Punti di partenza ed arrivo |
Tempo necessario |
Dislivello in altezza
in m. |
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti) |
Chiareggio-Alpe Fora-Rifugio Longoni-Rifugio Palù |
7 h |
1000 |
E |
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Ripartiamo, dunque, da Chiareggio (cirècc, cirécc o ciarécc; in un documento del 1544 “gieregio”; in una mappa del 1816 risultava costituito dalla chiesetta di S. Anna, dall’Osteria del Bosco, dal baitone di fronte alla chiesa e da sei piccole costruzioni lungo il Mallero -màler-), per effettuare la quarta
tappa che si configura come una lunga traversata panoramica. Il primo
tratto, da Chiareggio all'alpe Fora, può essere percorso in due
modi diversi.
Il più lungo prevede la salita all'alpe dell'Oro (alp de l'òor, nel 1544 alpis de loro: niente a che vedere con il nobile metallo, ma con la radice che significa "bordo, ciglio su salto o dirupo"; chiamata anche curt de l’òor, in una mappa del 1816 risultava costituita da 22 baite), seguendo la strada
che entra nella valle del Muretto e sale al passo (pas de mürét, l'antico monte dell'Oro). All'alpe si lascia
la strada per imboccare a destra un sentiero che effettua una lunga traversata,
poco sotto la quota 2100, fino all'alpe.
La seconda variante permette di risparmiare un'ora circa di cammino, ed
offre scorsi panoramici non meno affascinanti. Se la scegliamo, dobbiamo
portarci all'ingresso di Chiareggio, dove troviamo le indicazioni della
quarta tappa dell'alta via, che ci fanno imboccare, sulla sinistra, una
strada carrozzabile, la quale, dopo un breve tratto, conduce ad un breve
sentiero mineralogico, dove troviamo gli esempi delle diverse rocce che
caratterizzano il variegato panorama della Valmalenco. Seguendo i segnavia
(che fino all'alpe Fora sono nella maggior parte dei casi bandierine rosso-bianco-rosse,
spesso sovrapposte ai triangoli gialli dell'alta via) e lasciando alle
nostre spalle le case di Corti ("la cùurt", m. 1638; una mappa del 1816 vi segnava 12 fra case e stalle), entriamo poi in un fresco bosco
e, superato il torrente della val Novasco, saliamo, con una lunga diagonale
verso nord-est, fino a raggiungere il limite inferiore dell'alpe Fora (alp de fura de fö),
sul lato occidentale della val Forasco ("furàsch"; alpeggio assai importante, che, da una mappa del 1816, risultava costituito 27 baite complessive).
All'uscita
dal bosco si impongono subito alla nostra attenzione due cime, il pizzo
Tremoggia (m. 3441) ed il pizzo Malenco (m. 3438). Il primo è di
grande interesse, in quanto presenta la particolarità di essere
rivestito di roccia dolomitica. Alla sua sinistra si trova, su una ben
visibile depressione del crinale, il passo di Tremoggia (buchèta o pas di tremögi, m. 3014), al
quale si sale abbastanza facilmente dal rifugio Longoni. Non meno interessante
è il panorama che ci si offre sul lato opposto, cioè verso
sud-ovest: qui è la parete nord del monte Disgrazia ad imporsi,
ma, a differenza di quanto accade durante la terza tappa, qui il suo volto
appare meno selvaggio e più armonioso e simmetrico. Il sentiero
risale i prati inferiori dell'alpe e, dopo un ultimo ripido tratto, guadagna
il pianoro che prelude alla conca dell'alpe. Superato un torrentello,
raggiungiamo la conca dell'alpe Fora, a 2053 metri, che si configura come
un grande e splendido terrazzo, impreziosito da un piccolo specchio d'acqua,
nel quale si specchiano il monte Disgrazia e l'intera testata della val
Sissone (val de sisùm). Il laghetto viene chiamato localmente "laghèt" o "làch (lèch) di ciàz"; invece della corretta trasposizione in italiano di "lago dei Piazzi", si trova in alcuni testi, lago Rosso o lago di Zocca.
Fa piacere, in questo luogo gentile, sostare per passare in
rassegna le cime che abbiamo incontrato pių da vicino durante la terza
tappa. L'alpe č chiusa, a monte, da alcune cascate, che scendono dagli
scuri gradoni rocciosi.
L'alta
via prosegue verso sud-est: attraversata l'alpe, dobbiamo superare, con
una salita non severa, una fascia di lisce rocce, prima di raggiungere
un trivio: i cartelli ci indicano che scendendo a destra raggiungiamo
la strada per San Giuseppe (san giüsèf o giüsèp), salendo a sinistra ci dirigiamo verso il passo
di Tremoggia. Noi, però, proseguiamo diritti, raggiungendo, dopo
pochi minuti, la bandiera italiana, che precede di poco il rifugio Longoni.
Il rifugio è posto a 2450 metri, su un terrazzo roccioso panoramico
dal quale si domina l'alta Valmalenco (val del màler) e si gode di un'ottima visuale sulla
parete nord del monte Disgrazia e sulla testata della val Sissone. Siamo
al punto più alto della tappa, ed a circa metà del percorso,
per cui una sosta è quanto mai opportuna. Ritemprate le energie,
torniamo al trivio e scendiamo verso sud-est, seguendo un sentiero che,
ben presto, attraversa un bel boschetto di pini mughi, prima di congiungersi
con la strada sterrata che dai Prati della Costa, sopra san Giuseppe,
sale verso l'ex rifugio Entova-Scerscen.
Raggiunta
la strada, seguiamo la segnalazione per il rifugio Palù (che lo
indica a 4 ore di cammino) e proseguiamo in leggera salita, verso nord-est,
finché, dopo aver attraversato un torrentello, in corrispondenza
di un tornante sinistrorso, troviamo l'indicazione della deviazione a
destra che ci fa staccare dalla strada per effettuare una lunga traversata
verso sud-est. Il primo tratto di questa traversata è piuttosto
faticoso, perché dobbiamo superare una fascia di grandi massi;
le segnalazioni sono però veramente abbondanti, per cui non possiamo
perderci. Dopo aver attraversato il torrente Entovasco (éntuàsch), iniziamo a salire
gradualmente, trovando ogni tanto una traccia di sentiero, alternata a
tratti in cui sono ancora i massi a farla da padrone.
Ai tratti in salita
si succedono anche brevi discese, in uno scenario solitario e selvaggio.
Verso nord est la montagna mostra un volto arcigno e quasi scorbutico,
costituito da speroni rocciosi e grandi ammassi di sfasciumi. Si distingue
facilmente uno sperone più avanzato rispetto agli altri, denominato
il Castello (castèl).
Questo sperone è legato ad un'interessante leggenda, che riportiamo nella versione contenuta nell'opera di Eermanno sagliani "Tutto Valmalenco" (Edizioni Press, Milano): "I pastori dell'alpe Sasso Nero, sanno di non avvicinarsi soli di notte allo spuntone roccioso di forme turrite detto il Castello. Potrebbero cadere improvvisamente delle pietre e colpirli.
Ai tempi delle calate barbariche delle orde Ungare, un soldato disertore, fuggendo, risalì la valle. Giunto all'alpe Sasso Nero, dove Cristina, giovane pastorella era intenta alle sue pecore, egli la ghermì e la portò seco sul Castello. Quando Antonio, suo promesso sposo, seppe la sventura della fanciulla, aiutato dai contadini, cautamente, di notte, diede assalto al Castello. Sorpreso nel sonno il barbaro fu incatenato e lassù morì di stenti. Cristina, liberata, tornò felice al suo amato.
Nelle cupe notti di maltempo l'inquieto spirito del barbaro imprigionato sullo spuntone roccioso si vendica facendo rotolare pietre su chi per avventura passasse da quello che ancor oggi è chiamato il Castello."
Attenzione, dunque, a quel che accade a monte del sentiero: se avvertiamo rumori sospetti, potrebbero essere i massi scagliati dal bieco guerriero. Oltrepassato
lo sperone, si raggiunge l'alpe Sasso Nero (alp de sas négru, abbandonata, m. 2304), posta ai piedi del
grande fianco sud-occidentale del Sasso Nero (umèt, m. 2919). Ad una discesa
che ci permette di superare un valloncello segue una nuova, faticosa ma
ultima risalita, che ci fa guadagnare di nuovo una quota di poco superiore
ai 2300 metri, su un piccolo terrazzo dal quale, finalmente, si mostra
lo scenario più gentile dell'alpe e del lago Palù (anticamente chiamato semplicemente ‘l làach o lèèch, oggi làach o lèèch di palö) .
A questo punto il sentiero piega a destra (sud-est) e scende deciso in
un bosco di pini mughi. Ai pini mughi si sostituiscono gradualmente gli
abeti, mentre il sentiero piega leggermente a destra. Lo scampanio delle
mucche (se percorriamo l'alta via nel periodo estivo) sembra un ritorno
alla vita dopo una traversata del deserto. Ecco infatti, al termine della
discesa, l'alpe Roggione (m. 2007), dalle cui belle baite scendiamo verso
destra, raggiungendo, in breve, il rifugio Palù ('l rifùgiu).
Il rifugio è
posto a 1947 metri, e costituisce il punto d'appoggio per il pernottamento:
la quarta tappa, infatti, dopo circa sette ore di cammino ed un dislivello
in salita effettivo di circa 1000 metri, termina qui. In attesa del tramonto
non possiamo però mancare di scendere sulle rive del bellissimo
lago Palù (m. 1921), originato dallo sbarramento creato da una paleofrana. Il lago, a causa di infiltrazioni, è molto ridotto rispetto alle dimensioni passate: ai tempi di Melchiorre Gioia (1767-1829) lo sviluppo della riva era triplo, ed era necessaria un'ora e mezza per percorrerlo interamente. Era, inoltre, assai più pescoso, tanto da consentire a diverse famiglie di vivere praticando l'attività della pesca. Qui, se non c'è troppa gente, spira
un senso di pace e di armonia che pervade nel profondo.
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