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Punti di partenza ed arrivo |
Tempo necessario |
Dislivello in altezza
in m. |
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti) |
Rifugi Gerli-Porro e Ventina-Alpe Forbesina-Alpe Laresin-Val Sissone-Passo della Corna di Sissone di Dentro-Rifugio Del Grande-Camerini-Alpi Vazzeda superiore ed inferiore-Chiareggio |
7h |
1020 |
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La terza tappa, insieme
alla quinta, è quella che riserva le maggiori emozioni, perché
gli scenari che apre improvvisamente al nostro sguardo sono semplicemente
grandiosi, e mettono in seria difficoltà il povero cronista, che
fatica non poco a trovare aggettivi adeguati ad evocarne l'impatto di
forte suggestione visiva. Partiamo dai rifugi Gerli-Porro e Ventina (o,
se abbiamo preferito scendere in paese, da Chiareggio). Scendendo dai
rifugi, troviamo, dopo un breve tratto, un tornante sinistrorso, seguito
subito da uno destrorso. Fra i due tornanti è facilmente individuabile
un sentiero che si stacca sulla sinistra dal tratturo. Una scritta su
un masso ci indica che si tratta del sentiero che porta all'alpe Forbesina (o Forbicina). Il sentiero scende verso il fondovalle e ne percorre il
lato destro. Ad un certo punto si può seguire una deviazione a
sinistra, che varca il torrente Ventina e si addentra nel primo tratto
del lato sud-orientale della Val Sissone (val de sisùm), fino ad un ponte sul ramo del
torrente Màllero che scende dalla valle, ponte che ci permette
di passare sul lato opposto, proseguendo nel percorso dell'alta via. E'
però preferibile ignorare la deviazione e proseguire fino all'alpe
Forbesina (m. 1640), che si raggiunge valicato il Màllero, per
poi dirigersi a sinistra, verso l'interno della valle, sul suo lato nord-occidentale.
Ignorata la deviazione a destra per il rifugio Tartaglione-Crispo (sentiero
che permette anche, per una via più breve rispetto all'alta via,
di raggiungere il rifugio Del Grande-Camerini), raggiungiamo così
la bucolica alpe Laresin (m. 1710).
Ignorata
anche la deviazione che sale a destra nel bosco alla volta dell'alpe Sissone (sisùm de fò),
seguiamo gli ormai famigliari triangoli gialli, il cui tracciato, su un
terreno spesso faticoso perché disseminato di massi, si addentra
nella valle, lasciandosi alle spalle gli ultimi radi larici. Superiamo
così una pronunciata gola rocciosa, ben visibile alla nostra destra.
Diritte davanti ai nostri occhi sono invece facilmente riconoscibili le
tre cime di Chiareggio, e precisamente, da sinistra, la cima meridionale
(m. 3093, immediatamente a destra del passo di Mello (buchèl de san martìn - o martìgn -), fra val Sissone
e val Cameraccio), la cima centrale (m. 3107) e la cima settentrionale
(m. 3203). Quest'ultima, conosciuta anche come punta Baroni, non è
soltanto la più elevata, ma anche senz'altro la più elegante,
con il suo vertice conico dalle forme possenti ed armoniose e con il singolare
e pronunciato spigolo orientale. La cima è dedicata alla memoria
della guida alpina bergamasca Antonio Baroni, che proprio su queste montagne,
alla fine dell'ottocento, ebbe modo di dimostrare tutto il suo valore.
Ma non distraiamoci: non dobbiamo, infatti, perdere d'occhio i segnavia,
perché ad un certo punto il tracciato devia a destra e risale il
fianco della valle, seguendo una traccia molto incerta fra magri pascoli.
Raggiungiamo così un piccolo pianoro e ci troviamo di fronte ad
una cascata di portata limitata ma dal salto considerevole. Attraversato
il torrentello, riprendiamo la salita, che si fa sempre più
ripida, mettendo a dura prova muscoli e polmoni. Guadagnato un secondo
ripiano (o meglio, il più dolce declivio terminale del fianco della
valle), ci troviamo di fronte ad uno spettacolo che ci ripaga ampiamente
della fatica: le cime di Rosso (m. 3366, a sinistra nella foto sopra)
e di Vazzeda (m. 3301) chiudono, con la loro muraglia rocciosa, il lato
nord-occidentale della valle. Si tratta di cime che si pongono sul limite
orientale del gruppo Masino-Bregaglia. Il colore più chiaro della
cima di Vazzeda è dovuto alla sua situazione singolare per cui
(caso unico nel gruppo montuoso) alle rocce granitiche si sono sovrapposte
rocce sedimentarie. Non è questo, peraltro, l'unico motivo di interesse
mineralogico della val Sissone, che è una sorta di Eldorado per
gli appassionati di mineralogia, che hanno potuto trovarvi, in decenni
di ricerche fra la massa sterminata dei sassi, reperti mineralogici rari
e pregiati. Se poi volgiamo lo sguardo a sinistra, vediamo che a nord-ovest
della punta Baroni è apparso allo sguardo il monte Sissone (corgn de sisùm, chiamato anche piz sisùm e, dai contrabbandieri, “el catapìz”, m.
3330), dietro un lungo crinale morenico che ricorda quello della valle
di Preda Rossa.
Ma lo spettacolo destinato ad imprimersi con maggior forza nella memoria
è senza dubbio quello che ci riserva il fianco meridionale della
valle, dove si dispiega di fronte ai nostri occhi i tormentato e selvaggio
scenario della vedretta settentrionale del monte Disgrazia (m. 3678: védrècia de la desgràcia, o vedrèscia de la desgràcia),
segnata da grandi seracchi e crepacci. Quando i primi alpinisti inglesi
vennero per conquistare la montagna da questo lato, si sentirono dire,
dalla gente del posto, dopo la caduta fragorosa di qualche seracco a valle:
desgiàscia, cioè si scioglie; questa è la più
probabile spiegazione dell'origine del nome del monte, visto che la storia
della sua conquista non è segnata da particolari eventi luttuosi.
Ma è tempo di riprendere il cammino: ora la traccia piega a destra,
salendo gradualmente e superando un grosso e caratteristico masso biancastro.
Oltrepassati alcuni valloncelli, puntiamo in direzione del crinale roccioso
che scende dal fianco sud-orientale della cima di Vazzeda. Il sentiero
raggiunge una ben visibile spaccatura nella roccia: si tratta del Passo
della Corna di Sissone di dentro (m. 2438), che permette di passare dall'alpe
Sissone di dentro all'alpe Sissone. Attraverso lo stretto intaglio della
porta possiamo intravedere alcune delle grandi cime della testata della
Valmalenco, e precisamente il Sasso d’Entova (sasa d’éntua, m. 3329), il pizzo Malenco (m.
3438) ed il pizzo delle Tre Mogge (piz di tremögi, m. 3441; le tre vette, nel loro insieme, erano chiamate, localmente, “tremögi”; la denominazione distinta deriva da un interesse alpinistico). Lo sguardo si apre quindi all'ampio
circo terminale dell'alpe Sissone, dominato ancora, a sinistra, dalla
cima di Vazzeda.
La discesa all'alpe è facile e sfrutta, nel primo tratto, un bel
sentiero scalinato. Poi ci tocca una nuova traversata sostanzialmente
pianeggiante, finché giungiamo al punto (m. 2290) in cui l'alta
via intercetta il sentiero che sale direttamente dall'alpe Laresin all'alpe
Sissone (segnavia rosso-bianco-rossi). Ora il sentiero piega a sinistra,
salendo ripido alla costiera ("i curnèli") che separa l'alpe Sissone dall'ampio terrazzo
che si trova sotto la piccola vedretta di Vazzeda. Raggiunta la base del
crinale roccioso, dobbiamo superarlo con qualche semplice passo di arrampicata.
L'ultimo
passaggio (chiamato "buchèlìgn") richiede per la verità molta cautela e concentrazione,
soprattutto se la roccia è bagnata: per fortuna è stato
recentemente attrezzato con corde fisse. Sormontate le roccette del crinale,
appare a sinistra la bandiera italiana, che preannuncia la presenza di
un rifugio. Dobbiamo risalire per qualche decina di metri prima di raggiungerlo:
si tratta del rifugio Del Grande-Camerini (m. 2580), che, lasciato per
diverso tempo in condizioni di abbandono, è stato di recente riaperto,
grazie all'iniziativa del CAI di Sovico (http://digilander.iol.it/caisovico;
caisovico@libero.it; tel.: 0342 556010).
Dal rifugio si domina l'alta Valmalenco, da San Giuseppe (san giüsèf o giüsèp) a Chiareggio.
Lo sguardo, a sinistra, è attirato dalla bella piramide del monte
del Forno (m. 3214), alla cui sinistra è collocata la sella del
Forno (m. 2775; “buchèl bas”, in passato, “la buchèta”, “buchèta del fùren” o “buchèta del fórn”, più recentemente), che permette di scendere, sul versante svizzero, alla
Vedretta del Forno, raggiungendo, in breve, il rifugio del Forno, del
Club Alpino Svizzero.
L'ultimo tratto di questa terza tappa è interamente in discesa:
seguendo infatti le indicazioni poste su un grande masso poco sotto il
rifugio, seguiamo nel primo tratto la direzione che punta direttamente
al fondovalle, per poi piegare a sinistra e, ignorata la deviazione a
destra che scende direttamente al rifugio Tartaglione-Crispo (segnavia
bianco-rossi; attenzione a seguirli per non perdersi
nel bosco), iniziare una lunga diagonale che, superati alcuni valloncelli,
conduce al limite superiore di un bel bosco di larici, dove il sentiero
piega a destra (est). L'ulteriore discesa nel bosco ci permette di raggiunge
il limite superiore dell'alpe Vazzeda superiore (alp vazzéda òlta, m. 2033, con dieci baite - erano 14 nel 1816), dove al sentiero
dell'alta via si congiunge quello che scende dalla sella del Forno (segnavia
bianco-azzurri). Attraversata l'alpe e raggiunto il suo limite inferiore,
scendiamo attraverso un largo corridoio, in direzione all'alpe Vazzeda
inferiore (alp vazzéda bàsa, la più grande dell'alta Valmalenco - nel 1816 aveva 26 baite, 36 con l'alpe superiore - m. 1832).
Attraversata anche quest'alpe, riprendiamo il sentiero che, nel suo limite
inferiore, riparte tagliando decisamente a destra e raggiungendo in breve
un torrentello, superato il quale su un ponticello di troviamo ad un bivio.
Proseguendo a destra raggiungiamo il rifugio Tartaglione-Crispo, dove
possiamo pernottare. Scendendo invece a sinistra ci ritroviamo al ponte
sul Màllero, varcato il quale percorriamo la bella pineta del Pian
del Lupo (cattiva trasposizione in italiano di cià lla lòp, o ciàn de la lòp, vale a dire il piano della loppa, o lolla, materiale di scarto derivato dalla cottura del ferro: niente a che fare con i lupi, dunque!), su una comoda strada sterrata che ci porta al grande parcheggio
di Chiareggio.
E proprio da Chiareggio (cirècc, cirécc o ciarécc; in un documento del 1544 “gieregio”; in una mappa del 1816 risultava costituito dalla chiesetta di S. Anna, dall’Osteria del Bosco, dal baitone di fronte alla chiesa e da sei piccole costruzioni lungo il Mallero -màler-), dove possiamo pernottare, gettiamo un'ultima
occhiata alle cime che abbiamo potuto ammirare da vicino, cioè
la parete nord del Disgrazia, le cime di Chiareggio, il monte Sissone
e le cime di Rosso e di Vazzeda.
La terza tappa richiede circa 7 ore; il dislivello effettivamente superato
in salita è di poco più di 1000 metri.
Per proseguire in questo viaggio virtuale, apri la presentazione della
quarta giornata.
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