Clicca qui per aprire una panoramica della Val Porcellizzo vista dal passo del Barbacan

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Punti di partenza ed arrivo |
Tempo necessario |
Dislivello in altezza
in m. |
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti) |
Bagni di Masino-Corte Vecchia-Pianone di Porcellizzo-Rifugio Gianetti |
3 h e 30 min. |
1370 m. |
E |
Bagni di Masino-Corte Vecchia-Pianone di Porcellizzo-Rifugio Gianetti-Sentiero Risari-Passo Barbacan sud-est-Rifugio Omio |
6 h |
1450 m. |
E |
La
maggior parte dei turisti che visitano, nella bella stagione, la Val
Màsino elegge come meta dell’ineludibile escursione la
Val Porcellizzo ("val do porscelécc", termine che deriva dalla voce dialettale "pörscéll",
maiale), valle che, a dispetto dell'etimo, è la più ampia
e solenne fra le valli del gruppo del Màsino. Il rifugio Gianetti,
sudata meta di una classicissima camminata, è posto proprio nel
cuore del circo più alto di questa valle, al cospetto delle sue
celeberrime cime, i pizzi Badile (m. 3308) e Cengalo (dal latino "cingulum",
da cui anche "seng" e "cengia", stretto risalto
di roccia, m. 3367), ma anche i pizzi Gemelli (m. 3223 e m. 3262),
Porcellizzo (m. 3075) e della Bondasca (o pizzo del Ferro occidentale,
m. 3267). La conoscenza della Val Màsino, dunque, per chi non
vi fosse mai salito, può ben cominciare da qui.
Lasciata, all’altezza di Ardenno, la ss. 38 dello Stelvio, imbocchiamo
la statale della Val Màsino, risalendola interamente e superando
i centri di Cataeggio ("cataöcc") e San Martino ("san martìn"), fino al termine della strada, ai
Bagni di Màsino (m. 1172). Si tratta di una località che
unisce al grande valore naturalistico e paesistico, un notevole interesse
storico: la sua sorgente di acque termali, che sgorgano alla temperatura
costante di 38 gradi, era conosciuta fin dall’antichità,
e conservò, nei secoli successivi, una notevole fama. Si riteneva,
infatti, che tali acque avessero notevolissimi poteri terapeutici, soprattutto
contro le malattie
reumatiche, intestinali ed uterine. Questi luoghi
furono, perciò, denominati anche “Bagni delle Signore”,
in quanto molte nobildonne si sobbarcavano viaggi anche lunghi e faticosi
per cercare qui il rimedio che potesse curare la loro sterilità.
Oggi quest’atmosfera romantica e un po’ surreale non esiste
più: nella piena stagione quel che ci accoglie, salendo, dopo
l’ultimo tornante, è una fitta teoria di automobili. Ci
conviene, quindi, pagare la tariffa che consente di superare il varcare il punt dai bàgn e parcheggiare il nostro
mezzo nell’ampio piazzale compreso fra il vecchio (bàgn véc) ed il nuovo
edificio dei Bagni (albergo nöf dei bagn), piazzale cui si accede dopo aver superato uno stretto
ponte sul torrente Masino (èl fiöm, chiamato qui fiöm dai bàgn).
Ammirate le imponenti conifere che regalano
ombra preziosa al piazzale, e magari sorseggiata un po' della celebre acqua termale (confortati dalla scritta che campeggia sopra la fontanella alle spalle dell'edificio dei Bagni Vecchi: "l'egro che giunge a questa linfa e beve gioia salute vigor ognor riceve"), incamminiamoci verso nord-ovest, lungo il
sentiero che tuttavia, prima di un ponticello sul torrente, dobbiamo
ben presto abbandonare: dopo aver visto, su un enorme abete, una vecchia indicazione per i rifugi Omio e Gianetti (il primo è dato ad una quota di 2003 metri, sottostimata di un centinaio di metri), un cartello, infatti, segnala chiaramente che
la prosecuzione del sentiero ci porta sull’itinerario per il rifugio
Omio, mentre per la capanna Gianetti (data a 3 ore e 30 minuti; sentiero 21) dobbiamo deviare a destra ed attraversare
un prato (il "cròt", sul cui limite è posta una croce con la targa: "rendimi sempre più degno dei nostri morti"), fino a trovare la partenza di una bella mulattiera. Prima di entrare nel bosco, gettiamo uno sguardo in alto: a destra il monte Boris appare come una torre slanciata e superba (illusioni della prospettiva: più in alto vedremo che non è che la parte terminale e più bassa della costiera del Barbacan), mentre a sinistra alcune cime della Val Ligoncio (il pizzo della Vedretta, il pizzo Ligoncio e la Sfinge) la coronano con elegante armonia di forme.
Nel primo
tratto, in un bosco di faggi, abeti e rare betulle, il fondo appare davvero elegante, lastricato com’è
da grandi blocchi di granito, tale, quindi, da giustificare la denominazione di "strèda dè porscelèc'; ben presto, però, si fa più irregolare. Dopo la prima sequenza dx-sx-dx-sx, la mulattiera attraversa una placca rocciosa, dalla quale cola quasi sempre acqua (attenzione a non scivolare); seguono otto sequenze dx-sx, prima di uscire alla radura della
Corte Vecchia ("préma casèra de porscelécc", m. 1405, dove troviamo la casera ed una seconda baita). Qui, anche in conseguenza dello spostamento
d’aria prodotto da una rovinosa frana scesa nel 1977 dalla val
Ligoncio, la fresca protezione delle piante termina, e per il rimanente
percorso il sole (se la giornata è bella) accompagna, come presenza
ingombrante, nei mesi più caldi, i nostri passi. Interessante il panorama, che propone vecchie e nuove conoscenze. Alla nostra sinistra (ovest) si allarga la veduta della Val Ligoncio, che mostra tutte le sue cime, dal monte Spluga (o cima del Calvo) al pizzo dell'Oro meridionale (immediatamente a destra della Sfinge e del passo Ligoncio); a nord-ovest di nuovo il monte Boris, che rinnova il trucco con il quale si mostra picco fiero e slanciato, e poi le prime cime della testata della Val Porcellizzo, dalle cime dell'Averta al pizzo Porcellizzo, fino a raggiungere, a nord, una celebrità di prima grandezza, il pizzo Badile, bello sempre, senza trucchi, da qualunque prospettiva lo si guardi, ma ancora timido ed occhieggiante, visto da qui.
In cammino, di nuovo, diritti, lasciando alla nostra destra la deviazione, segnalata, del Sentiero Life delle Alpi Retiche (che traversa all'alpe Brasco e scende all'imbocco della Val di Mello). Ben presto incontriamo due enormi massi, entro la cui stretta fessura
il sentiero è costretto a passare. Si tratta di una porta stretta
che ad uno dei pionieri dell’alpinismo di altri tempi, il conte
Lurani (una targa lo celebra sull'edificio dei Bagni Vecchi), richiamò le suggestioni della storia greca: dal 1878,
quindi, ebbe il nome di Termopili, che si può ancora leggere
su uno dei massi, in caratteri dell’alfabeto greco (“Termòpili”
significa, in greco, “porte calde”, con riferimento al passo sul quale Leonida ed i suoi 300 Spartani fermarono l'immane fiumana dell'esercito
del re dei Persiani Serse; l'accostamento non è del tutto arbitrario, se si tiene presente che i due luoghi, pur così diversi, sono accomunati dall'esser posti presso sorgenti d'acqua calda). Assai meno fascinosa la denominazione locale, "còrna büsa", cioè roccia cava, che serviva anche, occasionalmente, come ricovero per il bestiame. Sul pendio boscoso ad est delle Termopili si trova un'altra grotta naturale, formata da un grosso masso erratico strapiombante, denominata "càmer di guèrdi(e)", perché veniva usato per gli appostamenti dei Finanzieri che cercavano di sorprendere eventuali contrabbandieri. Il contrabbando, attivo per oltre un secolo in Val Masino (dalla seconda metà dell'ottocento agli anni sessante del novecento) passava, infatti, anche per la Val Porcellizzo: la Svizzera veniva raggiunta attraverso il valico alto di Bondo oppure passando dalla Val Codera (passo Porcellizzo e bocchetta della Teggiola). Anche questo, dunque, fu teatro di battaglia, non però fra Grecia e Persia, ma, meno epicamente, fra contraddandieri e finanzieri.
Superata
una fascia di boscaglia disordinata, vediamo, alla nostra destra, una piccola pozza ed una lettera "F" con due puntini rossi, che segnala una sorgente. Cominciamo, quindi, a risalire faticosamente
il fianco orientale della valle (si mostra, per un tratto, dopo essersi annunciato con imperioso fragore, il torrente
Porcellizzo -fiöm dò porsceléc' -, gonfio d'acqua e d'orgoglio), fino a giungere nei pressi del solco della val Sione (siùn): davanti ai nostri occhi, dal gradino che introduce alla parte alta della valle (e che ne nasconde la testata, sottraendoci di nuovo la vista del pizzo Badile) scende la bella cascata del torrente (si tratta della caschèda dò fiöm dò porsceléc'). A sinistra di nuovo il monte Boris, che però comincia a perdere la sua boria e la perentorietà dello slancio verticale. A destra, infine, la curiosa e solitaria val Sione, che mostra una singolare formazione rocciosa massiccia e squadrata, a forma di parallelepipedo e, più a destra, il cannone del Cavalcorto.
Qui il sentiero prende a destra e risale, con diversi tornanti, i pascoli della "rösa", passando accanto alla baita chiamata appunto "bèita da rösa". Alla nostra sinistra, una grande placca di granito, un lungo scivolo di roccia levigata che rappresenta una delle cifre più caratteristiche della Val Masino. Raggiunta la parte alta dei pascoli, in un tratto scalinato denominato "scäl de rösa", piega di nuovo a sinistra (a destra si stacca il sentiero che sale in val Sione, ma è ormai impresa ardua riconoscerlo) e si porta, con percorso pianeggiante (che ci permette di gustare di nuovo la sezione occidentale della testata della valle, dal monte Boris al pizzo Badile) al punto di guado del corso d’acqua
che scende val Sione, il "fiöm de siùn". Dopo abbondanti precipitazioni
è difficile passarlo senza bagnarsi i piedi, ed in bassa stagione
si può trovare ancora neve residua.
Oltre il torrente, vediamo, sul lato destro della mulattiera, una seconda fonte, segnalata da una scritta in caratteri rossi ("FONTE"), prima di affrontare una serie di tornantini in una macchia di radi larici. Usciti dalla macchia, pieghiamo leggermente a sinistra ed attraversiamo un ramo minore del torrente che scende dalla val Sione.
Pieghiamo, poi, a destra, salendo diritti, su placche affioranti nel cuore del pascolo; piegandop quindi a sinistra, proseguiamo verso il poggio di quota 1849, con un grande ometto (l'omèt). Alla nostra destra si aprono i pascoli dell'òlgia, che costituiscono la parte più bassa del sistema dei pascoli del Porcellizzo, con la baita chiamata préma casèra dè porscelèc'. La mulattiera prende ora a destra e si porta ad una sorta di corridoio nel quale è stretta fra il torrente, sempre inquieto e rabbioso, alla nostra sinistra, ed alcune formazioni rocciose. Qui la mulattiera, con elegante scalinatura (la scalóta), ci introduce ad un intrigante gioco a rimpiattino: prima si mostra, infatti, oltre i radi larici, il pizzo Porcellizzo, poi si nasconde per lasciare il posto al pizzo Cengalo, ed infine pizzo Porcellizzo, Badile e Cengalo si mostrano tutti insieme, regalando il primo dei molti scorsi impagabili di cui potremo godere. La mulattiera ci
introduce all’ampio e bellissimo pianoro detto “Zocùn”,
cioč grande conca, sul cui ingresso si trova il pianoro acquitrinoso detto "pianadél". Alla nostra destra, la casera Porcellizzo (segùnda casèra do porsceléc'), quotata 1899 sulla carta IGM, accompagnata dalla baita dei pastori.

Questa conca ospitò un lago ora scomparso, prodotto dall’immane
glaciazione del Quaternario, che modellò le formazioni rocciose
spesso ardite ed incredibili del gruppo del Masino. Ora resta un pianoro
in parte acquitrinoso,
un luogo comunque di grande bellezza, soprattutto perché ci si
può soffermare a godere della frescura offerta dalle rapide acque
del torrente, il fiöm da porscelèc', che qui riceve, da destra, le acque del fiöm da sceróia, che scende il versante dell'alpeggio di Sceroia, alla nostra sinistra. La casera ci ricorda l'importanza dell'alpe (munt dò porsceléc'), prima fra tutte le alpi della Val Masino per capacità di carico: il sistema Porcellizzo-Sione, di proprietà della famiglia della Torre e di altri privati di S. Martino, caricava, infatti, 320 capi di bestiame, una cifra davvero ragguardevole.
Ma quel che vale veramente la pena di vedere sta in alto,
e lascia letteralmente senza fiato: all'ingresso della piana appare la testata della valle, armonica, ampia, maestosa, quasi perfetta,
uno fra i gli spettacoli più belli e celebrati dell’intero arco alpino.
L’effetto di massimo impatto visivo si realizza quando il tramonto regala giochi cromatici di rara suggestione sugli spalti di granito
delle cime della valle. Ecco, da sinistra, le cime dell'Averta (meridionale, m. 2733, centrale, m. 2861 e settentrionale, m. 2947), alla cui destra si eleva il più massiccio pizzo Porcellizzo (il pèz, m. 3075), seguito dal riconoscibilissimo Dente della Vecchia, dietro cui si nasconde il passo Porcellizzo (m. 2950), che congiunge la valle omonima all’alta Val Codera. Ecco, poi, le più celebri cime della Val Porcellizzo: la punta Torelli (m. 3137) e la punta S. Anna (m. 3171) precedono il celeberrimo pizzo Badile (badì, m. 3308), cui fa da vassallo la punta Sertori (m. 3195). Segue il secondo signore della valle, il pizzo Cengalo (cìngol, m. 3367). Chiudono la testata i puntuti pizzi Gemelli (m. 3259 e 3221), il passo di Bondo (pas de bùnd, m. 3169), che dà sulla Val Bondasca, in territorio svizzero, ed il pizzo del Ferro occidentale o cima della Bondasca (m. 3267). E del monte Boris che ne è stato? Guardando a sinistra delle cime d'Averta vediamo la possente costiera del Barbacan, ma il monte Boris, sul suo lato di sinistra, non lo riconosciamo più.
Di nuovo in cammino.
Attraversata la porzione di pascolo chiamata "zòca", superati su due ponticelli altrettanti punti acquitrinosi, sormontata una facile placca, ci avviciniamo al ponte sul torrente, prima e dopo il quale troviamo (ed ignoriamo), alla nostra destra ed alla nostra sinistra, le indicazioni del Sentiero Life delle Alpi Retiche, che proviene da sinistra, dall'alpe Brasco. Noi, invece, proseguiamo diritti e cominciamo a salire, prendendo prima a sinistra, poi a destra e raggiungendo, in breve, un terrazzo di pascolo con rudere, chiamato möia (cioè terreno paludoso). Alla nostra destra appaiono, sulla costiera che divide la valle dalla Valle del Ferro, il pizzo Camerozzo, la punta Moraschini e la punta Magnaghi, mentre torna a nascondersi il pizzo Badile. Siamo ormai prossimi al gradino di grandi placche interrotte da magri pascoli che
ci separa dal circo più alto della valle, ed incontriamo un bivio. Prendendo a destra si segue il Sentiero Life delle Alpi Retiche, che procede in direzione di una seconda ampia conca, poco più alta dello zocùn: si tratta del casciadùn, dove convergono, dall'alto circo della valle, i torrentelli che lo solcano, cioè, da destra (est), fiöm do cameròz, val do cegnölìn, val dò dosùn, val dè passòc', val da córt da pìsa e val dè fenènza. La mulattiera per la Gianetti prende, invece, a sinistra, e noi con essa.
La mulattiera sale verso sinistra, poi volge a destra e subito di nuovo a sinistra, salendo in direzione di un larice solitario. Abbiamo di fronte la costiera del Barbacan, che si è letteralmente mangiata il monte Boris. Poi, una nuova svolta a destra, segnalata da una freccia e da un segnavia. Segue un'ultima sequenza di tornanti sx-dx, dopo la quale la mulattiera si interrompe: siamo al mür, cioè ad un muricciolo a quota 2200 circa. Stupisce questo colpo di scena, ma, a pensarci, neppure troppo: essa venne tracciata per servire i pascoli (siamo nei presis del confine fra le due grandi regioni del Porcellizzo, a nord-est, e della Sceroia, a sud-ovest), non per accompagnare gli escursionisti alla capanna.
Salutati i due pianoni del Porcellizzo (li vediamo molto bene, da qui, giù in basso), dobbiamo, ora, seguire una traccia di sentiero, spesso debole (attenzione a segnavia ed ometti) che di districa fra le balze
dei pascoli e dei massi, puntando verso nord. Per ora della capanna non v'è traccia. Salendo, incontriamo un lungo e piacevole corridoio di granito, oltre il quale pieghiamo leggermente a sinistra (riferimenti: segnavia e grande ometto). Dopo breve tratto, pieghiamo leggermente a destra e continuiamo nella salita, lasciando alla nostra destra una grande balconata rocciosa. Diritto davanti a noi, in alto, il pizzo Badile. Volgendo leggermente a destra ci ritroviamo sulla cima erbosa della balconata di roccia (attenzione, qui, nella discesa, a non procedere diritti, ma a piegare a destra). Prendiamo ancora leggermente a sinistra; ora vediamo, all'omèt, grande ometto sul sentiero (un secondo grande omèt, detto del porsceléc', si trova più avanti) in alto, appena a destra, la caratteristica formazione rocciosa denominata Dente della Vecchia e, alla sua destra, finalmente, il rifugio.
La capanna, meta agognata,
sembra lì lì, a portata di mano, ma in realtà si fa beffe di noi: salendo, volgiamo a sinistra, seguendo una freccia, poi superiamo da sinistra a destra un torrentello, e la capanna scompare dietro le balze di pascoli e rocce. Seguono un tratto diritto (sulla nostra verticale il severo pizzo Badile) e due brevi traversi a sinistra ed a destra; l'andamento volge, poi, a sinistra (sulla nostra verticale il tozzo pizzo Porcellizzo, che pure, a dispetto del profilo non esaltante, può vantare, in virtù del nome, la signoria sull'intera valle). La fatica comincia a farsi sentire: non si vede la capanna, e ci si chiede quanto ancora possa mancare. Viene in mente quel motto latino "Per aspera ad astra", cioè per vie aspre alle stelle. Ma noi ci accontenteremmo di un meno siderale rifugio alpino.
Appena a sinistra del Dente della Vecchia vediamo, ora, un grande ometto che funge da punto di riferimento. Risaliamo, quindi, una lunga e gradevole placca di granito, dalla pendenza modesta, per poi volgere leggermente a destra, superando da sinistra a destra un torrentello che scorre nascosto dai massi e procedendo in direzione di due tubi metallici (il grande ometto è, intanto, temporaneamente scomparso). Raggiunti i tubi, finalmente una visione liberatoria: riappare il grande ometto (il secondo omèt) e, quel che più importa, la capanna ormai è lì, davvero a portata di mano, non può più giocare a rimpiattino; la sorveglia alle spalle il sempre arcigno pizzo Badile.
mancano ormai poco più di dieci minuti, ed ecco che, alla fine, siamo ai suoi piedi, dopo circa tre ore e mezza
di cammino e 1370 metri di dislivello superati. Nell'ultimo tratto passiamo a sinistra dell'interessante "córt da pìsa"; interessante perché, come dice il nome, qui avveniva, 28 e 56 giorni dopo l'inizio della monticazione, la pesa del latte prodotto da ciascuna vacca, alla presenza dei proprietari del bestiame, al fine di determinare il compenso che andava corrisposto a fine stagione a ciascuno di loro.
Eccoci, dunque, al rifugio Gianetti (capàna gianètti o capàna dè porsceléc'), a gustare il meritato riposo.
Sulla facciata una meridiana ed una targa su cui è scritto: "A Luigi Gianetti questo rifugio eretto per suo munifico collegato la Sezione di Milano del Club Alpino Italiano riconoscente dedica - MCMXIII". La capanna venne, infatti, costruita, per iniziativa del C.A.I. di Milano, nel 1913, nei pressi della precedente capanna Badile, la seconda, in ordine di tempo, della Val Masino (era stata costruita nel 1887 e ricostruita nel 192 dopo una valanga), che restò come sua dipendenza (restaurata nel 1960, divenne bivacco, intitolato all’alpinista Attilio Piacco). L’intitolazione rendeva omaggio all’ingegnere Luigi Gianetti, che aveva contribuito finanziariamente in misura decisiva all’edificazione. Durante la prima guerra mondiale fu presidiato da reparti alpini, come punto di appoggio prezioso nel sistema difensivo voluto dal generale Cadorna, che temeva un’invasione austro-ungarica dal territorio svizzero. Durante il secondo conflitto mondiale, invece, venne utilizzato come struttura di appoggio da formazioni partigiane; per questo, durante il sistematico rastrellamento del 1944, venne bruciato dalle forze nazifasciste. Riedificato nel 1949 ed ammodernato nel 1994, è una delle più classiche mete escursionistiche della Val Masino. Alle spalle del rifugio, nel luogo in cui sorgeva il vecchio rifugio Badile costruito nel 1887, è collocato il bivacco Attilio Piacco, costruito nel 1961 e dedicato alla memoria dell'alpinista caduto nella scalata della Punta Torelli nel 1958. Nei pressi del bivacco due cartelli indicano le
possibili direzioni di percorrenza del Sentiero Roma (la capanna Allievi è data a 6 ore e 30 minuti) e del Sentiero Risari (il rifugio Omio è dato a 3 ore e 30 minuti). Poco sopra, su un roccione, alcune targhe commemorano alpinisti caduti sulle cime vicine. La prima celebra Carlo Sioli, con questo testo: "Non voglio riposare sul legno che marcisce se io cadrò. Dove son salito lasciatemi giacere senza lamenti. Dove sorgon le cime e s'innalzano i monti non c'è timore. Lasciatemi lassù dove son salito questo volevo dirvi. (G. E. Schebera)" La seconda è dedicato dagli amici del CAI di Gallarate a Franco Praderio (11 luglio 1965), con la breve citazione dal salmo LX: "Su una roccia mi eleverai e mi darai pace...". Una terza è dedicata a Roland Flörchinger, morto sul Badile il 20 luglio 1972. Una quarta è dedicata a Bigi Renzo, Carugo Luciano, Fasana Sergio e Ferraro Angelo, caduti sul pizzo Cengalo il 26 aprile del 1959.
Giò, il Cengalo. Da qui appare decisamente vicino il massiccio Pizzo Badile (badì),
ma alla sua destra gli contende il primato nell'imponenza prioprio il Pizzo Cengalo
(cìngol, caratterizzato dalla cima nevosa e tondeggiante - che giustifica l'antico nome di Mot de la Nìf - e dal prominente spigolo
Vinci); a sinistra del Badile, invece, si distinguono la punta S. Anna, la punta Torelli e la già menzionata
formazione chiamata Dente della Vecchia. Nel cuore della
stagione estiva troveremo al rifugio un notevole affollamento. Consiglio,
però, di venire qui ai primi di giugno, quando magari c’è
ancora un po’ di neve: in un giorno feriale non vedremo, probabilmente,
altro essere vivente nello sterminato arco della valle, ci sentiremo
fasciati da una solitudine e da un silenzio che, forse, ci riconcilierà
con noi stessi e con il mondo. Qui arriva e da qui riparte, traversando fino al passo del Camerozzo (pas dò cameròz, m. 2765) il celeberrimo Sentiero Roma (senté róma).
Diverse sono le possibilità di prosecuzione dell’escursione,
se non vogliamo tornare per la via di salita. In una sola giornata si
può puntare al passo del Barbacan sud-est (pas dèl barbacàn), che veniva chiamato in passato anche passo del Barbacane, da un termine di origine persiana che significa "balcone" (bisogna però ricordare che nel dialetto di Novate Mezzola "barbacàn" significa muro obliquo di rinforzo ad una struttura muraria, con particolare riferimento, per antonomasia, ad uno degli angoli dell'antico Albergo dell'Angelo di Novate, sulla piazza della chiesa, luogo di ritrovo degli uomini del paese). Dal passo si può scendere in valle dell’Oro e raggiungere il rifugio Omio, dal
quale scendere, per comodo
sentiero, di nuovo ai Bagni. Si
tratta di una traversata classicissima, di grande soddisfazione, anche
se comporta una fatica considerevole: il dislivello complessivo, infatti,
sale a 1450 metri, e le ore necessarie per completare l’anello
sono circa 7-8 (ma possiamo sempre fermarci a dormire in uno dei due
rifugi).
Il primo tratto della traversata avviene su un segmento del
Sentiero Roma, che attraversa, verso sud-ovest, il lato occidentale
della valle, al cospetto del pizzo Porcellizzo (sciöma dò porsceléc') e delle meno pronunciate
cime dell’Averta (dal dialettale "avert", cioè
aperto). Poi, in corrispondenza di un grande masso, il Sentiero Roma
ci lascia per salire al passo del Barbacan settentrionale,
mentre noi proseguiamo sul sentiero Risari (bolli giallo-rossi), che
ci porta ben presto ad uno stretto canalino, che dobbiamo risalire per
superare uno sperone roccioso.
Poi, dopo un ultimo tratto che attraversa
il piede di un canalone che scende dal crinale che separa la Val Porcellizzo dalla val Codera (si tratta del canalone sfruttato dalla maggior parte
degli escursionisti che, percorrendo il Sentiero Roma, scendono in Val Porcellizzo; attenzione, quindi, perché questi spesso, incautamente,
mettono in movimento sassi mobili che si trasformano in pericolosi proiettili),
eccoci
all’attacco della costiera del Barbacan, su
un intaglio della quale è posto il passo che dobbiamo valicare.
Sfruttando cenge esposte ed aiutandoci con le corde fisse (attenzione,
soprattutto in presenza di qualche residuo nevaio che, dopo inverni
di abbondanti nevicate, può annidarsi qui anche a stagione avanzata),
raggiungiamo, alla fine, i 2620 metri del passo, dove ci attende una
piccola targa che reca incisa l’immagine di una Madonnina. Grandioso
è il duplice panorama di cui possiamo godere da qui: alle nostre
spalle la visuale dell’intera Val Porcellizzo, immensa, bellissima;
davanti a noi le valli dell’Oro e Ligoncio, unite in un unico
e maestoso anfiteatro, che gareggia, in bellezza, con quello che stiamo
per lasciare.
La discesa dal passo verso la valle dell’Oro avviene su un sentiero
che punta dapprima a sinistra, poi piega a destra, fino ad un ultimo
canalino che richiede ancora attenzione (anche qui le corde fisse ci
aiutano parecchio). Poi, l’ultima e tranquilla traversata, verso
sud, in direzione del piccolo ma già ben visibile rifugio Omio
(m. 2100), osservando la testata della valle, meno imponente ma non
meno interessante di quella della Val Porcellizzo.
Al termine di una giornata limpida potremo tornare ai Bagni spossati,
ma segnati indelebilmente da immagini che ci accompagneranno come una
consolazione di grande valore nelle giornate meno luminose della nostra
esistenza.

È interessante, infine, leggere il resoconto della salita in Val Porcellizzo effettuata il 8 settembre 1906 da Bruno Galli Valerio, alpinista e naturalista che molto amò queste montagne: “Giungendo al mattino ai Bagni di Masino, io e il Signor Graglia, non vi troviamo che tre o quattro persone. Tutto è così tranquillo, così calmo, che saremmo tentati di fermarci là per riposarci qualche giorno. Invece, partiamo per la capanna Badile, dopo una breve fermata. Il tempo è splendido, il sole cocente e, carichi come siamo, la salita è poco divertente. Le belle cime granitiche che vanno dal Porcellizzo alla Bondasca sembrano vicinissime, e invece non si arriva mai ai loro piedi. Alle quattro e mezzo finalmente, ecco la capanna. E' stata ricostruita piccola e scomoda come la precedente eppure è probabilmente una delle capanne più frequentate delle Alpi della Valtellina. Due cacciatori vi si trovano già e poco dopo arriva dal Cengalo un loro compagno colla guida Bonazzola. Poi, dopo un piccolo giro alla ricerca di pernici bianche, troviamo alla capanna cinque nuovi ospiti: quattro giovani milanesi e un portatore. I milanesi hanno la specialità dei grandi pranzi nelle capanne. Siamo già a letto che, sulla tavola, circolano ancora vino, dolci e cose simili. La notte, un uragano indiavolato ci sveglia; la pioggia cade a rovesci.” (Bruno Galli Valerio, “Punte e passi”, a cura di Luisa Angelici ed Antonio Boscacci, Sondrio, 1998).
