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Il paese del miele e degli "zingari",
nel cuore dei Cech

Accendi le casse se vuoi ascoltare il suono festoso delle campane della chiesa di S. Fedele a Mello

Mello, paese del miele, paese di zingari. Come mettere insieme cose apparentemente così diverse? Vediamone il senso, e capiremo. Quanto al miele, lasciamo la parola al diplomatico e uomo d’armi Giovanni Guler von Weineck, governatore per la Lega Grigia della Valtellina nel 1587-88, che, nella sua opera “Raetia” (Zurigo, 1616), così scrive: “Circa mille passi a ponente di Civo, sorge su una pianura montana Mello, che derivò il suo nome dalla parola latina mel, ossia dal miele: perché in antico le api qui esercitavano una particolare attività e riempivano tutto di miele”. V'è da dire, per amor di precisione, che tale etimologia non indiscussa: "Mello" potrebbe derivare da una ben più antica radice preariana, "mel", cioè "monte" (del resto una radicata leggenda vuole addirittura che sulle pendici a monte di Mello sia approdata l'arca di Noè dopo il diluvio), o dal termine celtico che significa "collina" (è interessante osservare che in dialetto "mèl" significa "collare per animali").
Quanto, invece, agli zingari, dobbiamo ricordare che i “Melàt”, cioè gli abitanti di Mello (ma ricordiamo che questa denominazione, come tutte quelle con desinenza in -àt, suonava in origine spregiativa), alla ricerca di pascoli per i loro armenti, si spingevano, in passato, nella stagione invernale fino alle porte della Valchiavenna, a Samolaco e Novate Mezzola, ed in quella estiva in Valle dei Ratti, in Val Codera ed in
Val Masino. In particolare, in Val Masino colonizzarono quella splendida valle che da loro prende il nome, la Val di Mello, appunto, oggi conosciutissima per i suoi splendidi scenari e per le possibilità offerte ad alpinisti e climbers, ma nei secoli scorsi valle considerata aspra ed ostile, per i magri pascoli posti in cima alle valli laterali, erte e scoscese. Comprendiamo, adesso, il legame fra miele e zingari: i due termini rimandano al mondo contadino, al lavoro indefesso, alla tenacia, di insetti interamente dediti alla vita dell’alveare e di uomini interamente assorbiti nel compito sempre difficile di strappare alla terra di che vivere. Del resto, è questa la fama che i “Melàt” si sono conquistati in terra di Valtellina, fama di uomini determinati ed intraprendenti.
Ma non si deve pensare che l’anima di Mello sia esclusivamente legata al mondo contadino. Restituiamo la parola al von Weineck: “Il paese venne fondato dai Greco di Civo, quando vi si trasferirono, e col tempo crebbe a tal segno che fu distinto e separato da Civo; in seguito poi venne abitato anche da altre nobili famiglie, particolarmente dai Paravicini”. Vi è anche un’anima nobiliare, dunque, che non contrasta con la prima, ma convive in un felice connubio.
Poco sappiamo della storia di Mello anteriore all'anno Mille: se è vera l'ipotesi che il castello di Domofole fu per qualche tempo residenza dell'illustre regina Teodolinda, dobbiamo pensare che fin dall'epoca longobarda queste zone avessero grande importanza: ma si tratta di un'ipotesi non avallata da documenti certi. A quella dei Longobardi seguì la dominazione ndei Franchi (da loro secondo alcuni deriva la denominazione di Cech - o Cek - riferita agli abitanti della Costiera alle porte settentrionali della Valtellina. Allora si facevano le cose in grande, e l'intera Valtellina fu da Carlo Magno, nel 775, donata in feudo alla potente e prestigiosa Abbazia di Saint Denis. Nel successivo 836 il re d'Italia Lotario I la concesse al conte Manfredo d'Orleans, dal quale passò ai figli Alberido e Godemprando, che si vuole siano capostipiti della stirpe dei "signori di Valtellina".

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Le origini del paese di Mello sono molto antiche, e risalgono almeno all’anno mille (il nome viene menzionato per la prima volta in una “cartula venditionis” del 1022). Esso rientrava nei possessi feudali della potente famiglia di origine comasca dei Vicedomini, che si estendevano dal lago di Como alla Val Masino, e si erano divisi in due rami, quello a sud dell'Adda, con centro a Cosio, e quello a nord, con centro nel già citato castello di Domofole, nel territorio dell'attuale comune di Mello.
Si tratta di uno dei più suggestivi castelli di Valtellina, recentemente restaurato, attestato per la prima volta con sicurezza in un documento del 1023, anche se la tradizione lo vuole, come abbiamo visto, di origine ben più antica (epoca longobarda, ai tempi della regina Teodolida: per questo è chiamato anche "Castello della Regina"). Ecco quel che riferisce Guido Scaramellini, nell'articolo "Fortificazioni in Valtellina, Valchiavenna e Grigioni", del 2004: "Del complesso fortificato, posto su un dosso a quota 540 metri, oggi sopravvive solo una imponente torre, tra le più importanti della provincia. Si ha notizia che il castello, nominato nel 1023, fu distrutto nel 1292 dai guelfi, ricostruito e ancora smantellato nel 1524 dai Grigioni, quando era abitato dai Vicedomini. Oggi restano la torre ed eloquenti resti della chiesetta romanica di Santa Maria Maddalena. La torre presenta grosse pietre ben squadrate, di notevoli dimensioni alla base, e reca una sbrecciatura di ingresso a piano di campagna, aperto in epoca successiva, mentre l'accesso originario era al primo piano tramite porta archivoltata sul lato orientale. Viene datata a cavallo tra il XIII e il XIV secolo, ma nella parte inferiore pare di individuare muratura ancor più antica, come
i ruderi della vicina chiesetta di Santa Maria Maddalena, di chiaro stile romanico, con abside rivolta a est, databili all'XI-XII secolo. Solo nel XVII secolo fu costruita, subito a nord della torre, una seconda chiesa più ampia, dedicata a Santa Caterina, oggi allo stato di rudere. Poco più sotto, a lato di un torrentello, sorgono alcune costruzioni a un piano, di sapore quattro-cinquecentesco, con bei portali, che dovevano appartenere al castello.Una leggenda vuole che nel castello sia stata tenuta prigioniera Adelaide, vedova di re Lotario, la quale, per non sposare Adalberto, figlio di Berengario, sarebbe fuggita e qui raggiunta e incarcerata. Sarebbe poi stata liberata da certo chierico Martino di Bellagio e andata in sposa a Ottone I di Germania. Forse è più probabile che si avvicini al vero la prigionia qui di Giovannina Vicedomini, voluta dal crudele zio Andrea."
Nel 1335 la Valtellina venne inglobata nei domini dei Visconti di Milano ed organizzata amministrativamente in tre terzieri. Mello, nel quale vivevano esponenti delle nobili famiglie dei Vicedomini, degli Asinago e dei Greco, apparteneva al terziere inferiore, ed in particolare alla squadra di Traona; ottenne probabilmente qualche anno dopo, nel 1343, l'autonomia amministrativa. Secondo lo storico Giustino Renato Orsini, Mello, come gli altri comuni della Costiera, si staccò da una matrice comune, chiamata, nei secoli precedenti, "Communitas Domopholi", che aveva come baricentro le località il castello momonimo e le località di Consiglio m(Mello) e Coffedo (Traona). Ai primi decenni del trecento risalgono anche le prime partenze documentate dalla Costiera dei Cech (ed anche da Mello) per Genova, dove gli emigrati di questa zona costituirono una compagnia di scaricatori di porto con i lavoratori bergamaschi. Il flusso migratorio proseguì nei secoli successivi, soprattutto nel seicento. Nel 1370 Mello fu tra i comuni di parte guelfa che si ribellarono ai ghibellini signori di Milano, ma alla fine il loro dominio fu riaffermato sull'intera valle.

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Dal punto di vista religioso, invece, Mello dipendeva dalla pieve di Olonio e dall’arcipretale di S. Alessandro di Traona; nel 1441 entrambe le parrocchie si staccarono dalla pieve di Olonio, che venne trasferita, per l'interramento del nucleo di Olonio, a Sorico; nel medesimo 1441 Mello si staccò da Traona, divenendo parrocchia autonoma di nomina popolare. Verso la fine del secolo la comunità fu funestata da due calamità che la misero a dura prova, un'epidemia di peste nel 1479 ed una rovinosa alluvione nel 1481.

Entrambi gli eventi rientravano allora nell'ambito di ciò che l'uomo non poteva prevedere né spiegare: di fronte alla peste non si poteva che invocare S. Rocco, la cui devozione in terra di Valtellina era assai diffusa, mentre per le alluvioni il santo cui pregare era San Benigno de Medici, popolarmente chiamato San Bello, morto nel 1472 a Monastero di Berbenno: in vita questa affascinante figura di santo predicatore passò più volte da Mello, che si trovava sulla strada dal lago di Como alla media Valtellina. Scrive, nel racconto della sua vita, il suo contemporaneo Romerio del Ponte, riferendosi all'ottobre del 1404: "[Dalla Maroggia] si partì e passando per Buglio si arrivò in Ardenno a disnare, dove, licenziata la guida accordata sin al lago di Como, si partirono passando per il Masino, Datio, Caspano, Cino, Mello, la valle di Monforte castello dei Vicedomini, Cercino, Cino, Pusterla e Dubino e Monastero sino a Provezio, ivi lasciando la Torre di Velaunio [Olonio] dalla parte sinistra, traghettando il laghetto gionsero a Dazzo [Dascio] a cena ben tardi." Assai interessante, questo testo, perché illustra anche il percorso della via maestra che consentiva di uscire dalla Valtellina o di entrarvi, passando non per il piano, ma per i borghi di mezza costa del versante retico e della costiera dei Cech. Da esso si evince che il castello di Domofole era conosciuto anche come Monforte.
Nel successivo cinquecento Mello era probabilmente il paese più intraprendente della Costiera dei Cech. I suoi pastori, come già detto, avevano valicato i passi alti della Costiera dei Cech e colonizzato la Val Masino, che rientrava entro i confini del comune, con Cornolo (còrnol), Cataeggio, Filorera, Remenno e S. Martino (la valle si staccò da Mello, costituendosi in comune autonomo, solo nel 1785).

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Nel 1512, dopo la caduta di Ludovico il Moro signore di Milano e la parentesi di dodici anni di dominazione francese, iniziarono i quasi tre secoli di dominio delle Tre Leghe Grigie sulla Valtellina. Non è un inizio tranquillo: nel successivo 1513 un'epidemia di peste tocca anche il territorio di Mello e nel 1515 un moto di ribellione con centro a Traona e Caspano contro i nuovi signori, animato forse da nostalgie per il periodo francese viene soffocato. Di qui, forse, l'origine della denominazione, derisoria, di Cech o Cecchi (fautori del re di Francia Francesco I), affibbiata dagli eterni rivali a sud dell'Adda (che non mossero un dito per aiutare la ribellione) agli incauti abitanti della Costiera.
I nuovi signori, ristabilita la propria autorità dopo la più seria minaccia portata, nel 1524, dalle azioni militari di Gian Giacomo Medici, detto il Medeghino, che aveva la sua roccaforte a Musso, sentirono il bisogno, per poter calcolare quante esazioni ne potevano trarre, di stimare la ricchezza complessiva di ciascun comune della valle. Furono così stesi gli Estimi generali del 1531, che offrono uno spaccato interessantissimo della situazione economica della valle (cfr. la pubblicazione di una copia secentesca del documento che Antonio Boscacci ha curato per il Bollettino della Società Storica Valtellinese n. 53 del 2000). Nel "communis de Milli " vengono registrate case e dimore per un valore complessivo di 10 lire (per avere un'idea comparativa, Forcola fa registrare un valore di 172 lire, Tartano 47, Talamona 1050, Morbegno 3419); i prati ed i pascoli hanno un'estensione complessiva di 5165 pertiche e sono valutati 733 lire; sono menzionate due fucine e due segherie, valutate 14 lire; campi e selve occupano 2563 pertiche e sono valutati 1557 lire; boschi e terreni comuni sono valutati 26 lire; gli alpeggi, che caricano 562 mucche, vengono valutati 112 lire; i vigneti si estendono per 535 pertiche e sono stimati 836 lire; vengono torchiate 22 brente di vino (una brenta equivale a 90 boccali), valutate 22 lire; il valore complessivo dei beni è valutato 3343 lire (sempre a titolo comparativo, per Tartano è 642, per Forcola 2618, per Buglio 5082, per Talamona 8530 e per Morbegno 12163).
Il paese visse momenti di tensione nella seconda metà del cinquecento, a causa della contrapposizione fra cattolici e pastori della nuova fede riformata, la quale, sostenuta dalle Tre Leghe Grigie, cercava proseliti in Valtellina. La tensione fra protestanti, favoriti dalle autorità grigioni, e cattolici crebbe soprattutto per le conseguenze del decreto del 1557, nel quale Antonio Planta stabilì che, dove vi fossero più chiese, una venisse assegnata ai protestanti per il loro culto, e dove ve ne fosse una sola venisse usata a turno da questi e dai cattolici. Si giunse, così, ad un episodio di violenza che viene raccontato nella "Retiae Alpestris Topographica descriptio", del 1572, di Ulrich Campell (versione, peraltro, di parte, essendo questi sostenitore della riforma protestante): "Proseguendo, tra Caspano e Dazio, c'è Mello, isolato un poco a settentrione. Là, mentre quest'anno nel mese di febbraio una piccola comunità evangelica, lì presente, era riunita nella chiesa, ad essa concessa dai signori Reti, per ascoltare il suo predicatore Laurentius Soncinus e per dedicarsi alle preghiere, due furfanti di Morbegno, veri briganti, uno dei quali da poco venuto da Roma, armati con bombarde e con catene, in un primo momento tentarono di colpire con schioppettate dalla finestra il ministro, mentre predicava. Poiché si accorsero che non potevano portare a termine l'impresa, si appostarono proprio sulla porta della chiesa, dove potevano vedere tutti gli uomini inermi all'interno. Da qui essendo un vecchio, di nome Jacobus Schermelius, da tutti molto ammirato per la sua pietà e l'integrità morale, uscito loro incontro e avendo iniziato ad ammonirli amichevolmente perché non tentassero e non portassero a termine delle azioni empie e malvagie contro il decreto e la volontà dei signori Reti, essi subito lo trucidarono, trafiggendolo con una spada, e poi subito dopo ferirono il ministro, che si preparava a fuggire. Costui, mentre si trascinava così ferito, dandosi a gambe alla fuga per quanto potè, fu inseguito e infine raggiunto dai delinquenti, e mentre era prostrato in ginocchio e supplicava che lo lasciassero vivo, tantarono di fargli esplodere contro una schioppettata, cosa che non riuscì, dato che Dio certamente impedì che la polvere di salnitro prendesse fuoco, allora si prepararono ad aggredirlo con le spade, proprio nel momento in cui arrivarono di corsa coloro che lo strapparono alla morte imminente e alla spada già pronta a colpire. Egli rimase a lungo sofferente e in pericolo per una ferita, finché, curato, finalmente guarì..." (trad. curata dalle prof.sse M. F. Fanoni, M. C. Fay e C. Pedrana). Ecco la diversa versione del medesimo episodio nell'opera dello storico Enrico Besta: "Nel febbraio (del 1572) Scipione Calandrino, ministro protestante in Sondrio, predicava una domenica a Mello: due monaci, così parve, si affacciarono dalla porta della chiesa e spararono contro di lui, che sarebbe stato colpito, se avvertito da un vecchio a nome Carmelino non si fosse curvato, mentre le pallottole si fracassavano contro la parete. Il Carmelino scontò la sua generosità con la morte, che tosto i monaci lo colpirono, col pugnale, mentre Calandrino se la cavava con qualche ferita. Quando il podestà di Traona Giovanni Wiss di Jenaz ebbe a intentare il processo (il 3 aprile 1572) il priore dei domenicani trovò prudente sottrarsi con la fuga" (da "Le valli dell'Adda e della Mera nel corso dei secoli", vol. II, Milano, 1964).
Nella sua famosa visita pastorale del 1589, il vescovo di Como di origine morbegnese, Feliciano Ninguarda, vi contò 200 fuochi (1.000-1.200 anime), ma al conteggio si debbono aggiungere i 50 fuochi della Val Masino (250-300 anime). Ma cediamo a lui la parola: "Due miglia
sopra il monte di Traona, salendo verso l'acqua di Clivio, c'è Mello con circa due cento famiglie. La chiesa parrocchiale è dedicata a S. Fedele martire. Essendo la sede vacan te ed avendo gli abitanti del paese come parroco un certo Giovan Angelo Greco di Milano, oriundo di lì, non ancora sacerdote ma studen te presso i gesuiti, temporaneamente fu nominato dagli stessi abitanti un minorita conventua le fr. Giovan Battista Lattuada di Milano, che poi fuggì e si ignora dove sia andato. In vece sua ne assunsero un altro dello stesso terz'ordine francescano, frate Francesco da Crema, che ha mostrato la licenza dei suoi superiori.
La chiesa di S. Fedele fu in antico soggetta alla chiesa parrocchiale di Traona, ma nell'anno del Signore 1441, per autorità del rev. Ordinario Vescovodi Como, venne separata. Tuttavia nella vigilia e nella festa di S. Alessandro il curato di Mello è tenuto a partecipare a tutti e due i vespri, alla messa solenne e ad offrire un cero di due libbre in ricordo dell'antica chiesa parrocchiale. A Mello, che ha oltre duecento famiglie, son tutti cattolici, ad eccezione dei seguenti...
Sotto la cura della parrocchia di Mello e tra la sua comunità è compreso S. Martino con cinquanta famiglie e con le vicine terme delle quali si tratterrà più avanti dopo il paese di Caspano nella pieve di Ardenno. Non lontano da Mello verso il monte Biogio vi è l'elegante chiesa di S. Giovanni Battista,assai frequentata e visitata per devozione dai fedeli, vicino alla sopraricordata chiesa di S.Maria. Dopo la chiesa parrocchiale di Mello nonsi trova più altra chiesa fino al confine dell'acqua di Clivio, cosicchè questa resta l'ultima chiesa della pieve di Olonio oltre l'Adda
."

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La tensione religiosa di cui s'è detto sfociò, nel luglio del 1620, nell'insurrezione di alcuni nobili cattolici contro i Magnifici Signori Reti, passata alla storia con l'infelice denominazione di "Sacro Macello di Valtellina", che si tradusse in una sanguinosa caccia all'eretico: vi fu una vittima anche di Mello, un ottuagenario intarsiatore e carpentiere, Tomaso Magistrelli, catturato in un suo mulino non lontano dal paese.
Poco prima che la Guerra dei Trent’anni investisse, con il suo tragico carico di morte per le violenze e soprattutto la pestilenza, Valtellina e Valchiavenna, Mello contava, nel 1624, 947 abitanti. Poi anche questo borgo non scampò alla falcidia operata dalla peste del 1629-1630 (con recidiva nel 1635-36), che ridusse a circa la metà l'intera popolazione della Valtellina. Seguirono decenni grami, che incrementarono il flusso migratorio. Fra i documenti che attestano la presenza nella Roma del seicento di emigrati valtellinesi non è raro trovare testimonianza di mellesi; eccone alcuni.

Lorenzo di Taschino de Mello da Voltolina; Bertolameo Masolazzo facchino da Melo in Valtolina; Matteo Grepp de Mele de Voltolina, ricoverato in ospedale con casacca di mezza lana, calzoni, calzette, camicia di tela e cappello; Carlo Martello da Mell de Voltolina; Gioan Antonio Ciampella da Mel di Valtolina; Domenicho di Tomaso di Cion da Mel di Voltolina, careter; Giuanne de Mel, fachino della Voltolina; Antonio da Mello; Giovanni di Mele (citati da "I Valtellinesi nella Roma del Seicento", di Tony Corti, edito da Banca Popolare di Sondrio e Provincia di Sondrio nel 2000).
Un quadro sintetico di Mello nella prima metà del Seicento è offerto dal prezioso manoscritto di don Giovanni Tuana (1589-1636, grosottino, parroco di Sernio e di Mazzo), intitolato “De rebus Vallistellinae” (Delle cose di Valtellina), databile probabilmente alla prima metà degli anni trenta del Seicento (edito nel 1998, per la Società Storica Valtellinese, a cura di Tarcisio Salice, con traduzione delle parti in latino di don Avremo Levi). Vi leggiamo: “Mello nel monte sopra Traona a mezzo il monte, chiamato con altronome Castello de Mofilo de Vice Domini, è communità assai grande,havendo 150 fameglie: è luoco delitioso. Ha la chiesa parochiale di S.Fedele separata avanti 150 anni dalla collegiata di S. Stefano di Sorico,terra del Lago di Como. Ha alcune contrate, cioè Pregrosso, la Valle del Masino et Bieggio ov'è la celebre chiesa di S. Giovanni fatta in forma triangulare, frequentata con grandissima devotione. riposando ivi il corpo di S. Gennaio confessore con molt'altre reliquie, quali si conservano in quella chiesa nelli reliquairij d'argento. Ivi d'appresso passa un gros­so rivo in profondo letto, quale lasciandosi d'altamontagna, con strepiti et minaccie, passa apresso Traona et entra nell'Adda.

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Mello, anche grazie alle sue salde radici contadine, nel secolo successivo riprese a crescere. Ecco come, a metà circa del settecento, lo storico Francesco Saverio Quadrio, nell’opera “Dissertazioni critico-storiche intorno alla Rezia di qua dalle Alpi oggi detta Valtellina” (Edizione anastatica, Bologna, Forni, 1971), presenta il comune di Mello, che allora comprendeva anche il territorio di Val Masino: "
Mello forma la sesta Comunità con Conseglio, cui sovrastava il Castello, de' Vicedomini Domopholi, San Giovanni, Clivasca, Pregrosso, la Valle del Masino, Cataegio, Filolera, Remeno, e San Martino. A Remeno è maraviglioso a vedersi un Sasso formato a maniera di Colosso dell'altezza di quindici braccia, dieci di larghezza, e trentacinque di grossezza. Vicino poi a San Martino sono i celebri Bagni, dal Fiume Masino, ch'indi nasce, appellati, de' quali più Medici, e Storici ne han favellato con lode. In detta Valle è pure una Contrada, Cornolo detta, che non è a veruna Comunità inserita, ma da se stessa si regge. Fiorirono quivi le famiglie Alessandri, Cotta, Marmorola ec."
Alla fine del Settecento, e precisamente nel 1797, Mello aveva recuperato il livello di abitanti antecedente al 1630 (950). Il 1797 segna anche l'anno nel quale si concluse la dominazione grigiona in Valtellina, spazzata via dalla bufera napoleonica: il 19 giugno di quell'anno il Consiglio generale del libero popolo Valtellinese proclamò l'adesione alla Repubblica Cisalpina. Nel sucessivo Regno d'Italia, sempre sotto l'egemonia napoleonica, Mello, nel 1805, era comune di Terza Classe del V Cantone di Morbegno, e contava 890 abitanti.
Caduto Napoleone, la Valtellina venne, dopo il Congresso di Vienna, assegnata al Regno Lombardo-Veneto, a sua volta possesso della Casa d'Austria. Nel 1816 Mello fu inserita nel V distretto di Traona. A metà dell’Ottocento, e precisamente nel 1853, Mello, con le frazioni di Castello e Consiglio, apparteneva al III distretto di Morbegno e contava 1097 abitanti. Alla II Guerra d'Indipendenza (1959-60), che portò all'unità d'Italia, parteciparono anche diversi cittadini di Mello, Barolo Antonio di Pietro, Bonetti Martino fu Giovanni, Bianchi Giovanni, Bonadeo Giacomo, Della Bianca Giovanni, Della Mina Giacomo, De Simoni Antonio, Della Torre Pasquale, Pellegatta Giuseppe fu Pietro, Poncini Domenico fu Tommaso, Poncini Costante fu Tomaso, Quaini Angelo, Rocca Martino, Rampellini Battista di Antonio e Tarca Isidoro fu Giovanni. All'unità d'Italia (1861) Mello aveva 1200 abitanti, che salirono a 1268 nel 1871 e rimasero stazionari nel successivo decennio (1262 nel 1881).
Alla III Guerra d'Indipendenza del 1866, che si combattè anche sul fronte dello Stelvio, parteciparono diversi mellesi: Bianchi Giovanni, Bonadeo Giacomo, Della Bianca Giovanni, De Simoni Antonio, Della Torre Pasquale, Rocca Martino, Rampellini Battista di Antonio, Della Bianca Pietro, De Simone Giovanni, Martinelli Domenico, Bonetti Giovanni, Scamoni Francesco, Tarca Giovanni, Tarca Rocco e Tacchi Vincenzo. Alla campagna del 1870, che portò all'annessione di Roma partecipò, infine, Bonetti Giovanni.
Dall’opera “La Valtellina (Provincia di Sondrio)”, di Ercole Bassi (Milano, Tipografia degli Operai, 1890), ricaviamo, poi, interessanti notizie sugli alpeggi di proprietà comunale, come si può evincere dal riguadro qui di seguito riportato:

L'ultimo ventennio del secolo segnò un significativo balzo avanti demografico, che portò la popolazione a 1567 abitanti nel 1901 ed a 1657 nel 1911.

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Sul sagrato della chiesa di San Fedele il monumento ai caduti commemora i morti nella prima guerra mondiale, Andromacchio Giuseppe, Baraglia Giovanni, Baraiolo Giovanni, Barolo Angelo, Barolo Giovanni, Barolo Giovanni, Bianchi Polidori P., Bonetti Domenico, Bonetti Pietro, Della Bianca Giovanni, Della Bianca Vincenzo, De Simoni Pietro, Della Mina Angelo, Gherbesi Domenico, Giannoni Giuseppe, Giannoni Angelo, Listini Plinio, Martelli Abbondio, Manna Pietro, Martinelli Natale, Masetti Ernesto, Masolatti Giacomo, Della Benvenuta Bartolomeo, Maghini Pietro, Poncini Angelo, Provveduto Prov., Pietrini Adriano, Pelegatta Giacomo, Tarca Pietro, Tarca Pietro, Tarca Giovanni, Tarca Vittorio e Sala Michele.
Nel primo dopoguerra (1921) gli abitanti erano 1569, ed andarono scendendo (1521 nel 1931 e 1359 nel 1936). Nel 1925 l'energia elettrica raggiunge il paese, grazie ad una centralina costruita sul torrente Vallone di Traona dalla Società Elettrica Morbegnese.
Ecco come Ercole Bassi, ne “"La Valtellina - Guida illustrata"” (1928), presenta sinteticamente il paese: “Più oltre, Mello (m. 681 - ab. 1498 - nuova strada per Traona - coop. fam. agric. - osterie): nella chiesa vi sono pitture di Cesare Ligari, nel coro degli affreschi del 700 del pittore Gius. Coduri detto Vignoli, e in una cappella adestra una bella tela attribuita a Gianolo Paravicini. Mello si riteneva patria del pittore G. Scotti, vissuto verso la metà del 1400, autore di una tavola che si trovava a Mazzo, ora posseduta dall'avv. Cologna di Milano, e di altra esistente nel museo Poldi Pezzoli di Milano; ma ulteriori verifiche constatarono che lo Scotti era di Milano. Nel paese vi sono case interessanti per l'antichità e per decorazioni di terracotta ben conservate. Vi soggiornò il beato Gennaro. Così don Pietro Buzzetti, ed una recente, monografia del sac. Giov. Tam, studioso arciprete di Traona.
Prima di giungere a Mello si incontra la chiesetta di S. Giovanni di Bióggio (m. 750), sorta nel 1600 accanto ad una più antica, che servì di braccio traversale. È fregiata di pitture del 500, specie nell'abside della più antica. È attribuita ad Antonio Canclini da Bórmio, della fine del 500, la tela della Natività della M. con ai piedi Cristo e gli Apostoli. Sono di Sigismondo De Magistris da Como gli affreschi della menzionata abside, con la Morte di S. Giov. e il Convito di Erode; un Cristo grande su fondo d'oro coi 4 Evangelisti ai lati, e sotto il Battesimo di Gesù con S. Giov. Battista e S. Fedele. Vi è la data del 1522. Pregevole d'intagli, benchè frammentaria, l'ancona barocca dell’altare maggiore. Non lungi rocca dell'altare maggiore. Non lungi da questa chiesa, sull'orlo di una frana, vi erano sino a qualche anno fa i ruderi dell'oratorio di S. Antonio di Bióggio, con avanzi di pitture bizantine del 400, ora pur troppo travolte dalla frana. Da Mello una buona mulattiera sale ai ridentissimi prati di Poira (m. 1050), bell'altipiano circondato da boschi resinosi, forniti di acqua eccellente e di magnifica vista, ottima località per un sanatorio. Da qui si può scendere a Roncaglia.


Pesante anche il tributo di caduti alla seconda guerra mondiale: Baraglia Attilio, Bonetti Emilio, Baraiolo Domenico, Bonetti Giovanni, Baraiolo Abbondio, Bonetti Alessio, De Simoni Lino, Fumelli Edoardo, Gherbesi Alfonso, Giannoni Lino, Lori Giovanni, Martinelli Giovanni, Masetti Pietro, Masolatti Giacomo, Manna Alberto, Martelli Abbondio, Masetti Agostino, Polini Giovanni, Tarca Mario, Tarca Riccardo, Vittori Pietro e Quaini Aldo. Sono menzionati anche, come morti per cause di guerra, Bonadeo Lino, Lori Fedele, Scamoni Achille, Scamoni Giulio, Sironi Serafino e Contessa Lorenzo.
Mello fu teatro, durante la seconda guerra mondiale, di uno dei più cruenti scontri fra nuclei della resistenza partigiana e forze fasciste, passato alla storia, appunto, come battaglia di Mello o battaglia di S. Antonio. I reparti fascisti, per disperdere le formazioni partigiane che formavano la Prima Divisione Garibaldi, appostate nella zona di Mello, decisero un'azione militare, che scattò alle otto di mattina della domenica del primo ottobre 1944: un'ottantina di uomini da Morbegno, attraversato il ponte di Ganda passando per S. Croce, salirono verso Mello, con il probabile intento di raggiungere Poira, sede del Comando di Brigata. I partigiani non furono colti di sorpresa, avendo avuto notizia dell'azione grazie ad una soffiata (un drappo colorato apposto ad una finestra a Morbegno), e tentarono di bloccare la colonna operando un'imboscata prima che raggiungesse il paese, senza però riuscirci. La colonna, giunta a Mello, diede fuoco a diverse case; alcuni militi piazzarono una mitragliatrice sul campanile della chiesa di S. Giovanni di Bioggio, per tenere sotto tiro i reparti partigiani. Altri 140 fascisti si aggiunsero agli 80 salendo da Cino e Cercino, ed aggirarono i reparti partigiani salendo ai prati di Aragno. Verso mezzogiorno la battaglia divampò in tutti i settori. I reparti partigiani erano sempre più inferiori per numero di uomini ed armi, dal momento che nuove forze fasciste affluivano dal fondovalle, e cercavano di resistere dividendosi in gruppetti di 10-15 unità e sfruttando la tattica della mobilità. Gli scontri, che ebbero come baricentro il tempietto di S. Antonio, sull'attuale pista che congiunge Mello a S. Giovanni di Bioggio, investirono anche dell'abitato di Mello. Alle 20 i fascisti decisero di ritirarsi, dopo aver comunque portato a termine la distruzione e l'incendio di molte case. I partigiani,  lasciati i morti nel cimitero di Mello ripiegarono verso Poira. Si chiuse così la tragica giornata della battaglia di Mello, alla quale parteciparono, tra gli altri, i partigiani Giulio Spini della XL Brigata Matteotti, Renzo Cariboni (Tarzan), Giuseppe Giumelli (Camillo); Ortensio Camero, Rinaldo Soldati, Lino Pellegatta, Giacomo Camero,  Angelo Barcaiolo, Felice Pedranzini, Angelo Bigiolli, Renzo carboni. I partigiani caduti durante la battaglia nella quale morirono anche più di 40 militi fascisti) sono commemorati in una lapide presso la Chiesetta di S. Antonio (sulla pista che congiunge il centro di Mello al poggio della chiesa di S. Giovanni di Bioggio): Grandi Enrico (Orfeo), Ronconi Renato (Nato), Iori Enrico (Nino), Ortolani Arcangelo (Iazio), Fornè Annuzio (Guerra), Croce Pierino (Rino), Alberti Rocco, Braccesco Vittorio, Contessa Lorenzo, Scamoni Achille, Salivari Ventura, Baraiolo Abbondio, Ghislanzoni Franco (Athos), Pedranzini Felice, Salvetti Isidoro (Carnera), Panera Pietro, Masotta Bruno, Della Nave Igino, Tarabini Dino e Gaggini Tersilio. A fine novembre un secondo rastrellamento delle forze fasciste costrinse, però, i partigiani a lasciare anche il presidio di Poira ed a varcare il confine per rifugiarsi in territorio Svizzero.
Nel secondo dopoguerra proseguì la discesa demografica del comune: se nel 1951 gli abitanti erano 1300, con sostanziale tenuta nel decennio successivo (nel 1961 erano 1272), negli anni Sessanta vi fu una considerevole emorragia, che portò la popolazione, nel 1971, a 1145 abitanti e nel 1981 a 970; vi fu, infine, un sostanziale assestamento, con leggera risalita, dato che nel 1991 si contarono 965 abitanti, nel 2001 985 e nel 2005 992.

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Dopo le note storiche, qualche nota geografica. A differenza del vicino comune di Civo, che è una sorta di intarsio di paesi, il territorio di Mello, che si estende su 11,77 kmq, ha un nucleo centrale ben definito, ed alcune frazioni basse ed alte. Il centro è posto su un eccellente terrazzo panoramico di mezza montagna, a 681 metri, gemello del terrazzo che, più ad oriente, ospita Civo. Lo si raggiunge facilmente, staccandosi, sulla sinistra, dalla ss. 38 dello Stelvio al primo semaforo all’ingresso di Morbegno (per chi proviene da Milano; indicazioni per la Costiera dei Cech). Superato un cavalcavia, una rotonda ed il ponte sull’Adda, si prende a sinistra, immettendosi sulla strada provinciale Valeriana occidentale e procedendo in direzione di Traona.
Al termine del tirone in salita che precede l’ingresso in Traona, non si impegna il ponte, ma si prende a destra, rimanendo, dunque, a destra del torrente S. Giovanni ed imboccando la strada, segnalata, per Mello, che, dopo una salita di 7 km, raggiunge il centro del paese.
Centro che è dominato dalla bella chiesa parrocchiale di S. Fedele, di cui gli abitanti sono giustamente orgogliosi. La sua abside, che si affaccia su un ampio sagrato, è rivolta ad oriente, e ciò testimonia dell’antica origine dell’edificio sacro, che fu però interamente riedificato a partire dagli inizi del Settecento. Al settecento risale anche l’elegante ossario a lato della facciata della chiesa, sul limite settentrionale del sagrato.
Sull'ampio sagrato della chiesa di San Fedele possiamo notare un imponente acero di monte, classificato, nel censimento del 1999, fra gli alberi monumentali della Provincia di Sondrio: la sua circonferenza misura 265 cm e la sua altezza è di 12 metri. Si dice che sia stato piantato nell'ottocento da un bambino che l'aveva portato sin qui dalla Val di Mello. In piazza S. Fedele, al numero n.1, è sito anche il municipio (tel. 0342-654031; fax. 0342-654211; posta elettronica acmello@provincia.so.it).
Appena sopra il centro, troviamo, da est ad ovest, i rioni di Bondo, Pusterla, Piazzo, Pozzo, Bernedo di Fuori e Bernedo di Dentro. Più in alto, a monte del paese, si collocano i prati di Poira di Fuori, o Poira di Mello, e delle Città, con la chiesetta di S. Margherita. Ad ovest del paese, sul lato opposto del vallone di S. Giovanni, si trova, invece, la bellissima chiesa prepositurale di S. Giovanni di Bioggio (m. 691), che costituisce uno dei luoghi più caratteristici dell’intera Costiera dei Cech. È posta in un’incantevole radura sulla cima di un bel poggio boscoso, a monte di Traona e ad occidente del profondo vallone di S. Giovanni. Sul limite inferiore della radura a sud del sagrato si osservano ancora i resti di strutture di fortificazione, che attestano l’importanza strategica del luogo. La chiesa è, infatti, di origine medievale, ma subì una notevole trasformazione nel secolo XVI, quando fu ampliata ed all’originario ingresso rivolto ad oriente venne sostituito l’attuale, che guarda a sud. Nel secolo successivo, e precisamente nel 1639, fu costruita l’imponente doppia scalinata in serizzo, che consente di salire a tale ingresso.
Appena ad ovest della chiesa passa il confine che divide il territorio del comune di Mello da quello di Traona, ma, al di là di questi dettagli amministrativi, la chiesa è cara a tutti gli abitanti dei paesi vicini. La raggiungono da sud un sentiero che sale da Pianezzo, frazione alta di Traona, da ovest una pista sterrata che proviene da Cercino e da Bioggio (termine connesso con la voce dialettale “bedoia”, betulla, oppure con “Biogio”, soprannome personale) ed infine da est una carrozzabile che parte da Bernedo, frazione di Mello. Questo convergere di vie testimonia la sua centralità nel cuore e nella devozione degli abitanti di questo angolo dei Cech.
A valle del centro di Mello, infine, vanno menzionate le frazioni di Castello e Consiglio, e, ad occidente di questi nuclei, il già menzionato castello di Domòfole, o castello della Regina (m. 537), ridotto purtroppo a rudere pericolante. Il castello altomedievale, di cui restano solo la torre, parte del muro e della cappella di Santa Maria Maddalena, era chiamato popolarmente Castello della Regina, essendo diffusa la credenza che vi avesse dimorato la regina longobarda Teodolinda. E' probabile che la fortezza sia stata piuttosto prigione di una meno nota regina longobarda, Gundeberga, accusata ingiustamente di aver tramato per far morire il marito, il re Arioaldo. Fu probabilmente edificata intorno al 1100 e di essa furono investiti i Vicedomini, feudatari del vescovo di Como; fu poi presa e distrutto dai Vitani, loro rivali, nel 1292; successivamente riedificata, venne distrutta definitivamente nel 1524 dai Grigioni, i quali, per impedire moti di rivolta ed ostacolare invasioni di eserciti ostili durante la loro dominazione della terra di Valtellina, operarono un sistematico smantellamento delle sue fortezze.
Uno sguardo agli alpeggi alti, per finire. Appartengono al comune di Mello, a monte di Poira, gli alpeggi di Pre Soccio (Pre Sücc, cioè Prato Asciutto, a 1650 metri) e Visogno (m. 2000), ancora oggi caricati. A monte dell’alpe Visogno è collocato, dal 1983, il bivacco Bottani Cornaggia. Più ad ovest, a monte di S.Giovanni di Bioggio si trovano i prati di Aragno e Consiglio, in una fascia fra i 1100 ed i 1300 metri.
Più in alto ancora, a 2021 metri, sta l’oratorio dei Sette Fratelli, una sorta di eremo dedicato al culto di S. Felicita e dei suoi sette figli martiri, luogo straordinario, dal fortissimo impatto emotivo. Meritano di esser menzionati, infine, alpeggi che in passato ebbero una loro importanza, e che si trovano a monte di Poira di Fuori, in una fascia compresa fra i 1400 ed i 1600 metri, vale a dire i prati Ovest, i Colli ed i prati Quaini.
Il punto di massima elevazione del territorio comunale è la cima di Malvedello, sulla costiera che separa i Cech dalla Valle di Ratti. A sud, invece, il limite del territorio comunale non raggiunge il fondovalle, in quanto passa a monte della Valletta e di Coffedo, frazioni di Traona.

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Qualche nota a beneficio degli amanti delle camminate, per concludere. La visita al centro di Mello può essere l’occasione per una gradevole e rilassante camminata, godibilissima in autunno ed anche in inverno, data la particolare mitezza del clima che caratterizza la Costiera dei Cech. Due sono gli itinerari più significativi. Il primo, più breve, parte da S. Croce, frazione di Civo posta a monte del ponte di Ganda, il secondo da Traona.
Per raggiungere S. Croce dobbiamo staccarci, sulla sinistra, dalla ss. 38 dello Stelvio al primo semaforo all’ingresso di Morbegno (se proveniamo da Milano; indicazioni per la Costiera dei Cech). Superato un cavalcavia, una rotonda ed il ponte sull’Adda, prendiamo a destra, salendo fino ad uno stop, al quale prendiamo a sinistra (tornante sinistrorso), salendo lungo la strada che porta a Dazio. Poco oltre il primo tornante destrorso, troviamo, sulla sinistra, lo svincolo per S. Croce. Salendo per un breve tratto sulla stretta stradina, raggiungiamo il paese, dove lasciamo l’automobile (m. 447).
Dalla piazzetta di fronte alla chiesa prendiamo, poi, a sinistra (ad ovest), proseguendo fino al limite occidentale del paese, dove la strada lascia il posto ad una pista che comincia a salire, tagliando una splendida fascia di vigneti. Si tratta della vecchia strada per Mello. Dopo un primo tratto di salita, ignoriamo un ripido tratturo in cemento, che se ne stacca sulla sinistra, ed incontriamo un paio di tornanti, che ci portano ad un rustico che ha dipinta, sulla facciata, una crocifissione. Poi il fondo della strada, da sterrato, diventa asfaltato, e superiamo i nuclei rurali dei Freddi e di Ca’ du Carna.
La strada ridiventa sterrata, entra nell’ombra di una selva di castagni e scavalca, su un ponte, la valle che scende al piano in località Valletta. Non manca molto alla meta: usciti dalla selva, dopo un ultimo tratto in salita raggiungiamo il piazzale che sta di fronte all’ingresso del cimitero di Mello. Percorso l’ultimo tratto della via S. Croce, raggiungiamo la via Papa Giovanni XXIII, per la quale possiamo salire al centro del paese. La camminata non richiede più di tre quarti d’ora, ed il dislivello in salita è assai contenuto (m. 240). Questo itinerario può anche essere sfruttato per una divertente pedalata: in questo caso, però, meglio utilizzarlo per la discesa, salendo a Mello da Traona e scendendo per questa via a S. Croce e di qui alla provinciale Valeriana, per poi tornare comodamente a Traona.
Ecco un secondo itinerario per una camminata che ha come meta Mello. Questa volta partiamo dalla frazione di Pianezzo, sopra Traona. La possiamo raggiungere anche in automobile, ma vale la pena di arrivarci a piedi. Lasciamo l’automobile, dunque, al parcheggio della chiesa di S. Alessandro di Traona (m. 285; la raggiungiamo percorrendo il primo tratto della strada Traona-Mello, e lasciandola, verso sinistra, quando troviamo l’indicazione per la chiesa di S. Alessandro). Dopo esserci fermati a godere dell’incomparabile panorama che si gode dal suo sagrato, mettiamoci in cammino sulla mulattiera-tratturo che parte alle spalle della chiesa, nei pressi del parcheggio, e sale inizialmente verso sinistra. Ignorata la strada asfaltata che raggiunge il tratturo sulla sinistra, continuiamo a salire, volgendo a destra, fino a raggiungere le case più basse di Pianezzo.
Intercettata una mulattiera pianeggiante, prendiamo a sinistra, e poi, senza raggiungere il parcheggio oltre le case, pieghiamo a destra, continuando a salire. Intercettiamo, così, la strada asfaltata, e proseguiamo sul lato opposto, salendo fra le case alte di Pianezzo (m. 474), fino ad intercettare per la seconda volta la pista, in prossimità del suo termine. Non percorriamo la pista, ma procediamo diritti davanti a noi, trovando, sul suo lato opposto, la partenza di un sentiero che sale, deciso, in un folto bosco di castagni, in direzione nord-est.
Dopo un’ultima serie di tornanti, raggiungiamo la radura che sta di fronte alla splendida chiesa di S. Giovanni di Bioggio (m. 697), dove una sosta ristoratrice potrà permetterci un’immersione rigeneratrice nell’atmosfera di questo luogo, denso di spiritualità e di pace. Per portarci a Mello dobbiamo, infine, imboccare la carrozzabile sterrata alle spalle della chiesa, prendendo a destra, scendendo a scavalcare il vallone di S. Giovanni e superando anche la cappella di S. Antonio, prima di raggiungere le case di Bernedo, alle porte occidentali di Mello. Questa camminata richiede più tempo, diciamo un’ora e mezza; il dislivello in altezza approssimativo è di 410 metri.

Per ulteriori informazioni sulla vita e l'amministrazione del paese, si può consultare il sito www.comune.mello.so.it, dal quale si possono anche scaricare, in versione .pdf, i numeri annuali del bollettino Infomello, ricco di notizie, cronache ed annotazioni.
Interessante è anche la lettura del volume di Dante Tarca "Mello - Gli uomini, la storia", edito nel 2002 a cura degli amici di Dante Tarca.

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