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Il Sentiero che congiunge
i rifugi Brasca ed Omio


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Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rif. Brasca-Bivacco Valli-Passo Ligoncio-Rif. Omio
5 h e 30 min.
1270
EE

Il passo Ligoncio era legato in passato ad una sorta di alone di mistero. Lasciamo la parola a Bruno Galli Valerio, valentissimo alpinista ed ottimo conoscitore, fra Ottocento e Novecento, delle montagne del gruppo del Masino: "Scavalcato un ultimo sperone di roccia, siamo al passo alle nove e venti. E' una depressione di una cinquantina di metri di lunghezza, situata fra la Sfinge e una cima quotata 2714 m. Siamo ai piedi della Sfinge e cerchiamo invano il passaggio: le pareti cadono a picco sulla Val d'Arnasca. Scendo da solo lungo le rocce a picco per cercare un passaggio. Guardo da tutte le parti: dappertutto le stesse pareti verticali per parecchie centinaia di metri. Risalgo e consultiamo la carta. Il passo deve essere là, ma è impossibile trovarlo" (da B. G. Valerio, Punte e passi, ed. CAI sez. Valtellinese, 1998, pg. 157, traduzione di Luisa Angelici ed Antonio Boscacci).
Oggi questi problemi non ci sono più: basta seguire i segnavia.
Ma perchè è così difficile trovare il passo? Alcuni pastori lo spiegano al Galli Valerio: "Se non si sa esattamente dov'è, non si trova. E' una fenditura sotto la parete del Liss...Di là parte una cengia che taglia le pareti del Liss, poi si trova una bocchetta con un ripidissimo canale di neve, quindi una vedretta e da là si tocca l'alpe d'Arnasca" (ibidem, pg. 158; va però fatta una precisazione: il Liss è il Pizzo dell'Oro quotato, dalle carte di cui dispone il Galli Valerio, 2714, oggi riquotato 2695, ma Liss d'Arnasca - termine che deriva dal ligure o celtico “arn”, che significa “acqua” – cfr. “Arno” - è anche l'altro nome del Pizzo Ligoncio). Quest'ampia premessa è necessaria, perché il passo Ligoncio è il cuore del primo ramo del sentiero attrezzato Dario Di Paolo, che permette la traversata dal rifugio Brasca al rifugio Omio. Una traversata impegnativa, da collocarsi al livello dei più difficili passaggi del sentiero Roma e da affrontarsi con cordino, imbragatura e ramponi. Ma andiamo con ordine. Il sentiero Dario Di Paolo, attrezzato dal CAI di Como, ha due rami, che si congiungono poche decine di metri sopra la Omio. Del primo abbiamo detto; il secondo collega il rifugio Volta al rifugio Omio, passando per il passo della Vedretta meridionale. Ma torniamo al primo ramo.
Saliamo al rifugio Brasca (vedi relativa scheda o la prima giornata del
Sentiero Roma - senté róma -), dove possiamo pernottare; da qui risaliamo la valle d'Arnasca, o Val Spassato, fino al bivacco Valli.
Seguendo i segnavia, disegniamo una diagonale verso sinistra (nord-est), fino a giungere ai piedi di un canalino delimitato a sinistra dalle propaggini occidentali della quota 2965 ed a destra da uno sperone roccioso che si stacca da queste propaggini. Su un grosso masso sta l'evidente indicazione che ci porta in direzione del canalino, ai piedi del quale si può trovare un nevaietto ad inizio stagione, e che rimane ingombro di neve dura fino a stagione avanzata.
Non si risale però il canalino, ma il lato sinistro dello sperone di destra. Il primo tratto è facilitato da corde fisse nei saltini più ostici. Poi ci si approssima alla sommità del canalino, sempre rimanendo alla sua destra, e, affrontando qualche passo di arrampicata non difficile, si raggiunge una specie di porta, delimitata da un grande masso a sinistra e segnalata da un'evidente freccia. La porta introduce alla seconda parte della salita al passo Ligoncio, che sfrutta una lunga cengia sempre esposta, percorsa da un sentierino, che però in un paio di punti lascia il posto a canalini con detriti e roccette. In diversi punti le corde fisse sono di notevole aiuto, anche se alcune sono spezzate o prive su un lato dell'assicurazione alla roccia. Il passaggino più delicato precede di poco il
passo: qui il sentiero lascia il posto ad una stretta roccetta esposta, per cui la corda fissa è essenziale. Quindi dobbiamo procedere con molta calma e cautela. E' poi quasi superfluo dire che con pioggia o, peggio ancora, neve e ghiaccio, la salita al passo è veramente pericolosa. Aggiungiamo che, psicologicamente parlando, la salita impressiona molto meno della discesa.
Poi la stretta apertura del passo Ligoncio, a 2575 metri, è finalmente raggiunta. Dall'altra parte dobbiamo subito affrontare un canalino ripido, che presenta l'insidia dei sassi mobili, ma che tutto sommato è molto meno ostico di quanto incontrato sul versante della val Codera. Giunti ai piedi del canalino, possiamo tirare il fiato: non ci resta che seguire i segnavia, che ci guidano su un sentiero quasi sempre ben marcato.
La discesa effettua un primo arco verso sinistra, attraversando anche una placca di granito che scende dalla cima quotata 2695, poi piega leggermente verso destra e punta ad est, alternando brevi pianori ad un paio di dossi (oltrepassando anche un curioso cupolone di granito ed erba). Scendiamo poi lungo un canalone tagliato da muri a secco, giungendo finalmente in vista del
rifugio Omio, che raggiungiamo piegando nuovamente a sinistra e superando pochi torrentelli àquè do ligùnc’, che confluiscono, più in basso, nel fiöm do ligunc’ o fiöm da caséna di lüsèrt.  Il rifugio venne edificato nel 1937 dalla Società Escursionisti Milanesi ed intitolato alla memoria di Antonio Omio, una delle sei vittime della tragica ascensione alla punta Rasica (in Valle di Zocca) del 1935. Incendiato dalle forze nazifasciste nel 1944, perché veniva utilizzato come punto di appoggio dalle forze partigiane, venne ricostruito nel 1948 e ristrutturato nel 1970 e nel 1997.
Il dislivello complessivo, partendo dal rifugio Brasca, è di 1270 metri circa. Il tempo necessario per la traversata, tenendo conto che la salita al passo va effettuata con molta calma, è di 5-6 ore. La fatica ed il batticuore sono comunque ripagati dal superbo spettacolo che sta davanti ai nostri occhi, a destra: l'impressionante ed enorme placca liscia di granito che si prolunga nella punta della Sfinge (m. 2802) e nel pizzo Ligoncio (m. 3032).
È interessante, infine, leggere il resoconto della traversata dalla Valle d’Arnasca alla Valle dell’Oro per il passo del Ligoncio effettuata il 22 agosto 1903 da Bruno Galli Valerio, alpinista e naturalista che molto amò queste montagne:  “Nell'oscurità, con un cielo azzurro cupo sparso di stelle, risalgo alle quattro e mezzo del mattino la valle di Codera. Nel bosco, appena appena trovo il sentiero e il primo incontro che faccio è quello
di un maiale che mi arriva fra le gambe grugnendo. Più lontano, trovo la padrona che scende dall'alpe e mi augura buon giorno e buon viaggio. Sono così invaso dal desiderio di fare il passo, che divoro il cammino. Al di là dell'Arnasca, non trovo più sentiero. Taglio nelle gande. Una piodessa mi attraversa il cammino. L'attraverso di sbieco. Trovo nuove roccie e nuove piodesse, ma alla fine, sono al di sopra dei pascoli di Arnasca. Lo sfondo della valle appare in tutta la sua imponenza: una parete a picco di parecchie centinaia di metri di altezza, su cui si rizzano le punte del Liss e del Ligoncio e sotto la quale biancheggiano le vedrette.
Nella pallida luce del mattino, quel paesaggio è pieno di tristezza. C'è un immenso silenzio; son già tutti discesi dai pascoli. Che sono io là in quello spazio immenso, davanti a quelle gigantesche pareti a picco che sembrano sfidarmi? Se avessero occhi, quelle pareti mi vedrebbero come un puntino insignificante, perduto in mezzo alla valle. Là davanti al Liss c'è una specie di spuntone di roccia, e fra i due una stretta bocchetta alla quale risale un canalino ertissimo di neve e di ghiaccio. Attraverso gande raggiungo una vedretta in leggera pendenza che posso rimontare, senza scalinarla, fino ai piedi del canalino. Questo è così erto e riempito di neve tanto dura e in alcuni punti di ghiaccio che affiora, che debbo cominciare a scalinare. Più taglio gradini e più debbo tagliarne. Salgo lentamente, ma sicuro. Butto uno sguardo indietro. Sotto di me, la neve sembra scendere a picco e finire là contro uno sperone di roccia che s'incunea nella vedretta. Sarebbe una bella scivolata alla morte. Ho tagliato circa cinquecento gradini, quando raggiungo la bocchetta alle otto antimeridiane. Alla mia destra, le roccie scendono a picco in valle di Arnasca; alla mia sinistra si elevano le liscie pareti del Liss. Su di queste si distacca una stretta cengia che sale obliquamente verso la cresta fra la Sfinge ed il Liss. Lassù, finisce in una stretta spaccatura: il passo del Ligoncio. Esso si presenta come uno dei passi i più interessanti ch'io conosca. La cengia si percorre facilmente; basta non soffrire di vertigini. In alcuni punti, bisogna inchinarsi per passare sotto le roccie che strapiombano.
Alle otto e venti, sono nella fenditura, tra le pareti del Liss e uno sperone roccioso, fenditura impossibile a vedersi stando sotto la Sfinge. Dal passo, si gode una vista splendida che va dalle Alpi orobie alle cime dell'Oberland. Compio la discesa sulla casera del Ligoncio e i Bagni di Masino e raggiungo Sondrio alle cinque e quarantacinque di sera
”. (Bruno Galli Valerio, “Punte e passi”, a cura di Luisa Angelici ed Antonio Boscacci, ed. CAI di Sondrio, 1998).


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