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Punti di partenza ed arrivo |
Tempo necessario |
Dislivello in altezza
in m. |
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti) |
Parcheggio Val di Mello-Rasega-val Torrone-Alpe Torrone-Bivacco Manzi Pirotta |
5 h |
1490 m. |
E |
Parcheggio Val di Mello-Rasega-val Torrone-Alpe Torrone-Passo di Val Torrone-Rif- Allievi-Valle di Zocca-Parcheggio di Val di Mello |
8 h |
1520 m. |
E |
Mettiamo
di avere a disposizione un’unica giornata e di volerla dedicare
ad un incontro ravvicinato con la bellezza aspra ed unica della Val di Mello ("val da mèl"). Che fare? Classica è l’escursione al rifugio
Allievi, in Valle di Zocca ("val da zòca"). Probabilmente l’avremo già
effettuata: perché non tentare, allora, la salita in Val Torrone ("val do turùn"),
laterale settentrionale della Val di Mello, posta immediatamente ad oriente
della Valle di Zocca? Il motivo di questa escursione non è solo,
e neppure tanto, quello di raggiungere il bivacco Manzi, quanto piuttosto
quello di conoscere, da una prospettiva inconsueta (per chi è
abituato ad
attraversare la valle percorrendo il celeberrimo Sentiero
Roma), una delle più belle valli alpine che, raggiunta salendo
direttamente dal fondovalle, regala uno scenario di incomparabile bellezza.
Il nome stesso suggerisce la connotazione di questo scenario: Torrone,
infatti, sta per “torrione”, dal momento che nella testata
granitica della valle svettano, come torri poderose, i tre Pizzi Torrone,
occidentale (m. 3349), centrale (m. 3290) ed orientale (m. 3333), che
danno l’impressione di altrettante torri verticali poste a suprema
protezione di questi luoghi. Ma l’intera valle potrebbe essere
paragonata ad un castello. La sua parte inferiore, con la sua strettoia
d’accesso chiusa fra le pareti verticali delle due costiere, dà,
in alcuni punti, l’impressione di un ponte levatoio. Poi la valle
si apre nell’anfiteatro dell’alpe che va a spegnersi ai
piedi della testata: immaginiamo che questo sia il grande cortile interno
del castello, circondato e difeso dai poderosi bastioni rappresentati
dalle due costiere, quella Zocca-Torrone, ad ovest, e quella Torrone-Cameraccio,
ad est. Il tutto, quindi, sembra riportare ad una dimensione arcaica
ed eroica del tempo, e rappresenta una degna cornice per una valle che
ha visto effettivamente grandi gesta alpinistiche, ultima, probabilmente,
in ordine di tempo, la scalata della parete orientale del picco Luigi
Amedeo (m. 2810). Abbiamo bisogno di ulteriori motivi per metterci in
cammino?
Raggiunto,
dunque, il parcheggio della Val di Mello ("val da mèl") (in automobile o, nei periodi
di chiusura al traffico, mediante il servizio di un bus-spoletta), cominciamo
ad addentrarci nella lunga piana della valle, sulla mulattiera che,
in diversi punti, ci permette di gustare angoli di bucolica bellezza
sulle rive del torrente. Ben presto incontriamo il cartello che segnala
la deviazione, sulla sinistra, la partenza del sentiero che sale in val Qualido. Proseguendo, raggiungiamo la località Cascina Piana (casìna ciàna, m. 1092), oltrepassata la quale il sentiero ci porta ad un bivio: sulla
sinistra, infatti, si stacca, segnalato, il ramo che sale al rifugio
Allievi.
Noi continuiamo, invece, sul sentiero di fondovalle, attraversiamo
su un ponte recente il torrente Zocca e guadagniamo i prati della località
Rasica ("rèsga", m. 1148), l’ultima oasi bucolica (quando la valle non
è gremita dai turisti della piena stagione) che incontriamo sul
cammino. La mulattiera comincia ora a salire, avvicinandosi al fianco
occidentale della val Cameraccio, che chiude a nord-est la Val di Mello, nella cornice di una splendida pecceta, chiamata "peghèra".
Dobbiamo prestare attenzione: appena prima del ponticello (punt del turùn, m. 1298) sul torrente
che scende dalla Val Torrone (fiöm do turùn), da essa si stacca il sentiero (senté dò turùn) che permette
di accedervi, segnalato dalla scritta “Torrone” su un masso.
Nella prima parte della salita la fatica è mitigata dalla frescura
della selva che, nei mesi più caldi, ci ripara dal sole dardeggiante.
Man mano che guadagniamo quota, si apre davanti ai nostri occhi, sulla
sinistra, l’impressionante scenario della Parete della
Meridiana,
verticale di granito che precipita nello stretto solco della valle e
che suscita un senso di vertigine anche a chi se ne sta, con i piedi
saldamente piantati per terra, a contemplarla dal basso.
Intanto il solco della valle si restringe, costringendo il sentiero
ad inerpicarsi sul alcune roccette fra le quali scende il torrentello.
Un paio di passaggi che richiedono maggiore cautela sono stati, da un
paio d’anni, attrezzati con corde fisse, che ne agevolano il superamento.
Il secondo, in particolare, può presentare qualche problema quando,
dopo recenti precipitazioni, il torrentello è ingrossato, oppure
in presenza di ghiaccio. Superato anche quest’ultimo, incontriamo
un cancelletto, che segna il limite inferiore dell’alpe.
In realtà c’è ancora un ultimo tratto da superare
prima dell’alpe: bisogna risalire, con serrati zig-zag, un canalino
ingombro di sfasciumi ed attraversare un breve tratto nel bosco, prima
di guadagnare i pascoli più bassi, dove si apre, alla nostra
destra, lo scenario delle placche granitiche nelle quali questi precipitano.
Incontriamo quindi quel che resta della casera Torrone (casèra do turùn, m. 1996), prima
di ricominciare a guadagnare quota, con alcuni tornanti. La casera ci ricorda che questa valle aveva, in passato, un interesse dal punto di vista dell'alpeggio, prima che dell'alpinismo: l'alpe Torrone, infatti, proprietà del comune di Mello, caricava 50 capi di bestiame.
In alto, ecco finalmente la monumentale testata. Lo prospettiva, però
ci inganna: il picco Luigi Amedeo, dalla
sua posizione più bassa,
appare assai più alto, e mentre, sulla destra, il pizzo Torrone
orientale si mostra subito nel suo inconfondibile profilo (così
come si mostra, alla sua sinistra, il caratteristico Ago di Cleopatra, chiamato così dal conte Lurani perché la forma richiama l'obelisco omonimo che si trova a Londra,
o Ago del Torrone, obelisco roccioso alto una quarantina di metri),
alla sua sinistra i suoi pizzi gemelli si nascondono, quello centrale
dietro la punta Ferrario, di poco più bassa (m. 3258), quello
occidentale dietro l’avamposto conico quotato 2920 metri. L’impressione
visiva è, dunque, sì quella di tre torri, ma due di queste
celano alle proprie spalle le torri autentiche. Ma questo importa poco:
le elevazioni di granito regalano alla valle una grandiosità raccolta (perché la valle non è ampia) e proporzionata.
Siccome siamo in cammino da tre ore buone, fermarsi qui ad ammirare
lo scenario è sicuramente un’eccellente idea. Dopo essere
saliti di un ulteriore centinaio di metri, fra le dolci balze chiamate "curteséle", cioè intorno a quota
2100, rimanendo sul lato occidentale (sinistro per noi) della valle,
cominciamo, seguendo una traccia non sempre evidente, ma segnalata da
segnavia rosso-bianco-rossi, a portarci verso la sua parte media, superando
due torrentelli. Passiamo, quindi, dalla "curt da pìsa", il pascolo dove, 28 e 56 giorni dopo l'inizio della monticazione, si pesava il latte prodotto da ciascuna vacca, alla presenza dei proprietari del bestiame, al fine di determinare il compenso che andava corrisposto a fine stagione a ciascuno di loro. Risalite alcune balze piuttosto ripide, ci imbattiamo
nel rudere di un precedente rifugio, distrutto da una slavina: siamo
a quota 2301 metri, e la nostra escursione potrebbe anche terminare
qui, perché questo è probabilmente il punto di osservazione
più felice sulla testata
della valle. Si tratta dei ruderi del rifugio Ferrario, costruito, per iniziativa del Club Alpino Accademico Italiano, fra il 1927 ed il 1928 (inaugurazione: 22 luglio 1928) e distrutto da una slavina nell'inverno del 1935. Il rifugio era dedicato alla memoria dell'ingegner Paolo Ferrario, progettista del rifugio Gianetti costruito nel 1912 e morto eroicamente nella prima guerra mondiale, il 19 maggio 1916, facendo saltare il forte di Campomolon (gli venne tributata, per l'azione, la medaglia d'oro al valor militare).
Se
saliamo, però, ancora di un poco, intercettiamo il Sentiero Roma (senté róma),
nel tratto che unisce i passi Torrone (alla nostra sinistra) e Cameraccio
(già visibile, alla nostra destra, nel vallone terminale che
si apre ai piedi del pizzo Torrone orientale). Questo potrebbe invogliarci
a proseguire, effettuando un elegante anello. Abbiamo quindi due possibilità.
La prima, più semplice e meno faticosa, è quella di seguire
il Sentiero Roma verso sinistra, passando proprio ai piedi dell’impressionante
picco Luigi Amedeo, superando un vallone e raggiungendo i piedi del
canalone alla cui sommità è collocato il Passo Torrone ("pas dò turùn", m. 2518). In assenza di neve, la salita del canalone non è difficile
(il pericolo può essere rappresentato da qualche sasso messo
magari in movimento da chi sale davanti a noi); l’ultimo tratto,
però, richiede un po’ di cautela per la presenza di una
stretta portafra alcune roccette, ed è quindi servito da corde
fisse. Alla sommità del passo ci aspettiamo un canalone gemello:
invece sul versante della Valle di Zocca ("val da zòca") accediamo ad un bellissimo
e panoramico pianoro, che non può non indurci ad una seconda
sosta, che ci permette anche di ammirare le poderose cimedella testata
della valle. Terminata la sosta, riprendiamo il cammino sul Sentiero
Roma, effettuando una lunga traversata che ci porta ai rifugi Allievi
e Bonacossa, dai quali possiamo facilmente tornare, su un sentiero ben
curato, al fondovalle. Questo anello prevede il superamento di un dislivello
complessivo di poco più di 1500 metri, ed un tempo complessivo
di circa 8 ore di cammino.
Più impegnativo, da gran camminatori, è invece il secondo
anello, che comporta la salita al Passo Cameraccio
("pas dò camaràsc"), che, con i suoi
2898 metri, rappresenta il punto più alto nell’intero Sentiero
Roma. Dobbiamo, quindi, mettere in conto un paio d’ore di cammino
in più rispetto alla prima opzione. Dirigiamoci, dunque, verso
destra: il Sentiero Roma comincia ben presto a salire deciso, inerpicandosi prima
fra gli ultimi pascoli (la sciöma dò turùn), poi in una fascia di piccoli sassi e ghiaietta,
fino a raggiungere una terza fascia, di massi più grandi. Qui
troviamo il cartello che indica la deviazione, a destra, che in pochi
minuti porta al bivacco Manzi (m. 2562), del Club Alpino Accademico Italiano, ben visibile ed arroccato ai
piedi di un singolare sperone roccioso sul prolungamento dello spigolo meridionale della Punta Ferrario. E' stato collocato qui nel 1947 per iniziativa di alcuni soci del SUCAI di Milano, per commemorare il tenente degli alpini e comandante partigiano Antonio Manzi, fucilato a Fossoli il 12 luglio 1944.
Potremmo anche trascorrere qui
la notte, e terminare l’anello il giorno successivo (o anche,
con una giornata intera a disposizione, terminare quel che rimane del
Sentiero Roma, fino alla capanna Ponti).
Se, invece, proseguiamo, ci
inoltriamo nel vallone terminale, dove troviamo, anche a stagioneavanzata,
un nevaio, che dobbiamo attraversare in diagonale per raggiungere i
piedi del canalone che conduce al Passo Cameraccio. Nella traversata
non possiamo non ammirare la liscia e severa placca granitica che separa
i pizzi Torrone orientale e centrale. Giunti sotto il passo, non dobbiamo
cedere alla tentazione di risalire la parte centrale del canalone, occupata
da sfasciumi e ghiaietta: ci esporremmo al pericolo di sassi mobili
ed alla fatica improba di guadagnare metri su un terreno franoso. Seguiamo,
quindi, il tracciato su roccia, che risale
il fianco sinistro (per noi)
del canalone, servito da numerose corde fisse che ci permettono di superare
in sicurezza alcuni passaggi esposti. Alla fine, eccoci ad un breve
corridoio nevoso, che precede di poco la tranquilla sella del passo.
Ed ecco la sorpresa del dischiudersi di orizzonti più ampi: la
Val Cameraccio sembra davvero sterminata al confronto della raccolta
Val Torrone.
Gettiamo un’occhiata alle sue cime: alle nostra spalle
incombe la grande mole del pizzo Torrone orientale che, visto da qui,
mostra il suo doppio salto roccioso ed un profilo a punta di lancia;
poi, verso est, la massiccia costiera che si innalza alla cima del Monte Sissone ("sisùn", in Val Masino, "còrgn de sisùm", in Valmalenco; m.
3331), seguito dalle tre cime di Chiareggio (la prima delle quali
è denominata anche punta Baroni); in fondo, il monte Pioda ("sciöma da piöda") e,
alle sue spalle, il Monte Disgrazia ("desgràzia"), che lascia intravedere una parte
della sua parete settentrionale.
Dobbiamo ora discendere la valle, e
qui comincia la parte più impegnativa dell’anello: se non
conosciamo i luoghi per aver risalito in passato la valle, non è
facile, infatti, trovare il sentiero che ci permette di non perderci
fra le grandi placche granitiche della parte medio-bassa della valle.
Non ci sono segnavia (qualche rara traccia, per la verità, più
in basso la si incontra) e non ci si deve lasciar trarre in inganno
dall’apparenza tranquilla
e solitaria dell’alta valle.
Dopo qualche decina di metri in discesa,
lasciamo la traccia del Sentiero Roma, scendendo lungo una ganda fino
ad una prima pianeta, che ci immette ad un largo dosso che termina in
una seconda pianeta. Nella
discesa ci siamo leggermente spostati verso
il centro della valle, pur rimanendo nel suo settore destro, per poi
proseguire quasi in parallelo rispetto alla costiera. Scendiamo ancora
lungo un dosso, ma ora, più o meno a quota 2200, dobbiamo trovare
la traccia di sentiero che piega a destra e supera due torrentelli,
prima di proseguire fra le rocce della media valle. Non dobbiamo perdere
la traccia, perché più in basso non ci sarebbe più
possibile tagliare a destra. Caliamo, così, sui prati della casera
di quota 1837. La successiva tranquilla discesa ci porta alla casera
della Pioda e, in una fresca pineta, di nuovo al ponticello sul torrente
della Val Torrone. In questo caso abbiamo superato circa 1880 metri
di dislivello, camminando 9-10 ore.
È interessante, infine, leggere il resoconto della salita in Val Torrone effettuata il 21 agosto 1905 da Bruno Galli Valerio, alpinista e naturalista che molto amò queste montagne:
“Alle due pomeridiane, risaliamo Val di Mello sotto un sole infuocato e senza un soffio d'aria. Lassù, davanti a noi, si rizza la piramide del Torrone orientale, fiancheggiata dall'Ago di Cleopatra. Raggiungiamo l'imbocco della Val Torrone, una curiosa valle che scende a picco sulla Val di Mello. Prendiamo un sentiero che sale a zig-zag sulla destra del fiume. Gli alberi scompaiono e Val Torrone, rinchiusa fra nude pareti di granito, ci mostra tutta la sua tristezza e la sua aridità. Queste pareti rocciose sono care alle aquile che, ancora l'anno scorso, vi avevano costruito il nido. Tutt'intorno appaiono e scompaiono nelle leggere nebbie che volteggiano, l'Ago di Cleopatra e il Torrone. Alle sette di sera, arriviamo alla baita dell'alpe Torrone, baita identica a quella dell'alpe di Zocca. Dietro di noi, in basso, a picco, il fondo della Val di Mello. Tanto la baita è misera e piccola, tanto l'ospitalità dei sei pastori che la abitano e che ospitano per la notte me e la mia guida, è grande. E la notte fu lontana dall'essere una delle peggiori passate in alta montagna.” (Bruno Galli Valerio, “Punte e passi”, a cura di Luisa Angelici ed Antonio Boscacci, Sondrio, 1998).

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