
Clicca qui per aprire una panoramica a 360 gradi dalla cima del pizzo Bello
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Punti di partenza ed arrivo |
Tempo necessario |
Dislivello in altezza
in m. |
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti) |
Prato Maslino-Alpi Vignone e Baric-PizzoBello |
3 h e 30 min. |
1100 |
E |
Our-Granda-Scermendone-Val Terzana-PizzoBello |
4 h e 30 min. |
1380 |
E |
Accendi le casse se vuoi ascoltare un mio brano ispirato a questi luoghi
Al
pizzo Bello è legata un’antichissima e conosciuta leggenda,
detta del monte Disgrazia o dei Corni Bruciati. Anticamente il pizzo
Bello non aveva nome; questa denominazione era, invece, attribuita all’attuale
monte Disgrazia, per onorarne la superba bellezza.
Bellissimo era il monte Disgrazia, ma non meno belli erano i ricchi
alpeggi che si stendevano ai suoi piedi, per l’intera valle di
Preda Rossa. I pastori, che venivano da Buglio, vi conducevano al pascolo
le pingui mandrie, e tutto quanto di più generoso poteva offrire
il buon Dio, sembrava loro elargito. Ma tanta floridezza non li indusse
a rendere grazie all’Onnipotente, bensì inaridì
molti dei loro cuori. Venne, dunque, un giorno, fra loro un umile mendicante,
chiedendo ospitalità a due pastori. Uno lo cacciò, deridendolo,
l’altro, invece, ebbe compassione di lui e gli fornì cibo
ed alloggio.
Congedandosi dal pastore buono, il mendicante gli disse di lasciare
al più presto l’alpe senza mai volgersi indietro, perché
qualcosa di terribile sarebbe accaduto di lì a poco. Questi obbedì,
lasciò Preda Rossa alla volta di Scermendone basso e poi Scermendone
alto. Qui giunto, udì un fragore immane, e vide sinistri bagliori
dipingere il cielo di un rosso fuoco. Non seppe resistere, si voltò,
e per un attimo vide gli alpeggi bruciare, seppelliti da un torrente
di massi infuocati
(quei massi di un rosso così caratteristico che hanno poi dato
il nome alla valle, Preda Rossa). Una scintilla lo raggiunse e lo accecò,
perché aveva disobbedito.
Pentito, chiese a Dio di perdonare la sua colpa, e fu esaudito: una
voce gli disse di bagnare gli occhi presso una fonte che avrebbe trovato
nei suoi pressi. L’acqua operò il miracolo (ancora oggi
la fonte dell’”acqua di öcc” è segnalata,
nei pressi del baitone dell’alpe Scermendone, non lontano dalla
chiesetta di Scermendone). Da allora i pastori di Buglio scampati alla
catastrofe si spostarono negli alpeggi di Scermendone e dell’alpe
di Spini, in Val Terzana, e, per ricordare la tremenda punizione divina,
mutarono il nome del pizzo Bello in monte Disgrazia. Ma
non vollero
che quel nome andasse interamente perso, e lo assegnarono alla cima
che fa da corona alla Val Terzana, cima più umile ma non insignificante,
quasi a voler dire che nell’umiltà c’è una
profonda bellezza che solo l’occhio della fede sa cogliere.
L'ascensione al Pizzo Bello (piz Béla) non presenta grosse difficoltà,
anche se, nell'ultimo tratto, richiede molta attenzione e cautela. Avviene
sfruttando il crinale occidentale, al quale si accede da una sella sul
crinale fra Val Terzana e Valtellina, raggiungibile per due vie.
La prima e più frequentata parte da Berbenno, supera la frazione
di Regoledo (deviazione a destra dopo la frazione) ed imbocca la strada
che, dopo numerosi
tornanti, raggiunge i 1650 metri del Prato Maslino, dove si trova anche
il rifugio Marinella. Lasciata l'automobile nella piazzola dove termina
la strada (sterrata nell'ultimo tratto), ci portiamo al vertice opposto
del prato (nord-ovest, a sinistra), dove parte una bella mulattiera
che sale, con un primo tratto nel bosco, all'alpe Vignone (m. 1991).
Dobbiamo quindi risalire l'alpe, seguendo il sentiero che procede con
ripidi tornanti. Superato il recinto del bestiame, procediamo con ampie
diagonali, superando una formazione rocciosa e piegando, alla fine,
a destra, per
raggiungere una bella conca superiore, l'alpe Baric, dove
troviamo, ad accoglierci, un piccolo specchio d'acqua, posto prima delle
baite.
Lasciando le baite alla nostra destra, procediamo, sotto il fianco meridionale
della bella e regolare cima quotata 2634, seguendo il sentiero (segnalato da segnavia bianco-rossi) che,
per un tratto, si fa ancora marcato e ci conduce nella parte terminale
della valle, chiusa ad est dal Dosso Cavallo, a nord dal fianco meridionale
del Pizzo Bello e ad ovest dal fianco orientale della cima 2634.
A questo punto saliamo, senza percorso obbligato, puntando all'evidente
sella posta fra la cima 2634 ed il Pizzo Bello: il percorso più
facile è quello che si snoda sul fianco erboso del pizzo, per
poi tagliare a sinistra e guadagnare la sella. Dalla
sella si dominano già la val Terzana (la più orientale
fra le valli della Val Masino, che confluisce, insieme alla valle di
Preda Rossa, nella valle di Sasso Bisolo) e le cime della Valle dell'Oro. Qui troviamo un cartello del C.A.I. che dà la cima del pizzo Bello a 30 minuti ed il laghetto di Scermendone a 45. Mentre per questa seconda meta dobbiamo ora scendere lungo il largo vallone che si apre di fronte a noi in Val Terzana, per il pizzo dobbiamo prendere a destra e salire, sempre seguendo i segnavia-bianco-rossi.
Prima di raccontare l'ultimo tratto della salita, vediamo, però, come giungere fin qui salendo dalla Val Terzana. In questo
caso ci portiamo con l'automobile da Buglio ad Our di Cima, ed imbocchiamo,
a piedi, la pista per l'alpe ed il rifugio Granda (si tratta di una
carrozzabile, quasi sempre aperta, ma val la pena di camminare un po'
di più, anche per godere l'ottimo panorama). Giunti all'alpe,
volgiamo a destra, raggiungendo, in pochi minuti, il rifugio, nascosto
dietro una macchia. Di qui proseguiamo imboccando il sentiero (ora allargato
a tratturo) per l'alpe Scermendone, che raggiungiamo poco ad ovest del
lungo baitone (nei cui pressi vi è la sorgente menzionata: è
consuetudine bagnarsi gli occhi alla sua acqua, quando c'è, per
assirurarsi la protezione da qualunque malattia li possa colpire). Proseguiamo
alla volta della chiesetta di San Quirico, alle cui spalle parte il
sentiero che si addentra nella solitaria e stupenda Val Terzana (chiamata anche Valle di Scermendone: così, per esempio, nella carta della Val Masino curata dal conte Lurani, nel 1881-1882), che confluisce, da nord-est, nella Valle di Sasso Bisòlo, la più orientale delle valli che costituiscono la Val Masino.
Seguendo il largo sentiero, raggiungiamo l'alpe Piano di Spini, oltrepassata
la quale ci portiamo presso la riva del grazioso laghetto di Scermendone.
Il sentiero, che si fa labile traccia, prosegue, deviando a sinistra,
alla volta del passo di Scermendone, che immette nell'alta Valle di Postalesio. Noi, invece, ci teniamo sulla destra, risaliamo
alcune facili
balze erbose e raggiungiamo il piede di un largo e poco ripido canalone
di sfasciumi, che raggiunge una marcata sella, che si affaccia sulla
Valtellina. A questa sella possiamo giungere anche così: proseguiamo oltre l'alpe Piano di Spini sul sentiero che, dopo uno strappo severo, si affaccia, percorso un curioso corridoio fra roccette, alla splendida conca del laghetto di Scermendone, incorniciato dal fondo della valle su cui si distingue il passo omonimo. Proseguiamo sul sentiero e raggiungiamo, in breve, una grande conca erbos: qui, lasciato il sentiero che prosegue, verso il passo, alla nostra sinistra, pieghiamo a destra e risaliamo il largo canalone che, con pendenza mite, porta alla prima sella.
A sinistra di questa prima sella è situata la già citata cima quotata,
sulla carta IGM, 2634 metri. Ancora più a sinistra, la seconda
sella, quella che dobbiamo raggiungere.
Per farlo, prendiamo a sinistra, tagliando, in leggera salita e senza percorso obbligato, il piede della cima quotata 2634 metri.
Una volta raggiunta questa seconda sella, per salire alla vetta basta
seguire il crinale occidentale del pizzo, fra erbe e roccette. Saliamo
calcando il confine fra i comuni di Buglio e Berbenno: tale confine,
infatti, segue il crinale
che dal pizzo Bello scende alla Croce dell'Olmo,
passando per la cima 2643 e la cima di Vignone. Salendo seguiamo un sentierino, e, dopo un primo strappo, porta ad un tratto in falsopiano, dove possiamo tirare il fiato, in vista di un secondo strappo, non meno severo, che ci porta poco sotto la cima. Una modesta pianetta precede l'ultimo strappo, che ci porta alla parte sommitale del crinale: qui si trova un'anticima sormontata da un grande ometto, ed il crinale si restringe parecchio. La cima ci sta di fronte (la riconosciamo per la piccola croce metallica che la sormonta), ma il passaggio più
delicato ed esposto è proprio quello che ci separa da essa: prestiamo attenzione soprattutto sul lato alla nostra sinistra, più esposto. Eccoci, infine, ai 2743 metri della
vetta del Pizzo Bello, dove si trova la già citata croce, collocata qui dalla sezione C.A.I. di Berbenno nel 2005.
Non sapremmo dire se il pizzo sia bello: certamente lo è il panorama.
Guardando ad ovest, distinguiamo la cima del Desenigo (m. 2845), alla cui destra si aprono i passi gemelli di Primalpia (pàs de primalpia, m. 2477) e della bocchetta di Spluga o di Talamucca (bochèta de la möca, m. 2532), che congiungono l’alta Valle di Spluga alla Valle dei Ratti. Procedendo verso destra, notiamo, alle spalle della massiccia e severa costiera Cavislone-Lobbia, l’affilata cima del monte Spluga o Cima del Calvo (m. 2967), posto all’incontro di Valle di Spluga, Val Ligoncio e
Valle dei Ratti. I più modesti pizzi Ratti (m. 2919) e della Vedretta (m. 2909) preparano l’arrotondata cima del pizzo Ligoncio (Ligunc’, m. 3038), che si innalza sopra una larga base di granito, nel catino glaciale che si apre sopra i Bagni di Masino (Val Ligoncio e Valle dell’Oro). Alla sua destra, la punta della Sfinge (m. 2802) precede la larga depressione sul cui è posto il passo Ligoncio (m. 2575), fra la valle omonima e la Valle d’Arnasca (Val Codera). A nord del passo si distinguono i modesti pizzi dell’Oro (meridionale, m. 2695, centrale, m. 2703 e settentrionale, m. 2576), seguiti dall’affilata punta Milano (m. 2610), che precede di poco la costiera del Barbacan, fra Valle dell’Oro e Val Porcellizzo, la quale culmina nella cima del Barbacan (m. 2738).
Proseguendo verso nord, la testata della Val Porcellizzo propone le poco pronunciate cime d’Averta (meridionale, m. 2733, centrale, m. 2861 e settentrionale, m. 2947), alla cui destra si eleva il più massiccio pizzo Porcellizzo (il pèz, m. 3075), nascosto, però, dietro la cima del Cavalcorto, sulla costiera del Cavalcorto(sciöma da cavalcürt, m. 2763). Si intravedono, poi, le più celebri cime della Val Porcellizzo: il celeberrimo pizzo Badile (badì, m. 3308), cui fa da vassallo la punta Sertori (m. 3195), ed il secondo signore della valle, il pizzo Cengalo (cìngol, m. 3367). Alla sua destra, da una prospettiva cursiosamente defilata, i pizzi
del Ferro occidentale (o cima della Bondasca, m. 3267) e centrale (m. 3287), chiamati nel dialetto di Val Masino “sciöme do fèr”.
Le rimanenti cime del gruppo del Masino sono nascoste dalla costiera che separa la Val Terzana, che si apre, solitaria e bellissima, sotto di noi, e la Valle di Preda Rossa, che resta, invece, interamente nascosta ai nostri occhi. Su questa costiera, dominata dalle tonalità rossastre, si distinguono, da sinistra, il Sasso Arso (m. 2314) e le tre punte dei Corni Bruciati, meridionale, m. 2958, centrale, m. 3114, e settentrionale, m. 3097, seminascosta, a destra della seconda. A destra di quest'ultima cima si affaccia il profilo regale del monte Disgrazia (m. 3678), seguito dal pizzo Cassandra (m. 3226: il nome rimanda alla profetessa che nell'antichità ebbe la triste sorte di preannunciare disgrazie - che poi sarebbero accadute - senza essere creduta da nessuno). In basso, fra i Corni Bruciati ed il monte Disgrazia, il passo di Scermendone (m. 2953).
A destra del pizzo Cassandra si vede, lontana, la sezione orientale della testata della Valmalenco: da sinistra si distinguono i pizzi Scerscen (m. 3971) e Bernina (m. 4049), i pizzi Argient (m. 3945) e Zupò (m. 3995), la triplice innevata cima del pizzo Palù (m. 3823, 3906 e 3882), a monte del ramo orientale della vedretta di Fellaria e, a
chiudere la splendida carrellata, il più modesto pizzo Varuna (m. 3453).
Più a destra, molto lontane, si intravedono due celebri cime dell'alta Valtellina, la cima Viola (m 3347) e la cima Piazzi (m. 3439). Proseguendo in questo giro in senso orario, ecco, dietro l'ometto di una seconda anticima, il gruppo Scalino-Painale, sul quale si individuano, da sinistra (nord) il pizzo Scalino (m. 3323), la punta Painale (m. 3248), la cima Vicima (m. 3122) e la vetta di Ron (m. 3136).
Ad est, sul fondo, il gruppo dell'Adamello, mentre il panorama di sud-est. sud e sud-ovest è interamente occupato dalla catena orovica, che si mostra in tutta la sua ampiezza, chiusa, a destra, dall'inconfondibile corno del monte Legnone.
Un'occhiata ai tempi. La salita da Prato Maslino si effettua in circa
3 ore e mezza (il dislivello è di circa 1100 metri), mentre quella
da Our di Cima richiede 4 ore e mezza (il dislivello sale a circa 1380
metri).
Un'ultima
notazione: se abbiamo sufficiente tempo a disposizione, possiamo sfruttare
l'escursione anche per effettuare una puntata alla panoramica cima quotata
2643 metri. Per farlo, portiamoci nella parte alta del canalone, tagliamo
a sinistra e guadagnamo la cima, con un po' di fatica, fra massi smossi.
Dalla cima possiamo poi scendere, con un po' di attenzione, alla sella
dalla quale parte la salita al pizzo Bello.

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