POETICA
Poetext © mVis!* Maurizio Virdis

CRUCIVERBA D’AMORE

Stinta vorrei vedere
l'immagine discorde, lì in trappola
impigliata sulla soglia che divide
mentre vi si raffredda l'intenzione
defalco liminare di un per dirsi
– assenza –
muto che se ne sta inchiodato alla definizione:
ma, di’, (mio tu)!, perché non m'ami?
perché tu altro non sai essere che l’ombra
del mio troppo (non?) vederti?
trasposta allora altro sarebbe
l'essenza convenuta del difetto,
d’una casella dubbia da riempire
di lettera (s)fuggita,
e colmerebbe ancora un'altra volta,
magari in controluce damascena, anche per me,
questa figura, anomalo interstizio da incrociare,
azzeccando l’inganno abbacinante
per eluder la griglia che imprigiona.
Ma ciò che insiste pure è - caso atroce -
giusto l'enigma, una parola in croce.
(m!Vis* CA, 9-v-'84, h. 4 --//-- dicembre 2006)

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CUM VENTITABAS QUO PUELLA DUCEBAT
revelatio

Scoprirsi intravista,
che adesso, ecco, si scioglie: para dossi,
che segue ed accompagna, poi li doppia
con man sapiente che l’intoppo sfiora
ed asseconda, e impiccio di caviglie
liberato, infine:
dinamica proposta che il miraggio
nel balenar dell’attimo cattura.
Poi volta in prospettiva
nascondersi, rincorrersi rincaro che dilegua,
mimandosi cercarsi
chieder la propria grazia,
riverberata allure:
e si ritira giocando che d’un piglio
fila la propria tela;
si ha:
l’abito di già docile s’indossa ancora:
ed altro non ne traggo che l'assenza
dove s’annuncia con sommesso abbaglio.
mVis! CA, 27-x-'85 ---//--- 28-12-2006


AMATA NOBIS QUANTUM AMABITUR NULLA
verias adspectus

Mutanze impercettibili. Discioglie infatti lì
domande in gioie, che le declina e lieve
digradandosi ai suoi fianchi segreto si palesa
il suo sorriso che l'effonde nell'aura intrisa
dei ricami in cui s’assesta
verticale letizia sull’inerzia.
E or esimendo la fragile soglia,
muta randa che già vaga cingeva,
dal costume secreto di misura,
che a eludere, profferta, si compiace,
celata essenza ch'emana d'altri spazi
e d’altre non tangibili frequenze,
pur tuttavia s’attesta. S’assicura:
che inerme ancor vi intesse la scrittura,
ogni momento, ancor, della sua storia immota
tramandola all'assenza d’un evento atteso
che la registra intanto, e l'isola. Perché.
mVis!* ’85 (?) – 1 maggio 2007
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DIFFERIRE
Declinando in visione mie parole
spirito chiedo all’ombra, se mai parla,
e traspongo il disegno dissoluto
che fingevo, così che qui mi resto
misurando, sul margine più esposto,
l’assillo scritto già impudentemente,
trascritto adesso in nuova ultima grazia
aspra, che mi costringe e pur mi sazia.
Vita del mio pensiero or si sospende
incautamente ai bordi della crepa,
ove l’anima incrini a me proibita,
da tua carne dischiusa: e vi dipani
l’allusione ove m’iteri l’epilogo
protratto.

m!Vis* (13.04.2002) 1 marzo 2007


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L'ULTIMA MENZOGNA

Certo va pure trovato quel fine,
lo dicono, e magari ci s’illude
che ce lo porti in mano la corrente
della vita, ed in vero la natura
dovrebbe riportarci al suo richiamo:
ma il fatto è pure che la vita sogna.

Va fatto tutto quello che bisogna,
è questo certo il punto alla fin fine.
Sì, ma è questione d’ordine, e il richiamo
è più d’uno, l’amore che m’illude
per esempio, ed il tempo a sua natura
si stinge via con furia trascorrente.

Ora mi trovo qui con l’occorrente,
e pare che mi mettano alla gogna.
Com’è che penso – quasi si snatura –
ch’io tutto resti fermo, e tutto fine
fine si muova intorno a me, e m’illude
abbagliato alla luce d’un richiamo?

Come vedessi di sbieco nel richiamo
d’uno specchio il mio viso concorrente
che con faccia di suola disillude
a poco a poco pure la vergogna.
Ma è pure è giusto che vi metta fine.
Che vengo a dire? E dunque a mia natura

mi metto a raccontare la natura
di quello che è successo, e richiamo
una parola che mi paia fine
e sia bastante a imbrigliar la corrente
di tutto quanto questa storia agogna,
sospeso su di un filo in cui s’illude

tale peripezia: perché, chi illude
il bandolo, funzione, la natura:
che non si dica che solo una carogna
io sia? Ventriloquo frugo il richiamo
e l’istanza che dentro, ricorrente,
mi parla dalla soglia, sul confine

in cui è imminente il quid dell’amor fine,
aliena grazia che ordina e che illude,
come una scossa viva di corrente
elettrica, e riscuote la natura
d’un desiderio che mi fa richiamo
e dice «io (…?.)» nell’ultima menzogna.

m!Vis Cagliari, 1 luglio 2008.
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MAGNA RIMA

A questa mente astrarre io voglio Pizia,
anima mia, se ne indovini il dire
silente nel suo candido furore,
scabro per chi in se stesso solo intende,
ignoto a chi alla carne non condensa
zirlo di spirito che assorda e non si sente.
Il senno a Ipazia s’arretr’irrisolto
davanti a lei, e in lei tradurre sappia
la geometria d’amor che nel sedurre
sa trar perizia, dirvi sazi umori
di sapienza d’ardore rigoroso,
sì che quest’anima, or sacerdotessa
di tal pregna follia resa, rispecchi
la propria ossessa fausta intemperanza:
«oziai sazia di versi per trar muri
entro cui cingere il tuo nome al cuore
che come da una zip sai trarre tu:
dalla tasca di questo andar vagando
licenziosa che all’abito mi pende,
la crepa che mi fende in tuo riflesso
in cui ti insinui enigma della grazia
schiudendomi al pensiero più segreto:
impressa in desiderio la tua stigma,
ne rintracci con l’essere il suo ordito».
Muri entro cui io imprigionassi il senso,
col tessere in plausibile parola
la tua figura che si fugge via
non resistendo ad esegesi alcuna,
che si stinge restando solamente
la mimesi di te, dove t’occulti
pur a te stessa, e ne risulti assente.
Il pensier vostro ancora in otium s’ari,
dirvi sapendo, a voi, Pizia ed Ipazia,
con qual misura io debba abbracciarvi
nel simbolo di regola ed ebbrezza,
qual ermeneia tracci alla mia mente
con sottigliezza d’un cortese azzardo
il disegno che finga in filigrana
la grazia che mi strugge e mi divide.
m!Vis Cagliari, 5 agosto 2004.

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L’OMBRA d’ISOTTA

Soror dulcissima, mente te diligo,
ablato corpore. Ignosce, deprecor,
mihi insaniam, pupilla oculi
qua ego video, venusta formula.
Secretum animae solvere cupio
tuae, pulcherrima: quod solvat somnia
cogitationibus iam vero sordidis,
fictionis nebulis dum mecum maneo.
Commotus corporis tui cupidine,
nudum cospiciens mirum mirabile
fictum quod teneo intus intrinsecus,
nudam te amavero, corde purissimo:
cum esses veritas nudata ad animum,
nolo te tangere, ne tuum mysterium
totum se dissipet in nihili vacuo,
nisi ab oculis tactum me sentiam
tuis, si subrideas, qui sunt caerulei:
tanta tua gratia.
Tua tanta gratia laudetur Dominus qui tecum maneat, in veri lumune:
Eius es speculum.
(m!Vis* 18/27.02.2002, h. 21,45)
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MYSTERIUM MORTIS
(In articulo mortis scilicet ars narrandi)


narrare sul filo un confine
che ultimo non è, ma trapassa
nell'ora abolita.
s'incarna lo spirito in verbis
sfigura l'azione:
nel conto
la pone ordinata,
l'ascrive oramai, ma scontata:
le reni gli sonda ed il cuore.
congiungersi, nel tempo scemato
consunto, slabbrato potere
con ciò che voluto l'avrei
- dissidium animae
in littera nova /....../ desidia -
desidera ciò ch'è raggiunto
congiunto che gli ha la parola
col filo che fragile è pure
all'equilibrista che l'osa.
ed ivi nel gioco compone la voce rinata al silenzio
che l'ora riposa, che l'ora gli porge in parola.
Semantica dell'infinitesimo:
ventriloquo in cerca d'istanza
glossando l’intonso volume:
..........forse di già nella fatal quiete.........

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LAI DELL'OMBRA. Oggetto-a.

Ti neghi sublime e nell’anima astrusa
derivo il sembiante che adombri
da poche parole, sottratto
e iterato.
M’ammalio, voragine al pozzo,
specchiato nell’omen che trai
dal santo in cui sei battezzata
in dovizia.
Disdetta, vertigine in pena proponi
purgando l’oggetto dall’-a di quell’acqua:
da qua intorbidata,
che ruba il tuo viso, sequestra l’immagine vera,
la divora,
barbaglio residuo, nell’ombra,
da qua della vera del pozzo:
senza fondo.
Cui do da inghiottire nel gorgo di là della vera
la vera che t’orni del dono di te:
e non torni più vera,
tu.
Precipito dentro.
Attingere provo, e il supplizio
si torce, mi devia in scarse parole
incongrue; e divide, la soglia:
invera l’abisso in cui pesca l’incanto
che solo l’eco adduce, e vi s’annega.
Ti neghi: ed è il purgatorio
che nega l’inferno: il tuo dono.
Disdici, passaggio coatto,
e ti fai salvazione:
in penitenza m’imponi il racconto.
E oblitero muto la vasca –
già detta in poetico segno:
altro –
che il nome n’attingo e guadagno,
la pena scontando a dar conto:
montale d’indizio secondo, cortese.
Così che la vera del pozzo
s’inghiotte quell’-a, quell’oggetto,
mi rende il tuo viso, di grazia prezioso.
Ritorni tu vera,
e qua, da di là da quell’acqua,
riaffiora la vera alla vera:
nel simbolo in cui vi disposo,
midons.
mVis! 30 gennaio 2008
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Si registrava uscire
colma di frutto e d'acqua
turgida cosa
in difetto d'idea,
effetto dell'aria afosa
attingere il colmo;
infatti
ma, stinto
riflesso,
lasciarla che poi non risponde
e raffredda, e separa e m'ha scovato,
eccomi, per Dio, non parla.
E resto io, mio solo predicato.
(m!Vis* CA, 27-x-'85) Mvis
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GRAMMATOLOGICA

Dal velo
iscrisse
che c'era che il verbo
imperfetto sfiorava
di trasferire che dire
legàmi in sfatti ricami
tentava di aggiungere
al concluso che nonostante dalla
trasparenza ne prometteva
come l'alone turgido
dei fianchi la presenza,
attributo insostantivo
smemorato aggettivo
(il suo corpo disvelato)
tra parentesi predicato
del senso che nel preteso
perfetto,
più logico sarebbe:
io t’ho irriconosciuto
(m!Vis* CA, 10-vi-'84)
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ITERAZIONE DI UNA MORTE

E all'ultimo momento
la parola
sovviene non voluta
d'esserci ancora,
ma il tempo è al di sotto:
la cosa è andata:
sarà un'altra volta
per storno d'ormai.
m!Vis*

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in mezzo da entrambi i lati
si gioca
di esserci se ci provi, rammenta.


ricoperta di dire
la rabbia
si stempera
nell'agguato di un ombra meridiana:
mancanza,
viene meno
al suo limite
improprio (m!Vis* 12-xi-'81)


CHE POI; SCOPERTO

infatti che poi rivedersi
nell'attimo idiota che scema
ma identico, (osarsi).
insulsa parentesi
di autentico strabismo (CA, 20- xi-'81)

Scoperto ritardo,
la brezza la sera,
e poi contromano
sapersi nel trucco
m!Vis*
Sarditas © mVis!* Maurizio Virdis

Meredecrois
(Midons de la croix)


Mama ’e su celu, sennora de is dis mias,
de dogna notti spendia a s’appillai,
chi de nocentzia m’alluit su scinitzu
sa carri fendu déxida e su spantu,
oi, seu preghendi, mi torrint ricchesa
madonna, is fattas mias a s’affainu:
chi punnai potzant, chene ’e mudai tinu,
a no si ’ndi scorrai macca sabiesa.
Un’annu ancora, donna, bortend’esti
chi no fatzu capìa de su giuali
aba m’incrubat gana ’e bosu aresti,
drucci chi timu no mi sobri’ e bruxit.
A su disinnu chi de amai si sestu,
ammenteisì che mama de sa cruxi!
mVis! Cagliari, 8 febbraio 2006



Madre del ciel, signora dei miei giorni,
e delle notti in evocarvi spese
che d’innocenza il mio assillo s’accese,
la carne e lo stupor rendendo adorni,
oggi, io prego, ricchezza mi torni,
madonna, il vano errar delle mie imprese:
che senza mutar senno siano tese
a che dotta follia non se ne scorni.
Or volge, donna mia, l’ennesimo anno
che al mio voler non so ridurre il giogo
cui mi piega di voi voglia feroce
soverchiandomi dolce del suo affanno:
nel disegno ove amarvi ottenga luogo,
rammentatevi madre della croce!
mVis! Cagliari, 6 febbraio 2006





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Tzerriendi seu chi fait tzerriai s’amori
s’iscorriu chi mein s’ànima s’incarrit
spantada lassendidha scétti carri
candu intregas su corpus tu’ a s’ausentzia:
chi ’e tui mi torrat prus chi tui no tenis.
E abbóxinu bregùngia iscumpudiu,
a nomen tentu chene redutai,
cuerrendinci spollinca sa beàntzia
scaringiada in sa nexi chi t’achistit,
sennora mia, chi abarras isperrada
si no t’intzertu aresa meri e donna
de mei, chi si m’incrubu, a mei t’indullis
nudendudì in su belu ’e s’alluinu
chi, dìliga e fraitza chen’ acatu,
amparu aporris bìrdnu a sa branca
crachendusinci in s’atza ’e barrosia;
mentras chi crescit scéti s’intelletu
e s’atinu chi sinnat in laberintu
– disinnu’e tui, su beru, adhia ogni transa –
is arrandas chi imbódhiant scabullendi
sa conchinada tua prus sbregungia.
m!Vis, Castedhu, su 21 de mes’ ’e Idas
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A Bosu, Midons !

A bos, midòns, singiali ’e custa vida,
in s’aúra imprentendi embrema ’ostru,
emm’a sciorai, illuegus atrviu,
su d’essi arrenulliosu cosa mia
fora ’e medida aici ’e ’os’ispantai:
medida a tinnu ’ostru cunsentendi
innoi su coru accnta è’ a s’assustai
de sa grátzia, ’òstra ’e diòsa, chen’ ’e nexi.
Cussertu ’e atza, braghéri, custu gap,
chi nuda s’innosséntzia ’ostra m’intregat,
mudori scéti est su chi si ’olit nai.
m!Vis, Castedhu, 28 de dognassantu 2004.
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BORTADURAS
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Ammeriai in meledu isciortu
próbiu unu muru scallentau d’ortu
ascurtai mein s’orrù e me’ is scrarías
tzoccu ’e meurras, frúsiu ’e tzrepías.

Me’ is crebadas ’e sa terra e in sa faiccedha
sminciai arrúbias is rias de frommigas
ch’immoi si segant e immoi si trobedhant
me’ is cuccuredhus pitticcus de is bigas.

E pramizai diattesu intra de is mattas
su mari assuppendi in iscattas
mentris si pesant tzirrícchius tremuaus
de cixa ’e is cuccurus scuccaus.

E in s’alluinu ’e su soli chi scalla’
attuai cun trista meravilla
comment’esti sa vida su traballu
de andai arreu ororu ’e una muralla
spraxa in pitzu de bícculus d’ampulla.
(da E. Montale, Ossi di seppia)
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Tantu gentili e onesta è’ a s’avverai
sa donna mia cand’átteru saluda’
ch’ogni lingua tremendi torrat muda
e s’ogu no s’attrivi’ a dha castiai.
Issa si ’nci anda’ a s’intendi alabai
beninna ’estida d’umilesa in muda
e cosa bénnia parit, chene duda,
de celu innoi miraculu a ammostai.
Chini dha mira’ aicci si ’ndi prexa’
chi ’e is ogus recci’ in coru unu durciori
chi scî no podit chini no dhu proat,
e de is laus suus parit chi ’ndi moat
un’ispíritu léviu prenu ’e amori
chi andat narendi a s’ánima ‘susprexa!’.
mVis! Castedhu, su 23 de aberili 2006
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Francesco Petrarca, RVF 366

Vírgini bella, chi, de soli ’estida,
a s’artu Soli, coronada ’e istedhus,
ses práxia, e luxi Sua sticchía t’at impostu,
m’impelli’ amori a nai de tui fuedhus
ma s’istérria no sciu chen’ ’e tui, nida,
e ’e Cudhu chi po amori in tui s’est postu.
Cramendu seu sa chi sempri at rispostu,
chi in fidi dh’at tzerriada:
Vírgini, si addoliada
po sa miseria de s’umanu costu
ses stéttia mai, a custu scrámmiu ingrina,
aggiuamí in custa gherra
mancai sia terra e tui in celu regina.

Vírgini savia, e in bellu numeru una
de is virginis biadas e prudentis,
antzis sa prima, e in prus luxi allumada,
o amparu frimmu a s’isporu de is gentis
cuntr’ ’e is croppus de Morti e de Fortuna,
chi sutt’issu est triunfu, no iscampada;
o mitza frisca a fogu tzurpu giada
’nnoi intr’ ’e is óminis tontus:
Vírgini, is ogus prontus
chi bistu aíant s’imprenta dispiedada
mei’ is mermus druccis de su caru fillu,
porri a mei in malu istadu
ca sconsilladu a tui béngiu a consillu.

Vírgini nida, in dogni parti sana,
de s’iscendongiu tuu filla e mammai,
giendi innoi luxi e in s’attra vida appentu,
po tui su fillu e su ’e s’artu Babbai,
o de luxi a su celu artiva ’entana,
benni’ è’ a sarvai in s’urtimu mementu;
e intr’ ’e fémminas medas, prus de centu,
tui scétti fias scerada,
Vírgini bene nada,
chi ’ortas sa lástima d’Eva in cuntentu.
Faimí ’e sa grátzia tua dignu, chi balis,
chene accabbu biada,
giai coronada in su rennu ’e is cabbalis.

Vírgini santa, e d’ognia grátzia prena,
pro sa bera e s’artissima umilesa
a celu artziada a intendi is prantus mius,
tui as scendiau de piedu sa ricchesa
e issu soli ’e giustítzia chi sulena’
su séculu ’e macchioris attrivius;
tres nomîs druccis portas tui collíus,
e mamma e filla e isposa:
Vírgini gloriosa,
donna ’e su rei chi ’e is latzus s’a’ affranchíus
fendi su mundu líberu e in bonora,
po chi, santu in is liagas,
nau appannu tragas, tui, bera biadora.

Vírgini sola, innuedhui chene esempiu,
amorendi su celu po ermosuras,
chi ’e tui prus manna o pari no dhu’ a’ istada,
santus pentzus e castas fattas puras
a su Deu beru sagradu e bivu Tempiu
ant fattu in s’innidesa tua ängiada.
Vida po tui potzu tenni prexada,
si po s’arresa tua,
Vírgini drucci frua,
ue farta aíat bundau, grátzia est bundada.
Pregu, in ginugus dessa menti petzis,
ca a m’essi ghia dias botra
e sa vida mia torta m’adderetzis.

Vírgini crara chi ses frimma in eternu,
de custu mari in temporada istedhu
d’ogni ghia ’e navi sendi fida ghia,
pentza tui in cali malu tempus niedhu
m’agattu solu e chen’ogni guvernu
tenendi accanta s’urtima straccía.
Ma in tui s’ánima mia puru cunfiat,
peccadora, già est beru,
Vírgini, ma chi abberu
s’aremigu ’e su mali miu no arriat:
ammentadí ca su peccadu nostru
at fattu a Deu incarnai,
po si campai, in s’ínnidu tuu clostru

Vírgini, cantus prantus deu appo spráxiu,
cantus losingus e arresai po iscarnu,
po pena mia e in dannu miu che tuppu.
De ca seu násciu inní in s’oru de s’Arnu
circhendi puru in dogna logu s’áxiu,
sa vida mia est stéttia scétti assuppu.
E s’ermosura umana ingurta a s’uppu
s’ánima m’at carriada.
Vírgini alma sagrada,
no trighis, deghinó certu m’alluppu.
Is dis mias prus che raju chi s’appretta
in miseria e peccaus
si funt andaus, e scétti morti abetta.

Vírgini, una est ’moi terra, e in trista spolla
m’a’ ’estíu su coru, e in vida tentu in prantu
e de is malis mius milli unu no scíat:
e mancai sciendi, su chi est iséttiu a tantu
iat essi istadu, ca dogn’attra bolla
po mei già morti, e a issa innóriu fiat.
’Moi tui, donna ’e su celu, diosa bia
(si nai potzu e cumbinu),
Vírgini d’artu attinu,
tui bis su tottu, e su chi no podíat
un’attru a fai, nudh’est a sa virtudi
tua: a mi ’ogai de dolori;
ch’a tui onori at essi, e a mei saludi.

Vírgini, mein chi póngiu dogna ispera
de m’ ’olli tui in cust’apprettu aggiudai,
già no mi lessis in s’estremu passu.
A mei no castis, ma Chini mi fai
boffiu at; no giudu miu, ma cuss’aèra
Sua artiva a t’incurai ti mova’ in bassu.
Medusa e farta mia m’ant fatu sassu
stidhiendi vanidadi:
Vírgini tui ’e santidadi
de lágrimas su coru prena iscassu
chi nessi su prant’úrtimu d’appentu
sia’, e chene umanu limu,
cumenti fiat su primu ’e ammácchiu tentu.

Vírgini umana, anemiga ’e dogn’atza
amori ’e sa tzemía spratzía t’impella’:
miserere ’e unu coru in arrepentu.
Ca si unu chemu ’e terra, mancai bella,
cun fidi sollu amai chi spantu satza’
itta ia a fai po tui mamma ’e cuntentu?
Si de s’istadu miu d’úmili assentu
biu torru in gratzia ’e tui
Vírgini eu sagru, innui
nomini tenis, fuedhu e grabbu e imbentu,
pentzus, coru e manera ’e susprexai.
Ghiamí in mellus bau,
ti sia’ aggradau si cámbiu in disiggiai.

Sa dí est benendi, no est attesu ’e s’oru:
su tempus curri’ e bola’,
Vírgini unica e sola,
cuscentzia o morti pungint giai su coru.
A fillu tuu incumandamí, chi est beru
ómini e beru Deu:
su spíritu meu réccia’ in paxi abberu.
mVis! 25 marzo 2006