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Le radici della Tellina Vallis

Accendi le casse se vuoi ascoltare il suono festoso delle campane di Santa Eufemia a Teglio

Nomen omen, dicevano i latini, cioè nel nome vi è il destino, ed insieme la radice di ciò che è da esso designato. Se così è, radice e destino della Valtellina risiedono al sommo di quello splendido colle del versante retico, fra Sondrio e Tirano, dove, in uno scenario straordinariamente gentile ed ameno, siede Teglio, quasi guardando alla valle da signorile altezza. Tellina Vallis, infatti, è la prima menzione che conosciamo della Valtellina: sta nello scrittore latino e vescovo di Pavia Ennodio, vissuto fra il V ed il VI secolo, il quale, narrando la vita di S. Antonio di Lérins, parla del suo viaggio attraverso la valle e del suo soggiorno nel principale centro, da cui essa prende il nome. Teglio, l’antica Tillio, appunto. In campo stanno, per il vero, altre ipotesi, di cui dà conto già il Guler von Weincek (cfr. oltre): “Il nome della Valtellina viene scritto e pronunciato differentemente in latino e in volgare: alcuni infatti sono d'avviso che gli antichi abitatori di questa valle siano stati i Vennoneti, i quali, coll'andar del tempo, siano stati chiamati per corruzione di vocabolo Ventorini e infine latinamente Valtellini; altri invece chiamano questa valle, Val Tellina, ossia Val di Teglio, ritenendo che essa abbia dedotto il suo nome dall'antico castello di Teglio, il quale sorgeva famoso e temuto verso il mezzo della regione; vi sono poi alcuni che attribuscono alla valle, come più probabile, il nome di Volturrena, ossia valle dei Tirreni. considerando gli attuali abitanti come discendenti dai Tirreni, detti parimenti Toscani ed Etruschi; altri, infine, dalle torri denominano questa valle Volturrena, ossia valle turrita, perché quivi sorgevano molte fortezze, munite un giorno di torri, sebbene oggi molte di queste siano distrutte ed altre cadano in rovina.”
Gli insediamenti umani nel territorio dell’attuale Teglio furono, però, di molto precedenti ai primi secoli dell’era cristiana, favoriti, senza dubbio, dall’eccezionale mitezza e felicità dei luoghi. I ritrovamenti delle stele di Caven, di Valgella, di Cornal e di Vangione, oltre che delle asce bronzee del Bondone e di Tresenda, attestano la presenza di insediamenti umani in età preistoriche. È assai probabile che il territorio tellino abbia ospitato, in tali epoche, più castellieri, cioè luoghi fortificati che sfruttavano posizioni naturali già di per sé propizie per la difesa. Un castelliere è, in un certo senso, l'antenato del castello: si tratta di un piccolo villaggio fortificato, costituito da una torre centrale e da una cerchia di mura, di cui sono rimaste tracce, che rimandano ad epoche preistoriche, nell'Istria e nella Venezia Giulia. In epoca romana queste strutture furono utilizzate come fortilizi, spesso trasformati, infine, in epoca medievale, nei più conosciuti castelli. Prima dell’epoca romana, entrarono in Valtellina popolazioni di orogine ligure ed etrusca (la stirpe dei Reti, così chiamati dal mitico condottiero Reto, che li guidò nella colonizzazione dell’attuale Rezia, è nord- etrusca); solo marginalmente, invece, vi misero piede i Celti. Solo con la spedizione di Druso (16-15 a.C.), in età augustea, i Romani penetrarono in Valtellina, estendendovi il proprio imperium, anche se la valle rimase decisamente periferica rispetto alla vicina Valchiavenna, nodo dei transiti fra mondo latino e territori a nord delle Alpi: l’Itinerarium Antonini e la Tabula Peutingeriana, infatti, citano la seconda, ignorando la prima. I castellieri tellini divennero, con tutta probabilità, castella romani, in virtù della centralità di Teglio e della sua posizione decisamente strategica.

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La disgregazione dell’Impero Romano d’occidente portò alle invasioni (o migrazioni, a seconda dei punti di vista) delle popolazioni germaniche e probabilmente Chiavenna fu inglobata, dopo il 489, nel regno ostrogoto di Teodorico, in quel medesimo tardo V secolo nel quale, come abbiamo visto, per la prima volta è attestato il nome della valle e, fatto decisamente più importante, vi inizia la penetrazione del cristianesimo. Furono gettate le basi della divisione di Valtellina e Valchiavenna in pievi. “La divisione delle pievi”, scrive il Besta, “appare fatta per bacini… aventi da epoche remote propri nomi, come è infatti accertato per i Bergalei, i Clavennates, gli Aneuniates”. Esse, dopo il mille, erano San Lorenzo a Chiavenna, S. Fedele presso Samolaco, S. Lorenzo in Ardenno e Villa, S. Stefano in Olonio e Mazzo, S. Eufemia o S. Pietro in Teglio, dei martiri Gervasio e Protasio in Bormio e Sondrio e S. Pietro in Berbenno e Tresivio; costituirono uno dei poli fondamentali dell'irradiazione della fede cristiana.
La chiesa dedicata alle vergini martiri Eufemia, Agnese e Cecilia, anche se è attestata per la prima volta in un documento datato 8 novembre 1117, venne fondata fra il V ed il VII secolo d.C. La scelta di santa Eufemia ha un'evidente connessione con Bisanzio: nella basilica di Calcedonia a lei dedicata (sul Bosforo, non lontano da Bisanzio), si tenne, nel 451, quel Concilio di Calcedonia che sancì il dogma della duplice natura, umana e divina, di Cristo. Al concilio partecipò anche il vescovo di Como Abbondio, cui è legata la cristianizzazione della Valtellina. E' quindi probabile che si debba a lui l'iniziativa di fondare la chiesa di Teglio e di dedicarla alla santa venerata con particolare devozione a Costantinopoli. E' anche possibile che il legame con Bisanzio sia dovuto alla presenza di una roccaforte bizantina insediatasi a Teglio dopo l’offensiva che riconquistò alla “romanità” la valle della Mera e dell’Adda, strappandole ai Goti. I bizantini tennero le valli anche dopo l'irruzione e la conquista dei Longobardi (568), ed il “castrum tellinum” fu il centro del sistema difensivo che si opponeva a questi ultimi; solo nell'VIII secolo, con il re Liutprando (o forse prima, nel 701, con Ariberto II), il confine dei domini longobardi raggiunse il displuvio alpino e quindi divenne effettivo in tutta la valle. La presenza longobarda si concretizzò nell’istituzione del sistema della “curtis”, cellula tendenzialmente autosufficiente, costituita da una parte centrale, direttamente controllata dal signore (dominus) e da terreni circostanti coltivati (mansi), che dovevano conferire parte dei prodotti nella corte. La presenza militare fu rappresentata da contingenti di arimanni (uomini liberi e guerrieri) chiamati a presidiare le frontiere del regno e le più importanti fortezze, fra le quali prima era sempre quella di Teglio. Diverse tracce della presenza longobarda sono rimaste nella toponomastica; la più chiara è probabilmente quella della contrada Faraoni di Boalzo, che deriva da “fara”, la cellula di base del tessuto sociale di questo popolo germanico. Con i successori di Liutprando, Rachis ed Astolfo, nel medesimo VIII secolo, Valtellina e Valchiavenna risultano donate alla chiesa di Como: inizia così (se non risale già all’epoca romana) quel forte legame fra Valtellina e Como che ancora oggi permane nell’ambito religioso (Valtellina e Valchiavenna appartengono alla Diocesi di Como).
Il dominio longobardo fu però durò solo pochi decenni: i Longobardi furono sconfitti, nel 774, Carlo Magno, e Valchiavenna e Valtellina, rimasti parte del Regno d’Italia, furono sottoposte alla nuova dominazione franca. La frammentazione dell’Impero di Carlo portò all’annessione del Regno d’Italia al sacro Romano Impero. Ottone I di Sassonia, re d’Italia nel 951 ed imperatore nel 962, donò le castellanze di Teglio e Mazzo all’arcivescovo di Milano Valperto, che lo aveva appoggiato: così a Teglio si insediò il suo capitaneo, della famiglia dei Lazzaroni. Il 3 settembre 1024 l’imperatore Corrado succedette ad Enrico II, inaugurando la dinastia di Franconia, e confermò al vescovo di Como i diritti feudali su Valtellina e Valchiavenna; nel medesimo periodo un altro potente vescovo, quello di Coira, estendeva i suoi diritti feudali su Bormio e Poschiavo. A Teglio venne così confermato il singolare intreccio di poteri legati alla castellania, per i quali il borgo dipendeva dall’arcivescovo di Milano, e poteri legati alla pieve, per i quali dipendeva dal vescovo di Como. Agli inizi del XII le due città si scontrarono in una guerra decennale, che durò dal 1118 al 1127 e vide la sconfitta di Como. La guerra ebbe anche conseguenze sulla Valtellina, nella quale vennero molte famiglie esuli dalla sconfitta Como. Peraltro, forse il legame feudale fra la castellania di Teglio e Milano deriva proprio dall’esito di questa guerra. Gli arcivescovi di Milano investirono nel tempo diverse famiglie locali, in particolare i Lazzaroni e i Besta, dei loro diritti. Si trattava dei poteri di “districtio”, che comprendevano i diritti d’imporre tributi, di percepire pedaggi e di fare concessioni finanziarie, e di “iurisdictio”, cioè il potere giudiziario, facoltà che l’arcivescovo milanese detenne anche dopo l’incorporamento della valle nel dominio visconteo.
Il territorio della castellania, o castellanza di Teglio era delimitato sul versante retico dalla Val Rogna al confine con Chiuro e dalla Valle del Rio di Bianzone, sul versante orobico dalla Val Malgina fino al confine con Castello dell’Acqua e dalla Valle del Rio della Motta inclusa la Valle d’Aprica fino all’omonimo passo: l’area complessiva copriva circa la dodicesima parte dell’intera Valtellina, come attesta lo storico settecentesco Francesco Saverio Quadrio.
Sulla dipendenza feudale di Teglio da Milano leggiamo, nella II edizione della Guida alla Valtellina edita a cura del CAI nel 1884: “Federico Barbarossa assegna Teglio, insieme ad altri comuni della valle, alla città di Como. Ma non risulta che Como abbia potuto esercitare vera signoria sulla borgata. Invece è accertato che gli arcivescovi di Milano esercitarono su Teglio, più o meno efficacemente, insieme alla giurisdizione ecclesiastica, taluni diritti feudali fino al principio dei secolo decimo sesto. Di ciò si hanno non dubbie prove. L'Arcivescovo di Milano manda a Teglio ad amministrarvi la chiesa, gli Umiliati che fissano lor sede in un convento accanto alla chiesa di S. Orsola, ora distrutta e di cui parliamo più sotto. In un privilegio in data 26 agosto 1444, l'arcivescovo Enrico conferma a Mastino de Beata un antico feudo “paternum avitum et proavitum”, il qual feudo comprendeva tre peschiere nell'Adda, il villaggio di Nigola e i beni fondi circostanti. E in un documento di vendita colla data 3 marzo 1343 trovasi riserbato il jus di feudo e vassallaggio all'arcivescovo di Milano. Finalmente con istrumento in data 4 Agosto 1534 Ippollito II d'Este arcivescovo di Milano cede ad Andrea Guicciardi e ad Azzo Basta per quattro mila scudi d'oro ogni diritto feudale su quel di Teglio e moltissimi beni ivi situati “in quibus etiam compreensum est castrum seu dirupati castri Tillij cum casamenti…” Al fatto che la chiesa di Teglio appartenne alla diocesi di Milano accennano il Quadrio e il Cantù, ma nessun storico narra di diritti feudali che quell'arcivescovo esercitò su Teglio, forse in seguito a donazioni avute dal re franchi o dagli imperatori.”

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Nel 1335 Como, e con essa Valtellina e Valchiavenna, vennero inglobate nella signoria milanese di Azzone Visconti. Sul carattere generale di tale dominazione, scrive il Romegialli, nella sua "Storia della Valtellina" (1834): "Noi lontani da sospettosi loro sguardi; noi popoli di recente acquisizione, noi senza famiglia con motivo o forza da rivalizzare con essi; noi per più ragioni, da Visconti riguardati con amore e in pregio tenuti, dovettimo essere ben contenti dell'avvenuto mutamento. Aggiungasi che il nostro interno politico economico regime, poco tuttavia distava dal repubblicano. E diffatti ci erano serbate le antiche leggi municipali, e soltanto dove esse mancavano, dovevano le milanesi venire in sussidio... Deputava il principe, non già Como, alla valle un governatore... Il governatore chiamavasi anche capitano, al quale associavasi un giudice o vicario... I pretori ed ogni altro magistrato liberamente eleggevansi dal consiglio della valle; e il supremo tribunale, cui presiedeva il capitaneo, stava in Tresivio."
Durante il dominio visconteo-sforzesco, il terziere superiore della Valtellina venne ripartito in baliaggi, uno dei quali era Teglio, con un proprio podestà, affiancato da un vicario. Dopo il 1381, anno in cui Giangaleazzo Visconti stabilì un governatore per la Valtellina (che svolgeva le funzioni di giudice universale di valle), coadiuvato da luogotenenti, podestà e vicari nei singoli terzieri, Teglio fu sede di una pretura.
Alla fine di quel medesimo secolo risalgono, probabilmente, gli Statuti Comunali: l’organizzazione comunale, infatti, si era già affermata nei secoli precedenti accanto a quella della castellanza, senza cancellarla, ma, anzi, riconoscendone la formale supremazia. Dunque, era il podestà, di nomina signorile, ad esercitare le forme più alte del potere: “La massima carica nella castellanza di Teglio era quella del podestà, non elettiva, ma di nomina spettante all’arcivescovo di Milano fino al XIV secolo, in seguito al duca di Milano. In essa si compendiavano i compiti onorifici di rappresentanza e l’effettivo disbrigo degli affari più delicati, tra cui l’esercizio della giustizia su tutti gli abitanti. Il podestà doveva prestare giuramento di fedeltà al signore e agli statuti di Teglio, che egli si impegnava ad applicare, rispettare e difendere. Il podestà aveva funzione di giudice unico di primo grado in campo civile e criminale, aveva potere di controllo sugli altri ufficiali e competenze in campo amministrativo; dirigeva e presiedeva i lavori dei consigli; era sua spettanza, con largo margine di discrezionalità, avviare le indagini e le inchieste su crimini presenti e passati, su richiesta o denuncia di parte ovvero d’ufficio. La carica era biennale o annuale, con possibilità di rinnovo. Il podestà aveva l’obbligo della residenza e di farsi rappresentare da un vicario o rettore in caso di assenza; doveva infine essere un estraneo che non avesse nella castellanza nè parentele nè interessi. Il podestà doveva pronunciarsi nel rispetto degli statuti comunitari, ai quali doveva giurare fedeltà all’atto del suo ingresso in carica”. (cit. da “Le Istituzioni storiche del territorio lombardo”; cfr. Bibliografia).
Di fatto, però, il territorio era governato nelle forme sancite dagli statuti e quindi gran peso avevano i consigli maggiore e di credenza. “Organo supremo del comune era il consiglio generale, o assemblea plenaria dei cittadini di maggiore età, cioè con più di 25 anni, cui si affiancava il consiglio maggiore e il consiglio di credenza, o giunta esecutiva, con 12 componenti; completavano il quadro delle cariche istituzionali quattro accoladri, consoli, canepari, e gli ufficiali del comune… A capo dell’amministrazione comunale c’erano due decani, eletti dal consiglio generale, che dovevano, in base all’antico costume e agli ordini di comunità, essere eletti uno tra i nobili e l’altro tra i contadini. Il rappresentante di Teglio al consiglio di valle era invece eletto dal consiglio minore… Tra gli incaricati del comune di Teglio c’erano gli ambasciatori o inviati della comunità, con avevano compiti e ricompense predeterminate e che dovevavo fornire una relazione scritta circa l’attività svolta; il procuratore del comune e i consoli erano eletti annualmente, dovevano rendere giuramento di retto esercizio delle funzioni nell’assumere l’incarico: i consoli delle vicinie avevano il compito di denunciare i crimini e le contravvenzioni compiuti nelle rispettive vicinanze; il notaio, eletto annualmente e con possibilità di rinnovo, dai consoli e procuratori, doveva stendere gli atti e le scritture della comunità, intervenendo ai consigli.
Ufficiali in senso stretto del comune erano i banditori o servitori, cioè i messi, con compiti di notificare, dare informazione degli ordini e di farli eseguire; i canepari; i saltari, con funzioni di controllo sulle campagne ed esecuzione delle relative cotravvenzioni; i pesatori del pane; i consiglieri eletti in rappresentanza delle singole contrade. Gli stimatori, in numero di quattro, determinavano in modo ufficiale il valore dei beni, sia mobili che immobili, in particolare nei casi di espropriazione forzata, in occasione di stime di valore elevato le decisioni dovevano essere collegiali. Gli accoladri di Teglio, in numero di quattro, si occupavano della riparazione e riattamento delle chiese, delle strade e dei ponti; definivano le controversie in materia di confini e di deflusso delle acque; recuperavano i beni di spettanza della comunità o di chiese e i tributi dovuti al comune e all’arcivescovo sui beni di proprietà privata: a Teglio infatti c’era l’obbligo di versare al comune e alla curia arcivescovile di Milano un corrispettivo nel caso di alienazione di beni, oltre alle periodiche onoranze o tributi che venivano trasferiti, in caso di vendita, in capo al nuovo proprietario. Gli accoladri soprintendevano inoltre all’apposizione dei termini (pietre di confine); avevano competenze in materia tributaria e giudiziaria: prendevano atto delle assegnazioni di ogni forestiero che venisse a stabilirsi nella comunità di Teglio, divenendo vicino di una delle due parti del comune (Verida o Pertinasca); spettava poi agli accoladri definire ogni controversia tra l’arcivescovo o i suoi rappresentanti da una parte e il comune o privati dall’altra; agli accoladri spettava la pronuncia in appello contro le sentenze del podestà in materia civile; avevano competenza nelle indagini sulle sottrazioni di legname dai ponti sull’Adda di San Giacomo e di Tresenda. Accanto agli accoladri esistevano altri magistrati in sottordine (temporanei o in esperimento) detti accoladroli.” (cit. da “Le Istituzioni storiche del territorio lombardo”; cfr. Bibliografia).
Ed ancora, sul medesimo tema, ecco quanto scrive la già citata Guida della Valtellina: “Ma questi diritti, quali si vogliano, non hanno impedito che vi si assodasse ab antico la costituzione comunale. Teglio ebbe sempre sino alla fine del secolo passato vita quasi autonomi, ed ebbe statuti propri fino al 1533. Era retto da un Consiglio di dodici anziani oltre al consoli delle vicinie di Aprica e Carona, o mandava, come i terzieri un proprio rappresentante al Consiglio di valle. Sotto i Visconti, gli Sforza o i Grigioni ebbe un proprio podestà o pretore; nel 1798 perdette la pretura, e fu aggregato, per quanto riguarda l'amministrazione della giustizia, al distretto di Ponte prima, a quello di Tirano poi. Il suo censo antico era la dodicesima parte di quello dell'intera Valtellina. Il tributo che esso doveva nei primi tempi della dominazione degli Sforza saliva a franchi 300 annui: tale notizia si ha da un privilegio in data 28 agosto 1457 con cui Bianca Maria Visconti-Sforza assegna codesto tributo ai conti Damiolo o Antonio Federici esuli dalla Valcamonica.”

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Il Quattrocento fu il secolo nel quale si ebbe una svolta decisiva che segnò l’inizio della decadenza della castellania di Teglio. Tutto ebbe inizio per le mire di espansione della Repubblica di Venezia sulla Valtellina, nodo strategico il cui possesso le avrebbe permesso di tenere saldamente nelle proprie mani le chiavi del commercio con i territori germanici d’oltralpe. La contesa fra Venezia e Milano ebbe come episodio decisivo la battaglia di Delebio, del 18-19 novembre 1432, che vedeva contrapposte le milizie ducali comandate da Nicolò Piccinino a quelle veneziane del provveditore Giorgio Corner. Le truppe venete stavano per avere la meglio, quand’ecco che Stefano Quadrio piombò alle loro spalle, con truppe ghibelline raccolte a Chiuro ed in altri comuni, capovolgendo le sorti della battaglia ed operando una vera e propria strage dei nemici. Così ne tratteggia, efficacemente, la figura Armida Bombardieri Della Ferrera, nel suo profilo storico di Chiuro nell’omonimo volume edito dalla Biblioteca Comunale di Chiuro: “Guerriero abile, uomo forte e privo di scrupoli nel raggiungere i propri obiettivi, calcolava ogni sua azione con fredda e determinata razionalità. Attraverso la sua opera di condottiero, di uomo politico ed imprenditore deve essere vista la storia chiurasca della prima metà del XV secolo… Fu ritenuto il capo più ragguardevolee capitano generale delle milizie ghibelline valtellinesi, fedelissimo ai duchi di Milano che loapprezzarono tanto da conferirgli importanti cariche, come quella di governatore di Piacenza…Fu vera gloria? E soprattutto, lo fu per la valle? Difficile dirlo. Un dominio della serenissima in Valtellina l’avrebbe saldata al versante sud-orobico. Impossibile dire se per i Valtellinesi sarebbe stata miglior sorte rispetto a quella che la legò al versante retico; per almeno un aspetto possiamo rispondere affermativamente: sarebbe stata risparmiata alla valle la tragica vergogna della caccia alle streghe (e della caccia al riformato).
Per quel che riguarda Teglio, la battaglia di Delebio ebbe una conseguenza rovinose: essa si era, infatti, schierata dalla parte di Venezia, consentendo il passaggio di truppe venete, che venivano dalla Valcamonica, per gli zappelli dell’Aprica. Il Quadrio mise, dunque, in atto una spedizione punitiva, assediò, prese e distrusse il castello di Teglio. Così la presenta la già citata guida alla Valtellina, parlando della torre di Tegno, uno dei simboli più noti del borgo: “Unico avanzo della fortissima rocca rimane la torre, i cui muri sono veramente ciclopici. I grossissimi massi di granito e di serpentino onde furono costretti dovettero essere trasportati fin lassù dalla Valle del Rio, giacché in nessun altro luogo più vicino esistono di tali rocce. Questa torre, tuttoché in parta demolita, è tra i ruderi più considerabili e più antichi che vi abbiano in Valtellina: forse appartiene all'epoca romana. Entro la rocca, che era cinta da più giri di mura, cercarono asilo nel 1264 i ghibellini insorti contro i Torriani. Filippo Torriano, accorso colle sue genti, dopo lungo assedio ebbe le rocca e la smantellò. Il prato che si stende ai piedi della collina si chiama tuttora Pra de resa (prato di resa). Intorno al 1430, quando la Valcamonica si era data a Venezia, il partito guelfo o popolare che ambiva seguirne l'esempio, e che era capitanato in Teglio dai Lazzaroni, si sollevò contro i Visconti e si fortificò nella rocca. Accorse Stefano Quadrio capo del partito visconteo; la rocca fu debellata e un'altra volta distrutta, e sette fratelli Lazzaroni uccisi. La tradizione, accolta da qualche storico, vorrebbe che i Lazzaroni fossero stati castellani di Teglio; ma questa asserzione non ha appoggio in nessun documento certo che sia giunto fino a noi; anzi quelli citati più su provano piuttosto il contrario.”
Quel medesimo 1432, ironia di cui solo la storia è capace!, vide, probabilmente, nelle vie di Teglio l'austera e santa figura di Bernardino da Siena, predicatore di pace e di composizione delle divisioni fra i Cristiani. Il suo simbolo si vede ancora su alcuni portali ed in alcune chiese.
Quindici anni dopo la battaglia di Delebio si estinsero i Visconti; terminata la breve esperienza della repubblica milanese (1447), i Milanesi accolsero come loro signore Francesco Sforza. Ma già cominciavano ad affacciarsi quelli che sarebbero stati, dal 1512, i nuovi signori delle valli dell’Adda e della Mera, le Tre Leghe Grigie (Lega Grigia, Lega Caddea e Lega delle Dieci Giurisdizioni, che si erano unite nel 1471 a Vazerol), che miravano ad inglobarle nei loro territori per avere pieno controllo dei traffici commerciali che di lì passavano, assicurando lauti profitti. In particolare, fra il febbraio ed il marzo del 1487 le milizie grigione, accogliendo l’invito del pontefice Innocenzo VIII, in urto con il duca di Milano, invasero il bormiese e scesero lungo la valle, saccheggiando sistematicamente i paesi da Bormio a Sondrio. A Teglio si vissero giorni di terrore: il podestà ducale venne assassinato ed il paese venno incendiato e saccheggiato. Le truppe ducali si mossero per fermarne l’avanzata e, dopo alcuni episodi sfavorevoli, riuscirono a sconfiggerle nella piana di Caiolo. Non si trattò, però, di una vittoria decisiva e netta, come dimostra il fatto che le milizie grigione si disposero a lasciare la valle solo dopo la pace di Ardenno (1487), che prevedeva il cospicuo esborso, da parte di Ludovico il Moro, di 12.000 ducati a titolo di risarcimento per i danni di guerra.
 
Fu solo un preludio, un segno premonitore di quel che Valtellina e Valchiavenna sarebbero apparse ai loro occhi nella successiva generazione, una inesauribile macchina per far soldi, diremmo noi oggi. Di lì a poco, nel 1500, Ludovico il Moro con la sconfitta di Novara, perse il ducato di Milano ad opera del re francese Luigi XII. Per dodici anni i Francesi furono padroni di Valtellina e Valchiavenna; il loro dominio, però, per dispotismo ed arroganza, lasciò ovunque un pessimo ricordo. Scrive il Besta: “Sotto il famigerato Malerba la Valtellina ebbe allora a godere nel 1508 la più sfrenata licenza militaresca. Il nome rispose mirabilmente alla qualità del soggetto, osserva lo Sprecher: il Merlo disse che “fece tanto male in Valtellina che saria longo lo scriver”.

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Per questo quando, dopo il rovescio della Francia, eserciti grigioni si riaffacciarono in Valtellina ed iniziò la dominazione delle Tre Leghe Grigie (1512), questa venne salutata se non con entusiasmo,  almeno con un certo sollievo. Teglio, nonostante l’abbattimento della rocca, non aveva perso il suo valore, almeno simbolico, di centro della Valtellina, e fu scelta come luogo nel quale avvenne la firma dei patti che dovevano sancire la perpetua amicizia fra grigioni e valtellinesi: “In Teglio nel giugno del 1512 si segnarono i famosi cinque capitoli che dovevano regolare le relazioni tra le tre Leghe e la Valtellina, e se ne giurò dai delegati di entrambi le parti l'adempimento.” (Guida alla Valtellina, cit).
I nuovi signori proclamavano di voler esercitare un dominio non rapace e prepotente, ma saggio e rispettoso delle autonomie dei valligiani, chiamati "cari e fedeli confederati" nel misterioso patto sottoscritto ad Ilanz (o Jante) il 13 aprile 1513 (di cui si conserva solo una copia secentesca, sulla cui validità gli storici nutrono dubbi); Valtellina e Valchiavenna figuravano come paesi confederati, con diritto perciò di essere rappresentati da deputati alle diete; le Tre Leghe promisero, inoltre,di conservare i nostri privilegi e le consuetudini locali, e di non pretendere se non ciò che fosse lecito e giusto. Ma, per mettere bene in chiaro che non avrebbero tollerato insubordinazioni, nel 1526 abbatterono tutti i castelli di Valtellina e Valchiavenna, anche perché non li potevano presidiare ed avevano dovuto subire, l'anno precedente, il tentativo, fallito, di riconquista della Valtellina messo in atto da un famoso avventuriero, Gian Giacomo Medici detto il Medeghino. Se i Grigioni abbatterono le torri, l'epidemia di peste di quel medesimo 1526 abbattè, nella sola Teglio, 1500 cristiani.
Sulla natura del dominio grigione è lapidario il Besta: "Nessun sollievo rispetto al passato; e men che meno un limite prestabilito alla pressione fiscale. Nuovi pesi si aggiunsero ai tradizionali... I Grigioni... ai primi di luglio del 1512... imponevano un taglione di 21.000 fiorini del Reno pel pagamento degli stipendiari del vescovo di Coira e delle Tre Leghe.... Per quanto si cerchi non si trova al potere dei Grigioni altro fondamento che la violenza. Sarà magari verissimo che i Grigioni non fecero alcuna promessa ai Valtellinesi; ma è anche vero che questi non promisero a loro una perpetua sudditanza".
Le Tre Leghe concessero, comunque, a Valtellina e Valchiavenna, pur nella subordinazione, un alto grado di autonomia. La Valle, sempre divisa in tre Terzieri, era amministrata da un consiglio detto di valle, con deputati nominati da ciascuna delle giurisdizioni, gli agenti di valle. Ogni deputato era nominato dal consiglio di una singola giurisdizione (a Sondrio ne erano riservati 3). I due contadi di Bormio e Chiavenna si amministravano autonomamente, ma, per le questioni di comune interesse, mandavano il loro voto per iscritto, o deputati delegati a rappresentarne gli interessi. Avevano propri codici e statuti Chiavenna, la valle S. Giacomo, Piuro, le singole giurisdizioni della Valtellina, e la contea di Bormio.
Nel 1531 i Valtellinesi stesero un progetto di fusione delle leggi o statuti, e lo presentarono alla dieta o governo delle Tre Leghe Grigie, per l'approvazione col nome di Statuti di Valtellina, ove erano raccolte le disposizioni in materia civile e criminale e le discipline nel ramo acque e strade. Ogni comune, poi, aveva propri ordinamenti, chiamati Ordini comunali, approvati però dal governatore, come lo erano tutte le gride comunali, che ne portavano la firma, limitata però al nome di battesimo.
Il dominio dell’arcivescovo di Milano su Teglio cessò definitivamente nel 1531, dal momento questi statuti trovarono applicazione anche a Teglio. Tuttavia, fin dall’inizio della dominazione delle Tre Leghe Grigie venne riconosciuta l’autonomia della propria giurisdizione, e il consiglio minore del comune eleggeva un rappresentante che partecipava con un proprio voto alle sedute del consiglio di valle.
Teglio, infatti, vide riconosciuta dai nuovi dominatori la sua condizione del tutto peculiare rispetto agli altri centri della valle, per cui conservò il suo status di giurisdizione staccata dai terzieri valtellinesi, sebbene fossero in vigore anche a Teglio 1531 gli statuti di Valtellina. La giurisdizione di Teglio ebbe quattro consoli di giustizia e un magistrato onorario indipendente, con compito di soprintendere alla destinazione delle tutele e cure dei minori, amministrazione dei loro patrimoni, approvazione dei pubblici notai, il calcolo delle spese e l’approvazione annuale dell’estimo e dell’esborso. Il governo delle Tre Leghe Grigie stabilì in Teglio un podestà, o pretore, che rimaneva in carica un biennio, da giugno a giugno
I grigioni sentirono il bisogno, per poter calcolare quante esazioni ne potevano trarre, di stimare la ricchezza complessiva di ciascun comune della valle. Furono così stesi gli Estimi generali del 1531, che offrono uno spaccato interessantissimo della situazione economica della valle (cfr. la pubblicazione di una copia secentesca del documento che Antonio Boscacci ha curato per il Bollettino della Società Storica Valtellinese n. 53 del 2000). Nel "communis Tillj" vengono registrate case e dimore per un valore complessivo di 2727 lire (per avere un'idea comparativa, Montagna fece registrare un valore di 1512 lire, Tresivio di 386 lire, Chiuro di 1438 lire, Ponte di 2702 lire); 103 pertiche di orti sono stimate 603 lire; i prati ed i pascoli hanno un'estensione complessiva di poco più di 38856 pertiche e sono valutati 10750 lire; boschi e terreni comuni sono stimati 168 lire; campi e selve, estesi 12497 pertiche, sono valutati 9300 lire; 4299 pertiche di vigneti sono stimate 5791 lire; gli alpeggi, che caricano 675 mucche, vengono valutati 135 lire; due segherie, le fucine ed un forno fusorio sono valutati 148 lire; il valore complessivo dei beni è valutato 22297 lire (sempre a titolo comparativo per Tresivio è di 4259, per Chiuro di 13670, per Ponte di 13924 e per Montagna 13400), e conferma Teglio come terra particolarmente ricca. Nonostante ciò, nel 1534 l’arcivescovo di Milano cedette tutti i diritti feudali che aveva in Teglio, oltre che proprietà costituite da oltre seicento tra appezzamenti, terreni ed edifici al medico Andrea Guicciardi e ad Azzo II Besta per 4.000 scudi. Con questo atto appare evidente come fosse ormai venuto meno per lui ogni interesse sostanziale a conservare possedimenti che non dovevano apparirgli molto redditizi.

Non fu, in generale, il Cinquecento secolo clemente, almeno nella sua prima metà: la natura si mostrò più volte piuttosto matrigna che madre. Nel 1513 la peste infierì in molti paesi della valle, Bormio, Sondalo, Tiolo, Mazzo, Lovero, Tovo, Tresivio, Piateda, Sondrio, Fusine, Buglio, Sacco, e Morbegno, portandosi via diverse migliaia di vittime. Dal primo agosto 1513 al marzo del 1514, poi, non piovve né nevicò mai, e nel gennaio del 1514 le temperature scesero tanto sotto lo zero che ghiacciò perfino il Mallero. L’eccezionale ondata di gelo, durata 25 giorni, fece morire quasi tutte le viti, tanto che la successiva vendemmia bastò appena a produrre il vino sufficiente ai consumi delle famiglie contadine (ricordiamo che il commercio del vino oltralpe fu l’elemento di maggior forza dell’economia della Valtellina, fino al secolo XIX). Le cose andarono peggio, se possibile, l’anno seguente, perché nell’aprile del 1515 nevicò per diversi giorni e vi fu gran freddo, il che arrecò il colpo di grazia alle già duramente colpite viti della valle. Nel comune di Sondrio, annota il Merlo, cronista del tempo, vi furono in tutto solo un centinaio di brente di vino. Nel 1526 la peste tornò a colpire nel terziere di Mezzo, e ne seguì una dura carestia, come da almeno un secolo non si aveva memoria, annota sempre il Merlo. L’anno successivo un’ondata di freddo e di neve nel mese di marzo danneggiò di nuovo seriamente le viti. Dalle calende d’ottobre del 1539, infine, fino al 15 aprile del 1540 non piovve né nevicò mai, tanto che, scrive il Merlo, “per tutto l’inverno si saria potuto passar la Montagna dell’Oro (cioè il passo del Muretto, dall’alta Valmalenco alla Val Bregaglia) per andar verso Bregaglia, che forse non accadè mai tal cosa”. La seconda metà del secolo, infine, fu caratterizzata da una grande abbondanza di inverni rigidi e nevosi ed estati tiepide, nel contesto di quel tendenziale abbassamento generale delle temperature, con decisa avanzata dei ghiacciai, che viene denominato Piccola Età Glaciale (e che interessò l’Europa fino agli inizi dell’Ottocento). C’è davvero di che far meditare quelli che (e non son pochi) sogliono lamentarsi perché non ci sono più le stagioni di una volta…
Il cinquecento tellino fu, però, caratterizzato da un florilegio e da una vivacità culturali davvero degne della migliore tradizione dei Rinascimento italiano. Ad esse allude la citata Guida alla Valtellina, quando, lamentandone la decandenza, scrive: “Teglio, l'antico Tillio, fu municipio romano, ed è per avventura di origine romana il castello che sorgeva sulla collina a mezzo giorno del paese. Il comune è estesissimo e comprende l'uno e l' altro versante della valle per una lunghezza di circa dieci chilometri. Fanno parte di esso le frazioni di S. Giacomo, di Tresenda, di Boalzo, di Carona e di Aprica. Gli abitanti della sola borgata principale non arrivano ai tre mila. Questa giace in un'ampia e ridente sella del monte tutta prati e campi e selve. Il luogo fortissimo ed ameno, l'aria purissima, il clima temperato in ogni stagione, avevano contribuito a far di Teglio nei tempi di intestine discordie e di invasioni barbariche, la sede di molte ragguardevoli famiglie, e perciò stesso un borgo importante. Ma migliorate le condizioni di sicurezza pubblica, prosciugate le paludi e reso salubre il piano della valle, costrutta lungo esso piano la grande strada dello Stelvio, Teglio perdette d'importanza e rapidamente decadde. Quanto diverso appare oggidì questo ameno soggiorno da quello che dovette essere un tempo, quando sorgevano popolati da valorosi cavalieri e da colte dame i palazzi di cui ora appaiono soltanto i poderosi avanzi, quando nella prima metà del sedicesimo secolo Agnese Besta, raccoglieva intorno a sé, nel suo salotto, dotta e gentile compagnia a discutere di filosofia e di lettere! Teglio è patria di Andrea Guicciardi (1476-1552) medico illustre che professò la scienza sua nell'accademia di Pavia e ne fu rettore. Fu oriundo di Teglio Giacomo Filippo Besta, che coprì nel secolo decimo sesto non umili uffici a Milano e lasciò una dotta storia della peste che desolò quella città nel 1578."
Simbolo dei fasti della Teglio rinascimentale è sicuramente il ben noto palazzo Besta: “Il palazzotto Besta… è un interessante modello delle dimore signorili del XVI secolo. La porta d'ingresso è fregiata di un bel dipinto e di sculture figurate ed ornamentali. Il cortile a porticati presenta dipinti a chiaroscuro personaggi e fatti tolti dall'Eneide. Il pozzo marmoreo nel cortile, di forma ottagona, porta l'iscrizione: Azzua arcundus 1539. E caratteristico dell'epoca il modo della decorazione delle sale e delle varie camere, in alcune delle quali si vedono tuttora bellissimi soffitti a lacunari lavorati e intagliati con finissimo magistero. Sono pur notevoli per l'industre artificio le ferriate poste ad alcune finestre della facciata. Tutto i quel fabbricato respira il cinquecento e ne fa gustare il carattere. È un modello tanto più prezioso in quanto gli analoghi si fanno sempre più rari.” (cit.)
Con occhio diverso, quello del preoccupato pastore, guardò a Teglio il vescovo di Como Feliciano Ninguarda, cui le Tre Leghe Grigie, avuto riguardo alla sua origine morbegnese, concedettero il permesso di effettuare una celebre visita pastorale, nel 1589, di cui diede un ampio resoconto pubblicato nella traduzione di don Lino Varischetti e Nando Cecini. Ecco quel che scrive di Teglio:
Nel borgo di Teglio, che si trova salendo per la Valtellina sulla montagna a sinistra, distante da Chiuro tre miglia ed altre tre dal borgo di Villa, sorge la chiesa plebana dedicata alle Sante Vergini e Martiri Eufemia, Cecilia e agnese. è retta dal r. sacerdote Giacomo Antonio Lazio Quadrio di Ponte, Dottore in sacra teologia, e assai zelante, che ha come cappellano un sacerdote domenicano di Soncino: il centro del borgo conta circa duecentosessantacinque famiglie delle quali trentanove sono luterane, mentre le altre sono tutte cattoliche. I più noti tra gli eretici sono: il Signor Massimiliano e suo fratello, il Nob. Gianfrancesco de Prati, il Nob. Scipione e suo fratello, il Nob. Fabio dei Besta, il Nob. Gaudenzio e suo fratello, il Nob. Azzone Guicciardi, il Nob. Nicola Guicciardi, il Nob. Filippo Cattaneo, fratello del dottor Giacomo Cattaneo residente a Tirano, gran sostenitore degli eretici, Augusto Gatti e altri due suoi fratelli. Gli altri eretici del borgo sono tutti popolani e il loro predicante e un certo Ottaviano Meio di Lucca di circa quarant'anni. Nel suddetto borgo esistono le seguenti altre chiese, delle quali la principale è quella dedicata a San Lorenzo Martire, dotata di beni e dove  si seppelliscono i morti; sorge non lontano dalla casa dei figli del Signor Carlo Besta che sono cattolici. Vi è un'altra chiesa, pure dotata di beni, dedicata a San Silvestro. La chiesa di Santo Stefano protomartire dotata di beni. La chiesa di San Pietro Apostolo parimenti dotata di beni. Vi è pure la chiesa di S. Orsola, già prepositura degli Umiliati, ma attualmente è profanata dagli eretici e vi tiene le sue riunioni, predicando l'eresia, il predetto Ottaviano da Lucca. Le rendite di questa chiesa, che non sono piccole, sono percepite da un certo Svizzero delle Tre Leghe.
Mezzo miglio fuori del borgo, sulla strada per Chiuro, vi è una frazione di quaranta famiglie cattoliche dove vi è una chiesa in cui si seppelliscono i morti di detta frazione; è dedicata a S. Martino, da cui prende nome anche la frazione. Un altro mezzo miglio oltre la predetta frazione sempre verso Chiuro vi è un villaggio di trentasei famiglie cattoliche: vi sorge la chiesa della Beata Vergine Maria dove pure si seppelliscono i defunti di quel villaggio, che viene chiamato col nome della chiesa. Non lontano dalla detta chiesa di Santa Maria, ve n'è un'altra dedicata a S. Rocco. Un miglio oltre la predetta chiesa di Santa Maria vi è un altro villaggio di quaranta famiglie cattoliche con una chiesa dedicata a San Giovanni nella quale si seppelliscono i defunti di quell'abitato. A un miglio da Teglio, discendendo verso il piano, vi è un'altra frazione di quarantasei famiglie cattoliche con una chiesa dotata di beni e dedicata ai Santi Gervasio e Protasio nella quale pure si seppelliscono i morti della frazione. A un miglio della predetta chiesa dei Santi Gervasio e Protasio, sul piano, nei pressi del ponte di Tresenda ve n'è un'altra semidiroccata dedicata a San Michele Arcangelo: è dotata di qualche bene, ma esiguo. Tutte le chiese suddette appartengono alla giurisdizione della Plebana di Teglio.
A due miglia da Teglio, contro montagna, in direzione del borgo di Villa, si trova il paese di Boalzo, dove sorge la chiesa parrocchiale di S. Abondio. vi tiene la cura pastorale, per incarico apostolico, il sacerdote frate Alessandro di Grosotto: questo borgo conta oltre sessanta famiglie di cui tre eretiche e le altre cattoliche. Una delle famiglie eretiche si chiama della Nova: ha tra i suoi membri due dottori, uno medico e l'altro giurisperito: la seconda famiglia di eretici è quella di una certa signora cattolica che ha un figlio ribelle alla fede materna ed è eretico con la moglie, mentre la sorella è cattolica come la madre: la terza famiglia di luterani comprende una sola donna, sposata a un uomo cattolico la cui sorella è pure cattolica. Tredici famiglie cattoliche risiedono oltre l'Adda e nove di queste per comodità vanno ai sacramenti a Stazzona; versano però ogni anno le dovute primizie al proprio parroco di Boalzo. Anche le altre quattro famiglie riconoscono però con gli altri la propria parrocchia. C'è stato proprio nel tempo di questa visita il fatto di un apostata dell'Ordine domenicano, certo Forziato Castelletti Callabero, chiamato Modesto, in religione frate Andrea; costui ravvedutosi, venne a Como e, fatta l'abiura dall'eresia, ne fu assolto per autorità apostolica. A un miglio da Boalzo, nei pressi dell'Adda, vi è un paese chiamato Grania: vicino al ponte dell'Adda vi è la chiesa parrocchiale di S. Giacomo Apostolo: vi tiene cura, con licenza dei suoi superiori, un certo frate Pietro Basso domenicano di Vicenza: vi risiedono circa novanta famiglie, tutte cattoliche, eccetto quattro famiglie di contadini in cui però ci sono due donne cattoliche. Si può quindi calcolare che le persone eretiche d'ambo i sessi siano solo quattordici, mentre le cattoliche sono 537. Nelle vicinanze vi è un'altra chiesa dedicata a San Giorgio Martire: è tuttavia in rovina ed è occupata dai Luterani…
Sulla stessa costa della montagna, a due miglia dell'Aprica, in direzione della bassa Valtellina, vi è un altro paese chiamato Carona: vi è la chiesa parrocchiale dedicata a Sant'Omobono dove è parroco il sac. Giampietro Crotti del luogo, abbastanza zelante nella cura delle anime, ma si va dicendo che è assai dedito agli affari profani: conta circa duecento famiglie, comprese le altre frazioni dipendenti sotto elencate, e gli abitanti sono tutti cattolici. A un miglio e mezzo da Carona vi è il villaggio detto Caprinale dove vi è la chiesa di S. Giovanni Battista in cui si seppelliscono i morti del luogo. A due miglia della parrocchia vi è un altro villaggio, detto Bondone, dove sorge la chiesa di Santa Maria in cui vengono sepolti i morti del villaggio stesso.”.
Stando a questa relazione, il borgo di Teglio nel 1589 contava 265 fuochi, (diciamo almeno 1300 abitanti) l’intera comunità superava gli 800 fuochi (almeno 4000 anime). Una fonte anonima parla, per il medesimo periodo, di 5696 abitanti. Una generazione circa più tardi, nel 1624, Teglio aveva 4.000 abitanti, Boalzo 306, Aprica 490, Carona 848, San Giacomo 560.
Una terza prospettiva, quella dei riformati, ci è offerta, per il medesimo periodo, dalla "Retiae Alpestris Topographica Descriptio" (1572) dell'umanista e pastore di origne engadinese Ulrich Campell, che così scrive di Teglio (trad. di M.C. Fay, M.F. Fanoni e C. Pedrana): "Vi è inoltre sul medesimo lato destro, ma più in alto sul monte, la terza sede dei magistrati di Volturena, luogo anche abbastanza famoso ed insigne che ha nome di Tilum (Telg), al quale appartiene molta parte dei campi circostanti e della regione; questo luogo è presieduto dal magistrato chiamato Podestà di Teglio. Questo luogo, villaggio o città che sia, è ritenuto per la natura del luogo come il più munito di tutta la provincia e quasi come un baluardo, ma sebbene la rocca fosse stata costruita e fortificata con cura una volta, ora, tuttavia, giace sulle sue rovine. distrutta apposta dai Reti vincitori. Qui si trova anche una Chiesa Evangelica di cui, da ormai alcuni anni, è capo il ministro Paulus Gaudius..."

Altre notizie ci vengono offerte dalla celebre opera di Giovanni Guler von Weineck (governatore della Valtellina per le Tre Leghe Grigie nel biennio 1587-88), “Raetia”, pubblicata a Zurigo nel 1616 (e tradotta in italiano dal tedesco da Giustino Renato Orsini): Segue il distretto di Teglio, situato fra il terziere superiore e quello di mezzo. Esso comincia subito dopo Bianzone, col villaggio di Boalzo, posto lungo un rovinoso torrente, perciò l'anno 1600 il paese venne quasi intieramente sepolto, con una perdita immensa di vite umane, di bestiame e poderi. Il torrente è fiancheggiato da molti mulini. Al distretto di Teglio appartengono ancora due frazioni poste nel piano della valle, vicino a due ponti che varcano l'Adda: la prima è Tresenda e l'altra S. Giacomo; più a valle, ma sempre in pianura, sebbene alle falde del monte, c'è il paesello di Nigola.
Gli altri paesi di questo distretto sorgono molto in alto sulla montagna, tanto al di qua che al di là dell'Adda. Dalla parte della riva destra sorge la grande, antica e ragguardevole borgata di Teglio, che è il capoluogo di tutta questa giurisdizione. Teglio possedette sin dai tempi remoti un vasto e fortissimo castello situato vicino al borgo, dal lato di mezzodì, sopra un colle ridente che si erige alto sull'Adda, e donde si può godere una bella vista per larghissimo spazio. Il castello fu un tempo abitato dalla nobile schiatta dei Lazzaroni; ma oggi questa signorile dimora giace in rovina, poiché di essa rimangono soltanto una vecchia torre e delle mura diroccate. Qualcuno sostiene che da questo castello abbia assunto il suo nome tutta la valle e che essa sia stata chiamata Valtellina, come per dire Valle di Teglio; ma la nostra opinione a questo proposito fu già esposta dianzi, Questo borgo gode di un clima purissimo e sano, e va adorno di molte nobili famiglie: quali i Besta, i Piatti, i Guicciardi, i Gatti. i Frigerio ed altre. Ivi, in addietro, erano potentissimi Azzo Besta, Biagio Piatti, Annibale ed Ascanio Guicciardi; ma pure oggidì sono ragguardevolissimi i loro figli, nipoti e parenti: quali Orazio Piatti, Nicola Guicciardi, Azzino ed Antonio Besta ed altri ancora.

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Poi venne il Seicento. Secolo di segno ben diverso, nel quale le ombre sopravanzarono di gran lunga le luci, nel Chiavennasco ed in Valtellina. La tensione fra protestanti, favoriti dalle autorità grigioni, e cattolici cresceva da diversi decenni, soprattutto per le conseguenze del decreto del 1557, nel quale Antonio Planta stabilì che, dove vifossero più chiese, una venisse assegnata ai protestanti per il loro culto, e dove ve ne fosse una sola venisse usata a turno da questi e dai cattolici.
Nel territorio di Teglio la tensione maggiore si determinò a Boalzo, perché la chiesa di S. Abbondio avrebbe dovuto essere utilizzata sia dai cattolici che dai protestanti, il che determinò, nel 1618 tumulti che vennero sedato con energia dalle autorità; il nobile tellino Biagio Piatti, accusato di aver sobillato i cattolici, venne condannato a morte dal tribunale speciale di Thusis. In quel medesimo anno e presso quel medesimo tribunale avvenne un tragico processo di ben maggiore rilievo storico. A Sondrio, al colmo delle tensioni fra cattolici e governanti grigioni, che favorivano i riformati in valle, venne rapito l’arciprete Niccolò Rusca, condotto a Thusis per il passo del Muretto e fatto morire sotto le torture; la medesima sera della sua morte, il 5 settembre 1618, dopo venti giorni di pioggia torrenziale, al levarsi della luna, venne giù buona parte del monte Conto, seppellendo le 125 case della ricca e nobile Piuro e le 78 case della contrada Scilano, un evento che suscitò enorme scalpore e commozione in tutta Europa.
Due anni dopo, il 19 luglio del 1620, si scatenarono la rabbia della nobiltà cattolica, guidata da Gian Giacomo Robustelli, la sollevazione anti-grigione e la caccia al protestante, nota con l’infelice denominazione di “Sacro macello valtellinese”, che fece quasi quattrocento vittime fra i riformati. Fu l’inizio di un periodo quasi ventennale di campagne militari e battaglie, che videro nei due schieramenti contrapporsi Grigioni e Francesi, da una parte, Imperiali e Spagnoli, dall’altra. Interessante è leggere, a tal proposito, anche quanto scrive Henri duca de Rohan, abilissimo stratega francese nell’ultima parte delle vicende della guerra di Valtellina nel contesto della guerra dei Trent’Anni (1635), nelle sue “Memorie sulla guerra della Valtellina”: “Non si può negare che i magistrati grigioni, tanto nella camera criminale di Tosanna quanto nell’amministrazione della giustizia in Valtellina, abbiano commesso delle ingiustizie capaci di gettare nella disperazione e di spingere alla ribellione contro il proprio sovrano anche i più moderati. Ma bisogna riconoscere che anche i Valtellinesi passarono ogni limite e calpestarono tutte le leggi dell’umanità, essendosi spinti a massacri così crudeli e barbari che le generazioni future non potranno non ricordarli senza orrore. Così la religione è capace di spingere al male uomini che, animati da uno zelo sconsiderato, prendono a pretesto della loro ferocia ciò che dovrebbe essere un fondamento della società umana.”
Teglio non fu immune dalla strage, ed anzi fu teatro di uno degli episodi più raccapriccianti: Carlo II a Azzo IV Besta si erano posti alla testa degli armati decisi a sterminare i protestanti e li avevano assaliti nella chiesa di S. Orsola, a pochi passi dal palazzo Besta, mentre ascoltavano il sermone domenicale. La scena fu orripilante: i rivoltosi trucidarono ad archibugiate i presenti. Venne poi appiccato il fuoco alla chiesa ed al campanile, e fra le fiamme morirono i pochi scampati ai colpi d’archibugio, fra cui anche alcuni bambini che avevano cercato scampo proprio sul campanile. Le vittime furono forse 72; della chiesetta di Sant'Orsola non restò traccia.
Riportiamo integralmente il racconto dello storico Giuseppe Romegialli (in “Storia della Valtellina…”, 1834): “Azzo, adunque secondato dal fratello Carlo, da Antonio nipote per fratello, ed Andrea dello stesso casato, seguito anche dall'orda venuta di Tirano e da altri esteri ladroni dapprima disposti, muove frettoloso alla chiesa dei riformati. Quale capo supremo, ha egli a sè riservata vittima suprema, ed è lo stesso  loro ministro Giovanni Pietro Danzi di Zutz nell’Engadina, uomo dotto e di grande pietà, così riputato dagli stessi cattolici. Aperto alcun poco l’ingresso alla chiesa, il prende col fucile dì mira, mentre stà predicando: ma per non essere montata la ruota, il colpo non esce. Avvedutisi allora gli uditori di quanto volevasi, alzansi, chinansi per dì dentro, controp­pongono alle imposte e banchi e sedie ed altro. Ciò scortosi dagli aggressori, e visto non potere sì presto, quanto il bramavano, guazzare nel sangue, montate le finestre, dì là scaricano all’impazzata, per il che alcune donne non meno rimangono quindi colpite ed estinte. Atterrate una volta le imposte, intimasi fieramente alle donne di uscire. Obbediscono: ma perché con esse gli uomini non pure, uscendo, cercan salute, così contro i medesimi si scaricaci l’armi, ond'è che in quella stretta e in quell’urtarsi e spingersi, deviando la mira, altre dorme sono colte ed uccise. Sbarazzatasi infine la porta, entrano a furia nella chiesa gli armati, e senza riguardo vi uccidono quanti vi sono tranne ben pochi che promettono farsi cattolici. Colà ilpredicante, sceso, già ferito, dal pulpito, mentre alla pazienza e alla costanza esorta il gregge che, sotto i suoi occhi, vede in chiesa scannarsi, riceve anch’egli la morte.
Ivi cadono Giosuè Gatti luogotenente ordinario di quel pretore con Daniele Gugelberg di Coira che preso
il medesimo alloggiava e uomo di doti eccellenti, e Gaudenzio Guicciardi d'anni 64 cugino ad Azzo Besta. Ferito il Guicciardi, la di lui figlia Margherita, abbassatasi per coglierne l'ultimo fiato, mori di un colpo dì fucile ad esso diretto, e che ella ricevette nel capo. Antonio Besta, figlio a Sdpione, d’anni 37, ricco ed ottimo cittadino, rimase trucidato in braccio alla moglie. Caddero inoltre Ascanio speziale in Teglio d'anni 27; Giorgio di lui fratello di 18; Claudio notajo dí 43, tutti e tre dei Gatti; Gionata d'anni 65, Massimiliano di 45, Marsiglio di 38, Filiberto fratello di 19, Virginio di 28 e Lorenzo di 23, tutti e sei de’ Piatti; Filippo di 45 e Bartolomeo di lui fratello di 42 ambi dei Nova di Boalzo, con Anna Galon di Zutz, moglie di quest'ultimo, pure di 42; Pietro, maestro comunale, d'anni 55 ed Alberto di 45, ambidue dei Marchionini; Tomaso di Borun anni 64, con un suo figlio, Andrea Tempino di Gardone d'anni 41; Benedetto Cattanei di 57, con Giovanni Pietro e Giovanni Martino suoi figliuoli; Andreino Morelli di 50 con Giuseppe suo fratello di 35; Lucio Federighi di 60; Federico Valentini di Zernetz di 64; Giovanni Menghini di Poschiavo d'anni 40, ed alcuni altri. Questi ultimi due avevano domicilio in Gera, presso Chiuro, ma il caso li volle in quel terribile giorno a Teglio. Da diecisette tra uomini, donne e fanciulli, asceso avevano il campanile tentandovi scampo. Erano dessi il dottore in leggi Lelio Parravicini di Berbenno d'anni 43, che, passato ai riformati, stabilito erasi in Teglio, uomo di molto valore nella nobile sua professione; Azzo Guicciardi nipote al già nominato Gaudenzio, d'anni 22, giovine delle migliori speranze; Federico Guicciardi d'anni 54; il cancelliere del comune Anselmo Gatti di 67; Giovanni Paolo Piatti figlio di Gionata di 48; Pietro Reghenzani segretario pretoriale di 46; Giosuè Meda di 50; Margherita Marlianici vedova di Raffaello Nova di 43; Maddalena sua figlia, moglie a Daniele Gatti di 18; Violante vedova di Teodoro Gatti di 64; Giovannina vedova di Vincenzo Nova di 34; Marta di Borun di 53; Maddalena Gilardoni moglie a Claudio Gatti di 33; Claudia Piatti figlia di Massimiliano di 7; Augusto Gatti figlio di Abramo di 11; Orazio Gatti figlio suddetto Giosuè, ed Orazio Parravicini figlio di Francesco ambi d'anni sei. Appartenevano tutti alle più distinte famiglie del paese.
Non piace a que’ feroci fare intimazione che salvi le donne e i fanciulli. Il genere di morte che a tutti costoro destinasi oggetto debb'essere di barbaro trastullo. Dove correte o scellerati? Quo, quo scelesti ruitis? Recano nel campanile in parte i sedili che trovansi in chiesa, vi appiccano il fuoco, vi ascende ai tavolati; monta la fiamma ove sono le vittime, l'aria assordata dalle loro grida, dal crepitare dei legni, dal cadere delle travature, in poco d'ora nulla più s'ode, tutto è consunto. Orribilissima scena da muovere il raccapriccio nei più fermi alla vista di tragici casi. Fuori della chiesa e del campanile furono uccisi Vincenzo Gatti fratello all'estinto Anselmo, d' anni 73; e Andrea di lui figlio di 32. Vincenzo, strappata ad un rustico la picca, vibrata avevala al petto di Azzo Beata, ma non feriva perché coperto di timida maglia. A Melchiorre Marchionni, ferito in chiesa, serbava la vita il promettere la conversione alla cattolica fede; ma cinque giorni dopo, mentre era in letto a curarsi, richiesto a tener la parola, con ogni costanza negò e fu quindi ucciso contando anni 65. Dicesi che il parroco del luogo Antonio Piatti fratello al defunto Biagio, per non esser da meno d'altri del ceto, uccidesse il giureconsulto Giovanni Antonio Federici allora per di lui volere nelle carceri di quel pretorio, prendendosi per tal guisa vendetta delle accuse da questo infelice portate alla censura di Tosanna contro di Biagio. Con altri uccidevasi anche Gionata Meda.”

La reazione delle Tre Leghe non si fece attendere: corpi di spedizione scesero dalla Valchiavenna e dalla Valmalenco. Il primo venne però sconfitto al ponte di Ganda e costretto a ritirarsi al forte di Riva. La battaglia di Tirano liberò provvisoriamente la Valtellina dalla loro signoria, ma un’alleanza fra Francia, Savoia e Venezia, contro la Spagna, fece nuovamente della valle un teatro di battaglia. Le vicende belliche ebbero provvisoriamente termine con il trattato di Monzon (1626), che faceva della Valtellina una repubblica quasi libera, con proprie milizie e governo, ma soggetta ad un tributo nei confronti del Grigioni.
Ma la valle godette solo per breve periodo della riguadagnata pace: il nefasto passaggio dei Lanzichenecchi portò con sé la più celebre delle epidemie di peste, descritta a Milano dal Manzoni, quella del biennio 1630-31 (con recidiva fra il 1635 ed il 1636). L’Orsini osserva che la popolazione della valle, falcidiata dal terribile morbo, scese da 150.000 a 39.971 abitanti (poco più di un quarto). La stima, fondata sulla relazione del vescovo di Como Carafino, in visita pastorale nella valle, è probabilmente eccessiva, ma, anche nella più prudente delle ipotesi, più di un terzo della popolazione morì per le conseguenze del morbo. Anche Teglio, nonostante la sua posizione appartata, venne colpita dall’epidemia e la sua popolazione fu probabilmente dimezzata.
Neppure il tempo per riaversi dalla peste, e la guerra di Valtellina tornò a riaccendersi, con le campagne del francese duca di Rohan, alleato dei Grigioni, contro Spagnoli ed Imperiali. Il duca, penetrato d'improvviso in Valtellina nella primavera del 1635, con in una serie di battaglie, a Livigno, Mazzo, S. Giacomo di Fraele e Morbegno, sconfisse spagnoli e imperiali venuti a contrastargli il passo. Ma il suo ricordo nelle genti di Valtellina è legato al peso, che molto gravò anche su Ponte, dell’alloggiamento delle sue truppe, vero e proprio salasso per comunità già stremate economicamente e prostrate moralmente dal flagello della peste. Chi poteva, si rifugiava nei paesini arroccati sui versanti retico ed orobico. A rendere ancora più fosco il quadro, ci si mise anche una seconda ondata dell’epidemia di peste, che, a partire dal 1636 colpì di nuovo duramente le popolazioni.
Lo sgombero dei Francesi fu determinato dalla svolta del 1637, un inatteso rovesciamento delle allenze: i Grigioni, che pretendevano la restituzione di Valtellina e Valchiavenna (mentre i Francesi miravano a farne una base per future operazioni contro il Ducato di Milano), si allearono segretamente con la Spagna e l'Impero e cacciarono il Duca di Rohan dal loro paese. Le premesse per la pace erano create e due anni dopo venne sottoscritto il trattato che pose fine al conflitto per la Valtellina: con il Capitolato di Milano del 1639 i Grigioni tornarono in possesso di Valtellina e Valchiavenna, dove, però l’unica religione ammessa era la cattolica. I Grigioni restaurarono l'antica struttura amministrativa, con un commissario a Chiavenna, un podestà a Morbegno, Traona, Teglio, Piuro, Tirano e Bormio, ed infine un governatore ed un vicario a Sondrio.
Teglio, in questi anni così duri, venne però meno colpita rispetto ad altre comunità, ed a riprova di ciò si può osservare che fu uno dei pochissimi paesi della valle a non essere interessato da un significativo flusso migratorio. “Nei secoli XVII e XVIII ancora florida era la sua economia, basata essenzialmente su una coltivazione differenziata della terra con prodotti ricercati, tra cui per primo il vino, esportato anche al di là delle Alpi; non mancavano frumento, segale, miglio ed orzo, cui si era aggiunto, trovando il suo terreno ideale, il grano saraceno, ricercato in tutta la valle. Numerosi erano quindi i mulini (ben 38 ancora alla fine dell’Ottocento) e non meno importanti l’allevamento dei bovini e degli ovini e lo sfruttamento dei boschi e delle miniere di ferro della Val Belviso, che occupavano maestranze residenti nelle contrade telline di Aprica, Bondone e Carona.” (“Guida di Teglio”; cfr. bibliografia).

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Il settecento fu secolo di generale ripresa, ma non privo di note chiaroscurali, legati soprattutto ad alcuni inverni eccezionalmente rigidi, primo fra tutti quello memorabile del 1709 (passato alla storia come “l’invernone”, “l’inverno del grande freddo”), quando, ad una serie di abbondanti nevicate ad inizio d’anno, seguì, dal giorno dell’Epifania, un massiccio afflusso di aria polare dall’est, che in una notte gelò il Mallero e parte dell’Adda. Ed ancora, nel 1738 si registrò una nevicata il 2 maggio, nel 1739 nevicò il 27 ed il 30 marzo con freddo intenso, nel 1740 nevicò il 3 maggio, con freddo intenso e nel 1741 nevicò a fine aprile, sempre con clima molto rigido e conseguenze disastrose per le colture e le viti.
Alla metà del Settecento, secondo la testimonianza dello storico Francesco Saverio Quadrio, la comunità di Teglio era complessivamente suddivisa in trentasei contrade, delle quali le principali erano Piazza, Besta, Bellamira, Silvestri, San Martino, Ligone di Sotto, Ligone di Sopra, San Giovanni, Frigerio, Sommi Sassi (tutte sulla destra dell’Adda); Boalzo, Succi, Tresenda, San Giacomo, Nuvola (nel piano); Grania, Poschiavini, Val Malgina (in parte), Pondono, Carona, Alliceto, Val di Belviso, Aprica (alla sinistra dell’Adda). “Le contrade erano raggruppate in vicinie: Aprica con Ganda, Carona con Bordone, comprendente forse anche Grania, Verignia (probabilmente l’odierna San Paolo, con il resto della Val Belviso), Boalzo, che eleggevano democraticamente come propri rappresentanti dei consoli e detenevano prerogative per l’utilizzo dei boschi e dei pascoli. La terra mastra della castellanza e del comune di Teglio, coincidente all’incirca con i confini della parrocchia di Santa Eufemia (per la quale la comunità godeva del diritto di nomina del rettore), era composta dalle parti di Verida e di Pertinasca, o Teglio di sopra e di sotto; entrambe avevano pertinenze sul fondovalle e sul versante orobico e compiti specifici per il mantenimento dei ponti sull’Adda”. (Istituzioni…, cit.)
Ecco il quadro sintetico che a metà del settecento il già citato storico Francesco Saverio Quadrio offre del paese (“Dissertazioni critico-storiche intorno alla Rezia di qua dalle Alpi oggi detta Valtellina”, Edizione anastatica, Bologna, Forni, 1971):
"La Signorìa di Teglio.Teglio (Tullum, Tellum) rimane situato sulla schiena d'un Monte, a mezzo a un di presso a tutta la Valtellina dal Lato destro dell'Adda. A' tempi andati era Luogo murato, e assai forte con Torri, e Palazzo fortificato, lavorato a gran pietre quadre, dove i Visconti tenevano i loro Pretori, l'Arma de' quali Visconti si vede tuttavia in diversi lati nelle Muraglie scolpita. Sopra l'eminenza del vicin Colle Isolato aveva poi un ampio Castello a più Ricinti di Mura, colla sua Chiesa per entro, colle sue Vie coperte, e ottimamente guernito, di cui furon già un tempo i Lazzaroni Signori. Ivi vicino nel Monte, altro Castello pur era, chiamato Riva; e un altro più al basso verso la Valle, che Castelvetro era detto. Fiorivono quivi le Famiglie Besta, Catanei, Gatti, Guicciardi, Lazzaroni, Morelli, Piatti,  ec.
Trentasei Contrade sono al detto Luogo suggette; le precipue delle quali al destro Lato dell'Adda sono Piazza, Besta, Bellamira, i Silvestri, San Martino, Ligone di sotto, Ligone di sopra, San Giovanni, il Frigerio, e i Sommi Sassi. Nella Pianura restano Boalzio, i Succj, la Tresenda, San Giacomo, e Nuvola. Dall'altro Lato dell'Adda sono Grania, i Poschiavini, una Parte della Val Malgina, Pondono, Carona, dove un Castello era, Dominazione dei Crotti, del qual la Torre pur esta, Alliceto, la Val di Belviso, dove un ottima Fonderia, di Ferro si ha, e donde a' Bergamaschi si passa, Aprica, per li cui Zappelli si va in Valcamonica, h in Pianura alla radice di questo Monte i Franchesii. Questa Comunità, che riputata è la duodecima Parte di Valtellina, ha il suo particolare Pretore, col nome di Podestà, che in detto Teglio risiede
."
Nel Settecento il malcontento contro il dominio delle Tre Leghe Grigie nelle due valli crebbe progressivamente, soprattutto per la loro pratica delle di mettere in vendita le cariche pubbliche. Tale vendita spettava a turno all'una o all'altra delle Leghe e chi desiderava una nomina doveva pagare una cospicua somma di denaro, di cui si sarebbe rifatto con gli interessi una volta insediato nella propria funzione, esercitandola spesso più per amore di lucro che di giustizia. Gli abusi di tanti funzionari retici, l'egemonia economica di alcune famiglie, come quelle dei Salis e dei Planta, che detenevano veri e propri monopoli, diventarono insopportabili ai sudditi. Il malcontento culminò, nell'aprile del 1787, con i Quindici articoli di gravami in cui i Valtellinesi (cui si unirono i Valchiavennaschi, ad eccezione del comune di S. Giacomo) lamentavano la situazione di sopruso e denunciavano la violazioni del Capitolato di Milano da parte dei Grigioni, alla Dieta delle Tre Leghe, ai governatori di Milano e, per quattro volte, fra il 1789 ed il 1796, alla corte di Vienna, senza, peraltro, esito alcuno. Per meglio comprendere l’insofferenza di valtellinesi e valchiavennaschi, si tenga presente che la popolazione delleTre Leghe, come risulta dal memoriale 1789 al conte di Cobeltzen per la Corte di Vienna, contava circa 75.000 abitanti, mentre la Valtellina, con le contee, superava i 100.000. Fu la bufera napoleonica a risolvere la situazione, con il congedo dei funzionari Grigioni e la fine del loro dominio, nel 1797.

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Teglio aveva allora circa 8000 abitanti. Si trattò di una svolta importante, sulla quale il giudizio degli storici è controverso; assai severo è Dario Benetti (cfr. l’articolo “I pascoli e gli insediamenti d’alta quota”, in “Sondrio e il suo territorio”, IntesaBci, Sondrio, 2001), per il quale la dominazione francese rappresentò l’inizio di una crisi senza ritorno, legata alla cancellazione di quei margini di autonomia ed autogoverno riconosciuti durante i tre secoli di pur discutibile e discussa signoria delle Tre Leghe Grigie: ”L’1 aprile 1806 entrò in vigore nelle nostre valli il nuovo codice civile, detto Codice Napoleone, promulgato nel 1804. A partire da questo momento si può dire che cessi, di fatto, l’ambito reale di autonomia delle comunità di villaggio che si poteva identificare negli aboliti statuti di valle. I contadini-pastori continueranno ad avere per lungo tempo una significativa influenza culturale, ma non potranno più recuperare le possibilità di un pur minimo autogoverno istituzionale, soffrendo delle scelte e delle imposizioni di uno Stato e di un potere centralizzati. Già l’annessione alla Repubblica Cisalpina, peraltro alcuni anni prima, il 10 ottobre 1797, dopo un primissimo momento di entusiasmo per la fine del contrastato legame di sudditanza con le Tre Leghe, aveva svelato la durezza del governo francese: esso si rivelò oppressivo e contrario alle radicate tradizioni delle valli; vennero confiscati i beni delle confraternite, furono proibiti i funerali di giorno, fu alzato il prezzo del sale e del pane, si introdusse la leva obbligatoria che portò alla rivolta e al brigantaggio e le tasse si rivelarono ben presto senza paragone con i tributi grigioni. Nel 1798 a centinaia i renitenti alla leva organizzarono veri e propri episodi di guerriglia, diffusi in tutta la valle: gli alberi della libertà furono ovunque abbattuti e sostituiti con croci.. Nel 1797, dunque, la Valtellina e contadi perdono definitivamente le loro autonomie locali, entrano in una drammatica crisi economica e inizia la deriva di una provincializzazione, di una dipendenza dalla pianura metropolitana e di un isolamento culturale e sociale che solo gli anni del secondo dopoguerra hanno cominciato a invertire”.
Per alcuni mesi, dopo il 1797, comunque, rimase in piedi l'ipotesi di un'aggregazione di Valtellina e Valchiavenna come Quarta Lega alla federazione grigiona, cui non erano contrari né Napoleone né Diego Guicciardi, cancelliere di Valle del libero popolo valtellinese. Il sorprendente voto nei comuni delle Tre Leghe Grigie, di cui giunse notizia il primo settembre 1797, chiuse, però, definitivamente questa prospettiva: 24 si espressero contro, 21 a favore, 14 si dichiararono incerti e 4 si astennero. Di conseguenza il 10 ottobre 1797 Napoleone dichiarò Valtellinesi e Valchiavennaschi liberi di unirsi alla Repubblica Cisalpina. Seguì, il 22 ottobre, l'unione della Valtellina e dei Contadi di Bormio e Chiavenna alla Repubblica Cisalpina ed il 28 ottobre la confisca delle proprietà dei Grigioni in Valtellina. Il comune di Teglio e sue vicinanze venne collocato, nel 1802, nel VI distretto dell’ex Valtellina, con capoluogo Ponte, e vi fu confermato, come comune di II classe con 4.500 abitanti, nel 1803. Stupisce che un comune considerato per molti aspetti il più illustre di Valtellina fosse subordinato alla vicina Ponte, anch'essa illustre, ma probabilmente non del medesimo rango; probabilmente la decisione venne presa non avendo riguardo alla storia, ma alla prospettiva, che venne più volte presa in considerazione, di uno smembramento di Teglio, costituito da frazioni troppo lontane, alcune anche piuttosto riottose rispetto al vincolo centrale (prima fra tutte Aprica). Alla Repubblica Cisalpina seguì, nel 1805, il Regno d’Italia, nel quale il comune di Teglio venne ad appartenere al III cantone di Tirano, come comune di II classe, che contava 5.540 abitanti. Nel 1807 il comune di Teglio, con 5.100 abitanti totali figurava composto da Teglio in senso stretto (3000 abitanti) e dalle frazioni di Aprica (500), Carona (800), Grania (600), Boalzo (150), Motta (50).

Cadde anche Napoleone, lasciando ai posteri il problema di formulare l'ardua sentenza sulla sua vera gloria; il Congresso di Vienna, nel 1815, anche grazie all'operato della delegazione costituita dal chiavennasco Gerolamo Stampa e dal valtellinese Diego Guicciardi, sancì l'aggregazione del dipartimento dell’Adda al Regno Lombardo-Veneto, sotto il dominio della casa d’Austria. Teglio in un primo tempo subì il distacco, poi si vide riconosciuta, nel 1824, la riaggregazione degli antichi territori di Boalzo, San Giacomo, Carona ed Aprica. Nel 1853 Teglio con le frazioni di Boalzo, Carona con Aprica, San Giacomo, Tresenda e Motta, era comune con consiglio senza ufficio proprio e con una popolazione di 5.667 abitanti, nel II distretto di Tirano.
Il dominio asburgico fu severo ma attento alle esigenze della buona amministrazione e di un’ordinata vita economica, garantita da un importante piano di interventi infrastutturali. Venne tracciata la carozzabile da Colico a Chiavenna, e, fra il 1818 ed il 1822, la strada dello Spluga. Tra il 1820 e il 1825 anche Bormio fu allacciata alla valle dell'Adige con l’ardita strada dello Stelvio progettata dall’ingegner Carlo Donegani, che già aveva progettato la via dello Spluga. Nel 1831, infine, fu inaugurata la strada lungo la sponda orientale lariana, da Colico a Lecco, che consentì alla provincia di Sondrio di superare lo storico isolamento rispetto a Milano ed alla pianura lombarda.
Il periodo asburgico fu anche segnato anche da eventi che incisero in misura pesantemente negativa sull’economia dell’intera valle. L’inverno del 1816 fu eccezionalmente rigido, e compromise i raccolti dell’anno successivo. Le scorte si esaurirono ed il 1817 è ricordato, nell’intera Valtellina, come l’anno della fame.
Ci si misero, poi, anche le epidemie di colera, che colpirono la popolazione per ben quattro volte (1836, 1849, 1854 e 1855), mietendo vittime anche a Teglio. Si aggiunse, infine, per soprammercato, l'epidemia della crittogama, negli anni cinquanta, che mise in ginocchio la vitivinicoltura valtellinese, con grave danno anche per la zona del pregiato Valgella, di cui Teglio andava fiera. Queste furono le premesse del movimento migratorio che interessò una parte consistente della popolazione nella seconda metà del secolo: “solo nella seconda metà dell’Ottocento, mutate le condizioni socio-economiche, anche nel territorio di Teglio fece la sua comparsa il fenomeno dell’emigrazione, senza però mai toccare le elevate punte registrate in altre località.” (“Guida di Teglio”, cit.)
Alla proclamazione del Regno d'Italia, Teglio contava 5155 abitanti, che passarono a 5262 nel 1871, 5421 nel 1881, 5384 nel 1901 e 6092 nel 1911.
Eccezionalmente nutrita è la lista di cittadini di Teglio che hanno partecipato alle guerre risorgimentali: Battaglia Giovanni di Giovanni (1866), Bettinelli Battista (1866), Besta Gerolamo (1866), Berdaner Giuseppe (1866), Battaglia Giovanni Battista (1866), Brioschi Davide (1848-49), Codurelli Andrea (1866), Coelli Giovanni (1866), Cioccarelli Bortolo fu Antonio (1848-49), Cioccarelli Giacomo fu Antonio (1848-49-59), Cioccarelli Antonio fu Antonio (1848-49-59), Cioccarelli Lorenzo fu Bortolo (1848-49), Contughi Luigi (1866-70), Cavazzi Giovanni Battista (1866), De Buglio Giovanni (1866), Ferrari Martino (1866), Fendoni Pietro (1866), Gusberti Camillo Scipione (1859-60-61-62-66), Gatti Stefano (1866), Lia Giovanni (1866), Lia Matteo (1866), Lazzarini Pietro (1866), Leonardi Giovanni (1866-70), Lavizzari Giuseppe (1866-70), Lavizzari Ferdinando (1866), Lavizzari Stefano (1866), Locreziato Pellegrino (1866), Morelli Costantino (1859-60-61), Menaglio Giovanni (1860-61), Moraschinelli Lorenzo (1860-61), Meleri Giovanni (1866), Marchetti Antonio (1866), Moraschinelli Giacomo (1866-1870), Morelli Dr. Giuseppe (1866), archetti Domenico (1866), Moschetti Giovanni (1866), Negri Cristoforo (1866), Negri Pietro (1870), Pedrotti Sebastiano (1870), Polatti Giovanni Antonio (1866), Paganoni Domenico (1866), Ricetti Pietro (1866), Ronzio Andrea (1866-70), Rizzi Giorgio (1866), Reghenzani Antonio (1866-70), Ronzio Andrea (1866-70), Schivardi Domenico (1866-70), Simonelli Gaetano (1866), Sciarmella Giovanni (1866), Saini Giacomo (1866) e Tidori Giacomo (1860-61).   
Ecco come presenta, con dovizia di notizie, il paese la II edizione della Guida alla Valtellina curata da Fabio Besta ed edita dal CAI di Sondrio nel 1884: “Teglio (820 m ) (6144 ab.). —Una comoda strada carrozzabile costrutta, dieci anni or sono, si stacca dalla via nazionale vicino al ponte sull'Adda, e sale verso l'antica chiesa di S. Giacomo, posta su di un poggio, poi continua in mezzo a floridi vigneti verso oriente fin dove incontra un altro tronco di via che parte da Tresenda, quindi volge a occidente, attraversa Castelvetro, piccolo villaggio, il cui nome, secondo il Quadrio, prova l’esistenza in questo luogo d'un antico castello (Castro vetero), passa vicino a Ca de' Branchi, lascia in basso Sommasassa e la chiesa di S. Gottardo su di un promontorio e giunge a Teglio dopo avere, per un corso di oltre sette chilometri,  attraversate con lenta salita campagne ridenti in tal posizione da offrir sempre stupende vedute sulla vallata.
Nacque in Teglio Azzo Besta, il quale ebbe tanta parte nella lotta per l'indipendenza che la Valtellina sostenne dal 1620 al 1639. E furono parimenti di Teglio Costantino Reghenzani barnabita, morto intorno al 1780, che professò eloquenza ad Arpino e rettorica a Pisa, e compose un volume di poesie latine, Giuseppe Vincenzo Beata (1753-1832) giureconsulto e scrittore erudito, che lasciò fra i molti suoi manoscritti un largo commento agli Statuti di Valtellina, e, infine, Giuseppe e Napoleone Besta poeti gentili.
Specialità gastronomica del luogo sono certe piccole focacce, composte di formaggio e di farina di grano saraceno, a quali dà uno strano nome, che è l'equivalente in dialetto del vocabolo rospo, e inoltre certe tagliatelle composte colla stessa farina, alle quali si da il nome di pizzòcher.
A oriente della borgata, a destra della nuova strada, sta l'antichissima chiesa di S. Pietro di cui è specialmemente notevole il campanile. Sulla piazza maggiore accanto alla bella chiesa parrocchiale sorge il palazzo del Comune testé rifatto a nuovo.
Notevole edificio poi suo organismo e pe' suoi elementi decorativi è la presente parrocchiale, dedicata a S. Eufemia, che sembra essere stata cominciata sul principio del XV secolo o verso la fine del XIV. Il campanile, di maschio aspetto e non ultimato, è costruzione alquanto posteriore. L'interno della chiesa è a tre navate, i cui archi cono sorretti da colonne a fusto ottagonale. Vi corrisponde la facciata a tre compartimenti, di cui quello di mezzo finisce a forma cuspidale. La porta è a forma archi-acuta con colonnette spirali che ne seguono la curva sino all'incontro. I capitelli o gli stipiti a fregi sono di stile gotico. La porta è preceduta da un piccolo pronao di stile diverso, con colonne accerchiate a metà del fusto. Nella lunetta sovrastante alla porta v'è una Pietà in marmo ad alto rilievo, con fondo e putti dipinti a fresco. Questa scultura sembra della prima metà del secolo XV e porta traccie di colori. Sulla parte laterale a tramontana, pure lavorata a intagli ornamentali, si legge la data 1406. La chiesa è stata restaurata nel 1655 per cura e a spese di Ascanio Guicciardi e di altri devoti; fu poi tosto nuovamente dipinta.
Prima che fosse contratta l'attuale chiesa di S. Eufemia, nel luogo istesso, ve n'era un'altra. Infatti si ha memoria che nel 1117 Guido vescovo di Como consacrò la chiesa di Teglio dedicata a S. Eufemia, S. Agnese e S. Cecilia. Tale notizia trovammo in una nota manoscritta aggiunta alla storia del Lavizzari a pag. 28, di Giuseppe Vincenzo Besta, il quale dichiara di averla tratta da una memoria In caratteri gotici, che egli possedeva e che pur troppo andò smarrita. La chiesa di 8. Enfemia fino al 1570 fu retta da un curato soggetto al proposito degli Umiliati di S. Orsola. Ma poi, soppressi gli Umiliati, Pio V. dichiara proposito Corrado Pianta rettore di quella chiesa. Urbano VIII, con bolla 19 Settembre 1625, erige nuovamente e solennemente la chiesa di S. Eufemia in prepositura.
Rimpetto alla chiesa v'è l'Oratorio della Confraternita del Bianchi, sulla cui facciata ai trovano vari dipinti del XV secolo, fra i quali una Madonna, col Bambino in trono, e la data 1491. Sono quegli affreschi di merito assai modesto, ma ve n'è uno notevole pel soggetto, perché figura la morte che coglie nelle sue reti ogni ceto di persone, uno degli episodii della danze macabre, di cui erano a que’ tempi in molta voga lo rappresentazioni.
A mezzo giorno trovasi l'oratorio di un'altra confraternita e ivi accanto il vecchio ossario. Una di questo pie confraternita fu istituita nel 1432 quando S. Bernardino da Siena venne a Teglio a predicarvi pace tra i guelfi e i ghibellini.
L'altura che si trova a mezzodì sulla quale sorgeva l'antico castello di Teglio, per antonomasia si chiama ancora castello. Il panorama che si gode dalla sua sommità è superbo: esso si estende dalle vette della catena dell'Ortler e dell'Adamello a quelle delle montagne del lago di Como, e nel piano della valle, da Mazzo ai pie' del Colmo di Dazio. Bella è la veduta di Tirano; bella eziandio quella della strada d'Aprica e delle sue gallerie. Di Sondrio si scorge il campanile e quella parte che si estende a mezzogiorno. Pittoresco poi è l'aspetto dei vari gruppi di case onde si compone la borgata di Teglio, sparse, fra campi, e prati e selve.
Ai piedi della collina del Castello, a occidente, sorge la chiesuola di S. Lorenzo; lì vicino sta il palazzo ricostrutto nella prima metà del cinquecento da Azzo Besta, secondo di questo nome, e dal quale Agnese, sposa di lui, datava le belle lettere per cui il Lando e il Quadrio la pongono fra le donne illustri. Più a sera trovasi un vasto fabbricato, che appartenne a un altro ramo della famiglia Besta, e poi un secondo, forse più vasto, e meglio conservato che fu già dei Guicciardi.
La piccola e vecchia chiesa di S. Lorenzo era un oratorio della famiglia Besta, una fra le antiche di cui la storia valtellinese faccia menzione. Questa chiesetta ha il coro decorato di buone pitture a fresco di mano di Fermo Stella da Caravaggio, uno dei migliori discepoli di Gaudenzio Ferrari, Nella parte centrale è figurata la Crocifissione Sulla parete laterale a destra è rappresentato un fatto della vita del santo titolare; in quella di sinistra il dipinto è stato nel principio di questo secolo barbaramente ricoperto di una tinta a calce, che doveva estendersi anche al resto, se non interveniva il poeta Besta che minacciò di morte, qualora continuasse, il vandalo imbiancatore. … Sulla parete a sinistra, in alto, vicino all'arco del presbitero, vedesi il sarcofago di Andrea Guicciardi, il medico illustre ricordato più su. Sulla parete a destra stanno quelli di Azzo II Besta, e di Carlo suo figlio. Nella chiesa erano le tombe per tutti i membri delle famiglie Besta e Guicciardi. La facciata, che era caduta, venne ricostruita nel 1874; i pochi fondi, avuti in parte dal Ministero dell'Istruzione pubblica, e raccolti in parte maggiore per vie di offerte private, non bastarono a condurre a fine il ristauro, e se non si troverà modo di proseguire nell'opera solamente incominciata i preziosi affreschi del Fermo Stella andranno presto perduti.
Il palazzotto Besta, di cui s'è fatto cenno più sopra, è un interessante modello delle dimore signorili del XVI secolo. La porta d'ingresso è fregiata di un bel dipinto e di sculture figurate ed ornamentali. Il cortile a porticati presenta dipinti a chiaroscuro personaggi e fatti tolti dall'Eneide. Il pozzo marmoreo nel cortile, di forma ottagona, porta l'iscrizione: Azzua arcundus 1539. E caratteristico dell'epoca il modo della decorazione delle sale e delle varie camere, in alcune delle quali si vedono tuttora bellissimi soffitti a lacunari lavorati e intagliati con finissimo magistero. Sono pur notevoli per l'industre artificio le ferriate poste ad alcune finestre della facciata. Tutto i quel fabbricato respira il cinquecento e ne fa gustare il carattere. È un modello tanto più prezioso in quanto gli analoghi si fanno sempre più rari. Il palazzo, dopo che nel 1639 Azzo Besta, che n'era proprietario, si ritirò, in seguito al capitolato di Milano il quale rifaceva serva la Valtellina, ad Erbanno, venne posto all'incanto. Lo acquistò Pietro Morelli. Estintosi al principio di questo secolo la famiglia di lui, esso palazzo passò ai Parravicini di Balzo. …
Sul promontorio che trovasi di fronte al Castello e a sera delle contrade di Dosso Grifone e dei Valli sorgeva il ricco convento degli Umiliati e la loro chiesa dedicata a S. Orsola.
Soppresso il convento, la ricca chiesa era stata, sullo scorcio del secolo XVI, assegnata airiformati. Quivi il 13 luglio 1620, essendo giorno di domenica. erano raccolti i protestanti e ascoltavano la predica del loro ministro, ignari della rivolta già scoppiata a Tirano. I cattolici sollevati accorsero in armi e ne fecero scempio. Alcuni infelici si erano ritirati sul campanile, e vi perirono consunti dal fuoco appiccatovi. La chiesa venne tosto rasa al suolo. Ora non si vede nessuna traccia di essa; là dove sorgeva son campi; però fino al 1770 rimase in piedi parte del campanile.”
Molto interessante è anche la ricognizione, operata nell'ultimo quarto dell'Ottocento, dei diversi alpeggi del territorio comunale di Teglio, riportata ne “La Valtellina (Provincia di Sondrio)”, di Ercole Bassi (Milano, Tipografia degli Operai, 1890). Eccone il quadro riassuntivo:

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Pesante il tributo pagato da Teglio alla prima guerra mondiale, nella quale caddero Reghenzani Andrea, Della Moretta Lorenzo, Maffenini Marcello, Menaglio Giovanni Battista, Valli Giuseppe di Giuseppe, Sisto Battista, Panella Antonio, Pellegrini Pietro, Marchetti Mario, Fanchi Domenico, Lia Cesare, Della Valle Giuseppe, Cioccarelli Giovanni, Valli Giovanni Antonio, Corvi Battista, Della Pona Pietro, Paiosa Federico, Negri Giovanni Antonio, Gabrielli Giovanni fu Stefano, Panella Matteo, Codurelli Giovanni, Moretti Giovanni, Schiappadini Lorenzo, Pedroli Bortolo, Bettini Giovanni, Sandrini Giovanni, Pedroli Carlo (caduto nella guerra di Libia), Negri Domenico, Moschetti Bernardo, Besta Cesare, Antognoli Luigi, Bettinelli Gioachino, Fanchi Andrea, Moschetti Andrea, Pelosi Martino Felice, Ambrosini Lorenzo, Valli Eugenio, Moraschini Giovanni, Ponzio Pietro, Maffescioni Giovanni, Panella Giacomo, Antognoli Giovanni, Bruni Pietro, Mazzoletti Andrea, Miolini Pietro Giovanni, Motalli Giovanni di Pietro, Maffenini Geremia, Sobrini Domenico, Balsarini Pietro, Branchi Antonio, Valli Giuseppe, Moraschini Agostino, Mazzoletti Carlo, Bissi Giacomo Francesco, Rossi Giovanni, Antognoli Pietro, Ambrosini Rag. Carlo, Balsarini Pietro, Tudori Modesto, Bettini Pietro, Lia Luigi, Andreoli Andrea, Duico Antonio, Ricetti Domenico, Materietti Andrea, Salvi Giuseppe Massimo, Bresesti Carlo, Motalli Giovanni di Giacomo, Bettini Giacomo, Corbetta Felice, Gabrielli Giovanni di Battista, Donchi Pietro, Panella Andrea di Luigi, Ronzio Bortolo, Vasolli Giovanni Battista, Panella Andrea fu Brizio, Pedrotti Onorato, Ruffalini Bortolo, Piccinali Paolo, Del Po Luigi Giovanni, Marchetti Andrea, Bresesti Pietro, Motalli Giacomo, Negri Lorenzo, Marchioni Domenico, Valli Martino, Sarotti Pietro, Paganucci Luigi, Pedroli Luigi, Marantelli Bortolo, Branchi Giovanni, Negri Giacomo, Corvi Giacomo Isidoro, Crotti Giuseppe, Fenali Umberto, Ricetti Domenico di Bernardo, Corvi Giacomo, Petruzzi Pietro Giuseppe, Moncecchi Pietro, Fendoni Andrea, Andreoli Giuseppe, Luia Pietro, Cassoni Giovanni, Bertali Ettore, Rota Pietro, Gatti Paolo, Volpi Giovanni Maria, Branchi Giovanni Battista, Morelli prof. Camillo, Andreoli Giovanni, Marchetti Luigi, Valli Giovanni, Sgarmella Ferdinando, Svanosio Antonio, Fendoni Tomaso, Marantelli Giovanni e Saini Lorenzo.
Nel periodo fra la prima e la seconda guerra mondiale la popolazione passò da 6282 abitanti nel 1921 a 6000 nel 1931 ed a 5951 nel 1936. Bisogna però considerare che nel 1923 l’Aprica si staccò da Teglio, divenendo comune indipendente.
Ecco l’ampia presentazione che di Teglio offre, nel 1928, Ercole Bassi, in “La Valtellina – Guida illustrata”: “Da Chiuro una recente carrozzabile conduce all'antica ed importante terra di Teglio (m. 860 - ab. 1215-7440 - P. T. - telef. – auto per la stazione ferr. di Tresenda km. 7,2 - staz. clim. estiva anche a Carona - alb. Combolo - Schiapparini alla fraz. di Carona; Ambrosini alla Tresenda, con cass. di riparaz. - farmacia - med. cond. - tassa sogg. - coop. rur. di cons., altra agric., coop. di lavor., soc. elettr., unione cattol., varie osterie).
Fanno parte di questo comune le frazioni di Carona, Boalzo, Tresenda, S. Giacomo, con coop. Famiglia agr., Nigola, Valgella.Nel territorio vi sono una sorgente magnesiaca-solfurea, una miniera di pirite di piombo ed altra di pirite di ferro, entrambe inattive.
Teglio, detta in antico Tillio, pare fosse municipio romano, e desse il nome alla valle. Nel medio evo apparteneva all'arcivescovo di Milano, che rinunciò ai suoi diritti nel 1535. Scorgesi su un colle a sud, che si sta rimboschendo di conifere, una torre che credesi di origine romana, avanzo dell'antico castello Lazzaroni distrutto nel 1265 dopo un conflitto fra Vitani e Rusconi. Dalla torre, tastò restaurata, si gode una estesa vista sulla media Valtellina, e per questo chiamata volgarmente «de li beli miri». Quivi nel 1430 furono da Stefano Quadrio assediati ed uccisi i fratelli Lazzaroni che parteggiavano per i Veneziani contro i Visconti. Nei moti del 1620 vi fu un eccidio di protestanti nella chiesa di S. Orsola, incendiata e distrutta. Disordini avvennero anche alla fine del sec. XVIII. In quel periodo a Teglio fu tolta la pretura.
Da Teglio si possono fare, fra le altre, le ascensioni al pizzo Combolo (m. 2962), al passo di Meden o di Medel, da cui si discende nella val di Poschiavo per la valle Sajento, poco sotto Brusio. A nord del Combolo si innalza il pizzo Malgina (m. 2877); a est il monte Cancano (m. 2434), e la vetta Salarsa (m. 2280).
A Teglio nacquero Pietro Lazzaroni che insegnò oratoria a Pavia nel XVI secolo; Costantino Reghenzani, nato alla metà del 1700, chiaro letterato e poeta, morto verso la metà del XIX secolo; Gian Filippo Besta del sec. XVI, storico insigne, che scrisse la storia della peste di Milano del 1576; Andrea Guicciardi, celebre medico del 1500, che fu rettore dell'Università di Pavia; Francesco Piatti, valente pittore nato verso il 1650, che dimorò a Mazzo; la gentile letterata Agnese Besta del 1500 posta fra le donne illustri dal Lando e dal Quadrio; il capitano Asso Besta del 1600, ed il gentile poeta Napoleone Besta, morto verso la fine del sec. XIX, che cantò con versi ispirati la sua valle.
Notizie artistiche. — La parrocchia di Teglio, dedicata a S. Eufemia, fu costrutta alla fine del 1400 su altra più antica. Ha tre navate, colonne ottagonali, bellissima porta a sesto acuto in marmo finamente scolpito. La facciata è a tre scomparti e quello di mezzo è cuspidale. Nella lunetta sopra la porta vi è una Pietà in altorilievo del sec. XV con putti dipinti a fresco; sulla portina laterale leggesi:
VERE DOMINUS . EST . IN . LOCO. ISTO . 1506.
Il pronao, con colonne cerchiate a metà, è del sec. XVI. La chiesa possiede tre belle pianete di cui una di broccato, ed altra di velluto rosso laminato d'oro pregevole per il suo disegno rappresentante figure di santi e l'Annunciazione in cornici architettoniche; un calice a ceselli e smalti molto corrosi, con la data alla base del 1549; uno con tre medaglie cesellate al piede; un terzo cella data del 1766; una croce con lamina a traforo su fondo in pelle rossa ed edicoletta esagonale a ceselli, che ricorda l'arte finissima del Lierni; tre ceroferari di ferro battuto, di ingegnosa composizione. Nell'antico oratorio della confraternita dei Bianchi esistono dipinti del XV sec., fra cui un episodio di danza macabra, e una Madonna col Bambino del 1491; l'antichissima chiesa di S. Pietro ha il campanile di stile lombardo a finestre bifore. L'ampia abside possiede una bella statua in legno rappresentante S. Paolo, di arte tedesca del sec. XV. L'antica chiesa di S. Lorenzo conserva affreschi di Fermo Stella; la Crocefissione ed i fasti della vita di S. Lorenzo, con la data del 27 giugno 1528, contenuta in una originale inscrizione. In questo oratorio vi sono i sarcofagi dell'illustre medico Andrea Guicciardi, di Azzo II Besta e di suo figlio Carlo. La facciata, caduta, fu ricostrutta nel 1874, ma per mancanza di fondi i restauri sono incompleti. Nel 1901 il compianto prof. G. Carotti promosse una sottoscrizione per continuare i lavori, e già si scopersero bellissime figure di santi e di apostoli. Un dipinto di C. Valorsa trovasi nella chiesa di S. Giacomo.
Il palazzo Besta è un prezioso modello dell'architettura del 500, ricostrutto da Azzo Besta, marito della celebre Agnese, con pozzo ottagono di marmo, che ha la data del 1539, con cortile a portico e loggia, e con pareti dipinte a chiaroscuro di soggetti tolti dall'Eneide, lavoro dall'arch. Luigi Perrone (Arte e Storia - 1897) attribuito a Fermo Stella. La porta d'ingresso era pure fregiata di sculture, di cui non poche sono scomparse. Ha sale e camere decorate da soffitti a lacunari lavorati e intagliati con finissima arte. Nella decorazione mitologica di una saletta leggesi la scritta :
ARAGON - VS. - ARA - GONIUS - BRIX.S - FACIEBAT
MDLXXX

Molto ammirata è la Sala della Creazione di tecnica classica. Nel salone principale si ammira nel soffitto dipinto la Regina di Saba che visita Salomone. Sono pure notevoli per fattura le inferriate del primo piano, due delle quali vennero testé rese dal bar. Bagatti-Valsecchi che le aveva acquistate e messe in opera nel suo palazzo di Milano in S. Spirito. Il palazzo, ora dichiarato monumento nazionale fu di recente riscattato dai numerosi comproprietari e restaurato a cura della Stato sotto la direzione dell'arch. L. Perrone. A Teglio nel 1512 si firmarono i cinque capitoli dell'alleanza fra Valtellinesi e Grigioni, i quali poi a poco a poco ridussero l'alleanza a servitù.
Da S. Carlo a S. Giacomo e Tresénda. — Dopo S. Carlo la provinciale corre piana sino a S. Giacomo di Teglio (m. 363 - ferm. ferr.), e giunge dopo altri tre km. a Tresénda (m. 372 - alb. Ambrosini - staz. ferr. - auto per Teglio e per l'Aprica). Nella chiesetta di S. Michele vi è un bel quadro di P. Ligari con la S. Famiglia, S. Anna e il P. Eterno. Da queste due località salgono due rami di rotabile, le quali, attraverso a bei vigneti, conducono a Teglio. Salendo da Tresenda, si incontra a 612 metri la frazione di Castelvetro.
Caróna - Valli Malgína, Caronélla e Belviso. —Dall'altro lato della valle, di fronte a Teglio, si vede l'ampio bosco resinoso della Margata, che sostiene il terreno franoso della valle omonima, e la grossa frazione di Caróna (alb. Schiapparini - coop. di cons.) congiunta alla provinciale con una rotabile; e si possono visitare le interessanti valli Malgína, Caronélla e Belviso. La prima va ai pizzi di Druito (m. 2823), del Diavolo (m. 2927) e al passo di Bondione (m. 2785), da cui si scende a Bondione in Val Seriana; la seconda al monte Torena (m. 2910) e al passo di Caronella, che mette alle sorgenti del Serio, al lago Barbellino e al rifugio omonimo, indi a Bondione. L'ampia valle di Belviso termina al passo omonimo e ai passi Damignone e Venerocolo (m. 2344), dai quali si scende in val di Scalve. Dalla valle Belviso si possono fare le ascensioni al Venerocolo (m. 2590), al Sella (m. 2740), al Torena (m. 2911), al Costone (m. 2836), al Gleno (m. 2852) e al pizzo Strinato (m. 2834).
Da Tresénda al Belvedere e all'Aprica. - Da Tresenda per un'ampia strada, percorsa dall'auto sino a Édolo, si sale al Belvedere (m. 1008 - cantoniera), ove si gode una ampia vista. Questo passo, detto i Zappelli, fu più volte percorso da truppe, fra le quali quelle del generale Macdonald nel 1801 e dai Cacciatori delle Alpi nel 1859.
Nella seconda guerra mondiale caddero i soldati Alatti Antonio, Andreoli Giacomo, Andreoli Paolo, Battaglia Albino, Battaglia Mario, Battistella Lorenzo, Bettinelli Paolo, Bettini Giacomo, Bonadeo Enrico, Branchi Giuseppe, Branchi Mario, Branchi Olimpio, Bresesti Aldo, Bulfer Battista, Buttola Pietro, Carletti Antonio Giosuè, Casalini Luigi, Casparri Giorgio, Casparri Pietro, Codurelli Emilio, De Buglio Arturo, De Buglio Mario, Della Pace Giovanni, Dell'Avo Augusto, Dell'Avo Vittorio, Delle Coste Giovanni, Del Marco Albino, Del Marco Antonio, Donchi Antonio, Donchi Innocente, Duico Giuseppe, Fanchetti Pietro, Fanchi Antonio, Fanchi Bernardo, Faustini Giovanni, Fendoni Renzo, Gabrielli Battista, Gabrielli Giuseppe, Galli Andrea, Gerletti Giovanni, Ghislini Agostino, Ghislini Luigi, Giangi Attilio, Giozzi Gino, Girola Giovanni Battista, Giumelli Angelo, Giumelli Gervasio, Giumelli Omobono, Lanzarotti Pietro, Leonardi Giovanni, Lia Renzo, Maffenini Evaristo, Maffescioni Enrico, Marantelli Attilio, Marantelli Giovanni, Marchetti Guglielmo, Marchetti Luigi, Materietti Andrea, Mazzoletti Carlo, Mazzoletti Mario, Menaglio Giovanni, Moreschi Antonio, Moretti Cesare, Moretti Martino, Moretti Pietro, Moroni Modesto, Paiosa Antonio, Pannella Aldo, Paroli Luigi, Pasini Pietro, Morelli Giovanni Battista, Pedroli Bruno, Pedroli Lorenzo, Pedrotti Massimo, Pelacchi Egidio, Pellegrini Arnaldo, Pellegrini Francesco, Pellegrini Pietro, Praolini Pierino, Ravoldi Pietro, Reghenzani Andrea, Rizzi Antonio, Roggio Antonio, Rossi Pietro, Sabbadini Cesare, Saini Modesto, Sarotti Mario, Scandola Pietro, Spaletta Mario, Tusetti Francesco Mario, Valli Bernardo e Vanoi Elio; i carabinieri Branchi Amilcare e Pelacchi Mario; i caporali Moretti Luigi ed Ambrosini Giuseppe; i caporal maggiore Marchetti Cesare e Pomatti Pietro; il sergente Valli Giuseppe; i sottotenenti Giumelli Giuseppe e Valli Egidio; i capitani Moretti Luigi, Ambrosini Giuseppe e Lucchetti Amato; il marinaio Gennari Renzo; l'aviere scelto Piali Severino.
Nel secondo dopoguerra l’andamento demografico mostra una costante flessione; da 5858 abitanti nel 1951 si passò a 5695 nel 1961, 5240 nel 1971, 5233 nel 1981, 5116 nel 1991, 4797 nel 2001 ed infine 4731 nel 2006.

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I territorio di Teglio, che ha una superficie complessiva di 11,523 kmq,  comprende, oltre al versante retico a monte del paese, che culmina nel pizzo o monte Combolo, una porzione importante del versante orobico fra Castello dell’Acqua ed Aprica; ecco come lo presenta la già citata Guida del CAI: “La Valle del Rio e il Monte Combolo (2902 a.). Un non difficile sentiero partendo da Teglio penetra nella Valle del Rio, le cui pendici si rompono in frane frequenti. Raggiunta In alto l'Alpe Medel sul versante orientale, il sentiero valica, mantenendosi tra i pascoli, un colle a sud-est del Monte Combolo, e scende lungo la Valle del Sejento a Brusio sulla strada di Poschiavo. Non abbiamo notizia di ascensioni Patto al Combolo, che è bella cima in bella posizione Abbiamo esaminato la vetta dello sperone poco più basso, che sorgo a mezzodì sopra l'alpe di Pra Valentino, e ci parve che possa senza nessuna difficoltà salirsi dal passo del Medel lungo la cresta meridionale.
La Valle Malgina e la valle Margata.

Da S. Giacomo per un ponte di legno si può passare alla sponda sinistra dell'Adda. Un sentiero conduce pot attraverso a diversi casolari, alla Valle Malgina racchiusa fra monti dirupati. La gran carta delle S. M. A. segna un solo ghiacciaio in questa valle e lo chiama la Vedretta del Cagamei. Invece ve ne sono vari molto erti che scendono assai in basso nel profondo vallone. Salendo la vedretta che è più ad oriente si può per una bocchetta malagevole, che si apre fra due cime, scendere nell'ampio bacino del Barbellino, nell'alta Valle Seriana. A questo valico la carta sopra detta dà il nome di Passo del Barbellino. Non abbiamo notizie dl alpinisti che abbiano attraversato tal colle, o studiati i monti scoscesi della Malgina; non ne possiamo adunque dire di più.
Il terreno franoso della Valle della Margata, la quale si alza orto e breve proprio sopra il villaggio di Grania di Pronte a S. Giacomo, è ricoperto dalla più grandiosa foresta che esista in Valtellina. P. un bosco tenso, un bosco, vogliam dire, nel quale è vietato ogni più piccolo taglio per impedire che il monte frani portando rovina ai sottoposti villaggi. Vi si ammirano pini di grossezza enorme che contano più secoli di vita.
La Valle Bondone.Corre alta e stretta all'est della Margata, e non possiamo dire se per essa sia possibile la discesa nella conca del Barbellino. Il torrente Bondone precipita al piano in bella cascata.

Dopo S. Giacomo la gran strada della valle scorre pel piano di Valgella; il versante amico s'interna in un ampio seno ricco di vigneti e tutto sparso di case di campagna. In alto sopra un colle, a più di cinquecento metri dal piano, si eleva la torre di Teglio; sopra il promontorio più basso di Sommasassa sorge la chiesa di S. Gottardo. A Tresenda, già piccolo villaggio che va divenendo borgata, il monte s'avvicinadi nuovo all'Adda. Tresenda deve per avventura il suo nome al ponte sul fiume che quivi esiste ab antico; in fatto i contadini di alcune delle minori valli valtellinesi chiamano ancora nel loro natio idioma tresenda un ponte di travi sopra un torrente. A Tresenda scende un ramo della nuova via carrozzabile di Teglio; da Tresenda parte la strada carrozzabile che conduce ad Edolo per il colle d'Amica.
La Valle e il passo della Caronella. — Poco oltre il ponte sull’Adda si stacca a destra della via carrozzabile una commoda strada mulattiera, che, attraversando il casolare di Crespineda, sale il monte lungo la sponda sinistra del torrente Caronella, e conduce a Carona (1150 m.), villaggio interessante per il geologo e per il cacciatore, dove il parroco offre ospitale alloggio, e dove può vedersi una vecchia torre. Rimontando la valle, giunti che si sia al fondo, si può salire il nevaio che é a occidente e discendere alle sorgenti del Serio e al lago del Barbellino. Questo è il Passo della Caronella (circa 2500 m.) sufficientemente frequentato. Scendendo l'ampia e verdeggiante conca del Barbellino, in mezzo a cui serpeggia il Serio, si arriva all'alpe più bassa, e poi, salendo un centinaio di metri e valicando un colle (1890 m.), si scende per la Scala nella valle Bondone e alla borgata omonima (880 m.). Giunti ai piedi della Scala sopra detta si possono visitare le famose cascate del Serio, che sono fra le più belle d' Europa. Dalla Valle di Carona, e precisamente dai Casoni si può, girando gli speroni del Monte Torena e passando pei Grassi di Slavazza e di Fraitina, giungere ai Grassi di Pila inVal di Belviso.
Non abbiamo notizie di ascensioni fatte dal versante valtellinese al Monte Torena. Il sig. Torri, che sali il bel monte dal Barbellino nel luglio del 1878, assicura che esso ha panorama superbo, superiore a quello del Corno Stella.”

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Il modo migliore per chiudere questa presentazione di Teglio è di cedere la parola a Bruno Besta, illustre tisiologo tellino e docente all’Università di Genova, profondamente amante della sua terra, tanto da dedicare ad essa una breve quanto intensa raccolta di poesie, piccole follie, “Metedà”, edita nel 1965 con il titolo di “Poesie”, a cura degli amici del Rotary Club di Sondrio, con presentazione di Bruno Credaro.
Ne riportiamo un paio, dedicata, appunto, alla “mia Teglio”, così com’è, note comprese, senza permetterci di profanarla con la traduzione.

EL ME TEI
Hos etiam somno visus sum scandere colles et Tilii apricas ire redire vias.
(COSTANTINO REGHENZANI - poeta tellino)

Na sleciada (') de camp de furmentún
bianch e rosa, che i munta sü a bel bel
de la Cruseta fina a Camanùn
e giò di Dèle fina a Pragianèl.
En ciuf verd en del mezz
sÜ n' ghe 'l Castèl
de pésc (2) e lares, chi fa prope bel
cun en buscat de tei (3) iscì a distesa
che curr gió al pè, dré a dré del Pra de resa (4).
Panetade (5) de vigne verde e viola
de burdulesa (6), trace scià e là,
metude dent de mezz cun en quai prà,
e tütt'enturen àrbui come cà (7)
da Varga a Castelvedro a Val del Ri,
da Vangia a Cafregè su fö al büi,
da Crusèla a Salégg fin sii a Ruà
e sura quest i coste cui spinere
i lares del Rüera e Crus de Mezz
e dopo i vari mott, Pra Valentin
cui pastüre e 'l patüsc (8) e 'l bosch di Memerin
e a ‘l téns (9) de Corna Marinèla,
i gandun (10) di Barghett, Sciardalc, Cancan,
Cumbul e Meden cun la Cumbulina,
i Valene cui pra de la Nimina
e dopo, finalment,
el ciel seren
facc anca lü
certament
dal Signür
per quela pora gént
che fin gio de la basa la vé sü
a rimirà
sta bela perla rosa natüral
mesa 'n mezz a l'anel verd de la val
e l'argént
che l'ha facc gió 'n di pra na guai magada
cul fa pasà a redent (12)
l'aqua de l'Ada.

24 gennaio 1961 a Genova pensando a Teglio. Dedicada al me Carlo perché l’impari a vulech bè al nos Tèi.

  1. Distesa.
  2. Abeti.
  3. Boschetti di tigli.
  4. Prato della resa, perchè lì nel 1430 i fratelli Lazzaroni si sarebbero arresi a Stefano Quadrio, capo del partito visconteo.
  5. Alla lettera: fazzolettate, per indicare la poca estensione.
  6. Solfato di rame, per irrorare le viti.
  7. Alberi grandi come case. Più precisamente arboi sono i castagni.
  8. Stramaglia.
  9. Zona di pascolo proibito.
  10. Distese di grossi massi caduti dal monte.
  11. Stregoneria.
  12. A rasente.

INVIT A TEI (a la Masun del Gnatt)
Se ve (1) a Tei per gudé quest'aria buna
che la ve giò di munt pié de sumbría (2),
per el sul che risplend e per la lüna
che a fa l'amur la te fa cumpagnia,
per el vin de Vangela e de Arbulé,
per quel de Caven, Quigna e Belandina
che, quant l'è prope fin, el fa vedé
la vita en de na lüs molto carina;
per el salam e per la murtadela,
per l'anzicoria (3) fina di nos ort,
per l'ùga, i fich, i persech (4), la pumela,

per i pizzocher, el pitutt, i sciatt (5)
che i fa risuscità fina i por mort...
e adess se ve per la Masun del Gnatt.

Teglio - 30 agosto 1958

  1. Si viene.
  2. Ombra.
  3. La cicoria.
  4. Le pesche.
  5. Sono i tre cibi fatti con farina di grano saraceno: in forma di tagliatelle i primi, di fritelle gli altri due.

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BIBLIOGRAFIA
LE ISTITUZIONI STORICHE DEL TERRITORIO LOMBARDO - XIV-XIX secolo -, a Cura di Roberto Grassi, Milano, 1999.
FABIO CANI – GERARDO MONIZZA: Guida di Teglio, Nodo Libri, 2006

Copyright:
Massimo Dei Cas
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Tel.: 0342661285 E-mail: m.deicas@tin.it

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(Massimo Dei Cas, www.paesidivaltellina.it)

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APPENDICE

Per arricchire questa presentazione di Teglio, affidiamoci alla musa di uno dei suoi figli, Giuseppe Napoleone Besta, riportando i versi ad essa dedicati nei canti de “La Valtellina”, edito nel 1871 (è stato ristampato nel 1994 a cura del Centro di Cultura Tellina e della Biblioteca Parrocchiale di Isolaccia):
Pittoresco
In ridenti contrade in questa plaga
Teglio si stende. — Oh qui tenera Musa
Benedici al mio canto e fa che dolci
Più che in prima dal labro in mesto metro
Scorra umile verso. — Anima pura
Di Reghenzani debile scintilla
Del tuo genio mi presta. — E tu cantavi
Un inno alla tua valle ; era gentile
Il tuo carme isposato all’armonia
Della cetra latina a cui le Muse
Un di fidaro del ramingo Enea
L' istoria fortunosa. — Eppur, deh placa
indignato sembiante, o Reghenzani,
E con riso di scherno i patrioti
Guata da dove stai. Gelido un sasso
Te nasconde, o poeta, o le brucate
Ononidi le spine in sulla gleba
Spiegan dove riposi? Or va lo chiedi
Alle nubi che piovvero dal cielo
Tante stille di pianto se qualcuna
Ne versar su quel capo. Lo domanda
O Teglio, ai marmi del tuo tempio e spia
Se v' ha sculto quel nome; ai mille teschi
Del domestico ossario, o Teglio, il guardo
Errabondo rivolgi e se taluno
Porta in fronte quel nome glorioso,
Maledici a chi l' nega. Egregio Besta
Che in forti carmi le sevizie elvete
Maledicesti sulla patria oppressa
Io ti saluto. Del tuo genio ammira
I frutti lo straniero, ma la patria
Pur ti noma e conosce. E tu Cattani
Che pei chioschi felici spaziasti
Del Pindo a fianco della bella Clio
Mollemente suffolto, e tu mi segna
Ove dormono ascosi i dolci versi
Della tua diva, e qual invida polve
Sovra lor si distende. E tu gentile
Che il pennello sapiente in sulla tela
Inspirato guidasti, o Piatti, almeno
Una mi mostra delle tue fatiche,
Una sola che fregi le cadenti
Della tua Teglio un giorno aurate sale.
Forse anche tu, sotto un estrania terra
Dormi il sonno del giusto? o la tua polve
Spersero i venti? — Se talvolta un labbro
Te noma, o Piatti, non sarà mai quello
D' un patriota; l' esser grande è colpa
Oggi; il delitto è gloria, e spesso innalza
La man del vile a chi lo sprezza un arco.
Non là dove nasceste, o del mio colle
Glorie che foste, or chi di voi favella
Sentì giammai, ed a straniera lingua
Rammentargli era dato che la terra
Dell' umile suo Teglio, un di non era
Sol d' ortiche ferace, e che tra i cardi
Vi pullulare anche gli allori. Eccelsa
Su una rupe scoscesa ergesi antica
Una torre. D' intorno ancor le late
Spuntano fondamenta del diruto
Meandro un dì della vallea possente
Dominator, cosi la fama vola,
Siccome quel da cui la valle il nome
Guadagnò di Tellina. — Or le macerie
Disseminate per la nuda roccia
Come l' ossa dei nomadi insepolti
Per lo deserto, una possanza accennano
D' una gente che fu. Ma non un sasso
Un monumento, che una gloria, un nome
Rammenti al passegger. — Sull' abbattuto
Fianco di quella torre una pietosa
Mano pinse una croce; a ricordanza
Forse di qualche sventurato ucciso
A tradimento o per placar la vaga
Ombra d' alcuno a cui dalla gelata
Fronte non terse una fraterna mano il sudor della morte, e nella tomba
Non posò de' suoi cari.        È quello il tempio
Di San Lorenzo. — La divina mano
Di Fermo Stella istoriovvi un giorno
Quelle pareti. M'ahi ch'or le preziose
Fatiche a terra caggiono; nessuno
Sente pietà dei Crocifissi, e l'opre
Che ammira il forartier che da lontano
Nove talvolta a questo colle or quasi
Non conservan vestigio. Il sapiente
Pennello di Rusconi, inclito genio
Caro alle Muse e alla pittura, un giorno
Ripetè quei dipinto, ma straniero
Sotto il del di Germania ora conserva
Quell' esimio lavoro. Nè al vicino
Palagio a te fra dispiacevo' cura
Volgere il piede. — Maestoso un giorno
D' ammirandi dipinti e aurate vòlte
D' Ano Secondo la gentil prosapia
Accoglieva nel grembo, e molti e molti
Movean clienti ad onorarla. — Poi
Che la fortuna ed altra sede il carro
Invida mosse, le dovizie antiche
Sparvero a poco a poco, e insieme a loro
La gloria e il fasto ; ed or quelle pitture
Villico fumo di fuliggin copre,
E dai gòti balcon ispidi spicca
I viticci il sarmento. A quel recinto
Là in fondo in fondo, la pietosa volge
Figlia cui della madre un di funesto
Morbo i lumi per sempre ha tolto, ed ivi
Volve talora il veglio stanco e greve
A plorar sulla tomba u' giovinetto
Il figliuolo gli chiuse una tremenda
Diva, che morte palpitando appella
Questo povero mondo. O morituri!
Giammai volgeste al lurido zigoma
Del teschio che gittar lepidi sempre
I becchin sulla gleba ove pur ora
Una tomba scavaro ? Ravvisaste
Sovra quel cranio il facile sorriso
Ch' una pronuba abbella il dì di nozze?
Scolpito il genio delle Muse, e l' vivo
Acume di matesi in quella fronte
Voi scopriste giammai ? Come la falce
Che tutti agguaglia i fiorellin del prato,
E la rosa di Gerico e l' annoso
Cedro dell' Antilibano e la palma,
Che dal foco riarsi, in poco d' ora
Attento indagator invan ti avvisi
Sceglier cener da cenere, le mille
Passano creature, onde dar loco
Ai nascituri. E sol triste retaggio
È dei rimasti in sulla terra il pianto.
Salvete, o cari, che dormite in quelle
Insensibili zolle ! oh fra le mille
Molte lagrime anch' io sulle silvestri
Viole qualche volta ho consacrato
A beate memorie! E mi condona,
O compagno, se mesta un altra volta
La mia Diva qui canta. Allor che appena
La vita a me s' apriva, e di speranza
Gonfio movea, nuovo Giasone in cerca
Del vello d' oro, e solo amor, la terra.
Il ciel, l' aure, le pinte erbe del prato
Diceano al core, oh sulla via ben presto
Molte spine incontrai ! — Precoci angosce
Mi solcaron la fronte; ché tremendo
Un fato il riso ai morituri sempre
Tempra col pianto.  Come la falce
Che tutti agguaglia i fiorellin del prato,
E la rosa di Gerico e l' annoso
Cedro dell' Antilibano e la palma,
Che dal foco riarsi, in poco d' ora
Attento indagator invan ti avvisi
Sceglier cener da cenere, le mille
Passano creature, onde dar loco
Ai nascituri. E sol triste retaggio
È dei rimasti in sulla terra il pianto.

Stupefatto
Da questo colle dalle bianche cime
Del Legnone alle punte inabitate
Del Tonale nevoso, tutta quanta
La vallata contempli. — Il sinuoso
Adda in torbidi giri e cento rami
Rumoreggiando la percorre, e donno
Inevitabil, le virenti sponde
Or queto !arabe or minaccioso frange
E si tragga nei gorghi ; e spesso onusto
Di rubate boscaglie al Lario mena
Misto al pianto di mille il suo tributo.
La patria oppose carità concorde
In più paési al vorator perenne
Invincibili sponde, assicurando
Le feraci campagne. Ma funesto
Cittadino livore a povertade
Di mole anni congiunto in molte ripe
Non rintuzzò l' onda esiziale, e dessa
Schernendo i vili sui maturi solchi
Scende desolatrice. E mille e mille
Iugeri di terreno anco di Teglio
Sono pallido greto. Ma là dove
Non rovina il torrente e alla sonante
Marra del contadino è dato loco
Dissodare le zolle, oh tu vedresti
Un fiorente giardino.— Sulla rasa
Segale spande il buon cultore il bruno
Seme del fagopiro, e coll' aratro (traina)
Estirpando le branie sepellisce
I culmi antichi e la semenza nova.
Essa feconda alla benigna pioggia
Erge i teneri gambi ed ai beati

Raggi del sole di settembre spiega
Le sue candide ombrelle apportatrici
Di salubre granaglia. — Il lino appresso
Tinge il fior di zaffiro ed il 'l'oso
Canape cresce, che in ben cento fogge
Manipolato a più famiglie dona
L' inconsutile tela — Or bruna or d' oro
Ne' pometi domestici la polpa
Delicata regala anco la prugna,
E il roseo fior del melo alla sua volta
Figlia i pomi odorosi. — In altro sito
Stendonsi i prati che le verdi chiome
Donan tre volte al segator, la quarta
Pasco alla greggia. Se poi volgi il piede
Per l' amena collina i suoi tesori
Contemplerai. Tra le feraci vigne
Sorgono spesso in pittoresco aspetto
I coniferi larici ed i pini,
E in mezzo ai muschi cerule matura
Le sue bacche il mirtillo ; e tu vedresti,
Strano capriccio degli agresti numi,
La pannocchia del turco e il dolce fico
Maturarsi in un campo e alla silvestre
Reggia di Pane colle bionde spiche
I capripedi Fauni e coi sarmenti
Tessere il tetto. E qui dell' ape industre
I melliferi favi, elaborato
Succo di mille fiori a cui la bionda
Pecchia i calici terse, e l' aurea cella
Dell'esotico bombice, di sommo
Lucro al paese io tacerò. Se ancora
O benigno compagno al canto mio
Porgerai mente, io narrerotti i dolci
Giorni della vendemmia e le beate
Gioje d' autunno; meritato premio
Ai sudori di un anno.

Amico,
Vedi tu quella striscia che si pinge
Fra quelle selve e que' dirupi a guisa
Di candido zendado? Or son poch'anni
A mala pena il viator moveva
Fra quelle balze, ove già molti un giorno
Colpi rispose eco fedel dei canti
E delle grida imitatrice. Orrende
Scene di sangue si compiro all' ombra
Dei campanili di Stazzona e Matta,
Quando ancor dei Grigioni il triste giogo
Conculcava i nostr' avi ; e fama vola
Che l' eroe tirolese a cui s' inchina
Tanto Lamagna, fra quei massi il brando
Della rivolta sollevasse a sfida
Dell' aquile francesi. Indi traditi
Scesero i forti lagrimando, il triste
Dì che un velo nefasto i tre colori
Coprì d' Italia alla Bicocca ; e profughi
Poi scontar per due lustri in mezzo al pianto
Lungi dai cari, quella santa colpa
D' essere Italiani. Or lo scalpello
In poco aperse quella via che poi
Calcò festoso il candido cavallo
Di Garibaldi. Ed ora per la strada
Io vorrei dall' Aprica nella valle
Addurti di Belviso e meraviglie
Mostrarti nuove, alpini laghi, immense
Selve di picee, gelido sorgenti
Inessicate e verdi pasciti e cime
Inesplorate. Negli ardenti amplessi
Della Vergin col sole in quelle balze
Il pastor dalle gravide sprigiona
Mamme delle giovenche il dolce latte ;
Chè poco il prato del modesto censo,
Alimento gli dona onde alle mandre
Per un giro di sol saziar la fame.
E a cento a cento pascolar vedresti,
Le vitelle inquiete in selle verdi
Altissime pendici, che Torena,
Palabione, Maignòla, la Maignolta, Pila,
Pisa, la Nembra, la Fraitina,
La Frera, il Campo, il Dosso e il Dimignone
Dai poeti pastor si nominaro.
Da quelle frane, ove talor s' inspira
Il genio pastoral, che in fra i dirupi
E i gelati pinnacoli le vaghe
Alme prescite ad espiar la colpa
Vi scorge lagrimose, o sotto il giogo
Sisifo nuovi di macigno carchi,
con rovente ferro degli scogli
Frangere i quarzi; il temerario passa
Contrabbandier. Ei sulle bionde ripe
Del Mena o fra le valli del Ceresio
O fra i maggesi che il bel Serio inonda,
Abbandon ò la derelitta sposa
E il figlioletto, del fuggito padre
Sospiranti il ritorno. Ed ahi ! che spesso
Il reduce infelice indarno attese
La piangente famiglia, chè la neve
Assiderollo al piede, o la valanga
Pria che morto sepolto dai fuggenti
Compagni
io divelse impauriti.
Misero! la tua morte a' tuoi più cari
Tante lagrime costa, ed una sola
Tergere invan t' affideresti adesso,
Che un vil guadagno la tua vita ha spento.
La tua vita cui pan quotidiano
Mercar concesse la sapienza a cui
Porge un saluto l' augellin che migra
Quando beve una stilla, e dalla spica
Ciba un seme sul campo. Allor che in maggio
Nei gemini di Leda il raggio incende
Il benefico sole e in quelle gole
Scioglie le nevi, candide d' agnelle
Passar vedresti innumerate mandre
Di sassifraghe in cerca. Poi che meste
Fra le nebbie d' Acquario i laudinensi
Paschi brucaro dove il Pado scorre,
E feconde al pastor tenera prole
Tutte han largito e poi che i bianchi velli
Timidette affidaro alle taglienti
Forci del tosatore a più beate
Aure ed a pasco saporito, il fido
Bracco alla testa, dei pastori al fischio
Lente salgono l' alpi ; allora quando
Il rovajo di brine alle ginestre
Tesse gelide frange, alla pianura
Poi discendono ancora. La fedele
Orma dell' orso temerari spesso
Sieguono i cacciatore Dalla nativa
Tana inesperti i neonati allora.
Che la madre di pasto ita è lontana
Alla ricerca, osan rapir presaghi
Di fera lotta. Impavidi l' assalto
Dessi attendono in armi. — D' improvviso
Un fremir disperato, un agitato.
Fruscir di rami dai natali abeti
Dilaniati, un nuvolo di polve
Spinta per l' aria coi divelti sassi,
Accenna 1' appressar de la tradita
Tremenda invano; chè passato il core
Da infallibile palla gemebonda
A terra è già. Ma ahi I che talor la mano
Tremò del cacciatore e il feral colpo
Non fu letale, e orrenda pugna i boschi
Vider compirsi appresso e lacerate
Umane membra insanguinar le rupi.
Vedi quel bosco ove le picee nere
Altissime le cime ergono, al vento
Parassite affidando le parmelie
Ed i coni squamosi ? Unqua dal giorno
Che Iddio cosparse la franosa terra
Della Margatta di semute poe,
Della scure giammai cadente il colpo
Echeggiar fu sentito. — Maestosi
Ergonsi i pini secolari a mille
Fra le vergini balze, e poi che cento
E cent' anni le brine e la gragnuola
Scosser dai rami, della vita stanchi
Gemendo caggion mutilati al suolo.
Qual nella selva che d' Alcasto il
Pero Spirto ebbe tema, e tu movendo e solo
Fra quelle piante ove del sole il raggio
Mesto si pinge quale in fosca nube,
Il cor ti senti di paura stringere
Amarissimamente. Ma volgiamo
Ad altre sponde. — Di Carona ai campi,
Di Rondone alla candida cascata,
Di Valgella ai vigneti a cui Sassella
Solo compete dei preziosi grappoli
Il primo vanto in Valtellina, e ai prati
Di Tresenda giuliva, un dolce addio !
Ecco Boalzo che del Rio già cento
Fiate straripato, ebbe distratte
Le campagne feconde e delle case
Scosse le fondamenta. — Ma di folle
Speranza illuso, i tremoli edifici
Riattando il colono, osa novelli
Sogni dormir fra le pareti avite,
Incauto sempre. Oli quali dure angosce
Al tuo povero cuore, o patriota,
In quelle notti di tremenda guerra
Fra la terra ed il cielo, allor che torvo
Il vicino rigagnolo le dighe
Dell' umil letto si trascina e irrompe
Sulle verdi campagne; e la parete
Fa crollar della casa, ove piangente
Colla pallida moglie e i figlioletti,
Guati fra i lampi le mature biade,
Scomparir sepellite in un col campo !
Oh é vano il tuo pregar, inutil freno
La tua debile mano alla rovina !
Avventurato, se fuggendo a morte,
Potrai domani sui caduti lari
Sparger lagrime ancora. Ma non solo
L' odiata corrente a quei tapini
Le campagne distrugge e l' abituro ;
Chè in padule stagnando esiziali
Dal suo letto melmoso arie sprigiona,
A chi le spira di perenni morbi
Seminatrici ; e luridi cretini
Sventran le madri, inutile progenie

A una patria men pia.”