Accendi le casse se vuoi ascoltare il canto di un cucù dei boschi di Val Tartano
Punti di partenza ed arrivo |
Tempo necessario |
Dislivello in altezza
in m. |
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti) |
Strada Campo-Tartano - Barghett - Torrenzuolo - Gavazzi - Tartano - Strada |
3 h e 30 min. |
800 |
E |
Fra
le molteplici possibilità escursionistiche offerte dalla Val
di Tartano quelle legate ai numerosi alpeggi sui suoi versanti sono
meno conosciute, ma non per questo meno interessanti, anche perché ci permettono di visitare i luoghi nei quali per secoli l'arte casearia della comunità di questa valle trovò (ed ancora trova, anche se in dimensioni ridotte) la sua espressione.
Giova ricordare, al proposito, che degli abitanti di Tartano si diceva, nel dialetto locale, che "èi nàas cùla bàla del càc' i màa", cioè nascono con la pallina del caglio in mano, per dire che sono abilissimi casari (si tratta della pallina del caglio serviva per quagliare una determinata quantità di latte).
Non possiamo, però, raccontare l’escursione senza prima presentare gli elementi di base per capire cos’è e come funziona un alpeggio. Ci aiuta Dario Benetti, nell’articolo “I pascoli e gli insediamenti d’alta quota” (in “Sondrio e il suo territorio”, edito da IntesaBci nel 2001), nel quale descrive la struttura e l’organizzazione tipica degli alpeggi orobici nell’area del Bitto (dalla Val Lesina, ad ovest, alla valle del Livrio, ad est): “ Gli alpeggi di questa zona, anche quelli comunali, erano prevalentemente dati in affitto a comunità di pastori. A tale tipo di gestione corrisponde una struttura architettonica ben precisa: il pascolo d’alpeggio è suddiviso in bàrech, un reticolo di muretti a secco, più o meno regolare, che delimita “il pasto” di una giornata di malga. Questa suddivisione permette di sfruttare razionalmente il pascolo. Il pascolo non è infatti ricco e, se il bestiame fosse lasciato libero, finirebbe con l’esaurirsi anzitempo. In ogni alpeggio il bestiame si sposta dunque quotidianamente da un bàrech all’altro, restando prevalentemente all’aperto (in
pochi alpeggi sono previsti stalloni – baitùu – o tettoie aperte per il ricovero notturno o in caso di brutto tempo). Numerose baite sono collocate sull’alpeggio in corrispondenza dei principali spostamenti. Al centro dell’alpeggio c’è la caséra, la costruzione dove si depositano i formaggi e le ricotte per la salatura e la conservazione temporanea… La necessità di sorvegliare il bestiame durante il pascolo di notte, lontano dalla baita dei pastori, era risolta con una particolare forma di ricovero temporaneo, il bàit. Si tratta di un rifugio trasportabile in legno con copertura inclinata rivestita, negli esempi più recenti, in uso fino a qualche anno or sono, in lamiera. Il bàit era diffuso in val Tartano e nelle valli del Bitto e del Lesina; a volte era a due posti. Nella parete laterale è ricavata una apertura trapezoidale per l’accesso con sportellino in legno, mentre in testata sono ricavati due fori per l’aria e per infilarvi due lunghi bastoni per il trasporto a spalla da una sede all’altra. Caratteristico delle valli del Bitto e Lesina, ma presente in passato anche in val Tartano, è il caléc. Esso era utilizzato nel caso in cui la permanenza dei pastori in una certa parte dell’alpeggio superava i 5-6 giorni. Questa struttura consiste essenzialmente nei quattro muri perimetrali e in una apertura a valle per l’accesso. La copertura veniva realizzata di volta in volta con elementi provvisori, per esempio una struttura in legno e un telo. La distribuzione interna degli spazi è simile a quella della baita in muratura, con il paiér (il focolare), il supporto girevole in legno per la culdèra e un ripiano sul quale si poggiavano i formaggi ad
asciugare. In alcuni alpeggi, infine, è presente il baituu, una grande stalla per il ricovero delle mucche in caso di maltempo. Si tratta di una costruzione molto allungata (20-30 metri) a un solo piano, con muratura in pietrame a secco e tetto a due falde con manto di copertura in piode selvatiche (se il fronte verso valle è aperto la costruzione prende il nome di tecia)… I baituu ospitavano fino a 90 capi di bestiame. All’interno, in un soppalco ricavato nelle capriate del tetto alloggiavano due pastori.”
In passato su questi alpeggi, negli ottanta e più giorni di caricamento dell’alpe, ferveva la vita di una piccola comunità, con una precisa organizzazione e gerarchia. Ecco come la descrive sempre il Benetti (op. cit.): “Nel caso della val Tartano il cap è la massima autorità e in genere corrispondeva al caricatore dell'alpeggio; al cap spettano le principali decisioni strategiche. dallo spostamento da una baita all'altra, alla dislocazione dei pastori nell'alpeggio; subito dopo il cap c'è il casèr (il casaro), l'esperto che coordina le fasi di lavorazione dei prodotti caseari. Altre figure della comunità sono il cassinèr (che assiste il casaro), il caurèr (il capraio) e il manzulèr (incaricato di accudire alle manze quando pascolano separate dalle mucche), il pegurèr (il pecoraio). In fondo alla scala gerarchica, all'ultimo gradino, c'è la figura del cascìi (il pastorello). Quest'ultima figura merita un cenno particolare perché costituiva una specie di iniziazione per tutti i ragazzi della valle che entravano così nel mondo degli adulti e del lavoro, trascorrendo lontano dalla famiglia il periodo estivo.”
La salita in Val di Tartano è permessa da una strada molto panoramica:
ecco come appaiono l’imbocco della Val Masino, il Culmine di Dazio e la bassa Valtellina. Dopo 10 km, siamo a Campo Tartano (m. 1066),
splendido osservatorio sulla bassa Valtellina. Proseguiamo versoTartano:oltrepassato il cimitero troviamo la frazione di
Case, presso una sella
erbosa che costituisce una sorta dibelvedere sulle montagne di Val
Masino.
Un
paio di chilometri più avanti, incontriamo il ponte sulla val
Vicima, sospeso sull'impressionante forra della bassa valle ominima,
e, poco oltre, uno spiazzo con due tavolini in legno: da qui parte,
sulla sinistra della strada, a circa 1160 metri, un largo sentiero che
sale verso nord sul largo dosso che conduce all’alpe Barghett. Parcheggiata l'automobile, ci mettiamo, dunque, in cammino.
Superata un'immaginetta sacra, il sentiero conduce ad un bivio: se si
prende a destra, si raggiungono e risalgono due bei prati. Nel primo
si trova una baita solitaria, mentre salendo al secondo se ne trovano
due.Alle loro spalle il sentiero rientra nel bosco, congiungendosi
con il ramo che sale da sinistra. Comincia a questo punto una diagonale
verso sinistra, che porta alla pineta che riveste illato settentrionale
del dosso. Qui si incrocia una larga mulattiera che sale dal lato sinistro
del dosso, e giunge al limite inferiore dell’alpe Barghett (m.
1627).
Mentre
la mulattiera prosegue sul margine sinistro dei prati, un sentierino
permette di risalire i prati attraversando i bei nuclei di baite. Il
panorama verso la Valtellina mostra, oltre il Culmine di Campo, le cime
della Costiera dei Cech e della valle di Spluga. Se si vuole salire
alle baite superiori, bisogna seguire scrupolosamente le tracce di sentiero,
per non rovinare l’alpe. A sinistra di un gruppo di baite un sentiero
scende
alla mulattiera che, fiancheggiati i prati, prosegue, lasciando
l'alpe ed inoltrandosi nel bosco, sulla sinistra: attraversato il fianco
meridionale della val Vicima (il destro, per chi sale in valle), la
mulattiera porta all’alpe omonima, dalla quale si può scendere,
sul lato opposto, alla strada della Val di Tartano, sfruttando una comoda
mulattiera. Se invece si risalgono ulteriormente i prati dell'alpe,
si trova, a destra di un gruppo dibaite, un sentiero che, dirigendosi
ulteriormente verso destra, si inoltra nel bosco, perdendosi però
ben presto.Non
bisogna, quindi, imboccarlo, ma salire ancora, fino a raggiungere la
sommità dei prati: qui un sentiero segnalato si inoltra nel bosco,
iniziando, verso destra, una traversata alla volta dell'alpe Torrenzuolo.
A metà circa della traversata attraversiamo un'ampia radura,
dove si trova una baita ben conservata. Ancora un tratto nel bosco di
larici, e ci ritroviamo sul ciglio del fianco di sud-ovest della val
Castino: il sentiero scende per un buon tratto, fino a raggiungere il
cuore della valle ed a risalire sul versante opposto.
Raggiungiamo, così, l'agriturismo Torrenzuolo (m. 1794), nel
cuore dell'alpe omonima. Prima di imboccare il sentiero che scende a
Tartano, e che parte sul limite inferiore del prato sottostante, prendiamoci
mezzora di tempo per visitare l'alpe. Per farlo,dobbiamo salire in
direzione di una baita più alta, verso destra, proseguendo poi,
in uno scenario di grandiosa bellezza, fino ad un piccolo dosso con
una croce in legno:qui
troveremo, sulla destra, la partenza del sentiero che compie la traversata
all'alpe del Gerlo, sul fianco di nord-est della Val Lunga (il ramo
orientale dei due in cui si divide la Val Tartano).
Il tempo di gustare lo stupendo scenario retico, e ci incamminiamo sulla
via del ritorno, imboccando il sentiero
che, sotto l'agriturismo, attraversa
la pineta del versante montuoso sopra Tartano. Sul sentiero troveremo
diverse indicazioni che ci permettono di riconoscere le erbe pregiate
che arricchiscono il sottobosco di questo splendido versante. Scendiamo,
così, alle frazioni più alte sopra Tartano, proseguendo
poi per le contrade Càneva e Gavazzi.
Raggiunta
Tartano, nei pressi dell'albergo-ristorante La Gran Baita, percorriamo
un tratto in leggera salita per visitare la chiesa parrocchiale di S.
Bàrnaba, consacrata nel 1624 ed ampliata nel 1874.
Non ci resta, infine, che incamminarci sulla strada asfaltata, in direzione
di Campo Tartano, per recuperare, dopo circa tre chilometri, l'automobile.
Questo incantevole anello, che comporta il superamento di poco meno
di 800 metri di dislivello in altezza, richiede circa tre ore e mezza
di cammino.
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