrispondere a maniere ‘modo’, e il ere, a sua volta, a son grant ‘preoccupazione’- il che, se tale sia il caso, conforterebbe la notra ipotesi interpretativa rispetto alle espressioni di entrambi i passi in questione, del verso 5054 e del verso 3369.
Si tornerebbe così alla lettura e all’interpretazione di M. Zink, ma con atteggiamenti e conseguenze del tutto diverse, non si avrebbe per ciò, a parer nostro, nessun transfert per il quale la madre, sedotta dal dono dell’anello e dalle parole cortesi del Siniscalco, proietterebbe la coppia Lienor-Conrad sulla coppia composta da se stessa e dal Siniscalco; ci pare insomma del tutto irrealistico ed al di là di ogni buon senso comune che una donna dal carattere pratico e concreto si lasci sedurre, per transfert, e così, attenuate le proprie difese, si faccia sfuggire una segreta intimità: perfino l’inconscio ha i propri limiti!
Potrebbe certo salvarsi l’ipotesi di R. Dragonetti, ma anche questa parzialmente. Certo tutta la famiglia del plessié ha giocato i propri espedienti per rendere possibile il vantaggioso matrimonio, per far cadere Conrad nella trappola e farlo innamorare di Lienor, precipitandolo nelle apparenze di un mondo di favola e giocando sulla sua incapacità, o non volontà di distinguere letteratura e realtà, letteratura e vita; tutto questo è ben più che plausibile: ma sarebbe eccessivo supporre che la madre e tutti suppongano a loro volta che un giorno sarebbe venuto un/il Siniscalco in cerca di notizie e con volontà di inganno, e che all’uopo avessero già pronta la storia della rose, grazie alla quale poi Lienor ecc., ecc., ecc.. Come l’inconscio, anche le capacità progettuali e di premeditazione hanno il loro confine. Volendo infatti anche pensare che, lì sul momento, allorché il Siniscalco si reca in visita al plessié, la madre si metta in allarme e in sospetto, che senso avrebbe inventare lì per lì la storia della macchia in forma di rosa sulla pelle della cuisse? La macchinazione semmai avviene in seguito, quando Lienor decide di gettare la falsa accusa sul Siniscalco, prevedendo, qui sì più verosimilmente, quanto poi sarebbe avvenuto. Ed anche il fatto, invocato dal Dragonetti, che Lienor non compaia mai, a parte i propri familiari, davanti ad alcun personaggio (e che per questo dunque la madre si rifiuti di ammettere il Siniscalco alla presenza di lei) al fine di preparare la finale agnizione, e che quindi tutto sia stato studiato fin dal principio, ci pare che tutto ciò non essere adeguatamente fondato quando si pensi che il motivo del déguisement, sfruttato anche qui dal personaggio e dall’autore, è largamente diffuso nella letteratura romanzesca.
In tale interpretazione il senso metalinguistico e metatestuale del nostro romanzo apparirebbe ancora più rimarchevole e complesso: vi troveremmo rappresentato non soltanto un Conrad che sogna a occhi aperti, che vuol veder realizzati i topoi letterari, che, insomma, legge la vita attraverso il filtro della letteratura (sarà poi un altro problema se in ciò egli sia ingenuo e naïf, o se invece egli sia cosciente e dominato da una volontà di illudersi, o da una pretesa di far coincidere l’una con l’altra), non soltanto ci troveremmo di fronte alla rappresentazione en abyme di una storia che viene costruita ‘nella realtà’ da parte di veri retori che conoscono i ‘lettori’ e li fanno entrare nel gioco della messa in scena a partire dalla loro (volontà/capacità di) credulità facendo loro apparir vera la fictio; non avremmo insomma soltanto la (meta)rappresentazione del potere del letterario quand’esso sia saggiamente amministrato, ma abbiamo anche la rapprsentazione di come tale gioco possa sfuggire di mano, di come il parlare metaforico, persino il più banale, possa essere preso alla lettera, da chi non conosce (quella) retorica, ma ne conosce un’ ‘altra’, da chi cioè vuol piegare al proprio scopo il linguaggio e il processo di significazione; di come, insomma, il linguaggio e la retorica funzionino ambiguamente così che l’ambiguità può scavalcare le intenzioni di chi ne fa uso, per convergere su quelle di chi recepisce: la rappresentazione, in una parola, dell’autonomia della retorica.
Tutto il romanzo gira così intorno a questo piège, nel quale il lettore, insieme con i personaggi della fictio, si inganna, ed è costretto a risalire a ritroso nella storia. E della misura di questa capacità volpina del nostro Renart è prova evidente proprio la storia della critica e della ricezione moderne, anche la più recente che pure ha ben colto il valore metaletterario di questo romanzo.
Questa messa in scena dell’autonomia della letteratura e della retorica evidenzia come gli stessi autori – qui rappresentati en abyme dai componenti della famiglia del plessié e soprattutto dalla vecchia madre tessitrice, e prima ancora dal giullare Jouglet poi uscito di scena – possono creare delle situazioni illusorie che prendono le strade della ricezione e non quelle che l’atto di enunciazione avrebbe voluto; soprattutto quando il ricevente è refrattario, come lo è il nostro Siniscalco, a fruire della letteratura ….(della) rosa, mentre più facilmente intende il linguaggio del reale, dell’utile e dell’interesse: cosicché appaiono del tutto e ancor più significativi i versi 3388-89 (Ci aprés vient grant encombriers/a son hoés et a hoés autrui) che sopra si citavano, dove la parola a hoés de prende tanto il valore più ovvio di ‘ a vantaggio, a favore di’, quanto quello più marcato di ‘profitto’ in termini ‘economici’ o di ‘rispondenza effettiva a, tornaconto di un proposito/progetto’; e dove l’encombriers può essere tanto l’intoppo nell’intreccio a danno dei protagonisti della storia che dovranno risolverlo, quanto l’intoppo, la difficoltà di lettura per i lettori che sono così chiamati a scioglierla , significando dunque autrui tanto i primi (la famiglia del plessié, quanto i secondi (i lettori del testo). E allora sì, la segretezza della bella Lienor, di lei, la rosa metaforica e metonimica, diventa a sua volta metafora della segretezza recondita del testo e del suo significare, della sua significanza; così come la madre tessitrice è, appunto, la metafora del venirvhsi a intrecciare di esso. Solo quando Lienor giocherà se stessa col gioco della retorica, del travestimento e dello smascheramento, solo allora la rosa potrà dis-velarsi, ri-velarsi.
Problema : perché Lienor non può essere vista in assenza del fratello? Eccesso di scrupolo nella salvaguardia dell’intimità familiare? Non vi è chi ne sappia tessere le lodi come il fratello, con quella retorica che gli abbiamo visto usare alla presenza di Nicole? E questo perché se la madre è l’abile tessitrice di tutta la trama, solo Guillaume è colui che sa/può ‘dirla’, metterla in gioco? La madre ha cioè paura che la ‘meraviglia’ di Lienor ‘svanisca’ in assenza della parola ‘giusta’, e che ella appaia soltanto nella realtà di una normale e semplice fanciulla, deprivata dell’aura letteraria che il fratello ha saputo crearle, cucirle ‘addosso’, e che solo lui saprebbe rinnovare e far proseguire? Perché, se la madre è il ‘fare del dire’, Guillaume è il ‘dire del fare’: mentre solo Lienor saprà coniugare il fare col dire? È questa la maniere de son grant la vera preoccupazione della madre? O ha ragione Dragonetti? sì, per quanto riguarda l’esistenza di un piano matrimoniale; no, per quanto riguarda ‘quel’ piano (tener celata Lienor, far credere della rose desor la cuisse, ecc., ecc.), che in effetti abbiamo detto, a nostro parere, non esserci. Ed in effetti è proprio l’eccessiva praticità della madre, il suo essere hors dou sens l’eccesso, la maniere de son grant che sta per compromettere il gioco e il piano.
p.11 SCHEMA SEMANTICO DEI PERSONAGGI E DELLE LORO ISTANZE
(les affaires, la trama) Plessié ____________________ Conrad (Immaginario)
(Congiunzione) | Praxis (P vs N) | (Disgiunzione)
Pratico | | Sognatore
P | Lienor (Il Segreto) | N
| (Istanza simbolica) |
| |
(esecutore della trama) Jouglet _______________________ Siniscalco (Realismo)
(istanza di congiunzione) Logos (~P et ~N) (istanza di disgiunzione)
letterato non sognatore) | | (tramatore non pratico)
~N P | Lienor (Il Segreto) | ~P N
| (Istanza simbolica) |
| |
| |
(les affaires, la trama) Plessié ________________________ Conrad (Immaginario)
Praxis
~N ~P
p.12 INCIPIT E AGGIUNTE PER LA COMUNICAZIONE
Segreto del linguaggio, corrispondenze con la referenza. Non si può parlare di certe cose perché il pudore si impone, e tuttavia la malizia impone ‘necessita’ che se ne parli; se ne parla per metafora, indirettamente. È il segreto a mezza bocca, il dire e non dire. Ma ciò dà luogo ad ambiguità, in quanto richiede la condivisione di un codice: un codice la cui condivisione e la cui invenzione, finanche, può/deve crearsi sull’istante e presuppone un ‘ricevente’ che sia pronto a recepire questa invenzione. In questo romanzo tutto ciò più che detto, è ‘rappresentato’ metanarrativamente coinvolgendone il lettore stesso che si imbroglia nelle pieghe del segreto, che diventa pertanto, e innanzitutto, un segreto testuale. Insomma viene posto in rappresentazione lo stesso momento di creazione di questo porsi del codice: e nello stesso momento in cui esso si pone, si crea, si necessita; e in questo necessario porsi il tutto viene a ‘imbrogliarsi’ nelle intenzioni rispettive dell’emittente e del ricevente, tra le cui posizioni il lettore deve fare la spola: la storia della critica di questo nostro romanzo è una esemplificazione di ciò che andiamo dicendo. Il tutto è giocato non soltanto sulla metanarratività, ma anche, primariamente, sulla metaletterarietà di tutto ciò che in gioco nella rappresentazione testuale.
La letterarietà è infatti oggetto di rappresentazione primario in quanto uno dei protagonisti principali è un bovariano che vuol far coincidere vita e letteratura; la realtà è per lui è fruita attraverso il filtro della letteratura. Nel polo opposto, che potremmo dire degli affaires, sono situati gli altri personaggi, in primo luogo i componenti della famiglia del ‘plessié’, che invece molto realisticamente costruiscono la loro ‘trama’ che si traduce di fatto in un tentativo di scalata sociale. Figure rispettivamente inverse rispetto a questi due punti polari, sono, da un lato, Jouglet, il giullare che raccorda, col sapiente uso della parola, la ‘voglia di letteratura’ di Conrad con la voglia d’affaires di Guillaume e di tutto il plessié; dall’altro il Siniscalco, figura opaca, che pretende, vorrebbe, invece, lui, leggere in trasparenza ciò che la realtà della ‘parola’ gli porge, cercandovi immediatamente una referenza: e funge questi, dunque, si costituisce quale ostacolo tanto alle trame degli uni, quanto alla ‘realizzazione’ della favola dell’altro.
Basterebbe questo per riuscire a vedere nel romanzo l’immagine concretizzata, e diafana a un tempo, del prodursi e dell’esser fruito del testo.
Al centro di tutto ciò sta un segreto, una ‘parola’, opaca e trasparente allo stesso tempo, la rose, pronunciata dalla principale tessitrice delle trame ordite al plessié, dalla madre di Lienor cioè: parola questa che si ripercuote su entrambi i poli in gioco dialettico, e che funge da punto di fuga dell’abyme vertiginoso che essa stessa viene a costituire. Segreto reduplicato nella figura della protagonista, Lienor, che resta incognita a quegli altri protagonisti i quali vorrebbero - ma non sanno e non possono - immediatamente far concordare significato e referenza: sia dal punto di vista del l’immaginario virtuale letterario, l’uno, sia dal punto di vista del realismo significante, l’altro.
Entrambi (rappresentanti del polo della disgiunzione) da lei si aspettano la realizzazione dei propri contrapposti intenti: lo spasimante, Conrad, si compiace nella e della assenza di lei prolungando così il proprio desiderio, del quale lei non è altro che la proiezione; il Siniscalco, dal suo canto, vorrebbe invece conoscerla e vederla di persona, senza per altro riuscirvi, per carpirne un qualche dettaglio, un qualche segreto che, immediatamente e praticamente spendibile, svii gli intenti erotici e matrimoniali dell’altro. Su questa assenza, su questo incognito, su questo segreto si fondano le trame dell’altro polo, quello degli affaires; per il quale (e per Jouglet) ella costituisce la realizzatrice, in facto, della trama, nel trasformarsi di lei assenza (assenza, qui, segreta, che è un segreto) in presenza: je suis la pucele a la rose!. Dunque il plessié costituisce la sede o l’istanza della congiunzione dei dati di/del significato sull’asse della praxis, mentre Jouglet, figura ad esso implicata, rappresenta questa stessa istanza sull’asse del logos, della retorica. Conrad e il Siniscalco costituiscono corrispettivamente la sede o l’istanza della disgiunzione sui medesimi assi. mm
In questo essere assente al polo della disgiunzione, in questo essere ad esso e per esso segreta, separata, lei che costituisce un oggetto del sapere e dell’avere (del desiderio, anche al negativo per il siniscalco), ella può essere conosciuta solo per il tramite della parola che su di lei si dice, che di lei parla. E questa è pronunciata da tutti: da Jouglet che ne ‘intreccia una/la storia(?)’, da Conrad che ne parla per interposta letteratura, attraverso più che indiretti riferimenti letterari, e soprattutto dalla madre e dal Siniscalco che si scambiano il ‘segreto della rosa’. Il **segreto giunge all’acme, come si sa, quando i due componenti di quello che abbiamo chiamato il polo della disgiunzione, Conrad e il Siniscalco, entrano in collisione e in opposizione tra loro. L’iniziativa è del Siniscalco che vuole sventare il matrimonio del sovrano che si prefigura, ma soprattutto che si sente scavalcato da Guillaume, fratello di Lienor, nelle sue funzioni e soprattutto nel suo ‘posto’ di privilegio che tiene nei confronti di Conrad. Il piano che vorrebbe mettere in moto è quello di cercare di carpire un qualcosa, riguardante Lienor e la sua famiglia, il plessié, un qualcosa che possa fungere ed essere speso come scusa per evitare e far evitare quanto si sta profilando; e si propone pure magari di vedere e parlare con la stessa Lienor (concretizzazione del suo demonio). Ma come sappiamo, egli non riesce nel suo intento e deve accontentarsi di sapere indirettamente di lei attraverso il discorso che ne fa la madre. Ora sta proprio qui il punto (ed è un punto testuale e metatestuale): il testo non dice a chiare lettere ciò che la madre della bella Lienor realmente dice della figlia, il tutto è infatti imbricato in una ellissi mimetica attraverso la quale il narratore riferisce la parola della madre. Tutto viene lasciato intendere - anzi si dovrà dire verrebbe…, lasciato intendere, con condizionale più che d’obbligo – indirettamente attraverso una tranche testuale che non è neppur chiaro se debba essere intesa come un discorso diretto della madre, un discorso indiretto libero riferito a lei, o se è invece un discorso indiretto riportato attraverso il filtro del narratore. E tutto ciò perché riferito a quanto, per pudore, oltre che per convenzione codificata, non può esser detto, o almeno non apertamente, non direttamente. La vecchia madre parlerebbe – e sottolineiamo ancora il cogente condizionale – in fin dei conti di che? Della rose de Lïenor naturalmente, della rosa che ella avrebbe desor la cuisse ma di che cosa si tratterebbe in ultimo? Tutto è lasciato ovviamente alla malizia del malizioso lettore. Ma il Siniscalco, ahimè, ahilui!, non è altrettanto malizioso; e bisogna dire che assai a lungo la critica che si è occupata dell’interpretazione del romanzo e di questo passo in particolare non è stata neanch’essa altrettanto maliziosa, interpretando il passo in questione, essa pure come il Siniscalco, ‘letteralmente’: anche se bisogna dire che manca un contesto trasparente per una interpretazione che si possa dire realmente letterale, il contesto è infatti volutamente reso opaco dal narratore come s’è visto, ma il difetto critico è, secondo noi, fino ad ora consistito nel non aver compreso l’opacità testuale mirante al voluto e ricercato equivoco. Il fatto è ancor più complicato da un dato intertestuale e metatestuale; è nota infatti l’esistenza di una serie di racconti che vanno sotto il nome di ‘ciclo della gageure’, nei quali uno dei protagonisti, scommette con un altro sull’onestà di una donna, vantandosi di poter riuscire a sedurla; ma non riuscendovi, per non perdere la scommessa e la faccia, si impadronisce di un particolare intimo di lei, spesso un segno recondito nel corpo di colei che pretenderebbe aver sedotto, e facendo leva su di esso, accredita per un breve momento, il proprio successo; ne segue il disonore della donna, calunniata e falsamente accusata, e, con lei, dell’uomo (marito, promesso, fratello, ecc.) che le è legato, naturalmente l’inganno viene poi scoperto e l’onore ristabilito. Anche il nostro romanzo seguirebbe – ancora il condizionale – lo stesso canovaccio: la bella Lienor è calunniata dal Siniscalco, Guillaume è insieme a lei disonorato, e il rapporto d’amore e il matrimonio imminente fra lei e l’imperatore Conrad pare naufragare. Ma… c’è però di mezzo l’opacità di cui andiamo parlando: Lienor ha davvero il segno della rosa - una macchia, o quant’altro – sulla sua pelle, sulla sua gamba? È questo che la madre di lei svelerebbe (e non si sa poi perché mai) al Siniscalco? È questo il senso della rose desor la cuisse? Abbiamo già detto che il lettore malizioso risponderà di no, ovviamente, scavalcando, appunto con la malizia, con trasparente malizia, l’opacità testuale. E tuttavia il peso, il debito, dell’intertestualità resta di non poco conto contribuendo solo apparentemente a chiarire quanto rimane nascosto dalle parole ambigue, anzi esso sta lì proprio per sviare, e soprattutto gli ingenui. Il Siniscalco interpreta anche lui ingenuamente, come l’ingenuo lettore, ma certo non possiamo credere per lo stesso debito che egli contragga con l’intertestualità, ma invece, ci pare, per una pretesa che il linguaggio sia trasparente e non nasconda nulla tra le sue pieghe, e/o perché, forse ancor meglio e più probabilmente, piega, egli, a suo vantaggio quanto ambiguamente viene riferito, perché crede/vuole che la parola possa/debba essere solo trasparente. Una sorta di struttura a **cannocchiale* con due pazienti di sviamento, il lettore (ingenuo) e il Siniscalco, ma sviati, ciascuno di essi, per ragioni vicendevolmente diverse, come s’è detto. Rimane indefinita, segreta la sostanza, la referenza della parola, la chose, così come colei che ne porta il marchio, e che assurge così. perché crede/vuole che la parola possa/debba essere solo trasparente. Una sorta di struttura a **cannocchiale con due pazienti di sviamento, il lettore (ingenuo) e il Siniscalco. Il che significa, data la sovrapposizione e la sovrapponibilità metatestuale, che l’intertesto letterario e metatestuale, ma tradizionale, dati i due elementi in sovrapposizione, il lettore e il personaggio del Siniscalco, funge da elemento di trasparenza, da lastra traslucida attraverso la quale si può vedere, percepire la realtà referenziale che sta dietro la parola, come il Siniscalco piega l’ambiguità di ciò che gli vien detto ai propri fini e nei limiti di quanto può sapere, allo stesso modo il lettore piega la medesima ambiguità di fruizione nei limiti di quanto sa, e che è un sapere testuale. Ma entrambi vanno a coincidere nella medesima interpretazione.
Ma non può non rimanere al lettore, se non al Siniscalco, un senso di disagio interpretativo, la sensazione di qualcosa che sfugge, il non perfetto collimare del testo, di questo testo, con la tradizione (non è questo un racconto che posa rientrare tout court all’interno del ciclo della gageure, né si capiscono a fondo le ragioni che spingerebbero la vecchia madre a rivelare il segreto di Lienor, e quando ci si è provato si sono addotte ragioni che tendono a far coincidere alcuni particolari del nostro racconto con alcuni particolari topici dei racconti del ciclo della gageure: qui, la vecchia madre di Lienor si farebbe corrompere da/con una sorta di ingenuo transfert psicologico individuabile nel dono dell’anello che il Siniscalco le offre, così come nei racconti di tale ciclo c’è sempre qualche confidente della fanciulla che, fattasi corrompere, o indotta dall’ingenuità, rivela al bieco traditore il particolare dell’intimità che a lui serve per portare a termine il suo progetto). Ma così si ricade nel circolo vizioso del lettore ingenuo, tanto più che non ci pare poter attribuire alla madre, personaggio sempre tanto accorto, una siffatta ingenuità. E chi ha voluto ecc. ecc. [……Dragonetti……] è caduto in un eccesso interpretativo che vuol rendere ad ogni costo ragione attribuendo all’accortezza della madre, che ‘troppo’ parla, un eccesso di macchinazione e soprattutto di previsione.
Resta dunque ancora un enigma nel testo, o del testo, il quale esplicitamente ci dice soltanto che la vecchia madre al Siniscalco li a conté tot l’afere de la rose, senza aggiungere altro. E dunque il testo è tanto enigmatico quanto Lienor è cachée; di lei tanto il lettore quanto il Siniscalco, che abbiamo visto compartecipi in una convergenza interpretativa, possono avere, sapere, soltanto del segno, soltanto il segno che la marca: la rose. Ella rimane **testualmente** la realtà in se stessa inaccessibile, o accessibile solo attraverso il segno, e da chi sa decifrarlo (la madre non dà accesso al Siniscalco per vedere Lienor perché manca Guillaume che è l’unico che può sostenere il confronto con un personaggio di così alto rango?); e il testo effettua la derealizzazione di questa realtà che è Lienor, l’oggetto del desiderio; e di esso, in questo romanzo, giocato sul registro della commedia, resta soltanto una retorica gestibile e fruibile ai più vari usi, una metafora che cresce su se stessa, fino al banale e all’ovvio del segreto di pulcinella (M. Zink), e fino ad essere infine presa in carico da colei che ne dovrebbe detenere la referenza, Lienor medesima, diciamo, infine: Je suis la pucele a la rose, dice ella infine identificandosi col suo segno; e senza che nessuno, e tanto meno il narratore, si curi di appurare che questo segno che ha mosso tutta la narrazione e la intitola, esista nella sua concretezza di significante (!): segno puro, pura istanza segnica, puro flatus vocis, ipostasi del significare.
È la mise en abyme del segreto che viene portata in primo piano, del suo funzionare, del suo essere stesso, attraverso la parola ambigua di tutti i personaggi, ivi compreso quello del narratore, anzi proprio quest’ultimo prima d’ogni altro.
Chi si aspetta di trovare, poiché tutto il testo del romanzo è una macchina costruita appositamente per generare un’aspettativa di senso, almeno a partire dal più ambiguo certo dei passi, quello centrale relativo alla messa in campo del segreto della rose, chi sia aspetta dunque di trovare il disvelamento di un segreto custodito nella e dalla parole sfrangiata, rimandata e riflessa, manipolata e portata in continuo e mutuo rimbalzo, rimane deluso o ancor più, impigliato inestricabilmente in tali rimandi e di tutte le ambiguità, anfibologie che (ri)plasmano il senso. Il segreto della rosa rimane dunque tale, opaco e trasparente parimenti; è infatti questa che si cela e si scopre in tutti i versi e in tutti i sensi, che si vela e si rivela, in un incessante miroitement seduttivo. Su tutto spicca il distanziamento estetico dell’autore, e del continuo rimandare del testo in un perdurante batter di sponda.
Il Narratore non solo parla ambiguamente, ma raddoppia, pure, questa ambiguità tramite la parola che celatamente la dice. Attraverso l’uso della parola strategicamente celata dietro un senso più ovvio e corrivo, di una parola che si direbbe quasi una traccia che porti a una chiave che ci porti a decifrare o almeno ad appianare le incongruenze del testo, si resta ugualmente a mal partito, anche quando ci si renda conto del doppio senso che traspare in filigrana sotto l’opaca superficie dell’ovvio. Non si tratta, né si è messi sulla via di decidere per l’uno o per l’altro senso, di stabilire quale dei due preferire, portando l’opzione su quello meno scontato, come pure si sarebbe certamente tentati, perché il senso secondo e riposto, questo senso, è secondo in tutti i sensi e non fa, quindi, che assecondare il primo, che raddoppiarlo, appunto si diceva: intendiamo dire che questo raddoppio del senso non fa che dire se stesso autoriferendosi; esso ci dice soltanto che ciò che si viene dicendo è appunto ambiguo, e lì si ferma, senza darci ulteriori suggerimenti e indirizzi o indizi perché si possa stare sull’una o sull’altra posizione interpretativa.
Non c’è qui per i personaggi una verità da svelare, anzi tutti sono certi di una verità, è il lettore che è posto nella condizione di trovarne una e nel farlo deve compulsare il testo e le varie versioni della verità che i personaggi si fanno di volta in volta. |
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