Accendi le casse per ascoltare il canto di uccelli sul sentiero per l'alpe Lagazzuolo
Punti di partenza ed arrivo |
Tempo necessario |
Dislivello in altezza
in m. |
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti) |
San Giuseppe-Alpe Lagazzuolo-Bocchel del Cane-Lago Pirola-Chiareggio |
5 h |
1150 |
E |
La
traversata alta da San Giuseppe a Chiareggio è uno dei più
classici itinerari escursionistici offerti dall'alta Valmalenco (val del màler) e, pur
non rientrando nelle otto tappe dell'Alta Via della Valmalenco, offre
scenari e suggestioni di sicuro impatto emotivo, mostrando il volto
più affascinante e spettacolare della valle.
Per effettuarla dobbiamo raggiungere innanzitutto Chiesa in Valmalenco
(m. 960), a 15,5 km da Sondrio, proseguendo, poi, sulla strada che porta
a Chiareggio. Dopo aver superato su un ponte il Màllero ed aver
affrontato una lunga serie di tornanti, raggiungiamo l'ampia conca di
prati che ospita San Giuseppe (san giüsèf o giüsèp, m. 1433), a 6 km. da Chiesa, punto di
partenza ben noto a coloro che amano salire, per effettuare passeggiate
o discese sugli sci, all'alpe Palù. Qui la strada assume, per
un buon tratto, un andamento quasi pianeggiante e, sulla sinistra, è
ben visibile una graziosa chiesetta, costruita nel 1926 per sostituire
la precedente, distrutta da una frana.
Proseguendo per un tratto con l'automobile, troviamo, sempre sulla sinistra,
un cartello che segnala il punto di inizio della traversata che conduce
dalla val Orsera (val d'ursàra o d'ursèra) alla val Ventina, sviluppandosi attraversando la dorsale
montuosa compresa fra il monte Senevedo (m. 2561), la punta Rosalba
(m. 2803), la cima del Duca (m. 2953) ed il monte Braccia (còrgn de bracia, m. 2909),
passando per due laghi (il lago Lagazzuolo, m. 1974, ed il lago Pirola,
m. 2283) e due rifugi (il Ventina, m. 1965, ed il Gerli-Porro, m. 1960),
valicando
una bocchetta alta, il Bocchel del Cane (buchèl del càa(n), m. 2551) e consentendo, infine,
la discesa a Chiareggio dalla val Ventina.
Parcheggiamo, dunque, l'automobile presso il cartello che segnala la
partenza del sentiero (indicazioni per Lagazzuolo e Chiareggio), ma
se ne abbiamo a disposizione due, lasciamone una a Chiareggio: qualora,
infatti, non intendessimo fermarci a pernottare presso alcun rifugio,
ci eviterà di dover percorrere 6 chilometri buoni per ridiscendere
da Chiareggio a San Giuseppe.
Il sentiero, segnalato da bandierine rosso-bianco rosse (che ci accompagneranno
per l'intero arco della traversata) scende al torrente Mallero (màler), lo attraversa
su un ponte e comincia a salire, ripido, sul fianco nord-orientale del
monte Braccia, effettuando prima un traverso in direzione nord-ovest,
inanellando poi una serrata serie di tornantini in direzione ovest-sud-ovest.
La salita, che avviene sul severo fianco montuoso posto immedietamente
a sud-est delle cascate della val Orsera (val d'ursàra o d'ursèra), ben visibili da San Giuseppe,
non concede respiro, ma avviene in un fresco bosco di conifere, il che
è indubbiamente un vantaggio, se la effettuiamo durante il periodo
più caldo dell'estate.
Intorno a quota 1900 la vegetazione si fa sempre più rada, finchè
il sentiero sbuca sui pascoli dell'alpe Lagazzuolo (alp del lagazzö), incontrando le poche
baite, ormai abbandonate, su un bel poggio panoramico, dal quale si
domina, a nord, la poderosa dorsale nord-occidentale della testata della
Valmalenco,
che
comprende, da ovest, cioè da sinistra, il pizzo Fora (sasa de fura o sasa ffura, m. 3363),
il pizzo Tremoggia (m. 3441), il pizzo Malenco (m. 3438) ed il Sasso
d'Entova (sasa d’éntua, m. 3329).
Davanti a noi, invece, spicca la cima della punta Rosalba (m. 2809,
retaggio del tempo pioneristico dell'alpinismo, quando i conquistatori
di una vetta cedevano alla tentazione romantica - o ridicola - di chiamarla
con il nome della propria innamorata), a destra della quale si trova
la depressione sul crinale dove è collocata la bocchetta che
dovremo superare.
Poi, improvvisamente, ecco comparire il bel laghetto di Lagazzuolo (lagazzö),
nascosto dai bordi della conca glaciale che lo ospita. Si tratta di
una piccola perla naturalistica, che offre, agli escursionisti che spesso
vengono fin quassù per riposare lungo le sue rive circondate
da radi larici, lo spettacolo riposante delle sue acque, di un bel colore
azzurro turchese intenso.
Una sosta, dopo la prima ora o poco più di cammino, non ci sta
certo male.
Per illustrare meglio le caratteristiche di questo lago e dell'ambiente che lo ospita riportiamo le informazioni che ci vengono offerte dal bel volume "Laghi alpini di Valtellina e Valchiavenna", di Riccardo De Bernardi, Ivan Fassin, Rosario Mosello ed Enrico Pelucchi, edito dal CAI, sez. di Sondrio, nel 1993:
“Situato a una quota assai più bassa, ancora nell'area della vegetazione e circondato infatti da un rado ma suggestivo lariceto, il Lago Lagazzuolo, non poi così piccolo come sembra indicare il nome, presenta acque gelide e azzurrissime, raccolte su un gradone, il più basso prima di una serie di rapide e cascate, percorso dal torrentello della Val Orsera, affluente di destra del Mallero, all'altezza di S. Giuseppe in Val Malenco.
In verità il torrente rinasce appena a monte del lago, in un bel sistema di resorgive tra grandi piastroni di serpentino, ai piedi di una ciclopica morena che adduce al sovrastante terrazzo della valle (dove c'è un altro laghetto, molto piccolo e quasi ignorato anche dalle carte, spesso ghiacciato fin tardi) e quindi alla testata sotto le ripide pendici della Cima del Duca e del Monte Braccia, in un ambiente selvaggio e desolato.
A me sembra che, tra tutti i laghi (non pochi) della Val Malenco, esso si presenti come il più tipico laghetto alpino per la forma irregolarmente rotondeggiante, il colore straordinario, l'apertura/chiusura degli orizzonti. A monte si offre infatti una veduta scenografica di pendici erte, rupi incombenti; a valle (N-E) si ammira il non lontano gruppo del Tremogge e le rossastre rocce del Sasso Nero, cuore geografico e geologico della Val Malenco, oltre la vallata, sopra i fitti boschi di Senevedo, Entova e Palù - questi ultimi purtroppo devastati dalle piste di sci -.
Più lontano campeggia il Pizzo Scalino. Arrivarci non è poi così difficile: due orette da S. Giuseppe. Con Entova, dove addirittura si passa in jeep, è sicuramente tra i più facilmente raggiungibili per il turista che soggiorni in Val Malenco.”
La traversata prosegue, dettata ora non più da un
evidente sentiero, ma dal susseguirsi dei segnavia rosso-bianco-rossi,
che ci portano ad aggirare il laghetto sulla (nostra) destra. Non possiamo
affidarci all'impressione visiva: il Bocchel del Cane, infatti, non
è infatti, come invece saremmo indotti a credere, l'ampia sella
ben visibile davanti ai nostri occhi, sul crinale che separa la val
Orsera (val d'ursàra o d'ursèra) dalla val Ventina (val de la venténa), fra la punta Rosalba, a destra, e la cima
del Duca, a sinistra. Questa
sella è la più alta bocchetta di Lagazzuolo (buchèl - o buchèta - del lagazzö), che
guarda
sempre alla val Ventina, ma è posta più in alto, a quota
2782 metri. Per fortuna non ci tocca salire fin lassù.
Seguiamo, dunque, i segnavia, che segnalano una traccia di sentiero
che, lasciata alle spalle la riva di nord-ovest del laghetto (quella
di destra, per chi sale), si sviluppa fra la vegetazione, sempre più
rada, ed i massi di tutte le dimensioni, sempre più fitti. Nel
primo tratto passiamo vicino, rimanendo alla sua sinistra, al corso
d'acqua che scende fino al laghetto sottostante. Poi ce ne allontaniamo,
spostandoci a sinistra e raggiungendo, dopo un breve traverso, l'imbocco
del canalone che adduce alla bocchetta, la quale, finalmente, appare
ai nostri occhi. Deviando leggermente a destra, iniziamo l'ultima faticosa
salita, seguendo il tracciato suggerito dai segnavia. Mentre ci ossigeniamo
adeguatamente per essere all'altezza degli sforzi che ci attendono,
non manchiamo di gustare gli scenari che si sono aperti alle nostre
spalle.
Sul fondo del vallone principale, innanzitutto, ecco, a sorpresa, un
secondo e più piccolo laghetto, a quota 2256, anch'esso dalle
acque di un azzurro turchese intenso: lo vediamo, volgendo le spalle al Bocchel
del Cane, alla nostra destra. Il
laghetto, denominato erroneamente sulla guida CAI-ITC "Lagazzuolo superiore", viene chiamato localmente "lagösc ed è dominato dai contrafforti del monte Braccia ("bràcia", m. 2909),
il cui spigolo di nord-est degrada in una serie di cime minori, fra
le quali si apre, a quota 2293, la bocchetta di Girosso (giròos), che pone in
comunicazione l'alpe di Girosso (giròos) superiore (m. 2183) con la val Orsera (val d'ursàra o d'ursèra).
Volgendo lo sguardo a sinistra, ecco la lunga dorsale che divide la
Valmalenco dalla Val di Togno: vi spicca l'inconfondibile profilo del
pizzo Scalino (m. 3323). Più a sinistra ancora, alle spalle della
dorsale compresa fra il Sasso d'Entova (m. 3329) ed il Sasso Nero (umèt, m.
2919), occhieggiano, per un breve tratto, le più famose ed alte
cime
della Valmalenco, i pizzi Roseg (da “rösa” o “rosa”, massa di ghiaccio, m. 3937), Scerscen (m. 3971) e
Bernina (m. 4049). C'è di che ritemprare lo spirito, se non anche
le membra.
Di nuovo in cammino: la pendenza, sempre severa, e la natura del terreno,
disseminato di massi fra i quali spesso ci si deve districare, non agevolano
gli ultimi sforzi, che tuttavia, alla fine, ottengono il meritato premio.
Dopo Circa tre ore di cammino, necessarie per superare circa 1150 metri
di dislivello, la sella del Bocchel del Cane, a 2551 metri, è raggiunta. Si tratta
del punto più alto della nostra escursione, dal quale si apre
ai nostri occhi uno scenario che, in una giornata limpida, è
davvero superbo. Si mostra, infatti, la splendida compagine delle cime
che scandiscono il fianco occidentale dell'alta Valmalenco, vale a dire,
partendo da nord (alla nostra destra) il monte del Forno (fùren, o fórn, ma anche munt rus, m. 3214),
la cima di Val Bona (m. 3033), le cime di Vazzeda (m. 3301) e di Rosso
(m. 3366), il monte Sissone (còrgn de sisùm, chiamato anche piz sisùm e, dai contrabbandieri, “el catapìz”, m. 3330), la punta Baroni (m. 32003) e
le cime di Chiareggio. Scendendo,
avremo, poi, modo di vedere sempre meglio, a sinistra, la severa mole
del monte Disgrazia (m. 3678), che mostra il ghiacciaio della parete
nord e, sul fianco orientale, l'impressionante canalone della Vergine.
Ancora più a sinistra appariranno il pizzo Cassandra (piz Casàndra o Casèndra, m. 3226),
il ghiacciaio ed il passo della Ventina (pas de la venténa), che unisce la valle omonima,
nella quale scendiamo, alla val Sassersa (sono i luoghi più memorabili
della seconda tappa dell'Alta Via della Valmalenco).
Uno scenario alpino fra i più classici, eleganti e memorabili,
che ci accompagna in una discesa la quale,
per la verità, non
è di tutto riposo. Le discese non lo sono mai, non lo debbono
essere mai, dal momento che un calo di concentrazione può essere
pagato, anche a caro prezzo, con cadute e distorsioni. In questo caso
la natura molto accidentata del terreno impedisce tassativamente di
abbassare il livello della concentrazione. Per un buon tratto, infatti,
i segnavia ci indicano il tracciato più razionale che si districa
fra nevaietti e massi di dimensioni rilevanti. Non contiamo troppo sulla
"fornicatio lapidum", per usare un'espressione dello scrittore
romano Seneca, cioè sull'abbraccio che rinserra ciascuna pietra
alle altre: non è detto che tutte le pietre su cui posiamo il
piede siano stabili. L'atmosfera di questi luoghi è, comunque,
unica: le rocce, dal colore rossastro, regalano un contrappunto cromatico
affascinante con il blu del cielo. Alle
nostre spalle, la punta Rosalba, che mostra il suo corrugato ed aspro
fianco di nord-ovest, sembra degnare appena di uno sguardo scettico
la presunzione degli escursionistici che osano violare luoghi riservati
non ad uomini, ma ad aquile e marmotte.
I massi, dopo il primo tratto, si fanno, poi, via via, più abbordabili,
compaiono le prime lingue di timido e magro pascolo, sul versante denominato "còsta del làach", la discesa si fa
meno faticosa. Ben visibile, fin dal passo, è, alla nostra destra,
il lago Pirola (m. 2283), creato da uno sbarramento.
Dopo un tratto quasi in piano, scorgiamo, alla nostra destra, una serie
di segnavia che disegna un arco in direzione del lago, in leggera discesa.
Si tratta di una delle due possibili direttrici di discesa: scegliendola,
ci portiamo, dopo aver attraversato, non senza la rinnovata fatica dei
massi caotici fra i quali districarsi, ad est del lago Pirola; piegando
a sinistra, su un sentiero un po' esposto che guadagna il filo del bastione
roccioso che lo delimita a nord, passiamo a monte della sua riva settentrionale,
proseguendo in parallelo fino alla deviazione, a destra, che ci consente
di scendere all'alpe Piròla e di
qui al bosco, dove un sentiero,
prima con direzione nord, poi con direzione sud, infine con direzione
ovest, scende ad intercettare la pista che congiunge Chiareggio con
il rifugio Gerli-Porro. Questa prima soluzione ha il vantaggio di consentirci
un incontro ravvicinato con il bel lago di Pirola (m. 2283), ma taglia
fuori il rifugio Gerli-Porro e richiede una buona dose di fatica per
attraversare il vallone che scende dalla bocchetta di Sceresone ed affrontare
la salita supplementare necessaria per
guadagnare i 2336 metri dello sperone roccioso che delimita, a nord,
il lago.
La seconda soluzione prevede, invece, che si prosegua la discesa seguendo
la direttrice ovest, per assumere, poi, quella sud-ovest. In questo
caso ignoriamo i segnavia che scendono verso il vallone, seguendo invece
un evidente ometto ed i segnavia che, al termine di un breve pianoro
dove i massi ci lasciando un po' di tregua, ci fanno scendere in una
conca dove li ritroviamo. La discesa prosegue in uno scenario suggestivo,
fra radi larici, a sinistra dei bastioni del Torrione Porro (m. 2435).
Alla nostra sinistra, stupendo è il colpo d'occhio sulla val
Ventina, sul ghiacciaio omonimo e sul versante orientale del monte Disgrazia.
Alla fine, superata un'ultima impegnativa fascia di grandi massi, il
sentiero si tuffa in una macchia, per l'ultima, ripida, discesa, che
ci porta al bucolico pianoro della val Ventina, circa a metà
strada fra i vicini rifugi Ventina, alla nostra sinistra, e Gerli-Porro,
alla nostra destra.
Il più è fatto: non ci resta che imboccare la comoda pista
che scende a Chiareggio, affollata, nel cuore della stagione estiva
o nei finesettimana, dei numerosi vacanzieri che non perdono l'occasione
di respirare l'aria di alta montagna con un'oretta di cammino.
Si
chiude a Chiareggio (cirècc, cirécc o ciarécc; in un documento del 1544 “gieregio”; in una mappa del 1816 risultava costituito dalla chiesetta di S. Anna, dall’Osteria del Bosco, dal baitone di fronte alla
chiesa e da sei piccole costruzioni lungo il Mallero) una traversata destinata a rimanere indelebilmente
nella memoria, fra le più classiche esperienze di incontro con
l'alta montagna che incanta.
È interessante, infine, leggere il racconto della traversata per il Bocchel del Cane effettuata da Bruno Galli Valerio, naturalista ed alpinista che molto amò queste montagna, il 27 settembre 1904: “Mentre risaliamo la Val Malenco alle quattro del mattino, nuvole bianche appaiono un po' da tutte le parti e il cielo finisce per essere tutto grigio. Un vero cielo di novembre, sul quale si staccano le Prealpi e le cime del fondo della Val Malenco, tutte bianche di neve. Questa volta non sbaglio il sentiero del Lagazuolo. Passato ai Prati della Costa sulla riva destra del Mallero, trovo il sentiero subito al di là del ponte, sentiero che risale sulla destra della Valle Orsera. E' un sentiero che sale per boschi, si avvicina alla gola ove il fiume spumeggia in mille cascate, si perde in mezzo ad un prato, riappare al di là di roccie a picco e, finalmente, ci conduce alle dieci e venti alla baita del Lagazuolo (1974 m.). Davanti a noi si eleva, bianco di neve, il Monte Braccia (2907 m.). Risalendo per pascoli e gande, raggiungiamo il lago di Lagazuolo (1986 m.), un laghetto tranquillo, in cui si riflette il Monte Braccia e alcuni larici che si rizzano d'intorno. Il silenzio è grandissimo. Sulla sinistra della valle, delle gande rimontano a un canalone che termina al Bocchel del Can (2550 m.). Lasciato il lago alle dieci e mezzo, passiamo un ponticello sull'Orsera e attacchiamo le gande. Un sentiero corre fra rododendri e Pinus mughus e si perde ben presto. Tocchiamo la prima neve a chiazze qua e là. Poi si fa più abbondante. Essa copre gli interspazi della ganda e rende la salita difficile. Dapprima ne troviamo venti centimetri, poi al di là di uno sperone di roccia, nel canalone che sale al passo, ce n'è un buon mezzo metro. Si affonda ad ogni passo in enormi buchi, si scivola sopra roccie coperte di neve. E' una vera ascensione d'inverno, meno il freddo. Dietro di noi, vediamo sotto il lago azzurro, più su un piccolo laghetto gelato; lontano, in mezzo alle conifere, il lago del Palli e le bianche cime del gruppo del Bernina, dello Scalino, del Painale.
A mezzogiorno e mezzo, dopo mille fatiche, arriviamo al passo: davanti a noi appaiono Disgrazia, Ventina, Sissone, Cima di Rosso, Pizzo del Forno e Passo del Muretto, mentre ai nostri piedi, giù in basso nelle gande, il lago Pirola si stende cupo, riflettendo la tristezza del cielo. Alla una e un quarto, cominciamo la discesa, prima per un pendio di neve dove affondiamo fino al ginocchio, poi in un vero ammasso caotico di roccie sepolte sotto la neve. Si affonda continuamente e c'è rischio di rompersi una gamba. Finalmente tocchiamo gande meno grosse. Appare un piccolo laghetto gelato; sentiamo gridare; un uomo appare sulla Bocchetta del Ceresone. Alle due e venti, siamo al lago Pirola. Il cielo diventa di più in più grigio, si direbbe che la neve sta per cadere da un momento all'altro. Alle tre e un quarto, lasciato il lago, incontriamo un giovanotto, quello che abbiamo visto qualche tempo prima sulla bocchetta del Ceresone. Sta cercando pecore smarrite. Ma non trova niente. Per gande, raggiungiamo l'alpe Pirola e di là, per un sentiero a zig-zag, Chiareggio, alle quattro.Sulle cime nevica. Una fine pioggerella ci sorprende lungo il bosco di Chiareggio e ci accompagna nella nostra discesa a Sondrio.” (B. Galli Valerio, Punte e Passi, a cura di Luisa Angelici ed Antonio Boscacci, Sondrio, 1998).
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