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campane della chiesa di S. Caterina a Cevo
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Punti di partenza ed arrivo |
Tempo necessario |
Dislivello in altezza
in m. |
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti) |
Cevo-Ceresolo-Corte di Cevo-casera Spluga-Lago di Spluga |
4 h |
1480 m. |
E |
Cevo-Ceresolo-Corte di Cevo-casera Spluga-Lago di Spluga-Passo di Primalpia |
5 h |
1800 m. |
E |
Cevo-Ceresolo-Corte di Cevo-Casera Spluga-Passo Colino orientale-Casera del Colino-Ledino-Poira-Caspano-Cevo |
10 h |
1750 m. |
E |
La
Val Masino è costituita da un arco di valli che hanno come estremi
la valle di Spluga e la Val
Terzana. Entrambe condividono
la sorte di essere sicuramente gli angoli meno conosciuti di una delle
più celebri valli delle alpi Retiche. Immeritatamente. Questo
discorso vale in particolare per la valle di Spluga ("val splüga":
niente a che fare, a dispetto di equivoci, con la ben più ampia
e famosa valle che si trova a nord di Chiavenna), che riserva scenari
di forte impatto suggestivo, con la sua selvaggia, solitaria, ma non
aspra bellezza. E, se ciò non bastasse, riserva, nella sua parte
più alta e nascosta, uno stupendo sistema di laghetti: si tratta
degli unici specchi d’acqua, se ad essi si aggiunge il laghetto
di Scermendone, dell’intera Val Masino, prodiga, per altri aspetti,
di monumentali cattedrali di granito, ma avara di questo ingrediente
così legato alla suggestione dell’alta montagna.
La valle è percorsa dal torrente Cavrocco (cavróch), che
segna anche il confine amministrativo fra i comuni di Val Masino (cui
appartiene il suo lato sinistro, settentrionale) e di Cevo (cui appartiene
il lato destro, meridionale).
Chi ama gli orizzonti che coniugano in una miscela perfetta bellezza
e solitudine non può, dunque, mancare di visitare la valle di
Spluga: complice la mancanza di vie di accesso carrozzabili che proseguano
oltre i 700 metri del paesino di Cevo ("cèf", termine
che deriva da "clivus", pendio della montagna, o dal celtico
"ceva", "vacca"), non vi troverà, anche nel
cuore della stagione estiva, se non gli alpeggiatori,
e
forse, ma non è detto, qualche sparuto escursionista, sicuramente
esigente ed esperto.
Vediamo come arrivarci e quali possibilità escursionistiche scegliere.
Lasciando, sulla sinistra, l'ex strada statale 404 della Val Masino
(che si imbocca lasciando la ss. 38 all’altezza del comune di
Ardenno) in località Ponte del Baffo (m. 571, dove si trova,
sulla destra della strada, anche l’antica edificio della famosa
osteria del Baffo), si attraversa, su un ponte, il torrente Masino (èl
fiöm), per poi salire al paesino di Cevo, in territorio
del comune di Civo,
ad 1,5 km dal ponte del Baffo. Un breve fuori-programma consente di
ammirare le modeste ma interessanti cascatelle della parte più
bassa del corso del torrente Cavrocco (“cavróch”),
che scende dalla valle di Spluga: basta imboccare un sentierino che
si trova all’altezza del primo tornante sinistrorso che si incontra
salendo verso Cevo. Al paesino si accede staccandosi sulla destra dalla
strada principale (denominata strada di Valpòrtola), che prosegue
affacciandosi sul limite orientale della costiera dei Cech nei pressi
di Cadelpicco e Caspano.
All’ingresso del paese troviamo la bella chiesa di Santa Caterina,
che, nell’attuale aspetto, risale al secolo XVII. D’estate
il paese si anima per la presenza di numerosi
villeggianti.
Nelle rimanenti stagioni vive di una vita tranquilla e quasi fuori del
tempo. Molto bello, anche se non particolarmente ampio, il panorama
che si gode da qui: dominiamo la media Val Masino, con Cataeggio (cataöcc),
suo centro amministrativo, sovrastato dalle selvagge pareti del monte
Piezza (sciöma da pièsa), alle cui spalle si scorge la cima
di Arcanzo (sciöma dè narchènz, o l'omèt,
chiamata Cima di Prato Baro nella guida alla Valtellina del CAI di Sondrio
del 1884, m. 2715); scorgiamo,
in uno spiraglio sulla sinistra di questo monte, la Cima di Castello
(castèl), la più alta della Val
di Mello (val da mèl),
con i suoi 3386 metri; alla nostra destra, invece, l’impressionante,
aspro e selvaggio versante occidentale della dorsale che culmina nella
cima di Granda e separa la bassa Val Masino dalla Valtellina.
Per accedere alla valle di Spluga sfruttiamo una bella mulattiera che,
nella prima parte, che ne percorre la sinistra orografica (destra per
chi sale). Fino a qualche anno fa si imboccava un sentiero che partiva
dalla parte alta del paese (raggiunta attraversandone le case), lasciava
l’abitato di Cevo, passava accanto ad una cappelletta solitaria
e scendeva al torrente, che viene superato su un ponte in cemento (il
"punt da sträda dè camaràsc"), in corrispondenza
di una impressionante forra. Ora al sentierino si è sostituita
una pista che serve la centralina costruita per sfruttare a scopi idroelettrici
le acque del Cavrocco. La mulattiera è larga e comoda: ignorata,
nel primo tratto, la deviazione sulla destra rappresentata dal sentiero
per Cataeggio (tratto del Sentiero Italia Lombardia nord 3), saliamo
dapprima a sinistra di un dosso boscoso ("el dòs"),
poi quasi
schiacciati
a ridosso delle rocce dell’aspro fianco nord-orientale della valle.
Alla nostra sinistra, più in basso, scorre il torrente. Qui la
mulattiera propone un tratto scalinato, denominato "scäla".
Superati un'immagine della Madonna (la "madóna") ed
un corpo franoso, raggiungiamo la località denominata "care
pecä", che allude ad un qualche peccato o a qualche fatto
oscuro, di cui però, nella memoria della gente, si sono perse
le tracce. Poco oltre, a sinistra della mulattiera, troviamo una cappelletta,
denominata "ciancèt de la care pecä", che ci introduce
alla conca nella quale la valle si allarga: siamo al maggengo di Cerèsolo
("sceresö", termine che deriva da "ciliegio"
o, forse, da "cerrus", quindi con significato di "cerreto"),
posto in un ripiano, a quota 1041. Un’avvertenza: sulle carte
IGM e su quelle Kompass è segnato un sentiero che si stacca dalla
mulattiera a quota 750 metri circa e si inerpica sul selvaggio versante
nord-orientale della valle, occupato dallo scosceso dosso della "móta
dè cèf", raggiungendone l'ometto sommitale e portando
all’alpeggio di Cervìso (cervìs o scervìs).
È, però, del tutto sconsigliabile avventurarsi su questo
tracciato, che tende a perdersi in un’insidiosissima fascia di
rocce strapiombanti. Qui, come in diversi altri luoghi della Val Masino
meno battuta, il rischio di finire, come certe capre, “incrapelati”,
cioè imprigionati da rocce dalle quali non riusciamo ad uscire,
è davvero concreto. Non che non si possa salire a Cerviso, ma
è assai più agevole farlo seguendo la mulattiera che parte
da Ceresolo e che considereremo più avanti.
A Ceresolo possiamo giungere anche per altra via: dalla centralina idroelettrica
di Cevo la pista sterrata prosegue, infatti, sul versante opposto della
valle rispetto a quello della mulattiera; all’altezza di Ceresolo,
un ponticello ci porta sul versante dei prati e delle baite del maggengo.
Salendo per questa seconda via troviamo, sulla nostra sinistra, l’indicazione
della partenza di un sentiero, un po’ esposto e servito da corde
fisse, che porta al maggengo di Rigorso (Rigùrs), dal quale si
scende, poi, facilmente, su pista carrozzabile a Caspano: può
essere un’idea per una breve escursione ad anello, considerando
che da Caspano si può poi tornare, sulla strada di Valpòrtola,
a Cevo, ma si usi tutta la prudenza necessaria.
Riprendiamo
il racconto della salita verso la parte superiore della valle. Seguendo
le indicazioni per i laghi, superiamo un antico pascolo rimboschito,
la "pièna", ed imbocchiamo un sentiero che attraversa
un secondo corpo franoso, mentre alle nostre spalle il colpo d'occhio
si allarga, raggiungendo la Val di Tartano, sul versante orobico. Attraversiamo
il torrente Cavislone ("fiöm dò cavislùn"),
che scende dalla valle omonima e tesse, qui, i suoi ricami su una fascia
di roccette prima di confluire nel Cavrocco; lo lasciamo alla nostra
destra, raggiungendo, quindi, le baite abbandonate della Corte
del Dosso ("córt dal dòs"), a 1460
m., che costituisce la parte più bassa dell'alpeggio di Cavislone,
il quale occupa la parte nord-orientale dell'ampio catino glaciale della
Valle di Spluga. Sulla prima baita troviamo uno dei radi segnavia rosso-bianco-rossi,
con la numerazione “22”. L’ora di cammino che ci porta
da Ceresolo alla Corte del Dosso è piuttosto noiosa, ma ora la
valle comincia a regalare un primo ampio scorcio del suo lato sud-occidentale.
A quota 1760 circa raggiungiamo la fascia dei prati della Corte
di Cevo ("cort de cèf"),dove troviamo alcune
baite e, sulla nostra sinistra, una casera ancora utilizzata. Superata
anche la Corte di Cevo, entriamo per l’ultima volta in una fascia
boscosa, che precede l’accesso all’alta valle, alla quale
ci introduce la prima Casera di Spluga, a quota 1939 ("casén").
Qualche decina di metri più in basso, a quota 1900 circa, parte,
sulla destra, un sentiero di cui vale la pena prendere nota. Nel primo
tratto è difficile vederlo: dobbiamo prendere come punto di riferimento
il rudere di un baitello, proseguendo, lungo la medesima direttrice,
verso il limite del bosco. Esso porta all'alpeggio Cavislone ("cavislùn"),
che, proprietà della comunità di Cevo, permetteva di caricare
35 capi di bestiame. Torneremo più avanti su questa variante,
che permette di salire alla poco nota Bocchetta della Merdarola ("pas
do cavislùn"), dalla quale si scende nell’omonima
valle, proseguendo perla Valle dell’Oro ed il rifugio Omio.
Ma torniamo al sentiero principale, che si fa più marcato e conduce
alla più bassa delle casere di Spluga ("casèra
de splüga", m. 1987), all'alpe omonima, proprietà della
comunità di Cevo, che permetteva di caricare
50 capi di bestiame.
Dalla casera la salita prosegue su terreno aperto, luminoso, bellissimo,
nel cuore dell’alta valle, chiusa a nord-est dalle cime della
Merdarola (ben visibili alla nostra destra), che la separano dalla valle
omonima.
La traccia si fa meno evidente, ma qualche segnavia ci aiuta a trovare
la giusta direttrice: dopo un primo tratto
di salita quasi in verticale, pieghiamo un po’ a sinistra, attraversando
un torrentello e raggiungendo un “calècc”, un baitello
senza copertura del tetto (viene utilizzato all’uopo un telo azzurro).
Sul lato opposto della valle, al di là del torrente Cavrocco,
vediamo l'alpe di Desenigo ("desénech") che, proprietà
del comune di Civo, permetteva di caricare 50 capi di bestiame.
Dopo una lunga salita, la pendenza si fa meno aspra, ed il sentiero
inizia un percorso a saliscendi nell’anfiteatro che chiude la
valle, seguendo la direzione nord-est. Si tratta della valle dei Laghi,
che introduce all'omonimo alpeggio ("munt da val dei läch”),
proprietà del comune di Dazio, che permetteva di caricare 20
capi di bestiame.
Guardando a sinistra, vediamo, più in basso, il primo microlaghetto
che costituisce il sistema dei laghi di Spluga (“i läch”,
m. 2108). Oltrepassato questo primo laghetto, ben presto incontriamo
una terza casera. Davanti a noi si mostrano, ormai, con chiarezza le
due cime regine della valle: la cima del Desenigo, a sud (m. 2845, alla
nostra sinistra) e la cima del Calvo, o monte Spluga, a nord (m. 2967,
alla nostra destra, punto di congiunzione delle valli di Spluga, dei
Ratti e Ligoncio). Alle spalle della casera sono facilmente riconoscibili
anche i passi gemelli collocati fra le due cime, a distanza ravvicinata:
il più noto passo di Primalpia (etimologicamente, la prima fra
le alpi, l'alpe per eccellenza), a sinistra, e quello meno praticato,
che il Galli Valerio propone di chiamare passo di Talamucca ("bochèta
da pala möca"), ma che ora viene
denominato bocchetta di Spluga,
a destra: entrambi danno accesso alla Valle dei Ratti.
Oltrepassata anche questa casera, lasciamo alla nostra sinistra il secondo
microlaghetto, detto lago medio. Infine, dopo aver attraversato un pianoro
paludoso, nascosto dietro balze rocciose dalle forme bizzarre, ci appare,
improvviso e bellissimo l’ultimo e più grande dei laghi,
il lago superiore di Spluga (läch gränt),
a quota 2163; sopra di esso sono ben visibili la bocchetta di Spluga
ed il monte Spluga, o cima del Calvo (sciöma del munt Splüga).
Sulla sponda opposta del lago, rispetto al punto in cui ci troviamo,
si trova una quarta ed ultima casera. Superati, dopo circa quattro ore
di cammino, circa 1480 metri di dislivello, non possiamo che concederci
un meritato riposo, gustando fino in fondo la riservata ed intatta bellezza
dell'alta valle di Spluga: un’esperienza impagabile, per certi
versi unica.
Sostando
possiamo approfondire la nostra conoscenza di questo laghetto, la cui
visione è riservata ai camminatori dotati di grande spirito di
sacrificio, leggendo le annotazioni del dott. Paolo Pero, professore
di storia naturale nel Liceo Ginnasio "G. Piazzi" di Sondrio,
contenute nell'operetta "I laghi alpini valtellinesi" (Padova,
1894): "Una roccia eminentemente cristallina, che s'innalza
in una serie di vette dirupate, chiude le limpidissime acque del lago
Spluga. Il quale è collocato alla estremità superiore
della Valle di questo nome, aperta nel versante destro della Val Masino.
in cui sbocca, di poco a N. del paesello di Cevo. Ha forma rotondeggiante,
alquanto allungata e diretta da N. O. a S. E. Verso S. O. s'innalza
il monte Spluga (2844 m.), ed a N. O la cima del Calvo (2955 m.), che
si continua poi con numerose creste verso E. fino al pizzo di Merdarola
(2376 m.). I contrafforti di questi monti, che si continuano poi coi
monti coi versanti della Valle Spluga, s'innalzano nella estremità
superiore di questa, in vari cocuzzoli, assai arrotondati, e chiudono
a S.E. e a E. l'ameno lago in discorso, il quale, pertanto, si può
dire, per la sua origine, orografico. La mancanza quasi totale di detriti,
in questa specie da altipiano, permette di dedurre non solo l'origine
del lago, ma di
studiare eziandia l'assetto della roccia in posto. Essa
mostrasi in ampi strati, che s'innalzano quasi perpendicolari all'orizzonte,
essendo lievemente inclinati verso S. e diretti da E. ad O. E' costituita
essenzialmente di gneis cristallino molto compatto, assai povero di
mica, con grandi cristalli di feldspato, ora spesseggianti in grandi
vene, che corrono parallelamente a' piani di stratificazione, ora più
radi, ma assai grossi, sparsi porfiricamente nella massa gneissica.
Grandi vene di quarzite bianca attraversano pure sinuosamente ed in
ogni direzione gli strati della roccia: profondi litoclasti dividono
pur questa in grossi massi, che precipitano dall'alto a testimonianza
del continuo lavoro delle forze meteoriche e del tempo edace. Per la
posizione sopra descritta il lago non ha lunghi affluenti, ma pochi
ruscelletti, di cui due sono i principali, che sboccano nel lago a N.
e ad O. e gli portano le gelide acque provenienti dalla fusione delle
nevi, le quali, pressoché persistenti, rivestono le pendici dei
monti che coronano la Valle di Spluga e specialmente il versante N.
E. del monte di questo nome. Una porzione di questi affluenti scorre
nascosta fra le abbondanti frane che rivestono il piede dei monti accennati.
A S. E. s'apre un piccolo emissario, fra un'ampia dilacerazione della
roccia in posto, che mantiene il medesimo aspetto di quello dei monti
sopra nominati. Quest'apertura è sbarrata in parte da massi disposti
caoticamente, fra i quali scorre l'emissario, che rimane solo in parte
visibile all'esterno. Esso infatti poco più lungi dal lago è
aumentato e scorre spumeggiante nella stretta apertura formatasi nella
roccia. Il poco e grossolano detrito non vale quindi a precludere propriamente
il corso dell'emissario, onde le acque sono principalmente trattenute
dalla roccia in posto, e però l'origine che sopra attribuimmo
al lago. I due affluenti portano necessariamente abbondante detrito
al bacino lacustre, sicché esso mostrasi colle sponde di N. e
di O. assai poco inclinate, mentre è assai ripida quella di E.
la quale si continua, quasi perpendicolarmente, col cocuzzolo
roccioso che s'innalza da questa parte. Qui infatti ha luogo la maggior
profondità che, per quanto ho potuto verificare, raggiunge fino
i 40 metri. Il letto del lago è formato di sostanza sabbiosa,
talora di ghiajetta; solo in un piccolo seno verso N. E. diventa sensibilmente
melmoso e quasi paludoso. Le acque sono notevolmente trasparenti,
sicché
lasciano scorgere per un ampio tratto il fondo, ove esso non prende
tosto rapida inclinazione, e mostrano un colore azzurro pallido, secondo
il numero II. della scala Forel. Le carte topografiche dell'Istituto
Militare riportano l'altitudine di 2141 m. e l'Ispettore Cetti vi attribuisce
la superficie di 42.000 mq. Io lo visitai il giorno 29 giugno 1893 ed
alle ore 11 ant. trovai che le acque presso l'emissario avevano
la temperatura di 7,5 gradi centigradi, mentre l'esterna era di 17,
con cielo sereno e l'aria calma."
Per illustrare meglio le caratteristiche di questo lago e dell'ambiente che lo ospita riportiamo anche le informazioni che ci vengono offerte dal bel volume "Laghi alpini di Valtellina e Valchiavenna", di Riccardo De Bernardi, Ivan Fassin, Rosario Mosello ed Enrico Pelucchi, edito dal CAI, sez. di Sondrio, nel 1993:
“Con il Lago Scermendone, ancor meno inserito nell'ambiente della Val Masino, si tratta in pratica del solo lago della Valle, noto regno del granito. A proposito della quale può parere singolare questa assenza di laghi, mentre ha abbondanza di acque, largamente note dalle numerose cascate, spesso a catena, sui torrenti che scendono dalle valli minori sospese. Ma è probabile che la natura stessa della roccia, il granito «ghiandone», molto sgretolabile da un lato, alla piccola scala, e viceversa impervio ed erto nelle grandi linee orografiche, non abbia facilitato la formazione - o forse la sopravvivenza - di laghetti neanche nei circhi glaciali, per lo più molto svasati ed erosi profondamente dai torrenti sul fondo. Questo bel laghetto, dunque, situato a 2160 m, in cima alla valle omonima, gode di una situazione di quasi unicità, e anche di isolamento, considerate le difficoltà dell'accesso. La valle infatti si presenta ertissima, oltre che defilata dai percorsi turistici usuali, pressoché intatta da interventi edilizi e del tutto da interventi di viabilità non pedonale... Il lungo accesso (dai 700 m ca. di Cevo sono quasi 1500 m di dislivello, superabili in non meno di 4 ore da escursionisti «normali») si presenta però come un viaggio interessante nel passato agro-pastorale del territorio valtellinese. Si può ripassare tutta la vicenda della colonizzazione delle aspre pendici montane per strapparvi spazi al prato e al pascolo: una colonizzazione che si è sviluppata nel tempo e si è poi stabilizzata nello spazio su diversi piani altimetrici. Così si percorre una bellissima strada selciata (con piccole opere murarie di protezione e passaggi eccezionali) fino al maggengo di Ceresolo, poi il sentiero si fa assai più ripido adducendo ai prati di monte di Corte del Dosso (con deviazioni per altri prati) e infine alla Casera Spluga, il principale alpeggio e
alle altre cascine sparse sull'altopiano superiore, dove il tracciato si fa finalmente meno ripido. Superato un bel lariceto, solo rocce e piccoli spazi a pascolo accompagnano al lago, che risulta una meta ben meritata!
A proposito del nome, comune peraltro al monte adiacente e a tutta la valle, si può ricordare che - di derivazione latina o prelatina - significa in ogni caso grotta (spelonca, anfratto).”
Se abbiamo ancora energie da spendere, possiamo proseguire verso il
passo di Primalpia (etimologicamente, la prima fra le alpi, l'alpe per
eccellenza). Il sentiero, sempre segnalato dalle bandierine rosso-bianco-rosse,
piega a sinistra, superando un dosso e passando sul versante destro
(sinistro, per noi) della valle, per inerpicarsi sul suo fianco (c’è
un passaggio un po’ esposto, sopra una placca: attenzione!). I
segnali indirizzano al passo del Colino, che scende in Val Toate e da
Poira, sopra Roncaglia (costiera dei Cech); per raggiungere il passo
di Primalpia (etimologicamente, la prima fra le alpi, l'alpe per eccellenza),
sempre ben visibile davanti a noi (mentre il passo di Colino rimane
nascosto ai nostri occhi) dobbiamo, però, lasciarli, poco dopo
aver superato i passaggi più aspri, piegando a destra, su una
traccia di sentiero non segnalata (la traccia è labile e va seguita
con attenzione). Ad un certo punto compaiono dei bolli rosso, la sigla
SI (Sentiero Italia) e, alla fine, le bandierine rosso-bianco-rosse:
la meta è vicina! Dopo un ultimo facile passo, raggiungiamo il
passo, posto a quota 2476 m e presidiato da un grande ometto.
Dal passo di Primalpia possiamo scendere in Valle dei
Ratti, passando accanto ad un quarto laghetto (tale itinerario fa parte
del Sentiero Italia, nel tratto rifugio Volta-Cataeggio). Lo scorcio
di questa valle visibile da esso non è però particolarmente
ampio. Molto più ampia è la visuale che da esso si può
godere sulla media Valtellina. La salita al passo dal lago superiore
richiede un'ulteriore ora di cammino, ma si può fare di più.
Appena sotto il passo, a sinistra, guardando verso la Valtellina, si
vede su un masso l'indicazione per il rifugio Volta: essa segnala la
partenza di un sentierino che permette di raggiungere il passo gemello,
cioè la bocchetta di Spluga (bochèta
dè la möca, m. 2526), dopo aver attraversato, nel primo
tratto, una fascia di
grossi massi che richiede una certa attenzione.
Tale passo si trova al di là di un evidente sperone che lo separa
da quello di Primalpia (etimologicamente, la prima fra le alpi, l'alpe
per eccellenza), conduce anch’esso in Valle dei Ratti e permette
di scendere al rifugio Volta. Poco più di venti minuti di cammino,
e siamo
al passo gemello. Qui il panorama è molto più suggestivo
e raggiunge l’alto Lario. Da Cevo alla bocchetta calcoliamo 5
ore e mezza - 6 di cammino, necessarie per superare circa 1850 metri
di dislivello in salita: un’escursione effettuabile in una sola
giornata, anche se con ottimo allenamento e con non poca fatica. In
genere chi si avventura in Valle di Spluga, però, si ferma al
lago superiore, una meta comunque eccellente, che ripaga delle fatiche
richieste.
Una segnalazione di sicuro interesse: la traversata dal passo Primalpia
(etimologicamente, la prima fra le alpi, l'alpe per eccellenza) alla
bocchetta di Spluga si inserisce nel contesto della terza giornata del
Sentiero Life delle Alpi Retiche, e precisamente della traversata da
Frasnedo, in Valle dei Ratti, al rifugio Omio. Tale traversata passa
per l'alta Vall di Spluga ed il passo del Calvo. Eccone una sintetica
descrizione.
Alla bocchetta
di Spluga dobbiamo stare attenti (soprattutto nell’eventualità,
non remota, di foschia e visibilità limitata) a non seguire le
indicazioni per la capanna Volta, che ci portano a scendere alla bocchetta
verso sinistra (tali indicazioni – segnavia rosso-bianco-rossi
- si giustificano in riferimento ad un percorso che, dalla bocchetta,
scende in alta Valle dei Ratti e di qui al rifugio Volta). Dobbiamo,
invece, rimanere a destra: raggiunta, sul lato opposto della bocchetta,
una grande placca di granito con un segnavia rosso-bianco-rosso sulla
sinistra, in segnavia bianco-rosso affiancato dalla targhetta azzurra
con il logo “Life” sulla destra, troviamo il punto nel quale
le due vie si separano.
Noi
prendiamo a destra, senza però perdere quota, ma cominciando
a salire a ridosso delle grandi placche di granito che scendono dalla
testata nord-occidentale dell’alta Valle di Spluga. Incontriamo
alcuni segnavia rosso-bianco-rossi, poi un grande quadrato bianco, e,
ancora, segnavia rosso-bianco-rossi sul fianco della testata. Il sentiero
sale decisamente, snodandosi fra gli ultimi magri pascoli, per poi raggiungere
la sterminata e caotica zona di sfasciumi che riempie interamente l’angolo
nord-occidentale dell’alta valle. Ora possiamo, guardando in basso,
alla nostra destra, vedere il lago superiore di Spluga nella sua interezza.
Ancora più suggestiva ci appare, sullo sfondo, la fuga di quinte
delle valli orobiche (sezione centro-orientale). Terminano i pascoli
e si fa meno accentuata, ma non meno faticosa, la salita: dobbiamo,
infatti, ora districarci fra massi di ogni dimensione, con pazienza
e cautela, seguendo la direzione dettata dagli abbondanti segnavia.
Alle nostre spalle, intanto, si rende ora ben visibile, sull’angolo
sud-occidentale della valle, la cima del Desenigo (m. 2845).
Ma dove andremo a finire? Dov’è il passo del Calvo che
ci porterà alle soglie della Val Ligoncio? Se guardiamo davanti
a noi, vedremo una larga depressione, apparentemente accessibile, dietro
la quale occhieggiano, furbi ed un po’ impertinenti, i Corni Bruciati.
Non è quello il passo. Si trova più a sinistra, ed è
costituito da un intaglio appena distinguibile su una più modesta
depressione, riconoscibile per la grande e liscia placca giallastra
sottostante. Se poi queste indicazioni non bastassero a capire qual
è la meta, poco male: con un po’ di pazienza, seguendo
i segnavia ed alcuni grandi ometti, ci si arriverà. Dopo quasi
un’ora di traversata, eccoci, infine, alla base del passo: un
grande cerchio bianco contornato di rosso ci segnala che inizia un
tratto
esposto e potenzialmente pericoloso. L’ultimo tratto della salita,
infatti, sfrutta una cengia a ridosso del fianco roccioso di destra
del versante (le corde fisse assistono questo passaggio), poi uno stretto
e ripido corridoio erboso (anche qui le corde fisse sono di grande aiuto),
ed infine un’ultima brevissima cengia (sempre corde fisse), che
ci porta non direttamente all’intaglio del passo, ma ad uno stretto
corridoio che lo precede. Ora vediamo l’intaglio, alla nostra
sinistra (su una placca rocciosa sono assicurate la targa gialla del
Sentiero Life ed una scatola
metallica), ma dobbiamo prestare attenzione anche nell’ultimo
passaggino, per evitare di cadere in un singolare buco che si spalanca,
improvviso, alla nostra sinistra, sotto un grande masso.
Eccoci, infine, ai 2700 metri del passo del Calvo,
che spalanca, improvvisa e sublime, di fronte a noi, l’intera
compagine delle cime del gruppo del Masino e del Monte Disgrazia ("desgràzia").
La
discesa in Val Ligoncio ed al rifugio Omio avviene sfruttando una cengia
esposta ed attrezzata (attenzione, quindi).
Ma torniamo nel cuore della Valle di Spluga. È necessario ora
completare l’esposizione del principale itinerario escursionistico
con l’aggiunta di tre varianti principali, cui
si è già accennato nella relazione. La prima ha come meta
Cerviso. Torniamo, quindi, a Ceresolo. Cerchiamo sulla
destra (per chi sale), alle spalle di una delle prime baite, la mulattiera,
segnalata da bolli color arancio, cherisale, sempre ben visibile, il
largo e selvaggio vallone posto a nord-est di Ceresolo. E', questa,
una montagna che incute timore: la sua asprezza
sembra
non regalare nessuna lusinga all'escursionista che vi si addentri, soprattutto
nelle stagioni autunnale, invernale e primaverile.
Il sentiero sale ripido fino alla parte alta del vallone, dove questo
va restringendosi, fino a raggiungere le baite di Cerviso bassa, poste,
a quota 1381,sul largo crinale che separa la valle di Spluga dal solco
principale della Val Masino. Procediamo, quindi, piegando a sinistra:
raggiungiamo, così, le baite, lasciando alla nostra destra una
fascia di massi che scende da una formazione rocciosa dall’aspetto
arcano e suggestivo. Qui troviamo il sentiero che prosegue nella salita,
aggirando a sinistra la fascia di rocce e guadagnando i 1480 metri delle
baite di Cerviso alta, poste al limite inferiore di un ampio prato.
La solitudine di questi luoghi ha qualcosa di inquietante e, insieme,
di affascinante. Possiamo proseguire ancora: sul limite superiore del
prato il sentierino, infatti, riparte, salendo lungo il crinale di un
dosso che va restringendosi, finché, intorno a quota 1700, si
riduce ad una stretta fascia di rocce. Il sentiero prosegue sul fianco
destro del crinale, e, superata una bocchettina, conduce all'alpe Cavislone
("cavislùn"), sul versante settentrionale della Valle
di Spluga: è però sconsigliabile cercare di effettuare
la traversata, perché se si perde la traccia di sentiero, si
rischia di perdersi in luoghi fra i più aspri e dirupati della
Val Masino. Possiamo, quindi, considerarci paghi di questa bella escursione
che, in tre ore circa (superati circa 1000 metri di dislivello), da
Cevo ci ha portato adun incontro con la montagna meno nota, ma non meno
affascinante.
Esaminiamo,
ora, la seconda variante, che ha come meta la Bocchetta della
Merdarola ("pas do cavislùn", o anche "bochèta
do cavislùn" e "bochél da merdaröla")
e parte dalla quota di circa 1900 metri (segnalata solo da un ometto:
non ci sono segnavia), poco al di sotto della più bassa delle
casere di Spluga, cioè poco prima che il sentiero per l’alta
valle esca dall’ultima fascia di bosco. Al casello diroccato già
menzionato si prende a destra, cercando, sul limite del bosco, la partenza
del sentiero che sale gradualmente nel bosco, per poi uscirne poco sotto
la casera di Cavislone ("casèra de cavislùn",
m. 1987), nella valle omonima, laterale di nord-est della valle di Spluga.
Qui la solitudine la fa veramente da padrone: ben difficilmente, infatti,
troveremo anima viva. Proseguiamo la salita, su traccia di sentiero,
o a vista: appena oltre il bordo del dosso successivo, troviamo una
seconda e più grande casera, posta a quota 2148, a nord della
prima. Dobbiamo, ora, sormontare un secondo dosso, procedendo, sempre
su labile traccia o a vista, sempre in direzione nord, rimanendo sul
margine di una fascia di massi che resta alla nostra destra. Non è
l’unico percorso possibile: la carta IGM ne segnala uno che aggira
la medesima fascia sul lato opposto. Rimanendo alla sua sinistra, comunque,
giungiamo in vista di un evidente panettone erboso, la quota 2278, e
risaliamo il suo fianco sinistro (occidentale), giungendo alle spalle
della sua cima arrotondata, sormontata da un grande ometto. La meta
è la Bocchetta della Merdarola ("pas do cavislùn"):
si tratta di una depressione poco marcata sulla costiera Cavislone-Merdarola,
facilmente riconoscibile, però, perché è l’unico
punto della costiera raggiunto da una lingua erbosa.
Proseguiamo
prendendo leggermente a destra ed attraversando il lembo orientale (sinistro)
di un’ampia fascia di massi, per poi riguadagnare il terreno erboso
e lasciare il corpo principale della fascia alla nostra destra. Un ulteriore
strappo ci porta a guadagnare la sommità di uno sperone roccioso,
ben visibile già dalla quota 2278. Qui giunti, ci troviamo, ad
una quota di 2380 metri, proprio ai piedi della larga fascia di pascoli
che, salendo, si restringe fino alla porta della bocchetta. Alla nostra
sinistra possiamo osservare la piccola dorsale rocciosa che delimita
ad ovest la valle di Cavislone, e che viene denominata "sas da
la cöna". Seguendo una debole traccia di sentiero, risaliamo
il ripido canalone erboso, fino alla bocchetta della Merdarola.
Gli scenari che abbiamo attraversato ci hanno già regalato ampie
emozioni, ma il panorama che si apre ora dai 2515 metri di questa stupenda
porta ci lascia senza fiato: dalla bocchetta si apre un ampio scorcio
della sezione orientale del gruppo del Masino. Distinguiamo, da sinistra,
il pizzo Ligoncio, la punta della Sfinge, i pizzi dell’Oro, la
cima del Barbacan (sciöma dò barbacàn), o Barbacane
(da un termine di origine persiana che significa "balcone"),
le cime d’Averta (dal dialettale "avert", cioè
aperto), il pizzo Porcellizzo (sciöma dò porsceléc'),
la punta Torelli ed i pizzi Badile e Cengalo (dal latino "cingulum",
da cui anche "seng" e "cengia", stretto risalto
di roccia). Siamo in cammino da circa 5-6 ore ed abbiamo superato un
dislivello approssimativo in salita di 1850 metri.
Se abbiamo due giorni a disposizione, possiamo completare l’escursione
effettuando un’elegantissima traversata al rifugio Omio per la
Valle della Merdarola e la bocchetta di Medaccio (da
"meda", mucchio, quindi monte, in forma dispregiativa). La
discesa dalla Bocchetta della Merdarola all’alta valle omonima
avviene sfruttando il corridoio naturale che si apre su questa versante
fra il fianco della costiera della Merdarola ed uno sperone roccioso
parallelo.
Si tratta di un canalone un po’ ripido ed occupato da sfasciumi:
si impone, quindi, una grande attenzione, anche se non ci sono passaggi
esposti: l’unico pericolo, peraltro da non sottovalutare, è
costituito dai sassi mobili.
Raggiunta un’ampia fascia di massi ai piedi della bocchetta, proseguiamo
la discesa a vista (non ci sono segnavia, come già detto, né
sull’uno né sull’altro versante), assumendo una direttrice
iniziale nord-nord-est, poi nord: ben presto giungiamo in vista di una
casera, che dobbiamo raggiungere proseguendo a vista. È la baita
intermedia di tre baite poste in diagonale nell’alta Valle della
Merdarola ("val da merdaröla"), ed è posta a quota
1942 m. Qui troviamo un sentiero, segnalato da segnavia rosso-bianco-rossi:
seguendolo in direzione della terza e più alta baita, ci portiamo
nei pressi dell’evidente depressione della bocchetta di Medaccio,
che separa la Valle della Merdarola dalla val Ligoncio.
Superata una fascia di massi, possiamo calarci nel canalone della bocchetta,
posta a quota 2303, con qualche cautela, ma senza grossi problemi. Il
resto della traversata al rifugio Omio, che vediamo già davanti
a noi, è dettato dai segnavia, che non dobbiamo mai perdere di
vista. La traversata Cevo-Omio richiede circa 9 ore di cammino, necessarie
per superare un dislivello complessivo di 2050 metri.
Ecco, infine, la terza variante, che passa per il passo del
Colino orientale. Imboccato il sentiero per il passo di Primalpia
(etimologicamente, la prima fra le alpi, l'alpe per eccellenza),
oltre
il lago superiore di Spluga, continuiamo a seguire i segnavia rosso-bianco-rossi,
senza deviare a destra per il passo. Proseguiamo, quindi, non verso
ovest, ma verso sud-est, per aggirare lo sperone roccioso che dalla
cima del Desenigo scende in direzione est. Risalito un breve versante
che costituisce la propaggine dello sperone, ci ritroviamo nella parte
alta di un’ampia conca. Sempre seguendo i segnavia ed una labile
traccia di sentiero, effettuiamo la traversata della conca, oltrepassando
un largo vallone, per poi cominciare a piegare a destra, per balze di
roccette e pascoli.
Descritto un ampio semicerchio, ci troviamo ai piedi del passo senza
nome di quota 2414, che dà accesso all’alta Val Toate,
sul limite orientale della Costiera dei Cech: potremmo chiamarlo passo
del Colino orientale. È, infatti, posto di fronte al più
alto passo denominato passo del Colino (m. 2630), collocato sul versante
opposto (occidentale) dell’alta Val Toate. Si tratta di una porta
d’accesso alla Valle dei Ratti.
Chi volesse effettuare una traversata dall’un passo all’altro,
tenga presente che l’itinerario passa per un’ampio e singolare
pianoro ai piedi del conoide che scende dal passo più alto: la
piana, che da qui non si vede, ospita due singolari monoliti, curiosi
e suggestivi. Fra essa ed il passo di Colino est, infine, si frappone
un crinale che può essere valicato con un po’ di attenzione,
oppure, con tragitto più lungo, aggirato ai piedi.
Dal
passo di Colino occidentale si può scendere all’alpe Primalpia
ed al bivacco omonimo, in Valle dei Ratti, oppure rientrare, scendendo
per un ampio vallone e risalendo sulla sinistra, nella Costiera dei
Cech per il passo di Visogno, a monte del bivacco Bottani Cornaggia,
che si raggiunge poi facilmente seguendo i segnavia.
Noi, però, raccontiamo come concludere una possibile escursione
di un giorno. Dal passo di Colino orientale, che abbiamo raggiunto in
circa 5 ore e mezza di cammino da Cevo (il dislivello è di 1750
metri), scendiamo, seguendo i segnavia, nell’alta Val Toate: dopo
un primo tratto in cui si distingue una traccia di sentiero, fino ai
piedi del passo, la traccia tende a perdersi. Pieghiamo allora a sinistra,
superiamo una fascia di massi, poi seguiamo un ampio dosso erboso, traversando,
infine, verso destra, fino a raggiungere l’unica baita dell’alta
valle, la baita Colino, a 1937 metri. La successiva discesa all’alpe
Pecc (m. 1613) ed al maggengo di Ledino (m. 1232) avviene su un comodo
sentiero segnalato. A Ledino troviamo, infine, una pista che conduce
a Poira, dove parte la strada asfaltata per Roncaglia e Caspano. Da
Caspano, per la strada di Valportola, si torna, infine, a Cevo dopo
circa 10 ore di cammino.