Punti di partenza ed arrivo |
Tempo necessario |
Dislivello in altezza
in m. |
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti) |
Rif. Bosio-Alpi Giumellino, Pirlo, Pradaccio- Vallone di Sassersa-Val Sassersa-Val Ventina- Rifugi Ventina e Gerli Porro |
8 h |
700 |
E |
Accendi le casse per ascoltare un mio brano ispirato a questi luoghi
La piana dell'alta
val Torreggio è caratterizzata dalla presenza di alcuni grandi
massi, fra i quali il Torreggio scorre placidamente. Sul fondo della valle,
là dove inizia la più aspra e sassosa val Airale, sono invece
i severi Corni Bruciati a connotare il paesaggio. Da qui parte la seconda
tappa, e da qui in poi l'alta via, fino a tutta la settima tappa, cioè
fino al rifugio Cristina, coincide con il Sentiero Italia Lombardia nord,
che scende alla Bosio dal passo di Corna Rossa.
La seconda giornata comincia, dunque, dal rifugio Bosio, lasciato il quale
varchiamo il torrente Torreggio su un bel ponte, posato dai cacciatori
nel 2000. Ci ritroviamo così sul lato sinistro della valle, dove
partono tre sentieri: uno si dirige ad ovest, verso la val Airale ed il
passo di Corna Rossa, che permette di scendere in Valle di Preda Rossa (Val Masino). Un secondo prende la direzione opposta e conduce, dopo una
lunga traversata sul fianco sinistro della valle, all'alpe Lago di Chiesa (làch o lèch de sgésa, pianoro e maggengo nella zona dove ancora nel settecento si trovava un lago),
dalla quale una comoda carrozzabile scende a Chiesa in Valmalenco. L'alta
via della Valmalenco segue però un terzo tracciato che, in corrispondenza
dell'alpe Airale (m. 2097), comincia a salire gradualmente sul fianco
montuoso, in direzione est-nord-est, per poi assumere un andamento pianeggiante
e scendere ai 2077 metri dell'alpe Mastabia, posta su un bel dosso panoramico.
All'alpe sale anche un sentiero che proviene dall'alpe Lago.
Proseguiamo sul fianco occidentale della Valmalenco, alternando tratti
nel bosco ad altri in cui si attraversano corpi franosi e pascoli. Superate
alcune cave di talco abbandonate, scendiamo di oltre duecento metri, raggiungendo
il filo di un largo dosso, che ci introduce all'alpe Giumellino (giümelìn o giümelìgn; in realtà si tratta di un maggengo, che nel 1816 contava 5 baite; m. 1756).
La discesa prosegue nel bosco, piegando però verso destra (est
ed est-nord-est) ed oltrepassando alcune cave di pietra ollare.
Raggiungiamo così i 1619 metri dell'alpe Pirlo (pérlu o pìrlu), dove si trova un
microlaghetto-sorgente, in un ambiente bucolico. Dopo un tratto in leggera
salita, che conduce all'alpe Prato (m. 1629), ricominciamo a salire nel
bosco, con una diagonale verso destra che ci porta ad intercettare il
sentiero che proviene da Primolo ("prémul", sopra Chiesa Valmalenco - "sgésa") e sale, da
destra, all'alpe Pradaccio (m. 1720). L'alpe Pradaccio è un luogo
ideale per una sosta, quanto mai opportuna, visto che ci attende la faticosa
salita del grande vallone di Sassersa, che si presenta imponente di fronte
al nostro sguardo. Abbiamo percorso un lungo tratto, ma, probabilmente
con un po' di disappunto, dobbiamo constatare di non aver guadagnato quota,
ed anzi di avere perso più di 350 metri rispetto al punto di partenza.
I prati dell’alpe Pradaccio si stendono su un ampio pianoro, circondato
da un selvaggio versante montuoso, occupato, sulla sinistra, da una massa
sterminata di sfasciumi, sormontati dalle rocce frastagliate della cresta
di Primolo. Ciò che maggiormente colpisce, però, è
il canalone che scende all’alpe più a sinistra, anch’esso
in gran parte occupato da sfasciumi. Si tratta del vallone di Sassersa,
che sfrutteremo per salire ai laghetti.
Il terreno sembra, da qui, piuttosto difficoltoso, ma in realtà
un buon sentiero renderà la salita meno ostica (anche se la pendenza
non darà respiro). All’ingresso dell’alpe ci accoglie
un cartello dell’Alta Via della Valmalenco che dà i laghetti
di Sassersa (laghèt de sasèrsa, o de sasàrsa) a due ore (e ci vogliono tutte), il passo Ventina (pas de la venténa) a 3 ore
e l’alpe Ventina (alp de la venténa; nel 1544: alpis de leventina) a 4 ore e 30 minuti. Poco più avanti, un
secondo cartella segnala la deviazione a destra (che ignoriamo) per l’alpe
Braccia, dalla quale si può ridiscendere a Primolo (si tratta del
sentiero che abbiamo incontrato ed ignorato percorrendo la pista sterrata
oltre il parcheggio di Primolo). Un secondo cartello, che segnala il sentiero
numerato 301 (il nostro), dà il laghetti ad un’ora e 50 minuti,
il passo Ventina a 2 ore e 50 minuti e Chiareggio a 5 ore e 10 minuti.
Proseguiamo sul sentiero che corre alle spalle delle tre baite dell’alpe,
attraversando poi una macchia di pini mughi, in direzione del vallone
(nord).
Superata una radura ed una nuova macchia, eccoci al punto in cui inizia
la salita vera e propria. Un invito eloquente, scritto a grandi caratteri
su un masso (“Forza!”) ci fa capire ci stiamo infilando nella
parte più faticosa dell’escursione. Il sentiero, con fondo
sempre buono, sale, zigzagando, fra i pini mughi, che ci fanno simpatica
compagnia, portandosi a ridosso del fianco roccioso di destra (per noi)
del vallone, dove alcune formazioni rocciose con placche nerastre sembrano
osservarci meno amichevolmente. I segnavia sono assai abbondanti, e di
diverso tipo: triangoli gialli, bandierine bianco-rosse e rosso-bianco-rosse.
A quota 1960 metri, troviamo, proprio in mezzo al sentiero, una sorta
di sasso della memoria, sul quale diverse persone hanno inciso qualcosa
che vorrebbe essere una traccia del loro passaggio.
È, questo, anche un punto di svolta, perché il sentiero
piega leggermente a sinistra e cominciamo ad incontrare le prime fasce
di massi (fra le quali, comunque, la traccia di districa sempre elegantemente).
Lasciamo, quindi, i roccioni del fianco destro del vallone e ci portiamo
verso il suo centro. In questa sezione intercettiamo un sentiero che ci
raggiunge da sinistra: si tratta di una variante più diretta della
seconda tappa dell’Alta Via, che giunge qui dall’alpe Giumellini
(o Giumellino). Ne possiamo seguire visivamente il percorso: scende, sulla
nostra sinistra, nel vallone da un promontorio boscoso ed effettua una
diagonale fra i massi,
fino al punto nel quale siamo.
Raggiungiamo, dunque, il centro del vallone, dove sentiamo il torrentello
scorrere sotto i grandi massi (lo vedremo solo più in alto), e,
lasciandolo alla nostra sinistra, riprendiamo a salire, zig-zagando fra
qualche raro lembo di pascolo, terriccio e sassi. Dopo esserci avvicinati
ad una nuova macchia di pini mughi, sulla nostra destra, pieghiamo ancora
a sinistra e, a quota 2060, raggiungiamo il centro del vallone, scavalcando
il corso d’acqua (che qui si vede) e portandoci sul lato opposto
(sinistro), dove la salita riprende. La soglia terminale del vallone sembra
ormai lì, a portata di mano, ma, quando, dopo aver versato copiose
gocce di sudore, la raggiungiamo, a quota 2180, ci accorgiamo che non
è così: c’è da attraversare, ancora, un largo
corridoio, che si va gradualmente restringendo fino ad una porta finale.
Unica consolazione: la pendenza si fa meno severa. Raggiungiamo quasi
subito una modesta pianetta, a quota 2200, luogo ideale per una sosta:
alla nostra destra gorgoglia il torrente Secchione (ciciùu; in un documento del sec. XVI: prope flumine sigioni), al quale possiamo rinfrescarci,
se la calura infierisce. Nella sosta, guardiamo alle nostre spalle, in
direzione est: distingueremo, dietro il versante che separa la media Valmalenco
dalla Val di Togno, da sinistra, il pizzo Scalino, la punta Painale, la
vetta di Ron ed il monte Calighè.
Il sentiero piega, ora, decisamente a sinistra, in corrispondenza di un
grande ometto e di un ricovero ricavato sotto un enorme masso. A proposito
di ricovero: teniamo presente che questi luoghi ne offrono ben pochi,
e sono anche battuti da fulmini, per cui è assai imprudente avventurarsi
in escursioni quando le previsioni meteorologiche non assicurano tempo
stabile. Il sentiero guadagna quota sul fianco sinistro del vallone, portandosi,
a quota 2270 metri, a ridosso delle formazioni rocciose che lo delimitano
(dove troviamo anche la scritta “Al passo poi… c.na Porro),
prima di puntare alla sua soglia terminale. Qui appare, all’improvviso,
il severo, corrugato e slanciato profilo del pizzo Rachele (m. 2998),
sdegnato ed imbronciato, parrebbe, forse per quei due soli metri che lo
tengono al di sotto della soglia dei Tremila, o per quel nome femminile,
attribuitogli dai primi scalatori che pensarono a qualche gentildonna
loro cara, nome che mal si adatta al suo corrucciato aspetto. Alla sua
sinistra, la cima quotata 2923.
Varchiamo la soglia. Il più basso dei laghetti di Sassersa (m.
2368) non si vede ancora, ma è questione di poco: la traccia piega
leggermente a sinistra, evitando i massi più ostici, e ci porta,
in breve, proprio alla sua riva orientale. Non fermiamoci qui: seguiamo
i segnavia che passano a destra del laghetto e guadagniamo un po’
di quota, per poterlo osservare nella sua interezza. Se la giornata è
buona, ci regalerà uno splendido sorriso di un blu intenso, con
un singolare effetto di contrasto rispetto all’atmosfera complessiva
della Val Sassersa (val de sasèrsa), che ha nel suo stesso nome il carattere inquietante
di un luogo misterioso, legato forse a qualche espiazione tremenda. Sassersa,
da sasso arso: qui è un trionfo delle tonalità rossastre,
color ocra, mattone, ruggine. Come se un antichissimo incendio fosse divampato,
bruciando e sbriciolando in una miriade di massi i versanti rocciosi.
Ma le cose non sono così semplici. Il fuoco non è solo divampato,
ma ha dovuto anche combattere una sua battaglia, contro un nemico segreto.
Non ovunque ha vinto. Il versante che chiude l’orizzonte alla nostra
sinistra (sud), infatti, si sottrae al dominio cromatico delle rocce ad
ovest e a nord. Uno sguardo alla carta, e ci accorgiamo che questo versante
ospita, a sinistra del pizzo Giumellino (m. 3094), il monte dell’Amianto
(crestùn de giümelìn, m.2959): ecco spiegato il mistero della lotta che il fuoco stesso ha
dovuto ingaggiare, contro un nemico invincibile.
Vale
la pena, ora, di effettuare un fuori-programma che richiede non più
di trenta minuti, ampiamente ripagati dagli scenari spettacolari che ci
propone. Lasciamo, quindi, il percorso dell’Alta Via, che punta
al passo ventina (m. 2675), già ben visibile, dal laghetto, guardando
verso nord-ovest (si tratta di una marcata, per quanto breve, depressione,
riconoscibile per il gendarme di roccia che la presidia alla sua destra).
Lo lasciamo per andare a scovare gli altri due laghetti di Sassersa. Si
tratta, infatti, di un sistema di tre laghetti di origine glaciale, con
disposizione a rosario (il più basso riceve le acque del più
alto).
Prima di visitare il laghetto medio e quello superiore, vediamo di capire
come si sono formati. Tutto iniziò nell’era quaternaria,
cioè nell’ultima era geologica, iniziata forse 1.800.000
di anni fa. Iniziò con una grande glaciazione, che coinvolse tutta
la catena alpina. Il ghiaccio ricopriva ogni cosa, fino ad una quota superiore
ai 2.500 metri, ed i ghiacciai si estendevano fino alla Brianza. Immaginiamo
lo scenario spettrale: una coltre bianca ed immobile, dalla quale emergevano,
come grandi isolotti di roccia, le cime medio-alte della valle, formando
una sorta di arcipelago frastagliato, un dedalo di percorsi fra ghiaccio
e roccia. L’azione di questo enorme ghiacciaio, lenta, inesorabile,
scandita da ritmi difficilmente immaginabili, nell’arco di migliaia
di anni, cominciò a modellare le rocce sottostanti, scavando e
levigando. Fu un’azione che si esercitò in quattro grandi
momenti: tante furono, infatti, le successive glaciazioni (la quarta ebbe
inizio 40.000 anni fa), prima dell’ultimo e definitivo ritiro dei
ghiacci. Ritiro che lasciò, in alcune conche scavate dai ghiacciai,
buona parte dei laghetti alpini di quota medio-alta.
Possiamo, ora, incamminarci verso gli altri due laghetti. Il cammino sarà
breve e facile. Seguiamo, per un brevissimo tratto, l’Alta
Via, fino al masso che segnala il bivio: proseguendo diritti si va al
passo di Ventina (pas de la venténa), piegando a sinistra si va ai laghetti di Sassersa. Prendiamo,
dunque, a sinistra (direzione sud), restando sempre poco alti rispetto
al primo laghetto e seguendo qualche raro bollo rosso (se non li vediamo,
possiamo anche procedere a vista, senza particolari problemi). Ora siamo
soli: gli escursionisti che percorrono l’Alta Via, non rari, nel
cuore della stagione, non ci seguono. In pochi minuti, descrivendo un
breve arco, raggiungiamo le formazioni rocciose che separano la conca
del lago più basso da quella del lago di mezzo (m. 2391). Questo
appare, d’improvviso, e ci lascia senza fiato. Il luogo è
quasi surreale. La sponda opposta, in particolare (quella di sud-ovest),
è occupata da una formazione di rocce levigate, solcata da una
serie di incisioni bizzarre, che danno l’impressione di una scritta
nei caratteri di un alfabeto sconosciuto. Le acque del lago replicano
quella scritta, con un effetto di grande suggestione. Camminiamo ancora
un po’, percorrendo parte della riva sinistra del lago, e portandoci
qualche metro più in alto, per vederlo nella sua forma complessiva.
Se il sole lascerà cadere i suoi raggi su questo luogo, accadrà
qualcosa di veramente singolare. Le acque sembrano scomparire, lasciando
il posto ad uno specchio nel quale si immergono, in un bagno di luce,
i massi del versante montuoso che ci sta di fronte (che scende, verso
est, dal pizzo Rachele). L’alto ed il basso si richiamano, dall’alto
la roccia sembra scendere ad immergersi e dal basso una roccia rinnovata
dalla luce sembra risalire al respiro della solitudine. Sublime.
Ma un laghetto manca all’appello, quello superiore (m. 2400). Se
ne sta, nascosto, dietro il bastione di rocce arrotondate sulle quali
è scolpita l’enigmatica scritta. Forse perché è
il meno accattivante. Ma andiamo a vederlo. Bastano pochi minuti di cammino:
percorriamo la riva sinistra del lago di mezzo, poi cominciamo a salire,
sempre verso sinistra. Ci affacciamo alla conca superiore, che ospita
il laghetto, di forma circolare. Se il sole lo bacia, ci regala un sorriso
di un azzurro intenso. Altrimenti se ne rimane corrucciato, stretto contro
il fianco della montagna.
Torniamo, ora, sui nostri passi, e rientriamo sul percorso dell'Alta Via. Prima di proseguire nel cammino, però, ascoltiamo questa leggenda legata ai laghetti di Sassersa: ce la racconta Ermanno Sagliani, nell'opera "Tutto Valmalenco (Edizioni Press, Milano):
"Due giovani fratelli, Giacomo e Giuseppe, pastori negli alpeggi soprastanti Primolo, si erano invaghiti di Alina, graziosa e capricciosa figlia di un notabile malenco. Spesso la fanciulla crudele si scherniva di loro e li sottoponeva ad umilianti prove d'amore, non decidendosi mai né per l'uno né per l'altro.
Un giorno finalmente disse che avrebbe sposato il più coraggioso, colui cioè che fosse riuscito a raggiungere l'alta vetta d'una cuspide di roccia e ghiaccio dell'alta Val Sassersa, forse il Pizzo Cassandra.
I due giovani competitori partirono per la montagna con cuore intrepido e pieno di speranza; ma non fecero più ritorno.
Le ore, i giorni trascorsero nell'attesa e Alina, presa da rimorso, decise di andar loro incontro. Risalì il faticoso vallone di Sassersa e, giunta stremata all'alto circo della valle dov'è ora il primo laghetto, chiamò invano i due giovani. Pentita del suo crudele capriccio pianse amare lacrime.
Proseguì il cammino, poco più in alto, e qui, dopo aver invocato nuovamente e vanamente, s'abbandonò ancora ad un pianto disperato.
Salì ancora, oltre una balza, e ormai senza lacrime, singhiozzò e cadde sfinita dal dolore.
Da quel giorno, nei luoghi del pianto di Alina, rimasero tre laghetti: i laghetti di Sassersa. ll primo, nero come il lutto; il secondo, verde come gli occhi di Alina e il più grande per via delle abbondanti lacrime; il terzo, piccolo e azzurro come il cielo che accolse il pentimento della fanciulla. Davanti il Pizzo Cassandra, dove perirono Giacomo e Giuseppe, sorse una cima a due punte, detta dai contadini malenchi i Gemellini, oggi Pizzo Giumellino. Le montagne, circostanti presero un color rossigno come il sangue dei due fratelli caduti."
Di nuovo in cammino, dunque. Si tratta di superare gli ultimi trecento metri, disegnando un arco che
ci porta sul lato sinistro (per noi) della valle. Il lato opposto esalta
l'impressione di inquietudine suscitata da questo luogo unico nel pur
vasto repertorio di colori e suggestioni offerto da questa maratona fra
le montagne di Valmalenco. Sembra un luogo surreale, soprattutto se lo
poniamo a confronto con i ben più familiari profili delle cime
del gruppo Scalino-Painale, ben visibili sullo sfondo.
Ma anche da questo luogo di metafisica segregazione emergiamo, dopo aver
pagato un abbondante tributo di sudore.
Eccolo, il panorama che l'espiazione ci ha meritato, lo scenario che si
apre davanti a noi raggiunti i 2675 metri del passo Ventina (sulla sinistra
nel crinale terminale della val Sassersa, riconoscibile per il caratteristico
ago roccioso che lo presidia). Da passo a passo: lo sguardo, con un volo,
raggiunge subito il passo del Muretto (pas de mürét, l'antico monte dell'Oro), che, al termine dell'omonima valle,
porta in Svizzera. E poi, alla sua sinistra, l'elegante piramide del monte
del Forno. E ancora, più a sinistra, il pronunciato profilo della
cima di Vazzeda. Il primo tratto della discesa in val Ventina è
piuttosto ripido, ma ci viene risparmiato il tormento del faticoso passaggio
di masso in masso, in quanto una traccia con fondo in terriccio e rapidi
slalom ci permette di perdere rapidamente quota.
Dopo il primo tratto di discesa ci troviamo di fronte un nevaietto, che
i segnavia ci suggeriscono di oltrepassare seguendo il suo
lato sinistro: qui, per un tratto, dobbiamo rassegnarci ad un nuovo percorso
fra i massi. Raggiunto il limite inferiore del nevaio, un grande segnavia
ci indica dove possiamo ritrovare la traccia del sentiero, che prosegue
con pendenza meno severa, scendendo presso il filo di una grande morena.
Il tracciato prosegue sulla destra di questo filo, poco distante dal crinale.
Il passo è ormai abbondantemente alle nostre spalle, e noi possiamo
osservare il pizzo Rachele (m. 2998), che ne sorveglia il lato alla nostra
destra, e le propaggini del crinale meridionale della massiccia cima del
Duca (m. 2968), sul lato opposto. La morena ci testimonia che qui un tempo
c'era quello stesso ghiacciaio che, raggiunto il suo fronte massimo intorno
alla metà dell'Ottocento, si è poi progressivamente ritirato
nel secolo e mezzo successivo. Ci potrebbe forse capitare di ascoltare,
scendendo, qualche frequentatore abituale di questi luoghi commentare
cono toni stupiti e magari un po' desolati questo ritiro. Per osservare
il ghiacciaio dobbiamo guardare alla nostra sinistra. Ciò che però
attira innanzitutto il nostro sguardo è il versante orientale del
monte Disgrazia (m. 3678), alla cui destra si distinguono la punta Kennedy
(m. 3283) ed il pizzo Ventina (m. 3254). Fra le due cime si insinua il
canalone della Vergine, occupato da un piccolo ma poderoso ghiacciaio.
Il ghiacciaio è ormai ritratto nel grande vallone che scende dal
pizzo Cassandra (piz Casàndra o Casèndra, m. 3226). La valle è percorsa dai diversi rami
del torrente Ventina, che scende proprio dal ghiacciaio. Sulle sue rive,
nei periodi di maggiore afflusso vacanziero, soggiornano torme di turisti
attratti dal fascino dell'alta quota raggiunta senza eccessivi sforzi
(al pianoro si può infatti salire da Chiareggio in un'ora di cammino
o poco più).
La meta ormai è vicina: abbiamo percorso buona parte del pianoro
della valle, ingentilito dai radi larici, e rimane sempre suggestivo,
di fronte al nostro sguardo, lo scorcio della val Muretto. La traccia
di sentiero, in questo tratto, si dipana fra grandi massi, che ci costringono
a prestare attenzione fino all'ultimo passo. Il tratto più insidioso
di un'escursione, infatti, è spesso quello terminale, quando la
stanchezza ed una naturale deconcentrazione possono determinare incidenti
dagli esiti talora anche
seri. Se noi proseguiamo oltre i rifugi Gerli-Porro e Ventina, possiamo
gustare quei panorami per i quali Chiareggio e l'alta Valmalenco (val del màler) sono
giustamente famose. Ecco una parte della testata della val Sissone (val de sisùm), meta
della terza giornata dell'alta via: si distinguono, da sinistra, la punta
Baroni, o Cima di Chiareggio settentrionale, il monte Sissone (chiamato localmente piz sisùm e, dai contrabbandieri, “el catapìz”), la seminascosta
cima di Rosso e la cima di Vazzeda, che le ruba la scena.
Il pernottamento può avvenire in uno dei due rifugi che costituiscono
la meta di questa seconda tappa. Il primo rifugio sul nostro cammino è
il Ventina (m. 1965). Fra questo rifugio ed il Gerli-Porro si notano,
sulla destra, numerosi segnavia che dettano il percorso che, salendo ripido
sul fianco montuoso, conducono al pianoro roccioso che ospita il lago
Pirola (m. 2283). Ecco, infine, il rifugio (anzi, i rifugi) Gerli-Porro
(m. 1960). Qui, dopo circa otto ore di cammino, termina la seconda tappa,
che costituisce un poderoso balzo in avanti che, dai bucolici scenari
della val Torreggio, ci ha portati nel cuore dell'alta Valmalenco (val del màler), dove
ormai si respira quell'inconfondibile aria di alta quota che costituirà
l'elemento caratterizzante di molte delle tappe successive.
Per leggere il resoconto della terza
tappa, apri la relativa presentazione. |