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La più orientale fra le valli della Val Masino



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Gli amanti dell’escursionismo sono sempre alla ricerca di percorsi un po’ fuori dai circuiti maggiormente battuti, che offrano scenari inconsueti, selvaggi e nel contempo di grande fascino ed impatto visivo. La Val Terzana (chiamata anche Valle di Scermendone: così, per esempio, nella carta della Val Masino curata dal conte Lurani, nel 1881-1882), riunisce in sé tutti questi elementi di interesse. Si tratta della valle che confluisce, da nord-est, nella Valle di Sasso Bisòlo, la quale, a sua volta, chiude ad est l’ampio arco delle valli tributarie della Val Màsino. La valle, che si apre con l’alpe di Scermendone basso (m. 2032) e si chiude con il passo di Scermendone (m. 2595), ha un orientamento da ovest ad est; è chiusa a sud da un largo versante, erboso sul crinale, disseminato di pascoli e roccette sul fianco che guarda alla valle stessa, che la separa dalla piana della media Valtellina fra Ardenno e Berbenno, a nord, invece, dal tormentato ed aspro crinale che, con un’impressionante susseguirsi di spigoli e rocce rossastre, scende dai Corni Bruciati (m. 3097, cima settentrionale, e m. 3114, cima meridionale), fino al Sasso Arso (m. 2314), per poi concludersi fra i massi di una grande frana. L’aspetto della valle, infine, è davvero curioso: fin dall’ingresso si presenta come una successione di pianori, avvallamenti, gobbe, dossi, che conferiscono al suo aspetto complessivo una configurazione non aspra, ma piuttosto atipica, simile a quella di qualche altipiano asiatico.
L’accesso alla valle avviene mediante un comodo sentiero, che si imbocca nei pressi della chiesetta di san Quirico (m. 2131) e del bivacco Scermendone. Per raggiungerlo, sono possibili tre percorsi.
Il più breve parte da Preda Rossa, anche se ha l’inconveniente di imporre circa tre chilometri di una pista non collaudata e dal fondo piuttosto dissestato (soprattutto nel tratto successivo al ponte sul torrente della valle di Sasso Bisolo). Si raggiunge la pista staccandosi sulla destra, a Filorera (subito dopo Cataeggio), e salendo lungo una bella strada che raggiunge la località Valbiore (valbiórch), caratterizzata da un’enorme frana. La pista sale sul versante opposto della valle (il destro, per noi), torna su quello sinistro dopo un tratto in galleria e si ricongiunge con la strada asfaltata dopo il tratto sepolto dalla frana, proprio all’ingresso della bellissima piana di Sasso Bisolo.

Attraversata la piana, la strada sale, con diversi tornanti, fino ai presso del limite della bellissima piana di Preda Rossa (m. 1908). Qui, invece di seguire le indicazioni per il rifugio Ponti, cerchiamo, sulla sinistra, un ponticello che attraversa il torrente e, valicato un valloncello, effettua una traversata che taglia la frana scesa dal Sasso Arso e porta a Scermendone Basso (m. 2032). Qui, superato il torrente su un nuovo ponticello, puntiamo a sud, cioè direttamente al versante del monte, dove troviamo una larga mulattiera che ci porta, in breve, alla chiesetta di San Quirico, dopo poco più di un’ora di cammino e 230 metri di dislivello superati. Chi volesse evitare di percorrere la pista dissestata, può lasciare l’automobile a Valbiore (valbiórch), salire all’ingresso della piana di Sasso Bisolo, percorrerla per un buon tratto e cercare, scendendo sulla destra verso il torrente, un ponte che permette di superare il torrente; sul lato opposto un sentiero che sale verso le baite della località Corticelle e, attraversando qualche prato ed alcune macchie, conduce al limite inferiore dell’alpe di Scermendone basso. In questo caso le ore di cammino necessarie salgono a due, ed il dislivello ad 850 metri circa.
Il secondo percorso, quello panoramicamente più interessante, parte da Our di cima, maggengo sopra Buglio, che si raggiunge imboccando, all’ingresso del paese, la strada segnalata “Per i maggenghi” e prendendo subito a sinistra (indicazioni per Our e Merla); si sale su una strada assai stretta verso la parte alta del paese (incrociamo le dita per non incrociare altri veicoli…), fino a raggiungere, dopo una svolta a sinistra, la strada che si stacca da quella principale sulla destra e, ignorata una deviazione a destra, porta ai maggenghi di Our di fondo e di cima (m. 1415). Qui ci si offrono diverse possibilità: il percorso più lungo passa per l’alpe Granda (seguiamo le indicazioni e la raggiungiamo in una quarantina di minuti), per poi piegare a destra, passando per il nuovo rifugio ed iniziare una lunga diagonale fino a Scermendone (ci sono due doppi tornantini; poco oltre il secondo un sentiero si stacca sulla sinistra dalla pista e porta al limite di sud-ovest dell’alpe, mentre la pista esce dal bosco più o meno al suo centro, dove si trova una baita ed una pozza d’acqua); quello intermedio taglia fuori Granda, lasciando la nuova pista sterrata che la raggiunge in corrispondenza di un cartello per la Merla, e che segnala l’inizio di un sentiero che sale diritto all’alpe Merla (m. 1729) e di qui ad una croce sulla pista Granda-Scermendone; quello più breve, infine, si trova portandosi al limite orientale di Our di cima: il sentiero, superate le ultime baite, si addentra nel bosco (rimaniamo sul sentiero principale, con andamento quasi pianeggiante, evitando un paio di deviazioni che salgono a sinistra), raggiunge il cuore della val Primaverta e comincia gradualmente a salire, con un ultimo ripido tratto, fino all’alpe Verdel (m. 1716), dove, seguendo le indicazioni, imbocchiamo, nella parte alta e di destra dei prati, un sentiero che effettua una lunga traversata verso destra (nord-est) e, intercettato a quota 1900 un sentiero gemello che sale dall’alpe Oligna, volge a sinistra e sale al baitone dell’alpe Scermendone, poco a sinistra (est) di san Quirico. Teniamo presente che il tratto Our-Verdel non è segnato sulla carta IGM, né su quella Kompass, né sul terreno con segnavia, ma, ignorate le prime deviazioni, non presenta ulteriori problemi, perché è sempre ben visibile.
Il terzo percorso parte da Prato Maslino, incantevole terrazzo panoramico posto a 1650 metri circa, sopra Berbenno. Lo si raggiunge facilmente dalla parte alta del paese prendendo a sinistra ed attraversando la frazione di Regoledo; invece di proseguire verso Monastero, ci si stacca poi dalla strada sulla destra (indicazione per Prato Maslino) e, con una lunga salita, si raggiunge il limite inferiore dei prati, nei pressi del rifugio Marinella. Dal limite superiore di sinistra del terrazzo parte una mulattiera che sale, verso nord-ovest, all’alpe Vignone, il cui limite inferiore è posto a circa 1881 metri. Dobbiamo poi cercare, nelle baite poste più in alto, a circa 2000 metri, l’indicazione del Sentiero Italia, che si stacca sulla sinistra da quello che sale all’alpe Baric, si inoltra in una macchia, sale ripido per un tratto, esce dal bosco sul suo limite superiore e, attraversando alcuni valloni con qualche passaggio un po’ esposto (qui la traccia è anche piuttosto debole), raggiunge il bivacco Scermendone e a chiesetta di san Quirico, dopo circa un’ora e tre quarti di cammino (con un dislivello in salita di circa 530 metri). Una variante interessante, che ha il pregio di proporre un percorso più sicuro, ma che taglia fuori San Quirico, è la seguente. Dall’alpe Vignone continuiamo a salire, con qualche diagonale, fino all’alpe Baric, nascosta dietro una balza (m. 2261). Alle spalle della baita parte, salendo verso sinistra (nord-ovest, prima, ovest poi) un evidente sentiero che taglia il ripido fianco che scende a sud-ovest dalla cima di Vignone (m. 2608) e raggiunge il crinale Val Terzana-Valtellina, in corrispondenza di un caratteristico ometto che ha come vertice un sasso a forma di punta di lancia, poco sopra quota 2400. Ora dobbiamo scendere verso sinistra, senza percorso obbligato, all’ampia e bella conca che si apre davanti ai nostri occhi (evitiamo la più problematica traversata verso destra); qui troviamo una larga traccia di sentiero che, superata un breve gradino, porta all’alpe Piano di Spini (m. 2198), posta nel primo tratto della valle (la traccia di sentiero non è continua, ma la discesa non presenta problemi). Questa variante richiede circa due ore e mezza di cammino (dislivello in salita: 800 metri circa).

Bene: in un modo o nell’altro abbiamo raggiunto San Quirico.
Sostando presso la chiesetta, cerchiamo di saperne di più ascoltando quanto scrive don Domenico Songini, nel bel volume “Storie di Traona – Terra Buona – II” (Sondrio, 2004): “Scermendone, toponimo inesplorato fino alle indagini di don Ezio Presazzi - prevosto di Baglio - che asserisce derivato dai primitivi pastori di Cermenate, che già nel 1308 caricavano l'alpe con l'impegno di consegnare il latte d'una giornata (una cagliata) alla parrocchia di san Fedele.
Scermendone rappresenta la tipica altura, a dossi e a pianori, a 2000 rn. sulla dorsale tra la Valtellina e la Valmasino, di proprietà della comunità di Buglio, che v'invia il bestiame per l'alpeggio estivo e che vi si dà convegno per una sagra popolare di gran prestigio: nel solito mese di luglio, dopo la metà, tempo delle feste dei nostri SS. Sette Fratelli.
Il Santo venerato lassù, alla stessa altitudine di Sant'Esfrà (m 2010) è San Ceres, ritenuto uno dei Sette Fratelli. Realmente l'Oratorio è dedicato a San Quirico, il figlioletto di Santa Giuditta, ambedue martiri del IV secolo. Questa attribuzione sembra poco convincente: il martirologio infatti assegnava la festa al 9 dicembre, tempo in cui il monte è quasi inaccessibile. Allora perché San Ceres ?
Qualcuno vede un'affinità linguistica con "Siro", il santo evangelizzatore di Pavia, vescovo del IV secolo: le chiese di Pavia possedevano vasti feudi in Valtellina; non manca anche qualche allusione al Saint Cyr di franca memoria. A confondere le acque, interviene anche la mitologia pagana, cui non sembra vero richiamarsi a Cerere, la dea-madre. Tutto lascia supporre trattarsi d'un Santo dei Pastori: San Siro si festeggia il 16 giugno, nel colmo della stagione degli alpeggi; San Ceres, la II domenica di luglio, nel momento della "pesa del latte". La tradizione locale indica nell'incavo di un roccione prospiciente il "Pian di Spin" la grotta del Santo Eremita. È uno dei Sette Fratelli? ...”

Vale la pena, se non l’abbiamo già fatto salendo da Granda, percorrere il lungo alpeggio, di una panoramicità più unica che rara. Il colpo d’occhio sulla piana di Preda Rossa e sul monte Disgrazia, in particolare, è di incomparabile bellezza. La chiesetta, poi, è un piccolo ed antichissimo gioiello, non a caso posta qui, a testimonianza non solo dell’importanza primaria dell’alpe, ma anche della sua posizione strategica, come punto di passaggio dei pellegrini che, percorrendo poi proprio la val Terzana, valicando il passo di Scermendone e quello di Caldenno, scendevano in Valmalenco. Questa direttrice della traversata Val Masino-Valmalenco corre più a sud di quella del
Sentiero Roma, che passa dal passo di Corna Rossa, e non sfigura nel confronto con quest’ultima; anzi, dal punto di vista strettamente panoramico si fa sicuramente preferire. Alle spalle della chiesetta, la Val Terzana ci appare già in tutta la sua apertura, fino al passo di Scermendone: uno spettacolo di grande suggestione. Scendendo da San Quirico ad una grande vasca in cemento per la raccolta dell’acqua, posta poco ad est del baitone, possiamo trovare, in una nicchia, una sorgente, con una scritta non facile da leggere. Si tratta della celebre “Acqua degli occhi”, una sorgente di acqua che la tradizione popolare vuole terapeutica per i malanni che toccano la vista. Per capire perché, dobbiamo però risalire al bivacco Scermendone, dove, sulla porta, è affisso un articolo di giornale nel quale si racconta la leggenda cui quest’acqua è legata. Vale la pena di raccontarla anche in questa sede, perché ci aiuta ad entrare meglio nello spirito dell’aspro scenario settentrionale della valle, con la sua sofferta compagine di rocce dalla tonalità rossastra.
È la celebre leggenda di Preda Rossa e dei Corni Bruciati. Un tempo questi non erano, come ora, desolate torri di roccia rossastra, ma bei pizzi alle cui falde si stendevano, nelle valli Preda Rossa e Terzana, splendide pinete e pascoli rigogliosi. Vi giunse, un giorno, un mendicante lacero ed affamato, che si rivolse, per essere ristorato, a due pastori, l’uno di animo buono, il secondo di animo gretto e malvagio. Quest’ultimo lo schernì e gli disse che poteva offrirgli solo gli avanzi del cane, mentre il primo ne ebbe pietà, lo rifocillò e gli cedette il giaciglio per la notte. Il mattino seguente il mendicante prese in disparte il pastore buono e gli ordinò di lasciare subito Preda Rossa per salire a Scermendone e tornare a Buglio, senza mai voltarsi, qualunque cosa avesse sentito alle sue spalle. Il pastore vide il suo aspetto trasfigurarsi, divenendo luminoso e maestoso, e capì che si trattava del Signore, per cui obbedì senza indugio. Lasciata Preda Rossa, cominciò a sentire alle proprie spalle un gran fragore, grida, rumore di piante e massi che rovinavano a valle, ma proseguì il cammino, ricordandosi dell’ingiunzione del Signore. Quando, però, ebbe raggiunto il crinale di Scermendone alto, e si accingeva a scendere verso Buglio, non resistette, volse lo sguardo. Fece appena in tempo a vedere uno spettacolo apocalittico, un rogo immane che divorava i boschi, ma, ancora di più, la stessa montagna, che si sgretolava e perdeva enormi massi, i quali precipitavano, incandescenti, a valle. Vide solo per un istante, perché fu subito accecato da due scintille, che lo avevano seguito. Pregò, allora, il Signore che lo perdonasse per la disobbedienza, e questi lo esaudì, chiedendogli di battere il piede contro il terreno e di bagnare gli occhi all’acqua della sorgente che sarebbe da lì scaturita. Fece così, e riebbe la vista, tornando a Buglio a raccontare i fatti tremendi di cui era stato testimone. Da allora il fianco di sud-est della Valle di Preda Rossa e quello settentrionale della Val Terzana restano come desolato monito che ricorda agli uomini l’inesorabilità della punizione divina per la loro malvagità. Anche i nomi parlano di una remota e terribile vicenda che ha segnato quest’angolo di Val Masino: il Monte Disgrazia, prima, si chiamava Pizzo Bello, denominazione, poi, trasferita alla meno maestosa cima che, con i suoi 2743 metri, presidia l’angolo di sud-est della Val Terzana.
In cammino, ora: a noi sarà, però, concessa la libertà di volgerci indietro, talora per ammirare ottimi scorci panoramici sulle cime della Valle dell’Oro (dove spicca, con il suo profilo tondeggiante e un po’ tozzo, il pizzo Ligoncio). A poche decine di metri da San Quirico parte una pista che si addentra in Val Terzana, tagliandone il fianco meridionale, fino alla già citata alpe Piano di Spini (m. 2198, cattiva traslitterazione del pian di spìn, letteralmente piano delle spine).
Sulla nostra destra il facile crinale è percorso da un sentiero che sale ad un'ampia sella che si affaccia sulla Valtellina: proseguendo verso destra possiamo ridiscendere a San Quirico passando per un bellissimo microlaghetto e per la Croce dell'Olmo (più avanti, prendiamo a destra e scendiamo un largo canalone erboso che scende ad un sentiero che, percorso verso destra, ci riporta al limite orientale dell'alpe). Se, invece, dalla sella proseguiamo verso sinistra troveremo un cartello che indica il punto nel quale parte un sentiero che scende all'alpe Baric; di qui si prosegue scendendo all'alpe Vignone ed a Prato Maslino. Se, infine, proseguiamo salendo lungo il crinale saliamo facilmente all'arrotondata, erbosa e panoramica cima di Vignone (m. 2609).
Ma torniamo all'alpe Piano di Spini. Alle spalle della baita di sinistra dell’alpe comincia un sentiero (segnavia rosso-bianco-rossi), che sale per un tratto verso sinistra, sormonta un dosso e prosegue verso nord-est, fino ad un breve corridoio nella roccia, che ci porta qualche metro sopra il laghetto di Scermendone (m. 2339). Si tratta di uno specchio d’acqua non ampio, ma pur sempre considerevole, sia per la sua bellezza, sia per il fatto che, insieme ai laghetti della
valle di Spluga e ad uno specchio ancor più modesto al centro della val Cameraccio, è ciò che resta di una presenza di laghi alpini che, in Val Masino, dovette essere, in tempi remoti, ben più consistente. Una sosta sulle sue rive permette di osservare il Sasso Arso ed i Corni Bruciati: viste da qui, queste formazioni montuose mostrano bene la ragione della loro denominazione.
Per illustrare meglio le caratteristiche di questo lago e dell'ambiente che lo ospita riportiamo le informazioni che ci vengono offerte dal bel volume "Laghi alpini di Valtellina e Valchiavenna", di Riccardo De Bernardi, Ivan Fassin, Rosario Mosello ed Enrico Pelucchi, edito dal CAI, sez. di Sondrio, nel 1993:

Dall'altra parte della Val Masino (verso oriente), poco più avanti si apre la Valle di Sasso Bisolo, dalla quale era possibile salire con facilità fino a qualche anno fa al pianoro di Preda Rossa (ora è stata interrotta da frane a più riprese). Si può salire comunque abbastanza agevolmente oggi anche dal versante valtellinese per strade che portano ad alti prati sotto il crinale di Scermendone (il toponimo allude probabilmente appunto  al «crinale»). Dietro questo, al di là di un sistema di ampi pascoli, una valletta si distende dal salto su Sasso
Bisolo, fino al passo di Scermendone, parallela alla Valtellina. Il lago sta annidato in un anfratto tra le numerose balze e i dossi che articolano l'altopiano pascolivo. L'accesso più interessante però è probabilmente quello dal Piano di Preda Rossa, per un sentiero che con alcuni saliscendi s'inoltra in un bel lariceto, tra massi di frana caduti dal Sasso Arso (su un pietrone vi sono incisioni di sigle e date probabilmente opera di pastori) e quindi porta alla valletta (Val Terzana). Si passa per unpiccolo pascolo, poi il sentiero si fa meno evidente, ma resta ben più interessante di quelli che si scorgono dall'altra parte nei pascoli, in quanto attraversa vari microambienti naturali, corre sotto le morene sospese di antichi ghiacciaietti sulle falde dei Corni Bruciati, costeggia la forra del ruscello che a tratti si nasconde tra le rupi, passa vicino a strane lame di roccia (sulle destra salendo anziché le rosse rocce serpentinose che danno il nome alle cime già ricordate, compaiono scisti stratificati e friabili che si modellano in forme emergenti dalle morbide chine dei pascoli), e di pianoro in pianoro giunge al passo. Il lago, dalle acque cupe, se ne sta un po' in disparte in una buca dell'altopiano.”
Riprendiamo la salita al passo.

Il sentiero comincia, dal lago, a piegare gradualmente a sinistra: passiamo così a monte di un ampio pianoro erboso, che lasciamo alla nostra destra (ma, volendo, potremmo staccarci, qui, dal sentiero, attraversare il pianoro e risalire un largo e facile canalone che ci porta ad un bocchetta che si affaccia sul versante valtellinese; qui, prendendo a destra, per traccia di sentiero ripida ma non difficile, possiamo salire alla cima di Vignone, m. 2609, mentre prendendo a sinistra possiamo portarci ad una seconda bocchetta, con un cartello che ci indica che risalendo il crinale alla nostra sinistra in mezzora siamo alla cima del pizzo Bello, m. 2743).
Torniamo, però, ora al sentiero principale: superta qualche modesta roccetta, oltrepassiamo il torrentello della valle, portandoci alla sua sinistra. Il passo è sempre là, visibile quasi per l’intero percorso, e si fa, poco a poco, più grande. In questo tratto passiamo a destra di uno sperone di roccia, ovviamente dalla tonalità rossastra, non molto alto (m. 2621), che però, visto da qui, fa la sua bella figura.
Alle sue spalle i Corni Bruciati, di cui però è difficile distinguere la cima, perché, da questo angolo visuale, si mostrano assai meno pronunciati di quanto non appaiano dalla Valle di Preda Rossa. Lo scenario alla nostra destra è, invece, diverso: a sinistra della tondeggiante cima di Vignone, un largo canalone, quasi interamente occupato da sfasciumi, sale, con pendenza modesta, fino ad una depressione sul crinale. La salita parrebbe agevole, ma la discesa sull’opposto versante erboso, che guarda all’alpe Baric, è piuttosto difficoltosa nel primo tratto, ripido ed esposto. A sinistra del canalone, ecco, poi, la cima quotata 2643 metri, che una modesta sella separa dal pizzo Bello, di cento metri più alto. Per la verità quest’ultima cima si mostra, da qui, niente affatto bella: anzi, il suo versante di nord-ovest è costituito da una parete verticale di scura roccia, ben diversa dal ripido ma erboso versante opposto. Ancora più a sinistra, una serie di guglie rocciose segna il crinale fino al passo di Scermendone, sorvegliato da due torri guardiane.
Dai suoi 2595 metri ci affacciamo, alla fine, dopo un’ora e mezza circa di cammino da San Quirico (460 metri di dislivello in salita), all’alta Valle di
Postalesio, e vediamo subito il meno pronunciato passo gemello (quello di Caldenno), che permette di scendere al rifugio Bosio, in Val Torreggio (Valmalenco). Oltre il crinale orientale della valle, possiamo individuare alcune cime assai distanti fra di loro: i corni di Airale, in Val Torreggio, a sinistra, poi il lontano pizzo Varuna (o Verona), sulla testata della Valmalenco, ed ancora la cima Viola, fra Valle d’Avedo (val Grosina) e Valle Cantone di Dosdè, ed infine, sulla destra, il pizzo Scalino e la punta Painale. Volgendoci verso la Val Terzana, la dominiamo interamente, e scorgiamo il laghetto di Scermendone ed un bel tratto dell’omonima alpe, da cui siamo partiti.
Se siamo partiti da Prato Maslino, o se disponiamo di due automobili, vale la pena di chiudere l’escursione scendendo in alta Valle di Postalesio, su un bel sentierino, ripido e molto marcato, che scende diritto per un tratto, piega a sinistra, scende di nuovo diritto prima di puntare a destra, verso il pianoro dell’alta valle, duecento metri circa più in basso rispetto al passo. Dal passo in poi i segnavia sono bolli rossi con bordo giallo. Nell’ultima parte della discesa, lasciamo alla nostra sinistra una grande ganda, costituita da massi rossatri, così come rossastre sono le cime che, sulla testata della valle, ci nascondono la vista del monte Disgrazia. L’incendio di Preda Rossa è giunto fin qui? La leggenda non lo dice. C’è però un’altra leggenda, che parla dei “cunfinàa”, cioè delle anime che, per le loro colpe, sono state condannate a scalpellare eternamente questi innumerevoli massi (e, se prestiamo attenzione, ne vediamo, effettivamente, di tutte le dimensioni). Tuttavia il loro lavoro disperato inizia solo sul far del tramonto: solo allora si possono udire i colpi sordi e sconsolati del metallo sulla pietra. Prima che ciò accada, portiamoci al solco del torrente e valichiamolo, lasciando poi alla nostra sinistra i segnavia che indicano il sentiero, il quale riprende quota e, dopo un traverso a sinistra, punta a destra, in direzione del passo di Caldenno; noi dobbiamo, invece, passare vicino ad un masso ciclopico e sfruttare il sentiero che scende all’alpe Palù (m. 1099), tagliando il ripido fianco erboso dell’ultimo gradino della valle. Al termine del pianoro dell’alpe Palù, sulla sinistra (per noi) del torrente troviamo, poi, un largo sentiero che conduce alle numerose baite dell’alpe Caldenno (m. 1811), dove, sulla nostra destra, giunge una pista che parte da Prato Isio. Raggiunto quest’ultimo alpeggio, lo attraversiamo verso ovest, cioè ci portiamo sul limite alto dei prati, al lato opposto rispetto a quello cui giunge la pista: qui, presso una fontana, troviamo il sentiero che si inoltra in una bella pineta. Ad un bivio, prendiamo la traccia che scende e, con qualche saliscendi, rimanendo sempre intorno a quota 1700, varca l’ombrosa val Finale: raggiungiamo così il limite orientale di Prato Maslino, nei pressi del rifugio Marinella, chiudendo un anello che richiede 6-7 ore di cammino (dislivello in salita: 1000 metri circa seguendo il Sentiero Italia per raggiungere Scermendone, 1200 circa passando per la sella dell’alpe Baric).
Un consiglio, per finire: data la posizione della Val Terzana, dalle prime nevicate fino a tarda primavera la neve costituisce un ostacolo da tener presente se si vuole programmare l'escursione.
È interessante, infine, leggere il resoconto della discesa dal passo di Scermendone all’alpe Sasso Bisolo effettuata il 31 luglio 1908 da Bruno Galli Valerio, alpinista e naturalista che molto amò queste montagne :
La Bocchetta di Scermendone (2598 m.) è la quarta partendo dalla cresta dei Corni Bruciati e andando verso sud. Essa è la meno visibile, nascosta com'è da un gendarme, ma la si riconosce perchè vi risale una lingua di erba e, avvicinandoci, vi scorgiamo una traccia di sentiero. Sotto di noi, nel verde dei pascoli, appare il lago azzurro di Scermendone e, lontano, le belle cime del Calvo e del Ligoncio. Scendendo per coste erbose, arriviamo sulle rive del laghetto. Poichè non c'è sentiero, scendiamo obliquamente il fianco sinistro della valle, poi rientrando per un tratto in questa, passiamo sulla destra per rag­giungere l'alpe di Pian di Spino. Scesi ad una piccola baita vicino ad un boschetto di rododendri in piena fioritura, ci portiamo di nuovo sulla sinistra e seguendo un sentiero a zig-zag, che si perde ad ogni istante e che non finisce mai, arriviamo nella valle di Sasso Bisolo, alle quattro e venti pomeridiane. Nella discesa il colpo d'occhio verso il Disgrazia è bellissimo. C'è nell'aria un gradevole odore di fieno. Sostiamo, un po', vicino a un bosco di conifere, poi riprendiamo la discesa e alle sette di sera, arriviamo all'osteria del Baffo, in Val Masino, accolti festosamente dai vecchi amici che ci preparano una cena eccellente dove figurano le trote del Masino.” (Bruno Galli Valerio, “Punte e passi”, a cura di Luisa Angelici ed Antonio Boscacci, Sondrio, 1998)
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