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Il paradiso degli amanti delle traversate, in Val Màsino



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Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Bagni di Masino-Rif. Omio
2 h e 30 min.
930
E
Bagni di Masino-Rif. Omio-Passo del Barbacan sud-est-Rifugio Gianetti
5 h
1450
E

Con la denominazione di Valle dell’Oro (val dè l'òr) ci si riferisce solitamente al grande anfiteatro che si apre allo sguardo di chi raggiunge i Bagni di Màsino, e che comprende, nella parte settentrionale (di destra) la Valle dell’Oro propriamente detta (munt dè l'òr), in quella meridionale (di sinistra) la val Ligoncio (munt dò ligùnc'). Il termine non si riferisce al prezioso metallo, ma alla radice "ör", che significa "orlo", cioè terrazzo o anche limite dei pascoli che si affaccia su un dirupo.
Per raggiungere i Bagni basta percorrere interamente la statale della Val Màsino, che si imbocca staccandosi dalla ss 38 dello Stelvio all’altezza di Ardenno: oltrepassate Cataeggio ("cataöcc") e San Martino ("san martìn"), la strada risale la bella Valle dei Bagni, terminando proprio ad un ponticello sul torrente Màsino (punt dai bàgn), oltre il quale si entra nell’area dell’Hotel Bagni di Masino, dove è possibile parcheggiare a pagamento, in un ampio spiazzo, l’automobile (ed in effetti nei finesettimana estivi o nel periodo di punta della stagione non è facile trovare parcheggio altrove).
Alla nostra destra troviamo l’antico edificio dei Bagni (i bàgn véc'), costruito nel 1832 a partire da un preesistente nucleo in legno che risale al secolo XVII, quando si sentì la necessità di offrire un ricovero confortevole alle numerose dame che raggiungevano l’allora isolata e remota valle per avvalersi delle proprietà curative delle acque termali. A queste ultime, infatti, non ai paesaggi alpini è legata la fama storica della valle: l’interesse alpinistico per le cime del gruppo del Màsino è assai recente (data dagli anni Sessanta dell’Ottocento), mentre fin dall’antichità questi luoghi accoglievano visitatori che potevano permettersi il costo del viaggio e desideravano curare affezioni dell’apparato respiratorio o gastro-intestinale con l’acqua termale, che sgorga da una fonte alle spalle dei Bagni vecchi ad una temperatura costante di 38 gradi (e che aveva fama di curare anche i problemi di sterilità femminile). Il nuovo Hotel dei Bagni (l’albergo nöf dei bagn), unito al vecchio edificio da una passerella di legno sopraelevata, risale invece al 1883.
La valle dei Bagni è, in se stessa, piuttosto modesta, ma è circondata da tre considerevoli anfiteatri alpini. Il più modesto, sconosciuto e selvaggio è posto a sud dei Bagni, ed è la Valle della Merdarola ("val da merdaröla"). A nord, invece, si trova la valle più ampia e famosa dell’intero gruppo del Màsino, la Val Porcellizzo (val do porsceléc'). Ad ovest, infine, ecco la valle dell’Oro, l’unica che, nella sua solarità, si mostri allo sguardo dalla piana dei Bagni, anche se il severo gruppo costituito dalle punte Medaccio (medàsc, da "meda", mucchio, quindi monte, in forma dispregiativa) e Fiorelli, sulla costiera Merdarola-Ligoncio, ne nasconde la parte meridionale (cioè la val Ligoncio).
Esiste una consolidata tradizione secondo la quale proprio da qui deve iniziare la stagione escursionisticadegli amanti di questi scenari di incomparabile bellezza: la salita alla capanna Omio è, infatti, la meno faticosa delle tre escursioni che hanno come meta i più famosi rifugi di val Màsino (i rimanenti due sono la capanna Gianetti ed i rifugi Allievi-Bonacossa). Ciascuno si regoli come meglio crede. Se non vogliamo discostarci da questa norma, incamminiamoci lungo il sentiero che, ignorata la deviazione segnalata per la Gianetti (presso la quale, sulla sinistra, su un enorme abete, si vede ancora il cartello con una vecchia indicazione per i rifugi Omio e Gianetti, che dà il primo ad una quota di 2003 metri, sottostimata di un centinaio di metri), supera su un ponticello il torrente (punt da sgèra), punta in direzione del bosco, attraversando una fascia di pascoli e ghiaione chiamata "èl chignö". Prima di raggiungere il margine del bosco, possiamo piegare a destra, seguendo un sentierino che, dopo pochi metri, ci porta ad una bella cascata del torrente che scende dalla Val Porcellizzo (il fiöm da porsceléc').
Tornati sui nostri passi, ci portiamo all'ingresso del bosco, dove troviamo subito un bivio: il sentiero che prosegue diritto è il senté dò ligunc', mentre quello, più largo, che piega a destra è il senté dè l'òr. Seguendo le indicazioni per il rifugio Omio, prendiamo a destra. Iniziamo, così, a salire con una pendenza sempre piuttosto impegnativa, nella cornice di una splendida faggeta. Sotto i nostri piedi sfilano gli innumerevoli massi affioranti, levigati per il passaggio di tanti alpigiani ed escursionisti. Una curiosità geologica: non si tratta, è facile accorgersene, del granito, signore del gruppo del Masino, ma del serpentino, che in questo angolo della valle fa, si può ben dirlo, da intruso inatteso. Stiamo risalendo il fianco settentrionale della valle, ed usciamo ad una prima più modesta radura, per poi raggiungere, ignorate alcune deviazioni a destra, dopo circa tre quarti d’ora di cammino, il bel poggio costituito dal pian del Fango (córt dai fènch, m. 1590). Questa radura acquitrinosa costituisce non solamente un buon punto di sosta, ma anche e soprattutto un ottimo osservatorio sull'angolo meridionale dell'anfitreatro dell'Oro (Val Ligoncio), alla nostra sinistra, ma anche sulla sorella maggiore, la Val Porcellizzo, della quale si mostra da qui un suggestivo squarcio, con i pizzi Badile (badì) e Cengalo (cìngol, dal latino "cingulum", da cui anche "seng" e "cengia", stretto risalto di roccia) in evidenza.

Ignoriamo la deviazione, a destra (segnalata da un cartello presso una baita) per l'alpe Sceroia (sentiero Life delle Alpi Retiche) e rientriamo nel bosco, proseguendo nella ripida salita in una fresca pecceta, fino al suo termine, a quota 1760 metri circa. All'uscita dal bosco, che è denominato, nell'ultima parte, il "làres", troviamo, sulla sinistra, una deviazione che scende ad una costruzione ricavata sotto un enorme macigno (caduto nel 1963 dal versante alla nostra destra, che separa i pascoli dell'Oro dalla Sceroia), la "casèra de l'òr". Dobbiamo, quindi, superare una breve fascia costituita da enormi massi, sotto il più grande dei quali osserviamo un ricovero per uomini ed animali: si tratta dei segni più evidenti della già citata frana ciclopica che scese, nel 1963, dalla costiera che separa l'alpe dell'Oro dall'alpe Sceroia (Val Porcellizzo) e che uccise un pastore e molti capi di bestiame.
Il pensiero non può non andare alla durezza delle condizioni di vita cui hanno dovuto sottoporsi tutti coloro che, per secoli, hanno frequentato queste montagne non per cercare suggestioni ed emozioni, ma i mezzi necessari per un magro sostentamento. Ecco come ne descrive, sul Bollettino della Società Storica Valtellinese, la tempra e le durissime condizioni di vita (riferite alla fine degli anni cinquanta del novecento) lo storico Giustino Fortunato Orsini: "Questi, imperterriti e saldi come la roccia del monte, in mezzo alla tormenta e sotto l'imperversare delle saette e di furiosi temporali, sulle alpi più impervie ancora affrontano le più dure fatiche del pastore, in una vita primitiva, tutta rinunce e privazioni. La sporgenza di un roccione sostituisce spesso la baita regolare; per altro lo stare fradici di pioggia per una settimana, o bruciati dal sole per l'intera giornata è cosa da nulla per questi mirabili eroi della montagna, ai quali un lacero boricco basta come riparo dal gelo."
Vale la pena di leggere anche quanto annota Dario Benetti, in "I pascoli e gli insediamenti di alta quota" (articolo di "Sondrio e il suo territorio", pubblicato da Intesa BCI nel 2001): "L'alpe dell'Oro in alta Val Masino evidenzia i caratteri arcaici di una vallata che non aveva sbocchi significativi dal punto di vista delle vie commerciali: tipico di questa valle è il camer, una casera che utilizza un enorme masso come copertura".
L'alpe dell'Oro, peraltro, è, dopo quelle del Porcellizzo e del Ferro, la più ricca della Val Masino: possesso del comune di Cino, permetteva di caricare 110 capi di bestiame. La gemella alpe del Ligoncio, sul medesimo circo glaciale, ma più a sud (sinistra), proprietà di alcune famiglie di Roncaglia, permetteva di caricare anch'essa 110 capi di bestiame.
Oltre i massi, attraversiamo un torrentello ecominciamo a risalire le ampie balze che ci separano dal rifugio. I caratteristici dossi erbosi che stiamo risalendo, per la loro forma a schiena di cavallo, sono denominati "cavài". La traccia di sentiero, segnalata dagli immancabili segnavia rosso-bianco-rossi, descrive un percorso piuttosto diretto, per cui la pendenza rimane considerevole e la fatica, in questi ultimi tre quarti d’ora circa di cammino, comincia a farsi sentire. La capanna è là, sembra la si debba raggiungere in breve tempo, ma gli ultimi tratti di cammino sono sempre i più lunghi. Dopo circa due ore e un quarto di cammino, superati 930 metri di dislivello, possiamo finalmente ristorarci e riposarci al rifugio Omio (capàna dè l'òr o capàna òmio), che suscita un senso di amena tranquillità. Il rifugio venne edificato nel 1937 dalla Società Escursionisti Milanesi ed intitolato alla memoria di Antonio Omio, una delle sei vittime morte assiderate nella tragica discesa dalla punta Rasica (in Valle di Zocca) del 16 settembre 1935. Una targa all'ingresso le ricorda tutte: Nella Verga, Antonio Omio, Giuseppe Marzorati, Pietro Sangiovanni, Mario Del Grande e Vittorio Guidali. Di tutti si dice: in novissimo die resurrecturi, cioè destinati a risorgere l'ultimo giorno. Una targa posta su un masso vicino ricorda, invece, Bongio Luigi (Buin), scomparso il 2 giugno 1992. L'edificio del rifugio fu, poi, incendiato dalle forze nazifasciste nel 1944, perché veniva utilizzato come punto di appoggio dalle forze partigiane; venne, infine, ricostruito nel 1948 e ristrutturato nel 1970 e nel 1997.
Suggestivo e particolare è il panorama di cui si gode dal rifugio. Volgiamo le spalle alla capanna: davanti a noi, guardando verso nord-est, appena a destra della costiera del Barbacan, occhieggia una serie di cime che quasi fanno a gara per conquistarsi un posto sul palcoscenico del panorama. Il pizzo del Ferro occidentale, innanzitutto, e poi la severa costiera che chiude ad est la Val Porcellizzo, dal pizzo Porcellizzo alla cima del Cavalcorto (cavalcùrt); segue, in secondo piano, il monte Disgrazia (desgràzia) ed i Corni bruciati, che sbucano appena dalla costiera Remoluzza-Arcanzo, fra Val di Mello (val da mèl) e Valle di Preda Rossa (val da préda ròsa). In basso, invece, ad est, il panorama sulla valle dei Bagni è ampio e suggestivo. Volgendo lo sguardo ancor più a destra, superato un breve spicchio della catena orobica centrale, possiamo passare in rassegna una lunga serie di cime che hanno quasi tutte la caratteristica di apparire poco pronunciate, tranquille, anche se molte di loro, viste dalle valli confinanti (soprattutto dalla val Codera) mostrano un profilo ben più severo ed arcigno. Fanno eccezione, alla nostra destra (sud-est) le punte Medaccio (medàsc, da "meda", mucchio, quindi monte, in forma dispregiativa, m. 2350) e Fiorelli (dedicata alla guida Giovanni Fiorelli, che per prima, con il cliente C. Savonitto, la salì nel 1901; m. 2401), il cui affilato profilo ricorda quello di una lama. Seguendo verso destra il filo del crinale della costiera Merdarola-Ligoncio, scorgiamo, poi, l’intaglio del canalone che scende dalla bocchetta di Medaccio e che mette in comunicazione le due valli. La costiera termina con la cima di quota 2762, che appartiene al gruppo delle cime della Merdarola. Proseguendo ancora verso destra, incontriamo la cima del Calvo (o monte Spluga, sciöma del munt splüga), nodo di confluenza, con i suoi 2967 metri, delle tre valli Ligoncio, Merdarola e di Spluga. Seguono, a sud del rifugio, il pizzo dei Ratti (m. 2919) ed il pizzo della Vedretta (m. 2907), alla cui destra è posto il passo della Vedretta meridionale. A sud-ovest del rifugio incontriamo la tozza sagoma del pizzo Ligoncio (ligùnc'), la più alta vetta della sua testata, con i suoi 3032 metri, ed anche il nodo di confluenza delle valli Ligoncio, dei Ratti e Arnasca (uno dei più antichi toponimi valtellinesi, dalla radice ligure o celtica "arn", che significa "acqua"; detta anche val Spazza, o ancora Spassato, laterale della val Codera).
Immediatamente a destra del pizzo la caratteristica punta della Sfinge (m. 2802), il cui profilo ricorda la famosa figura mitologica, e la marcata depressione sul cui lato destro è posto il passo Ligoncio ("pas dò ligùnc"). A destra del passo, la serie dei pizzi dell’Oro, compresi fra i 2600 ed i 2700 metri, fino allo snello profilo della punta Milano (m. 2610). A nord del rifugio, infine, ecco la lunga costiera del Barbacan (o Barbacane, da un termine di origine persiana che significa "balcone"), che dall’omonima cima (sciöma dò barbacàn, m. 2738, dove confluiscono le valli dell’Oro, di Averta - dal dialettale "avert", cioè aperto - e Porcellizzo) scende fino al monte Boris (m. 2497), che appare un ardito torrione, visto dai Bagni, mentre da qui non si distingue neppure dal corpo della costiera.
La valle dell’Oro non può competere, quanto ad interesse alpinistico, con la Val Porcellizzo, anche le ascensioni alla punta della Sfinge ed alla punta Milano sono dei classici (l’ascensione alpizzo Ligoncio, invece, è più facile, ma va anch’essa affrontata con l’ausilio di una guida). Tuttavia gli amanti delle traversate troveranno qui molte più possibilità di quante ve ne siano nella più illustre vicina. Infatti la valle dell’Oro confina con diverse valli (Merdarola, di Spluga, dei Ratti, Spassato, Averta e Porcellizzo), ed a tutte si può accedere valicando passi interessanti. Un cartello a sinistra del rifugio ne indica alcune, dando il passo della Vedretta a 2 ore e 30 minuti, il passo del Calvo a 2 ore e 45 minuti, il passo Ligoncio ad un'ora e 30 minuti ed il rifugio Brasca (raggiungibile proseguendo la discesa dal passo Ligoncio) a 4 ore.
Non viene fatta menzione della possibile traversata alla Valle della Merdarola (val da merdaröla), cui si accede seguendo un sentiero segnalato che parte dalla sinistra del rifugio, traversa la val Ligoncio (passando a monte di alcune caratteristiche ed enormi placche rocciose), e risale il canalino della bocchetta di Medaccio, che dà accesso alla valle. Attenzione, però: il rimanente percorso per scendere ai Bagni (che taglia la valle un diagonale fino alla casera più bassa, per poi scendere in una fascia di ontani) non è facile da individuare, ed è sconsigliabile se non lo si è già percorso in salita.
Alla valle di Spluga, invece, si accede per il passo del Calvo (m. 2700), culmine di una lunga cengia,recentemente attrezzata (nel contesto dei lavori per la messa in sicurezza del del
Sentiero Life delle Alpi Retiche) che taglia la cima orientale del Calvo (m. 2879, ad est della cima occidentale, sopra menzionata). Per individuare il passo, guardiamo, dal rifugio, in alto a sinistra (direzione sud): vedremo la possente mole della cima orientale del Calvo, ed alla sua destra la più alta ma meno imponente cima occidentale. Ai piedi delle due cima, un nevaietto. Il sentiero Life passa appena sotto il nevaietto, prima di attaccare la cengia. Per salire al passo, possiamo seguire per un buon tratto il sentiero, sopra descritto, per la bocchetta di Medaccio (da "meda", mucchio, quindi monte, in forma dispregiativa); raggiunto un ometto, lo lasciamo, salendo a vista lungo un facile versante, fino ad intercettare i segnavia bianco-rossi che ci guidano all'attacco della cengia attrezzata, risalita, con attenzione, la quale, siamo al passo, che guarda all'alta Valle di Spluga.
Alla Val Codera (da "cotaria" e quindi da "cote", cioè masso) si scende per il passo Ligoncio (sentiero Dario di Paolo settentrionale), mentre il passo della Vedretta (sentiero Dario di Paolo meridionale) porta in alta Valle dei Ratti, traversando la quale si può raggiungere il rifugio Volta. ll sentiero che lascia sulla sinistra il rifugio Omio si divide ben presto in due rami: quello di sinistra prosegue per la bocchetta di Medaccio, quello di destra (il sentiero attrezzato Dario di Paolo) comincia a salire in diagonale, dividendosi, a sua volta, in due rami (il sinistro prosegue la diagonale verso il passo della Vedretta meridionale, che permette di scendere – con un primo tratto ostico, anche se servito da corde fisse – in alta val dei Ratti, mentre il destro sale diritto in direzione del Passo Ligoncio (pas dò ligùnc), che permette di scendere, dopo un lungo ed un po’ impressionante percorso su una cengia esposta – anche qui le corde fisse aiutano – e su un crinale di roccette, ai primi sassi della val Spassato, a monte del bivacco Valli).
Dal rifugio parte anche un sentiero in direzione opposta (destra): si tratta del sentiero intitolato ad Ambrogio Risari dalla SEM (Società Escursionisti Milanesi), ed individuato da segnavia giallo-rossi. Dopo una lunga traversata, con qualche saliscendi, incontriamo, su un masso, la segnalazione per la deviazione che si stacca sulla sinistra e sale facilmente al passo dell’Oro (pas dè l'òr), gentile sella erbosa posta a quota 2526, che immette su un più severo canalone (innevato anche a stagione avanzata) il quale, a sua volta, permette di scendere in alta valle d’Averta (laterale della val Codera; da qui si può scendere, intercettando il Sentiero Roma (senté róma) che sale verso il passo del Barbacan settentrionale, al rifugio Brasca).
Se ignoriamo la deviazione, raggiungiamo, in breve, l’attacco della salita sulla costiera del Barbacan, fino al passo del Barbacan sud-est (pas dèl barbacàn, da un termine di origine persiana che significa "balcone"; bisogna però ricordare che nel dialetto di Novate Mezzola "barbacàn" significa muro obliquo di rinforzo ad una struttura muraria, con particolare riferimento, per antonomasia, ad uno degli angoli dell'antico Albergo dell'Angelo di Novate, sulla piazza della chiesa, luogo di ritrovo degli uomini del paese): superato un canalone un po’ ostico (corde fisse aiutano), effettuiamo una prima diagonale verso destra, poi una a sinistra, fino all’intaglio del passo, posto a quota 2620. Dal passo, per cenge esposte e con molta cautela (anche qui le corde fisse non sono di troppo), possiamo scendere ai primi pascoli della Val Porcellizzo. Insomma, c’è solo l’imbarazzo della scelta, e la possibilità di pernottare al rifugio Omio ci consente di affrontare con calma ed energie ritemprate qualunque traversata scegliamo di effettuare.

 

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