L'alpe ed il pizzo che sovrastano Tartano

 

L’alpe ed il pizzo Torrenzuolo (o Torenzuolo) sono la possibile meta di un’escursione che parte direttamente da Tartano. Escursione che merita di essere raccomandata, però, non solo per la comodità (dal momento che anche chi fosse sprovvisto di automobile, può facilmente raggiungere il paese con il servizio di autolinea da Morbegno), ma anche per la bellezza e l’interesse naturalistico ed etnografico dei luoghi toccati.
Parcheggiata l’automobile a Tartano, portiamoci all’ingresso del paese, dove, nei presso dell’albergo-ristorante “La Gran Baita” troviamo l’indicazione per l’agriturismo e l’alpe Torrenzuolo. Seguendo i segnavia, ci portiamo alla contrada Gavazzi, posta sui ripidi prati, ancora oggi curati, che sovrastano Tartano (m. 1252). Il sentiero prosegue in direzione sud-sud-est, toccando la successiva frazione di Fracia (m. 1360), dove si volge a sinistra, per salire alla frazione di Càneva (m. 1404).
Proseguendo ancora a sinistra, si giunge ad un bivio, presso un muricciolo in sasso: qui si prende a sinistra, e si prosegue la salita lambendo un prato con una baita. Superata una breve fascia di ontani, si entra in un fresco bosco di conifere, dove si trovano alcune simpatiche sorprese: diversi cartelli indicano non solamente la direzione per l’agriturismo Torrenzuolo e l’altimetria, ma anche le specie protagoniste della vita vegetale del sottobosco.
Si esce, infine, dal bosco in corrispondenza di una radura, risalita la quale si raggiunge il tanto annunciato agriturismo Torrenzuolo, aperto da giugno a settembre (si può telefonare, per informazioni, ai numeri 0342 645054 o 348 3509661), a 1794 metri di quota. Mentre ci avviciniamo all’agriturismo, alziamo lo sguardo, alle sue spalle: proprio lì, quasi sulla sua verticale, potremo riconoscere il profilo poco pronunciato del pizzo Torrenzuolo (m. 2380). Volgendo, invece, lo sguardo a sinistra potremo godere di un buon colpo d’occhio sulla Costiera dei Cech e, alla sua destra, su alcune celeberrime cime del gruppo del Masino, dal pizzo Porcellizzo (sciöma dò porsceléc') alla cima di Zocca, passando per i pizzi Badile, Cengalo e del Ferro.
L’agriturismo offre diversi elementi di interesse: si tratta della casera dell’alpe Torrenzuolo, dove si trovano diverse indicazioni sui luoghi ed i locali tipici legati alla vita ed all’economia rurale che nei tempi passati legavano indissolubilmente l’uomo a questi ambienti montani. Siamo in cammino da un’ora e mezza circa; dopo una sosta ristoratrice, possiamo rimetterci in marcia alla volta della cima del Pizzo.
Imbocchiamo, dunque, il sentiero che lascia l’agriturismo sulla sinistra (direzione est), in direzione dell’ampio solco della valle del Castino, che si apre proprio ai piedi del versante occidentale del pizzo Torrenzuolo. Dopo un breve tratto in leggera salita, lasciamo alle nostre spalle la fascia boscosa che delimita a monte il sentiero e ci ritroviamo nella parte bassa dell’ampia conca della valle, che qui si distende e si apre ad alpeggio: è, questa, la sezione settentrionale dell’alpe Torrenzuolo.
Guardiamo, ora, a monte del sentiero: individuata la prima baita, ci stacchiamo da esso, su traccia secondaria di sentiero, e la raggiungiamo. Proseguiamo nella salita toccando altre due baite (la caratteristica di tutte le baite di quest’alpe è che non sono anonime: ciascuna esibisce, con orgoglio, un cartello, sulla facciata, con il proprio nome), prima di raggiungere, ad una quota approssimativa di 2150 metri, un piccolo pianoro superiore, disseminato di massi. Ora dobbiamo cercare il sentiero che, prendendo a destra, guadagna il ben visibile crinale che scende dal pizzo in direzione ovest-sud-ovest. Se non troviamo il sentiero, possiamo guadagnare, con un po’ di fatica, data la vegetazione disordinata, il filo del crinale anche salendo a vista. Alcuni grandi ometti sul crinale ci possono servire come riferimento. Non possiamo non interrompere il racconto della salita per dedicare loro qualche riflessione. Gli ometti (umèt) hanno sempre rappresentato un interrogativo aperto per gli studiosi delle cose della montagna, che si sono chiesti se si tratti di semplice gioco che utilizza le pietre ricavate dallo spietramento dei terreni, di manufatti con significato funzionale di orientamento rispetto a punti nodali su sentieri o luoghi pericolosi, essenziale in caso di scarsa visibilità e foschia, o, infine, di segni con valenza anche religiosa. Di quest’ultimo avviso è Dario Benetti, che, nell’articolo “I pascoli e gli insediamenti d’alta quota” (in “Sondrio e il suo territorio”, IntesaBci, 2001), scrive:

Nel complesso rapporto vissuto dalla società tradizionale con il proprio territorio alla ricerca di un orientamento e di un ordinamento rientra anche, naturalmente, l’area degli alpeggi. Il profondo senso religioso dei contadini pastori si è espresso in varie modalità lasciando molti segni. Tra questi i più misteriosi e, nel contempo, emblematici, sono sicuramente i cosiddetti umèt… Ancora oggi oggi visitando la zona degli alti pascoli si resta colpiti dalla presenza, in genere sulle creste intervallive o, comunque, in punti ben visibili, di pilastri isolati in pietra a secco di circa un metro e mezzo di altezza… Gli umèt spuntano all’improvviso durante il cammino, come antichi guardiani dello spazio abitato, segnando i confini e i riferimenti tra un alpeggio e l’altro”.
Torniamo al racconto della salita. Una volta raggiunto il crinale, questa prosegue, senza difficoltà, seguendo la traccia di sentiero che ci accompagna fino ai 2380 metri della cima erbosa del pizzo Torrenzuolo. Da Tartano alla cima del pizzo calcoliamo 3 ore e mezza/4 ore di cammino, necessarie per superare un dislivello di circa 1180 metri. Una fatica ampiamente ripagata dal panorama che da qui si gode: si dominano la Val Lunga, a sud, e la Val Vicima, a nord, e si possono ammirare la Costiera dei Cech e le cime del gruppo del Masino fino al monte Disgrazia, mentre si scorgono anche alcune delle cime della testata della Valmalenco. A sud est, infine, si ammira, in primo piano, il pizzo Gerlo, che sovrasta l’alpe omonima.
Chi conosca abbastanza bene il percorso che da quest’alpe sale al pizzo Gerlo, può scendere dal pizzo Torrenzuolo alla sella che divide i due pizzi e, di qui, all’alpe Gerlo. Una volta raggiunte le caratteristiche sei baite allineate in doppia fila sfalsata della casera del Gerlo (m. 1897), può prendere a destra e seguire il sentiero che, attraversato il torrentello della valle del Gerlo, prosegue, addentrandosi in un bel bosco di conifere, fino a raggiungere la parte alta del versante meridionale dell’alpe Torrenzuolo, in corrispondenza di una baita. Scendendo su traccia di sentiero si toccano altre baite e si torna, piegando a destra, all’agriturismo. A chi non fosse pratico del versante che sovrasta l’alpe Gerlo, però, conviene tornare all’agriturismo per la medesima via di salita.

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