Escursioni e traversate dal rifugio Casera di Dordona, in Valmadre

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Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Valmadre-Passo di Dordona
2 h e 40 min.
810
E

È di recente apertura il rifugio Casera di Dordona, in alta Val Madre (m. 1930), non lontano dal passo di Dordona. Il rifugio è posto fra le baite dell’alpe omonima, raggiunte dalla strada sterrata che, dal 2004, sale fino ai 2063 metri del passo, congiungendosi con la pista gemella che sale da Fòppolo, in alta Val Brembana. Si tratta, in ordine di tempo, della seconda pista transorobica, che congiunge, cioè, i due versanti delle Orobie, dopo quella più celebre e carrozzabile che scavalca il passo di San Marco, nella valle del Bitto di Albaredo. La pista sterrata che valica il passo di Dordona (il più basso ed agevole sul crinale orobico ad est di quello di San Marco) è chiusa al traffico veicolare, ma può ovviamente, essere sfruttata dagli amanti della mountain-bike, che possono utilizzarla per effettuare l’affascinante traversata Valtellina-Val Brembana.
La pista può servire anche solo per salire al rifugio e di lì fino al vicino passo, di notevole interesse per i resti delle fortificazioni militari risalenti alla prima guerra mondiale. I motivi di interesse storico non finiscono qui: la Val Madre, anche per le attività di estrazione del ferro che vi si esercitavano fu, fino al secolo XVI, è una delle più importanti del versante orobico valtellinese ed una delle più interessate dai commerci con il versante bergamasco (il paese che si trova al suo sbocco, Fusine, deve il suo nome alle fucine nelle quali il ferro veniva lavorato).
Raggiungiamo, dunque, Fusine, staccandoci dalla statale 38, sulla destra (per chi proviene da Milano) al passaggio a livello di San Pietro-
Berbenno. Dal limite orientale (di sinistra) del paese parte una strada asfaltata (l'accesso ai veicoli non autorizzati è vietato; chiedere in comune per l'eventuale acquisto del permesso di transito giornaliero) che risale, per diversi chilometri, il fianco montuoso che sovrasta il paese. Oltrepassiamo così l’abside secentesca costruita sulle rovine dell’antichissima chiesa di S. Andrea e la bella chiesetta quattrocentesca della Madonnina (m. 552); passiamo, poi, per le baite di Ca' Manari (m. 800), prima di svoltare a destra ed effettuare un lungo traverso verso ovest, che ci introduce nella valle, sul fianco orientale. Il traverso, lungo il quale l’asfalto lascia il posto alla terra battuta, propone anche un tratto scavato nella viva roccia, sul limite di un impressionante salto: una Madonnina posta su una roccia che si affaccia sul baratro ci protegge dai pericoli di questa aspra montagna. Dopo un ultimo tratto, la strada ci porta al centro del piccolo nucleo di Valmadre (m. 1195), a 10 km da Fusine. Qui troviamo, oltre ad alcune belle baite, la graziosa chiesetta secentesca di San Matteo.
Il centro era un tempo di considerevole importanza: Feliciano Ninguarda, nella sua celebre visita pastorale in Valtellina del 1589, vi contava 178 abitanti, ridotti a poco meno di un centinaio sul finire dell’Ottocento. Vi resistettero un parroco ed una scuola fino alla prima guerra mondiale, poi il lento spopolamento. Ora regna una quiete immota. Presso la chiesetta una meridiana ci ricorda come il tempo, scorrendo implacabile, ci toglie, a poco a poco, la vita. Ciascuno reagirà a questo messaggio secondo il proprio carattere e la propria sensibilità (con qualche scongiuro o qualche meditazione): in ogni caso questo ammonimento non ci impedirà di inoltrarci nella valle, seguendo la comoda carrozzabile che procede per un buon tratto con andamento quasi pianeggiante e tocca le baite della Costa e di Grumello.
Possiamo, così, raggiungere la località Teccie (m. 1250), a circa 2 km da Valmadre, dove, in corrispondenza di un primo ponte sul torrente Madrasco, troviamo il cartello che ci vieta di proseguire con l’automobile, che possiamo lasciare nello slargo sulla sinistra, dove si trova anche l’edicola del parco regionale delle Orobie (di recente, però, è stato introdotto il divieto di tranito sull'intera carrozzabile, da Fusine: informarsi, quindi, presso il municipio di Fusine sulle condizioni di acquisto del permesso).
Può darsi, tuttavia, che siamo giunti fin qui in mountain-bike, percorrendo 12 km: in questo caso la fatica si farà certamente sentire, perché in diversi tratti la strada Fusine-Valmadre propone strappi che mettono a dura prova muscoli e polmoni.
Varchiamo, ora, una prima volta il Madrasco su un ponte, portandoci dal suo lato sinistro (per noi) a quello destro. Comincia la salita del punto più angusto e uggioso della valle. Dopo un secondo ponte, torniamo sul lato sinistro della valle ed affrontiamo una serrata successione di tornanti, che ci consentono di guadagnare quota e di sormontare la soglia della valle che precede la piana delle baite Forni (m. 1452), che raggiungiamo dopo un ultimo breve tratto in discesa. Da qui individuiamo facilmente il piccolo altipiano sul quale è collocato il passo. Se avessimo qualche dubbio, basterebbe seguire la sequenza dei tralicci che lo raggiungono, una presenza che, sicuramente, un po' turba la bellezza selvaggia di questi luoghi.
Qui ci si presentano due possibilità. Se siamo a piedi, ci conviene lasciare la strada sterrata seguendo una traccia che parte dalla baita alla nostra destra e, dopo aver fiancheggiato il Madrasco, porta ad un ponticello che ci permette di oltrepassarlo e di trovare, poco oltre, una ben visibile mulattiera che sale verso sul fianco occidentale della valle, fino ad intercettare, ad una quota più alta, la pista per il passo di Dordona. Se, invece, siamo in mountain-bike dobbiamo proseguire sul lato sinistro della piana, per iniziare, poi, una serie di ampi tornanti che consente di guadagnare quota molto gradualmente. La pista si porta dal lato orientale a quello occidentale della valle, in corrispondenza dei prati e delle balze dell’alpe Dordona. Poco sotto l’ultimo tornante sinistrorso prima del lungo traverso che conduce al passo, raggiungiamo le baite dell’alpe, fra le quali spicca il nuovo edificio del rifugio, posto a 1930 metri.
Non possiamo, ovviamente, tralasciare di effettuare almeno una rapida puntata al passo di Dordona, che non è lontano. L’ultima diagonale lo raggiunge, proponendo pendenze del tutto abbordabili. Se siamo giunti fin qui in mountain-bike da Fusine, abbiamo impiegato circa un'ora e mezza/due, superando un dislivello di 1780 metri (Fusine è a 285 metri s.l.m.), e ci siamo allenati per la Dordona-skybike, appuntamento del primo autunno da non perdere per gli appassionati della mountain-bike.
Proprio sul passo troviamo, oltre a qualche resto di altre fortificazioni, un cunicolo scavato nella roccia, che conduce ad un osservatorio dal quale si domina buona parte della Val Madre. Queste fortificazioni furono costruite fra il 1916 ed i primi mesi del 1917 dalla milizia territoriale, costituita in gran parte da soldati reclutati sul posto o, più raramente, su base regionale. L'area della cosiddetta "linea Cadorna", che correva su buona parte del crinale orobico, era presidiata da tre battaglioni della Milizia territoriale, dalle compagnie alpine Morbegno, Tirano, Edolo e Vestone e da quattro drappelli di Alpini sciatori della Regia Guardia di Finanza. Dopo la drammatica ritirata conseguente alla disfatta di Caporetto gran parte di questi reparti venne inviata al fronte, perché la linea Cadorna aveva assunto un'importanza strategica minore, di fronte alla minaccia prioritaria di uno sfondamento della linea del fronte che si era stabilizzata sul Piave. La Prima Guerra Mondiale è conosciuta anche come la "grande guerra", ed impegnò l'esercito del Regno d'Italia contro quello dell'Impero Austroungarico su diversi fronti. La linea del fronte passava dallo Stelvio ed interessava i gruppi dell'Ortles, del Cevedale e dell'Adamello.
Lo stato maggiore italiano temeva che la pressione austriaca potesse determinare un cedimento su questo versante, con la conseguente invasione della Valtellina. Ma temeva ancor più che la Confederazione Elvetica, dichiaratasi neutrale, potesse segretamente accordarsi con gli Austro-Ungarici per consentire loro il passaggio in Valle di Poschiavo, con disastrosa invasione della Valtellina da Tirano. Se questo fosse accaduto all'esercito nemico si sarebbe aperta una facile porta per l'invasione delle grandi città del nord, e l'esercito italiano sarebbe stato preso, nella pianura Padana, fra due fuochi e posto in una situazione strategicamente drammatica. Per fronteggiae tale rischio il generale Cadorna decise di allestire una serie di fortificazioni sui passi orobici di più facile accesso, come quelli di Dordona, San Marco, di Verrobbio e di Stavello, al fine di evitare che l'esercito nemico li utilizzasse per invadere su più direttrici, attraverso le valli bergamasche, la pianura Padana. Tali postazioni erano costituite da trincee, polveriere, cunicoli e postazioni di osservazione e di artiglieria. Oggi se ne possono osservare i resti, i ruderi di un fronte mancato, perché, per fortuna, la guerra non giunse mai ad insanguinare il bel suolo orobico.
Dal rifugio è possibile effettuare due escursioni di grande interesse, la traversata al rifugio Beniamino, per la bocchetta dei Lupi ed i laghetti di Porcile, e la salita alla panoramicissima cima Vallocci.
Traversata al rifugio Beniamino, per la bocchetta dei Lupi.
Intrigante, questa traversata, non foss'altro che per la denominazione della bocchetta. Nessun lupo in vista, però: la denominazione deriva da una cattiva translitterazione del toponimo "lüf". La traversata, che, fino al lago Grande, fa parte della Gran Via delle Orobie, ci porta nell'alta Val di Tartano, alla conca degli splendidi laghetti di Porcile, dai quali poi scendiamo facilmente al rifugio Beniamino. La bocchetta dei Lupi non è facilmente visibile dal rifugio: se ne intuisce la presenza se guardiamo in alto, verso ovest, sul crinale Val Madre-Val di Tartano: noteremo un pronunciato corno roccioso, alla destra del quale è posto l'intaglio della bocchetta, a 2331 metri. Per raggiungerla, dobbiamo risalire le balze del versante a monte del rifugio, anche senza percorso obbligato, se non troviamo la traccia di sentiero, seguendo la direzione sud-ovest. Raggiungiamo, così, la baita di quota 2174, poco a nord di un microlaghetto, posto a quota 2205. Pieghiamo, ora, ad ovest, in direzione del canalone che porta alla bocchetta. La discesa dalla bocchetta dei Lupi ( o passo dei Lupi, m. 2316) avviene su una traccia di sentiero, segnalata da segnavia, inizialmente un po' ripida, in direzione della ben visibile conca di quota 2050. Poco oltre la quota, vediamo anche il lago Grande (m. 2053), uno dei tre laghetti di Porcile: dopo averlo facilmente raggiunto, portiamoci sul suo lato nord-occidentale, iniziando la discesa che ci fa passare a destra del più basso lago Piccolo (m. 1986) e ci fa raggiungere il pianoro della casera di Porcile (m. 1797). Qui attraversiamo il torrente e, su una comoda mulattiera, scendiamo alla località Arale (termine connesso con il bergamasco “aral”, cioè “spianata con cataste di legna da ardere”, oppure con il canavesano “eral”, cioè “spianata nel casale”), dove si trova il rifugio Beniamino (m. 1500). La traversata richiede circa due ore (il dislivello in altezza è di circa 400 metri).
Dal rifugio Casera di Dordona è, però, anche possibile la salita alla cima Vallocci, sulla costiera che divide la Val Lunga (laterale orientale nella quale si divide l’alta Val di Tartano) dalla Valmadre. Si tratta di una fra le più singolari costiere delle Orobie valtellinesi. Per due motivi: propone cime più elevate rispetto a quelle della testata della Val Tartano (due di queste, la cima Vallocci ed il monte Seleron, superano i 2500 metri, mentre nessuna cima della testata li raggiunge) e, nel contempo, tre passi facilmente praticabili che consentono di passare dall’una all’altra valle (da sud, la bocchetta dei Lupi, il passo di Dordonella e la bocchetta di Cògola). 

Clicca qui per aprire una panoramica dalla cima Vallocci.


La cima Vallocci, dunque, deve cedere, per soli 9 metri, la palma di punto più alto di questa costiera al monte Seleron, più a nord. Ma non per questo merita di essere trascurata. Il suo nome deriva da "Vallocèi", contrazione di "valloncelli", piccoli avvallamenti.
La salita a questa cima, oltre a regalare un panorama superbo, consente, infatti, di affacciarci alla più bella e luminosa laterale della Val Lunga (Val Tartano), la val Dordonella, raggiungendo il passo omonimo (Dordona e Dordonella sono toponimi forse riconducibili alla voce lombarda "dord", che significa "tordo"). Siccome l’ultimo tratto che precede la cima è ripido ed un po’ esposto, si tratta di una salita riservata ad escursionisti esperti; chi non se la sentisse di affrontarla potrà ugualmente sentirsi appagato dall’incontro con questa valle.
Dal rifugio Casera di Dordona imbocchiamo il sentiero, descritto sopra, per la bocchetta dei Lupi, ma, giunti poco sotto la baita quotata 2180 metri, prima del microlaghetto, lasciamo alla nostra sinistra i segnavia, che segnalano la salita alla bocchetta (e con essi la Gran Via delle Orobie), piegando a destra, per seguire una traccia di sentiero che si inerpica, con tratti ripidi, su un dosso e ne aggira il filo, per poi proseguire, con andamento decisamente più tranquillo, tagliando la parte bassa di un corpo franoso.
Oltrepassato il corpo franoso, raggiungiamo una baita diroccata e da qui cominciamo, da una quota di 2250 metri circa, una salita, su debole traccia di sentiero, o a vista, per raggiungere la ben visibile sella del passo di Dordonella (m. 2320), che raggiungiamo senza difficoltà.
Ecco come viene descritto questo passo dalla Guida alla Valtellina del CAI di Sondrio (1873): "Continuando...dopo Tartano a risalire per il versante orientale si entra nella Val Lunga, disseminata di casolari e di alpi. In alto essa offre tre valichi... Il terzo valico...unisce le baite di Dordona della Valle di Tartano con quelle omonime di Valmadre; la via, agevole e divertente, corre sempre fra pascoli, e siccome traversando in alto la Valmadre si arriva al passo di Dordona che mette a Foppolo, così essa suolsi seguire eziandio da quelli che dalla valle di Tartano vogliono portarsi a quest'ultimo villaggio."
Scendiamo, ora, per breve tratto in val Dordonella, fino a trovare, al primo tornante sinistrorso (per chi scende), una traccia che se ne stacca sulla destra, tagliando in leggera salita il versante appena sotto il crinale e toccando quest’ultimo in corrispondenza di una sella posta a nord del passo. Il percorso, ora, risale verso nord il facile e largo crinale, supera alcuni ometti, passa a sinistra di una fascia di massi e raggiunge tre grandi ometti. Il più alto di questi ometti è posto sulla sella di quota 2420, che precede il punto nel quale il crinale si impenna e propone il tratto più ostico della salita.

Oltrepassato l’ometto, il sentiero è sempre visibile, ma sale, dopo un tratto ripido, ai piedi di un gruppo di roccette sullo stretto crinale, che aggira all’inizio appoggiandosi sulla sinistra (val Dordonella), per poi proseguire al centro, con esposizione a destra. Saliamo, dunque, con calma ed attenzione. Alla fine raggiungiamo l’ultimissimo tratto che precede la cima: qui il sentiero riprende un andamento tranquillo.
Sui 2510 metri della cima erbosa ci attende una piccola croce ed un grandioso panorama.  A nord, da sinistra, si propongono le cime della Costiera dei Cech, seguite dal gruppo del Masino, che si propone nella sua integrale bellezza, con i pizzi Porcellizzo (m. 3075), Badile (m. 3308), Cengalo (m. 3367) e del Ferro (occ. m. 3267, centr. 3289 ed or. m. 3234), le cime di Zocca (m. 3174) e di Castello (m. 3386), la punta Rasica (m. 3305), i pizzi Torrone (occ. m. 3349, cent m. 3290, or. m. 3333), il monte Sissone (m. 3330) ed il monte Disgrazia (m. 3678). Segue la testata della Valmalenco, che propone, da sinistra, il pizzo Gluschaint (m. 3594), le gobbe gemelle della Sella (m. 3584 e 3564) e la punta di Sella (m. 3511), il pizzo Roseg (m. 3936), il pizzo Scerscen (m. 3971) il pizzo Bernina (m. 4049), i pizzi Argient (m. 3945) e pizzo Zupò (m. 3995), la triplice innevata cima del pizzo Palù (m. 3823, 3906 e 3882), ed il più modesto pizzo Varuna (m. 3453). Proseguendo verso destra, si scorge il gruppo dello Scalino, con il pizzo Scalino (m. 3323, la punta Painale (m. 3248) e la vetta di Ron (m. 3136). Sul fondo, ad est, il gruppo dell'Ortles-Cevedale e quello dell'Adamello. A sud-est ottimo colpo d'occhio sulle orobie centro-orientali, fra le quali spicca il pizzo di Coca, massima elevazione, e l'inconfondibile cono arrotondato del pizzo del Diavolo di Tenda. A sud e sud-ovest è tutto un susseguirsi di scenari, fuga di quinte, cime dei settori orobici centro-orientale, centrale ed occidentale, con un colpo d’occhio interessantissimo sulla Val Brembana. In primo piano, ovviamente, la parte alta di Valmadre e Val Lunga, separate dalla poco pronunciata cima dei Lupi, a sinistra, e dalla vicina e rocciosa cima di Val Lunga.Ad ovest e nord-ovest, infine, lontanissime. La salita dal rifugio alla cima comporta un dislivello di circa 580 metri e richiede un'ora e tre quarti di cammino.
Se, invece di tornare al rifugio Casera di Dordona, si volesse scendere in Val Lunga, al rifugio Beniamino, in località Arale, si tenga presente che il sentiero che scende dalla Val Dordonella al fondovalle di Val Lunga è, nella seconda parte, in cattive condizioni, per cui è facile perderlo. Ecco come procedere.

Dal passo scendiamo seguendo il sentiero che, dopo qualche serpentina, porta alla grande conca che si apre ai piedi dell'anfiteatro terminale della valle. L'alpeggio è luminoso e suggestivo, anche se lo stato di abbandono nel quale giace da diversi anni lo intristisce non poco. Aggirato il dosso erboso, a sinistra del torrente Dordonella, che ci nasconde alla vista la media valle, prendiamo subito a sinistra, puntando ad una baita solitaria quotata 2154 metri; di qui procediamo a scendere in diagonale, verso sinistra (sud-ovest), fino al baitone quotato 2083 metri.
Dal baitone dobbiamo ora proseguire, sempre scendendo in diagonale verso sinistra, alla coppia di baite quotate 1989 metri. La partenza del sentiero non si vede: dobbiamo abbassarci, dal baitone, su un dosso erboso, fino al limite inferiore, al quale prendiamo decisamente a sinistra, trovando un marcato sentiero che scende a guadare, in un punto sostenuto da un alto muro a secco, il ramo meridionale del torrente della valle. Oltre il guado la traccia resta visibile per breve tratto (anche se si immerge in una brevissima quanto noiosa fascia di ontani, che la occultano interamente), poi è riconoscibile solo ad intermittenza. Comunque, senza eccessive difficoltà, scendiamo a vista alle due baite (casera Dordona sulla carta IGM, 1989 m.).
Qui, però, iniziano i problemi, perché della traccia non c’è più traccia, e più in basso non c’è terreno aperto, ma l’odiosa fascia di ontani. Attraversata la fascia di lavàzz davanti alle baite, scendiamo, quasi diritti, cercando un paio di ometti che segnalano la traccia di sentiero, quando mai labile e discontinua. Siamo sul lato sinistro della valle, non troppo lontani dal suo fianco roccioso. La traccia serpeggia fra gli ontani, con direzione complessiva ovest, perdendo quota e facendosi via via più chiara, anche se sporca; poi, quando sembra giunta quasi a ridosso del roccioso versante meridionale della valle, piega a destra ed inizia un lungo traverso, in direzione nord, avvicinandosi al ramo meridionale del torrente della valle. Possiamo intercettarla in questo punto, qualora dalla coppia di baite non riuscissimo a trovarla, anche portandoci un po’ a destra e scendendo con un po’ di pazienza lungo il versante di ontani, rimanendo a sinistra, ma non troppo lontani, da una macchia di larici. Superata una portina e giunti in vista del torrente, però, non ci portiamo al suo solco, ma, piegando a sinistra, iniziamo una lunga serie di brevi tornanti, scendendo diritti, finché, volgendo a destra, attraversiamo finalmente il torrente. Sul lato opposto tagliamo il limite alto di una radura e proseguiamo fino ad attraversare anche il ramo settentrionale del torrente.
Il sentiero sale, poi, leggermente fino a tagliare un dossetto, e conduce infine ad una coppia di baite della Corna (m. 1785), dove prende congedo da noi. Dobbiamo, ora, scendere diritti, dalle baite, a vista, per ripidi prati fino ad un boschetto, dove ci districhiamo alla meno peggio e continuiamo a scendere diritti, uscendo ad una nuova fascia di ripidi prati. L’ulteriore discesa ci porta ad intercettare un sentierino che, seguito verso destra, porta ad un’ultima coppia di baite, dalla quale, scendendo in diagonale verso destra, approdiamo, alla fine, al sentiero dei Laghi che ci riporta, senza problemi, al punto terminale della pista sterrata della Val Lunga, dalla quale ci portiamo, in breve, al rifugio Beniamino, dopo una camminata ci circa 3 ore e mezza.
Ecco, infine, un'ultima proposta escursionistica, che potremmo chiamare "anello dei Lupi", perché si sviluppa intorno alla cima dei Lupi, sul crinale Valmadre-Val Tartano, e passa per la bocchetta dei Lupi. La prima parte dell'anello l'abbiamo già descritta: si tratta di salire dal rifugio Casera di Dordona al passo di Dordonella, scendendo poi in Val Dordonella, fino al baitone di quota 2083. da qui, però, invece di scendere diritti, procediamo in piano, verso sud, cioè in direzione del crinale che separa la Val Dordonella dall’anfiteatro terminale della Val Lunga. Un sentiero, non troppo marcato, ma perlomeno su terreno aperto, supera il solco del ramo settentrionale del torrente e porta fino al crinale, a quota 2100 circa, per poi scendere, verso sud (sinistra), con qualche serpentina, ad una baita nel corridoio che introduce al piede della valle dei Lupi. Ora dobbiamo scegliere, se tornare al rifugio Casera di Dordona (descrivendo, appunto, l'anello) oppure portarci ai laghi di Porcile e di qui scendere al rifugio Beniamino.
Nel primo caso ci basta seguire le indicazioni dei segnavia bianco-rossi, che ci fanno salire alla bocchetta dei Lupi (m. 2316).
Superato un rudere di baita, proseguiamo su una traccia di sentiero (denominato “Senter de la Val di Lüf”) che comincia a salire nella Valle dei Lupi, fra piccoli massi e magri pascoli, raggiungendo la “Baita di Lüf a Volt” (m. 2160), l’ultima prima della bocchetta. Stiamo percorrendo, in questo tratto, la Gran Via delle Orobie, e, più precisamente, del Sentiero Andrea Paniga, che attraversa tutte le Orobie occidentali. Il pendio che conduce all’intaglio, visto da lontano, sembra molto ripido; man man che ci avviciniamo, però, si mostra più abbordabile.
Con qualche zig-zag e dispendio di energia, eccoci, alla fine, ai 2316 metri della bocchetta dei Lupi, che guarda sull’alta Valmadre. Rimettiamo piede, quindi, sul territorio del comune di Fusine, cominciando la discesa (guidati da segnavia rosso-bianco-rossi) su terreno abbastanza ripido, fino a giungere in vista di un incantevole microlaghetto, ad una quota approssimativa di 2220 metri. In basso, a destra, è ben visibile il passo di Dordona (m. 2061), uno dei più agevoli valichi orobici, raggiunto ora da una pista sterrata che sale da Fusine e scende, sul versante opposto, fino a Foppolo, in Val Brembana.
Pieghiamo, ora, leggermente verso sinistra, e scendiamo alla baita di quota 2180 metri, a monte del gruppo di baite della Casera di Dordona alle quali scendiamo facilmente divallando per facili balze. Si chiude, così, con il ritorno al rifugio Casera di Dordona l'anello, che comporta circa due ore e mezza di cammino (il dislivello in salita approssimativo è di 440 metri.
Se, invece, vogliamo dall'alta Val Lunga scendere al rifugio Beniamino, dobbiamo volgere a destra (sud-ovest), portandoci al vicino lago Grande (lach Gràant, m. 2040), dove troviamo abbondanza di segnalazioni per l’ulteriore discesa. Costeggiato il lago sulla destra, proseguiamo scendendo ad un bel pianoro erboso (sulla nostra sinistra il lach Pinìi, lago Piccolo (m. 2005), il più basso e piccolo dei laghetti di Porcile. Restando sulla destra ed alquanto più bassi di una baita che vediamo a sinistra, scendiamo diritti e, ad un bivio, ignoriamo i segnavia e proseguiamo a destra, scendendo pressoché diritti fino alla Baita del Zapèl del Làres (m. 1900). Qui prendiamo a destra e scendiamo, seguendo i segnavia, fino alla conce dell’alpe Porcile (m. 1803). Restando a sinistra del muretto del bàrek, lasciamo la tre baite dell’alpe alla nostra destra e guadiamo il torrente Tartano sfruttando una passerella di massi. Il marcato sentiero che troviamo sul lato opposto ci riporta, senza problemi, al punto terminale della pista sterrata della Val Lunga, dalla quale ci portiamo facilmente al rifugio beniamino, dopo circa tre ore e mezza di cammino (il dislivello approssimativo è sempre di 440 metri).  



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