L'antichissima pieve della bassa Valtellina

Accendi le casse se vuoi ascoltare il suono festoso delle campane della chiesa parrocchiale di S. Lorenzo ad Ardenno

Ardenno è il primo paese della bassa Valtellina che si incontra procedendo in direzione di Colico (cioè da est ad ovest), ed è posto presso lo sbocco della Val Masino, sul versante retico, immediatamente ad est del punto nel quale il fondovalle valtellinese descrive una doppia curva, ad S, aggirando il caratteristico promontorio montuoso del Culmine di Dazio, o Colmen.
Il suo nome è molto probabilmente connesso con la radice del verbo latino “ardere”, e quindi con il fuoco, ma il significato di questo nesso non è chiaro. Il diplomatico e uomo d'armi Giovanni Guler von Weineck, governatore per la Lega Grigia della Valtellina nel 1587-88, nella sua opera “Raetia” (Zurigo, 1616), così scrive, in proposito: “Alcuni ritengono che il nome di questo borgo sia derivato in antico dalla parola latina ed italiana ardere, perché durante l’estate il paese è tormentato da un caldo terribile; infatti è tutto esposto a mezzodì, né vi spira vento di sorte, a cagione della montagna di Pilasco che sorge a ponente. Quindi il clima è insopportabile, e perciò la nobiltà e la gente facoltosa, finché dura il caldo, cioè fino all’autunno, si trasferiscono in altri luoghi freschi e ventilati”. Le notazioni sul clima estivo sono, per la verità piuttosto esagerate, e l’ipotesi sul motivo della denominazione del paese non è l’unica. Il nome potrebbe, infatti, anche riferirsi al supplizio del santo patrono, S. Lorenzo, che fu martirizzato su una graticola, oppure alla presenza, nelle frazioni alte, di numerosi “piuàtt”, cataste particolari dalla cui lenta combustione interna si ricavava carbone di legna, o ancora, infine, da un episodio che risale ai tempi delle invasioni barbariche, quando una squadra di cavalieri che percorsero la valle tentò di dar fuoco alle case del paese, senza riuscirci, tanto che si udì gridare uno di loro “Arde-no, arde-no”.
Lo storico settecentesco Francesco Saverio Quadrio così presenta il paese: “Ardeno (Ardena) Innocentemente si è scritto da alcuni essere stato tal luogo così nominato dall'Ardere per motivo del troppo caldo, che vi si prova. Diana è quella divinità, di cui gli Antichi resero il nome per Ardoina, Arduena, Artuenna. Arten, o meglio Harten in antichissima Lingua Teutonica voleva dire Foresta, come testifica il Wachter onde Hartuenna, o Hartuena, indi Harduenna, e Arduena veniva Diana appellata, quasi Dea delle Selve. Da ciò fu questo Luogo nomato, che trovo per antico latinamente essersi detto Ardena per contrazione di Arduena: perchè quivi quella Dea venir doveva adorata. La positura stessa di questo Luogo situato in un ridosso di Monte, dove forma quasi il collo d'un piede, dà a vedere, ch'ivi esser doveva ab antico Foresta. Nella Pianura ci era altresì un castello fabbricatovi dalla Famiglia de' Capitanei: e nel monte un altro ve n'aveva, chiamato il Castello di San Lucio. Le Contrade ad esso Ardeno congiunte in Comunità, nella schiena del Monte Gadio, Piazzalonga, Plota Biolo, Scheneno, la Fossa, e in Pianura il Masino, che trae dal Fiume il suo nome; e montando in sul Monte, si trova Pelasco, che di dietro gli resta.”
Lo studioso Orsini, invece, ipotizza che "Ardenno" abbia la medesima origine del ben più celebre toponimo "Ardenne", in Belgio, e risalga ad "Arduinna", la dea celtica delle selve. Ciò testimonierebbe di insediamenti di matrice celtica. Il medesimo storico si spinge ad ipotizzare insediamenti ancora più antichi, risalenti all'ultimo neolitico o alla prima metà dell'età del ferro. Il luogo che giustifica l'ipotesi è il Caslàsc (Caslaccio), riportato su antiche carte pagensi, nei pressi dell'attuale Scheneno, quindi ad una quota approssimativa di 520 metri, sullo sperone posto proprio all'imbocco della Val Masino. Il toponimo, secondo lui, come quello di Caslido (località sul versante meridionale della Colma di Dazio), rimanda al concetto di "castelliere", ben distinto da "castello" (che si riflette, invece, nelle voci dialettali "castèel" e "catég"). Un castelliere è, in un certo senso, l'antenato del castello: si tratta di un piccolo villaggio fortificato, costituito da una torre centrale e da una cerchia di mura, di cui sono rimaste tracce, che rimandano ad epoche preistoriche, nell'Istria e nella Venezia Giulia. In epoca romana queste strutture furono utilizzate come fortilizi, spesso trasformati, infine, in epoca medievale, nei più conosciuti castelli. Se l'Orsini ha ragione, dunque, la zona di Scheneno era abitata già sin dalla fine dell'età della pietra. Ma si tratta solo di un'ipotesi toponomastica.
Se rimangono incerti l'etimo e la storia remota di Ardenno, certo, invece, è il suo ilustre passato storico. Sempre il von Weineck scrive: “ …Segue il borgo di Ardenno, dove sorge la chiesa prepositurale di S. Lorenzo, che un giorno estendeva la sua giurisdizione a quasi tutte le chiese sulla destra dell’Adda, dal torrente che bagna Pedemonte sino al torrente Acquàa presso Civo, e sulla sinistra dell’Adda dal comune di Forcola alla valle del Bitto… In Ardenno tengono la loro ordinaria residenza i Paravicini…”

[torna all'indice di pagina]


Il versante retico di media montagna sopra la piana di Ardenno, per la sua posizione felice e protetta, fu, probabilmente abitato fin da tempi antichissimi; scrive Giustino Renato Orsini, nella sua "Storia di Morbegno" (Sondrio, 1959), che "all'età neolitica appartengono... i presunti castellieri del Caslido (Dazio), di Scheneno (Ardenno) e di Morbegno..."
Assai antica ed importante fu la pieve di Ardenno. A metà del secolo XIII, infatti, l'intero territorio della media e bassa Valtellina e della Valchiavenna era suddiviso nelle pievi di Sondrio, Berbenno, Ardenno, Olonio, Samolaco e Chiavenna. La pieve di Ardenno, in particolare, comprendeva, almeno fino al 1363, oltre ad Ardenno, anche Buglio, Forcola, Talamona, Morbegno, Albaredo, Bema, Campovico, Civo e Dazio: in sostanza l'intero Terziere inferiore della Valtellina (l'attuale bassa Valtellina) era suddivise fra le pievi di Ardenno ed Olonio.

Già in un sinodo di Pavia dell'850 era stato stabilito che a capo di ogni pieve vi fosse un arciprete.. Il primo arciprete, che ricorre nei documenti valligiani, è quello di Chiavenna Auperto ... Ma non dappertutto fu così e non sempre i capipieve si chiamarono arcipreti; la pieve di Samolaco, per esempio, nel 1196 era retta da un semplice prete, assistito da un chierico; i capipieve di Ardenno e di Teglio, territori legati feudalmente a Milano, furono sempre detti prevosti; in un atto del 14 marzo 1176 anche quello di Chiavenna è chiamato semplicemente prete... Il vescovo Anselmo usa il termine patrini, perché soltanto le chiese plebane erano battesimali”. (Tarcisio Salice, nota a “La pieve di Sondrio” di Gian Antonio Paravicini, nella collana Raccolta di Studi Storici sulla Valtellina, XXII, Società Storica Valtellinese, Sondrio, 1969, pg. 99).
Nella bella monografia “Biolo e la sua gente tra le sponde dell’Adda e le rive del Tevere in 500 anni di storia”, a cura di Giulio Perotti (con ricerche di Rino Cecchetto, Giovanni da Prada e Giulio Perotti, edita a cura della Pro Loco di Biolo, in Sondrio, nel 2002), leggiamo:
"Il territorio dove si costituirono le contrade di Biolo dal punto di vista ecclesiastico apparteneva nel Medioevo alla pieve di Ardenno, documentata fin dagli inizi del secolo XI, la quale estendeva la sua giurisdizione, su entrambi i versanti della valle dell'Adda partendo, a est, da Buglio e Alfaedo, fino alla valle del Bitto di Albaredo, con Bema e, sul versante opposto, fino a Civo, comprendendo quindi Talamona con la val Tàrtano, Morbegno, Campovico, Desco, Dazio, Caspano e Roncaglia. La gran parte della val Màsino invece sarà ancora per secoli legata a Mello e quindi all'altra pieve della bassa Valtellina, quella di Olonio, che si estendeva fin sull'alto Lario (tant'è vero che nel 1444 la sede pievana verrà trasferita a Sorico).
E' curiosa, soprattutto se riferita all'evoluzione storica successiva, questa divisione territoriale in cui non è l'Adda a far da confine: solo col secolo XIV la bassa Valtellina si organizza dal punto di vista politico-amministrativo come "terziere inferiore", rompendo l'unità della pieve con la creazione di un nuovo confine al Ponte Marcio (il Pontascio di Cresciasca). Ma questa nuova unità territoriale, escludendo il territorio lariano, si articola subito nelle due "Squadre" di Traona (a nord dell'Adda) e di Morbegno (a sud). Da qui, dunque, quella divisione che ha fatto parlare Giustino Renato Orsini di "due territori etnicamente differenti: di stirpe orobica, con successive infiltrazioni bergamasche e bresciane" gli abitanti del versante sud, "di stirpe retica" quelli del versante nord.
Al suo costituirsi, la pieve aveva un'unica chiesa battesimale, col clero residente, al quale tutti gli abitanti del vasto territorio dovevano rivolgersi per l'amministrazione dei sacramenti
."
Ancora a metà del Quattrocento, dopo la defezione di Talamona e Morbegno, rimanevano legate alla pieve di Ardenno Biolo, Buglio, Dazio, Caspano (con Cevo, Civo e Cataeggio), Roncaglia, Campovico e Forcola (con la Val di Tartano). L’importanza della pieve di Ardenno si spiega alla luce della sua collocazione strategica: si trovava, infatti, non solo all’imbocco della Val Masino, ma anche nei pressi di un importante approdo per i traffici commerciali che sfruttavano il fiume Adda, vale a dire il traghetto di S. Gregorio (nucleo di poche case ad ovest della Sirta, sul versante orobico). Qui sorgeva, ancora in epoca secentesca, una torre episcopale, eretta nel Quattrocento, e qui il Vescovo di Como, alla cui Diocesi appartengono Valtellina e Valchiavenna, riscuoteva le rendite dei beni in terra di Valtellina.
La chiesa di san Lorenzo fu edificata, probabilmente prima del Mille, presso un'ansa dell'Adda vecchia, là dove questa piegava a sinistra per portarsi al porto di San Gregorio, sul lato opposto della piana. Non era al centro del nucleo abitato: nei suoi pressi sorgevano solamente un edificio fortificato con torri, che serviva come dimora ai nobili del casato dei Capitanei (o forse come residenza temporanea del Vescovo di Como), un rustico ed un edificio con il tetto in paglia. Le chiese di Ardenno e Berbenno dovevano versare alla mensa vescovile di Como 112 forme di cacio ogni anno.
Di un castello di San Lucio, menzionato da testimonianze storiche, che venne eretto, probabilmente dai De Capitanei, nel 1049, nell'attuale località di San Lucio, o in località Castello (uno sperone chiuso ad ovest dal fosso del Gaggio), non restano ora, dopo la distruzione nel 1249, che scarsissime ed incerte tracce. Esso si inseriva in un sistema di fortificazioni che comprendeva anche una torre a Forcola ed una fortificazione a Buglio, di cui resta traccia solo nei documenti, ed un castello in Val Masino, che rimase in piedi fino al seicento.
La dipendenza feudale di Ardenno alternò, in età medievale, il predominio di Como a quello di Milano. il primo è attestato dalla presenza di una "turris ecclesiae episcopalis" nel paese, nel secolo XI, probabilmente da identificare con quel castello di S. Lucio di cui parlano alcune fonti storiche, ed a cui è dedicata la chiesetta ancora oggi presente nell'omonima località. Si tratta non del san Lucio di Cavargna, protettore dei casari, ma di san Lucio di Coira, vescovo e martire, protettore dell'omonima diocesi, cui forse, anteriormente al mille, appartenne la fortificazione. Questo dettaglio non è affatto privo di significato: Coira fu la capitale della Lega Caddea (cioè della Casa di Dio), una delle Tre Eccelse Leghe che imposero il proprio dominio sulla Valtellina, a partire dal 1515, proprio accampando antichissimi diritti feudali del Vescovo di Coira su tale valle.
Tornando al legame fra Ardenno e la Curia episcopale di Como, riportiamo un nuovo passo dalla citata monografia su Biolo (cfr. sopra): "Dal punto di vista politico - amministrativo in Valtellina, oltre a signori laici e a monasteri, avevano ottenuto investiture feudali i vescovi di Como che, proprio ad Ardenno avevano una "grangia", di cui rimane il ricordo con l'edificio ancora chiamato "caneva vescovile". Da quando si è costituito il comune di Ardenno (nel secolo XIII?) Biolo vi ha sempre fatto parte, e i suoi abitanti (o "vicini") hanno partecipato attivamente alla sua amministrazione fornendo i due sindaci della propria "vicinanza" o "squadra" e, spesso, anche il console, supremo magistrato. ...I comuni valtellinesi, sia sotto il dominio milanese iniziato nel 1335 (Visconti, prima, e Sforza dal 1450), sia sotto il dominio dei Grigioni, dal 1512, hanno sempre Goduto di forte autonomia."
Il potere del vescovo di Como fu scalzato provvisoriamente da Milano, dopo che questa l'aveva sconfitta nella decennale guerra del 1118-27, e di nuovo affermato nella seconda metà del secolo XII grazie al favore dell'imperatore Federico I di Svevia, il Barbarossa. Nel 1015, infatti, l'imperatore Enrico II aveva donato all'abbazia di S. Abbondio di Como molte terre dall'alto Lario fino ad Ardenno. Ma già nel 1013 egli aveva donato al monastero (fondato nel 1010 dal vescovo Alberico) il diritto di pesca su buona parte del corso dell'Adda, decime e terre nei territori di Olonio e Samolaco ed un reddito di 100 caci fiscali sugli alpeggi di Ardenno e Berbenno, tutti diritti già appartenuti alla mensa vescovile di Como. Poi, dopo il 1127, cioè dopo la distruzione di Como, come detto, vi fu una temporanea padronanza dei militi milanesi: Gaggio, Piazzalunga, Pioda e Comperto, nel territorio di Ardenno, pagavano decime ai de Pesci ed ai de Turate di Milano, e su Ardenno vantavano diritti feudali anche i Muralto ed i Restelli, famiglie di Locarno. Fra il 1125 ed il 1159 il vescovo di Como, Ardizzone, rivendicò, invano, i propri diritti sull'intera pieve di Ardenno.
Fra i documenti dell'archivio dell'antico monastero di S. Abbondio di Como è attestata infatti una disputa, del 1153, fra i militi milanesi, cui era assoggettata Ardenno ("Milites Mediolani, qui tenent Ardennum"), e l'abate di S. Abbondio in Como, in merito alla giurisdizione su una certa persona di Talamona, rivendicata dai primi in quanto tale borgo rientrava nella pieve di Ardenno.
Seguì, in quel medesimo secolo, la rinascita di Como: nel 1181 i militi milanesi rinunciavano, a favore di Como, dei loro diritti feudali "sul castello, la villa e la pieve di Ardenno" (Orsini, op. cit.). Su Ardenno, così come su Berbenno e Sondrio, continuò, però, ad esercitare il proprio predominio un'altra famiglia originaria di Locarno, i de Capitani (o Capitanei): a loro apparteneva il già menzionato castello di San Lucio, distrutto nel 1249. Le "Rationes decimarum" del 1295-98 documentano che in quegli anni ad Ardenno ad un prevosto dimissionario succedette tal Romerio Lombardo. Un documento del 1347 attesta che in quell'anno era beneficiario ad Ardenno tal Lorenzo di Bellagio.
Una menzione particolare merita anche la famiglia dei Parravicini, originaria della pieve di Incino, in Brianza, che sarà molto legata alla storia di Ardenno nei secoli successivi e che proprio da qui si diffuse in diversi altri paesi della valle. "Nella Valtellina si stanziarono forse primieramente nel 1095 ad Ardenno, ai tempi del vescovo intruso di Como Landolfo da Carcano che... fu causa della guerra decennale fra Milano e Como..., ma forse vi erano già venuti un secolo prima... La leggenda, invece, racconta che verso il 1250, Domenico, figlio di Strazzia, profugo da Incino durante le guerre fra Guelfi e Ghibellini, si sarebbe rifugiato sul monte allora abitato soltanto da pastori, dove poi sorse Caspano. Quivi la stirpe si propagò prodigiosamente... a Traona, a Dazio, a Civo, a Mello, a Mantello, a Morbegno, ad Ardenno, a Buglio, a Berbenno, a Sondrio, a Poschiavo..." (Orsini, op. cit.).
E' interessante notare che nel medio-evo dipendeva dal comune di Ardenno anche il borgo di Campo Tartano, sulla soglia della valle omonima. Alla fine del XIII secolo nella chiesa plebana e prepositurale di San Lorenzo di Ardenno il collegio canonicale era composto dal preposito e da due canonici. Scrive, infine, il Romegialli, nella sua "Storia della Valtellina" (1834), parlando dell'elezione ad imperatore e re d'Italia di Arrigo (Enrico) conte di Lussemburgo, nel 1308. "Si pretende che il nuovo re confermasse allora al vescovado di Como il castello, il contado e il ponte di Chiavenna, le chiese battesimali di Mazzo, Bormio e Poschiavo, la metà del vice contado di Valtellina, le pescagioni della Mera e dell'Adda, i castelli d'Ardenno, di Tresivio, di Stazzona, di Tirano e di Grosio."
Nel 1335 iniziò il dominio dei Visconti di Milano sulla Valtellina. Sul carattere generale di tale dominazione, ecco di nuovo il Romegialli: "Noi lontani da sospettosi loro sguardi; noi popoli di recente acquisizione, noi senza famiglia con con motivo o forza da rivalizzare con essi; noi per più ragioni, da Visconti riguardati con amore e in pregio tenuti, dovettimo essere ben contenti dell'avvenuto mutamento. Aggiungasi che il nostro interno politico economico regime, poco tuttavia distava dal repubblicano. E diffatti ci erano serbate le antiche leggi municipali, e soltanto dove esse mancavano, dovevano le milanesi venire in sussidio... Deputava il principe, non già Como, alla valle un governatore... Il governatore chiamavasi anche capitano, al quale associavasi un giudice o vicario... I pretori ed ogni altro magistrato liberamente eleggevansi dal consiglio della valle; e il supremo tribunale, cui presiedeva il capitaneo, stava in Tresivio." Negli Statuti di Como, nei quali si riordinava amministrativamente la valle, figurava il "comune loci de Ardenno”. Contro il ghibellino Galeazzo Visconti, nel 1369, si sollevarono i guelfi di Valtellina, capeggiata dal sondriese Tebaldo de Capitanei, cui si unirono diversi comuni, fra i quali Ardenno. Sei anni dopo, però, la signoria viscontea venne riaffermata con la pace generale del 1373, cui seguì un'amnistia per i ribelli. La riaffermazione del predominio del partito ghibellino portò alla temporanea signoria feudale su Ardenno della potente famiglia Quadrio.

[torna all'indice di pagina]


Nel secolo successivo, cioè nel Quattrocento, il processo di insediamento della popolazione nei nuclei di media montagna ebbe probabilmente un incremento significativo; lo ipotizza Giulio Perotti, nella citata monografia su Biolo: "Non è (almeno per ora) possibile indicare esattamente quando iniziarono i primi stanziamenti sulla montagna di Ardenno e quando, nelle posizioni più idonee (qualche tratto pianeggiante, con disponibilità d'acqua, lontano dal pericolo di alluvioni e di frane, magari riparato dal vento, nella vicinanza di terreni coltivabili o da poter rendere tali) si formarono i villaggi elencati da Ninguarda alla fine del Cinquecento: Canaleri, Màsino, Arsizio, Scheneno, Biolo, Pioda, Piazzalunga, Gaggio.
Questo del graduale insediamento sui versanti montuosi è un fenomeno che riguarda tutta la Valtellina e che si accentua in particolare dal secolo XV, sia per l'incremento della popolazione (fino alla peste del 1630), sia come salvaguardia dalle periodiche alluvioni nel fondovalle. Per quanto riguarda Ardenno, va ricordato che il paese era in certo modo costretto fra il corso dell'Adda, che quasi lo lambiva (esiste ancora il toponimo "Ada vègia"), e il versante della montagna da cui il 9 giugno 1538 si abbattè una tremenda frana che travolse "molte case, sette persone e molti bei poderi, con grandissimo danno dei miseri abitanti'''. Il popolamento della montagna in Valtellina si lega, in maniera consistente, sul versante retico, allo sviluppo della viticultura dovuto all'incremento della commercializzazione esterna del vino a partire dal secolo XV."


Oltre alle tendenze di lungo periodo, due sono gli eventi di questo secolo che meritano di essere ricordati. Nel 1442 Ardenno passò dalla signoria dei Quadrio a quella dei Parravicini, originari di Caspano, che ricevettero dal Vescovo di Como l'investitura feudale su un terzo circa dei territorio del paese e che vi assumeranno un ruolo dominante per i successivi secoli, lasciando diversi segni della loro presenza, fra cui il bel palazzo Parravicini-Savini, nel quale si può ancora vedere il loro stemma, con un cigno bianco in campo rosso, ed il motto “Agitado sed semper firmo” (cioè “attivamente, ma sempre con fermezza”). I rapporti fra Parravicini e curia comense non furono, peraltro, privi di contrasti. E', infatti, attestata, nel successivo 1446, l'investitura di alcune quote del feudo di Ardenno, da parte del vescovo di Como Bernardo Landriani, ad Agostino Bossi; il beneficio era stato revocato proprio alla famiglia Parravicini di Caspano per la mancata corresponsione del "condicium".
Fra le cose notevoli della storia ardennese del quattrocento vanno sicuramente annoverati alcuni passaggi nel paese di frate Benigno de Medici, soprannominato il Bello, nato nel 1372 a Volterra e morto il 12 febbraio del 1472, alle soglie dei cent'anni, a Monastero di Berbenno: si tratta del celebre san Bello, la cui devozione, da Berbenno a Traona è rimasta fino ad oggi assai viva, legata soprattutto alle preghiere per il ritorno del bel tempo in periodi di violente perturbazioni. Egli fu in Ardenno per la prima volta intorno alla metà dell'ottobre del 1404, mentre viaggiava da Sondrio in direzione del lago di Como. Scrive, nel racconto della sua vita, il suo contemporaneo Romerio del Ponte: "[Dalla Maroggia] si partì e passando per Buglio si arrivò in Ardenno a disnare, dove, licenziata la guida accordata sin al lago di Como, si partirono passando per il Masino, Datio, Caspano, Cino, Mello, la valle di Monforte castello dei Vicedomini, Cercino, Cino, Pusterla e Dubino e Monastero sino a Provezio, ivi lasciando la Torre di Velaunio [Olonio] dalla parte sinistra, traghettando il laghetto gionsero a Dazzo [Dascio] a cena ben tardi." Assai interessante, questo testo, perché illustra anche il percorso della via maestra che consentiva di uscire dalla Valtellina o di entrarvi, passando non per il piano, ma per i borghi di mezza costa del versante retico e della costiera dei Cech. Oltre quarant'anni più tardi, il 17 dicembre 1445, "fu a pranso alla Maroggia in casa del suo amico de Lupi, dove già vi fu nell'anno 1404, e a cena venne dal signor prevosto di Ardenno, dove aggiustò una sua lite con il reverendo di Buglio, da cui pure invitato andò a cena li 18 detto..." Fu la terza volta ad Ardenno il 9 settembre 1459, nel suo viaggio da Mello e Dazio alla volta della Maroggia. Aveva deciso di stabilirsi presso la Maroggia, nel monastero di Assoviuno, "con grande soddisfatione non solo del popolo di Berbenno e della plebe, ma di tutta la Valtellina, li di cui infermi incurabili se gli conducevano avanti e questi per la di lui purità di coscienza si risanavano..." Infine nel febbraio 1478, sentendo prossima la morte, volle che il prevosto di Ardenno fosse fra coloro che sottoscrissero il suo testamento.
Nell'ultimo quarto del secolo la storia di Ardenno si incrociò con quella delle Tre Leghe Grigie, costituitesi sul finire del Medio-Evo: la Lega Caddea, con capitale Coira (1367), la Lega Grigia, con capoluogo Ilanz (1395) e la Lega delle Dieci Giurisdizioni, con capoluogo Davos (1436). Le Tre Leghe si unirono nel 1471 in un’unica Repubblica indipendente (solo molto più tardi, all’inizio dell’Ottocento, confluirono nella Confederazione Elvetica).
Pochi anni dopo il loro sguardo cadde sul versante retico che guarda a meridione, cioè sulle valli della Mera e dell’Adda, possesso del Ducato di Milano. Era per loro di fondamentale importanza economica, oltre che militare, poter controllare quelle valli, e con esse i commerci fra la pianura Padana ed i territorio di lingua tedesca. Così si appigliarono ad un preteso lascito dei Visconti al vescovo di Coira e reclamarono per sé le valli. L’esercito grigione, dunque, calò dall’alta Valtellina, fra il febbraio ed il marzo del 1487, saccheggiando sistematicamente i paesi della valle da Bormio a Sondrio. Le truppe ducali si erano mosse per fermarne l’avanzata e, dopo alcuni episodi sfavorevoli, erano riuscite a sconfiggerlo, il 16 marzo, proprio nella piana di Caiolo (battaglia di Caiolo), in un punto imprecisato fra i torrenti Livrio e Merdarolo, approfittando della natura del terreno che, a quel tempo assai più di oggi, si prestava ad imboscate ed azioni di sorpresa. Non si trattò, però, di una vittoria decisiva e netta, come dimostra il fatto che le milizie grigione si disposero a lasciare la valle solo dopo la pace di Ardenno, che prevedeva il cospicuo esborso, da parte del Moro, di 12.000 ducati a titolo di risarcimento per i danni di guerra.


[torna all'indice di pagina]


Le Tre Leghe Grigie, però, ben presto tornarono in possesso della valle, nel 1512, dopo 12 anni di odiatissima occupazione francese: iniziò in quest'anno la loro dominazione di quasi tre secoli in terra di Valtellina).I nuovi signori proclamavano di voler esercitare un dominio non rapace e prepotente, ma saggio e rispettoso delle autonomie dei valligiani, chiamati "cari e fedeli confederati" nel misterioso patto sottoscritto ad Ilanz il 13 aprile 1513 (di cui si conserva solo una copia secentesca, sulla cui validità gli storici nutrono dubbi); ma per mettere bene in chiaro che non avrebbero tollerato insubordinazioni, nel 1526 abbatterono tutti i castelli di Valtellina e Valchiavenna, compreso quello di Chiavenna (anche perché non li potevano presidiare ed avevano dovuto subire, l'anno precedente, il tentativo, fallito, di riconquista della Valtellina messo in atto mediante un famoso avventuriero, GianGiacomo Medici detto il Medeghino). Sulla natura di tale dominio è lapidario il Besta (op. cit.): "Nessun sollievo rispetto al passato; e men che meno un limite prestabilito alla pressione fiscale. Nuovi pesi si aggiunsero ai tradizionali... I Grigioni... ai primi di luglio del 1512... imponevano un taglione di 21.000 fiorini del Reno pel pagamento degli stipendiari del vescovo di Coira e delle Tre Leghe.... Per quanto si cerchi non si trova al potere dei Grigioni altro fondamento che la violenza. Sarà magari verissimo che i Grigioni non fecero alcuna promessa ai Valtellinesi; ma è anche vero che questi non promisero a loro una perpetua sudditanza".
Scrive poi Maurizio Monti, nella “Storia di Como”, edita nel 1831: “Notano i cronachisti che da Traona ad Ardenno la preda in vino giunse a mille cinquecento brente. Le larghe promesse fatte prima dell’invasione si tramandarono, tutto volse a un duro governo, si riempirono le prigioni e si stabilì la pena di 250 scudi contro chi avesse detto male del Vescovo di Coira o delle eccelse tre Leghe.”
I grigioni sentirono il bisogno, per poter calcolare quante esazioni ne potevano trarre, di stimare la ricchezza complessiva di ciascun comune della valle. Furono così stesi gli Estimi generali del 1531, che offrono uno spaccato interessantissimo della situazione economica della valle (cfr. la pubblicazione di una copia secentesca del documento che Antonio Boscacci ha curato per il Bollettino della Società Storica Valtellinese n. 53 del 2000). Nel "communis Ardenni" vengono registrate case e dimore per un valore complessivo di 1263 lire (per avere un'idea comparativa, Forcola fa registrare un valore di 172 lire, Tartano 47, Talamona 1050, Morbegno 3419); i prati ed i pascoli hanno un'estensione complessiva di 4391 pertiche e sono valutati 2745 lire; campi e boschi occupano 3569 pertiche e sono valutati 2525 lire; gli alpeggi, che caricano 150 mucche, vengono valutati 30 lire; vengono rilevate due fucine, per un valore di 8 lire; i vigneti si estendono per 1576 pertiche e sono stimati 2364 lire; vengono torchiate 66 brente di vino (una brenta equivale a 90 boccali), valutate 66 lire; il valore complessivo dei beni è valutato 9140 lire (sempre a titolo comparativo, per Tartano è 642, per Forcola 2618, per Buglio 5082, per Talamona 8530 e per Morbegno 12163).
Pochi anni dopo le cronache del paese fecero registrare una tremenda tragedia: il 9 giugno del 1538, vigilia di Pentecoste, una grande frana investì il centro del paese, colpendo anche la chiesa parrocchiale. Ne riferiscono il von Weineck: “Il 9 giugno del 1538 Ardenno acquistò una triste nominanza, perché molte case, sette persone e molti bei poderi, con grandissimo danno dei miseri abitanti, vennero travolti e rovinati da una frana”, e la Cronaca di Stefano del Merlo: "Nota come alli 9 giugno 1538 venne una ruina in Ardenno, che ruinò molte case, ed posessioni qual ruina fece grandissimo danno. Morirono sotto detta rovina 7 persone."
Ecco come viene descritto il tragico evento dallo storico Enrico Besta, nell'opera "Le valli dell'Adda e della Mera nel corso dei secoli - vol. II: "Il 9 maggio 1538 una tremenda frana travolse diverse case, disertò campi e vigne, uccise sette persone, e quella che si riteneva la terra dell'arsura subì il flagello dell'acqua torrenziale". La chiesa venne però ricostruita: la riedificazione ebbe termine nel 1584.
Non fu, in generale, il cinquecento secolo clemente, almeno nella sua prima metà: la natura si mostrò più volte piuttosto matrigna che madre. Nel 1513 la peste infierì in molti paesi della valle, Bormio, Sondalo, Tiolo, Mazzo, Lovero, Tovo, Tresivio, Piateda, Sondrio, Fusine, Buglio, Sacco, e Morbegno, portandosi via diverse migliaia di vittime. Dal primo agosto 1513 al marzo del 1514, poi, non piovve né nevicò mai, e nel gennaio del 1514 le temperature scesero tanto sotto lo zero che ghiacciò perfino il Mallero. L’eccezionale ondata di gelo, durata 25 giorni, fece morire quasi tutte le viti, tanto che la successiva vendemmia bastò appena a produrre il vino sufficiente ai consumi delle famiglie contadine (ricordiamo che il commercio del vino oltralpe fu l’elemento di maggior forza dell’economia della Valtellina, fino al secolo XIX). Le cose andarono peggio, se possibile, l’anno seguente, perché nell’aprile del 1515 nevicò per diversi giorni e vi fu gran freddo, il che arrecò il colpo di grazia alle già duramente colpite viti della valle. Nel comune di Sondrio, annota il Merlo, cronista del tempo, vi furono in tutto solo un centinaio di brente di vino. Nel 1526 la peste tornò a colpire nel terziere di Mezzo, e ne seguì una dura carestia, come da almeno un secolo non si aveva memoria, annota sempre il Merlo. L’anno successivo un’ondata di freddo e di neve nel mese di marzo danneggiò di nuovo seriamente le viti. Dalle calende d’ottobre del 1539, infine, fino al 15 aprile del 1540 non piovve né nevicò mai, tanto che, scrive il Merlo, “per tutto l’inverno si saria potuto passar la Montagna dell’Oro (cioè il passo del Muretto, dall’alta Valmalenco alla Val Bregaglia) per andar verso Bregaglia, che forse non accadè mai tal cosa”. La seconda metà del secolo, infine, fu caratterizzata da una grande abbondanza di inverni rigidi e nevosi ed estati tiepide, nel contesto di quel tendenziale abbassamento generale delle temperature, con decisa avanzata dei ghiacciai, che viene denominato Piccola Età Glaciale (e che interessò l’Europa fino agli inizi dell’Ottocento). C’è davvero di che far meditare quelli che (e non son pochi) sogliono lamentarsi perché non ci sono più le stagioni di una volta…
Il cinquecento fu, nella storia di Ardenno, un secolo di chiaroscuri anche sul versante religioso: la storia registra infatti un parroco, Conforti, che trascurò gravemente la cura delle anime.
Sul finire del secolo (1589) la Valtellina fu visitata dal Vescovo di Como, di origine morbegnese, Feliciano Ninguarda, che diede della sua visita pastorale un'importante relazione. Il quadro che ne risulta, in riferimento ad Ardenno, è assai interessante. Il nucleo centrale del comune risultava piuttosto modesto (40 fuochi soltanto, vale a dire 200-240 anime). Ma attorno a questo nucleo si registrava un'importante costellazione di frazioni: Cavaleri (oggi Cavallari), Masino, Arsizio (oggi Gaggio), Scheneno, Biolo, Pioda, Piazzalunga, Gaggio (oggi S. Rocco). Nel complesso, 2500 abitanti, tutti cattolici, affidati alla cura spirituale del prevosto don Vincenzo Paravicini: se consideriamo che la popolazione attuale è di 3018 abitanti, possiamo concludere che, nei secoli successivi, non è aumentata di molto. In particolare, significativa risultava la vitalità dei nuclei di Biolo e Piazzalunga, entrambi con 60 fuochi (300-360 abitanti).

Ecco il dettaglio complessivo del numero delle famiglie registrate dal vescovo per ogni frazione: Ardenno (40), Cavaleri (16), Masino (20), Arsizio (l'attuale Gaggio, 8); Scheneno (40); Biolo (60); il Ninguarda annota anche la richiesta degli abitanti di Biolo di avere un prete che ne serva le esigenze); Pioda (25); Piazza Lunga (60); Gaggio (a monte dell'attuale Gaggio; 25). Il Ninguarda registra Morbegno come pieve a sè sotto cui ricadono le parrocchie di Valle, Albaredo, Sacco, Talamona, le vicecure di Bema, Campo e Tartano. Nella pieve di Ardenno, invece, rientrano le parrocchie di Dazio, Caspano, Civo, Buglio.
Ma cediamo a lui la parola: "Ardenno che si trova al di là dell'Adda dista cinque miglia dall'acqua di Clivio dove finisce la pieve di Olonio. Si stende ai piedi del monte e il centro è piccolo non contando più di quaranta famiglie. Alla sua comunità spettano otto frazioni delle quali sarà fatta menzione. In Ardenno c'è l'artistica chiesa parrocchiale dedicata a S. Lorenzo; benchè ci sia il prevosto a memoria d'uomo non ci furono mai canonici, sebbene ci sia una prebenda canonicale, il cui provento annuo (come dicono) non supera i nove o dieci condi, che viene raccolto dalla comunità e destinato per i restauri della chiesa matrice. Attuale prevosto è il sac. Vincenzo Parravicini, nativo di lì. In fondo al paese esiste una chiesa diroccata che in altri tempi chiamavano delle Olive.

Distante mezzo miglio dalla matrice c'è Canaleri con sedici famiglie, con la chiesa dedicata a S. Antonio. Discendendo il piano verso l' acqua di Clivio e Traona si trova Masino con circa venti famiglie, distante dalla matrice un miglio, dove
è un'altra chiesa dedicata ai SS. Apostoli Pietro e Paolo. Da un'altra parte c'è Arsizio con otto famiglie distante dalla matrice un miglio e mezzo. Sul declivio del monte vi è Scheneno con quaranta famiglie, ed un'altra chiesa dedicata a S. Pietro Apostolo, distante due miglia dalla Matrice. Sullo stesso monte trovasi Biolo con sessanta famiglie, con la chiesa dedicata all'Assunzione della B. Vergine Maria, distante dalla matrice due miglia e mezzo. Sempre sul monte c'è Pioda con venticinque famiglie, dove, distante tre miglia dalla matrice, trovasi la chiesa dedicata a S. Gottardo. Su un altro lato dello stesso monte c'è Piazza Longa con sessanta famiglie, distante due miglia dalla matrice, dove c'è la chiesa dedicata a S. Abbondio. Nella parte più alta del monte c'è Gaggio con venticinque famiglie, con la chiesa di S. Rocco, distante dalla matrice quattro miglia. Sui confini della chiesa matrice si trovano altre due chiese alpestri distanti l'una dall'altra un miglio. Una di esse è stata edificata in onore di S. Leonardo e l'altra di S. Lino vescovo.

Nelle predette frazioni che contano più di 2500 persone di ambo i sessi non si incontrano eretici. Poichè le chiese delle frazioni non hanno reddito annuo, non viene mai celebrata messa, se non qualche volta dal prevosto di Ardenno o dal suo cappellano, che vi è mantenuto saltuariamente. Durante la visita pastorale gli uomini di Biolo chiesero umilmente al vescovo di dar loro un cappellano e si offrirono di mantenerlo a loro spese. Per questo motivo, vagliate le ragioni da essi addotte, fu loro concesso, senza pregiudizio dei diritti del prevosto di Ardenno loro pastore.
"

[torna all'indice di pagina]


Di qualche decennio posteriore è il prezioso manoscritto di don Giovanni Tuana (1589-1636, grosottino, parroco di Sernio e di Mazzo), intitolato “De rebus Vallistellinae” (Delle cose di Valtellina), databile probabilmente alla prima metà degli anni trenta del Seicento (edito nel 1998, per la Società Storica Valtellinese, a cura di Tarcisio Salice, con traduzione dal latino di don Avremo Levi). Queste le notizie che vi si possono leggere di Ardenno: “Ardenno, così chiamato overo sia altre volte stato arso, overo perché ivi s'abbruggia d'estate, essendo esposto al sole di tutto il giorno, è communità grande di 300 fameglie, di 600 puoco fa avanti la peste, divise in varie contrate, cioè Gaggio, dove è la chiesa di S. Antonio, Piazza Longa dov'è l'oratorio di S. Alberto, et queste due contrate fanno 60 fuochi, Scereno dove sono 100 fameglie con una chiesa; quali contrate sono nel monte amenissimo, tra le vigne et frutti. Nella pianura verso sera v'è una contrata chiamata Masino, ma questa ha molte case senza habitatori essendo stata destrutta per la peste.

La terra di Ardenno è nobile et ha alcune famiglie nobilissime ed ricchissime. È situato nel piano alle radici del monte, tra giardini et vigne, circondato da mezzogiorno et mattina d’ampia pianura, se bene puoco utile; verso sera da campi fertilissimi d'ogni sorte di grano. Altre volte questa terra era cinta di muraglie con due torri, delle quali si vedono ancora li vestigij, cinto da muraglie vecchie con una torre minata; qual luoco essendo fatto paludoso et di puoco profitto, questo è dalli vescovi di Como designato a scuter l'entrate della maggior parte della Valtellina. Del monte a mezzo vi sono li vestigij del castello di S. Lucio con una chiesa dedicata all'isteso santo, qual luoco è delli medemi vescovi di  Como. La spiaggia del monte è fruttifera più d’un miglio e mezzo. La chiesa è di S. Lorenzo, bella et ben ornata; è prepositurale ma senza la canonici, quali altre volte v’erano; ha sotto di sé alcune cure, cioè dal lato dritto Biolo, Daccio, Campovico et Chivo; et nel lato sinistro S. Gregorio, vicino et di là d’Adda. Biolo et S. Gregorio sono vicecure, l'altre sono cure separate. Biolo è nel monte tra vigne et castagne et altri frutti, quali rendono il loco molto ameno Nel fianco sinistro et quasi nelle fauci della Valle del Masino: ha l'aria assai felice et territorio simile all’aria. Ha una chiesa di grande devotione chiamata Santa Maria delle gratie. Il popolo sarà di 500 anime. Nelli confini del territorio d'Ardenno verso ponente, alle radici del monte Pelasco, passa un grosso fiume sotto un ponte di pietra fabricato alla grande, qual si chiama Masino, il nascendo nelli monti confinanti con Bregaglia et Malenco, bagna la valle chiamata dal suo nome.
Durante la visita pastorale la popolazione di Biolo avanzò istanza, accolta dal vescovo, che la chiesa del paese fosse separata dalla matrice di San Lorenzo; solo nel 1592, però, Biolo divenne parrocchia autonoma.

Ecco cosa scrive, al proposito, Giulio Perotti, nella citata monografia su Biolo:
"Dopo la richiesta, avanzata in occasione della visita pastorale nel dicembre 1589, di poter avere un cappellano residente a Biolo, il 9 giugno di tre anni dopo il Ninguarda firma addirittura il decreto di istituzione della parrocchia autonoma di Biolo, separandola da quella di Ardenno. Il distacco di una chiesa sussidiaria dalla "matrice" (soprattutto se pievana) in genere non è mai stato indolore: ci sono dei casi in cui le liti sono durate per secoli, oppure per secoli non sono stati chiari i termini dell'autonomia per le nuove chiese "curate", così che si poteva parlare di "viceparrocchie" nuove (come, per esempio, Campo e Tartano fino al 1886), più che di parrocchie.
A differenza di tante altre situazioni, probabilmente per Biolo si è sempre registrata, da un lato, la disponibilità dei prevosti di Ardenno e, dall'altro, l'esercizio del dovuto riconoscimento alla matrice da parte dei biolesi: riconoscimento – più che altro formale - che si esplicitava nelle forme che vedremo. Anche il nostro caso, comunque, conferma una regola generale, di autentica "diplomazia": i laici non dichiarano mai di volere la separazione dalla matrice perché il clero pievano trascura i propri doveri pastorali. L'unico motivo che non si presta a discussioni e non ammette repliche è la distanza del paese dal centro pievano, aggiunta possibilmente alla scomodità della strada (meglio se in certe stagioni impraticabile) che rischia di far perdere i sacramenti alle persone più deboli e compromette i funerali.
"

[torna all'indice di pagina]

Il Seicento fu, per l’intera Valtellina, un secolo nero. La tensione fra protestanti, favoriti dalle autorità grigioni, e cattolici crebbe soprattutto per le conseguenze del decreto del 1557, nel quale Antonio Planta stabilì che, dove vi fossero più chiese, una venisse assegnata ai protestanti per il loro culto, e dove ve ne fosse una sola venisse usata a turno da questi e dai cattolici. Del clima creatosi nella seconda metà del cinquecento può essere rivelatrice la vicenda del vescovo di Vercelli Giovanni Marcello Bonomini, eletto "visitatore" della Diocesi di Como nel 1578, per probabile volontà del Papa, con l'intento particolare di verificare la situazione religiosa nelle valli dell'Adda e della Mera. Il vescovo, per evitare azioni ostruzionistiche delle autorità grigioni o dei predicatori protestanti, preferì dissimulare il vero scopo del suo viaggio in Valtellina, adducendo motivi di salute (la cura della sua gotta con le acque termali di Bormio). Salì, in effetti, a Bormio, ma non vi prese alcun bagno e, sulla via del ritorno, cominciò ad amministrare la Cresima in diversi comuni, fra cui, il 4 agosto 1578, anche ad Ardenno. Lo raggiunse, così, l'intimazione del podestà grigione ad astenersi dalle funzioni proibite dai decreti delle Tre Leghe, che lo indusse a lasciare la Valtellina. Appena in tempo, perché le autorità grigioni erano determinate a punire duramente ulteriori disobbedienze ed a trattare il vescovo così come i predicatori protestanti erano trattati a Roma.
L'istituzione del tristemente famoso Strafgericht di Thusis, tribunale criminale straordinario di fronte al quale si dovevano presentare tutti coloro che venissero sospettati di attività eversive del potere grigione in Valtellina, rese la tensione ancora più acuta. Dovette difendersi di fronte ad esso anche un Ardennese; ecco come racconta la vicenda Cesare Cantù, ne "Il sacro macello di Valtellina", del 1832: "Francesco Parravicini d'Ardenno, settagenario e infermiccio, si presenta a quel tribunale per iscolpar il proprio figliuolo contumace, e il tribunale non potendo ottenere si ritirasse, gli coglie addosso un'accusa. E poiché le sue infermità non permettono di alzarlo sulla corda, gli serrano i pollici in un torchietto e sebbene stesse saldo a negare, il condannano in 1500 zecchini. E migliaja di zecchini furono imposti ad altri." Assai peggio andò, nel 1618, all'arciprete di Sondrio Nicolò Rusca, che venne rapito da un vero e proprio corpo di spedizione grigione e portato, per il passo del Muretto, nel territorio delle Tre Leghe Grigie; torturato, morì per gli strazi a Thusis. Di nuovo, ecco il Cantù: "Il ben vissuto vecchio, benché fosse disfatto di forze e di carne e patisse d'un ernia e di due fonticoli, fu messo alla tortura due volte, e con tanta atrocità che nel calarlo fu trovato morto. I furibondi, tra i dileggi plebei, fecero trascinare a coda di cavallo l'onorato cadavere, e seppellirlo sotto le forche, mentre egli dal luogo ove si eterna la mercede ai servi buoni e fedeli, pregava perdono ai nemici, pietà per i suoi."
In quel medesimo 1618 era scoppiata la Guerra dei Trent’anni (1618-1648), nella quale la Valtellina, avendo una posizione strategica di nodo di comunicazione fra i territori degli alleati Spagna (milanese) ed Impero Asburgico (Tirolo), venne percorsa dagli eserciti dei fronti opposti, quello imperiale e spagnolo da una parte, quello francese e dei Grigioni, dall’altra.
Due furono i momenti più tragici di questo periodo. Nel 1620 il cosiddetto “Sacro macello valtellinese”, cioè la strage di protestanti operata da cattolici insorti per il timore che i Grigioni intendessero imporre la fede riformata in Valtellina.
Ecco cose ne scrive Henri de Rohan, duca ed abilissimo stratega francese nell’ultima parte delle vicende della guerra di Valtellina nel contesto della guerra dei Trent’Anni (1635), nelle sue “Memorie sulla guerra della Valtellina”: “Non si può negare che i magistrati grigioni, tanto nella camera criminale di Tosanna quanto nell’amministrazione della giustizia in Valtellina, abbiano commesso delle ingiustizie capaci di gettare nella disperazione e di spingere alla ribellione contro il proprio sovrano anche i più moderati. Ma bisogna riconoscere che anche i Valtellinesi passarono ogni limite e calpestarono tutte le leggi dell’umanità, essendosi spinti a massacri così crudeli e barbari che le generazioni future non potranno non ricordarli senza orrore. Così la religione è capace di spingere al male uomini che, animati da uno zelo sconsiderato, prendono a pretesto della loro ferocia ciò che dovrebbe essere un fondamento della società umana.”
L'insurrezione fece registrare episodi tragici anche ad Ardenno, dove i Parravicini, i Cotta ed i Visconti Venosta si posero alla testa della rivolta contro i Grigioni. Anche qui vennero assassinati protestanti considerati empi e nemici della fede cattolica; venne ucciso anche un cattolico, Francesco Parravicini. Del resto un ruolo di primissimo piano nella congiura, accanto al cav. Robustellini di Grosotto, che la capeggiò, l'ebbe un ardennese, cui era stato assegnato il compito di raccogliere adesioni di persone che avrebbero dovuto sabotare le vie di passaggio nel chiavennasco per fermare la reazione dei grigioni: "Il capitano Giammaria Paravicini di Ardenno, cancelliere generale ed uno dei più vivi in tale faccenda, dando nome di dover accudire a certi suoi poderi in Vacallo, terra nei baliaggi svizzeri, si era messo colà per far còlta di gente, con cui doveva, appena cominciata la strage, mozzare le strade del chiavennasco perché di là non venissero Grigioni in soccorso." (Cantù, op. cit.)
E' interessante anche leggere quanto scrive, in una sua lettera del 22 luglio 1620, il Segretario veneto Moderante Scaramelli: "Serenissimo principe, i capi che hanno contotto le genti, che hanno asalito la Valtellina, si conferma che siano banditi, gentil huomeni di esso paese, et vengon nominati: un tal Dottor Francesco Maria Venosta da Tiranno, un Sr. Gio. Maria Paravicino d'Ardèn, il Cav. Frà Giacomo Robustelli et il Cap. Gio. Guicciardi." Giovanni maria Parravicini apparteneva ad un ramo della nobile famiglia, i Paravicini-del Bulio, stanziatisi in Ardenno. Era stato processato condannato a morte, con confisca dei beni, dal citato Tribunale di Thusis, per aver tramato contro i Magnifici Signori Reti, oltre che per aver frodato la Camera Dominicale ed aver messo in atto molte concussioni. Si capisce come potesse avere il massimo interesse a scalzare la signoria grigione in Valtellina. Insieme a lui era stato condannato il cognato Antonio Maria, figlio di Francesco Parravicini, anche se la sua condanna era stata commutata in quel medesimo 1620 al pagamento di una multa di 300 scudi d'oro dal tribunale di Davos.
Così Giuseppe Romegialli, nella “Storia della Valtellina” (1832), descrive il ruolo dei due ed il nefasto connubio di scellerataggine e fanatismo che fu alla radice dello scatenarsi della violenza anche in quel di Ardenno, dove si contarono 4 vittime: “Per l’atroce disegno del dì 19 il dottore Antonio Maria Parravicini capitano delle milizie di Ardenno e di Buglio, chiamò i rustici di quei comuni togliendo a pretesto volerli per gli ordinarj servigi, ma più ai confini del milanese. E poiché ebbeli attorno, fe’ loro palese la vera cagione della chiamata, ed eccitolli ad armarsi. Oltre a ciò, il che aggiungeva ardimento, ed era occasione di gara, la notte del 17 erano pervenuti quaranta, rifiuti della Valle d’Intelvi e di Porlezza, inviati da Giovanni Maria, poi da esso capitano Antonio Maria accolti e nascosti. Avendo però il Giovanni Maria indugiato a venire col rimanente delle bande promesse, ed essendo intanto sorta e divulgata la fama di quello avveniva più in su per la Valle, assai de’ protestanti all’ingiù ebbe comodo di porsi in salvo. Cadde un primo sfogo su due miseri conduttori di cavalli Abone di Pretigow l’uno, Maurizio d’Avera l’altro ambi grigioni, i quali in vicinanza ad Ardenno, dati in quegli parte scellerati e parte resi fanatici, ne furono uccisi, facendo suoi, gli assassini, i cavalli ed il carico se alcuno ve n’era. Il dì 21 uguale fato coglieva Plinio e Giosuè fratelli de’ Malacrida figli ad Ortensio, il primo d’anni 30 nel ritirarsi da Caspano a Buglio, e il secondo d’anni 26 nella fuga tra Ardenno e Buglio. Il capitano Antonio Maria cogli esteri e co’ rustici del paese avanzatasi al pietroso Desco; ma avvertito del presto arrivare delle truppe grigione, ritraeva ad Ardenno…
Ardenno è citata anche nel romanzo storico del 1867 "Jürg Jenatsch", di C. F. Meyer. Vi si narra la vicenda dell'eroe grigione Jürg Jenatsch, protestante e nemico del partito cattolico, che fu per breve tempo giovane pastore di Berbenno. Di qui dovette fuggire rocambolescamente, per scampare, appunto, al cosiddetto "Sacro macello valtellinese". Nel romanzo si cita anche una visita dello Jenatsch all'amico Biagio Alexander, pastore protestante ad Ardenno, proprio alla vigilia dell'insurrezione del 19 luglio 1620.
La reazione delle Tre Leghe non si fece attendere: corpi di spedizione scesero dalla Valchiavenna e dalla Valmalenco. Il primo, dopo essersi spinto fino alle porte della media Valtellina e aver incendiato ad Ardenno, per rappresaglia, il 5 agosto diverse case, fra cui quella di Benedetto Parravicini, rinunciò a ragigungere Sondrio e venne poi sconfitto al ponte di Ganda e costretto a ritirarsi al forte di Riva. La battaglia di Tirano liberò provvisoriamente la Valtellina dalla loro signoria, ma un’alleanza fra Francia, Savoia e Venezia, contro la Spagna, fece nuovamente della valle un teatro di battaglia. Morbegno venne occupata nel 1624 dal francese marchese di Coeuvres, che vi eresse un fortino denominato “Nouvelle France”. Le vicende belliche ebbero provvisoriamente termine con il trattato di Monzon (1626), che faceva della Valtellina una repubblica quasi libera, con proprie milizie e governo, ma soggetta ad un tributo nei confronti del Grigioni. Il triennio 1626-29 segnò una tregua: niente più armi né soldatesche, almeno per il momento, in valle. Ma non furono tre anni sereni. Ci si mise il clima a tormentare la vita già di per sé non semplice dei cristiani, un clima pessimo, caratterizzato da eccezionale piovosità, soprattutto primaverile, accompagnata da repentine ondate di freddo, tanto da ritardare le vendemmie anche di due settimane rispetto al consueto, da compromettere seriamente i raccolti e da determinare una situazione di carestia. A chiudere questo periodo nero per la storia ardennese giunse una sorta di piccolo schiaffo morale: nel 1629 il vescovo Lazzaro Carafini trasferì il titolo e l'ufficio di vicario foraneo dal preposito di Ardenno a quello di Talamona.
Ma, al di là di tutto, la pace sembrava tornata e tutti tirarono il fiato; fu, però, il sollievo dell’inconsapevolezza, perché il peggio doveva ancora venire. Il nefasto passaggio dei Lanzichenecchi, scesi dalla Valchiavenna per partecipare alla guerra di Successione del Ducato di Mantova, portò con sé la più celebre delle epidemie di peste, descritta a Milano dal Manzoni, quella del biennio 1630-31 (con recidiva fra il 1635 ed il 1636). Non era certo la prima: solo nel secolo precedente avevano toccato il territorio di Ardenno le epidemie del 1513-14, del 1526-27 e del 1588. Ma quella fu la più terribile. L’Orsini osserva che la popolazione della valle, falcidiata dal terribile morbo, scese da 150.000 a 39.971 abitanti (poco più di un quarto). La stima, fondata sulla relazione del vescovo di Como Carafino, in visita pastorale nella valle, è probabilmente eccessiva, ma, anche nella più prudente delle ipotesi, almeno più di un terzo della popolazione morì per le conseguenze del morbo.

Ad Ardenno il morbo comparve nell'ottobre del 1629, per poi diffondersi a Buglio, Biolo ed in Val Masino. Il paese dovette pagare un alto tributo al terribile morbo: molte frazioni furono decimate e diverse famiglie cambiarono la loro dimora, cercando luoghi più sicuri. Nel complesso possiamo dire che il terribile flagello forse dimezzò la popolazione, quando non la ridusse ad una percentuale ancora inferiore (le congetture più prudenti parlano, invece, di una riduzione del 35-40% della popolazione). Fra i provvedimenti presi in tutta la valle per arginare il male la restrizione del movimento delle persone era il più clamoroso: non si poteva uscire dai territori interessati dall'epidemia se non provvisti di bolletta di sanità. Se ne lamenta anche il prevosto di Ardenno, Giovanni Maria Parravicini, in una lettera al parroco di Buglio, don Paolo Castelli, del 18 gennaio 1630: "Et se bene la congiuntura de' mali ci sequestra di non puoter andare da una Comunità all'altra per provvedere a' bisogni, ad ogni modo Vostra Signoria saprà provvedersi di licenze, et passaporti necessari..."
Furono tempi assai tristi, nei quali i morti venivano perlopiù sepolti alla bell'e meglio nelle selve o nei campi (per poi essere resumati e portati in terra consacrata in anni più tranquilli) e spesso anche i battesimi venivano amministrati nelle case per paura del contagio. Le case colpite dal contagio dovevano essere disinfestate, bruciando tutti gli oggetti di cui erano entrate in contatto le persone infette: se ne occupavano i monatti, individui che, essendo guariti, erano diventati immuni dal morbo, e che non di rado approfittavano della loro condizione per operare furti e prepotenze.

Ovviamente non si aveva alcuna nozione della causa del male (legata ad un bacillo inoculato negli esseri umani da pulci parassiti dei topi, che provocava in pochi giorni, dopo la comparsa dei tristemente noti bubboni, la morte per setticemia), il che faceva sentire la popolazione del tutto impotente. Solo la fede poteva attenuare l'angoscia di chi si sente indifeso di fronte all'infuriare del morbo: la venerazione di san Rocco, protettore degli appestati, già viva nei secoli precedenti, fu, quindi, di molto ravvivata (una chiesetta posta a monte dell'attuale Gaggio la attesta anche nel comune di Ardenno).
Se nella storia ardennese non mancano, come abbiamo visto, macchie poco lusighiere legate alla rivolta cattolica del 1620, c'è da dire, con rilievo di segno opposto, che non è documentato alcun caso di processo a streghe inquisite sul suo territorio, in un secolo nel quale la paura fece di queste sventurate facile bersaglio: delle streghe ardennesi parla solo qualche leggenda (in particolare quella secondo cui l'ultima strega di Valtellina sia vissuta a Piazzalunga e sia morta nei boschi dopo essere stata bandita dalla comunità).
La seconda metà del secolo e la prima di quello successivo furono segnati da una situazione di crisi economica accentuata, che fu all’origine di un ampio movimento emigratorio. La meta principale fu Roma, verso cui si diressero soprattutto le famiglie di Biolo.
Riguardo al fenomeno emigratorio, vale la pena di riportare diversi passi tratti dall'opera Storia di Morbegno (Sondrio, 1959) di Giustino Renato Orsini, che ben tratteggia il fenomeno nella sua ampiezza e nelle sue implicazioni:: “Le condizioni economiche della Valtellina, assai depresse dopo il suo passaggio ai Grigioni (1512) e per il distacco della Lombardia, cominciavano lentamente a risollevarsi per effetto dell'emigrazione. I nostri massicci montanari, pieni di buon volere, lasciavano in piccole frotte il loro paesello per recarsi nei luoghi più lontani: i Chiavennaschi a Palermo, a Napoli, a Roma, a Venezia e persino in Francia, a Vienna, nella Germania e nella Polonia: a Napoli i Delebiesi e quelli di Cosio; a Napoli, Genova e Livorno quelli di Sacco; pure a Livorno ed Ancona i terrieri di Bema e di Valle; a Venezia quelli di Pedesina; a Verona quelli di Gerola; a Roma, Napoli e Livorno quelli d'Ardenno. Numerosi muratori e costruttori di tetti emigravano in Germania; e i montanari della Valmalenco si spargevano come barulli nei più diversi paesi. Un quadro assai mediocre nella cappella antistante alla chiesa di S. Nazzaro in Cermeledo ci ritrae questi emigranti che, scalzi e in misere vesti, curvi sotto il loro fardello, arrivano ad un porto e ringraziano la  B. Vergine del viaggio compiuto.
Ma la meta preferita, specialmente dai terrieri della zona dei Cech, da Dubino sino a Vervio, fu Roma, dove il Pontefice, anche per sostenere la fede cattolica combattuta dai Grigioni, accordò loro protezione e privilegi. Nella dogana di terra in piazza S. Pietro furono loro riservati ventiquattro posti di facchini, e alcuni posti anche nell'ospedale dell'Isola Tiberina; formavano pure la compagnia dell'annona, come facchini, misuratori e macinatori di granaglie; e furono detti Grigi, provenendo da luoghi dominati dai Grigioni. Perciò il cardinale Pallavicino chiamò ingiuriosamente la nostra valle patria dei facchini. Effettivamente fu quello il loro prima impiego, nel quale salirono anche al grado di capo-squadra, come vediamo dal nome assunto dai Caporali di Cino e dai Caporali di Dazio e dal nomignolo di Sigillini (sugellatori di sacchi) ancora portato dai Carra di Dazio. I Coppa di Roncaglia assunsero tale nome per la loro gagliardìa nel portare il basto sul collo. Ma ben presto da tale condizione gli emigrati a Roma si elevarono a quella di orzaroli (fornai e venditori di commestibili); così taluno con rigorosa parsimonia poté mettere da parte notevoli guadagni; ed altri – come i Ciampini di Biolo – divennero uomini di lettere e prelati; più tardi, ossia nell’800, un Vincenzo Grazioli, umile pastorello di Cadelsasso, recatosi a Roma quale garzone di fornaio e divenuto presto ricchissimo, sarà insignito del titolo ducale e, apparentandosi con l’antica aristocrazia, sarà il capostipite dei Grazioli – Lante – Della Rovere. Ciascuna colonia valtellinese aveva in Roma una bussola, intitolata al patrono del villaggio d’origine (S. Provino di Dazio, S. Bartolomeo di Caspano, ecc.); e dentro quella deponevano le offerte da trasmettere al relativo parroco per ampliamenti e restauri della chiesa e per la compera di sacri arredi, talora preziosi… Solo da vecchi questi ritornavano poi in patria; e, col peculio adunato, miglioravano la loro casetta, acquistavano terre, affrancavano livelli e servitù. Così nei vari paesi, particolarmente nella Val Masino, nella Val Gerola e nei comuni di Civo e Dazio, si diffuse un notevole benessere… Per effetto di questa secolare emigrazione a Roma le condizioni economiche di questa parte della Valtellina sono oggi assai floride… I contadini dispongono quindi di molti terreni e possono permettersi il lusso di parecchie dimore in luoghi diversi, a cui si trasferiscono nelle varie stagioni. Durante l’inverno Caspano discende alla Manescia di Traona, Cadelsasso ai Torchi di Campovico, Dazio a Categno, Civo a S. Biagio e a Selvapiana, Roncaglia a S. Croce, Valmasino nella pianura di Ardenno… Per effetto di questa emigrazione anche la stessa razza, prima fiaccata dai matrimoni fra affini, potè rigenerarsi col sangue di Trastevere… Quindi a Caspano e a Civo si trovano uomini aitanti e donne fiorenti di matronale bellezza”.

In una relazione del 1621 leggiamo che da Ardenno, Berbenno, Castione, Pedemonte e Postalesio "gran parte ne vanno in Italia per fachini, che ne sono piene le dovane e magazin de vini. In Roma, Napoli, Mesina, Palermo non vi è canton de fachini che non vi siano de costoro".
Da registri e documenti secenteschi possiamo anche conoscere alcuni di coloro che, nella prospettiva di un futuro migliore per la propria famiglia, si adattarono ad una vita di sacrifici lontano dal dolce profilo dei luoghi amati. Eccone alcuni.
Lorenzo Mescia, d’Arden in Voltolina, facchino di vino, nato nel 1618; ha moglie ed il padre al paese e, ricoverato in ospedale, consegna casacca di panno, camiciola di mezza lana rossa, calzette rosa, ogni cosa rotte, ed anche fruste.
Lorenzo Luzzi, facchino de vino di una terra che si chiama Caualis (sc. Cavallari) nel comune di Ardenno, nato nel 1600, ricoverato in ospedale con giubbone, calzoni e calzette di mezzalana e cappello nero, tutti rotti, anche scarpe nere.
Mainino Tardasso, facchino del comune d’Ardenno di Valtolina, ricoverato in ospedale con panni usati.
Giacomo Rossetti di Ardenno in Valtolina, nato nel 1640.
Domenico Ciampini di Albiolo (sc. Biolo) Valle Tellina, nato nel 1603.
Lorenzo Saltojo di Francesco di Arden di Voltolina, carrettiere, ricoverato in ospedale con giubbonaccio liso, un’altra gabanella lisa, due calzoni di tela, calzettacce e cappello.
Giouanne del Poggio de Stefano de Arden de Voltolina, careter, ricoverato in ospedale con giubbone di mezza lana, camisola e calzoni di tela, calzette bianche di lana, cappellaccio nero.
Lorenzo de Gioanne del comun de Arden in Uoltelina, careter, ricoverato in ospedale con barichazzo di panno grosso, giubbonaccio bianco, calzonacci di tela, calzette di saia e calzettacce, cappellaccio e coreggino.
Martino Bertanelli de Giovane de Arden de Voltolina, careter, ricoverato in ospedale con casacon liso, calzonacci di mezza lana, calzettacce de bonbaso, camicia e cappello.
Andrea di Domenico di Biolo de Voltolina, careter garzon, ricoverato con casacca limonata, calzette turchine di saia, camiciona rossa, camisa e cappellaccio.
Michaele de Peoli di Biolo di Voltolina, mandato dal rev. Mons. D’Agostino.
Giovan Pietro di Bono d’Arden della Voltulina, facchino della Dogana.
Domenico del Motto della Voltulina della terra di Piazza Longa, facchino della Dogana.
Domenico Pelanda del q. Pietro di Biolo. Martino del Camero di Biolo Diocesi di Como, facchino della Dogana.
Martino Giannini del Tognolo di Biolo della Valtellina.
Martino Pellino del q. Rimedio da Piazza Longa della Voltolina, facchino.
Giovanni Fioroni di Piazza Lunga in Valle Tellina.
Lorenzo Bigiolli de Arden de Voltolina, facchino, nato nel 1597.
Battista Bertinotto, Giovan Antonio Castello e Antonio Gandelino, fachini di grano del Comune d'Ardenno.
Domenico Ciampino del q. Tomaso, Antonio Mancini del q. Domenico e Giovanni Tognolo dal Biolo.
Giacomo del Coppa di Pietro de Libero dalla Pioda, facchino, morto nel 1617.
Giuanol Martinola di Piazza Longa di Voltolina, careter, ricoverato in ospedale il 20 giugno 1615 con gabano liso, giubboncella rosetta, calzette di tela e cappello liso.
Compagnia dei facchini di vino dei Bioli: Tomasso Tomassetti, Lorenzo Di Stefano, Lorenzo Papino, Antonio del Scigolo, Martino del Camero, Marc'Antonio Giovannini, Domencio Giovannini, Tomasso Giovannini, Antonio del Camero, Remedio del Camero, Lorenzo Covaia, Domenico Covaia, Giovanni Camerino, Giovanni Camera, Martino Giannini, Giovanni Camera (altro), Antonio Camera, Bartolo Barola, Antonio Cicala, Lorenzo Papa, Tomasso Citti e Lorenzo di Stefano.
(Citati da "I Valtellinesi nella Roma del Seicento", di Tony Curti, edito da Provincia di Sondrio e Banca Popolare di Sondrio nel 2000). Interessanti anche le note, fra la storia e il colore, di un anonimo cronista secentesco della Valcamonica: “Vi sono de sotto de Sondrio le terre de Castiòn, Berbèn, Pedemónt Pestolés, Arden e tutte queste sono lavoranti de vigne, ma gran parte ne vanno in Italia per fachini, che ne sono piene le dovane e magazin de vini In Roma, Napoli, Mesina, Palermo non vi è canton de fachini che non siano de costoro: huomini non di grande statura, ma sperti, acorti, amatori del dinaro. Sarebbero anche belle le donne di Pedemònt, Pestolés, Berben e Arden; è che non tengono troppo all'eleganza. Vestiscono a un certo modo male, massime le donne, che più presto rendono risa che altrimente et se le donne fossero vestite bene, di bellezza ordinariamente stariano al paro delle romane di bellissimo sangue. Questo anno sono venuti dall'Italia la maggior parte de costoro et hanno menato via le famiglie intiere e assai: Questo anno solo in Napoli havevano menate più de venticinque famiglie de Valtellina, oltre quelli de altra cità. Così hanno fatto quelli de Grossio, che molti si sono ritirati a Venezia con loro famiglie».
Se il cronista potesse gettare uno sguardo sui tempi del presente, troverebbe senza dubbio che le donne d'Ardenno vestono decisamente meglio!
Torniamo a seguire il filo della storia ardennese. Alcuni riferimenti cartografici possono aiutarci a comprendere quali fossero, nel territorio di Ardenno, i nuclei più importanti nel Seicento.
Mentre nella Carte de la Valtoline, stampa francese del Seicento, sono menzionate Ardeno, Maseno, Biolo ed Arsizio (l’attuale Gaggio), nella carta del marchese di Coeuvres (che nel dicembre del 1624, nel contesto della fase valtellinese della Guerra dei Trent’anni, entrò in Valtellina dalla val Poschiavo, al comando di un esercito francese, eresse a Morbegno il fortino “Nouvelle France” si spinse in Valchiavenna, con l’intento di cacciare gli spagnoli, alleati degli imperiali), un’acquaforte del 1625, sono individuati Arden, Pelasco e Pioda. Nella “Raetiea terrarum nova descriptio”, stampa del 1618 compilata da Filippo Cluverio e  Fortunato Sprecher, infine, è menzionato solo Arden.

Dalla già citata monografia su Biolo curata da Giulio Perotti traiamo un'ampio profilo di una delle più significative figure di prevosto ardennese nell'età moderna, Simone Ciampini, originario di Biolo:
"ra il 1696 e il 1700 fu arciprete di Morbegno Simone Ciampini, che era nato nel 1638 da Pietro e da Domenica "de Ceis" di Biolo. Aveva studiato grammatica, umane lettere e retorica a Roma, proseguendo per 9 anni, sempre a Roma, gli studi di filosofia, teologia e controversistica nel collegio di Propaganda Fide, dove si laureò in teologia. Ricevette tutti gli ordini a Roma, a partire dalla tonsura nel 1659, fino al presbiterato nel 1661, quando celebrò la prima messa il 29 giugno, festa di san Pietro, proprio nella basilica di San Pietro, dopo essere stato ordinato diacono, pochi giorni prima, nella basilica di San Giovanni in Laterano. Per nomina apostolica venne destinato alla prepositura di Ardenno, in sostituzione del prevosto Giovan Francesco Paravicini, passato alla prepositura di Caspano. ... Il Ciampini restò ad Ardenno come prevosto fino al 1691, quando l'arciprete di Morbegno Giovanni Battista Castelli di Sannazzaro - anch'egli dottore in teologia e grande intenditore d'arte - lo chiamò al suo fianco come "arciprete coadiutore" con diritto di successione. Per Morbegno a quei tempi era importante la presenza a capo della parrocchia di un prete intraprendente e di larghe vedute, in quanto era in piena attività il cantiere per la costruzione della grandiosa chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista, iniziata nel 1680 e che sarà officiata solo nel 1714 (e consacrata nel 1780). Non solo, ma a Morbegno l'arciprete aveva a che fare con un capitolo di 18 canonici, diversi altri preti semplici, due conventi di frati (domenicani e cappuccini) e un monastero di monache di clausura.
Nel 1696 il Castelli muore e il Ciampini gli subentra a pieno titolo. Rimane però in carica per pochi anni, perché muore a sua volta il 26 aprile 1700, all'età di 62 anni.
Le abbondanti notizie sull'attività ardennese del Ciampini ci delineano anche il carattere del personaggio: deciso (se non testardo), energico e generoso ma solo nei confronti della chiesa e "delli poverelli... di buon ingegno". Sono parole che scrisse egli stesso nell'atto di costituzione del beneficio canonicale all'altare del Rosario di Ardenno: in qualità di fondatore il Ciampini stabilisce che al beneficio siano chiamati di preferenza i discendenti delle famiglie Ciampini e Corvini e, in loro assenza, persone di Ardenno escludendone per sempre li nobili per sangue, quali dichiaro incapaci di questo beneficio da me instituito per avanzare li poverelli che, essendo di buon ingegno e di ottimi costumi, restano indietro per difetto di chi li sollevi”. E come primo beneficiale nomina il nipote chierico Giacomo Corvini, in quel tempo studente presso il prestigioso collegio Elvetico di Milano. Il Ciampini fondò anche un altro canonicato presso la prepositurale di Ardenno, assieme al console capitano Vincenzo Paravicini, ma si oppose fieramente all'istituzione della cappellania di San Rocco di Gaggio e all'investitura della cappellania Mesci di Biolo al chierico Giovanni Antonio Camerini.

Non conosciamo le motivazioni autentiche di queste sue opposizioni, ma forse vanno lette alla luce della citata dichiarazione sui poveri meritevoli. Di fatto la generosità del Ciampini non è in dubbio: elargì alla sua parrocchia una somma cospicua per l'acquisto di argenteria, incentivò le donazioni da parte di ardennesi in patria e di emigranti a Roma, dove fu nel 1675, tornando con arredi e paramenti ("una pianeta rossa ben guarnita del costo di lire 216 di Valtellina", un calice d'argento, un velo rosso ricamato, un messale) che elencò, con tanto di nomi dei donatori. Il Ciampini, infatti, è benemerito anche per aver messo ordine nella contabilità della parrocchia e per aver iniziato la regolare registrazione dei conti. Alla presa di possesso ad Ardenno trovò "il stato della chiesa tanto intricato e confuso" da dover "studiare e lavorare cinque anni per vedere un po' chiaro". Fece costruire l'organo e decorò le due cappelle laterali: la sua gestione dinamica della parrocchia ben concorda con lo spirito intraprendente e instancabile che animava i suoi compaesani bottegai e mercanti emigrati a Roma."
Sempre sul finire del seicento Ardenno accoglie due importanti visite pastorali; ecco di nuovo, al proposito, Giulio Perotti:
"All'età di 74 anni il cardinale Ciceri, amico del papa comasco beato Innocenzo XI Odescalchi, nel settembre 1691 entrò in conclave come "papabile" dopo la morte di Innocenzo XII. Pochi mesi prima, il 9 maggio 1691, alle ore 11 circa era salito dalla casa prepositurale di Ardenno, dove era stato ospitato, con una breve cavalcata (brevi equitatu), lungo un non agevole percorso (arduo itinere) alla località di Biolo. All'entrata del paese venne accolto sotto il baldacchino e, in processione al suono delle campane, fra canti di gioia fu accompagnato verso la chiesa. All'ingresso asperse il popolo con l'acqua santa, venne incensato, recitò le preghiere prescritte, benedisse il popolo, procedette con l'assoluzione dei defunti e quindi celebrò la messa, durante la quale molti ricevettero la comunione e molti furono cresimati.
Dopo pranzo tenne dottrina, trovando i parrocchiani sufficientemente istruiti, mentre i convisitatori svolgevano la visita vera e propria "delle cose", partendo dall'Eucaristia, ispezionando tutta la chiesa e controllando la contabilità.
Sette anni dopo, una nuova visita pastorale, da parte del vescovo di Como Francesco Bonesana: oriundo milanese, non è cardinale come il predecessore Ciceri, ma ha alle spalle anch'egli una lunga esperienza al servizio della Chiesa universale. Tra l'altro, aveva svolto missioni diplomatiche in Polonia, dove aveva anche insegnato teologia, ed era stato per qualche anno vescovo di Caiazzo, nel regno di Napoli. Anch'egli, come il predecessore, svolse in diocesi di Como un'intensa attività, riuscendo a compiere per tre volte in 13 anni la visita pastorale e distinguendosi per il severo controllo della disciplina del clero e dei conventi. Anche per la visita del vescovo Bonesana, effettuata sabato 18 maggio 1697, riportiamo in libera traduzione italiana le prime righe degli atti, che rendono l'idea dell'importanza dell'avvenimento per la popolazione. Il vescovo si trova in "loco Sancti Martini Vallis Masini" e, attraverso un percorso sassoso, sul far della notte giunge a Biolo, dove era già stato ospitato, con parte del suo seguito, la notte precedente.
Preceduto dal popolo, dai confratelli del Santissimo Sacramento e dal clero, si recò processionalmente verso la chiesa parrocchiale dove, sulla porta, asperse il popolo con l'acqua benedetta e fu incensato dal parroco. Procedette poi verso l'altar maggiore, dove benedisse il popolo, svolse l'assoluzione dei defunti e celebrò il sacrificio della messa, in cui impartì la comunione."

[torna all'indice di pagina]



A partire dal Settecento la situazione economica migliorò progressivamente. La ripresa settecentesca non fu, però, priva di arresti e momenti difficili, legati soprattutto ad alcuni inverni eccezionalmente rigidi, primo fra tutti quello memorabile del 1709 (passato alla storia come “l’invernone”, “l’inverno del grande freddo”), quando, ad una serie di abbondanti nevicate ad inizio d’anno, seguì, dal giorno dell’Epifania, un massiccio afflusso di aria polare dall’est, che in una notte gelò il Mallero e parte dell’Adda. Ed ancora, nel 1738 si registrò una nevicata il 2 maggio, nel 1739 nevicò il 27 ed il 30 marzo con freddo intenso, nel 1740 nevicò il 3 maggio, con freddo intenso e nel 1741 nevicò a fine aprile, sempre con clima molto rigido e conseguenze disastrose per le colture e le viti.
Un quadro sintetico della situazione del paese a metà del settecento ci viene offerto dallo storico Francesco Saverio Quadrio, che, nell’opera “Dissertazioni critico-storiche intorno alla Rezia di qua dalle Alpi oggi detta Valtellina(Edizione anastatica, Bologna, Forni, 1971), scrive: “Ardeno (Ardena). Innocentemente si è scritto da alcuni essere stato tal Luogo così nominato dall'Ardere per motivo del troppo caldo, che vi si prova. Diana è quella divinità, di cui gli Antichi resero il nome per Ardoina, Arduena, Artuenna. Arten, o meglio Harten in antichissima Lingua Teutonica voleva dire Foresta, come testifica il Wachter onde Hartuenna, o Hartuena, indi Harduenna, e Arduena veniva Diana appellata, quasi Dea delle Selve. Da ciò fu questo Luogo nomato, che trovo per antico latinamente essersi detto Ardena per contrazione di Arduena: perchè quivi quella Dea venir doveva adorata. La positura stessa di questo Luogo situato in un ridosso di Monte, dove forma quasi il collo d'un piede, dà a vedere, ch'ivi esser doveva ab antico Foresta. Nella Pianura ci era altresì un Castello fabbricatovi dalla Famiglia de' Capitanei: e nel Monte un altro ve n'aveva, chiamato il Castello di San Lucio. Le Contrade ad esso Ardeno congiunte in Comunità, sono nella schiena del Monte Gadio, Piazzalonga, Plota, Biolo, Sceneno, la Fossa, e in Pianura il Masino, che trae dal Fiume il suo nome; e montando in sul Monte, si trova Pelasco, che di dietro gli resta.”
Nel Settecento, dunque, il territorio di Ardenno risultava costituito dalle contrade di Gadio (oggi Gaggio), Piazzalonga (Piazzalunga), Plota (Pioda), Sceneno (Scheneno), Bioli (Biolo), La Fossa, Masino, Palazzo. Apparteneva ad Ardenno anche il piccolo nucleo di Campo Tartano, all'ingresso della Val di Tartano. Il 12 giugno 1780, però, la comunità di Ardenno dovette subire una sorta di secondo schiaffo morale: il vescovo Giambattista Mugiasca elevò la chiesa parrocchiale e prepositurale di Sant'Alessandro di Traona al rango di arcipretale e plebana. La pieve di San Lorenzo ufficialmente non perse nulla nei diritto, ma si trovò, di fatto, assai diminuita nella sua importanza e prestigio.
Sul finire del secolo il quadro geopolitico europeo venne sconvolto dalle folgoranti imprese napoleoniche, che posero fine anche ai quasi tre secoli di dominazione delle Tre Leghe Grigie: gli ufficiali grigioni vennero, infatti, congedati nel 1797.
Il 18 giugno del 1797 si riunì il consiglio della comunità di Ardenno: "li Cittadini abitanti nella Comunità di Ardenno Giurisdizione di Traona nella Valtellina, ad istanza del Cittadino Giuseppe Folini fu Rocco, qual Console attuale della medesima", convocati con "il consueto segno dato colla campana Maggiore della Chiesa di Ardenno, e di fatti congregati nella Sala delle case Parrocchiali", chiesero di aderire alla Repubblica Cisalpina. Non stupisce la pronta presa di posizione della comunità: risiedeva in Ardenno il conte Diego Guicciardi, che fu uno dei maggiori fautori del distacco della Valtellina dall'autorità delle Tre Leghe Grigie.
La comunità risultava costituita da 1133 abitanti complessivi, distribuiti nelle squadre di Ardenno, Scheneno, Pioda, Piazzalunga, Gaggio, Cavallari, Camero e Ciampini di Biolo.
Il documento notarile conservato nell'archivio di Luigi Clerici e pubblicato sul bollettino n. 14 (1960) della Società storica valtellinese, riporta questa deliberazione, ed è di grande interesse, perché vi si possono leggere i nomi dei rappresentanti delle diverse squadre che la presero. Eccoli qui di seguito.
SQUADRA DI ARDENNO: Filippo Ranzetti Proposto, Giuseppe Mossini Canonico, Gian Antonio Mossini canonico, Benedetto Homodej Prete, Diego Guicciardi, Francesco Paravicini, Gian Maria Pomolatti, Domenico Simonelli Cucchi, Giovanni Innocenti, Antonio Innocenti, Lorenzo Innocenti fu Lorenzo, Lorenzo Innocenti fu Pietro, Pietro, Remigio Fioroni, Giuseppe Capeletti, Gian Maria Gusmè.
SQUADRA DI SCHENENO: Giovanni Pedruscino Sindico, Lorenzo Bonomi, Domenico Tognanda, Gian Antonio Pedruscino, Gian Battista Pedruscino, Sebastiano Savetta, Lorenzo Savetta, Bernardo Simonelli, Agostino Bertinelli, Giovanni Bertinelli, Giacomo Capeletti, Giuseppe Capeletti, Andrea Gandelino, AntonioCastelli, Lorenzo Gandelino, Andrea Ganassa, Gian Antonio Ganassa, Antonio Ganassa.
SQUADRA DELLA PIODA: Giacomo Susanna Sindico, Antonio Pedruzio, Pietro Pedruzio, Gian Pietro Corvini, Tomaso Susanna, Lorenzo Susanna, Francesco Corvini, Lorenzo Pedruzio fu Giovanni, Giovanni Pedruzio, Giuseppe Pedruzio, Bartolomeo Pedruzio, Gian Antonio Pedruzio, Domenico Silvestri, Giuseppe Marolo, Battista Marolo, Giacomo Corda, Giovanni Corda, Pietro Beti, Antonio Corda, Pietro d'Agostini, Antonio Martini, Lorenzo Pedruzio, Andrea Raja, Battista Raja, Carlo Coppa.
SQUADRA DI PIAZZALUNGA: Giovanni Marolo fu Giacomo, Sindico, Lorenzo Romegioli, Giuseppe Romegioli, Giovanni Salini. Lorenzo Salini, Pietro Pomoli, Battista  Tognardelli, Bernardo Tognardelli, Pietro Mescia, Giacomo Fopalli, Giovanni Fopalli, Lorenzo Fopalli, Pietro Maroli, Giovanni Gianoli, Lorenzo Gianoli, Pietro Tognardelli, Pasquale Mescia, Francesco Scarinzo, Giovanni Motta, Antonio Fioroni, Pietro Fioroni e per esso il Sindico.

SQUADRA DI GAGGIO: Francesco Bojani, Giuseppe Bojani per Antonio suo Padre, Giovanni Bojani detto Tognolatti, Antonio Bojani fu Antonio, Domenico Bojani fu Domenico, Giovanni Mossini fu Pietro, Pietro Scigolini, Giuseppe Scigolinj fu Giuseppe, Pietro Bianchini di Mossini, Giacomo Panizza per Antonio Scigolini, Sebastiano Folini, Francesco Gianoli detto Lanscetti, Antonio Folini, Giacomo Fascendini, Giovanni Fascendini, Lorenzo Folini, Giuseppe Mossini per il Sindico, Antonio Fascendini, Giuseppe Rizzi detto Folini, Cristoforo Capello detto Masa, Giuseppe Bojani.
SQUADRA DEI CAVALLARI: Giovanni della Madalena, Pasquale Libera, Pietro Innocenti detto Tromberolo, Giuseppe Rovelli, Lorenzo Mescia detto Morino, Giovanni Loter, Domenico Pighetti, Lorenzo Romegioli detto Fascendi, Lorenzo Bertolino detto Pominalli.
PER LE SQUADRE DI CAMERO, E CIAMPINI DI BIOLO: il cittadino Domenico Camerini, autorizzato dai Capi Famiglia di dette squadre.
Infine, "li forestieri abitanti in Ardenno, e non ascritti in alcun colondello": Martino Cotta, Gian Pietro Migazzi, Giovanni Polini, Giuseppe Civatti, Antonio Meneghino detto Cresimo, Giacomo Raschetti, Pietro Camozzi, Giacomo Carasale, Domenico Boromeo, Nicola Viviani, Stefano Lanzini, Alessandro Illino, Francesco Libera.

Una curiosità: nel successivo 1798 il governo della Repubblica Cisalpina, satellite della Francia Napoleonica, promosse una sorta di indagine politica segreta, per schedare gli elementi più ragguardevoli nei diversi comuni del suo territorio; vi si trovano anche i nomi di tre Ardennesi, Antonio Ciampini, agricoltore, definito patriota e di buon senso, Gianmaria Ciampini, "notaro e commissario della confisca", definito patriota, e Gianmaria Pomolatti, medico chirurgo, definito buon patriota.

[torna all'indice di pagina]


Alla Repubblica Cisalpina seguì, nel 1805, il Regno d'Italia, suddiviso in diversi dipartimenti; nel dipartimento dell'Adda Ardenno risultava inserita, come comune di terza classe, con 1500 abitanti, al V cantone di Morbegno. Da un documento di due anni successivo (1807) apprendiamo che ad Ardenno si contavano 1232 abitanti complessivi (ancora meno della metà rispetto alla popolazione di fine Cinquecento, prima della falcidia operata dalla peste!), con questa distribuzione: 100 a Gaggia (Gaggio), 80 a Piazzalonga (Piazzalunga), 452 a Biolo, 80 a Pioda, 90 a Schenone (Scheneno), 40 a Masino, 390 nel nucleo centrale di Ardenno. nel 1815, al comune di Ardenno risultavano aggregati quelli di Forcola e Buglio, con una popolazione totale di 2257 abitanti (Ardenno, da solo, ne contava 1232).
Molto severo sul periodo della dominazione francese in Valtellina è Dario Benetti (cfr. l’articolo “I pascoli e gli insediamenti d’alta quota”, in “Sondrio e il suo territorio”, IntesaBci, Sondrio, 2001), il quale sostiene che esso rappresentò l’inizio di una crisi senza ritorno, legata alla cancellazione di quei margini di autonomia ed autogoverno per Valtellina e Valchiavenna riconosciuti durante i tre secoli di pur discutibile e discussa signoria delle Tre Leghe Grigie: ”L’1 aprile 1806 entrò in vigore nelle nostre valli il nuovo codice civile, detto Codice Napoleone, promulgato nel 1804. A partire da questo momento si può dire che cessi, di fatto, l’ambito reale di autonomia delle comunità di villaggio che si poteva identificare negli aboliti statuti di valle. I contadini-pastori continueranno ad avere per lungo tempo una significativa influenza culturale, ma non potranno più recuperare le possibilità di un pur minimo autogoverno istituzionale, soffrendo delle scelte e delle imposizioni di uno Stato e di un potere centralizzati. Già l’annessione alla Repubblica Cisalpina, peraltro alcuni anni prima, il 10 ottobre 1797, dopo un primissimo momento di entusiasmo per la fine del contrastato legame di sudditanza con le Tre Leghe, aveva svelato la durezza del governo francese: esso si rivelò oppressivo e contrario alle radicate tradizioni delle valli; vennero confiscati i beni delle confraternite, furono proibiti i funerali di giorno, fu alzato il prezzo del sale e del pane, si introdusse la leva obbligatoria che portò alla rivolta e al brigantaggio e le tasse si rivelarono ben presto senza paragone con i tributi grigioni. Nel 1798 a centinaia i renitenti alla leva organizzarono veri e propri episodi di guerriglia, diffusi in tutta la valle: gli alberi della libertà furono ovunque abbattuti e sostituiti con croci.. Nel 1797, dunque, la Valtellina e contadi perdono definitivamente le loro autonomie locali, entrano in una drammatica crisi economica e inizia la deriva di una provincializzazione, di una dipendenza dalla pianura metropolitana e di un isolamento culturale e sociale che solo gli anni del secondo dopoguerra hanno cominciato a invertire”.
Nel 1839 i comuni di Ardenno, Buglio, Berbenno, Fusine, Colorina e Forcola si unirono in un consorzio per reperire risorse finalizzate ad interventi di bonifica della piana della Selvetta e di Ardenno, dove imperversava la malaria; il consorzio riuscì ad impiegare per questa finalità circa un milione di lire, cifra veramente ingente per l'epoca. Ma fu solo l'intervento del governo austriaco, fra il 1845 ed il 1858, a provvedere alla definitiva bonifica della piana di Ardenno, imponendo al fiume Adda l'attuale corso, rettilineo e vicino al versante orobico. Dell’antico sinuoso corso rimase traccia nel canale dell’Adda vecchia, che ancora oggi attraversa la piana. La bonifica fu all’origine del ripopolamento del piano, in quanto rese disponibili nuovi terreni per le attività agricole.
Questo periodo fu, però, segnato anche da eventi che incisero in misura pesantemente negativa sull’economia dell’intera valle. L’inverno del 1816 fu eccezionalmente rigido, e compromise i raccolti dell’anno successivo. Le scorte si esaurirono ed il 1817 è ricordato, nell’intera Valtellina, come l’anno della fame. Vent’anni dopo circa iniziarono le epidemie di colera, che colpirono la popolazione per ben quattro volte (1836, 1849, 1854 e 1855). Il Cantù, nella Storia della città e della Diocesi di Como, edita nel 1856, scrive: “Nella provincia di Sondrio arrivò il giugno 1836 e visi mantenne tutta l’estate, poco essendosi proveduto ai ripari e male ai rimedj. Meglio trovossi preparato il paese all’invasione del 1855; e le comunità restie alle precauzioni pagarono cara la negligenza, perché Ardenno, Montagna, Pendolasco, popolate di 1800, 1850, 630 abitanti, dal 29 luglio al 13 settembre deplorarono 40, 61 e 35 vittime, mentre Sondrio, Tirano, Morbegno, con 4800, 4860, 3250 anime, ebber soli 17, 9 e 11 casi: 50 Chiavenna; e tutta insieme la Provincia 428 casi, 259 morti: proporzione più favorevole che in ogni altra provincia.”
Si aggiunse anche l'epidemia della crittogama, negli anni cinquanta, che mise in ginocchio la vitivinicoltura valtellinese. Queste furono le premesse del movimento migratorio che interessò una parte consistente della popolazione nella seconda metà del secolo, sia di quella stagionale verso Francia e Svizzera, sia di quella spesso definitiva verso le Americhe e l’Australia.
La popolazione, comunque, crebbe nel corso del secolo: a metà dell'Ottocento, infatti (1853), Ardenno, comune inserito nel III distretto di Morbegno, contava 1863 abitanti. Nel 1861, anno della proclamazione del Regno d'Italia, Ardenno contava 2014 abitanti. E' interessante notare che la nuova patria italiana chiamò quasi subito gli Ardennesi a servirla sotto le armi nella III guerra d'indipendenza, combattura nel 1866 contro l'impero Asburgico. Vi parteciparono Bettini Giacomo, Raschetti Giacomo, Camero Fedele, Covaia Domenico, Figoni Giuseppe, Folini Giovanni, Ganassa Costante, Ganassa Costante, Gianoli Lorenzo, Innocenti Clemente, Libera Pietro, Mossini Pietro, Pedrola Giovanni, Selva Antonio, Salini Giuseppe e Zanolari Carlo.

In un libro di memorie scritto dal milanese Angelo Umiltà, volontario milanese nei bersaglieri dello Stelvio, ("I volontari del 1866, ovvero da Milano alle Alpi Rezie", 1866), si dipinge un quadro a dir poco desolante (ma anche quantomeno esagerato) delle condizioni di povertà della popolazione contadina ardennese e della bassa Valtellina, che i soldati inviati al fronte dello Stelvio ebbero modo di osservare: "Da Colico a Delebio, da Campovico sin oltre Ardenno, la valle, ad eccezione dei fortunati amenissimi paeselli posti sul pendio delle colline, è popolata quasi esclusivamente da gente imperfetta per enormi gozzi, per cachessia, per idiotismo completo. Uno straniero che da Milano o dalla Brianza venisse nelle paludi di Ardenno, potrebbe credere di trovarsi fra una tribù di Lapponi, o di Ottentotti. Vi si vedono delle donne alte un metro che hanno un gozzo più voluminoso della testa... sulla quale pure spiccano certi bernoccoli e nella schiena certe prominenze, che danno al loro aspetto, melenso e patito, un che di ributtante da sforzarvi a rivolgere altrove la faccia per non vederle. Queste povere creature, come hanno deforme il corpo, hanno del pari imperfetto lo spirito: in esse la sensibilità e minima, e non si dura fatica a credere non seguano altra regola di vita se non l'istinto del bruto. Indifferenti al bene e al male, non s'accorgono dello squallore che le circonda... resistono al caldo, al freddo, senza dar segno di dolersi mai.

Al nostro passaggio, si sono affollate sul margine di un fosso: alcune ci guardano con aria stupida, altre ci ridono in viso nella maniera più strana. Queste piccole donne, lavorano la terra come gli uomini... si nutrono peggio delle bestie... e prolificano come i conigli. Ordinariamente la gonna di traliccio grossolano, avente al fondo una larga striscia rossa a fitte pieghe cucite alla cintura, nido perpetuo di immondi insetti, la indossano quando vanno a marito, per portarla sino alla tomba. Non usano cuffie o pezzuole in testa, ma bensì un rozzo cappellaccio di lana simile a quello dei nostri carbonai. Gli uomini non tocano una maggiore perfezione delle donne: se pure balbettano qualche parola e danno a divedere un barlume d'intelligenza, si fanno poi rimarcare maggiormente per l'assoluta mancanza di ogni cura personale, per l'assenza completa di amor proprio. Si lasciano crescere incolta e sucida la barba, egualmente che i capelli ispidi e impecciati, che si elevano sulla loro testa, come le setole sulla schiena di un porco-spino. Al sucidume de' cenci che indossano, non contrasta punto il colore incerto della ruvida carnagione... Perché mai, quasi nel centro della civilissima Lombardia, a due passi dalla gentilissima Milano, vive un popolo di sciancati, di cachetici, d'idioti, di cretini, che si moltiplica maggiormente quanto più si sprofonda alla degradazione?
" Parole forti, ma c'è da chiedersi quanto corrispondenti alla realtà. Vero è che le condizioni complessive della popolazione erano, dal punto di vista sanitario, per diversi aspetti preoccupanti; da un'inchiesta del 1882 emerge che nella provincia di Sondrio si registrano 71 persone affette da pellagra, concentrate in soli 9 comuni "che sono infestati da malaria, e si notano in prima linea Samolaco, Ardenno, Buglio, Caiolo, Albosaggia."
Gli abitanti di Ardenno, fossero essi così degradati come sopra si vorrebbe, o meno, crebbero, nel decennio degli anni sessanta, salendo a 2148 nel 1871, mentre vi fu una leggerissima flessione (2143) il successivo censimento del 1881.

Dall’opera “La Valtellina (Provincia di Sondrio)”, di Ercole Bassi (Milano, Tipografia degli Operai, 1890), ricaviamo diverse interessanti notizie statistiche sul paese intorno agli anni ottanta dell’ottocento, riportate nella seguente tabella:

Frazioni principali

Mandamento

Numero delle case al 1865

Numero di famiglie al 1865

Abitanti nel 1881

Patrimonio al 1865 (in Lire)

Passivo al 1883 (in Lire)

Latteria/e
(anno di fondazione, kg. di formaggio e di burro prodotti)

Sordomuti (m e f)

Ciechi (m e f)

Cretini

Alpeggi (fra parentesi: proprietà, numero di vacche sostenibili, prodotto in Lire per vacca, durata dell’alpeggio in giorni)

Biolo, Gaggio, Masino Morbegno
443
407
2128
23292
11145
1882,
2800, 950
7, 6
2, 2
10

Granda
(50, 50, 84)

 

 

 

 

 

 

Ecco come presenta il paese la II edizione della Guida alla Valtellina edita a cura del CAI nel 1884: "Ardenno (2180 ab.)...sta alle falde del monte, nel versante aprico, in una bella e fertile insenatura. Più in alto, sui fianchi della montagna rivestiti di vigneti, sono i villaggi di Gaggio e Buglio (1162 ab.)... Fu ad Ardenno che visse gli ultimi anni della sua esistenza il celebre giureconsulto Alberto De Simoni, uno fra i legislatori della Repubblica Cisalpina, consigliere di Cassazione durante il primo Regno d'Italia e autore di parecchie opere altamente lodate, come il Diritto di natura delle genti, l'opera Sul furto e sua pena e il libro Delitti di mero affetto".
Nel 1893, anno della memorabile visita pastorale del Vescovo di Como Andrea Ferrari (il futuro Cardinal Ferrari di Milano), nella parrocchia di risultavano residenti 2171 anime, ed il parroco segnalava 10 nuovi emigranti ogni anno. Nel 1898 la parrocchia fu visitata dal suo successore, il vescovo Valfré di Bonzo; a quella data risultavano residenti 2188 anime, e l'emigrazione annua, con destinazione le Americhe e Roma, era raddoppiata (20 unità). Il parroco annotò anche la presenza di 25 villeggianti ogni anno.
Nella "Raccolta storica della Società Storica comense", pubblicata nel 1894, leggiamo le seguenti interessanti notizie sul paese: "Da circa quarant'anni, essendosi scavato all'Adda, lungo la catena a mezzodì nelle vicinanze di Ardenno, un nuovo alveo diritto, in cui s'è rinserrata, per mezzo di robusti argini, il piano, bonificato, divenne fertile e l'aria saluberrima. Il Comune, fin da remotissimi tempi, era composto da Nobili, Cittadini e Vicini, ed oltre le fucine, ossia magli di rame e ferro, vi era pure una fornace per la fabbrica di vetri."


[torna all'indice di pagina]


Ardenno si affacciò al XX secolo (1901) con 2342 abitanti, saliti a 2537 nel 1911.
Il nuovo secolo si aprì con una presenza importante nella comunità ardennese, dovuta all’iniziativa del futuro beato don Luigi Guanella ed alla preziosa collaborazione della futura beata Suor Chiara Bosatta. Riportiamo, in proposito, qualche passo da “Brevi cenni sulle Opere della Divina Provvidenza fondate da Don Luigi Guanella” (ed. fuori commercio curata dall’Istituto Figlie di S. Maria della Provvidenza): “Nella primavera del 1900, prima di partire per Roma, mons. Valfrè vescovo di Como benedisse don Guanella a patto che, per un certo tempo, non pensasse a nuove fondazioni. Ma non appena il Guanella fu tornato dalla città santa, mons. Valfrè lo chiamò a sé per sollecitare da lui, non una, ma due fondazioni per deficienti in Ardenno, una maschile, femminile l’altra. Questo fatto consolò non poco il Direttore, il quale vide come il Vescovo, vera voce della Divina Provvidenza, non aveva punto ostacolato l’opera di Dio, ma appena avvisatala, obbediente, la veniva indicando a chi sentendola nel cuore, se ne stava cheto sotto l’obbedienza del suo vescovo. Obbedendo al suo vescovo, esaudiva anche uno dei voti più ardenti del suo cuore, venendo in aiuto alla sua amata Valtellina, aiutandola nella redenzione dei più che trecento cretini che la percorrono d’estate in tutti i lati. Circa 30 anni prima aveva meditata quest’opera il prevosto di Dazio, don Giovanni Battista Acquistapace, ma non ne aveva concluso nulla, don Guanella tentò un ricovero; ed in breve tempo, alla fine di quell’anno stesso, in Ardenno, coll’aiuto del proprio fratello don Lorenzo, prevosto vicario foraneo, passato al cielo il 25 luglio di quest’anno, e con una mano di sua Eccellenza, acquistò il palazzo Buzzoni per collocarvi i poveri scemi, e il palazzo De Simoni per le deficienti. Ebbero queste due fondazioni molte contrarietà sia dalle autorità diffidenti, sia dai genitori e parenti degli infelici, che preferiscono vederli patire e vagare per le campagne o le strade in cerca di elemosina, col fine, forse, di approfittare di quell’accattonaggio loro stessi. ... Le suore addette a quell’Opera, sì degna di commiserazione, in locali distinti, tentarono anche un asilo infantile e vi dirigono un oratorio festivo.
Elvira Rattaggi, che venne incaricata di tenere la scuola ad Ardenno, così descrive la figura e l’opera di suor Chiara Bosatta: “La Serva di Dio venne ad Ardenno con altre due; io tenevo la scuola... le suore adunavano le ragazze insegnando loro il cucito, il catechismo in casa. Sr. Chiara rammenda­va con molta pazienza, per quanto avesse gli occhi ammalati... lavorava moltissimo specialmente in fiori, fino a tarda ora, con certi lumi crepuscolari... Nella casa vidi miseria ben grande... pel vitto certe minestre mal condite... le suore erano in tre ed anche in quattro e vi tenevano solo due letti da una persona... Sr. Chiara faceva spesso la pulizia alla testa alle fanciulle pitocchiose ...”.
La memoria del 1911 è legata ad una disastrosa alluvione, che portò allo straripamento del fiume Adda ed all'allagamento della piana della Selvetta, tanto che, come si scrisse, "ad Ardenno il treno sembrava corresse in mezzo al lago". L'evento fu determinato dalle eccezionali precipitazioni iniziate la sera del 21 agosto, i cui effetti colpirono soprattutto i vicini comuni di Cedrasco, Fusine e Talamona, tanto che si diffuse, poi, una canzoncina che ricordava mestamente l'alluvione, e che iniziava proprio con le parole: "Talamona, Fusine Cedrasco sono i più danneggiati dal disastro". Il successivo 26 agosto Ardenno ospitò un distaccamento di 60 uomini e tre ufficiali del V Alpini, saliti in Val Masino per prestare aiuto alla popolazione seriamente in difficoltà per diversi smottamenti. Gli alpini rimasero fino al 29 ottobre di quel medesimo anno.
Scrive Bruno Credaro, sul nubifragio del 1911, in “Sondrio” (edito a cura del comune di Sondrio, nel 1954): “La sera del 21 agosto tutta la Valtellina fu investita da un nubifragio violentissimo. Verso mezzanotte le scariche erano così fitte che faceva chiaro come se fosse giorno; tutti i valloncelli, anche minimi, riversavano sul fondovalle acqua e terriccio. Il Mallero bombardava gli argini con i massi che trascinava e sott'acqua si vedevano le scintille provocate dagli urti. Verso il mattino si era aperta una breccia nel muraglione sotto il ponte vecchio, davanti alla casa Orsatti; ma per fortuna il temporale cessò e la città non ebbe danni gravi se non nelle strade vicinali, dove l'acqua aveva scavato trincee profonde fino a due metri e nel cimitero nuovo, costruito da pochi anni in Visciastro e che fu per metà devastato. Gravissimi erano stati i danni nelle zone vicine: i paesi di Cedrasco, Fusine e Cataeggio avevano avuto metà delle case travolte, con sei morti.
I piani di Castione e Ardenno furono per alcuni giorni trasformati in laghi di acqua limacciosa che aveva sommerso la strada nazionale e la ferrovia dopo averle rotte in molti punti.Una legge speciale, subito votata dal Parlamento, permise un rapido indennizzo dei danni che erano stati aggravati da una grandinata con la quale si era iniziato il temporale e che aveva distrutto il novanta per cento dei raccolti.”

Nel 1914 si registrò un importante evento per la comunità: la ditta Picolli costruì due elettrodotti da 8000 Volt che dalla Centrale idroelettrica del Masino (servita dal bacino fra Pioda e Piazzalunga), della Società Idroelettrica Italiana, portavano l'energia elettrica alle cabine di trasformazione di Berbenno e Dazio, servendo i centri di Dazio, Masino, Ardenno, Villapinta, Buglio, Pedemonte, Regoledo e Berbenno.
Alla prima Guerra Mondiale il paese pagò un importante tributo in vite umane, come si può verificare dall'elenco dei caduti sul monumento nel piazzale delle scuole elementari. Vi possiamo leggere i nomi dei caduti vale a dire il tenente Rodigari Giacomo, il caporal maggiore Fasoli Pio, i caporali Polini Paolino e Radaelli Cesare ed i soldati Bertinelli Pietro, Boiani Umberto, Bolini Gregorio, Bertolini Giuseppe, Bertinelli Giuseppe, Colmegna Giovanni, Corda Giovanni, Camero Giacomo, Civetta Giuseppe, Castelli Giuseppe, Della Vedova Domenico, Fasoli Mario, Folini Giacomo Silvio, Figoni Pietro Lorenzo, Folini Diego, Figoni Tomaso, Folini Antonio, Folini Giacomo Giuseppe, Futen Annunzio, Foppalli Giuseppe, Fioroni Pietro, Innocenti Giacomo, Innocenti Giuseppe, Mescia Santo, Mondora Pietro, Menesatti Giuseppe, Motta Emilio, Motta Anselmo, Pedruzzi Anselmo, Pradè Domenico, Ruffini Luigi, Raschetti Cesare, Raschetti Guido, Scottoni Anselmo e Salini Erminio. Dopo la guerra arrivò l'epidemia di spagnola, che fece diverse vittime; nel 1919 il quadro di sofferenza per la popolazione fu aggravato da un'alluvione che portò di nuovo le acque dell'Adda nella piana di Ardenno. Il paese contava 2849 abitanti nel 1921, scesi a 2597 nel 1931 e 2627 nel 1936.

Il 1927 è legato al secondo importante evento alluvionale che interessò la piana di Ardenno nel secolo XX: l'Adda esondò per un tratto di ben 16 km, dalla rocca della Sassella, alle porte di Sondrio, alla stretta del Culmine di Dazio, rompendo in tre punti l'argine fra Berbenno ed Ardenno e distruggendo diverse opere della bonifica nella piana della Selvetta. La strada statale dello Stelvio e la sede ferroviaria vennero interrotte in ben 15 punti da Sondrio a Colico. Nel comune di Ardenno anche il torrente Masino fece la voce grossa, uscendo dagli argini nell'ultimo tratto della sua corsa dallo sbocco della Val Masino alla confluenza nell'Adda, provocando rovine ed anche qualche vittima.
Nel 1928 la quinta edizione de "La Valtellina - Guida illustrata" di Ercole Bassi così presenta il paese: "Allo sbocco della valle del Masino scorgesi il piccolo borgo di Ardénno (staz. ferr. - auto est. pei bagni del Masino - alb. Pollini, osterie, pastificio, fabb. carburo di calcio - coop. di cons. di produz. e lavoro - asilo inf. - ricovero di defic. delle Suore di S. M. della Provvidenza).  Notevole il palazzo Visconti (sulla porta vi è lo stemma col biscione) con un bel cortile a colonnato, e un ampio salone dipinto. Nella parrocchiale vi è un paliotto con Cristo morto di Pietro Ligari, ed un'ancona pregevolissima, simile a quella di Morbegno, con la data del 1540… L'Ancona di Ardenno presenta spiccatissime affinità di fattura non solo con quella di Morbegno, ma anche coll'Ancona di S. Abbondio nel Duomo di Como ; anzi, se i caratteri dello stile e della prodigiosa esecuzione (ogni figura, ogni particolare vi sono finemente intagliati e miniati a colori ed oro) sono comuni alle tre, quelle di Ardenno e di Como hanno molto simile l'ordinamento architettonico, il quale però nell'Ancona di Morbegno è più armonico ed elegante.

Si può quindi ritenere che i tre capilavori si debbano ad unico artista, o meglio ad unico gruppo di artisti non essendo documentata l'ipotesi di S. Monti (in Arte e storia della Diocesi di Como) che l'Ancona di S. Abbondio spetti ad Andrea de Passeris, noto d'altronde quasi solo come pittore…: rimarrebbero più probabili gli autori dell'Ancona di Morbegno, documentati dal "liber credentiae" più volte citato Gaud. Ferrari e F. Stella pittori, e Giov. Angelo Majno, pavese, scultore in legno. piccola e meglio conservata. Belli gli ornati e le scene a rilievo e dipinte con estrema delicatezza a colori e dorature; al basso porta in bassorilievo storie della vita di S. Lorenzo, e in alto S. Sebastiano, S. Rocco e S. Lorenzo con l'Annunziata e Cristo risorto fra angioletti decorativi. In un altare a destra vi è un dipinto del 500 di buon pennello. Nell'oratorio è lodata la pala dell'altare, forse di Cesare Ligari. La chiesa possiede un paramento completo in terza rosso e oro con paliotto identico
."
Ardenno dovette piangere molti caduti anche nella Seconda Guerra Mondiale: il caporale Rota Tarcisio, il sergente maggiore Bianchi Dante, il sergente Biasini Ennio, il caporale Rebuzzi Giovanni ed i soldati Bertolini Marco, Boiani Remo, Bracchi Guido, Camero Edoardo, Coppa Guerino, De Agostini Primo, Fopalli Giacomo, Fioroni Giuseppe, Fascendini Giovanni, Folini Vitale, Innocenti Pietro, Menesatti Giuseppe, Mescia Egidio, Orsingher Giacomo, Pedrola Luigi, Polini Giuliano, Pedruzzi Riccardo, Rosati Mario, Rossi Valentino, Simonetti Giacomo, Simonetti Silvio, Salini Osvaldo, Songini Giuseppe e Camero Guido. Sono ricordati anche i partigiani Reda Pietro e Valeni Clemente.
Tempi che si ricordano malvolentieri, quelli della seconda guerra mondiale: la popolazione, oltre a patire gli stenti del razionamento alimentare, dovette assistere alle incursioni aeree che avevano anche come obiettivo il cosiddetto ponte degli archi che scavalca il torrente Masino (oggi affiancato da un ponte gemello per superare una delle proverbiali strettoie della ss. 38). Il ponte ebbe, però, come alleato il massiccio granitico della Colma di Dazio (Colmen), che impedì ai bombardieri sufficiente spazio di manovra per centrarlo.
La curva demografica riprese a salire nel secondo dopoguerra, segnando 2770 abitanti nel 1951 e 2861 nel 1961; poi vi fu una lieve flessione che riportò la popolazione a 2774 abitanti nel 1971.
Fra il 1957 ed il 1961 venne realizzata dalle Ferrovie dello Stato la centrale idroelettrica Vanoni di Monastero di Dubino, che utilizza le acque raccolte dallo sbarramento sul fiume Adda all'altezza della piana di Ardenno (1.020.000 metri cubi), quelle rilasciate dalla centrale di Ardenno, quelle residue del torrente Masino e quelle del canale di bonifica chiamato dell'Adda vecchia. L'impianto, costituito da due gruppi generatori, passò successivamente sotto la gestione dell'ENEL. Si è molto discusso sull’impatto ambientale nella piana di Ardenno dell’invaso che lo serve. Riportiamo, al proposito, quanto scrive l’ultima edizione (2000) della Guida Turistica della Provincia di Sondrio, edita a cura della Banca Popolare di Sondrio: “Il bacino artificiale, lungo diversi km, è stato ottenuto sbarrando l’Adda all’altezza di Ardenno… La grande massa d’acqua presente nella piana della Selvetta ha però peggiorato la situazione di un territorio già paludoso, arrecando danni non indifferenti all’agricoltura locale; secondo alcuni, ha contribuito anche a modificare il clima della zona. Un altro danno causato dall’invaso riguarda la vita del fiume… Tale cesura artificiale non permette più quel fenomeno naturale noto come rimonta del pesce che dal lago… risaliva il fiume in cerca di acque fresche e correnti per deporvi le uova… La presenza della diga ha segnato la scomparsa dall’Adda di… specie ittiche di cui era ricca, fra le quali l’anguilla.” Nel 1960 si verificò, poi, la terza grande alluvione del secolo XX: di nuovo l'Adda parve volersi riprendere quei lembi di terra dove scorreva prima della rettifica della metà dell'ottocento.

Il 1960 è l'anno in cui si regitra il terzo importante evento alluvionale del XX secolo nel territorio di Ardenno: in autunno l'Adda esonda di nuovo, fra Berbenno ed Ardenno, allagando la piana della Selvetta.
Nel 1962 la società Vizzola iniziò la costruzione, poi completata nel 1968 dall'ENEL, della centrale di Ardenno utilizza le acque derivate in Valmasino dai torrenti Bagni, Mello e Sasso Bisolo, e raccolte nel serbatoio Prati di Lotto, con una capienza di 156.000 metri cubi d'acqua. La centrale dotata di turbine Pelton, sfrutta un salto di circa 700 metri, dai 971 di Lotto ai 271 del piano.
La seguente tavola, tratta da “Agricoltura e lavoro agricolo in Provincia di Sondrio” di Federico Bocchio (edito dalla Camera di Commercio I. A. di Sondrio nel 1965) offre un quadro interessante della situazione agricola del comune alla metà degli anni Sessanta, riportando le ore annue impegnate nelle diverse attività nei diversi mesi, da gennaio (prima colonna) ma dicembre (ultima colonna; i numeri accanto al nome del comune riguardano rispettivamente la popolazione residente P.R., la popolazione attiva P. att. – fra parentesi la popolazione maschile -, il numero delle aziende con bestiame ed il numero totale di aziende – a destra del comune – ed infine la popolazione agricola P. Agr. – fra parentesi la popolazione maschile -):

Interessante anche le seguenti tavole, tratta dal medesimo studio:



Gli anni Ottanta si aprirono con un saldo di 2937 abitanti (1981) e furono segnati dalla disastrosa alluvione del 1987.

[torna all'indice di pagina]


L’Adda, interessata dalla citata bonifica settecentesca, fu, nel 900, all’origine di rovinose alluvioni, di cui ancor viva nella memoria la quarta e più recente, quando, nella notte fra sabato 17 e domenica 18 luglio 1987 la rottura degli argini presso San Pietro di Berbenno determinò l’allagamento della piana della Selvetta e di Ardenno. Non vi furono morti, ma i danni economici furono ingentissimi.
Vale la pena di ricordare i momenti salienti della cronaca di quelle giornate drammatiche per il paese e l'intera Valtellina.
Dal pomeriggio di venerdì 17 luglio comincia a piovere a dirotto, in una rapida sequenza di temporali estivi. Piove con eccezionale intensità sul fondovalle, sui versanti montuosi, ma anche sui ghiacciai più alti: non è solo l’acqua del cielo a precipitarsi sul fondovalle con il rombo sordo di torrenti limacciosi ed impazziti, ma anche l’acqua che si libera dalla morsa di nevi e ghiacci: tutto ciò concorre ad imprimere una forza d’urto eccezionale anche a corsi d’acqua ritenuti inoffensivi. L’acqua vien giù a rotta di collo dai versanti, che non riescono più ad assorbirla o a drenarla.
E viene il sabato 18, un sabato preannunciato come tranquilla giornata di partenza per le vacanze programmate da molti. Non è così: dal pomeriggio si comincia a realizzare l’eccezionalità della situazione. Dopo i primi allarmi dall’alta valle, arriva una prima tragica notizia, c’è un grosso smottamento a Tartano, forse ci sono anche delle vittime, e poi le notizie più precise:  alle 17,30 un'enorme massa d'acqua, massi, alberi e fango è precipitata sul condominio "La Quiete”, all’ingresso di Tartano, si è portata via la strada sottostante e si è abbattuta sull'albergo "La Gran Baita", uccidendo dodici persone.
Sono le prime di una lista destinata a crescere: alla fine di luglio il bilancio salirà a 53 morti. Un po’ dappertutto, in valle, se non si arriva alla tragedia, si sprofonda, in quel sabato plumbeo,  in un dramma cupo come il cielo che è scuro da far paura: non c’è torrente che non minacci di esondare, e molti passano dalle minacce ai fatti. Il Madrasco esce dagli argini ed investe buona parte delle case di Fusine, dalle quali la gente è stata evacuata appena in tempo dal suono a martello delle campane, il Torreggio infuria e Torre di S. Maria è interamente evacuata, il Mallero (màler) fa paura, il Poschiavino è straripato provocando seri danni ed interrompendo la strada per la dogana di Piattamala, a Sondalo la frazione Le Prese viene interamente evacuata, in Valfurva il Frodolfo e lo Zebrù scatenano la loro furia. Impressionante è anche l’elenco dei ponti letteralmente divelti dalla violenza delle acque: i ponti di Paniga e di Caiolo sull’Adda, la passerella del partigiano a Sondrio, i tre ponti del quadrivio a Torre S. Maria, il ponte sul Valfontana a Chiuro e quello di S. Nicolò in Valfurva. Tremila sono gli sfollati della prima ora.
È il fondovalle a subire i maggiori danni: la zona industriale a valle di Morbegno è investita dallo straripamento dell’Adda (si conta una vittima anche a Morbegno), ma è soprattutto la piana della Selvetta e di Ardenno a subire le conseguenze più pesanti: nella notte la rottura dell’argine settentrionale dell’Adda, appena sotto S. Pietro di Berbenno, fa sì che si avveri il monito di un proverbio popolare, “Passano gli anni, passando i mesi, ma l’Adda torna ai suoi paesi”: il “fiume nascosto” (questo significa, probabilmente, Abdua, da “abditus”, in latino) mostra tutta la sua forza e riprende possesso dei luoghi nei quali scorreva nei secoli precedenti alla bonifica austriaca.

E lo fa non in punta di piedi, ma trasformando la piana dalla Selvetta ad in un impressionante lago. Ma dire lago sarebbe dire qualcosa di troppo, di troppo poetico: si tratta di una limacciosa palude, con un livello delle acque che in più punti è di diversi metri, dove trovano la morte molti capi di bestiame, anche se, per fortuna, nessuna persona.
L’alba della domenica mattina, il 19 luglio, mostra uno scenario da tregenda. Molti hanno ancora negli occhi quello scenario, molti ce l’hanno, ancor più nelle orecchie: è il rombo angosciante delle pale degli elicotteri, che sembrano solcare il cielo impotenti, ad essere rimasto nelle orecchie. Domenica non piove più, ed alla sera il sole si riaffaccia, prima di tramontare. Quasi beffardo.
Ma almeno è finita, si pensa, con un bilancio pesante, 24 morti ed una prima stima di 1.000-2.000 miliardi di danni (alla fine la stima salirà a 4.000 miliardi), ma è finita. Certo, i problemi per l’immediato non sono pochi: lunedì 20 la ss. 38 dello Stelvio e la  linea ferroviaria sono ancora interrotte, perché le acque del sinistro lago di Ardenno defluiscono lentamente; la media Valtellina è ancora isolata, ma almeno è finita. Si guardano con occhi amari i telegiornali, che hanno trovato di che riempire il loro palinsesto per giorni, ma almeno è finita. Si guardano con occhi gonfi di lacrime le abitazioni alluvionate, lesionate, invase da acqua e detriti; qualcuno pensa che si potrà recuperare qualcosa, lavare, pulire, non sa ancora che quella porcheria invade ogni interstizio, nella forma di un polvere finissima che ritrovi ancora a mesi di distanza, insieme a quel disgustoso odore di muffa, e poi i mobili si gonfiano, tutto è da buttar via. Ma almeno è finita. Inizia, faticosa ma tenace, la ripresa, perché la furia dell'acqua può rovinare le cose, ma non la forza d'animo delle persone.
Gli anni Novanta si aprono, per Ardenno, con lo sfondamento della soglia dei 3000 abitanti (3018 nel 1991, 3122 nel 2001 e 3181 nel 2006).
Purtroppo gli anni a cavallo fra il XX ed il XXI secolo hanno visto nuovamente Ardenno teatro di calamità naturali. Non c'è mai peggio al peggio, come si suol dire. Dopo il 1987 molti, però, pensavano di aver visto il peggio; forse si sono ricreduti, nella primavera del 1998, quando un incendio immane, in un pomeriggio sereno nel quale il cielo è stato apocalitticamente oscurato da una cappa infernale di fumo, ha devastato gran parte del patrimonio boschivo del versante sopra il paese. Molti hanno probabilmente pensato che non avrebbero più visto, prima di morire, quei bei boschi legati ad un patrimonio di ricordi ed emozioni che sta nel profondo del cuore dell'uomo. Al loro posto, oggi, macchie di boscaglia e sterpaglie, un caos nel quale anche i più esperti conoscitori dei luoghi stentano ad orientarsi. Ma nel 1998 non c'era neppure quello: spento l'incendio, è rimasto un manto di terra bruciata ed instabile, essendo venuta meno l'azione stabilizzante delle piante. Un versante ideale (si fa per dire) per l'innesco di eventi di smottamento alluvionale. Alle prime precipitazioni di una certa portata, ecco il disastro annunciato. Nella notte del 26 giugno 1998, intorno alle 4.00, il parroco don Mario Giana, ricevuta una telefonata dal Sindaco Giuseppe Songini, fa suonare le campane della chiesa a distesa per lanciare l'allarme: i torrentelli che scendono dalle vallecole sovrastanti il paese (soprattutto quello della val Venduno e Val Velasca, che confluiscono in località Pesc) hanno moltiplicato paurosamente la portata, trasportando tronchi e grossi massi, sono usciti dall'alveo ed hanno cominciato a correre rovinosamente fra le case del centro del paese. Per diversi giorni, in mancanza di fatti di cronaca più rilevanti, ad Ardenno tocca il triste onore di balzare al primo posto nelle aperture dei telegiornali. Sono giorni di forte apprensione, perché la pioggia torna a scendere ed ora sono i torrenti delle valli Scalini ed Olgello, più ad ovest, a fare la voce grossa. manca all'appello il quinto importante displuvio che confluisce nel centro del paese, la val Valena, la più orientale: il 7 luglio decide che è giunto il suo momento, e scarica anch'essa a valle materiale alluvionale.
In seguito a questi eventi sono stati effettuati lavori volti a mettere in sicurezza il paese nell'eventualità di future precipitazioni imponenti. Questi lavori prevedevano il consolidamento degli argini e la costituzione di sacche di contenimento a monte dell'abitato. Nonostante i lavori, però, nel novembre del 2000 la piazza del paese si è riempita di nuovo di materiale alluvionale: la vallecola sulla cui direttrice si trova proprio la piazza, infatti, era stata incanalata in un condotto sotterraneo, la cui presa, però, poco sopra la stessa, è stato ostruito dal materiale più grossolano, per il il successivo flusso ha raggiunto, appunto, la piazza.
Due anni più tardi, il 26 novembre 2002, tutto sembra ripetersi, in proporzioni però ben maggiori rispetto al 2000: precipitazioni ancora più abbondanti, con conseguenti smottamenti sul versante montuoso, hanno determinato non solo il nuovo riversamento di materiale nella piazza del paese, ma lo sfondamento del muro di contenimento del torrente Velasca, poco sopra la piazza stessa. Il corso del torrente è stato per diverse ore deviato ad ovest, ed ha investito alcune case poste ad ovest dell'alveo. Per limitare ulteriori danni, l'acqua è stata convogliata nel campo sportivo dell'oratorio: l'esito, surreale, è stato lo spettacolo di un bacino riempito da circa 80 centimetri d'acqua limacciosa.
Questi, in sintesi, gli eventi che hanno scandito, nei secoli, la vita di una comunità le cui sorti sono sempre state legate alle alterne vicende ed opportunità legate al versante montuoso, che culmina nello splendido terrazzo dell’Alpe Granda, ed alla piana, sulla quale periodicamente il fiume Adda ha rivendicato un’antichissima signoria.


[torna all'indice di pagina]


Oggi Ardenno è un comune con un territorio di circa 3.181 abitanti (dati Istat del 2005), la cui parte più bassa (stazione ferroviaria) è posta a 266 m. s.l.m. Ha una superficie di 17,01 km quadrati e vi si trovano 64 attività industriali con 276 addetti (45,17% della forza lavoro occupata), 51 attività di servizio con 103 addetti (8,35% della forza lavoro occupata), altre 60 attività di servizio con 163 addetti (16,86% della forza lavoro occupata) e 9 attività amministrative con 109 addetti (9,82% della forza lavoro occupata). I cognomi più diffusi sono, in ordine descrescente, Folini, Fascendini, Boiani, Rossi, Mossini, Innocenti, Salini, Camero, Pedruzzi e Fioroni.
Il confine meridionale descrive, sul suo lato est, una diagonale che lascia fuori la località dei Piani (comune di Buglio in Monte) raggiungendo la strada che si stacca dalla ss. 38 dello Stelvio e porta al ponte sull'Adda di fronte all'abitato di Sirta. Segue questa strada verso sud fino al ponte, poi volge ad ovest seguendo il corso dell'Adda, fino al punto in cui il fiume, poco dopo il punto di confluenza del torrente Masino, piega a sud-ovest. Qui il confine volge a nord, e si ritaglia una piccola fetta del basso versante orientale del Culmine di Dazio, nella quale rientra la frazione di Pilasco. Raggiunto il torrente Masino, lo segue per un lungo tratto, verso nord, passando nei pressi delle località Ponte del Baffo e S. Antonio.
Un km circa prima di Cataeggio lascia il torrente Masino e volge ad est-sud-est, tagliando l'aspro versante orientale della bassa Val Masino e passando più o meno a metà strada fra le località di Ruschedo di Sotto (comune di Val Masino) e Ruschedo di Sopra (comune di Ardenno). A quota 1225 piega a nord-est, salendo fino al limite nord-occidentale dell'alpe Granda, l'unico alpeggio nel territorio comunale di Ardenno. Proseguendo verso est segue il crinale che sale alla cima del pizzo Mercantelli (m. 2070), ma, curiosamente, si ferma appena sotto, all'anticima denominata dei Camosci (è questa, a quota 2060 circa, il punto più alto del territorio comunale). Qui inverte l'andamento e comincia a scendere, in direzione sud-ovest.prima, sud, poi, rimanendo leggermente ad est dell'aspro Fosso del Gaggio. Passa, così, appena ad est del Mulino Vismara e lascia ad est l'ampio terrazzo di Buglio in Monte. Passa, quindi, appena ad ovest del cimitero di S. Agata di Buglio in Monte e comincia a piegare leggermente a sud-est, giungendo al piano appena ad est della frazione Bagnera. Taglia, quindi, in diagonale la piana della Selvetta e l'Adda Vecchia, puntando alla ss. 38. Prima di raggiungerla, però, piega a sud-ovest, lasciando fuori, come già detto, la località dei Piani.


[torna all'indice di pagina]

Un paio di curiosità letterarie, per finire. Ardenno si ritaglia uno spazio, per quanto modesto, nella storia della letteratura italiana del Novecento grazie ad una poesia di salvatore Quasimodo (Nobel per la letteratura nel 1959), qui di seguito riportata.



La dolce collina


Lontani uccelli aperti nella sera
tremano sul fiume. E la pioggia insiste
e il sibilo dei pioppi illuminati
dal vento. Come ogni cosa remota
ritorni nella mente. Il verde lieve
della tua veste è qui fra le piante
arse dai fulmini dove s’innalza
la dolce collina d’Ardenno e s’ode
il nibbio sui ventagli di saggina.

Forse in quel volo a spirali serrate
s’affidava il mio deluso ritorno,
l’asprezza, la vinta pietà cristiana,
e questa pena nuda di dolore.
Hai un fiore di corallo sui capelli.
Ma il tuo viso è un’ombra che non muta;
(cosi fa morte). Dalle scure case
del tuo borgo ascolto l’Adda e la pioggia,
o forse un fremere di passi umani,
fra le tenere canne delle rive.

Salvatore Quasimodo - nuove poesie



Che ebbe a che fare il poeta siciliano con questa sperduta landa retica? Quasimodo fu assunto come geometra al Genio Civile e trasferito nel 1934 a Milano; di qui, un po’ per punizione, venne assegnato per qualche tempo all’ufficio di Sondrio e dimorò anche ad Ardenno. La poesia fa riferimento ad un ricordo femminile legato ad Ardenno. Impossibile sapere chi, difficile capire quale sia esattamente il luogo nel quale il ricordo prende corpo. Un luogo sicuramente vicino al fiume Adda, in vista del Culmine di Dazio (questa è con tutta probabilità la “dolce collina”, così qualificata per il suo aspetto arrotondato). Il resto è legato alla suggestione poetica, che si anima dell’indeterminato e trae vita dall’indefinito.
Di minor spessore poerico, senza dubbio, è il poemetto "La Valtellina", di Giuseppe Napoleone Besta, edito nel 1871 (è stato ristampato nel 1994 a cura del Centro di Cultura Tellina e della Biblioteca Parrocchiale di Isolaccia).
I versi dedicati ad Ardenno ed alla piana della Selvetta meritano, comunque, di essere riportati:
"Pittoresco allo sguardo si presenta
Ardenno a piè del monte. — Verdeggianti
Praterie si distendono ricolme
Di teneri trifogli e rniosoti
Dai petali di cielo, alle giovenche
Caro pasco.
Foltissima d' ontani
Dall'argentea corteccia è la boscaglia
De la Selvetta, che alla destra plaga
Della campagna l'onda risospinge
Dell' Adda minacciosa. —
Ma stupenda
Opra di mille or son poch' anni il corso
Precise all' onde impetuose e i campi
Non paventan la piena; aure men pure
Dagli algosi paduli apportatrici
Di non mature morti, or non effonde
La prosciugata melma e al magro pasto
Di ranocchie e di gamberi, la spica
Del frumento e la pallida pannocchia,
Che un di sui campi colse ove la turca
Semina l'oppio, benedetta mano,
Prezioso alimento ora succede
Al buon cultor che qui dissoda il solco.
I famelici lupi orrida stanza
Vi tenevano un tempo, allor che tutta
Copria neve gelata la campagna
Come copronsi i morti; gli ululati
Delle gole digiune in triste metro
Vagavano per etere solingo,
al festinante agricoltor nel seno
Empian di tema e raccapriccio il core.
Un giorno avvenne che d' umano sangue
Rosseggiò quella neve u' le feroci
Belve il lurido addome saziate
Ululando strisciaro. —
Ma sicuri, compagno moviam, l' ingorde fauci
Or men dolce il cammin ne renderanno.
Il garrulo strillar dei lieti grilli,
Lo stormir delle fronde, a noi flan dolce
Silvatica armonia. Rabido il lupo.
Già da lustri non solca le pianure
Della mia Valtellina.
I precisati Piombi delle rigate carabine
Del cacciatore, le voraci branche
Sterminar di quel mostro e quete ognora
Le notturne tenebre al pellegrino
Oscurano la via."


[torna all'indice di pagina]


BIBLIOGRAFIA
Chi desiderasse trovare ulteriori informazioni sulla storia di Ardenno ed i suoi luoghi, può consultare due belle pubblicazioni: il volumetto "Ardenno- Strade e contrade", dalla cooperativa "L'Involt" di Sondrio e pubblicato per iniziativa dell'Amministrazione comunale, ed il fascicolo "La strada dei Cincett", curato da Adima ed Albertina Della Maddalena e da Renata Mossini per la Biblioteca comunale di Ardenno (Tipografia Polaris, Sondrio, 2000). Sito web: www.comune.ardenno.so.it
INDICAZIONI UTILI
Municipio: Piazza Roma 10; tel.: 0342 660370: fax: 0342 662068; E-mail ACArdenno@provincia.so.it; C.A.P. 23011

APPENDICE LETTERARIA: alcune pagine dal romanzo "Jürg Jenatsch" di Conrad F. Meyer
(clicca qui per aprire il testo)

Copyright:
Massimo Dei Cas
Via Morano, 51 23011 Ardenno (SO)
Tel.: 0342661285 E-mail: m.deicas@tin.it

La riproduzione della pagina o di sue parti è consentita previa indicazione della fonte e dell'autore
(Massimo Dei Cas, www.paesidivaltellina.it)